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14 maggio 2023

Vatican Tabloid, di Pietro Caliceti

Questo romanzo è opera di fantasia”.

Come in tanti romanzi che prendono spunto da eventi drammatici della nostra storia, anche nelle prime pagine di questo Vatican Tabloid (che è la naturale prosecuzione del precedente L’Opzione di Dio) è presente il dovuto disclaimer inserito per evitare eventuali problemi legali. Ma se la storia è opera di fantasia, sono reali i personaggi storici citati, come il papa polacco Wojtyła, il presidente americano Ronald Reagan e così tanti altri.

Come è anche reale il dolore della famiglia Orlandi, i genitori di Emanuela, la ragazza scomparsa un pomeriggio del 22 giugno 1983 a Roma e mai più ritrovata. Un caso che ha suscitato tanta attenzione sui media, che ha portato a tante inchieste, finite nel nulla.
Non riesco ad immaginare cosa devono aver provato in tutti quei giorni, poi settimane, poi mesi, i genitori di Emanuela, il fratello Pietro, rimasti senza notizie di questa ragazza di quindici anni, nel mezzo di tutte le ipotesi investigative (la tratta delle bianche, un sequestro per ritorsione contro la detenzione di Ali Agca, la famosa pista internazionale), le telefonate dei vari intermediari, gli appelli del papa, sempre più radi, come la speranza di vederla ritornare.. Nemmeno un corpo su cui piangere il proprio dolore.

Scrive lo scrittore Pietro Caliceti che il rapimento (o la scomparsa) di Emanuela Orlandi è il nostro caso Kennedy: una storia che è come un buco nero dentro cui si fa fatica a distinguere i contorni, su cosa sia lo Stato, quali siano i confini tra le istituzioni e la criminalità. Dentro questo buco nero troviamo la Chiesa, o meglio il Vaticano, lo Ior, e ancora una volta è difficile distinguere i confini tra religione e fede e l’essere un centro di potere, economico e finanziario. Un buco nero che ha inghiottito la vita di una ragazza, e forse anche quella di un’altra coetanea, Mirella Gregori, ma che nel suo vortice ha catturato la credibilità del nostro paese, del Vaticano, rivelando anche i giochi sporchi dei governi occidentali in Europa e nel mondo.

La storia della scomparsa di Emanuela Orlandi e tutto quanto è accaduto successivamente (le telefonate alla famiglia, gli strani intermediari, fino alla telefonata a Chi l’ha visto, la scoperta del flauto di Emanuela, la scoperta delle ossa nella sede della Nunziatura..) viene raccontata passo dopo passo nel romanzo: è come un gioco dell’oca, ogni volta che si arriva ad una conclusione questa viene subito bocciata. La pista internazionale (i turchi, la Stasi, il Kgb), il rapimento da parte della banda della Magliana, un ricatto contro Wojtyła per il suo anticomunismo, no un ricatto al Vaticano da parte di qualcun altro, qualcuno che aveva interessi ben più concreti del comunismo e del povero Ali Agca (l’attentatore bulgaro del papa). Qualcuno che aveva usato lo Ior e Marcinkus, per i suoi affari sporchi.

Ad un certo punto del racconto inizia a girare la testa per tutta la girandola di ipotesi e per tutti i personaggi storici che fanno capolino: Mirella Gregori (una cittadina italiana scomparsa il 7 maggio del 1983), i boss della Magliana, Enrico De Pedis, la sua fidanzata Sabrina Minardi. Il papa polacco, il presidente della banca del Vaticano, il cardinale americano Marcinkus (“La Chiesa non si governa ad avemarie ”), il comandante della guardie svizzere Alois Estermann...

Poi l’arcivescovo Oscar Romero, ucciso a San Salvador dai militari dello squadrone della morte, foraggiati dalla più grande democrazia al mondo, gli Stati Uniti d’America dell’ex attore Reagan. Lo scontro con la chiesa sudamericana e la scomunica della teologia della liberazione, definita dal papa polacco come marxismo, la contestazione in Nicaragua da parte della folla radunata per assistere alla messa. La lotta al comunismo in sudamerica, da una parte e i finanziamenti da parte della CIA ai regimi, come quello di Somoza.

La guerra al comunismo, il finanziamento ai Contras, la CIA. Lo stesso schema a cui si era prestato il Vaticano..

In un unico grande gioco di potere lo scandalo Iran Contras, le armi agli squadroni della morte per trucidare i campesinos in Centro America (come la strage di El Mozote in Nicaragua), il mondo diviso in blocchi e zone di influenza, gli americano che non volevano un’altra Cuba nel loro giardino di casa.

La verità è che erano loro stessi, lo scandalo; ma non nel senso di Paolo. Era uno scandalo che avessero tradito la loro missione, che avessero tradito Cristo.

Ma forse questo è solo un romanzo: “Questo romanzo è opera di fantasia”.
E allora partiamo dal romanzo.

Giorno 1, ore 10:00
Città del Vaticano, Palazzo Apostolico
Warren Hamilton scostò la tenda, quanto bastava per sbirciare fuori senza farsi vedere. Piazza San Pietro era gremita di gente. Sparse qua e là sventolavano bandiere dei Paesi più diversi. Quasi impercettibile, schermato dai vetri blindati, arrivava l’eco di cori stonati che si accavallavano tra loro.

Finalmente il cardinale Warren Hamilton ce l’ha fatta: ha vinto la sfida per arrivare al soglio pontificio battendo il suo rivale appartenente all’ala tradizionalista, Vignale, morto poco prima del conclave. Ora è papa col nome di Pietro II: questa è la sua occasione per salvare una chiesa ad un passo dallo scisma, una chiesa sempre più lontana dalla gente, dai suoi problemi. Una chiesa che per tornare ad essere credibile deve riformarsi: ecco allora l’idea di un nuovo Giubileo, un nuovo anno santo, ma questa volta che abbracci tutto il mondo e tutte le religioni.

Riconquistare il rapporti coi fedeli, che oggi “sentono, che tutto questo è sull’orlo del collasso. Che siamo a fine corsa, inadatti, improbabili, senza un’identità, in bilico tra il buonismo new age e il fanatismo della messa in latino.”

Al suo fianco il segretario personale Alessio Macchia: nel precedente romanzo, l’Opzione di Dio, aveva eseguito una indagine per conto di Hamilton sullo Ior, per cercare prove da usare contro gli attacchi che l’ala tradizionalista gli avrebbe rivolto. Proprio indagando sui conti della banca del Vaticano aveva fatto una scoperta che l’aveva sconvolto e che l’aveva costretto a fare, quasi letteralmente, un patto col diavolo. Si tratta di una storia che metteva assieme Vignale, il suo rivale, con lo Ior fino all’Isis.

Ma, all’improvviso, a sconvolgere i piani, arriva una lettera in Vaticano diretta al papa in persona.

Il messaggio era di una sola riga, anch’essa scritta al computer. Ridacci i nostri soldi o morirai..

Chi ha mandato questo messaggio al papa? Contemporaneamente nel palazzo della Nunziatura, che si trova a Roma in territorio italiano, vengono ritrovate altre ossa:

Dopo una ventina di minuti Antonio urtò qualcosa di duro. Si chinò e smosse la terra con le mani. Poi si sollevò di scatto e lanciò un urlo verso il nero. «Idris! Qui ci sono delle ossa!»

Nello stesso palazzo nel 2018 durante dei lavori erano stati trovati dei resti umani risalenti però a diversi secoli precedenti. Questa scoperta era stata sufficiente a far ritornare a galla la storia delle due ragazze scomparse, Emanuela Orlandi e Mirella Gregori, riaprendo così il discorso sulle varie piste investigative e gli scandali che avevano toccato diversi cardinali coi loro legami con la banda della Magliana.

..andate a vedere chi è sepolto nella cripta della Basilica di Sant’Apollinare e del favore che Renatino fece al cardinal Poletti, all’epoca. E chiedete al barista di via Montebello [la telefonata alla redazione di Chi l’ha visto nel 2005 che per la prima volta lega assieme il caso Orlandi e la banda della Magliana]

La lettera di minaccia, la scoperta di queste ossa: il caso Orlandi sembra un’araba fenice che risorge dalle sue ceneri, dalle tante archiviazioni facendo capolino a distanza di anni, come se esistesse un “grande vecchio” che ha interesse a tenere viva questa storia.

.. il Vaticano aveva messo in piedi un proprio servizio segreto: una rete sempre più fitta di laici e religiosi i quali, a differenza dei servizi di molti Paesi, questa rete non aveva una denominazione, né una sigla. Anche quel nome, L’Entità, [..] non aveva nulla che lo giustificasse

Il papa incarica il responsabile dei servizi segreti, l’Entità, di capire chi stia dietro la lettera, quanto sia seria questa minaccia a pochi giorni dall’inizio del giubileo.

In parallelo anche la polizia italiana si muove nelle sue indagini sulle ossa: viene incaricata la vice ispettore Laura Zacchi della “Direzione Centrale della Polizia di Prevenzione” che a capo della sua unità, riprende in mano tutte le carte del caso Orlandi, ripartendo dalla sua scomparsa.

Altre forze si muovono nell’ombra in questo romanzo che ha il ritmo del thriller ma che si basa su fatti storici: sono in tanti, sia all’interno della chiesa che al di fuori, che non apprezzano la nuova linea “rivoluzionaria” del papa, questo Giubileo aperto a tutte le religioni, questa voglia di rompere vecchi equilibri di soldi e potere. In un crescendo di tensione seguiremo queste due indagini parallele che ci porteranno indietro nel tempo e che riporteranno a galla tutte quelle brutte storie di cui abbiamo parlato prima, all’apparenza scollegate ma legate assieme da un unico filo.

Il romanzo di Pietro Caliceti, scritto nei mesi della pandemia con un intenso lavoro di ricerca durato due anni, formula una sua ipotesi sulla scomparsa di Emanuela Orlandi. Ma, come si è detto, questa è tutta frutto della sua fantasia: non lo sono però i riferimenti storici, che l’autore riporta nel suo sito a questo link. Così come non è frutto della fantasia la scomparsa di Emanuela Orlandi (e di Mirella Gregori). A lei e al coraggio, l’ostinazione del fratello Pietro va tutta la nostra vicinanza umana nella speranza che un giorno, si spera non troppo lontano, si arrivi alla verità. 

La scheda del libro sul sito di Baldini Castoldi editore

Il blog dell’autore Pietro Caliceti

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

29 settembre 2013

Suburra, di Carlo Bonini e Giancarlo De Cataldo



Non siamo più ai tempi del Libano e del Dandi, anche se la loro memoria ancora rimane, nelle cronache delle strada, dove i loro nomi sono ancora ricordati dai pischelli ma anche dai nuovi capi della città. 

Non siamo più ai tempi della banda della Magliana, la cui epopea è stata raccontata prima in “Romanzo criminale” e poi con la costola “Nelle mani giuste ”.
Siamo negli ultimi mesi del governo Berlusconi, nella fine estate inizio autunno del 2011, anno in cui per la crisi economica, combattuta a colpi di spread, l'Italia passò da un esecutivo politico ad uno semi tecnico. 
Se gli anni sono passati, non lo sono i potenti che comandano veramente sul cupolone: mafia, camorra, ndrangheta, alleate con gruppi vicini all'estrema destra, in una nuova e inedita federazione. I semi della banda della Magliana sono ora tutti germogliati.
Non è più il controllo delle strade, per il traffico di stupefacenti (che rese ricca la banda del Libanese e i suoi federati): qui in ballo c'è un nuovo progetto edilizio.

Il Waterfront:
Municipio XIII. Cooperativa sociale di interesse pubblico. Concessione demaniale n. 24 - 8 maggio 2007 per esclusivo uso arenile a beneficio di infanzia, minori e diversamente abili".
Handicappati e regazzini, seeh! Cooperativa, seeh!Con gli arenili non si scherzava. Quegli ottocento metri di spiaggia chiusi a nord dal frangiflutti del porto turistico valevano oro. Oro. Come ogni metro di spiaggia da Ponente ai cancelli di Capocotta. C'era o no una buona ragione per cui, a Levante, l'ultimo stronzo cacciava ormai fino a sei milioni di euro per una concessione triennale? C'era o no una cazzo di ragione per cui la spiaggia di Ponente doveva essere dei padroni di Ponente? Semo o no padroni a casa nostra? C'era o no un motivo per restare afferrati a quella spiaggia, come a un tesoro?C'era, c'era, altroché se c'era.Il Waterfront, gli aveva spiegato un giorno il Samurai, sorridendo.
- Ostia sarà il Waterfront di Roma. Boardwalk Empire. Atlantic City, Italia. Pensa, prova a pensare. Sforzati di elevarti dal marciapiede, ogni tanto. Almeno qualche centimetro. So che per te è quasi impossibile, ma provaci. Non dico sempre. Qualche volta.- Uoter de che? - aveva rinculato lui, che a stento parlava l'italiano, figurarsi l'inglese.Il Samurai, come faceva sempre, lo aveva guardato con un tratto di compassione, rapidamente scolorita in una smorfia di disgusto. E aveva tradotto come si fa con gli analfabeti.- Casinò, alberghi, ristoranti, palestre, yacht, negozi. Questo significa Waterfront, sottocorticale che non sei altro.Ernummerootto era permaloso come una scimmia. Un matto che prendeva fuoco per niente. Ma aveva abbozzato per il rispetto che doveva. E per il grano che quella roba prometteva. "Pensa, zi', stavolta il regalo te lo faccio io", si era scaldato a colloquio in carcere con Nino, ripetendo come un pappagallino quella parola che non capiva, uoterfront.Pagina 55-57
Attorno a questo mega progetto edilizio, le bande di Roma: quella degli Anacleti, zingari che comandano sulla Romanina: Rocco Anacleti e i suoi scagnozzi, Paja e Fieno

“Riconobbe la BMW cabrio nera ferma all'incrocio con via delle Capannelle. La coda di cavallo bionda di Paja e i capelli neri rasati alla nuca di Fieno. Erano due cani rabbiosi che non arrivavano ai venticinque. Più giovani di lui di qualche anno. Due merde pippale fino al midollo. E come lui cresciute a Cinecittà. Avevano cominciato con le pasticche ai ragazzini, quando comandavnao i napoletani. Poi si ernao messi a scodinzolare con gli Anacleti,la dinastia di zingari antica come il Colosseo che spingeva ogni singolo grammo di coca e hashish fra Tor Bella Monaca e piazza Tuscolo. Fra il Casilino, Cinecittà e l'Appia. Gente seduta su una montagna di grano, che di gitano conservava solo la storia, qualche pagliacciata in costume, i matrimoni esagerati, l'avidità e una caterva di figli, cugini e nipoti iscritti con lo stesso nome all'anagrafe.Rocco Anacleti. Il padrone di Paja e Fieno. Il padrone di Max.”
Alleati agli Anacleti gli Adami, la famiglia che comanda su Ostia e che controlla le concessioni demaniali dei lidi: Ernummerootto è l'ambizioso capo:


Va bene, Nino e Libano si erano apparati e gli Adami erano sopravvissuti anche alla banda. Libano era morto. Dandi era morto. Zio Nino aveva messo i capelli bianchi e, nel vuoto, era rimasto il solo padrone del litorale. Coca, hashish, eroina. «Tutti avevano da passà sotto la cappella de zietto». Napoletani, siciliani, calabresi.[..] Comunque Adami, Sale, Anacleti, mica cazzi. Il capolavoro di zio Nino. Tre famiglie e mezza Roma in saccoccia. Da est a ovest. Appio, Tuscolano, Cinecittà, Quadraro, Mandrione, Casilino, di là. Eur, Axa, Infernetto, Casalpalocco e Ostia, di qua. Ventotto chilometri di raccondo anulare che sembravnao la corona di una regina. Certo, zio non se l'era potuta godere fino in fondo. Stava a bottega da cinque anni, ormai. Associazione a delinquere e traffico di stupefacenti. Ma doveva stare tranquillo. Ormai ci pensava lui, Ernumerootto”.Pagina 39
Sopra a tutto e tutti, il Samurai, reduce della generazione che voleva fare la rivoluzione fascista negli anni '80:


“Il Samurai aveva cinquantadue anni, era alto, con i capelli grigi cortissimi. Vestiva sempre con eleganza sobria, il suo colore preferito era il nero. Amava indossare, sotto le giacche di Kiton, magliette stretch che mettevano in risalto una muscolatura agile e naturale. Non pippava coca, non fumava sigarette, e soltanto in rare occasioni si concedeva un dito di whisky di puro malto.Il Samurai non era schiavo di niente e di nessuno.
Il Samurai non si lasciava controllare da niente e nessuno.
Era lui a controllare ogni cosa. Era lui il padrone.
Era cresciuto nel mito della rivoluzione nazionale fascista, si era fatto le ossa picchiando i rossi al liceo, era passato alle rapine per finanziare il gruppo, aveva vagheggiato il colpo di stato, la presa del potere, lo sterminio degli ebrei e dei comunisti. Un giorno vie morire il suo migliore amico sotto il piombo delle guardie. Lui stesso si salvò per miracolo.”

Da rivoluzionario mistico, il Samurai si trasforma in delinquente di strada per finanziare il suo gruppo, ad alleato della banda del Libanese, dopo l'incontro con Dandi in cella, che gli apre gli occhi sulla realtà, come vanno le cose a sto mondo:

- Vabbè, è chiaro. Dunque tu te voi ammazza' perché 'sto mondo de merda nun te merita.Il Samurai annuì: sintesi rozza, ma, doveva ammetterlo, efficace.- Lo sai chi me sembri? Uno di quei giapponesi dei film .. quelli con la spada curva ce stanno sempre a pensà a come spaccare la testa a qualche nemico, magari pe' qualche questione d'onore .. come si chiamano, dài, aiutami ..- Samurai.- Ecco, bravo. Lo sai chi sei tu? Sei un Samurai del cazzo. E scusa se te lo dico, ma tanto, visto che ti devi suicidà, parola più parola meno .. ma sembra proprio che non hai capito proprio come vanno le cose a 'sto mondo.- E chi mo lo dovrebbe spiegare, tu?- Guarda, bello, fai come te pare. Ma dimme 'na cosa: ma tu t'ammazzi , e te pare che al mondo gliene po' frega' qualcosa?Ma scusa, sai, non te se filavano quando facevi il rapinatore politicizzato, vòi che se mettono paura per un cadavere? [..]– A te te ce rode perché dici che il mondo te l’ha messo al culo. E tu ripagalo colla stessa moneta. Fottilo. Fottili tutti. Vedrai come te senti mejo, dopo. Proprio come dopo una bella scopata, damme retta, a’ Samurai.Chissà. Forse il Dandi aveva ragione. E forse nelle sue parole c’era piú verità che in tutti i libri che gli avevano acceso la mente, quando aveva deciso di abbandonare la strada maestra tracciata per lui dai genitori, la laurea, lo studio legale del padre che era stato del nonno, e prima ancora del bisnonno, e prima ancora...O forse, semplicemente, Dandi gli aveva detto ciò che lui voleva sentirsi dire.Il suicidio venne accantonato. Dandi e il Samurai lasciarono insieme il penitenziario di Regina Cœli.Il Dandi lo presentò ai suoi amici.Il Samurai entrò nella banda.Roba di un altro tempo.Il Dandi era morto.Il Libanese era morto.Tanti altri erano morti, qualcuno era diventato infame, qualcuno si faceva la galera in silenzio, sognando di ricominciare, magari con un lavoretto senza pretese.Il Samurai era ancora là. L’antico nome di battaglia denunciava ormai soltanto sogni abbandonati. Ad affibbiarglielo era stato il Dandi, ma lui aveva cercato di esserne degno.E il potere, quello, era concreto, vivo, reale.Il Samurai era il numero uno. Pagina 87


Ma il potere della strada è niente senza gli appoggi giusti e a Roma questo significa due cose: il palazzo, ovvero la politica, e il Vaticano, che significa una via facile per il riciclaggio (grazie ai conti segreti dello IOR) e una copertura religiosa ai piani di speculazione.
A fianco di ex terroristi, di camorristi, usurai e spacciatori, per completare l'affresco di una capitale malata e corrotta, il politico di turno, Pericle Malgradi.
Colui che in Campidoglio porterà avanti le leggi per il progetto edilizio Waterfront.
Cattolico di giorno, uomo di sani valori cristiani, famiglia e lavoro, prima di tutto. Cocainomane e puttaniere di notte.

La benedizione da oltre Tevere arriva grazie al vescovo monsignor Mariano Tempesta (e il fido braccio destro Benedetto Umiltà), uno di quelli che grazie al ruolo di responsabile dei beni della Santa Sede, ha saputo coltivare i giusti rapporti con politicanti, palazzinari, prestasoldi a strozzo e baciapile vari. E con qualche procacciatori di giovinetti per dei trastulli notturni:
Noto ai locali di San Giovanni in Laterano come Satanella, Francesco aveva il compito di selezionare il collocamento dei giovani segnalati alla benevolenza di Tempesta [il vescovo]. Alla Rai, come nelle grandi partecipate del Tesoro: Finmeccanica, Eni, Enel. Si favoleggiava di provini durante indimenticabili serata in uno scannatoio a due passi da piazza Navona, di proprietà di una confraternita vaticana, di cui, oltre al monsignore, era assiduo Benedetto Umiltà. Si vociferava pure di una sorta di giuramento di sangue che legava per la vita quel germoglio di classe dirigente ora concentrata sulla terrazza dell'hotel.pagina 339


Amen.
In questo romanzo non mancano i buoni: hanno il volto dello Stato, nella persona del colonnello del Ros Marco Malatesta. Una testa dura, che pure è cresciuto nel gruppo dei ragazzini educati dal verbo fascistoide del Samurai. Ma che ha saputo sottrarsi in tempo alla seduzione della sua parola.
“Zecche e zammammeri. Lo stesso linguaggio di Spartaco Liberati. La stessa cultura. La stessa paura. L'arma si apprestava a festeggiare il bicentenario. E ancora non riusciva a liberarsi dei miserabili come Terenzi [maresciallo della stazione di Ostia].E il guaio è che in tanti, troppi, continuavano a pensarla come Terenzi. Zecche e zammammeri. E tutto il resto va ben, madama la marchesa. Magari avevamo modi più sofisticati per fartelo capire, ma la cultura era quella. Una cultura putrida e tenace, dura a morire. Marco la conosceva fin troppo bene. Perché per anni era stata la sua. E a volte Marco doveva fare appello a tutte le sue risorse della propria fede per non soccombere. Perché c'era un altro pensiero che lo agitava. Che i miserabili fossero in realtà la maggioranza, e lui, e pochi altri, un'esigua minoranza. La faccia pulita che ostentavano nelle cerimonie ufficiali e che scansavano a spintoni quando il gioco si faceva duro.Ma non doveva cedere al pessimismo. Di pessimismo si può solo morire. Marco era sempre più convinto di avere nesso il dito nella piaga. Una piaga virulenta che infettava Roma. È da qui, da questo avamposto governato da un milite da operetta, sicuramente infedele, probabilmente corrotto, è da qui che si deve operare per arginare il contagio. Sempre che non sia troppo tardi. ”pagina 142
Ma tra i i buoni, o forse sarebbe meglio dire, i ribelli a questo sistema criminale, ci sono anche i ragazzi della “società civile”. Come Alice Savelli, una che sul proprio blog denuncia quello che succede nei quartieri nelle mani delle bande. Come il pestaggio da parte degli Anacleti di un artigiano iraniano, che voleva essere semplicemente pagato (chiara l'ispirazione ad un episodio realmente avvenuto).

Le istituzioni nella forma del colonnello dei carabinieri, e i giovani ribelli come la blogger Alice: saranno loro che cercheranno di sciogliere questa matassa criminale dove il male non si nasconde solo tra le bande, ma anche dentro le stesse istituzioni. Quelle che dovrebbero combattere mafie e spacciatori. Politici ricattati per i loro vizi. Magistrati buoni solo a chiudere un occhio, o meglio due, sui morti per strada, per derubricarli al limite per episodi sporadici (perché a Roma, come a Milano, la mafia non può esistere). 

Nel racconto c'è spazio anche per raccontare del mondo delle escort di alto bordo, dei salotti della sinistra radical chic, degli scontri del 15 ottobre a Roma, quando gli incappucciati fecero irruzione nel corteo dei precari, per mettere a soqquadro il centro di Roma. Della radio FM922, termometro della curva ma anche strumento per diffondere campagne politiche (contro gli immigrati o a favore dei costruttori, che creano tanti posti di lavoro).
E per spiegare come funziona la giustizia nei quartieri. Come Ostia :
- Capitano, mi spiace dirglielo – la interruppe Gaudino, - ma la verità è che qui i cattivi pensano agli ultimi. Dànno lavoro e anche uno straccio di speranza a chi non ne ha. Se ti rubano il motorino, qui, non vai in caserma, dove ce ne stiamo chiusi noi. Vai qua dietro, a piazza Gasparri. E il guaio è che lì il motorino lo ritrovano, mentre noi li salutiamo con la nostra brava denuncia. Ma che è una denuncia?Un pezzo di carta. Qui, ai cattivi gli vogliono bene, capitano.- Questa storia la raccontavano anche a Corleone, - tagliò corto Marco. - Ma ad un certo punto è finita.

Come finirà questa storia?

Non c'è lieto fine, come era logico aspettarsi: la lotta tra il male e il bene, che almeno tra i protagonisti della storia si risolverà alla fine quasi come un duello western (Marco Malatesta da una parte e il Samurai dall'altra), non arriva ad un finale consolatorio.
Il male è bene ancorato, dentro la città, ma anche dentro i palazzi. Dentro quelle istituzioni che non sembrano capaci di rinnovarsi. Che si sono dimostrate troppo permeabili alla criminalità, al fascino del denaro, della droga, delle escort.
Questo romanzo affonda nei casi di cronaca che i giornali (e anche le trasmissioni come Report) ci hanno raccontato. I morti per le strade, le guerre tra band, i festini dentro le case della Roma bene a base di sesso e droga. Gli scandali della curia romana, della Propaganda Fide, una sorta di immobiliare per vip e politici. Il fascistume che è stato fatto entrare nei palazzi, senza provare alcuna vergogna.



È vero, questo è solo un romanzo. Ma immagino quanto si siano divertiti Bonini e De Cataldo nello scriverlo: riuscire a mettere nero su bianco quello che nelle inchieste, negli articoli di giornale non si poteva scrivere anche se era noto a tutti.
La realtà non è poi così lontana dalla Suburra, la città che riuscirà ad avere la sua redenzione:
"La Suburra, l'antico quartiere dei lupanari cantati da Petronio, era ai loro piedi. Via dei Serpenti a destra, via del Colosseo e la sacra collina di Giove Fagutale a sinistra. Con quell'ammezzato che un ministro aveva scoperto comprato a sua insaputa da qualcun altro e per questo diventato ormai celebre come e più di un immortale fescennino.La Suburra, immagine eterna di una città irrimedibile.
Casa di una plebe violenta e disperata che secoli prima si era fatta borghesia e che nella città occupava il centro geografico esatto. Perché ne era e restava il cuore.La Suburra, l'origine di un contagio millenario, di una mutazione genetica irreversibile.Era quello il luogo. come non averci pensato prima.Come un fischione che annuncia il botto, l'urlo del Nero precedette lo schianto spaventoso di un cartello stradale divelto e trasformato in ariete contro le vetrine di un'agenzia di lavoro interinale. Gli incappucciati, ora, avevano infilato i caschi e tirato su i cappucci delle felpe, e si muovevano come i ballerini del Bolscioi. In una danza nichilista di fuoco, pietre, biglie di ferro".Pagina 372

La scheda del libro sul sito di Einaudi.

Il link per ordinare il libro su Ibs e Amazon.

10 luglio 2012

Io sono il libanese, di Giancarlo De Cataldo


"Io sono il libanese"
è il prequel di Romanzo Criminale, perché racconta della genesi della banda della Magliana, prima che le due batterie che faranno da nucleo a questa holding criminale (come la definì l'alto commissario per la lotta alla mafia Domenico Sica) si unissero, i Testaccini del Libanese e la banda del Freddo della Magliana (che nel libro fa una sua piccola apparizione).

Il racconto inizia nel 1976: il Libanese è un piccolo delinquente di strada, uno dei tanti che vivono di piccoli reati (come lo spaccio, le rapine, la custodia delle armi delle altre batterie), ma ha già le idee chiare.
Ovvero diventare il Re di Roma e unire in una sola banda tutte le batterie disunite che si fanno pure la guerra tra di loro.
Ma, a sbarrare il suo sogno, ci sono due problemi: per essere Re serve essere rispettati, e servono i soldi.

Ma il Libanese ha voglia di imparare in fretta le regole del comando: in carcere (per una storia di armi) riesce a diventare amico di un piccolo boss della Camorra, un luogotenete di Cutolo, Pasquale 'o Miracolo, che gli propone di entrare un grosso affare di droga.
Peccato che servano 300 milioni, per entrare: troppi per il Libanese e la sua batteria (Scrocchiazeppi, Dandi, Bufalo).

Dopo una lite fuori un locale, Libano incontra Giada, una ragazza della Roma bene: di sinistra, in lotta contro sistema e celerini, ovviamente piena di soldi.
Non potrebbe esserci nulla di più diverso tra i due, ma lo stesso nasce uan relazione, tra il borgataro col giubbotto di pelle, cresciuto con la legge della strada e del cortello, e la ragazza che bazzica i collettivi e predica la rivoluzione.

Giada vuole cambiare il mondo, e vorrebbe cambiare anche il Libanese, o quantomeno usare la sua violenza per la rivoluzione.
Libano ha altri obiettivi: la ragazza lo attrae, ma lo attraggono anche i suoi amici ricchi, come l'Artista (un pittore col vizio della droga), o Sandro, un ragazzo timido figlio di un commendatore ....

Non tutti i sogni arriveranno a buon fine: perchè non si può fare la rivoluzione coi soldi di papà e nemmeno pensare di educare uno come il Libanese.
Che dovrà aspettare prima di fare le scarpe al Terribile.

«La vita ricominciava. Perché la vita o è tutto o è niente, Libano».

L'incoronazione del Re di Roma può ancora aspettare:
Rientrò in casa. giada dormiva. Un ricciolo ribelle si agitava, scosso dal suo respiro regolare.
E' il momento di decidere, Libano.
Una vita così ...
All'improvviso si sentì prigioniero.
Giada gli aveva tessuto tutt'intorno una ragnatela micidiale.
Una ragnatela di passione. Di perdizione.
Doveva andarsene di lì, e subito.
Meglio morire sulla strada che sul divano.
[pagina 129]

Il primo capitolo del libro (da einaudi).
La scheda al libro sul sito di Einaudi.
Il link per ordinare il libro su ibs.
Technorati:

15 maggio 2012

La banda è viva


Alla fine anche io mi sono lasciato ingannare dalle notizie sbagliate uscite subito dopo l'apertura della tomba: non ci sono altre ossa oltre a quelle di Renatino.
Evidentemente anche io sono ammalato dal morbo della dietrologia e dei complotti : quello che ho scritto di seguito ha poco senso, se non nelle parole dell'ex boss della banda, Mancini (che comunque non vanno prese per oro colato).
Eh, sì, sono stato proprio uno stupido. 

E poi dicono che siamo il paese dei complottisti e dei dietrologi.
C'è qualche mistero della nostra storia che siamo riusciti a chiudere e spiegare definitivamente?

Piazza Fontana.
il rapimento di Aldo Moro.
Le bombe della mafia del 1992-1993.
Il caso Orlandi e la banda della Magliana.

Ieri abbiamo scoperto che nella tomba di S Apollinare non si trovano solo i resti di De Pedis. Di chi sono le altre ossa?
E oggi su Il fatto quotidiano l'ex boss della banda, Antonio Mancini "Accattone" (Ricotta nel romanzo di De Cataldo), racconta la sua storia.
Una storia di coca, donne e neofascisti.

Non stiamo ancora parlando di lui, del comico che ci ha allietato per anni, ma del ritratto della banda che esce dall'intervista.

Dice Mancini che “De Pedis? Oggi sarebbe in Parlamento.
Delle nostre manovre tra mafia e Servizi il Pci allora sapeva tutto”.

E che la banda non è finita:

 “Sono anni che dico che la Magliana è viva. I magistrati mi danno retta a intermittenza, ma nessuno ha la forza di smentirmi. Io non ho opinioni. A domanda rispondo e se non so, sto zitto”.

Sul rapimento Orlandi:

 Che ruolo ebbe De Pedis nel rapimento Orlandi?

   Guidò la macchina che servì al sequestro della ragazza. Il rapimento fu deciso da mafiosi e testaccini. C’erano soldi che non rientravano e la scelta era tra lasciare qualche cardinale a terra ai bordi della strada o colpire qualcuno che fosse vicino al Papa e che aveva rapporti economici con noi per marcare un segno. Scegliemmo la seconda strada.

   Quanti soldi?

   Più di duecento milioni di dollari che la banda aveva riciclato per lo Ior e che non aveva più rivisto dopo il crack dell’Ambrosiano. Io e Danilo Abbruciati nell’81 andammo a Milano, per incontrare gente del Banco legata a Calvi e alla P2. A portare a Wojtyla la foto scattata in piscina a Castelgandolfo in cui lui era circondato dalle suore fu Gelli in persona. Tutto era legato.  

   Abbruciati morì nell’82, ucciso da una guardia giurata dopo il fallito attentato a Roberto Rosone, vicepresidente del Banco Ambrosiano.

   La guardia giurata non sparò mai e subito dopo scomparve nel nulla. Abbruciati non era uno sprovveduto. Lo ammazzò lo Stato, perché Danilo aveva visto troppo. Pensate che a Milano sarei dovuto andare io. Danilo si rifiutò: “Se viaggio io otteniamo più soldi”.

   Perché proprio la Orlandi?

   Ve l’ho detto. Il padre di Emanuela non era un semplice messo. Era molto di più.

   L’ha mai detto ai famigliari?

   Quando vidi Natalina, la sorella di Emanuela, negli studi di Chi l’ha visto? le dissi esattamente così. D’altronde Nicola Cavaliere, un bravo poliziotto, inascoltato, lo disse subito. “La Orlandi è legata ai soldi della Magliana”. I giudici lo ignorarono, nessun magistrato voleva un carico del genere. Ora hanno detto che mi chiamerà l’Antimafia. Sto qui, vado, non mi nascondo. Non ho paura di niente.
Il caso Moro:  

   C’è chi sostiene che la Magliana fosse anche dietro al caso Moro.

   Certo, fummo noi a trovare il covo di Via Montalcini. Selis lavorava anche per Raffaele Cutolo e passò la dritta a Franco Giuseppucci, detto “er negro”. Fu lui a portare la notizia a Flaminio Piccoli. Si incontraronocarbonari,sottounponte,vicinoaPiazza Cavour. Le Br erano completamente eterodirette dai Servizi, infiltrate dallo Stato.

   Qualche storico ritiene che Moro a Via Montalcini non sia stato mai.

   E invece c’era. Poi non so se sia passato anche a Palazzo Caetani o a Palo Laziale, come alcuni suggeriscono. Venni a sapere che le lettere di Moro e i video degli interrogatori erano stati presi da una ex amante di Danilo Abbruciati. Un’ex partigiana al soldo del Mossad. Danilo sul sequestro dello statista Dc sapeva tanto.

   Furono esponenti della Banda della Magliana a sparare a Moro?

   Possibile. Non mi meraviglierebbe. Noi, la Mafia, il Vaticano, la politica. Nicoletti gestiva i nostri soldi e quelli di Andreotti, contemporaneamente. Il resto dell’arco costituzionale, a iniziare dall’esponente antiterrorismo più in vista del Pci, sapeva tutto. C'erano rapporti con i socialisti. Si parlava spesso di un siciliano, un pezzo grosso. Uno che avevamo tra le mani, cui potevamo rivolgerci senza troppi problemi e dare disposizioni.

Il delitto Pecorelli:

   A proposito di Andreotti. Mancini cosa sa del caso Pecorelli?

   Tutto. L'abbiamo ucciso noi e i siciliani. De Pedis aveva la pistola con cui era stato ammazzato. A finirlo andarono in tre. Angelo La Barbera e Massimo Carminati.

   Il terzo?

   Non lo dico, è un mio amico. Quando mi interrogarono il nome lo feci, ma aggiunsi: “Se lo verbalizzate non firmo neanche sotto tortura”.
  
   
    Il vostro referente mafioso a Roma?

   Con Pippo Calò andavo a mangiare, ma non mi piaceva.Noi della banda pippavamo,quelli erano sempre in doppio petto. De Pedis dormiva a Villa Borghese in un appartamento dei servizi segreti, la coca stravolgeva molti ambiti. E la Magliana li controllava tutti. Facevamo riunioni con i vertici di Carabinieri e Polizia, con i servizi segreti, con chi ci avrebbe dovuto arrestare.
La strage di Bologna:

   Cosa sa della strage di Bologna?

   Furono i fascisti manovrati dallo Stato. Forse gente intorno a Delle Chiaie, forse il gruppo di Massimiliano Fachini. Non Fioravanti e in ogni caso, qualcun altro della Banda intervenne in un secondo tempo allo scopo di depistare.

   Chi Mancini?

   Massimo Carminati. Un fascista che teorizzava l’ordine nel disordine. Anarcofascisti si facevano chiamare.“Noi uccidiamo il potere” urlavano. Mortacci loro.

   Ha le prove per dirlo?

   Se sarò chiamato a fornirle, le darò.

   Pensa mai alle vittime?

   Se è per questo anche ai carnefici. Alla P2. Con Ab-bruciati che come Giuseppucci, con i servizi aveva rapporti solidi,andavo nell’ufficio di Ortolani in Via Bissolati. Incontravo Luigi Cavallo, che voleva ancora fare il golpe e diceva di essere amico di Sin-dona. Noi volevamo salvare Francis Turatello, tirarlo fuori dal carcere e ai nostri interlocutori milanesi dell’Ambrosiano e ai piduisti l’avevamo detto chiaramente: “Ci avete chiesto Pecorelli e Moro e noi abbiamo rispettato i patti. Adesso tocca a voi”.

   Ma Turatello morì a Badu ‘e Carros nell’agosto 1981 in modo atroce.

   Un dolore enorme. Dicono che l’abbia ucciso Pasquale Barra sventrandolo e mangiandogli il cuore, ma è una cazzata. Barra prese quattro schiaffi, gli esecutori furono altri e l’ordine di far fuori Francis lo diede Luciano Liggio in persona. Francis riceveva lettere dai politici. Lo chiamavano capo.

   Per sparare ai fratelli Proietti nell’81, lei in Via di Donna Olimpia a Roma improvvisò un Far West.

   Marcellone Colafigli era ossessionato dalla morte di Giuseppucci. Dormivamo nella stessa casa e a volte, di notte, si svegliava. “Nino, er negro è uscito dal televisore. Continua a ripete ‘na frase”. Allora io lo assecondavo. “Che frase?” E lui: “Ahò, ma nun me vendicate mai?”.Proietti era un ricattatore,bisognava farlo.

Infine, i superstiti oggi:
   
    La banda oggi?

   Quando ho visto la foto di Mokbel (l’imprenditore romano che avrebbe supportato l'elezione al Senato di Nicola Di Girolamo, ndr) sul giornale mi è preso un colpo. Gennaro era il mio guardaspalle. Con Roberto D’Inzillo mi veniva a prendere in moto ogni mattina. Ha fatto sue le tecniche della banda, ma il più pericoloso, il vero capo di Roma, è un altro.

   Chi?

   Una nostra vecchia conoscenza uscita sempre indennedaiprocessi.Andateacontrollareetroverete il nome.

   Come Flavio Carboni all’epoca della Magliana?

   Non fatemi ridere. Carboni era patetico. Si travestiva con tacchi e parrucchino e faceva affari con Berlusconi. La prima volta che lo vidi però provai un sollievo assoluto. Se questo è il famoso Carboni, su Roma e sull’Italia comanderemo per tutta la vita.

   C’è una morale in tutto questo?

   Hosemprediffidatodellemoralienonsareicomunque la persona più adatta. Forse però aveva ragione Domenico Sica, l’ex alto commissario antimafia. Era certo che la Banda fosse più potente di Cosa Nostra e dei Servizi messi insieme. Non credo avesse torto.