Visualizzazione post con etichetta Maurizio Torrealta. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Maurizio Torrealta. Mostra tutti i post

02 giugno 2017

Proteggere la Repubblica da se stessa



E' il giorno della Festa della Repubblica, che oggi viene celebrata dalle sfilate di militari e civili a Roma: soldati, marinai, avieri e anche carabinieri, finanzieri, poliziotti e perfino le crocerossine. Pure loro a sfilare in modo marziale, petto in fuori.
La Repubblica, le istituzioni devono molto a queste persone: la nostra sicurezza, la nostra protezione e nelle loro mani, nella professionalità, nell'impegno e nel coraggio di queste persone.
Ma la Repubblica è anche qualcosa di molto più ampio.
La nostra è una Repubblica findata sul lavoro, sul nostro lavoro quotidiano, sul nostro impegno quotidiano nel rendere le istituzioni e il paese migliori.

Ma è bene che, anche oggi che è la nostra festa (non solo quella dei militari e delle forze dell'ordine) ricordarci quanto siano fragili queste istituzioni, le strutture su cui si poggia la Repubblica italiana.
Siamo così bombardati da notizie contro nemici esterni, terroristi nascosti che magari arrivano in mezzo ai disperati che sbarcano coi barconi da dimenticarci come spesso i veri nemici si siano annidati all'interno delle stesse istituzioni.
Abbiamo appena archiviato le cebrazioni dei 25 anni dalla strage di Capaci con grande sfoggio di retorico ma ancora una volta senza riuscire a dare risposta ai tanti dubbi rimasti su quelle stragi del 1992-1993.
Fu solo mafia?
Chi indicò quegli obiettivi (Il Pac a Milano, la Torre dei Georgofili a Firenze tra gli altri) ai mafiosi?
Che ne è stato della pista che partendo dalle telefonate di rivendicazione di stragi e omicidi eccellenti tra il 1991 e il 1992, la Falange Armata, arrivava fino alle sedi periferiche del Sismi e Gladio?
E il pizzino ritrovate attorno al cratere di Capaci, con un numero che risale ad una società del Sisde (lo stesso Sisde di Contrada, condannato poi per concorso esterno in mafia)?

Troppe volte i nemici di questa democrazia si sono rivelati personaggi appartenenti allo Stato italiano o con forti coperture da uomini dello Stato.
Pensiamo anche alle stragi degli anni 70, ai depistaggi operati dal Sid e da altri uffici di servizi del Viminale, che spostarono l'attenzione sulla sinistra e sugli anarchici quando le bombe erano state messe da neo fascisti. Poi esfiltrati dal paese grazie ai servizi stessi.
Depistaggi, operazioni sotto falsa bandiera, terrorismo, destabilizzazione per creare caos nel paese. Al fine di stabilizzare il sistema politico: "tutto era finalizzato a impedire che i nostri equilibri politici si evolvessero in direzione di una maggiore e più compiuta democrazia" scriveva lo storico dei servizi Giuseppe de Lutiis nel suo libro "I servizi segreti in Italia".

Piazza Fontana, piazza della Loggia, il rapimento Moro .. Ma concentriamoci solo sui fatti avvenuti nel biennio 1992 e 1993, molto più vicini al nostro presente e le cui ombre ancora pesano sul nostro presente.
Sono gli anni delle bombe di Capaci e via D'Amelio.
E prima ancora dei delitti (senza un chiaro perché) della Uno Bianca.
Rivenditati da quella misteriosa sigla Falange Armata.
Mesi in cui la classe politica e gli stessi equilibri che fino a quel momento erano rimasti quasi immutati vanno in crisi per le stragi di mafia, per l'inchiesta di Mani  Pulite. La trattativa stato mafia e poi il passaggio tra prima e seconda Repubblica.
In mezzo altri episodi oggi dimenticati che però, riletti ora e messi accanto agli altri fanno paura:

Il caos era davvero tanto in quelle giornate. Nelle redazioni dei giornali si pensava che le diverse piste, quella rivelata da Donatella Di Rosa e l’altra – l’assalto alla televisione di Stato [..]
Il ricordo di Piero Luigi Vigna, uno dei maggiori protagonisti delle indagini: «In quell’anno non ci sono solo le stragi: scoppia il caso dei fondi neri del Sisde, c’è il tentativo di invasione della stazione radio di Saxa Rubra, c’è l’episodio di un funzionario dei servizi di Genova che mette dell'esplosivo sul rapido Siracusa Torino, c'è il ritrovamento di un ordigno inerte all'interno di una 500 rossa parcheggiata nella centralissima via dei Sabini a Roma (che non si è mai riusciti a capire chi abbia collocato lì).Ancora, il black-out a Palazzo Chigi in occasione delle stragi del 27 e 28 luglio: il presidente del Consiglio Ciampi, che sentimmo come testimone, disse che era al telefono quando sentì uno scoppio, dopodiché si interruppero le comunicazioni; salì in macchina e andò a Palazzo Chigi, dove i fu una prima ispezione. Un'indagine condotta dal gestore dei servizi parlò di un sovraccarico, noi facemmo fare una nuova perizia affidandola a più periti, ma non venne fuori nulla di oscuro; fu un black out per un sovraccarico di telefonate .. Non è facile trovare un anno in cui si assommano fatti quali l'autobomba trovata in via dei Sabini a Roma e l'esplosivo sul treno Roma- Napoli [sic] da questo funzionario dei servizi di Genova. Sul perché di tali fatti non riesco a rispondere».
La strategia dell'inganno, Stefania Limiti - Chiarelettere
Notizie di golpe, scandali, attentati: ogni volta i nostri servizi sempre più impreparati (come anche in altri momenti della nostra storia, ad esempio nei mesi del rapimento di Aldo Moro).

Per quanti ancora hanno voglia di studiare la storia senza fermarsi alla forma dell'acqua (abbiamo sconfitto la mafia, non c'è stata nessuna trattativa, le istituzioni hanno retto), l'insegnamento è questo: tenere viva la democrazia, tenere in piedi le istituzioni ha un costo che va sostenuto ogni giorno.
La democrazia (e la nostra sicurezza) si tengono vive chiedendo e pretendendo trasparenza, aria nelle stanze del potere, la fine dei rapporti opachi con le mafie.
Le sfilate degli uomini e donne in divisa verranno poi, ma non bastano.


Per quanti hanno voglia di approfondire la storia (su cui c'è ancora molto da scoprire) degli anni tra prima e seconda Repubblica, consiglio due libri
- Il filo dei giorni, Maurizio Torrealta
- La strategia dell'inganno di Stefania Limiti

Questa la scheda del libro:
Il buco nero della nostra repubblica in una nuova ricostruzione.Un’impressionante sequenza di fatti che portarono al ribaltamento della politica italiana.Un vero golpe non militare.
Il periodo più nero della nostra Repubblica. La grande crisi di sistema che colpì l’Italia tra il 1992 e il 1993, e che trovò soluzione nella nascita della Seconda repubblica, è segnata da avvenimenti tragici dai risvolti ancora non chiari. Il cosiddetto golpe Nardi, l’assalto alla sede Rai di Saxa Rubra da parte di un gruppo di mercenari in contatto con la Cia, le stragi di Milano, Firenze, Roma, quelle mafiose di Palermo, il black-out a Palazzo Chigi, e in mezzo Tangentopoli, gli scandali del Sismi e del Sisde, la fine dei partiti storici, la crisi economica.La sequenza di avvenimenti di quel biennio ricostruita in questo libro ha qualcosa di impressionante e fa pensare a una regia che passa attraverso le nostre stesse istituzioni. Come dimostra l’autrice, tutti questi fatti portano il segno di una grande opera di destabilizzazione messa in pratica anche con la collaborazione delle mafie e con l’intento di causare un effetto shock sulla popolazione, creando un clima di incertezza e di paura, e disgregando le nostre strutture di intelligence.Centinaia di testimonianze, inchieste, processi hanno offerto le prove che in Italia è stata combattuta una guerra non convenzionale a tutto campo e sotterranea.Furono azioni coordinate? E se sì da chi? Non lo sappiamo. Di certo tutte insieme, in un contesto di destabilizzazione permanente, provocarono un ribaltamento politico generale. Un golpe a tutti gli effetti.

01 marzo 2017

Il filo dei giorni – perché questi attentati

Il filo dei giorni, di Maurizio Torrealta, è un racconto dei mesi tra il 1991 e il 1995, in forma di romanzo.
Alcuni dei protagonisti sono inventati: inventato il poliziotto della Digos che aveva mandato le sue informative sul gruppo Falange Armata (e sui suoi contatti con l'eversione nera, i Nar e il traffico di armi).
Inventata la giornalista che segue sin dall'inizio gli attentati e gli omicidi rivendicati dalla Falange.
Alcuni protagonisti di questa storia sono un po' meno inventati: come il magistrati Gabrieli, di Firenze, che quasi da solo deve gestire il faldone su tutti gli attentati di quella stagione.
L'incontro tra la giornalista Arianna, una giornalista curiosa e coraggiosa a cui troppe volte le sue fonti hanno intimato di non scrivere quello che le rivelavano e il magistrato, è al cuore di tutta la storia.
Chi significato dare a queste bombe?
E, cosa più importante, lo Stato, le sue istituzioni, i suoi rappresentanti, vogliono veramente celebralo questo processo?

Non è lei la causa del mio male, ma il lavoro immenso che sto facendo, nell’isolamento più totale.È questa la causa della mia irritazione. Devo imporle, però,una condizione: che lei non scriva nulla delle cose di cui parleremo.- Sono abituata a queste condizioni, non si preoccupi. Il suo divieto è quasi una benedizione. Lei non sa quanto sia difficile per me scrivere di questioni delicate come quelle le riguardano le indagini sulle stragi, quando non si riesce a comprendere i fatti. Per comprenderli servono i dettagli, le sfumature, i retroscena.Non le chiedo di leggere i verbali, li conoscerò quando ci saranno i rinvii a giudizio ed entreranno in campo gli avvocati. Ma ci sono stati sette attentati e decine di morti in soli undici mesi,e noi giornalisti siamo sotto pressione perché i nostri lettori- come tutti, del resto – vogliono sapere il perché di tutto questo sangue.- Vorrei poterle raccontare quello che sta emergendo, mi creda, ma non posso farlo. Le dico soltanto una cosa: ho buoni motivi per temere che questo processo, al quale sto lavorando da anni, non verrà mai fatto; non perché non ci siano evidenze, ce ne sono fin troppe, ma perché chiama in causa i livelli più alti delle nostre istituzioni.Queste stragi non sono state come quelle degli anni settanta: terrorismo che voleva spaventare l'elettorato e spostarlo a destra. In quegli anni le dinamiche erano chiare: aumento di voti a favore dello schieramento della sinistra, strage su un treno o in una piazza e, a effetto immediato, calo di voti per la sinistra.Ma oggi queste stragi hanno dinamiche diverse: fanno parte di una trattativa a suon di bombe tra diverse parti dello Stato. Hanno colpito due Chiese, San Giorgio al Velabro e San Giovanni in Laterano.Quando mai è successo che facessero attentati contro obiettivo di questo genere? Dobbiamo chiederci chi possa avercela con la Chiesa, e perché.
Forse qualcuno non ha gradito il discorso del Papa ad Agrigento, la sua presa di distanza dalla mafia.Nello stesso anno sono stati presi di mira, con attentati dinamitardi, due luoghi legati alla massoneria inglese: a Firenze, la sede dell’Accademia dei Georgofili, che si dice legata a quell'organizzazione, e a Milano, in via Palestro, l'ufficio di propaganda della Gran Loggia Regolare d'Italia. Quyest'ultima affiliata alla loggia massonica del Gran Maestro Giuliano di Bernardo, fondata dopo aver saputo, in anticipo, di un coinvolgimento della massoneria italiana nella progettazione delle stragi di quest'anno.[..]Il fatto inaccettabile, che ormai sta emergendo in modo sempre più chiaro, è che gli apparati dirigenti sono coinvolti hanno accettato le regole della trattativa, gli interlocutori, le richieste; e questo mi fa prevedere che faranno di tutto per non far proseguire questo processo. Anche tra i miei colleghi e i miei superiori c'è questa consapevolezza. Non credo che sia mai accaduto che un magistrato sia stato costretto a lavorare da solo a un processo così pieno di insidie e rischi come quello di cui mi sto occupando, soprattutto dopo che due magistrati sono già stati uccisi in due attentati, un anno fa.Un magistrato solo è più facile da ammazzare. Due eventualità non propriamente gratificanti.- Quindi lei, che rappresenta la giustizia, è l'unico che, al momento, si trova a dover combattere questa battaglia, per una verità che lo stesso Stato non vuole che emerga.- La collaborazione che mi doveva essere assicurata dagli altri magistrati assegnatari di questo processo si è manifestata saltuariamente; non sono stati in grado di affrontare i vari passaggi dell'indagine e tanto meno di conoscerne gli atti. Però hanno trovato il tempo per partecipare a dibattiti pubblici in televisione, nei quali hanno profuso a grandi dosi di approssimazione, superficialità e un enorme scetticismo nei confronti di questo processo; una vicenda giudiziaria che si occupa di sette attentati, come ha ricordato lei, che periodicamente sono alla ribalta dei mezzi dell'informazione.Come se non bastasse, mi hanno accusato di coltivare un accanimento capriccioso «per conto terzi». Questa accusa la trovo doppiamente disgustosa, sia perché non è mio costume essere mandatorio di alcuno, sia perché offende l'equilibrio e l senso della misura con il quale ho fatto il mio lavoro fino ai miei attuali cinquantanove anni. Mi viene addirittura il sospetto che questa assegnazione del procedimento a più persone sia stata solo un espediente per sbirciare negli atti.
Arianna, nonostante il suo mestiere le sue frequentazioni l'abbiano portata in pochi anni a immergersi fino al collo in queste torbide dinamiche, non riesce a reprimere quel moto di indignazione disgusto che, inevitabilmente, le si dipinge in volto.
Il suo interlocutore lo nota, ed è come se ne trasse energia e coraggio, tanto che incalza:
- E ora la situazione si è ulteriormente complicata.
Arianna, nonostante il suo mestiere le sue frequentazioni l'abbiano portata in pochi anni a immergersi fino al collo in queste torbide dinamiche, non riesce a reprimere quel moto di indignazione disgusto che, inevitabilmente, le si dipinge in volto.
Il suo interlocutore lo nota, ed è come se ne trasse energia e coraggio, tanto che incalza:- E ora la situazione si è ulteriormente complicata.Domani dovrò interrogare uno dei vertici dello Stato italiano, un potente alto generale, oggi a capo di uno dei servizi di sicurezza del nostro Paese. Lo dovrò interrogare alla presenza del suo avvocato e lei, che si occupa di cronaca giudiziaria, sa cosa vuol dire: significa che lo dovrò convocare non come persona informata sui fatti, ma come indagato.E questo mi metterà realmente a rischio .. Perso che lei capisca la situazione in cui mi trovo. Questo mio sfogo non dovrà mai apparire su alcun articolo, lo tenga presente quando dovrà scrivere su questo argomento. Voglio che lei mi prometta formalmente che non pubblicherà mai, dico mai, le cose che le ho raccontato. In nessun caso, nemmeno nell'eventualità che mi dovesse succedere qualche cosa di spiacevole.- Glielo prometto, dottor Gabrieli.- Mi perdoni lo sfogo. Avrei voluto parlare con lei di molte altre ose, ma ora devo proprio interrompere la nostra conversazione, o meglio, il mio monologo. Ho ancora molto lavoro da concludere ..[..]Quando, la mattina seguente, Arianna apprende da un collega della morte del dottor Gabrieli, la sua mente va in blackout.Il filo dei giorni, 1991-1995: la resa dei conti di Maurizio Torrealta

Ricorda molto da vicino un altro magistrato, un altro eroe, questo Gabrieli: ricorda il pm fiorentino Gabriele Chelazzi, morto anche lui per infarto, nel 2003.

28 febbraio 2017

Il filo dei giorni: 1991-1995 la resa dei conti – di Maurizio Torrealta

"Il mio governo fu contrassegnato dalle bombe. Ricordo come fosse adesso quel 27 luglio, avevo appena terminato una giornata durissima che si era conclusa positivamente con lo sblocco della vertenza degli autotrasportatori. Ero tutto contento, e me ne andavo a Santa Severa per qualche ora di riposo. Arrivai a tarda sera, e a mezzanotte mi informarono della bomba a Milano. Chiamai subito Palazzo Chigi, per parlare con Andrea Manzella che era il mio segretario generale. Mentre parlavamo al telefono, udimmo un boato fortissimo, in diretta: era l'esplosione della bomba di San Giorgio al Velabro. Andrea mi disse "Carlo, non capisco cosa sta succedendo...", ma non fece in tempo a finire, perché cadde la linea. Io richiamai subito, ma non ci fu verso: le comunicazioni erano misteriosamente interrotte. Non esito a dirlo, oggi: ebbi paura che fossimo a un passo da un colpo di Stato. Lo pensai allora, e mi creda, lo penso ancora oggi... ".

Carlo Azeglio Ciampi, ex presidente del Consiglio tra il 1992 e il 1993, commentando la “notte delle bombe del 27 luglio 1993”

Cosa è successo veramente in Italia tra la fine del 1990 e il 1995?
Sono gli anni del passaggio tra prima e seconda repubblica; gli anni di Mani pulite e del crollo dei partiti storici.
Gli anni in cui, finalmente, una sentenza di condanna per i boss mafiosi passava in giudicata con “fine pena mai”, la sentenza del Maxi processo del pool antimafia, che metteva nero su bianco che la mafia era una struttura criminale verticistica ed unitaria.
Sono gli anni delle bombe contro i due magistrati simbolo della lotta alla mafia, Falcone e Borsellino, tanto odiati e vituperati da vivi, quanto celebrati (con molta retorica) da morti.
Ma sono anche gli anni in cui altre bombe esplodono, questa volta fuori dalla Sicilia, per colpire luoghi d'arte e luoghi con altri valori simbolici. Firenze, Milano, Roma.
Omicidi, bombe e stragi a cui spesso seguiva la rivendicazione di questa sigla strana, mai apparsa prima, la Falange Armata.
Omicidi, bombe e stragi usate per mandare messaggi tra due eserciti, in una guerra combattuta tra stato e anti stato, ma su due livelli. Quello ufficiale di lotta alla criminalità organizzata e quello sotterraneo, per la ricerca di nuovi equilibri tra apparati, quello mafioso e quello che da sempre controlla il cuore occulto del potere in Italia.
Gli apparati di Stato che, negli anni della guerra fredda sono stati usati come strumento di contrasto all'ascesa delle sinistre, per la conservazione perenne del potere da parte dei partiti di centro.
La mafia al sud, usata come braccio armato contro sindacalisti e comunisti, in cambio del controllo del territorio e della mano libera per i suoi traffici di droga.
Sono gli anni della trattativa stato mafia, non presunta perché ormai sancita dalla sentenza di condanna del boss Tagliavia.
Sono gli anni della rivelazione di Gladio, la cellula italiana della rete atlantica Stay Behind, da parte del sette volte presidente del Consiglio Giulio Andreotti.
Ma sono anche gli anni dei delitti della Uno Bianca.
Di altri misteriosi suicidi di uomini dello Stato e di detenuti nelle carceri.
Sono gli anni della stragi di Capaci e di via D'Amelio.

Stragi, delitti, bombe per cui esistono delle verità parziali, molte verità di comodo. Troppi depistaggi, troppi testimoni di quegli anni con la memoria corta o a scoppio ritardato. Nessuna sentenza che faccia luce su tutti questi misteri. Che dia giustizia per le vittime, per gli eroi consapevoli (come Falcone e Borsellino) o inconsapevoli (le famiglie distrutte per le bombe di Milano e Firenze).

Scrive il giornalista Maurizio Torrealta, a proposito di queste stragi:
sono arrivato alla conclusione che non è dalle aule dei tribunali che possiamo aspettarci questo tipo di narrazione”.
Possiamo veramente aspettarci molto poco dalla giustizia oggi e dai (pochi) processi ancora aperti su questi fatti: troppi anni sono passati e troppi non ricordo. Troppi depistaggi (uno tra tutti, la falsa pista Scarantino per la strage di via D'Amelio, pista imbastita da organi investigativi dello Stato come Arnaldo La Barbera). Abbiamo visto quanto lo stesso Stato si sia dimostrato ritroso, se non reticente, nel volersi sedere al banco degli imputati e rispondere alle domande dei giudici.
Forse non possiamo sperare nella giustizia ma nemmeno possiamo sperare che sia la politica stessa a voler far luce su quegli anni che ancora gettano ombre inquietanti sul presente: non lo farà il centro destra con Forza Italia, per tutti i dubbi sulla sua genesi, per la sentenza di condanna di Dell'Utri.
E nemmeno dai partiti del centro sinistra, eredi della sinistra DC, anche loro coinvolti in quelle vicende.

Abbiamo visto quale è stata la loro reazione di questi partiti ai magistrati di Palermo, nei mesi in cui si chiedeva conto a Napolitano, a Mancino, del significato delle intercettazioni in cui l'allora collaboratore Loris D'Ambrosio esprimeva i suoi dubbi, su quei mesi, tra il 1992 e il 1993, quando scriveva all'ex presidente della Repubblica:
“lei sa ciò che ho scritto … episodi che mi preoccupano .. considerato di essere scriba per indicibili accordi”.

Tolte queste due possibilità, la magistratura ordinaria e i partiti, allora diventa compito dei giornalisti cercare di fare luce nel buio delle stragi, dei delitti e delle bombe. Far luce su quel dialogo tra forze eversive e uomini dello Stato in grado di capire quei segnali, quei delitti assurdi, quelle minacce, quelle rivendicazioni della Falange Armata. La strana sigla che ha rivendicato parte di quegli episodi delittuosi, compresi quelli della Uno Bianca.

Già, la Uno Bianca.
Cosa c'entra la Uno Bianca e quella strana banda di poliziotti con la mafia, la trattativa e Falcone e Borsellino?
Cosa lega tra loro Falange Armata con Gladio, la struttura segreta all'interno della settima divisione del Sismi, che ufficialmente aveva l'incarico di creare dei nuclei di resistenza armata in caso di invasione delle truppe del patto di Varsavia?
Due più due fa quattro: hanno sciolto Gladio ed è comparsa la Falange Armata. Quando c’era il primo, non c’era la seconda e viceversa. Ora hanno chiuso il primo ed è apparsa la seconda. La soluzione è semplice: sono sempre loro, però, questa volta, molto incazzati”.

Che filo lega assieme la morte di Ilaria Alpi e i traffici di rifiuti tossici dall'Italia verso i paesi africani, mascherati da aiuti per lo sviluppo. Traffici benedetti dalla politica italiana (il PSI di Craxi in primo luogo) e protetti da esponenti dei servizi?
Uomini dei servizi come il maresciallo Li Causi, del centro Gladio Scorpione, in Sicilia. Quello su cui il giornalista Mauro Rostagno (sospettando un traffico d'armi).
Anche lui, come Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, ucciso in Somalia, nel 1993, durante la missione militare, in uno strano incidente.
Succede proprio in quel 1994, l'anno che ha cambiato l'Italia.
L'anno del passaggio tra prima e seconda repubblica, l'anno in cui arriva l'uomo nuovo nella politica italiana, col suo partito azienda che sconfigge i comunisti che, dopo il crollo del muro del 1989, avevano cambiato nome. Ma che forse facevano paura lo stesso a qualcuno.
.. il Partito comunista non ha perso un minuto a cambiare nome. Quello che serve a noi è un terrorismo a bassa intensità, un terrorismo diffuso, geograficamente collocabile nelle zone ad alto inquinamento comunista.”

Gli anni successivi, sono stati anni di rimozioni, di depistaggi, di finto cambiamento, di cancellazione del passato.
L'arresto di Riina, aiutato dall'ex compare Provenzano, la cui latitanza è stata protetta per anni anche da persone dello Stato (e dall'imperizia degli investigatori che dovevano catturarlo, come dicono le sentenze di assoluzione del generale Mori).
Sono gli anni in cui le bombe smettono di scoppiare, come se quella guerra sotterranea, tra forze eversive e poteri dello stato fosse giunta ad un accordo. Ad una liquidazione di questo esercito mandato frettolosamente in pensione.

Ma qual è stata la miccia, alla fine del 1990, che ha fatto partire questo incendio della Repubblica?
Il 24 ottobre 1990 Giulio Andreotti, presidente del Consiglio, rivela l'esistenza di Gladio.
Gladio viene sciolta il novembre successivo e a dicembre la procura di Roma mette sotto indagine la settima divisione del Sismi.
Andreotti pensava, con la sua mossa, di prendere in contro piede quei poteri, dentro lo stato ma usati al di fuori delle leggi dello stato (per il loro ruolo nelle stragi degli anni di piombo, durante la strategia della tensione) e rifarsi una sua verginità.
Da qui parte tutto: la fine di un esercito che decide di far pagare la sua liquidazione, dopo anni di servizio, allo stesso stato che ha servito.
Di tanto in tanto occorre rinfrescare la memoria a chi finge d’averla persa, per ricordare a chi ha usufruito dei nostri servigi,..”

Sono militari professionisti, con un passato nei corpi speciali come il Col Moschin o gli istruttori operativi del Comsubin.
Finisce Gladio e inizia Falange Armata e il suo primo compito e riscrivere la storia a cominciare dalla carceri.
Potrà succedere di tutto. Fai arrivare ai tuoi colleghi dell’ufficio politico questo messaggio: da questa stagione non si uscirà con i comunisti al governo, solo perché hanno cambiato nome. Chi di dovere se lo dovrà mettere bene in testa, o lo faremo noi con la terapia del terrore, che è l’unica che funziona sempre. Anche se chi dava gli ordini non c’è più, rimaniamo un esercito armato e invisibile”.
Bruno, un esercito senza paga non va molto lontano”. “Fallo sapere ai tuoi capi. Sappiamo rispondere colpo su colpo. Non gli conviene intralciarci. Chi cercherà di mettersi contro, chi si lascerà sfuggire dei nomi, ti assicuro che non passerà dei bei momenti. Camerati o non camerati”.
Guido coglie la minaccia, neanche troppo velata, che gli viene indirizzata per bocca del parà. Gli si chiede reticenza, che vuol dire complicità. La conversazione sta prendendo una brutta piega, e Guido cerca di mitigare i toni.
“Ma a voi non vi toccheranno, quelli che avevano delle responsabilità sono stati coperti di denaro e gli altri hanno fatto soldi con ogni genere di traffici, dalla coca alle armi. Quelli che staranno male, ma male veramente, saranno i detenuti, soprattutto quelli delle organizzazioni criminali e mafiose. Saranno loro le vittime sacrificali.
Vedi, sono stati tutti arruolati dentro quella che doveva essere una crociata; in prima linea contro un nemico considerato assoluto; poi, di colpo, licenziati, perché non servivano più. Il loro discorso è semplice: vogliono soldi per il servizio assolto, e libertà di movimento nelle carceri. Per il resto sono nella nostra stessa situazione: hanno lavorato con noi e non vogliono essere condannati. Se parlano loro, c’è il rischio che cada non solo il governo, ma qualche pezzo dell’Alleanza atlantica. Per questo, per evitare che certe notizie trapelino, un segnale deve essere dato”.
Guido coglie la minaccia, neanche troppo velata, che gli viene indirizzata per bocca del parà. Gli si chiede reticenza, che vuol dire complicità. La conversazione sta prendendo una brutta piega, e Guido cerca di mitigare i toni.
“Ma a voi non vi toccheranno, quelli che avevano delle responsabilità sono stati coperti di denaro e gli altri hanno fatto soldi con ogni genere di traffici, dalla coca alle armi. Quelli che staranno male, ma male veramente, saranno i detenuti, soprattutto quelli delle organizzazioni criminali e mafiose. Saranno loro le vittime sacrificali.Vedi, sono stati tutti arruolati dentro quella che doveva essere una crociata; in prima linea contro un nemico considerato assoluto; poi, di colpo, licenziati, perché non servivano più. Il loro discorso è semplice: vogliono soldi per il servizio assolto, e libertà di movimento nelle carceri. Per il resto sono nella nostra stessa situazione: hanno lavorato con noi e non vogliono essere condannati. Se parlano loro, c’è il rischio che cada non solo il governo, ma qualche pezzo dell’Alleanza atlantica. Per questo, per evitare che certe notizie trapelino, un segnale deve essere dato”.

Il primo morto, e la prima rivendicazione di Falange Armata è Umberto Mormile, educatore carcerario (Opera), ucciso in un agguato nel 1990 a Milano.
Era il compagno di Armida Miserere, direttrice del carcere di Opera in quegli anni (e di altre strutture detentive).
Nel libro vengono usati nomi di comodo per coprire questi due nomi, ma la sostanza non cambia: nelle carceri gli uomini dei servizi si muovevano liberamente per contattare i boss, per creare finti pentiti e per riscrivere la storia. Per preparare l'attentatuni a Capaci (come ha raccontato Frank Di Carlo, riferendo dei contatti dei servizi a suo cugino Nino Gioè, altro strano suicidio).
Ora lo Stato, che ha patteggiato con i mafiosi e con i suoi combattenti clandestini, la sua anima nera che ha operato a suon di stragi e omicidi mirati, deve scrivere la Storia ufficiale.”

La storia della mafia e la storia di questo paese che non doveva subire altri scossoni, dopo il crollo del muro e la fine dei partiti della prima repubblica.

Riannodare il filo dei giorni.
Io ho solo cercato di riannodare il filo dei giorni, il filo di quella collana che ha visto rotolare via le sue perle più preziose: i sogni e le speranze di una democrazia vera”.

Maurizio Torrealta, usando la forma del romanzo, ha cercato di mettere assieme tutti questi fatti, prendendoli e mettendoli in fila, cercando di mostrarne il filo logico.
Un filo che, come già detto, parte dallo scioglimento di Gladio, la cellula italiana della rete Stay Behind, da parte del governo Andreotti, cellula poi finita sotto indagine della magistratura.
Che lega questa strategia di tensione diffusa per ricattare lo stato e allo stesso tempo indebolire il il PCI-PDS, prima che potesse arrivare al governo.
La strage al Pilastro si spiegherebbe così come un messaggio alla struttura dello Stato più forte in Italia, ovvero l’Arma dei carabinieri, nei mesi in cui a Roma si apriva un'indagine sulla procura di Roma sulla settima divisione del Sismi.
In tutto questo, Bruno, c’è qualcosa che ancora non mi torna. Falange Armata. Una sigla nuova, mai comparsa prima, ma molto ambigua: sembra voler indicare la luna, ma non si vede neanche il dito. Che ruolo ha in questa storia?”.
Falange Armata è il nome di comodo di chi si occuperà di rivendicare le azioni, tutte, quelle vere e quelle presunte, quelle compiute e quelle no. Non ci dovrà essere più alcuna certezza, il Paese dovrà assaggiare il sapore del terrore e della vera instabilità. Troppo a lungo ha goduto di una democrazia costruita sulle nostre operazioni sporche, di guerra psicologica, e dai nostri interventi silenziosi. I tempi sono cambiati”.

La nascita delle leghe meridionali (sull'onda della Lega Nord di Bossi e Miglio, l'ideologo che pensava ad un paese federato, con la mafia al sud) e le strane alleanze tra massoneria e gruppi di estrema destra, come ha raccontato l'inchiesta Sistemi criminali.

I protagonisti di questo romanzo sono tutti inventati, ma sicuramente costruiti a partire da persone reali che l'autore ha conosciuto nel corso della sua esperienza. Come reale è il contesto in cui si muovono.
Sono la giornalista dell'AGI Arianna che vede muoversi la Falange e inizia a seguire i primi casi della Uno Bianca. E che impara fin da subito che non sempre si può scrivere tutto quello che si apprende.
Arianna pensa quanto sia ricorrente quella frase: non scrivere nulla di quello che ti ho detto.”

Il poliziotto della Digos Guido, che muove le sue fonti nell'estrema destra per cercare di capire chi sta dietro la Falange.
Leggono i giornali che un giorno strillano “Allarme golpe” e poi quello dopo “La bufala del golpe”, e pensano: “Due più due fa quattro: hanno sciolto Gladio ed è comparsa la Falange Armata. Quando c’era il primo, non c’era la seconda e viceversa. Ora hanno chiuso il primo ed è apparsa la seconda. La soluzione è semplice: sono sempre loro, però, questa volta, molto incazzati”.

Altri personaggi, pur avendo un nome inventato, sono facilmente riconoscibili, come l'ex ambasciatore Francesco Maria Dell’Arti (dietro cui si intuisce l'ex direttore del Cesis Francesco Fulci) chiamato dal presidente del Consiglio (Andreotti) a presiedere l'organo di controllo dei servizi, il Cesis, in quei mesi in qui un suo organo occulto veniva messo in liquidazione: consegna al capo della polizia e al comandante dei carabinieri una lista di 16 agenti del Sismi, per “meri fini di riscontro” in merito agli attentati.
Aveva scoperto che le telefonate di rivendicazione della Falange arrivavano da posti dove era presente una sede del Sismi...

Dunque, ambasciatore, lei prevede un ritorno all’uso terroristico delle stragi?”.
A porre il quesito è il suo braccio destro, un giovane dall’aria severa. “La cosiddetta Falange Armata le sta annunciando da tempo. Ho incaricato una persona di mia fiducia di analizzare da dove partono le telefonate di minaccia e in quali orari. E ho scoperto che vengono effettuate sempre in orario d’ufficio, da città dove è presente una sede del Sismi, e da carceri all’interno delle quali è presente qualche suo funzionario.
Da questo deduco che potrebbe trattarsi di qualche personaggio legato proprio a quella struttura. E purtroppo non credo che in questa situazione, anche se esistono forme di terrorismo più diluito e periferico, quei signori rinunceranno a usare l’esplosivo. Ma non si tratterà di qualche spettacolo pirotecnico simbolico, bensì del gran finale dei fuochi d’artificio dell’‘esercito segreto’ della prima Repubblica”.

Il magistrato Gabrieli (che ricorda molto da vicino Gabriele Chelazzi), che deve indagare su queste stragi e che verrà lasciato solo dalla magistratura: alla fine della storia, confesserà alla giornalista tutto il suo sconforto:
..ho buoni motivi per temere che questo processo, al quale sto lavorando da anni, non verrà mai fatto; non perché non ci siano evidenze, ce ne sono fin troppe, ma perché chiama in causa i livelli più alti delle nostre istituzioni”.

Il magistrato è uno dei pochi a comprendere che queste bombe, della stagione 1992-93, diversamente da quelle degli anni '70 (che servivano per spaventare) “fanno parte di una trattativa a suon di bombe tra diverse parti dello Stato”.

Lo stato parallelo, il doppio stato, la democrazia a sovranità limitata. L'influenza di quell'alleato che ha condizionato la nostra politica fin dai tempi di Portella della Ginestra e del secessionismi siciliano.
Poteri occulti dentro le istituzioni, al di fuori delle leggi e capaci di ricattarle.
A suon di ricatti e di bombe.

Fa paura lo scenario che viene fuori da questo romanzo. Perché quei nodi, quella trama, portano a mettere in luce il lato oscuro della nostra democrazia, incompiuta e con le mani sporche.
Dovremo fare i conti con questo nostro passato, se vogliamo sperare di vivere in un paese migliore, con una classe dirigente libera da ricatti, dove si riesce a respirare il “fresco profumo della libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale, dell'indifferenza, della contiguità e quindi della complicità” [Paolo Borsellino in un discorso ai cittadini siciliani].
Nell'attesa di quel momento, almeno sappiamo che in quegli anni di guerra sotterranea chi è stato al comando, quali sono state le gerarchie ufficiali e quali quelle occulte. E che ci sono stati anche degli eroi che hanno lottato per la nostra libertà “che hanno cercato di contrastare queste politiche antidemocratiche”.


Altri spunti per la lettura
- L'ambasciatore, i Servizi e il mistero Falange armata - da Il filo dei giorni (Torrealta)
- Stragi Rita di Giovacchino
- Doppio livello di Stefania Limiti
- L'Italia della Uno Bianca Giovanni Spinosa
- Quarto livello Maurizio Torrealta
- Protocollo Fantasma di Walter Molino


La scheda del libro sul sito di Imprimatur editore

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

26 febbraio 2017

La disgregazione dell'esercito nascosto e l'uomo nuovo


Il crollo del Muro di Berlino nel novembre 1989.
La rivelazione dell'esistenza di Gladio, la cellula italiana della rete Stay behind, da parte del presidente del Consiglio Andreotti nel novembre 1990.
L'inchiesta aperta a Roma da parte della magistratura romana sulla Settima divisione del Sismi. Quella di Gladio e quella della struttura chiamata OSSI, gli agenti esperti in esplosivi, con licenza di uccidere.
I delitti della Uno Bianca, contro i supermercati (una strategia della tensione diffusa, come i colpi della banda del Brabante Vallone in Belgio) ma anche contro i campi Rom a Bologna. E contro i carabinierial Pilastro. Che forse avevano visto qualcosa che non dovevano vedere o forse era un segnale ai carabinieri.
Delitti rivendicati, come altri in seguito, dalla Falange Armata.
Cosa lega assieme questi episodi della nostra storia nera?
Nel romanzo “Il filo dei giorni” (Imprimatur edizioni) il giornalista Maurizio Torrealta prova ad individuare questo filo, partendo proprio da Gladio.
Da una giornalista che inizia a muovere i suoi primi passi seguendo i delitti della Uno Bianca.
Da un agente della Digos che si chiede chi si muova dietro la Falange Armata.
E dall'ambasciatore Dell’Arti (dietro cui si intravede l'ex capo del Cesis Francesco Paolo Fulci) incaricato dal presidente del Consiglio (che si intuisce essere Andreotti) di mettere ordine nel mondo dei servizi.
Controllarli in un momento così delicato, per la politica e per il paese.
Il Re aveva già previsto che a Roma si sarebbe scatenata contro lui una guerra senza quartiere. Per questo vuole essere il primo a rivelare l’esistenza dell’esercito segreto, prima che qualcuno lo accusi di averlo tenuto nascosto, ma sa anche che questo non basterà. Scoppierà un conflitto senza regole di tutti contro tutti ed è per questo che ha deciso di chiamare Francesco Maria Dell’Arti, ambasciatore italiano alla Nato, a occuparsi della difficile gestione di una milizia armata occulta in liquidazione.- Mi farebbe molto piacere averti a Roma come supervisore dei servizi di Intelligence, tu saresti in grado di farlo funzionare.[..]L'ambasciatore alla Nato non è certo un ingenuo, avvezzo com'è alle dinamiche sotterranee che coinvolgono da sempre la politica nazionale e il Patto Atlantico.Questa storia della Falange Armata gli ricorda molto da vicino le operazioni di guerra psicologica stay behind: inquinamento dell’informazione, incremento del panico con intorbidimento delle notizie vere e diffusione di quelle false, minacce a persone importanti e autorità pubbliche, uccisioni deliberate e senza motivo di persone comuni, annunci di attentati tra la folla, palesarsi artificioso di una catastrofe incombente; insomma, destabilizzazione del clima sociale e politico del paese.Immagina fin da subito il finale di partita: troveranno un amico degli amici da presentare come “l’uomo nuovo”, il salvatore della patria. La sceneggiatura è già scritta, ma è banalmente piatta, e Francesco Dell'Arti pensa che l'operazione di Luigi Bianchi di anticipare tutti raccontando per primo la verità, almeno quella parte che si può concedere all'opinione pubblica, sia stata una mossa da grande stratega. Sarebbe interessante muoversi lungo quella direzione. 
Il filo dei giorni, 1991-1995, la resa dei conti di Maurizio Torrealta Imprimatu Editore



Chiudete ora il filo degli eventi con cui siamo partiti.
La resa dei conti tra gli apparati della guerra sporca degli anni 60-70 per destabilizzare il paese e stabilizzare il potere dei partiti di centro, ostacolare la crescita della sinistra.

Le stragi della mafia della stagione 1992-1993, la trattativa stato mafia e poi ... l'uomo nuovo e il partito nuovo. 

06 febbraio 2017

L'ambasciatore, i Servizi e il mistero Falange armata - da Il filo dei giorni (Torrealta)

Si intitola "Il filo dei giorni", il saggio scritto da Maurizio Torrealta per Imprimatur: si occupa del biennio 1992-1993 (tra prima e seconda repubblica), i mesi delle bombe per gli attentati rivendicati dall'organizzazione Falange Armata.



Il Fatto Quotidiano del 5 febbraio ne ha pubblicato uno stralcio (preso dal sito Antimafiaduemila):
Maurizio Torrealta - Un romanzo sulla sigla che rivendicò una decina di attentati nei primi anni 90, tra mafia e 007 “deviati” di Gianni Barbacetto 
Nel biennio 1992-93, sul crinale tra “prima” e “seconda” Repubblica, compare in Italia una nuova sigla, Falange Armata, che rivendica una decina di attentati terroristici. Le indagini giudiziarie che tentano di capire chi si muova dietro quella sigla non giungeranno ad alcun risultato certo. Ecco allora che un giornalista d’inchiesta come Maurizio Torrealta, grande conoscitore dell’eversione nera e degli apparati di Stato, sceglie la strada del romanzo per raccontare una storia vera e drammatica, che lambisce pezzi di servizi segreti (la Settima divisione Ossi del Sismi) e di apparati militari (gli incursori di Marina del Comsubin e i parà del Col Moschin). Tra i personaggi del racconto, non è difficile intravedere l’ambasciatore Francesco Paolo Fulci, ex dirigente dei servizi, che nel 1993 consegna al capo della polizia e al comandante dei carabinieri una lista di 16 agenti del Sismi, per “meri fini di riscontro” in merito agli attentati. Il risultato è Il filo dei giorni, edizioni Imprimatur, che arriva in questi giorni in libreria. Eccone alcuni brani. 
“In tutto questo, Bruno, c’è qualcosa che ancora non mi torna. Falange Armata. Una sigla nuova, mai comparsa prima, ma molto ambigua: sembra voler indicare la luna, ma non si vede neanche il dito. Che ruolo ha in questa storia?”. “Falange Armata è il nome di comodo di chi si occuperà di rivendicare le azioni, tutte, quelle vere e quelle presunte, quelle compiute e quelle no. Non ci dovrà essere più alcuna certezza, il Paese dovrà assaggiare il sapore del terrore e della vera instabilità. Troppo a lungo ha goduto di una democrazia costruita sulle nostre operazioni sporche, di guerra psicologica, e dai nostri interventi silenziosi. I tempi sono cambiati”.
Guido, mentre annuisce in silenzio, appunta mentalmente le informazioni confidenziali che il suo vecchio commilitone gli sta fornendo, forse in onore di quel cameratismo a cui sembra ancora credere. “Potrà succedere di tutto. Fai arrivare ai tuoi colleghi dell’ufficio politico questo messaggio: da questa stagione non si uscirà con i comunisti al governo, solo perché hanno cambiato nome. Chi di dovere se lo dovrà mettere bene in testa, o lo faremo noi con la terapia del terrore, che è l’unica che funziona sempre. Anche se chi dava gli ordini non c’è più, rimaniamo un esercito armato e invisibile”. “Bruno, un esercito senza paga non va molto lontano”. “Fallo sapere ai tuoi capi. Sappiamo rispondere colpo su colpo. Non gli conviene intralciarci. Chi cercherà di mettersi contro, chi si lascerà sfuggire dei nomi, ti assicuro che non passerà dei bei momenti. Camerati o non camerati”.
Guido coglie la minaccia, neanche troppo velata, che gli viene indirizzata per bocca del parà. Gli si chiede reticenza, che vuol dire complicità. La conversazione sta prendendo una brutta piega, e Guido cerca di mitigare i toni. “Ma a voi non vi toccheranno, quelli che avevano delle responsabilità sono stati coperti di denaro e gli altri hanno fatto soldi con ogni genere di traffici, dalla coca alle armi. Quelli che staranno male, ma male veramente, saranno i detenuti, soprattutto quelli delle organizzazioni criminali e mafiose. Saranno loro le vittime sacrificali.
Vedi, sono stati tutti arruolati dentro quella che doveva essere una crociata; in prima linea contro un nemico considerato assoluto; poi, di colpo, licenziati, perché non servivano più. Il loro discorso è semplice: vogliono soldi per il servizio assolto, e libertà di movimento nelle carceri. Per il resto sono nella nostra stessa situazione: hanno lavorato con noi e non vogliono essere condannati. Se parlano loro, c’è il rischio che cada non solo il governo, ma qualche pezzo dell’Alleanza atlantica. Per questo, per evitare che certe notizie trapelino, un segnale deve essere dato”.
“Che segnale?”. “I primi a cui verrà cucita la bocca saranno quei civili che hanno frequentato troppo le carceri per non avere orecchiato qualche frammento di cosa stava avvenendo là dentro: tipo gli educatori, i teatranti e rompicoglioni vari; poi i pentiti, quelli veri. Gli altri, quelli finti, sono tutti gestiti dall’organizzazione. E quelli che non saranno fatti fuori, verranno arruolati con uno stipendio anche dentro le carceri. Così saremo sicuri che staranno zitti”. (…)
In questa storia ci sono due persone che non si conoscono, né mai si conosceranno, e che non hanno niente in comune l’una con l’altra: una sta ai “piani alti” e l’altra batte le strade. Partono da idee politiche diverse ma il filo dei propri ragionamenti sembra giungere allo stesso punto: una è l’ambasciatore Francesco Maria Dell’Arti, da poco nominato capo di una struttura dell’intelligence, l’altra è il solitario e scontroso poliziotto della Digos di Firenze, Guido. Però qualcosa in comune, che li contraddistingue, ce l’hanno: la capacità di leggere dietro le apparenze e, in una certa misura, di sapere anticipare il corso che gli eventi prenderanno. Leggono i giornali che un giorno strillano “Allarme golpe” e poi quello dopo “La bufala del golpe”, e pensano: “Due più due fa quattro: hanno sciolto Gladio ed è comparsa la Falange Armata. Quando c’era il primo, non c’era la seconda e viceversa. Ora hanno chiuso il primo ed è apparsa la seconda. La soluzione è semplice: sono sempre loro, però, questa volta, molto incazzati”.
 
In questa primavera romana l’aria è già tiepida, e per scaldare la temperatura del disordine si stanno preparando operazioni molto strane. Dell’Arti, che ha indetto una riunione in ufficio, sta leggendo ai suoi collaboratori l’informativa che ha ricevuto dai funzionari della sua struttura: “Sono iniziati, con una frequenza mai vista, una serie di furti in abitazioni importanti: effrazioni in casa del ministro della Pubblica istruzione, in quella del ministro per il Mezzogiorno, a casa del capo della segreteria del ministro dell’Interno, in quella del ministro della Marina mercantile, per due volte nella casa del direttore della Rai, nella casa del ministro per le Aeree urbane, in quella del sottosegretario alla Difesa; intrusioni notturne anche nella sede del Partito liberale e dell’ex Partito comunista, furti a casa del comandante generale dell’Arma dei carabinieri e del ministro degli Esteri. Sono state perfino rubate delle armi nella macchina del capo della polizia. Vecchie conoscenze legate alle galassie della massoneria e del neofascismo hanno cominciato a fondare leghe del sud in ogni regione meridionale per dividere l’Italia in tre.
“Dunque, ambasciatore, lei prevede un ritorno all’uso terroristico delle stragi?”. A porre il quesito è il suo braccio destro, un giovane dall’aria severa. “La cosiddetta Falange Armata le sta annunciando da tempo. Ho incaricato una persona di mia fiducia di analizzare da dove partono le telefonate di minaccia e in quali orari. E ho scoperto che vengono effettuate sempre in orario d’ufficio, da città dove è presente una sede del Sismi, e da carceri all’interno delle quali è presente qualche suo funzionario.
Da questo deduco che potrebbe trattarsi di qualche personaggio legato proprio a quella struttura. E purtroppo non credo che in questa situazione, anche se esistono forme di terrorismo più diluito e periferico, quei signori rinunceranno a usare l’esplosivo. Ma non si tratterà di qualche spettacolo pirotecnico simbolico, bensì del gran finale dei fuochi d’artificio dell’‘esercito segreto’ della prima Repubblica”.(5 febbraio 2017)

Le stragi come strumento di dialogo tra poteri eversivi e non, destabilizzare per stabilizzare, servizi che vengono chiamati deviati ma che rispondono ad esponenti delle istituzioni.
La trattativa tra stato e mafia nel sottofondo, il nuovo patto tra i nuovi referenti di stato e antistato.

La scheda del libro sul sito di Imprimatur:
Dal maggio del 1992 alla fine del 1993 l’Italia è insanguinata da una decina di attentati firmati dal gruppo terroristico che si fa chiamare Falange Armata. Sono numerosi i morti che provocano in tutto il Paese. Un ispettore della Digos, che conosce bene gli ambienti dell’eversione neofascista, capisce in poco tempo cosa si muove dietro l’ambigua sigla che dice di aver scatenato l’ondata di bombe e terrore, ma non viene ascoltato. Un ambasciatore del nostro Paese consegna al capo dell’Arma dei carabinieri una lista di sedici persone che dovranno essere indagate nell’eventualità che venga ammazzato. Una giovane giornalista, grazie al suo intuito spregiudicato e alla sua ferrea logica, ricostruisce pezzo per pezzo quello che solo in apparenza è impossibile vedere.
La rivelazione di Gladio, gli omicidi della Uno Bianca, le bombe davanti alle chiese e ai musei; ma anche la trattativa con Cosa Nostra, i tentativi di golpe, i segreti di Stato. È una partita a scacchi, giocata senza esclusione di colpi, che finisce in stallo. I testimoni che raccontano la verità vengono fatti sparire, quelli che accettano di mentire vengono premiati. Tutto torna normale. Può nascere la Seconda Repubblica.
E i morti? Danni collaterali. È un romanzo, ovviamente…

Altri libri in tema
- Stragi di Rita di Giovacchino
- Protocollo fantasma di Walter Molino 
- Il quarto livello di Maurizio Torrealta

28 agosto 2011

Il quarto livello di Maurizio Torrealta

Nell'ottobre 1990 Vito Ciancimino si spedisce una cartolina con un elenco di nominativi (uno di questo scritto con altra calligrafia): sono alti esponenti dei servizi, ministri della repubblica, vertici della polizia, un generale dei carabinieri.

Avrebbero fatto parte di quel “Quarto livello”, ovvero quella struttura (all'interno dei servizi, nell'alto commissariato di lotta alla mafia, nella polizia) che negli anni ha mantenuto i rapporti di pacifica convivenza con Cosa Nostra, perchè questa garantiva, per questo gruppo ristretto di potere, il controllo del territorio.
Il tutto sarebbe nato, sempre secondo la testimonianza riportata dal figlio di don Vito, Massimo Ciancimino, nei primi anni 70, con la strage di viale Lazio da parte dei corleonesi di Totò Riina (quando iniziarono la loro discesa verso Palermo) e col Golpe Borghese del dicembre 1970 (cui venne chiesto anche a Cosa Nostra di partecipare).

Qualcuno a Roma, chiese a Vito Ciancimino di fare da tramite tra questa struttura, il “Quarto livello”, e la mafia.

Prima di andare avanti, con i nomi di queste persone, è bene ricordare quanto dice il magistrato Antonio Ingroia nella prefazione: le sue perplessità (le stesse che aveva il giudice Falcone nei confronti del “terzo livello”) nei confronti di una subordinazione della cosiddetta mafia militare nei confronti della “borghesia mafiosa”, ovvero Riina e Provenzano non sarebbero mai stati braccio armato al servizio di altri poteri. La seconda perplessità riguarda il fatto che le indagini a riguardo di questa documentazione (la cartolina oggi in fotocopia, come anche il famoso “papello”) sono ancora in corso; le ricostruzione e le ipotesi su questa struttura poi derivano dalle rivelazioni di Massimo Ciancimino, e non c'è modo di sapere in che modo il padre fondasse queste sue convinzioni sulle persone nominate.

Chiarito questo, il lavoro di Torrealta è stato quello di prendere in considerazione la carriera, i processi, le indagini e le condanne delle persone citate nella cartolina, per gettare un po' di luce su quella zona grigia degli apparati dello stato, il cui operato dovrebbe essere di contrasto alla criminalità organizzata, ai nemici dello Stato e della democrazia.

E che invece, negli anni, è stato spesso caratterizzato da scandali, segreti di stato, omissis, se non addirittura da veri e propri atti contrari alla nostra Costituzione.
Una vera democrazia, conclude Ingroia, non può permettersi di distinguere un “ragione di stato” (che deriva dagli stati assolutistici) e una “ragione di giustizia” (che deriva dalle leggi che ci siamo dati).

Ed è stata proprio questa proliferazione di queste ragioni di stato, tirate fuori a copertura di episodi gravi nella nostra storia (la strage di Portella della Ginestra, la strage di Piazza Fontana e le altre degli anni di Piombo, il dossieraggio del Sifar, il rapimento di Aldo Moro), a far si che la nostra storia passata (che condiziona però il nostro presente) sia piena di “misteri”.
A far si che ogni tanto, dalle inchieste della magistratura (quando questa veniva lasciata lavorare, quando le inchieste non finivano insabbiate in qualche “porto delle nebbie”), emergesse qualche struttura apparentemente legata ai servizi, ma in qualche modo sovrapposta e con compiti poco chiari.
L'ufficio affari riservati del Viminale, Gladio (e tutto il mondo che questa struttura della Nato aveva dietro), l'Anello (di cui Stefania Limiti ha scritto un bel libro).

E infine i servizi veri e propri:
riformati e ristrutturati in Italia ogni volta che era scoppiato uno scandalo sui giornali. Il Sifar di de Lorenzo, il Sid di Vito Miceli, l'UAARR di Federico Umberto D'Amato. E poi l'alto commissariato per la lotta alla mafia (che Ciancimino chiamava invece commissariato per la pacifica convivenza), infine il Sismi di Santovito (e Pazienza, entrambi iscritti alla loggia P2) e il Sisde di Contrada e Narracci, passato alle cronache più per lo scandalo dei fondi neri, scoppiato alla fine della prima repubblica, che per le sue attività anticrimine.

Ecco allora che questo libro, nella sua carrellata di fatti e personaggi, serve a coprire questi buchi neri nella storia del nostro paese, raccontando non della mafia militare, ma della “convergenza” (come l'ha anche chiamata il professor Nando Dalla Chiesa nel suo libro) di interessi tra parte della politica, di persone inserite nelle istituzioni, col potere mafioso, con la borghesia mafiosa (uomini politici, imprenditori, funzionari statali).

Una convergenza cresciuta all'ombra dei depistaggi, delle intimidazioni e delle stragi, delle trattative tra stato e mafia (di cui è bene che si parli, che non resti un tabù da nascondere), inquinato prove, corrotto e ricattato pezzi dello stesso stato (“io non ci sto”, come disse l'ex presidente Scalfaro in quel discorso del 1993).

La lista:
Attilio Ruffini, ministro DC della difesa dal 1977 al 1978.
Franco Restivo, ministro DC degli interni dal 1968 al 1972, della difesa dal 1972 al 1976.
Giuseppe Santovito, capo del Sismi dal 1978 al 1981. Iscritto alla loggia P2, condannato per i depistaggi sulla strage alla stazione di Bologna.
Domenico Sica, pm presso la procura di Roma (“asso pigliatutto”), poi dal 1988 al 1991 a capo dell'alto commissariato per la lotta alla mafia (che è stata poi trasformata nella Dia).
Emanuele De Franesco, direttore del Sisde (dall'81 all'84) e in seguito a capo dell'alto commissariato per la lotta alla mafia (creato da Spadolini dopo l'omicidio Dalla Chiesa nel 1982). Sotto la sua direzione, fece carriera Bruno Contrada.
Riccardo Malpica: direttore del Sisde da 1987 al 1991. Coinvolto nello scandalo dei fondi neri del Sisde (il Sisdegate).
Lorenzo Narracci: al Sisde dal 1987 al 1991 per la ricerca dei latitanti, dal 1991, presso il centro di Palermo. In un pizzino trovato a Capaci compare il suo numero di cellulare (“guasto numero 2”).
Angelo Finocchiaro, dal 09/91 al 08/92 all'alto commissariato per la lotta alla mafia. Direttore del Sisde dal 1992 al 1993. Coinvolto anche lui nel Sisdegate.
Francesco Delfino: generale dei carabinieri, si dice anche agente della Cia. Seguì le prime indagini sulla strage di Piazza della Loggia e su altri casi degli anni di piombo. Nell'ultimo processo a Brescia per la strage, è stato assolto dalle responsabilità imputate.
Arnaldo La Barbera: nel 1993 fa parte del gruppo speciale per la cattura degli assassini di Falcone e Borsellino, arrivando alla falsa pista di Scarantino. Coinvolto nel 2001 nelle violenze della Diaz.
Michele Finocchi: capo di gabinetto di Malpica al Sisde nel 1987, che lascia nel 1991, coinvolto nel caso Sidegate.
Vincenzo Parisi: vicedir. Sisde dal 1980 al 1985, nel 1987 capo della Polizia; dopo l'arresto di Bruno Contrada, ne prese le difese.
Gross/De Gennaro: secondo Massimo Ciancimino, sarebbe l'ex capo della Polizia Gianni De Gennaro dietro la figura di Gross (Carlo o Franco), la persona che il padre incontrava, come tramite dello stato coi corleonesi.
Non solo è tutto da verificare quanto dice Massimo Ciancimino, ma se così fosse, non tornerebbero le date del suo racconto. Ho il timore che Gross potrebbe essere un po' come il “grande vecchio” degli anni di piombo.
Bruno Contrada, capo della Squadra Mobile di Palermo, poi alla criminalpol e infine al Sisde. Arrestato e condannato per concorso esterno in associazione mafiosa.

I capitoli trasversali.
Alcuni fatto attraversano trasversalmente i capitoli del libro. Le stragi degli anni di piombo, Gladio, i tentativi di Golpe.
E infine il Sisdegate: cosa è stato, lo racconta Torrealta nell'intervista sul sito di Grillo:

Nel libro prima segnalavo che emergevano in queste 12 persone delle cordate precise, una è quella dell’alto commissariato, del doppio ruolo che aveva l’alto commissariato, c’è una seconda cordata che emerge ed è quella del cosiddetto "SisdeGate". Il SisdeGate è uno strano caso scoppiato proprio nel 1993, l’anno peggiore, l’anno delle bombe, che oggi possiamo definire l’anno della trattativa, prima non eravamo a conoscenza della trattativa più dura tra Stato e Costa Nostra. In quell’anno vengono scoperti alcuni 007 del Sisde che avevano un ammontare piuttosto forte di capitali di dubbia provenienza, si trattava più o meno di 100 miliardi di lire di quei tempi e che in realtà non risultavano fossero parte dei cosiddetti fondi neri del Sisde. I fondi neri del Sisde sono dei fondi utilizzati senza rendicontazione per operazioni sporche di vario genere, all’inizio si chiamava lo scandalo dei fondi neri del Sisde perché hanno cercato di farli passare come fondi neri del Sisde, ma in realtà erano soldi che non avevano quella provenienza. È curioso che, in quel momento particolare i nostri servizi invece di essere impegnati nel rafforzamento dello Stato che era in grave difficoltà, fossero invece coinvolti in una lotta senza quartiere con altre correnti interne, tant’è che il famoso discorso del Presidente il Scalfaro: “Io non ci sto” fatto proprio il 4 novembre del 1993 era indirizzato a delle accuse che provenivano dagli 007 di allora, che lo accusavano di godere di fondi riservati ingiustificatamente.

Lo scandalo dei fondi neri del Sisde è un buco nero che nessuno vuole affrontare perché farebbe emergere delle complicità e delle finalità dei nostri servizi, indicibili. A cosa servivano quei 100 miliardi? Chi li avrebbe dovuti utilizzare? Per quali motivi? Da dove provenivano? Sono tutte domande che ancora non trovano risposta e credo che non sia un problema giudiziario perché i processi sui fondi neri ci sono stati, il problema è un problema politico e dovrebbe essere affrontato dall’unico organismo che può fare questo che è la Commissione parlamentare sulla mafia, sarebbe utile che si riscrivesse anche questa parte di storia del nostro paese che è ancora così misteriosa.

La lettura del libro fa sorgere molte domande: è esistita veramente un'entità superiore, dentro lo Stato, ma che rispondeva non alla “ragione della giustizia” ma a logiche di potere criminale che ha influenzato la politica italiana, magari rispondendo ad input oltreoceano (sia negli anni della cortina di ferro che dopo, nel passaggio prima a seconda repubblica)? Che ha usato la mafia come leva per la sua economia criminale al servizio di una strategia politica internazionale, per spostare soldi da investire in zone da destabilizzare o stabilizzare (Massimo Ciancimino si riferisce agli investimenti della Cia a Sharm El Sheik, in Egitto)? Parliamo dello Ior e del Vaticano, di Michele Sindona e Roberto Calvi.

E poi, che fine hanno fatto queste strutture nascoste nelle pieghe dello stato, UAARR, Gladio, Anello .. sono tutte state smantellate? O forse han solo cambiato nome, come sembrerebbe dai casi dei dossier di Pio Pompa nel sismi di Pollari?

Che succederà nell'Italia di oggi, con una classe politica alle prese con la crisi nazionale e internazionale, con scandali e inchieste, con storie di ricatti e corruzioni.
Siamo alle soglie di un nuovo cambio di gruppo di potere? Di una nuova Tangentopoli, di un nuovo 1992?

Per rispondere a queste domande, conviene leggersi “Il quarto livello”, per comprendere meglio il paese in cui viviamo oggi.

Il link per ordinare il libro.
La scheda sul sito di Bur RCS
Technorati: