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02 maggio 2024

Bye bye Benny – una storia di rap e libertà, di Francesco Filippi

 

Aveva perso anche l’ultimo bus a gasogeno. Era tardi, l’ora stabilita per il rientro stava per scadere e in più stava diventando buio. Prese il littorino e provò a chiamare casa, suo padre era molto rigido negli orari.
“Qui Italvoce. Salve, giovane camerata. Vi informiamo che il vostro credito residuo è pari a zero lire. Vi preghiamo di…”
Interruppe la chiamata trattenendo a stento un’imprecazione. Adesso era davvero nei guai. Si guardò attorno cercando una soluzione possibile. La scritta luminosa Quisibeve all’angolo ronzava a intermittenza e dal locale usciva la luce soffusa dell’enorme italvisione sintonizzato sul programma pre-serale.

Littorino, gasogeno, quisibeve, italvisione.. come sarebbe stata l’Italia di oggi se il fascismo non fosse stato sconfitto con la guerra di Liberazione culminata con l’insurrezione del 25 aprile a Milano e in tutte le città del nord?
Francesco Filippi, autore di diversi saggi sulla propaganda fascista, sul fascismo di ieri e di oggi, prova a raccontarcelo con questo romanzo distopico, come quelli di Orwell o Philip Dick, che è anche un romanzo di formazione.
Perché protagonisti della storia sono due ragazzi che frequentano un liceo artistico in una cittadina di provincia, Italo e Giacomo: nonostante il carattere diverso, impulsivo quello di Giacomo sempre pronto a sdrammatizzare con una battuta, più riflessivo quello di Italo, sono molto amici. Due adolescenti con i problemi comuni ai loro coetanei, ma con una differenza: vivono nell’Italia fascista, un mondo perfetto per qualcuno, niente scioperi, nessuna contestazione, un governo che legifera senza opposizioni che disturbano e che controlla che la vita delle persone scorra serena, perché dispone di orecchie lunghe che entrano nella vita delle persone, delle famiglie. Famiglie fascistissime, come quella di Italo, il cui padre è un funzionario del partito e la madre è la perfetta donna fascista. Madre, angelo del focolare, impegnata come volontaria col partito.

Proprio per proteggere la vita delle persone, nell’Italia perfetta del fascismo non è possibile accedere alle notizie dall’estero, le notizie dal paese arrivano dalle veline del governo (d’altronde cosa può succedere di brutto con un governo fascista che ha sconfitto la criminalità?) e la televisione è divisa su tre canali. Quello della propaganda che loda le meraviglie del paese, la rete coi programmi del partito e quello dello svago, con quiz del tipo “Allora ditemi, signora Giuliana, quale domanda scegliete? Storia italiana, trionfi del partito o pettegolezzi?”.

La scuola, chiaramente, è chiamata a formare i perfetti cittadini dell’Italia fascista: basta con gli inglesismi, nella scuola di deve insegnare l’orgoglio italico senza contaminazioni decadenti da fuori, il cellulare si chiama littorino, il social per comunicare è Cheaccade, il rock è la musica rocciosa. E il regime, le leggi fascistissime, la dittatura? Tutto è stravolto, nel racconto della storia, riscritti sui libri degli studenti: il fascismo, tramite il ducefondatore, ha salvato gli italiani dal comunismo, vero nemico della patria.

"Il 28 ottobre 1922 Benito Mussolini libera l'Italia dalla schiavitù liberale e fonda la via italiana alla libertà, il fascismo. Dopo aver tolto di mezzo le opposizioni, il ducefondatore costruisce il nuovo stato italiano attraverso le leggi fascistissime tanto amate dal popolo itaiano e ancora oggi alla base del nostro stato. Nel 1935 Mussolini regala l'impero agli italiani con la conquista dell'Etiopia. Nel 1938 il ducefondatore salva la pace mondiale convincendo Fermania a Gran Bretagna a venire ai patti.."

"Con gli accordi di..?"

"Monaco, gli accordi di Monaco.. Dicevo: il ducefondatore salva per la prima volta la pace in Europa. Un anno dopo, n1l 1939.."

"Sii più precisa."

"Il primo settembre del 1939 Adolf Hitler decide di liberare i tedeschi schiavi dei polacchi e dichiara guerra alla Polonia, ma il 13 novembre dello stesso anno un falegname comunista, George Elser, mette una bomba sotto il palco da cui dovrà parlare il Fuhrer e lo uccide. Germania e Polonia trovano un accordo con l'aiuto del ducefondatore, che salva la pace in Europa una seconda volta. Purtroppo, senza il Fuhrer, in Germania scoppia la democrazia e Benito Mussolini rimane, assieme al caudillo spagnolo Francisco Franco, l'unico baluardo del fascismo contro le odiate democrazie plutocratiche e i comunisti. Nel 1942, con l'invasione della Polonia da parte di Stalin, le demoplutocrazie costruiscono un muro di difesa anticomunista in Europa, dando il via alla guerra fredda..."

Dovrebbero essere tutti felici gli italiani, nell’impero l’ordine regna sovrano, niente scioperi, schiamazzi, così dice la stampa, così racconta l’italvisione.

Ma Italo e Giacomo, come forse tanti altri italiani, non sono felici: in questa Italia dove è proibito pensare con la propria testa, dove non è possibile spostarsi (d’altronde perché uscire dall’Italia quando si vive nel paese più bello del mondo), quando il Minculpop ti protegge dalle cattive notizie, filtrando le notizie scomode, pardon, le notizie false, Italo si sente come un pollo:

Sì, Italo, è proprio questo il punto! Noi viviamo una società che ci tratta come dei bambini, che ci dice cosa pensare, cosa dobbiamo credere, per cosa dobbiamo morire… invece di insegnarci, a scuola, a distinguere le notizie importanti dalle cavolate, preferiscono chiudere la rete. Secondo me il fascismo vero è proprio questa cosa qua: quando ti convincono a smettere di interessarti al mondo, quando ti fanno capire che è meglio farsi gli affari propri e chi se ne frega degli altri. E questo fascismo è eterno, amico mio...”
“Mah, secondo me stai un po'…”
“Siamo polli da allevamento Italo!”
“Eh?”
“Polli, siamo polli! Siamo chiusi in questo enorme capannone e ci danno tutto il necessario per sopravvivere, acqua cibo luce. Ma ai polli da allevamento non dai quel che serve loro per star bene, dai loro quel che serve per diventare grassi per poterli mangiare.”

Un giorno, i due ragazzi si imbattono in un’arma pericolosa, una di quelle armi capaci di distruggere un regime di cartapesta: un libro. Un libro scritto da una ex professoressa, una “stramba”, diversa, lontana dal modello ideale delle italiane: su questo libro si parla di un’Italia diversa, un paese dove le donne votano, dove il fascismo è stato sconfitto al termine di una guerra nel 1945, dove ci sono (o mio Dio) i diritti allo sciopero, ad associarsi, a manifestare pubblicamente. Ma veramente un mondo del genere esiste, oppure si tratta solo di una favola, come quelle che si raccontano ai bambini? O forse le favole sono quelle del regime che considera gli italiani al pari dei bambini (e anche un po’ stupidi)?

In questo libro si parla anche delle leggi razziali, la vergogna delle leggi razziali è scritto proprio così, capovolgendo il senso comune che vige in quella società: discriminare le persone per il colore della pelle, per la religione, per la razza, è una vergogna, altro che protezione del sangue italiano (o sostituzione etnica, come forse si direbbe oggi). Perché in quell’Italia non c’erano più ebrei. Ma dove erano andati? Che fine avevano fatto quelle persone?

Ma nell’Italia del fascismo a nessun interessavano queste domane, forse anche domande pericolose, meglio farsi i fatti propri, meglio pensare che le leggi contro i diversi, contro gli altri, siano per la nostra sicurezza. In fondo, noi italiani siamo brava gente.

Ma è un altro evento quello che poi farà scattare quel senso di ribellione nei due ragazzi, durante la lezione di “uso conforme di Italnet”: eh già, nell’Italia perfetta del fascismo, che assomiglia tanto alla Cina di oggi, il regime, pardon, il governo, ha deciso di proteggere gli italiani impedendo l’accesso diretto alla rete internet con dei filtri che impediscano loro di cadere nella tentazione di conoscere il mondo là fuori e scoprire che magari le cose non sono proprio come le raccontano..
Ecco, durante la lezione, accade l’imponderabile: facendo una ricerca sull’italianissimo computatore sul trattato di Rapallo, alle prime tre lettere rap ad Italo e Giacomo si apre un mondo nuovo, la vera internet. Milioni di siti indicizzati che parlano del rap. Compresa una notizia che racconta di un concerto di musica rap a Lione, il 24 aprile.

Con l’aiuto proprio della professoressa Gangemi, assieme ad una loro coetanea Sofia, una ragazza che come loro non si sente più a proprio agio in questa gabbia, i due amici decidono di partire per questa avventura, per partecipare a questo raduno europeo di musica rap e vedere com’è questo mondo oltre i sacri confini della patria.

Sarà un viaggio che cambierà definitivamente le cose, la visione del mondo, della vita, sarà perfino la scoperta dell’amore. Esiste un altro modo di vivere, senza la polizia che ti controlla, senza un governo che ti dice cosa dire e cosa non dire. Dove hai libero accesso alle informazioni (e anche alle fake news) da tutto il mondo, dove puoi leggere di tutto e ascoltare tutta la musica che vuoi.

Dove è bello stare assieme a persone che hanno un colore della pelle diverso dal tuo, che si divertono a cantare assieme, a sfidarsi nelle gare di rap, a ballare.

Dove le paure sono finalmente messe sa parte.

Quel cielo era una calamita: tutti i ragazzi nell'oscurità del prato si fermarono ad ammirarlo in silenzio. poi qualcuno cominciò a battere le mani e ben presto si levò un enorme applauso per quel cielo stellato.
A Italo scese una lacrima sulla guancia. “Sono libero” pensò “anche di emozionarmi”.

Come Ciaula che, all'improvviso scopre la luna nel racconto di Pirandello, anche i due protagonisti scoprono il senso della parola libertà.

La libertà di pensare, di fare, anche di sbagliare, certo. La libertà di amare anche qualcuno del proprio sesso, di non essere relegata al ruolo di donna-madre.

Per scoprire questa libertà era servito questa fuga dalla gabbia, dal pollaio.

Questo romanzo parla di un presente che non c’è, ma che ci sarebbe potuto essere. Riflettere sul passato significa anche doversi chiedere quale peso abbiano le scelte compiute da chi ci ha preceduti – sono le parole dell’autore a fine libro.

Si parla delle scelte degli italiani che negli anni del regime e, soprattutto, dopo il crollo nel 1943, hanno fatto una scelta precisa. Una scelta che a molti di loro è costata la vita ma che ci ha permesso oggi di vivere in una democrazia, seppur imperfetta, dove esistono ancora le libertà e i diritti civili.

Viviamo in tempi difficili per la democrazia, sotto attacco da quanti dicono che è un lusso che non possiamo permetterci, che servono governi forti, con poteri senza alcun contrappeso. Ecco che questa domanda “cosa sarebbe successo se..” non è così inutile.
A questo servono i romanzi distopici, a farci capire cosa potrebbe succederci se ci dimentichiamo da dove siamo venuti, per cosa si è combattuto nella guerra di Liberazione, cosa c’è in gioco quando si parla di mettere in discussione i nostri principi.

Altri libri pubblicati da Francesco Filippi sul fascismo e sulla propaganda fascista

La scheda del libro sul sito di Feltrinelli

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07 marzo 2024

Tu uccidi: Come ci raccontiamo il crimine di Antonio Paolacci e Paola Ronco

Realtà o rappresentazione? Lo sapremo dopo la pubblicità

È una mattina di febbraio del 2001 e, come ogni altro giorno, milioni di televisori sono accesi su una delle trasmissioni più seguite dalle famiglie italiane. Si chiama Unomattina e fa compagnia a chi si prepara per andare a scuola o in ufficio, a chi resta a casa a fare lavori domestici, a chi fa la colazione in molti bar o salette negli alberghi.

Questa mattina in particolare, milioni di persone stanno guardando Luca Giurato e Paola Saluzzi mentre si abbracciano in studio, lo sguardo al pavimento e il tono di voce drammatico. Alle loro spalle, in collegamento video, c'è il volto serio in primo piano dello psichiatra Raffaele Morelli, ricercatissimo opinionista televisivo di quei tempi.

Siamo veramente sicuri di comprendere o, meglio, di conoscere veramente la realtà dentro cui viviamo?

Bombardati come siamo di informazioni, da tutte le fonti, compreso quel cellulare che ci portiamo sempre appresso, verrebbe da affermare certo che si.

Ma non è vero: Antonio Paolacci e Paola Ronco, due scrittori di gialli che fino ad oggi hanno raccontato il paese e la nostra società attraverso le storie del vicequestore Nigra, in questo saggio ci daranno tutti gli strumenti per comprendere la grande menzogna con cui i mezzi di informazione raccontano la cronaca nera in questo paese.

Stiamo parlando della narrazione dei casi di cronaca dove l'immigrato, di colore se possibile, viene fermato per spaccio, o dopo aver compiuto una violenza contro una donna o. in generale. dove le vittime sono gli elementi più deboli di questa società.

Stiamo parlando della distorsione di come noi cittadini percepiamo la realtà: un fenomeno in corso da molti anni, che si basa sul principio, mutuato dalle fiction, di una società in cui c’è una chiara divisione tra i buoni e i cattivi, noi e loro. Dove loro, i cattivi, l'uomo nero, le bestie senza morale, sono nate per compiere il male, è connaturato in loro.

In questa narrazione la cronaca nera è raccontata come una fiction, dove il male viene da fuori, dove l'omicidio non può essere commesso da uno come noi, brave persone. No l’assassino deve essere uno venuto da fuori, come le bande di albanesi tirate in causa dopo la strage familiare compiuta a Novi Ligure da Erika e Omar (senza dare i cognomi, come fossero due personaggi di una serie televisiva...) nel 2001 di cui si parla nell’incipit.

O come per il delitto di Erba, dove ad uccidere due anziane e un bambino di due anni non possono essere state quelle due persone. Deve essere stato un regolamento di conti all'interno del mondo dello spaccio.

In questo modello non si cerca di raccontare i delitti in modo razionale, facendo leva sulla nostra ragione: questo ci spingerebbe a chiederci il perché del delitto, a interrogarci magari su cosa ha prodotto (all'interno della società, della famiglia) quella rabbia, quel desiderio di morte.
Magari mettendo in discussione questo modello di società dove la forbice tra chi sta sopra e chi sta sotto si allarga, l’ascensore sociale rimane bloccato agli ultimi piani.

Abbiamo alle spalle anni di televisione dove a risolvere delitti magari c'era il bravo maresciallo o il prete in bicicletta, hanno confuso i ruoli, portandoci a vedere il mondo secondo luoghi comuni inquinati da pregiudizi, dalla propaganda dei partiti xenofobi, da quell'istinto giustizialista che ci portiamo dentro senza che ce ne accorgiamo.

Così pensiamo anche noi di poter giudicare l'uomo in manette in base allo sguardo di fronte ai fotografi pronti a cogliere l’attimo, come se - lo raccontano bene i due scrittori - tutti gli innocenti di fronte alle manette si mettessero a piangere. Sto riferendomi al caso di EnzoTortora, raccontato dagli autori nei primi capitoli, come esempio sia di malagiustizia ma anche di linciaggio mediatico partito da come i giornali hanno raccontato questa storia.

La procura agisce senza la minima etica: ha messo in moto una macchina impressionante, ha redatto quasi quattromila pagine di relazione, eppure non ha verificato le accuse. Non ha controllato nemmeno quel numero di telefono che compariva su un’agendina sotto il nome Tortona

Grazie alla nostra memoria corta ci siamo dimenticati oggi del linciaggio mediatico di Tortora: “il mondo giornalistico, da parte sua, salvo pochissime eccezioni come Sciascia, è tutto colpevolista.”

Questo succede – raccontano i due autori - perché c’è una confusione di piani: se seguiamo sullo stesso mezzo, la televisione, sia le serie televisive (la fiction, dove i bravi sono i bravi e gli innocenti si mettono a piangere quando arrestati e non hanno lo sguardo glaciale come è stato scritto per Tortora) che l’informazione sui casi di cronaca, tenderemo a confondere i due mondi, a non accorgerci delle differenze tra la realtà e la finzione.

Applicheremo al mondo reale, quello dove vengono arrestate persone famose, dove si parla di delitti cruenti, le stesse regole della televisione: i buoni da una parte e il male che viene da fuori e che deve essere sconfitto per riportare l’ordine. Ovvero arrestando il colpevole e vissero tutti felici e contenti.

È grazie a questa confusione di ruoli, a questa informazione velenosa, che pensiamo di vivere in un mondo più pericoloso rispetto a venti-trenta anni fa, e tutto questo ha dei riflessi sulla nostra vita quotidiana (oltre che al momento del voto). Quando vediamo una persona di colore per strada pensiamo subito ad uno spacciatore perché non può esserci altro, perché gli abbiamo appiccicato subito l’etichetta addosso.

Invece, di fronte ad uno dei tanti casi di femminicidio dove il colpevole è un maschio bianco, si parla di raptus, di un gesto improvviso perché non è concepibile che un buon padre di famiglia possa uccidere la compagna di fronte ai figli oppure, come nel caso del delitto di Cogne, il proprio figlio. Devono essere state persone da fuori, le bande degli albanesi, oppure gli immigrati, i clandestini.

Nella realtà vera, i numeri dicono il contrario: una delle cose che ho apprezzato di più di questo libro è l’estrema onestà e chiarezza dei due autori, che non si nascondono dietro ad un dito nel raccontare la loro posizione, di persone di sinistra.

I dati riportati dagli autori parlano chiaro: in Italia ci sono meno omicidi ora che in passato e non è affatto vero che gli immigrati che arrivano qui da noi abbiano una attitudine a delinquere maggiore di noi. Lo dicono i numeri, mi dispiace per tutti i benpensanti.

Se nelle patrie galere ci sono molti immigrati è per colpa delle leggi che questa politica ha fatto, costringendo chi in Italia a rimanere sospeso in un limbo, magari a finire rinchiuso in quelli che molti definiscono dei lager, i CPR. E a diventare facile manovalanza per le mafie.

Perché grazie ai nostri pregiudizi e a questa narrazione tossica, noi (e i giornalisti nei talk, i politici che campano con la propaganda anti immigrati) vediamo l’uomo di colore e non i boss della ndrangheta che li sfruttano. Vediamo l’uomo di colore e non le imprese che li fanno lavorare “in nero” nei cantieri.

Diversamente da quanto succede nelle fiction, non esistono regole per riconoscere un criminale da uno sguardo, non esiste nessuna predisposizione genetica per il delitto. Pensiamo, sempre tenendo in testa il canovaccio delle fiction, che il male sarà sempre lontano da noi, i buoni. Non vediamo le persone messe ai margini, non vediamo l’emarginazione, che costringe molti a passare quel confine tra il lecito e l’illecito.

Anche le parole con cui descriviamo i casi di cronaca sono mutate: parliamo di ripulire i quartieri, quando si registrano (come a Caivano) episodi di violenza che ci colpiscono. Con che cosa però? Con maggior uso delle forze dell’ordine, per l’errata convinzione che il male, che non siamo noi ci mancherebbe, si debba combattere solo con la forza, non con servizi pubblici, scuole, presidi dello Stato.

Gli autori dedicano un capitolo a come vengono raccontate le donne in questi casi di omicidi: si usa il modello del “dead girl show”, il modello di Twin Peaks, dove la donna-vittima diventa un’icona impalpabile, che il buono deve vendicare, magari andando a sparare a quelli che considerano i responsabili della sua morte. È così che è stata in parte raccontata (e percepita da una buona parte degli italiani) la storia di Pamela Mastropietro. La cronaca ha raccontato tanto del suo assassino, di come l’ha uccisa e fatta a pezzi. Dimenticandosi degli altri due uomini che ne avevano approfittato.

Il vendicatore, come in un film western ha il volto di Luca Traini che dopo aver quasi ucciso sei persone, innocenti della morte di Pamela, si è costituito ai carabinieri.

Ma il mostro era l’uomo di colore: non importa che nei giorni precedenti e successivi altre donne siano state uccise, magari da uomini dalla pelle bianca.

Il giorno prima a Bellona, in provincia di Caserta, la guardia giurata quarantottenne Davide Mango, militante di Forza Nuova, dopo una lite uccide la moglie Anna Carusone

Quel delitto era funzionale alla propaganda della politica, ad un certo modo di fare informazione, che si ciba delle vittime senza preoccuparsi delle conseguenze.

L’importante è seguire il modello della “bella ragazza morta”.

Chi si ricorda ancora della strage di Firenze – avvenuta nel 2011, quando GianlucaCasseri militante di Casa Pound spara diversi colpi della pistola che deteneva ufficialmente, contro ambulanti nigeriani? Rimossa, perché non collimava col modello bianchi buoni, neri cattivi.

E chi si ricorda del G8 di Genova? Un altro capitolo è dedicato a come l’informazione ha raccontato le violenze da parte di polizia e carabinieri nel 2001 durante il G8 di Genova.

Perché, diversamente dalla realtà, anche nelle forze dell’ordine ci sono icattivi e spesso non sono poche mele marce. Non voglio dilungarmi, mi basta ricordare come ancora oggi Carlo Giuliani sia considerato (da molti, anche in Parlamento) un criminale, per aver cercato di lanciare a quattro metri di distanza un estintore vuoto contro un defender dei carabinieri. Il carabiniere si è solo difeso.

Scomparsi, perché stonavano col modello televisivo, le cariche contro i manifestanti per il G8 a Genova del 2001, il pestaggio del fotografo che stava fotografando il corpo di Giuliano, Paoni. Rimosse le prove false tirate fuori per giustificare il massacro alla Diaz.

Amnesty International definirà le azioni delle forze dell’ordine italiane in quei giorni “la più grave sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale”.

Ma non è solo rimozione di certi dettagli scomodi e che, certe cose non le abbiamo proprio volute vedere. Non abbiamo voluto vedere Cucchi, definito un drogato, come invece una persona con una sua dignità, picchiato in caserma da due carabinieri che solo grazie alla tenacia della sorella sono stati condannati.

Viviamo ancora in questa percezione errata del mondo reale: senza andare troppo lontano, due sabati fa degli studenti a Pisa sono stati manganellati perché avevano cercato di forzare un blocco per una manifestazione non autorizzata. Così è stato raccontato da parte della stampa e da parte del mondo politico. I buoni da una parte e i cattivi, gli studenti, dall’altra.

Studenti a cui è impedito di manifestare il dissenso, perché deve sempre trionfare il bene e l’ordine.

Viviamo “una cultura che smarrisce il senso della realtà ogni volta che fa leva sulle apparenze, una cultura che riduce le persone sempre e in ogni caso a etichette facili”: eppure le persone non sono solo personaggi di un film inventato, sono persone vere, con una storia e una vita che va oltre le etichette che tendiamo ad appiccare addosso.

La ragazza che se l’è cercata.

Il marito che uccide per un raptus.

Cosa si può fare allora? Smetterla di seguire la cronaca limitandosi a questa narrazione, che racconta sempre il dopo, ma iniziare a vedere le persone immaginandosele nel prima. Cosa li ha portati a fare quel gesto? Cosa è successo loro?

Pensateci, è il modello dentro i libri noir, dove non c’è quella linea di demarcazione chiara tra buoni e cattivi. Come ha scritto Carlotto, citato più volte in questo libro, “molte volte il noir è arrivato a fare inchiesta più e meglio del giornalismo”.

Un giornalismo che appiattisce i personaggi, polarizza l’opinione pubblica, non aiuta a comprendere. La comprensione, lo sguardo sulle persone e sul mondo, l’empatia, sono la chiave per detossificarci da questa cattiva narrazione dei crimini:

Per interiorizzare davvero l’idea che ogni omicidio sia esecrabile sempre e comunque, serve una capacità specifica: occorre essere in grado di immedesimarsi in primo luogo nelle vittime.

La scheda del libro sul sito di Effequ

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27 dicembre 2022

Report – la situazione della guerra in Russia, le sanzioni aggirate e la propaganda

Cosa ne pensano i russi della guerra, come agisce la macchina della propaganda per silenziare l’opposizione e le voci di dissenso. E poi, come si aggirano le sanzioni, specie nel mondo degli sponsor del calcio italiano.

Questi gli argomenti dei primi servizi di Report in questa puntata post natalizia.

LA MATRIOSKA DELLE SCOMMESSE di Lorenzo Vendemiale

La guerra ha interrotto il campionato di calcio ucraino ripartito a ottobre, per dare morale alla nazione: ma gli stadi sono blindati e le partite si giocano solo a Kiev.
“Giocare in queste condizioni è molto difficile” spiega l’allenatore del Kryvbas “siamo lontani da casa e senza i nostri tifosi, gli allenamenti vengono continuamente interrotti dagli allarmi antiaereo. Dopo le gare anziché riposare siamo costretti a lunghe trasferte in pullman, ma siamo comunque dei privilegiati.”
A parlare così è
Jurij Vernydub che un anno fa allenava in Moldavia ed era diventato famoso per aver battuto il Real Madrid: quando è scoppiata la guerra non ci ha pensato un secondo a mollare tutto: “dovevo tornare, il resto non aveva senso. Nei primi mesi ho combattuto con la 152 esima divisione, ora sono di nuovo in panchina, spero di regalare un sorriso ai tifosi che sono al fronte.”

Dopo l’annessione della Russia di alcune regioni, molte squadre sono scomparse, sebbene siano ancora considerate parte del calcio ucraino: in questo paese è una questione di orgoglio nazionale continuare a giocare nonostante la guerra e le bombe russe, è una fiamma accesa sulla resilienza ucraina.
Forse nel 2030 i campionati mondiali si potrebbero giocare in Ucraina, sarebbe un bel segnale.
Ma Report, mentre cercava di raccontare questo campionato di calcio, ha scoperto che ci sono società russe che scommettono sul campionato ucraino: sono società che fanno da sponsor alle squadre di calcio italiane, nonostante le sanzioni.
Francesco Baranca, responsabile trasparenza del calcio ucraino,
racconta a Report questa incredibile storia dei bookmaker russi, come 1XBet, la quale nei mesi passati ha cercato di aprire un business addirittura in Ucraina, passando attraverso una società ponte.
Il pericolo è la raccolta di dati personali
di società poco trasparenti e per questo il blocco di queste società di scommesse è una questione di sicurezza nazionale per il governo Zelensky: dietro 1XBet c’è un labirinto di società, una matrioska, tutte aziende in paesi offshore.
A Curacao 1XBet è stata colpita da sentenza di bancarotta, alcuni giocatori che avevano vinto e si sono visti bloccare le vincite dai giudici dell’isola.
Dietro 1XBet ci sono tre imprenditori russi
(che oggi negano di essere i veri proprietari): oggi è sbarcata in Italia, con un manager cipriota nato nella stessa città dei tre imprenditori che l’hanno fondata, il sito italiano ha regolare licenza e questo bookmaker si era infiltrato nella Serie con le sponsorizzazioni: sono sponsor ufficiali che si vedono solo all’estero (per una norma del DL - Dignità).
Dalla Russia arriva anche LigaStavok: la federcalcio ucraina
dopo aver visto questo sponsor associato al calcio italiano ha scritto una lettera di protesta contro la Serie A, che però si dissocia dicendo che sono solo contratti a singole società di calcio.

La Lega di serie A non si è fatta problemi, non si è preoccupata di chiedersi da dove arrivano i soldi. Le altre squadre di calcio, tra Lazio, Udinese, Empoli, continuano ad accettare soldi dalla LigaStavok. Un bel modo di aggirare le sanzioni.

LA BATTAGLIA DI MOSCA di Manuele Bonaccorsi

Come funziona la macchina del consenso in Russia? La macchina della propaganda non smette mai di fermarsi, come il 30 settembre quando Putin ha annunciato l’annessione delle regioni ucraine conquistate.
Spirito nazionalistico, la verità è con noi, gli ucraini sono nostri fratelli: sono questi gli argomenti usati dalle star sul palco della piazza rossa.
Le proteste? Ci sono, ma da parte dei traditori –
racconta una signora in piazza a festeggiare.
La propaganda è dappertutto, nelle vie, nella musica alla radio, nella narrazione della seconda guerra mondiale.
Dopo il crollo dell’Unione Sovietica è nato un sentimento a favore della guerra – racconta a Report un intellettuale “moderato” del think thank
Valdai.
Secondo l’ala moderata di Mosca, la guerra si poteva evitare: la Russia chiedeva maggiore autonomia nelle regioni russofone, accordi commerciali
e mantenere la lingua russa.
Report ha ricevuto dei documenti inviati da Lavrov a Francia e Germania
lo scorso anno dove puntava il dito contro delle leggi approvate in Ucraina nel 2021.
Il giornalista ha intervistato una parlamentare della Duma che nel 2011 aveva protestato contro i brogli fatti da Putin, ma che oggi è schierato a favore dell’invasione, perché – testuali parole – ha finalmente risolto la questione in Donbass.

E questi sono i moderati, ma in Russia ci sono anche i falchi, come il comandante del gruppo Wagner, o altri giornalisti che si dicono indipendenti, che hanno criticato il ministro della difesa russo: spingono perché la Russia usi in modo più massiccio le sue forze militari in Ucraina. Sembra strano, ma molti in Russia pensano veramente che la guerra in Ucraina sia giusta.
C’è da stare poco allegri, seguendo le posizioni dei moderati, che oggi sono stati messi in un vicolo cieco, dei falchi o di quelli che sono all’opposizione ma che sulla guerra sono vicini alle posizioni di Putin.
In questi anni gli accordi di Minsk non sono stati rispettati del tutto: Lavrov aveva stigmatizzato il comportamento ucraino nel 2021, che impediva il russo nelle regioni russofone e impediva a candidarsi a chi aveva collaborato nelle regioni indipendentiste, dopo che l’Ucraina aveva preso controllo giuridico su queste.
Il dialogo tra Russia e Europa saltò nel novembre 2021, la stessa Merkel ha riconosciuto che in questi anni si è solo armato l’Ucraina.

Ma oggi i civili che percezione hanno della guerra?

A Mosca la guerra sembra lontana, studenti e lavoratori specializzati stanno con la guerra e con Putin: alcuni sono contrari, certo, ma sostengono il paese.
La maggior parte dei militari arrivano dalle regioni povere, lontano da Mosca: alcuni di loro sono volontari, sono convinti di vincere la guerra o, meglio, sanno che durerà a lungo e alla fine che nessuno potrebbe vincere.
Gli ucraini sono fratelli – dicono i soldati in partenza per il fronte – vogliamo solo giustizia: eppure continuano a bombardare i loro fratelli.
I giornalisti che si permettono di criticare la guerra e Putin rischiano al galera: chi vuole opporsi sceglie la clandestinità, usando Telegram oppure appendendo volantini nella città.

Ma questa opposizione preoccupa poco il governo, tanto da tollerare drappelli di sparuti rappresentanti dell’opposizione si ritrovino in piccoli gruppi nelle piazze della capitale.

Il grado di apprezzamento di Putin è calato di poco dopo la guerra che viene percepita dal mondo contro Putin, anche dopo la mobilitazione.
Molti oppositori,
quelli che avevano le risorse per farlo, si sono spostati in Georgia, unico paese dove possono entrare senza visto: da Tblisi possono protestare, cosa impossibile a Mosca, dove chi protesta prende una multa di mille rubli e poi il carcere.

In questo modo le voci di dissenso vengono silenziate, anche perché i giovani di Mosca della borghesia non sono stati reclutati e possono continuare a fare la loro bella vita.

Ma al fronte le cose sono ben diverse da come le vedono i giovani moscoviti nei bar: i soldati ucraini sono malvestiti, mal armati e perfino senza munizioni – racconta un servizio del NY Times: arrivano dalle regioni povere della Russia, nella periferia.
Questo ha sollevato critiche anche all’interno dell’esercito e perfino nell’amministrazione russa a Kherson, che ha invitato il ministro della difesa a spararsi.
I russi hanno sopravvalutato le loro capacità:
ma le sanzioni economiche quanto hanno fiaccato la Russia?
Nei supermercati si trova di tutto, anche prodotti esteri: nelle vetrine dei marchi di moda c’è un messaggio che indica di chiamare un numero telefonico, si possono ordinare i prodotti esteri in altro modo.
Le sanzioni non funzionano in Russia, il sistema finanziario si è stabilizzato: i prodotti ad alta tecnologia sono stati sostituiti da prodotti meno sofisticati, Mc Donald è stato acquistato da imprenditori russi, con lo stesso prodotto.
Ci sono problemi con la meccanica, ad esempio nella grande fabbrica di trebbiatrici della Rostelmash, che comprava forniture dalla Germania.
Ma le forniture alla Russia continuano ad arrivare, anche dall’Italia,
magari facendo delle triangolazioni con l’India: nonostante questo le aziende italiane hanno perso il 19-20% di export verso la Russia - racconta il rappresentante delle aziende italiane che hanno rapporti con la Russia Vittorio Torrembrini, si parla di miliardi.
Sono aziende che vendono prodotti alla Russia, come la Ferrero: non vogliono passare per putiniani,
“cosa dovrebbero fare allora le aziende che vendono in Cina?”.
Il PIL russo ha perso il 3,4%, l’inflazione è cresciuta:
di fronte alle sanzioni la Russia ha cercato nuovi mercati, ha costruito un nuovo gasdotto per portare il gas in Cina, tutto questo insegna che in un mondo globalizzato se le sanzioni non lo sono, sono armi spuntate.
In Russia aggirano le sanzioni usando triangolazioni con paesi terzi, usando internet.
Ma mancano a noi le materie prime dalla Russia: nel servizio di Michele Buono si propone di andarle a ricercare nelle miniere che abbiamo creato noi, le nostre città.

MINIERE URBANE di Michele Buono

Ricicliamo i rifiuti per estrarre tutte la materie che servono dagli scarti, cercando di limitare al minimo i rifiuti.
Significa ridurre sprechi, ridurre il consumo di fonti fossili, ridurre il costo della bolletta e ridurre le emissioni nell’ambiente.
Centrali che riciclano le energie come quelli per il biometano, cogeneratori alimentati a biometani, edifici vecchi gestiti in modo intelligente con algoritmi che pilotano l’accensione di caldaie e elettrodomestici.

Cosa ci manca? Non le competenze, ma la volontà politica che deve aiutare le aziende che stanno lavorando in questo settore per togliere la burocrazia inutile.

Per sviluppare comunità energetiche come quella di San Giovanni a Teduccio (sponsorizzato da una fondazione privata, non dallo Stato o dalla Regione).
Per recuperare metalli dai rifiuti di apparecchiature elettriche, come fanno all’Enea a Roma: una scheda elettronica contiene oro, rame, argento e stagno.
Le terre rare si recuperano si recuperano negli hard disk dei nostri computer, anziché andare ad estrarle e trattarle dalla terra.
Servirebbero almeno cinque impianti idrometallurgici come quello dell’Enea per recuperare metalli preziosi ma, cosa ancora più importante, servono strutture distribuite sul territorio che raccolgono questi apparecchi elettronici, come hanno fatto a Portici con un esperimento purtroppo finito.

Questi apparecchi oggi rischiano di essere dispersi nell’ambiente: oltre alla perdita dei materiali, c’è anche un rischio ambientale.

C’è poi la plastica, che impiega 100 anni a biodegradarsi: a Brescia la riciclano, dando nuova vita a plastica gettata nei rifiuti, la plastica vergine si crea col petrolio, per ogni kg riciclato si evita di emettere 1,2 kg di co2.
In
Italia produciamo 6 tonnellate di plastica l’anno e ne ricicliamo solo 1: servirebbe creare una rete di raccolta nazionale per la plastica (e lo stesso per il recupero delle schede elettriche ed elettroniche), per dare una certezza agli impianti che fanno riciclo.

13 novembre 2022

Stai zitto (non disturbate i patrioti)

 Mi lamento del paese (Stai zitto)

Non arrivo a fine mese (Stai zitto)

Tutta colpa dei migranti (Stai zitto)

Senegalesi (Stai zitto) e marocchini (Ma stai zitto)

Tieni le spalle su, stai dritto (Uh)

Ti han detto di girare, vai dritto (Uh)

Se parli con me stai zitto (Yeah)

Stai zitto (Ah), ma stai zitto (Yah)

Stai zitto - Salmo

Patria, difesa dei confini (non ancora sacri), un governo che finalmente fa rispettare le leggi ...

Le parole d'ordine del nuovo (ma anche vecchio) governo Meloni sono queste, un deja vu della destra italiana, che porta poi alle leggi e ai provvedimenti appena approvati: norme anti manifestazioni, innalzamento del contante (un favore all'evasione), un favore alla lobby del gas con le trivelle e poi la linea dura contro i migranti salvati dalle Ong (che come racconta Alessandra Ziniti oggi su Repubblica, costituiscono solo il 12% dei migranti che sbarcano in Italia).

Il gioco funziona, stiamo inseguendo la pifferaia magica, presente ogni giorni nei TG manco fossimo tornati all'Istituto Luce. 

Il gioco funziona finché non ci si renderà conto che c'è il paese reale dietro: la sanità pubblica che non funziona e ora il ministro Schillaci propone di integrarla col privato, per abbattere i tempi di attesa.

C'è il problema del lavoro: un lavoro sempre più povero, con sempre più infortuni e morti e dove le aziende del nordest chiedono più manodopera, anche formando quei migranti che invece il governo patriota lascia in mare, per i suoi giochetti di propaganda.

C'è il sud, dimenticato da tutti, dal governo e dall'opposizione, che ora vedrà allontanarsi i soldi del PNRR che Meloni vorrebbe rinegoziare e perfino quella forma di sostegno che era il reddito di cittadinanza.

Trivelle, gas autarchico, grandi opere, il ponte sullo stretto: al momento la battaglia del grano è solo un'idea ma arriveremo anche a quello. Certo, per far digerire le trivelle servirà dare ai territori altri soldi con le compensazioni. Perché nulla è gratuito, no? 

Mi lamento del paese (Stai zitto)

Non arrivo a fine mese (Stai zitto)

Tutta colpa dei migranti (Stai zitto)

Senegalesi (Stai zitto) e marocchini (Ma stai zitto)

Tieni le spalle su, stai dritto (Uh)

Ti han detto di girare, vai dritto (Uh)

Se parli con me stai zitto (Yeah)

Stai zitto (Ah), ma stai zitto (Yah)

13 ottobre 2021

Non basta sciogliere forza nuova

Dal mio giornalaio di fiducia questa mattina ho trovato, esposti assieme ad altri, anche il calendario di Mussolini.

Curioso ho chiesto se ci fosse ancora qualcuno che si compra questi calendari.

La risposta mi ha lasciato di stucco: "ma non sono dei nostalgici dei fascismo, sono persone nostalgiche di un tempo in cui c'era più ordine..".

Devo precisare che questa persona non ha simpatie del ventennio e nemmeno di Mussolini, semplicemente come tanti italiani, la propaganda neofascista ha fatto presa.

Avete presente?

Mussolini ha fatto anche cose buone.

Ai quei tempi le cose che dovevano essere fatte venivano fatte.

A quei tempi c'era più ordine.

Mussoli ha dato le pensioni agli italiani.

Tutte sciocchezze, frutto avvelenato di una propaganda che, complice anche la nostra ignoranza in storia, funzionano ancora.

Se questa è la situazione nel paese, lo scioglimento di Forza Nuova da solo serve a poco.

Serve rimettere mano ai libri di storia: come scrive oggi Robecchi, dopo aver mandato in onda in prima serata i virologi superstar, è ora il compito degli storici.

A tutti i nostalgici dei tempi di una volta, dove non è vero nemmeno che i treni arrivavano in orario, consiglio il libro "Mussolini ha fatto anche cose buone", di Francesco Filippi.

A proposito di pensioni, lo storico scrive che il fascismo creò un suo carrozzone pubblico Infps per controllare i fondi erogati in modo clientelare:

“Un tentativo propagandistico di impossessarsi di quello che nei fatti era stato il frutto di decenni di contrattazioni e lotte sindacali, di riforme attuate dai governi liberali e di iniziative delle associazioni di categoria dei lavoratori”

Altro che pensioni a tutti.

21 novembre 2019

Inseguire la bestia

E lo ius soli no perché così si aiuta Salvini.
E i trattati con la Libia no perché così si aiuta Salvini.
E la tassa sulla plastica nemmeno perché così si aiuta Salvini.

Sono tutte scuse che sono usate dai conservatori di destra, per far sì che la sinistra non faccia la sinistra (premesso che la lotta alle plastiche interesserebbe tutti..).

E così, il centro sinistra annacquato è costretto ad inseguire Salvini sul suo stesso terreno.

All'improvviso però, escono fuori questi ragazzi che si mobilitano e scendono in piazza per sparigliare le carte: la piazza non è più piena di salviniani entusiasti, ci sono persone senza bandiere di partito (almeno nelle intenzioni) che manifestano per dire, anche io sono popolo.
E io non accetto che tu venga qui ad avvelenare i pozzi con la tua propaganda.
Con le tue speculazioni contro gli immigrati, contro i rom, contro l'amministrazione di sinistra.

E tutto questo sta innervosendo la bestia, sui social, ma anche i giornali della destra italiana: osservate la prima di Libero, questo vi sembra giornalismo?

Anziché farsi dettare l'agenda dal capitano e dalla bestia, allora, perché non si rinfaccia alla Lega che, laddove amministra, non è nemmeno capace di far arrivare i treni in orario?

22 giugno 2019

L'importanza della bestia

Siamo stati ad un passo dalla guerra, tra Usa e Iran e siamo ad un passo dalla procedura di infrazione europea per il nostro debito.
Ma è un'altra vicenda che mi ha colpito, quella tra Radio 2, Salvini e l'attrice Valentina Nappi.
Ovvero il like messo ad un tweet della pornoattrice che ha poi causato una reazione nervosa da parte del ministro Salvini e il successivo imbarazzo dell'account manager della radio: siamo stati hackerati, aiuto!

Ci dice tante cose, questa storia: che in un momento difficile della nostra storia, il ministro dell'interno si preoccupa dei like di Radio 2, per una battuta nei suoi confronti.
E poi il servilismo di Radio 2: avrebbero fatto miglior figura a non fare niente, evitando la storiella dell'account violato, falsa come la genuità del sovranismo salviniano o come la verginità della Nappi.

Quanto conta la visibilità e la comunicazione social per Salvini e la sua macchina della propaganda, la famosa bestia?
Avrete sentito la notizia, data da Repubblica, sugli immigrati che la Germania ci rimanda indietro, i dublinandi: Salvini fa tanto il duro contro le ong e i porti chiusi, poi non una parola sull'accordo di Dublino (che la Lega non ha mai messo in discussione nel concreto)

Un tweet anche su questo, no?
Magari è più importante che non il bavaglio sulle intercettazioni..

21 gennaio 2015

Propaganda

Mentre ieri sera (e nelle sere passate) sui talk show apparivano le facce di Salvini, Le Pen e Renzi, su RaiStoria veniva trasmesso un bel documentario sull'uso della propaganda da parte di Benito Mussolini.
La poderosa macchina da guerra del regime, forse l'unica macchina da guerra, capace di costruire il consenso, convincere le masse, costruire l'immagine.
L'immagine del Duce sempre in movimento, che non si ferma davanti a nulla, in mezzo alle folle, alla gente. L'ufficio stampa di Palazzo Chigi controllava ogni foto, ogni immagine che ritraeva il Duce. Scartando quelle riuscite male o gli scatti che lo ritraevano attorniato da preti (che portavano male) o da povera gente.
Le notizie che i giornali dovevano pubblicare erano scelte da Palazzo Chigi e dal suo staff.
Il presidente del Consiglio più mediatico, coi mezzi di allora (radio e giornali), era anche il presidente della censura, delle veline.
E del soffocamento delle opposizioni: non solo l'opposizione dei partiti, delle poche voci fuori dal coro nell'informazione. Anche i collaboratori più intelligenti che potevano oscurarne la figura, venivano allontanati. Meglio gente stupida e fedele.
E poi il lessico: il linguaggio del Duce era basato da slogan secchi, comprensibili dal popolino, che focalizzavano l'attenzione su un nemico esterno che cercava di bloccare l'azione rivoluzionaria del fascismo.
Noi tireremo diritto”.
Molti nemici molto onore”.
"Barcollo ma non mollo" ... nemmeno di un centimetro.

Il Duce non sbagliava mai, non si poteva ammettere di aver sbagliato. E quando proprio il merdone era grosso, si arrivava all'ammissione di responsabilità davanti al parlamento.
Come col delitto Matteotti. Il mandante politico sono io.
Ai tempi del Duce non si rubava, perché le notizie scomode erano censurate e perché quando c'era lui i ladri venivano presi e mandati in galera. Questo diceva la propaganda, che chiaramente non poteva raccontare del clan Petacci e del clan Ciano, dei gerarchi che Mussolini aveva piazzato in banche e giornali, per ricompensarli.

Che c'entra tutto questo? Perché parlare di storie vecchie di 70-80 anni?
Perché quando vedo certi personaggi che vanno in televisione, mostrano generosi il loro corpo su giornali e riviste, ripetono in continuazione i loro slogan, che oggi si sono tramutati in tweet da 140 caratteri con tanto tag, mi sembra di rivedere le stesse cose.
Forse perché a noi piace così.
Il modello uomo forte, uomo solo al comando, giovane e veloce, che sbaraglia i nemici che vogliono frenare il paese. Che ad ogni problema ha pronta la battuta, la soluzione semplice.
Che non ha tempo per ragionare, per studiare. Per riflettere.
Che non accettano i corpi intermedi tra leader e popolo: ecco perché sono sempre in televisione e su internet. Senza nessun giornalista che faccia domande vere, che rinfacci errori e strafalcioni.
Per dire, i dipendenti della Lega che andranno a casa. Che fine han fatto i soldi nelle casse del partito?
Oppure, come mai gli 80 euro non hanno spostato consumi e PIL?
Cosa c'è di sinistra nel dar manlibera alle multinazionali nel licenziare le persone?

Non è contrario alla Costituzione mettere a rischio i livelli di servizio nella sanità, per colpa dei tagli agli enti locali?

28 febbraio 2011

La politica degli slogan

“…gli effetti della propaganda devono sempre essere rivolti al sentimento, e solo limitatamente alla cosiddetta ragione. [...] la prudenza di evitare qualsiasi presupposto spiritualmente troppo elevato non sarà mai abbastanza grande. [...] La ricettività della grande massa è molto limitata, la sua intelligenza mediocre e grande la sua smemoratezza. Da ciò ne segue che una propaganda efficace deve limitarsi a pochissimi punti, ma questi deve poi ribatterli continuamente, finchè anche i più tapini siano capaci di raffigurarsi, mediante quelle parole implacabilmente ripetute, i concetti che si voleva restassero loro impressi” (da “Mein Kampf” di A. Hitler).


Goebbels, ministro della propaganda, diceva in un discorso del 1933:
"non si può fare una buona propaganda senza una buona politica e non si può fare una buona politica senza una buona propaganda
(e le due cose vanno assieme)"

Pochi concetti, che fanno riferimento all'emotività, non alla ragione, da ribattere in continuo.
Comunisti, comunisti, comunisti.
E la scuola pubblica? Un posto dove inculcano idee sbagliate ...

04 giugno 2010

La grande storia: propaganda



Vincere, e vinceremo! Urlava dal balcone di piazza Venezia il duce Benito Mussolini, il giorno della dichiarazione di guerra alla Francia e alla Gran Bretagna.
E gli italiani si lasciarono soggiogare dagli slogan, dalla coreografia, dalle immagini. Dalla propaganda.
Propaganda di cui Mussolini era esperto.
Propaganda di cui si occupa La grande Storia, questa sera su Rai 3.

Pochi uomini al mondo hanno utilizzato con maestria la comunicazione scritta, verbale, fotografica e cinematografica come Benito Mussolini. E pochi ancora hanno come lui compreso la necessità di associare la propria immagine a icone fortemente emotive e positive che accendono la fantasia delle masse. Mussolini è consapevole che per radicarsi nel cuore degli italiani deve agire sulla loro pancia, con simboli di forza, coraggio, generosità.

Dopo il successo dello slogan: “meglio un giorno da leone che cent’anni da pecore!” il proprietario di un circo equestre, gli regala un cucciolo di leonessa, chiamata Italia. Le sue foto con Italia fanno il giro del mondo e la Gaumont gli dedica un vigoroso cinegiornale. E’ l’incipit della accurata creazione del mito. Un mito così al di la del vero che finirà con il credervi lui stesso.

La propaganda del regime si articola imbrigliando tutte le forme di comunicazione, dalle tradizionali come la stampa e la fotografia ma anche emergenti come la radio ed il cinema. In entrambi gli ambiti porta novità. Per la stampa nascono nuove testate dirette da fascisti. Per la radio si fonda l’EIAR, i cui programmi di intrattenimento sono sviluppati con la supervisione dell’Ufficio per la Stampa e Propaganda prima, dal Ministero della Cultura Popolare poi. Quelli di informazione supportati dalle notizie diramate dalla Agenzia fascistizzata Stefani, a cui d’ora in poi devono attenersi anche i giornali.

Per il cinema si compie una operazione doppiamente innovativa. Si inventa il cinegiornale italiano e fascista, si crea una istituzione che lo produce: l’Istituto Luce, responsabile sia della immagine cinematografica che fotografica di Mussolini, che si raccomanda debba essere centrale in ogni circostanza della realtà. Anzi il Duce può essere fotografato solo in situazioni che lo rendono protagonista, gli danno risalto e lo immergano nel proverbiale bagno di folla.
Gli ordini sono tassativi: evitare immagini poco significative o che addirittura lo vedano in situazioni tragiche, per esempio alluvioni, terremoti, morti, o in momenti in cui compie gesti violenti di rimprovero, tantomeno va ripreso accanto a monache e preti, essendo superstizioso. Tutte le immagini di cui è protagonista devono essere positive.

Non solo controllo dell’informazione. Ma anche del cinema di evasione, commerciale, i cui contenuti non devono offendere il fascismo tantomeno alludere indirettamente al suo capo in modo indegno. Al contrario di quanto avviene per Stalin, la propaganda del regime ha la sottigliezza di non produrre alcun film in cui sia presente un attore che interpreta Mussolini. Si preferisce produrre un colossal nel quale gli si alluda, magnificandolo: Scipione l’Africano! E’ naturale che tutti vedano nel condottiero romano che batte Annibale a Zama la figura di Mussolini conquistatore dell’Etiopia.
La propaganda opera capillarmente, creando sindacati professionali, mobilitando l’interesse economico delle persone perché sostengano a tutti i costi il regime. Imbriglia le intelligenze che producono cultura, passando ad esse uno stipendio segreto su cui non opera il fisco. Moltissimi sono infatti i giornalisti finanziati dal Ministero della Cultura Popolare.

Ma ciò non basta a Mussolini. Vuole un sistema blindato. Nascono le veline, che sono degli ordini veri e propri trasmessi ai direttori dei giornali che a volte partono direttamente da Palazzo Venezia. Edificio che insieme a Villa Torlonia è gestito come una specie di reggia verso cui si voltano estasiati gli sguardi dei plaudenti.
E’ lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale a rompere l’incanto fra Duce ed Italiani. La propaganda lo muterà in condottiero. Ma il condottiero si liquefa. Lo muterà in macchinista, motociclista, aviatore, motore tecnologico! ma si combatterà coi biplani. Il forgiatore del popolo nuovo fascista! Ma lo porterà alla fame, ai bombardamenti, ai disgraziati orti di guerra.

Tutto crolla. Nel grottesco. Nel 1943 l’enorme ventennale fuoco di artificio di parole implode, sgonfiandosi come un grosso pallone per i troppi calci sul campo.
Paradosso. Il vero zenith è raggiunto solo da suo poderoso terribile contrario: le immagini di Piazzale Loreto.