Visualizzazione post con etichetta gas. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta gas. Mostra tutti i post

27 settembre 2025

Anteprima Presadiretta – Blackout


Un’inchiesta per fare “luce” sulle cause del grande blackout in Spagna e Portogallo dello scorso 28 aprile 2025 quando l’intera rete elettrica è collassata: quali sono state le cause? È stata colpa delle rinnovabili? È a rischio la nostra sicurezza energetica?

Il servizio principale della prossima puntata di Presadiretta cercherà di chiarire le cause del blocco della rete elettrica che ha colpito Spagna, Portogallo e parte della Francia, il più grande blackout della recente storia europea, quando la popolazione di questi paesi è rimasta dieci ore senza elettricità. Quali le cause di questo blocco? Si è subito data la colpa alle energie rinnovabili, accusate di non garantire l’indipendenza e la sicurezza energetica.

Per dare una risposta a queste domande, Presadiretta racconterà le nuove sfide tecnologiche legate alla produzione di energia e alla distribuzione in rete delle energie rinnovabili – spiega Iacona presentando la puntata. Anche in Italia, dove Enel ha investito tantissimo, sulle reti intelligenti a prova di blackout. Come mai, allora, compriamo ancora tanto gas? È il gas liquido pagato a caro prezzo dagli Stati Uniti e persino dalla Russia (alla faccia delle sanzioni).

Il grande blackout in Spagna

28 aprile 2025, una data che resterà nella storia della Spagna. Alle 12.33 la Spagna va in blackout e rimane senza energia elettrica per dieci ore. Le persone sono rimaste bloccate sui treni, negli ascensori, al lavoro, turisti bloccati, trasporti fermi come anche le pompe di benzina.
Inizia a circolare una ipotesi, subito smentita, di un attacco informatico, poi le radio, l’unico mezzo di informazione rimasto, danno notizia che il blackout è causato da un guasto sulla rete elettrica spagnola. “Sembrava di essere tornati indietro di 50 anni” racconta a Presadiretta una testimone dell’evento che per fortuna è cominciato a mezzogiorno quando c’era ancora luce. Gli ospedali sono andati avanti coi generatori, fino a quando alle 11 di sera l’energia è tornata. Ma nessuno pensava che il blackout potesse durare così a lungo, pensavano ad un blocco di pochi minuti, all’inizio sembrava quasi un giorno di festa perché c’era molta gente in strada, ma per chi lavorava è stato terribile, soprattutto per i pendolari, niente treni né metropolitane, solo i bus circolavano ma molto lentamente nel traffico impazzito. Un caos: le persone in macchina hanno dato un passaggio anche a a sconosciuti ma molti sono tornati a casa a piedi.

Per i negozi il giorno del blackout è stata una catastrofe, non si poteva cucinare, niente roba calda né fredda, molto cibo è stato buttato via dai frigoriferi.

Il suo costo è inestimabile, infatti le polizze assicurative lo stanno ancora stimando per aziende e attività commerciali, è difficile stimare il costo del lavoro perso, per non parlare delle persone che erano attaccate ad una macchina per l’ossigeno o una dialisi.
Ancora non si sa se i risarcimenti per i cittadini e le imprese ci saranno e chi li pagherà perché un blackout generale – raccontano dalla principale associazione a tutela dei consumatori – non è una casistica presente nelle clausole contrattuali, il consumatore può chiedere il 10% di rimborso sulla bolletta elettrica annuale, ma i risarcimenti arriveranno solo nel primo trimestre del 2026 e l’importo sarà ridicolo.

Ma per stabilire il risarcimento bisogna prima stabilire chi è il responsabile del blackout: nonostante siano passati molti mesi ad oggi nessuno si è assunto la responsabilità.

La responsabilità è stata data sin da subito alle rinnovabili: Presadiretta è andata nella regione della Castiglia, dove enormi zone pianeggianti sono state dedicate al fotovoltaico, in Spagna questa fonte di energia è passata da 3 GW a 42GW installati. Un salto troppo grande per la rete - si sono chiesti tutti. Il solare è la prima fonte di energia della Spagna, copre fino al 78% della domanda elettrica del paese.
Ma è stata colpa delle rinnovabili? Il problema starebbe nella bassa interconnessione della Spagna con gli altri paesi.

Per motivi geografici la Spagna è in rete solo con la Francia: poco prima del blackout la Francia per evitare danni alla propria rete ha interrotto la connessione e questo ha dato il colpo di grazia alle reti spagnole e portoghesi. Per la ministra dell’energia portoghese Maria Da Graca Carvalho questo è un problema politico ed europeo che va risolto: “secondo l’Unione la percentuale di interconnessione di ogni paese dovrebbe essere del 15%. Quella della penisola iberica è del 2%, perché la Francia è già bel collegata col resto d’Europa a cui vende energia nucleare, quindi c’è meno interesse verso Portogallo e Spagna, siamo un paese produttore di tanta energia. Ma dopo il blackout la Francia ha firmato un accordo con la banca europea degli investimenti impegnandosi ad accelerare l’interconnessione con la Spagna.”

Il gas che compriamo dalla Russia



Nonostante le sanzioni, nonostante la posizione ufficiale del governo, compriamo ancora gas dalla Russia, consapevolmente o meno. Presadiretta lo dimostrerà con le immagini raccolte da Ravenna dove, il 14 luglio scorso, la metaniera LNG Geneva ha trasferito il gas alla nave rigassificatrice di Ravenna. Le immagini – raccolte da Greenpeace -sono state girate da alcuni pescatori al largo, si vede una metaniera che trasferisce il gas alla rigassificatrice: secondo i registri portuali veniva da El Ferrol in Spagna, seguendo il suo tragitto si vede che questa nave, prima di arrivare in Italia, è andata prima verso nord e quando arriva sopra la Russia ha staccato il tracking. La metaniera potrebbe essere entrata nel porto di Murmansk nella penisola di Kola: non lo sappiamo con certezza perché la nave ha spento il segnale di localizzazione, in violazione alle regole di navigazione che la Geneva commette per oscurare la sua manovra.

Dopo tre giorni ha riacceso il segnale e, sempre nel mare di Barents, si vede che è aumentato il suo pescaggio, come se fosse andata a rifornirsi in Russia.

Tutto questo è più che un indizio sul fatto che il gas russo, almeno una volta, sia arrivato in Italia. Le navi rigassificatrici sono state comprate dall’Italia in tutta fretta proprio per renderci indipendenti dal gas russo: per quella di Ravenna sono stati spesi più di un miliardo e derogando le leggi ambientali.

Le energie rinnovabili in Italia

Dalla dipendenza al gas al futuro dell’energia: le comunità energetiche che si stanno sviluppando anche in Italia. Come a Medicina a pochi km da Bologna, la prima comunità solare nel nostro paese (oggi in totale ne esistono 40). Comunità dove la gente autoproduce l’energia con piccoli impianti fotovoltaici domestici e la condivide perché se ne fa così tanta da poter essere messa in rete, nelle colonnine per le ricariche delle auto oppure viene rivenduta alla rete nazionale.

Ai pannelli sui tetti si sono aggiunti nuovi impianti, i pannelli solari da balcone, si attaccano alla rete e non servono autorizzazioni, il pannello va solo collegato alla rete di casa e si può monitorare l’energia prodotta con una app. Questi pannelli costano 400 euro e sono di una tecnologia superiore a quella dei primi pannelli – Presadiretta ha raccolto una testimonianza di una persona di questa comunità – da 100, 120 watt sono passati ad una potenza più del doppio.

E l’impatto sull’immagine della casa, sul decoro? “Io quando vedo una pala eolica, un pannello, penso sempre che quella gente produce energia pulita e soprattutto non deve andare a chiedere gas all’arabo, al medio oriente o agli americani, la tua energia te la fai te, te la consumi te, e stai bene te. Se domani mattina succede qualcosa ad una centrale che serve tot utenze, io ho il mio impiantino, ho le mie batterie e sono autonomo.”


L’aeroporto di Fiumicino a giugno ha inaugurato un innovativo sistema di accumulo che si accompagna al grande impianto fotovoltaico (il più grande in Europa) realizzato da Enel: si chiama Pioneer, un progetto pionieristico perché riutilizza più di 700 batterie dandogli una seconda vita, il più grande impianto di accumulo in Italia di batterie second life, che potrà durare anche dieci anni con performance analoghe a quelle di un sistema con batterie nuove. Queste batterie arrivano da tre case automobilistiche diverse, Nissan, Stellantis e Mercedes.
L’impianto potrà essere utile anche per la rete perché pensato per servire l’autoconsumo dell’aeroporto – spiega Nicola Rossi responsabile innovazione Enel – però da un punto di vista delle performance può offrire servizi di flessibilità verso la rete.

Gli effetti delle microplastiche sull’infertilità

Quali effetti causano sul nostro organismo e sulla nostra salute l’assunzione delle microplastiche ? Sono microparticelle invisibili ad occhio nudo, ma sappiamo che sono presenti nel cibo che mangiamo, nell’aria, nell’acqua che beviamo e sappiamo anche che ne siamo esposto nel corso dell’intera vita, sin dall’utero materno. Grazie agli studi sulle cellule degli animali, come i pesci, sappiamo già molte cose, per esempio che le dimensioni contano: le particelle più piccole, inferiori a 10 micron quelle più insidiose perché capaci di essere assorbite dall’organismo, anziché espulse via. Presadiretta se ne era occupata in una vecchia puntata del 2023: dei pesci erano stati immersi in una vasca piena di microplastiche (polietilene blu) e i ricercatori di Catania aveva rilevato che queste erano state assorbite dai tessuti, in particolare nel capo dell’animale, lungo la spina dorsale. Una parte delle larve, esposte alle microplastiche, sono morte nel corso dell’esperimento, non si cibavano più, i pesci diventavano ciechi e non erano più capaci di orientarsi, dunque non erano in grado di nutrirsi. La cecità – raccontava la dottoressa Gea Conti – era dovuta al fatto che le particelle si disponevano nella cornea e questo ha dimostrato che quando assorbiamo microplastiche con l’alimento una parte viene eliminata con le feci, un’altra parte, la frazione più sottile, viene assorbita dai tessuto.

Presadiretta è tornata nei laboratori dell’università di Catania: i pesciolini non ci sono più, ma le ricerche sulle microplastiche sono andate avanti sulle persone in carne e ossa.

Qui hanno trovato particelle estratte dal liquido follicolare di donne infertili, sono frammenti, questi frammenti non hanno una precisa definizione: hanno scoperto che all’aumentare della concentrazione c’è una interferenza endocrina, ovvero col sistema ormonale.

La dottoressa Gea Oliveri Conti spiega che il loro studio è stato pubblicato perché questi risultati li hanno lasciato esterrefatti: il titolo dello studio era significativo “prime prove di un fattore di rischio emergente per la fertilità femminile.”

Margherita Ferrante è la direttrice del laboratorio di igiene ambientale a Catania: a Presadiretta spiega come questo dubbio dimostri che c’è una correlazione tra la presenza di microplastiche e la diminuzione della fertilità nella donna. La fertilità ne risente perché la maturazione follicolare ne risente significativamente.

Anche negli uomini sembra esserci un legame tra problemi di infertilità e l’abbondanza di microplastiche nel liquido spermatico : nuove ricerche suggeriscono un impatto significativo tra questi inquinanti a carico di numerose altre patologie.

Lo studio, prosegue la dottoressa Ferrante, è stato fatto su soggetti dializzati, su soggetti con depressione maggiore (per capire se ci fosse un effetto sulla malattie neurologiche), su soggetti con infiammazioni intestinali croniche e sul cancro del colon retto, per avere un parametro anche di una malattia cancerosa.

Sono veramente dannose le microplastiche? “Si sono dannose [le microplastiche] hanno un effetto infiammatorio correlato coi tumori, se pensiamo all’obesità, alle malattie cardiovascolari, ma anche molte malattie neurologiche, queste malattie hanno come punto di partenza proprio l’infiammazione..”
C’è una correlazione anche con le malattie neuro-degerative: questa epidemia delle malattie neurologiche, neuro-degenerative ha un collegamento con le microplastiche.

Neanche il nostro cervello è immune dall’invasione della plastica, ne conterrebbe un quantitativo incredibile pari circa a 7 grammi, l’equivalente di un cucchiaio.
Lo rivelano campioni sui tessuti celebrali prelevati dalle autopsie su persone decedute: lo racconto una studio dell’Università del New Mexico pubblicato sulla rivista Nature Medicine. In attesa di maggiori certezze possiamo adottare delle precauzioni: limitando l’uso della plastica nella vita quotidiana, scegliendo di bere laddove possibile acqua di rubinetto.

Perché dal rubinetto esce acqua senza particelle, l’acqua potabile è dunque più sicura.

La scheda del servizio (via Ecquologia):

Domenica 28 settembre (20.30 Rai 3) PresaDiretta presenta BLACKOUT, una puntata dedicata alle potenzialità dell’energia rinnovabile e alla sicurezza delle reti energetiche. Mentre Aspettando PresaDiretta si occuperà di plastica.

Un viaggio di PresaDiretta tra centri di telecontrollo, impianti di produzione, reti intelligenti, sistemi di accumulo. Per scoprire le vere ragioni del grande blackout in Spagna e per capire quanto sono sicure le reti italiane. Un’inchiesta sulla nostra dipendenza dal gas: da quello russo, che non abbiamo abbandonato nonostante le sanzioni, alla nuova guerra commerciale di Donald Trump sul gas. E poi il potenziale, per ora poco sfruttato, della geotermia.

Aspettando PresaDiretta, analizza la relazione tra microplastiche e salute, dall’infertilità alle malattie cardiovascolari. Un focus sulle difficoltà per la filiera del riciclo di lavorare i nuovi imballaggi introdotti sul mercato.

In Aspettando PresaDiretta, nella prima parte della serata, il racconto delle recenti ricerche del Policlinico di Napoli e dell’Università Vanvitelli della Campania che mostrano la presenza sempre più invasiva di microplastiche negli organi e nei tessuti dell’uomo e il ruolo che possono avere su varie patologie, comprese le malattie cardiovascolari. Un reportage poi, in un’azienda toscana per toccare con mano l’impossibilità di riciclare alcuni nuovi tipi di imballaggio – che adesso vanno di moda – e a Viareggio per raccontare la mancata applicazione della legge SalvaMare che lascia da soli i pescatori a gestire i rifiuti di plastica intrappolati nelle loro reti.

In studio ospite di Riccardo Iacona: Giuseppe Ungherese esperto di ambiente e sostenibilità.

La puntata BLACKOUT. 28 aprile 2025: in Spagna, per 10 ore, si ferma tutto. Treni, ascensori, bancomat, pompe di benzina, e così pure in Portogallo e in alcune zone della Francia.

E’ il grande blackout. Sotto accusa, da subito, le energie rinnovabili. Un’inchiesta di PresaDiretta tra operatori, compagnie elettriche, gestori di rete e scienziati, analizzando i report ufficiali che individuano la causa nel non corretto controllo della tensione di rete e nella bassa interconnessione con i Paesi confinanti. E l’Italia? Un viaggio di PresaDiretta tra l’Emilia-Romagna, la Campania, la Liguria, la Puglia e le Marche, dentro porti, aeroporti, centrali idroelettriche, aziende di punta nell’innovazione,’ per capire a cosa servono e come funzionano le reti smart, i sistemi intelligenti e per conoscere tutte le novità sull’accumulo dell’energia.

L’inchiesta sul gas parte dalla nuova nave rigassificatrice al largo di Ravenna, grazie alla quale l’Italia si è liberata dalla dipendenza dal gas russo. Ma è proprio così? In esclusiva, Presa Diretta ha seguito le tracce del combustibile russo che – nonostante le sanzioni internazionali – tutta l’Europa acquista ancora in grande quantità. Per finire con i nuovi accordi Europa-Stati Uniti che ci costringeranno a comprare 750 miliardi di combustibile da Trump. E dove finirà la nostra indipendenza energetica?

Le telecamere di PresaDiretta arrivano infine in Toscana nella Valle del Diavolo, la culla della geotermia, dove si concentra il 10% della produzione mondiale. Eppure, nonostante la legge del 2010 per promuovere nuove centrali, da 11 anni in Italia non ne è stata costruita o autorizzata neanche una.

BLACKOUT è un racconto di Riccardo Iacona e Maria Cristina de Ritis con Daniela Cipolloni, Marco Della Monica, Marianna De Marzi, Irene Fornari, Alessandro Macina, Teresa Paoli, Andrea Vignali, Emilia Zazza, Fabrizio Lazzaretti, Paolo Martino.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

08 aprile 2024

Presadiretta – A tutto idrogeno

Il viaggio dell’ultima puntata di Presadiretta parlerà dell’idrogeno verde, un gas che non emette co2, che ci consentirà di sganciarci dalle energie fossili.

Poi un passaggio in Svezia dove si producono le batterie a ioni di sodio.

In Italia invece il governo Meloni punta su costosi rigassificatori con cui trasformare l’Italia nell’hub del gas, perché, visto che si deve consumare (e si sta consumando) sempre meno gas?

L’idrogeno verde

Al centro Enea di Casaccia sta crescendo la prima Hydrogen Valley italiana, dove sperimentare l’idrogeno verde: idrogeno prodotto da energie rinnovabili (e non da combustibili fossili) il cui surplus può essere dedicato all’idrogeno “green”.

Per produrre idrogeno si usa il processo di elettrolisi per scindere la molecola dell’acqua: l’acqua diventa un gas combustibile pulito, che non ha nella sua molecola il carbonio.

Serve tanta energia elettrica e serve tanto idrogeno: Presadiretta è andata a Livorno dalla Erre2, dove si producono i macchinari per generare l’idrogeno verde, in loco proprio nelle grandi produzioni industriali che oggi usano fonti energetiche inquinanti.

La tecnologia ad idrogeno andrà in parallelo a quella dell’elettrico, può convivere: è uno strumento in più per arrivare alla decarbonizzazione, la ricerca intanto sta andando avanti per arrivare a celle per centrali a idrogeno meno ingombranti.

Alla Erre2 esportano le loro macchine in Francia e Inghilterra, sono fiduciosi che questa tecnologia, l’idrogeno green, avrà un futuro nella transizione energetica: la Hydrogen Bank sarà finanziata dalla banca europea e su questo settore siamo addirittura davanti alla Cina.
Questi impianti per la elettrolisi sono ancora montati a mano, ma man mano che l’idrogeno verde andrà avanti la sua produzione avrà costi minori.
Come per le altre energie rinnovabili, come il solare: dove c’è il sole oggi produrre energia dal fotovoltaico costa meno rispetto ad altre fonti – spiega Marco Alverà a Presadiretta – il mix del futuro sarà 50% elettricità e il restante deriverà da un combustibile (per le navi, per il riscaldamento, per fare l’acciaio). Questo secondo 50% sarà per metà combustibili a idrogeno e l’altra metà combustibili fuel.

Con l’idrogeno verde si potrebbe ridurre le emissioni per 4 tonnellate l’anno, per questo tanti paesi europei stanno investendo in questo settore.

L’energia in Danimarca

Il vento genera la metà dell’elettricità in Danimarca: questo paese è stato tra i primi a puntare sull’eolico, anche con impianti offshore. Entro il 2030 vogliono quadruplicare l’energia dall’eolico, il surplus di questa energia verrà usata per produrre idrogeno: Presadiretta è entrata nello stabilimento di Everfuel, uno dei più grandi in Europa che è alimentato solo da energie rinnovabili.
Questo impianto venderà anche le energie di scarto, come il calore, per il teleriscaldamento.
L’idrogeno verde è accumulato in tante batterie in serie (poi mandate nella rete), il loro progetto è distribuirlo anche fuori dalla Danimarca.

In Germania nella regione che si affaccia sul mare del nord sono pieni di pale eoliche: sono ovunque perché i contadini si sono messi in società, coltivano e lasciano le pale eoliche sui loro terreni.
Il governo tedesco ha deciso che Amburgo diventerà un grande cantiere per l’idrogeno verde: una centrale a carbone è stata convertita per l’idrogeno verde, che sostituirà il gas naturale entro il 2045, e dovrà riscaldare l’intera città, raccogliendo il calore di scarto da tutte le produzioni industriali (il cui calore non deve essere sprecato).

Intorno al porto di Amburgo sono concentrate decine di industrie pesanti che andranno convertite: questa è la sfida della città che si appoggia proprio all’idrogeno verde, prodotto da energie anche non rinnovabili nel periodo di transizione, ma alla fine si userà solo idrogeno verde.

Negli stessi giorni in cui si sono registrate le interviste, i trattori dei contadini tedeschi sfilavano per le strade protestando contro le scelte dell’Unione Europea, che ha portato al dietro front sui pesticidi. Ma il governo tedesco continua a puntare sulle energie rinnovabili, anche nei grandi processi industriali che hanno bisogno di tanta energia, come quello siderurgico.
Ad esempio alla Arcelor Mittal puntano all’idrogeno verde, al posto del gas (in Germania, non in Italia), per arrivare a produrre acciaio verde.

Comunque due terzi dell’idrogeno verde dovranno essere importati: non saremo mai indipendenti sull’idrogeno dunque, la Germania sarà sempre un consumatore di quello prodotto in altri paesi, per esempio i paesi del nord Europa o i paesi del sud, come il nord Africa.

Dobbiamo prendere l’energia laddove si può, come il nord Africa, e trasformarla in qualcosa che si può trasformare come l’idrogeno: questo è il futuro, nonostante ancora si punti sul gas naturale.

Il grande Hub del gas

In Abruzzo a Sulmona Snam vuole realizzare il centro della rete di smistamento del gas: ma questo progetto, il gasdotto che attraverserà l’appennino, è ancora sulla carta.
Costerà 2,5 miliardi di euro questo progetto che era stato abbandonato e poi risuscitato dal governo Draghi e Meloni poi.
Questo progetto sarà strategicità – spiega la presidente del Consiglio – ma la popolazione locale lo ha criticato per l’impatto ambientale, perché la centrale di Sulmona è in una zona sismica dentro una valle chiusa.
Non ci sarà nessuna ricaduta occupazionale: si tratta di un’opera di pubblica utilità? No perché è stata pensata nei tempi in cui ancora si puntava sul gas, la stessa regione Abruzzo si è detta contraria a questa opera, ma la contrarietà della regione è stata superata dai decreti dei governi Draghi e Meloni.
Il gasdotto dovrebbe passare sotto Paganica, vicino all’Aquila: qui ancora ci sono le cicatrici del terremoto del 2009, poco lontane dal tracciato del gasdotto che prosegue poi verso il nord.
Come si fa a parlare di sicurezza? Le popolazioni sul territorio non credono alle rassicurazioni della Snam e del governo, la gente ha paura.

Ferdinando Galletti è il presidente dell'amministrazione usi civici: a Presadiretta racconta che il suo ok all’opera non lo darà mai, perché prima viene la tranquillità delle persone.

Molti dei proprietari dei terreni su cui dovrà passare il gasdotto hanno già firmato dei documenti in cui consentivano l’opera, ma ora dopo il terremoto temono il pericolo: Snam sta tenendo conto del rischio terremoto, dell’impatto sulle case di questa opera?

L’istituto nazionale di vulcanologia INGV ha confermato queste paure: questoo gasdotto provocherà delle accelerazioni del suolo che potranno essere superiori a quelle previste per l’opera. Il governo Meloni ha chiesto di fare altri studi anche sulla tratta da Sulmona a Foligno e serviranno altri due anni, mentre non si farà nessuna indagine sul tratto verso l’Emilia Romagna.

Ma non si potranno aspettare due anni, perché la Snam deve completare l’opera entro il 2027 per prendere i soldi del pnrr e i lavori devono iniziare entro il primo semestre del 2025, ovvero prima della fine degli studi.

Secondo Snam l’unico tratto dove serve l’analisi di INGV è quello verso Foligno, negli altri tratti le indagini sono sufficienti.

Ma il problema è che il consumo di gas in Italia è in calo: questo è il vero punto, quest’opera è inutile, lo racconta il think tank Ecco.
Anche con una transizione più lieve, il consumo di gas non giustifica investimento, a meno che i consumi di gas crescano (cosa molto improbabile).

Il rischio che la dorsale adriatica verrà ripianato dai consumatori italiani è dunque molto reale: il costo di questo gasdotto, di cui si vanterà questo governo, lo pagheremo noi due volte, prima col Pnrr (che sono soldi dell’Europa) e poi con le bollette.

Salvatore Carollo è stato a capo del trading del gas per Eni: a Presadiretta spiega che questo mercato del gas non interesserà il resto dell’Europa, come nemmeno il gas liquido (che costa anche molto di più).

Perché la Germania dovrebbe comprarsi il gas liquido da noi?

Il presidente Marsilio scarica le colpe al governo Draghi – racconta il conduttore Iacona in trasmissione: il governo Meloni ha solo confermato queste scelte.

Il gas liquido

Per la strategia energetica italiana, fondamentale sarà il rigassificatore davanti Ravenna: in Italia Snam ha acquistato una nave per la rigassificazione, col decreto energia Meloni ha fatto rinascere due progetti per rigassificatori, in Sicilia e in Calabria a Gioia Tauro.

Peccato che, a parte l’essere una fonte energetica vecchia e inquinante, lo stabilimento di Gioia Tauro è abbandonato e usato anche da una comunità di migranti.
A San Ferdinando sono preoccupati del rigassificatore e delle opere accessorie, promesse ma mai messe sulla carta: il sindaco vorrebbe delle garanzie su questa ennesima opera strategica (vecchia e costosa), prima di vedersi depredata un’altra parte del loro territorio.

Conviene investire su questi rigassificatori, la cui costruzione richiederà altri 4-6 anni? Come giustificano queste opere Iren e Surgenia anche di fronte al calo della domanda di gas?
Ci sono ragioni di sicurezza strategica, risponde Iren, che però chiede un forte sostegno economico allo stato, perché sanno benissimo che queste opera non si ripagherebbero da sole. Anche qui saremo sempre noi con le bollette a pagare queste opere.

Abbiamo bisogno anche di nuovi fornitori di gas per il nostro piano: tra i fornitori c’è anche Israele, che vorrebbe essere nostro partner nel piano sull’hub europeo, assieme a noi vorrebbero realizzare un gasdotto dai giacimenti italiani fino a Cipro, poi la Grecia per arrivare alla costa pugliese.

Estmed Poseidon costerebbe miliardi: nemmeno l’Europa ci crede più a questo progetto, ma nonostante questo c’è un grande lavoro di lobby in Parlamento per convincere lo stato a finanziare questa opera.
Le riserve di gas di Israele sono minuscole, anche questo è un fattore che dovrebbe farci riflettere sull’investire o meno su un nuovo gasdotto.

Estmed non servirà nemmeno a trasportare idrogeno verde, perché nel futuro l’idrogeno sarà prodotto – come si è visto prima – laddove sorgono i grandi impianti di elettrolisi.

Combustibili alternativi

Ci sono carburanti a base di idrogeno che possono funzionare anche nei motori termici: il problema è che costa tanto e dunque si pensa di usarlo nei trasporti a lungo raggio, come navi o aerei.

L’idrogeno può essere anche usato nei mezzi pesanti, come i trattori che spostano le merci nei porti: li stanno sperimentando sempre all’Enea con le loro fuel cell, che funzionano in un processo di elettrolisi inversa, l’idrogeno diventa acqua e energia elettrica (vapore acqueo e nessuna emissione di co2).
Ci sono anche le auto ad idrogeno: sono poche e funzionano anche loro col principio della fuel cell, emettono acqua a partire dall’idrogeno.
Sono auto con motore elettrico, con una batteria più piccola, nei serbatoi è contenuto idrogeno e non benzina: il modello della BMW ha una autonomia tra i 5-600 km, al momento sono solo prototipi, ma alla fine di questo decennio pensano di produrla in serie.

Lo svantaggio è il costo e la mancanza di una infrastruttura capillare per il rifornimento dell’idrogeno: in Italia ce ne sono solo due, in Germania ne esistono 60 circa.

Le batterie senza litio

Oggi stiamo costruendo le prime batterie al sodio, senza nemmeno un grammo di litio: questa è la nuova sfida dell’industria, alla faccia dei tanti detrattori dell’elettrico. Non solo, le stesse batterie al litio stanno diventando sempre più efficienti.

Assieme alla rivista indipendente Motor1.com, Presadiretta ha testato nuove auto elettriche per misurarne le performance, in termini di autonomia, di costo per km. Serviranno sempre più auto elettriche, da collegare alla rete per stabilizzarne i picchi quando serve.

In Svezia, dove circolano tante auto elettrico (nonostante il freddo) stanno lavorando a nuove batterie agli ioni di sodio, con un processo più semplice – raccontano dalla Altris: Il processo di produzione per gli ioni di litio o di sodio è lo stesso al 95%, possiamo usare gli stessi macchinari. Il vantaggio è che rispetto alle batterie al litio qui possiamo usare un unico tipo di rame anziché due ha dichiarato all’inviato Alessandro Macina il co-fondatore e CTO di AltrisRonnie Mogensen fare le batterie al sodio è un processo più semplice e le batterie sono più facili da riciclare, i materiali sono sostenibili e tutto quello che c’è in queste celle viene dall’Europa, non bisogna più importare niente.
Dunque non ci sarebbe più bisogno dei metalli delle terre rare con questa tecnologia basata sugli ioni di sodio che al momento è usata per le cosiddette applicazioni stazionarie, dove vengono utilizzate come batterie di accumulo per l’energia prodotta dalle rinnovabili, ma qui in Svezia sono pronti per il grande salto e cioè portare le batterie al sodio anche nel settore dei trasporti, nelle auto elettriche. Sarebbe un bel passo in avanti per la filiera dell’auto elettrica che ci renderebbe più indipendenti dalla Cina.
“Abbiamo celle che possono caricarsi in 15 minuti e sono utili in applicazioni come i veicoli elettrici o come quando è necessaria molta energia in tempi rapidi, la densità energetica diminuisce leggermente, ma possiamo creare celle al sodio per ogni applicazione, la cella giusta per il lavoro giusto e per il consumatore non cambia nulla, userà la stessa colonnina di ricarica di prima, sodio o litio l’infrastruttura è la stessa. Parliamo di pochi anni al massimo, non stiamo parlando di un decennio. Abbiamo clienti automotive che ce le chiedono già ora. Questa cella è davvero molto vicina al mercato. Stiamo recuperando terreno sul litio settimana dopo settimana” ha aggiunto ancora Mogensen a PresaDiretta.

È molto promettente questa tecnologia: ad oggi queste batterie sono più pesanti, ma col tempo diventeranno sempre meno ingombranti: alla Altris immaginano un futuro dove le batterie al litio e al sodio conviveranno, per applicazioni diverse.

A questo progetto delle batterie agli ioni di sodio è interessata la Northvol, il più grande produttore europeo di batterie, che stanno aprendo la prima gigafactory europea del riciclo delle attuali batterie al litio. Dopo aver aperto un primo impianto in Norvegia destinato al riciclo del più grande mercato di auto elettriche, in questi laboratori hanno messo a punto un nuovo processo automatizzato in cui si fa tutto, dal disassemblaggio fino alla black mass, la polvere catodica contenente i materiali per le nuove batterie. Emma Nehrenheim è la responsabile sostenibilità ambientale di NorthVolt “questa polvere nera contiene tutto, grafite, nichel, cobalto, manganese e litio nel processo, aumentando lentamente il ph, riusciamo a separare tutti i diversi metalli fin quando non li avremo ognuno nella sua forma più pura”, il nichel o il cobalto riciclato, che la responsabile ha mostrato al giornalista, spiegando come “la cosa bella dei metalli è che possono essere riportati alla loro forma elementare, cobalto rinnovabile che non è estratto da una miniera, è lo stesso cobalto che continuiamo a tenere in circolo, è questa la chiave della sostenibilità ambientale per i veicoli elettrici perché, o apriamo nuove miniere in Europa oppure investiamo nel riciclo. Ma credo che questo investimento valga molto di più a lungo termine sia in termini di sostenibilità che economici.”
La nuova gigafactory riciclerà 125mila tonnellate di materiali per batterie all’anno, il vantaggio dei metalli riciclati è che le loro prestazioni nelle nuove batterie sono equivalenti o superiori a quelli dei metalli appena estratti e poiché non esauriscono mai le loro proprietà, possono anche essere riciclati più volte, così nel 2021 in questi laboratori NorthVolt ha prodott
o le prime celle 100% riciclate.

Nel loro impianto il riciclo si fa da batterie che vengono da tutto il nord Europa: la strategia è rendere l’Europa indipendente dalla Cina, per le batterie e per il litio, occorre essere pronti a far partire il processo industriale del riciclo appena arriveranno a fine vita le prime batterie.

L’Europa ha messo obblighi di riciclo su ogni materiale e questo farà nascere una grande industria europea del riciclo. Sono previste 41 gigafactory al 2030 con investimenti per 2,6 miliardi ma i ricavi saranno almeno il doppio, ha calcolato il Politecnico di Milano.
Anche per l’Italia il riciclo delle batterie potrebbe essere un mercato promettente: il professor Colledani parla di un mercato da almeno 600 ml di euro l’anno e questa promessa del riciclo è quella che rende l’elettrico diverso dal motore endotermico.

Tutti le grida d’allarme sui rischi del motore elettrico, che ci renderà dipendenti dalla Cina, sono solo propaganda. Oppure ignoranza.

Quanto idrogeno verde produrremo (coi soldi del pnrr)?

Sono circa 3,6 miliardi di euro i fondi del pnrr destinati all’idrogeno verde: Presadiretta è andata a Figline Valdarno, in provincia di Firenze, dove un’azienda italiana attiva nelle energie rinnovabili prevede di installare 100 megawatt di fotovoltaico per riconvertire un’ex grande area industriale in una Hydrogen Valley: produrre idrogeno verde può essere un buon modo per riutilizzare siti industriali dismessi ma che abbiano ancora infrastrutture utilizzabili.

Il CEO di Ge-Group Federico Parma racconta che in questo sito ci sia ancora una linea per l’alta tensione già connessa, basta girare una leva dell’interruttore, sono presenti 11 pozzi di acqua, una condizione fondamentale per andare a produrre, ci sono 60mila metri quadri coperti e poi il sito è su una dorsale della A1, quindi in una situazione favorevolissima, come tanti altri siti dismessi, “chi è che vorrebbe dieci raffinerie di più in Italia, ma dieci elettrolizzatori ad idrogeno in più non creano problemi, male male emettono ossigeno.. ”
In questo progetto con il calore di scarto per la produzione di idrogeno si climatizza una vertical farm che coltiva in ambiente protetto frutta e ortaggi mentre con l’ossigeno si alimentano allevamenti ittici.
Ma per il fatto che questo progetto è così vario e non prevede la produzione di solo idrogeno verde gli ha impedito di accedere ai fondi del pnrr.

Lo racconta ancora il CEO: “non siamo riusciti in alcun modo ad intercettare alcun fondo per finanziamento pubblico, tenendo conto che questo progetto rientra in dodici misure del pnrr. Creare un’economia circolare dove è tutt’uno non è stato proprio concepito nel pnrr. Fondamentalmente andiamo avanti con soldi 100% privati. ”

Per l’idrogeno in Italia dai fondi pubblici del pnrr sono stanziati 3,6 miliardi di euro, oltre 700ml sono destinati proprio alla creazione di siti di Hydrogen Valley con cui produrre 700 mila tonnellate di idrogeno verde da qui al 2030. ReCommon sta seguendo questi progetti: “lo scenario migliore è quello dove si produce e si utilizza in loco per ad esempio decarbonizzare le industrie ” racconta Elena Gerebizza a Presadiretta, per evitare i problemi del trasporto e della distribuzione dell’energia.
Di progetti simili finanziati dal pnrr ce ne sono più di 50 in quasi tutte le regioni d’Italia, protagonisti sono i grandi operatori dell’energia da Snam a Eni. Quelli dell’associazione ReCommon hanno fatto i conti e si sono accorti che con i soldi stanziati si produrrà solo una minima parte di idrogeno verde, prodotto cioè con le energie rinnovabili, solo 7mila tonnellate: “siamo molto lontani dagli obiettivi e questo lascia immaginare che gli elettrolizzatori che si installeranno nelle Hydrogen Valley utilizzeranno sia energia prodotta in loco, principalmente da fotovoltaico, ma anche energia che circola nella rete [dove l’energia rinnovabile è solo al 40%], quind
i sarà un idrogeno prodotto tramite elettrolisi ma non è necessariamente verde.”

In Italia potremmo produrre poco idrogeno verde, perché manca l’energia rinnovabile di partenza – spiega il professor Setti a Bologna: l’idrogeno verde che parte da un principio buono, parte male in Italia dove manca il surplus di energia rinnovabile. Gli elettrolizzatori saranno alimentati da impianti di rinnovabili dedicati altrimenti prendiamo l’idrogeno che arriva dalla rete.
Il rischio che tutto l’idrogeno che produrremo sarà generato da fonti non green: stiamo investendo per sviluppare un mercato dell’idrogeno che porterà vantaggio solo ai grandi player del settore, che hanno già una filiera pronta.

Oggi paghiamo il prezzo di non aver installato tutta l’energia rinnovabile come avremmo dovuto fare nel passato: siamo appena al 40% dell’energia rinnovabile sul totale, dovremmo arrivare al 60%, c’è ancora una lunga strada da percorrere.

28 febbraio 2023

Presadiretta - Europa in vendita

Il Qatar si è infiltrato nel parlamento europeo? - è la domanda di una europarlamentare Aubry nell’intervista a Presadiretta: il servizio di questa sera cercherà di rispondere a questa domanda e anche ad altre, sulla politica industriale ed energetica europea.

L’arresto di Eva Kaili e del suo compagno Giorgi, assistente dell’europarlamentare Cozzolino ha dato il via all’inchiesta Qatar gate, soldi in cambio di un cambio della politica europea nei confronti del Qatar e del Marocco. Quel 9 dicembre viene arrestato anche il padre della Kaili mentre si spostava con una valigia piena di soldi, soldi trovati anche dentro la casa della vicepresidente.
Anche l’ex europarlamentare Panzeri, poi a capo di una ong che si doveva occupare di diritti umani, viene arrestato in questa inchiesta: sia Panzeri che Giorgi si erano occupati e si occupavano del tema dei diritti nei paesi del terzo mondo, ma secondo gli inquirenti avrebbero lavorato per ripulire l’immagine del Qatar e nascondere le violazioni sui diritti dei lavoratori in questo paese.
Gli investigatori hanno ripreso uno scambio tra Panzeri e un ministro dell’emirato, prima dei campionati di calcio: nella costruzione degli stadi sono morte migliaia di persone, ma il Qatar si rifiuta di risarcire le famiglie.
Al parlamento europeo il ministro del lavoro è stato chiamato per difendere la posizione del suo paese, mentre le ONG come la Human Right Watch non hanno avuto spazio per denunciare le dure condizioni di lavoro.
Nella stessa seduta, il deputato Cozzolino difendeva il Qatar, non possiamo fermare le sue riforme raccontava alla platea. Stesso tono del discorso del deputato Tarabella, sempre del gruppo socialista.
Alessandra Moretti a Giulia Bosetti ha raccontato di essersi confrontata con Giorgi, prima della conferenza del ministro del lavoro, ma di non essere stata imbeccata sulle domande da fare: al ministro ha chiesto conto della dichiarazione contro i gay dell’ambasciatore del Qatar, senza aver avuto poi risposta.
In Europa l’influenza del Qatar si è sentita sin dal 2019, andando ad avvicinare diversi deputati, a cui venivano offerti viaggi, biglietti per i mondiali.
Il risultato è che nell’europarlamento non si parlava più dei diritti dei lavoratori, ma dell’importanza del Qatar come paese esportatore di gas: il soft power dell’emirato stava funzionando bene.

Le parole di Eva Kaili usate nel suo intervento del novembre 2022 sono state ispirate dall’emirato stesso: “le accuse contro il Qatar sono frutto di una campagna diffamatoria” diceva un report del Qatar e sono le stesse parole della Kaili.
La delegazione che doveva occuparsi dei diritti civili in Qatar è stata bloccata dall’ambasciatore: doveva andare in quel paese per parlare coi lavoratori. La deputata Neumann, capo di questa delegazione è invece riuscita ad andare in questo paese, dove rilasciò interviste favorevoli al paese.

Il dossier dei visti era molto importante per il Qatar: nel parlamento volevano bloccare la liberalizzazione dei visti, senza riuscirci. I qatarini hanno fatto pressioni diversi parlamentari, ma c’è di peggio, secondo Georges Malbrunot, autore di Qatar Papers, l’emirato avrebbe finanziato progetti in Europa, anche in Italia, passando per delle ONG, milioni di euro finiti a gruppi islamici per costruire moschee e diffondere l’islam.
Soldi, regali, investimenti: il fondo sovrano del Qatar ha investito a Milano, in piazza Gae Aulenti, la Torre Unicredit, grazie ai ricavi per la vendita del gas naturale.
Con questi soldi e questi regali, il Qatar si è rifatto l’immagine, nascondendo i suoi legami coi fratelli musulmani. Oggi il suo ruolo è diventato ancora più importante con la guerra in Ucraina, perché sta vendendo il suo gas liquefatto in Europa in sostituzione del gas russo.
Anche l’Italia ha firmato accordi con Doha, non solo per l’importazione del gas ma anche per progetti in comune con Eni.
Il Qatar è il sesto paese che compra armi dall’Europa e in particolare dall’Italia: c’è una relazione tra armi e gas, non vale solo per il Qatar, anche dopo il Qatar gate queste relazioni commerciali ed economiche non si sono fermate.
Quando l’Europarlamento ha impedito agli emissari qatarini di entrare in parlamento, c’è stata una dichiarazione dura, quasi minacciosa: state attenti, noi siamo un partner importante per i paesi europei.
L’Italia e l’Europa hanno bisogno infatti del gas liquido e la corruzione e i diritti umani possono andare in secondo piano.

L’influenza del Marocco

Nell’inchiesta di Bruxelles c’è anche il Marocco: in Europa ci sono dossier importanti su questo paese, sul tema dell’agricoltura e della pesca in particolare.
In particolare si sono tolti i dazi ai prodotti dal Marocco: i loro prodotti hanno invaso il mercato italiano, noi non possiamo essere competitivi con questo paese, dove non ci sono controlli sui prodotti chimici e sul costo del lavoro.
L’Europa ha firmato l’accordo del libero scambio senza verificare la tracciabilità dei prodotti, sull’utilizzo di sostanze chimiche e sul diritto dei lavoratori: il servizio di Presadiretta ha raccontato delle dure condizioni di lavoro in questo paese, dove addirittura i caporali violentano le donne se vogliono essere pagate.

L’Europa ha firmato un accordo anche sul tema della pesca: questo accordo tocca la zona del Saharawi, una zona contesa che il Marocco rivendica. La corte di giustizia europea ha bocciato gli accordi di pesca nella zona del Sahara occidentale, sostenendo che bisognava coinvolgere il popolo del Saharawi: l’Europa è andata dunque contro i principi del diritto internazionale, senza che questo suscitasse qualche scandalo.
Il Marocco in Europa suscita una pressione alta, andando a contattare singolarmente i singoli deputati: Antonio Panzeri è stato uno dei principali sponsor di questi accordi nel 2017.
In una intervista del 2017 difendeva questi accordi, definendo il Marocco un garante dei diritti di queste persone, quelle che vivono nel Marocco occidentale.
Secondo la procura di Bruxelles, Panzeri sarebbe
stato l’uomo che avrebbe difeso gli interessi del Marocco nel parlamento europeo: i suoi viaggi in Marocco non erano per difendere i diritti umani, per la liberazione dei detenuti politici e dei desaparecidos. Ci sono stati 4500 casi di persone scomparse nella zona del Marocco occidentale: eppure l’Europa consente che il Marocco possa saccheggiare le acque reclamate dai Saharawi, finanziando la pesca per 150 ml.

Eppure nessuno ne parla da anni, perché il Marocco non vuole che si parli del Sahara occidentale: non vuole che si parli delle torture, dei detenuti politici, degli abusi.
In un documento riservato, l’ambasciatore marocchino scrive che avrebbe fatto uso della sua amicizia con Panzeri per migliorare l’immagine del paese, nascondendo le violazioni dei diritti umani al mondo.
Chi critica il Marocco, come l’europarlamentare Crespo, ha subito un furto in casa che è stata una minaccia subdola a lui e alla famiglia: ma senza prove non ha potuto fare nulla. L’impunità del Marocco è incredibile: per nascondere i campi profughi, il Marocco ha innalzato un muro nel deserto e riempito di mine il terreno, usano i droni per uccidere civili indifesi.

Solo a gennaio 2023 l’Europa ha condannato la violazione dei diritti umani da parte del governo di Rabat: ci sono voluti 25 anni e l’inchiesta sul Qatar gate, altrimenti nulla sarebbe cambiato.
Il Marocco è disposto a fare qualunque costa pur di nascondere i suoi crimini – racconta a Presadiretta l’attivista per i diritti Sultana Khaya.

Gli impatti della guerra sull’energia

Il Qatar gate arriva in un momento difficile per l’Europa che avrebbe bisogno di essere unita, in modo da avere un’unica politica energetica: invece ogni paese, col rincaro dell’energia a causa della guerra e delle speculazioni, ha portato ogni paese a fare le sue scelte.
In Italia a Città di Castello, gli operai del settore della ceramica di “Ceramiche noi” hanno deciso di incrementare i turni al mattino dove il costo dell’energia è inferiore, hanno deciso di lavorare gratis un sabato al mese, tutto pur di tenere in piedi la produzione.
Il costo dell’energia è cresciuto dieci volte tanto: se anche il 2023 dovesse essere uguale al 2022 coi rincari, tutti questi sacrifici saranno inutili.
Dopo la pandemia la guerra: i rincari dell’energia rendono difficile per queste aziende del settore della ceramica di essere competitivi con altri paesi.
Nel distretto di Faenza e Sassuolo in Emilia si produce il 90% delle ceramiche in Italia, oltre 400ml di metri quadrati di produzione essenziale per l’edilizia: con la volatilità del prezzo del gas che si è innescata nell’ultimo anno tutta questa produzione corre sul filo del rasoio. Ne parla a Presadiretta il presidente del settore ceramiche di Confindustria, che spiega come non tutte le imprese siano pronte a gestire questi rincari “il problema è di quel 20-25% di aziende che si indeboliscono perché perdere 20% o 25% di aziende è un disastro per un paese ”. Se il prezzo dell’energia tornasse a salire il comparto della ceramica non sarebbe pronto a pagare, perché le imprese hanno delle situazioni di cassa molto precarie.

Per ridurre il prezzo del gas il governo Meloni ha aggiunto 30 miliardi sul tavolo per tener fermi i prezzi del gas: ma non è abbastanza, come racconta la storia del petrolchimico in Sicilia, presso la Yara, azienda che produce fertilizzanti. La chiusura di questi impianti non è una buona notizia per l’industria italiana, perché Yara produceva l’ammoniaca per diverse imprese.

Produceva anche i fertilizzanti per gli agricoltori: alcuni di loro hanno deciso di aspettare prima di procedere con la distribuzione dell’urea sui campi, temendo un incremento dei costi.
Con l’ammoniaca si produce l’ADBlue, un additivo chimico usato nei motori dei camion: non si sta bloccando solo l’agricoltura, anche il settore dei trasporti si sta bloccando in Italia.
L’ammoniaca viene usata dallo stabilimento di Novara della Radici dove si producono i polimeri: senza ammoniaca, niente polimeri, quelli poi usati dentro le auto (per alleggerirne il peso).
Radici oggi subisce la concorrenza di altri paesi, come l’America, dove il costo del gas è inferiore: l’industria chimica ha 2800 imprese, la chimica ha creato maggiore occupazione in questi ultimi anni, ma sono posti di lavoro oggi a rischio.
Succede a Novara e anche in Val Brembana, dove non si erano fermati nemmeno col covid: hanno perso un terzo della produzione per colpa dei rincari del gas, se questi dovessero continuare a crescere sarebbe un problema.
Secondo l’analista Matteo Villa, il prezzo del gas è destinato ancora ad essere variabile, continuerà a crescere e a stabilizzarsi verso l’alto: tutto dipende dalla capacità di Norvegia e Algeria nel darci il gas ai livelli di cui ne abbiamo bisogno.

A rischio è la nostra industria: le misure del governo Meloni sono contingenti – spiega a Presadiretta il vicepresidente di Confindustria Baroni: rischiamo di perdere competitività in Europa.
Tutto questo perché poi in occidente siamo tutti disuniti come politiche energetiche, mentre in America non c’è stato alcuno shock energetico.
Il gas americano costa almeno il doppio di quello russo: i sussidi non bastano per gestire questo problema, spiega l’economista Brancaccio.
La deregolamentazione del sistema industriale è stata la causa di queste guerre – ha continuato l’economista: l’America oggi vuole smettere col liberalismo, ma puntando col protezionismo aggressivo, bloccando le esportazioni dai paesi nemici come la Cina.
Dietro la battaglia in Ucraina non ci sono solo i territori contesi, c’è anche una guerra economica dietro, come il conflitto tra debitori e creditori, ovvero Cina e Stati Uniti.

L’Europa non ha trovato una risposta comune al problema dei rincari del gas: ognuno fa per se, chi ha più soldi farà meglio degli altri. Nessun price cap: chi usa i propri soldi per aiutare la propria economia non fa aiuti di stato (condannati dalle leggi europee).
In Germania il governo ha deciso di spegnere le luci dei propri monumenti, per affrontare il primo inverno senza il gas russo: fino al 2021 era il maggior importatore del gas russo, questo inverno ha varato un aiuto di stato da 365 miliardi per aiutare le proprie imprese.
Ma anche questi soldi non bastano: anche in Germania esiste uno stabilimento del gruppo Radici ma è fermo per colpa dei rincari.
Il lungo inverno dell’Europa non durerà poco, ci aspetteranno almeno altri due inverni di crisi energetica: la Germania oltre agli, aiuti di Stato, ha investito in infrastrutture per i rigassificatori.

Ma molte aziende hanno dovuto fare delle scelte difficili: Abbiamo dovuto cambiare completamente la nostra politica energetica” spiega a Presadiretta Heike Mennerich responsabile settore energia di Evonik (un’importante azienda nel settore Chimico in Germania): “l’anno scorso avremmo dovuto spegnere i nostri impianti a carbone per inaugurare due impianti a gas, ma il gas è venuto a mancare e abbiamo deciso di prolungare la vita degli impianti a carbone e questo alla fine ha consentito da salvare le riserve energetiche nostre e di tutta la regione, perché con il carbone abbiamo energia sicura aiutando tutta la Germania a ridurre il consumo di gas. Non è stata una scelta facile, abbiamo dovuto investire in manutenzione, ma era necessario.”

La Germania ha autorizzato l’incremento delle centrali a carbone, tutto pur di salvare le proprie aziende. Ma ci sono aziende tedesche che hanno deciso di andare via, come la Basf, che ha scelto di investire in Cina e disinvestire in Germania.
La vicenda Basf è un brutto segnale per il settore chimico, che richiede molta energia per funzionare: significa perdita di posti di lavoro e di competitività nei confronti di Cina e Stati Uniti.
Ma la deindustrializzazione è già arrivata nel settore delle auto: la Volkswagen ha deciso che non produrrà le sue batterie in Germania ma andrà dove il costo dell’energia è più basso, Asia o Stati Uniti.
Non avendo creato una politica economica comune in Europa, oggi rischiamo di perdere l’industria europea, non solo quella tedesca.

Gli Americani hanno investito 738 miliardi in incentivi per le aziende americane: per avere questi incentivi le imprese dovranno però rifornirsi solo da aziende americane, una forma di protezionismo tesa ad attirare aziende da altri paesi.

Forse ha ragione l’economista Emiliano Brancaccio: dietro questa guerra in Ucraina si può leggere anche una motivazione economica, per il dumping dell’alleato americano e la sua politica di protezionismo selvaggio che sta portando ad una de industrializzazione di settori industriali qui da noi.

Nel frattempo si sta preparando una nuova guerra con la Cina: l’America sta armando l’esercito di Taiwan in modo che possa resistere alla minaccia cinese e ad un possibile blocco navale.

Non è un caso che Taiwan sia un paese dove si producono i chip presenti nei nostri computer.

Si discute delle guerre ma non delle motivazioni e delle questioni economiche: per poter avviare un processo di pacificazione USA ed Europa dovrebbero rivedere questa onda protezionistica che sarà foriera di conflitti – è il parere dell’economista Brancaccio. Dall’altra parte anche la Cina dovrebbe predisposti a rivedere la sua economia: più politica e meno mercato senza regole.
L’Europa è crocevia di questi conflitti: l’Europa avrebbe l’interesse a diventare agente di pace ma si sta accodando ad un processo di militarizzazione dell’economia che non ha senso.

27 febbraio 2023

Anteprima Presadiretta - Europa in vendita

Che cos’è l’Europa, per noi italiani e per i cittadini europei? Per anni è stata usata come grimaldello per portare avanti politiche di parte come l’austerity, con la scusa “ce lo chiede l’Europa”.

La recente pandemia, la guerra hanno evidenziato che, andando oltre le posizioni unitarie di facciata, non esiste un’unica politica sanitaria, un’unica politica europea, un’unica visione sui diritti civili, sul lavoro. Mandiamo armi in Ucraina per difendere i diritti di autodeterminazione di una nazione ai confini dell’Europa (di cui accogliamo i profughi) e poi finanziamo lager, muri, strumenti di difesa nei confronti di altri profughi in fuga da altre guerre. Guerre e profughi che non vogliamo vedere.
Ma questa sera Presadiretta si occuperà di Europa partendo dallo scandalo Qatar gate: racconta l’anticipazione del servizio di come la corruzione sia entrata dentro il parlamento europeo, Qatar (organizzatore dei mondiali di questo inverno) e Marocco avrebbero pagato alcuni parlamentari ed ex parlamentari per influenzare le scelte dell’Europa.

“Il parlamento europeo è sotto attacco” dice la presidente Metsola: l’Europa si scopre all’improvviso debole e vulnerabile proprio nel momento in cui a causa della guerra dovrebbe affrontare la sfida economica più alta: l’aumento dei prezzi dell’energia sta mettendo in crisi le singole famiglie e il nostro sistema industriale, se non prendiamo delle decisioni ora potrebbe essere troppo tardi.


Nel distretto di Faenza e Sassuolo in Emilia si produce il 90% delle ceramiche in Italia, oltre 400ml di metri quadrati di produzione essenziale per l’edilizia: con la volatilità del prezzo del gas che si è innescata nell’ultimo anno tutta questa produzione corre sul filo del rasoio. Ne parla a Presadiretta il presidente del settore ceramiche di Confindustria, che spiega come non tutte le imprese siano pronte a gestire questi rincari “il problema è di quel 20-25% di aziende che si indeboliscono perché perdere 20% o 25% di aziende è un disastro per un paese ”. Se il prezzo dell’energia tornasse a salire il comparto della ceramica non sarebbe pronto a pagare, perché le imprese hanno delle situazioni di cassa molto precarie.


Non è un problema solo italiano:Abbiamo dovuto cambiare completamente la nostra politica energetica” spiega a Presadiretta Heike Mennerich responsabile settore energia di Evonik (un’importante azienda nel settore Chimico in Germania): “l’anno scorso avremmo dovuto spegnere i nostri impianti a carbone per inaugurare due impianti a gas, ma il gas è venuto a mancare e abbiamo deciso di prolungare la vita degli impianti a carbone e questo alla fine ha consentito da salvare le riserve energetiche nostre e di tutta la regione, perché con il carbone abbiamo energia sicura aiutando tutta la Germania a ridurre il consumo di gas. Non è stata una scelta facile, abbiamo dovuto investire in manutenzione, ma era necessario.”

La scheda del servizio:

Il Parlamento e la democrazia europei sotto attacco. A “PresaDiretta” in onda lunedì 27 febbraio alle 21.20 su Rai 3, un’inchiesta dal titolo "Europa in vendita" - di Riccardo Iacona, con Giulia Bosetti, Raffaele Marco Della Monica, Eleonora Tundo, Andrea Vignali, Eugenio Catalani per raccontare la corruzione e l’ingerenza di Stati stranieri che hanno colpito il cuore delle istituzioni comunitarie, il Qatar Gate e il Marocco Gate. Con interviste e documenti esclusivi, le analisi degli esperti e le voci dall’interno dei palazzi europei.
Quali erano le strategie messe in atto a Bruxelles dal piccolo e ricchissimo emirato del Qatar per affermare i propri interessi sul fronte del gas, delle armi e dei diritti umani violati? Quanti favori ha ottenuto il Qatar in questi anni? E in cambio di cosa? L’altro importante filone d’inchiesta della magistratura belga è il Marocco e la sua forte attività di lobbying.
Per vedere da vicino "PresaDiretta" è andata nel Sahara occidentale occupato dal Marocco, dove ci sono i campi dei Saharawi e dove da anni le organizzazioni internazionali denunciano violazioni dei diritti umani, sparizioni forzate, torture. Come mai allora l’Europa ha continuato a firmare accordi commerciali col Marocco, nonostante le sentenze della Corte Europea che li dichiaravano illegali? E poi c’è la sfida della crisi economica che l’Europa è chiamata ad affrontare: lo shock energetico causato dalla guerra in Ucraina e l’aumento del prezzo del gas, l’aumento delle materie prime e il rischio di perdere competitività sui mercati globali. Basteranno gli aiuti pubblici dei governi a risolvere questi problemi? Un viaggio di "PresaDiretta" in Italia, attraverso la filiera della ceramica e della chimica e poi in Germania, tra i suoi più importanti comparti industriali per capire se l’Europa ce la farà a ripartire. Ed è proprio dalla Germania che arriva l’allarme: la deindustrializzazione è già arrivata, è necessario trovare una politica industriale comune perché nessuno ce la farà da solo. In studio con Riccardo Iacona: Emiliano Brancaccio economista e saggista per rispondere a queste cruciali domande.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

20 dicembre 2022

Report – la pandemia silenziosa, i rincari del gas e le auto a guida autonoma

Mentre il covid guadagnava le prime pagine sui giornali nel mondo c’era un’altra pandemia che causava 1,2 ml di morti e che si espandeva in modo silenzioso. Pandemia silenziosa che poi si è combinata col covid.
Poi un servizio sulle auto che si guidano da sole.
Nell’anteprima un servizio sul gas, sugli aumenti causati dalla guerra e dalla speculazione, di chi non riesce a pagare le bollette e delle forme di solidarietà

LA GUERRA DEL GAS di Edoardo Garibaldi e Walter Molino, con la collaborazione Goffredo De Pascale

Il gas costa e così le persone portano i cibi da cuocere nel forno del signor Claudio, perché tanto è sempre accesso ed è a disposizione di tutti.
Il costo della guerra in Ucraina lo stiamo pagando anche noi, privati e aziende: così le persone si aiutano l’un contro l’altro come a Bracciano, la solidarietà aiuta a combattere il caso gas.
Le grandi aziende oggi temono che le persone non possano più pagare le bollette e così chiedono ai fornitori di pagare prima. E se uno non riesce a pagare? Si rischia di finire sulle rete di emergenza.
La guerra in Ucraina è passata anche attraverso il sabotaggio del North Stream II, un attacco ventilato da Biden a febbraio, un episodio su cui oggi c’è un rimpallo di responsabilità. La Germania oggi dipende dal gas liquefatto fornito anche dagli Stati Uniti.
La crisi del ga è iniziata prima della guerra, racconta Matteo Villa dell’Ispi: Gazprom prima dell’invasione ha ridotto i volumi per far crescere il prezzo.
Solo dopo la guerra abbiamo diversificato le fonti del gas, eravamo arrivati a dipendere dalla Russia per quei 30 miliardi di gas (oggi siamo a 8 miliardi di metri cubi): una dipendenza causata dalle scelte dei governi passati tra cui quelli Berlusconi.

Rischiamo poi che il gas che arriva ancora venga bloccato alla frontiera dall’Austria ad esempio.
L’Europa rischia il caos: al Tarvisio deve continuare ad arrivare il gas russo per evitare altri problemi ma al momento il primo effetto è l’aumento delle bollette.

Prima della guerra noi avevamo una morosità media del 15%, al 20% massima” racconta a Report Francesco Burrelli – presidente nazionale dell’associazione amministratori di condominio “oggi con la % di morosità siamo intorno al 60-70%”.
Ma non è solo Milano, oggi il mercato è strano, prima consumo e poi pago, dunque il prezzo di quanto ho consumato lo saprò solo alla fine.
Report è andata a Milano, perché anche nella capitale economica chi amministra i condomini con centinaia di famiglie è in trincea fin dalla scorsa estate: “la situazione a Milano è drammatica” racconta un’amministratrice al giornalista “e secondo me i condomini non hanno ancora la percezione di quello che sarà un lungo inverno. Io ho avuto gestioni 2020/21 in cui si spendevano 25mila euro di gas e mi hanno preventivato per la stagione 2022/23 112mila euro. Soltanto a me, alla fine del mese di agosto hanno chiuso un paio di contatori di acqua calda centralizzata .. un condominio da 70 famiglie, un altro condominio da 30 famiglie, bambini piccoli, persone anziane.”
Anche nel cuore di Milano, nel quadrilatero della moda ci sono situazioni di morosità: “è un problema che riguarda tutti, chi ha fatto un investimento, acquisiscono diversi immobili per poi metterli a reddito ..”

All’amministratrice arrivano messaggi di gente arrabbiata che nel 2022 ha dovuto spendere 500 euro in più di gas per il riscaldamento.

A Nettuno, provincia di Roma in una palazzina di edilizia popolare l’Eni ha staccato la luce negli spazi comuni: l’Ater non ha pagato la bolletta e così è stata staccata la luce nelle scale.
Secondo il presidente dell’associazione degli amministratori almeno il 20% delle palazzine potrebbe subire distacchi: il mercato oggi pretende forti garanzie dai fornitori, gli importatori richiedono ai resellers verso gli utenti finali una fideiussione per garantire un eventuale aumento dei prezzi.
A Civita Castellana, nel distretto della ceramica sanitaria, una cinquantina di aziende stanno stringendo i denti per andare avanti, le bollette sono salite da 20mila a 110mila euro (il fornitore era Eni, che aveva chiesto una fideiussione per poter continuare l’erogazione del servizio).
Cosa succede se un fornitore non riesce a pagare Eni o Snam? Si rischia di finire nel sistema del fornitore di ultima istanza – FUI, un ente che ha preso il posto dello Stato con la liberalizzazione del mercato.
Oggi il FUI, una rete di emergenza, non è in grado di garantire un servizio a tutti, ma a che prezzo?
Arera, l’ente regolatore, potrebbe regolare il mercato? Il direttore Massimo Ricci ha spiegato che oggi le bollette arrivano ogni mese per essere consapevole dei consumi.
Solo oggi l’Europa (dopo 9 mesi) ha trovato un accordo sul price cap, che scatta dopo tre giorni di tetto massimo nel TTF di Amsterdam.
Ma come siamo messi sullo stoccaggio del gas? Potremmo dover intaccare le nostre riserve, per la prima volta.
Le grandi compagnie continuano a staccare dividendi, mentre a noi aumentano le bollette.
Il problema è che noi abbiamo venduto il gas in eccesso verso la Germania che ce lo pagava bene e ne aveva bisogno: sono le stesse aziende del gas che continuano a fare profitti, senza preoccuparsi dei problemi degli Stati.
Gli utili record delle compagnie energetiche sono un dato strutturale, anche in Italia: il gas russo importato è indicizzato al valore del petrolio, una scommessa che ha fatto fare extraprofitti alle aziende.
I bilanci delle compagnie italiane, da Hera a Eni sono cresciuti ma non siamo riusciti a tassare i loro extra profitti, ai tempi del governo Draghi per un problema della legge.
Le imprese si sono rivolte al TAR per non pagare, ma gli è andata male: vedremo se oggi il governo Meloni riuscirà a prendere altri soldi da queste aziende, al momento hanno versato allo stato solo 2 ml di euro, in Italia, mentre hanno guadagnato 200 miliardi di euro.

LA PANDEMIA SILENZIOSA di Giulio Valesini e Cataldo Ciccolella, con la collaborazione di Norma Ferrara

Mentre la pandemia del covid riempiva la pagine dei giornali, un’altra uccideva 1,2 ml di persona: era la pandemia dei batteri antibiotico-resistenti che, ad un certo punto, si è incrociata col covid.

Il servizio di Valesini e Ciccolella comincia con la vicenda dell’ex carabiniere Pasquale Letizia, ricoverato per Covid nell’ospedale di Camposampiero nel novembre 2020: viene “sovrainfettato” da sei- sette batteri, in un mese di ricovero nel reparto di ospedale dove era ricoverato , che lo portano alla morte. Morto per covid per una polmonite, sta scritto nel referto, e anche per shock settico: ma trovare le cause è complicato, nelle 400 e passa pagine lasciate al figlio dalla struttura ospedaliera. Nella pagine del referto lasciato dall’ospedale è presente anche un tampone negativo, dunque il covid era l’ultimo dei problemi, lo ha indebolito a tal punto che poi i batteri hanno fatto il resto. Il signor Letizia è morto per covid, così dice il rapporto dell’ospedale all’Istat, ma il dubbio, che nasce da questa storia, è che se abbiamo avuto numeri così alti per il covid è perché la pandemia si è incrociata con i superbatteri.

Elena Tacconelli, direttrice dell’ASL Roma racconta che è calata l’attenzione alla trasmissione delle infezioni ospedaliere, “perché il medico era bardato, ma i pazienti erano confinati anche in stanze con un piccolissimo spazio l’uno dall’altro”. Si sono rafforzati solo i protocolli per la trasmissione del virus per via aerea, “ma quelli che più ci preoccupano per l’antibiotico- resistenza sono quelli da contatto”. Ogni medico avrebbe dovuto cambiare la tuta da astronauta ad ogni paziente, una cosa impensabile ad inizio pandemia.

È la tempesta perfetta – racconta il giornalista di Report – si sommano due pandemie, quella del covid e quella sommersa causata dai batteri antibiotico-resistenti per la quale l’Italia detiene il record di decessi in Europa, con 15 mila morti l’anno, secondo le stime ufficiali, ma sono sicuramente di più.
All’ospedale di Terni hanno messo a confronto i numeri dei batteri prima e dopo il Covid: prima della pandemia i numeri erano del 5-6%
dei casi l’anno (di colonizzazione dei batteri), col covid sono passati al 50%, perché – come ha spiegato un altro medico della struttura di Lipsia – i pazienti col covid stavano in ospedale più a lungo e la degenza si complica se nell’ospedale c’è un problema di resistenza agli antibiotici.
I medici dovevano spronare e muovere i pazienti, il paziente pronato aveva il doppio della possibilità di colonizzare i batteri rispetto ad un paziente non pronato.

In Italia non si sono fatte autopsie sui morti per Covid, ora l’ha anche confermato l’Istituto Superiore della Sanità, che ha mandato a Report un rapporto che potrebbe riscrivere la storia della pandemia in Italia. Su un campione di 157 pazienti morti con Covid e batteri tra il 2020 e il 2021 ben l’88% aveva delle infezioni batteriche dopo il ricovero in ospedale, con punte del 95% di resistenza agli antibiotici. Erano infezioni incurabili e adesso arrivano le prime conferme ufficiali: lo conferma Claudio D’Amario, direttore generale della prevenzione del ministero della salute fino al 2020.
Un alto indice di morti legato ai batteri dunque: dovremo riscrivere la storia della pandemia, mettendo assieme tutti i fattori, il personale non formato, pazienti lasciati a pancia in giù e manipolati da medici che non si cambiavano i camici. Dovremmo andare a vedere dentro ogni cartella clinica, secondo Report il 40% dei morti per Covid potrebbe essere morto per la proliferazione dei batteri.

Gli antibiotici hanno permesso di curarci dalle infezioni dei batteri, ma con la proliferazione di questi abbiamo rotto un equilibrio, anche nella natura.

Al laboratorio di microbiologia di Rimini arrivano i campioni dei pazienti ricoverati dell’Azienda Sanitaria Romagna, sono oltre 250mila piastrine analizzate in un anno.
Un medico del laboratorio mostra ai giornalisti un campione contenente una colonia di enterococco, che nel corso degli anni ha “imparato” a diventare resistente agli antibiotici: il direttore del laboratorio parla di una rincorsa senza fine, alla fine vinceranno loro, i batteri, se non cambiamo modello di uso degli antibiotici. Questi batteri che hanno imparato a resistere sono la causa di 1,2 ml di morti l’anno, secondo lo studio guidato dall’economista John O’Neill si stimano 10ml di morti entro il 2050.
Senza antibiotici efficaci diventano impossibili anche le operazioni più semplici, anche un’operazione ai denti:
i dati sui batteri resistenti agli antibiotici confermano oggi questa tendenza, siamo di fronte ad uno tsunami, potremmo arrivare ad una situazione in cui le chemioterapie non avranno più effetto, perché il paziente avrà debellato il tumore ma morirà post chemioterapia o post trapianto per una infezione resistente agli antibiotici, spiega a Giulio Valesini la direttrice del reparto malattie infettive dell’azienda ospedaliera di Roma Evelina Tacconelli.

Un problema globale, che in Italia è fuori controllo, secondo il rapporto di ACDC, chiesto nel 2016 dal ministero della salute. Le conclusioni di ACDC sull’Italia sono impietose: la situazione nel nostro paese rappresenta una grave minaccia alla salute pubblica del paese e il disastro è accettato da medici e funzionari del sistema sanitario italiano come se fosse inevitabile.

A quei tempi il ministro Beatrice Lorenzin aveva fatto un bel Piano nazionale di contrasto dell’antimicrobico-resistenza (Pncar) che prevedeva una serie di misure, dalla prescrizione più appropriata alla diagnostica passando per monitoraggio e igiene clinica. Ma è rimasto in un cassetto, proprio come il Piano pandemico nel 2020.
Ci so
no regioni che non inviano i dati al ministero sulle infezioni negli ospedali, rendendo impossibile fare uno screening delle infezioni. In Puglia ad esempio non inviano proprio i dati, per questo hanno nella mappa un valore basse: manca il personale, mancano gli infettivologi.
In Sicilia il
report racconta di batteri che resistono a tutti gli antibiotici: un salto nel passato o forse nel futuro che ci aspetta.
Si dovrebbe fare diagnostica subito, prescrivere antibiotici in modo mirato, controllare l’infezione negli ospedali in tempo reale, aumentare le risorse contro questa pandemia silenziosa in modo da aumentare l’igiene dai batteri. La regione Sicilia non ha avuto risorse in più per il PNCAR, così come anche altre regioni.

Siamo al rischio della fine della medicina moderna: potremmo curarci dal tumore ma morire poi per i batteri presi nell’ospedale. Ancora oggi ci sono regioni che non comunicano i dati, dal Molise alla Campania, nessuno nel ministero paga per questo problema: quest’ultimo aveva messo a bilancio 40ml per il PNCAR ma non sono mai stati erogati alla fine. Sono rimasti bloccati all’interno del ministero della Salute, in una guerra tra gli uffici, prevenzione e programmazione.
Da maggio 2020 l’ex ministro Speranza ha messo a capo della prevenzione Gianni Rezza: l’intesa tra ministero e regioni è stata scritta male, racconta oggi Rezza, dando la colpa ai dirigenti del ministero e alle regioni. Forse il capo di Gabinetto di Speranza suggerisce Rezza.

A giugno è nato anche il piano per l’antibiotico resistenza: le regioni aspettano i soldi, ma non sanno quanti soldi sono sul piatto e nemmeno come verranno spesi.
Ogni ospedale dovrebbe aver un team dedicato all’antibiotico resistenza e alle infezioni: senza investimenti (e senza volontà politica) non si può fare nulla.
Nella ASL Emilia Romagna hanno usato fondi regionali per fare prevenzione sulle infezioni: all’ospedale di Rimini hanno assunto sei infermiere che sorvegliano i reparti e sono in contatto con infettivologi per comunicare la situazione delle infezioni, comunicano quali dispositivi usare per l’assistenza. Sono le infermiere sentinella: controllano anche che il personale si lavi semplicemente le mani (cosa non scontata).

Così oggi O’Neill lancia un nuovo appello: “basta politici, smettere di twittare, via da Facebook, fate qualcosa di concreto, il mio appello al governo italiano e a tutti i membri del G20 è che è arrivato il momento di trattare questo argomento con più serietà. Altrimenti da qui al 2050 quello che è successo con il covid vi sembrerà una festa in giardino.”

Se
condo l’OCSE curare un paziente che ha contratto batteri resistenti costa 11 miliardi euro tra qui e il 2050, chiede ai paesi maggiore igiene negli ospedali e l’uso più mirato di antibiotici. Con queste misure di prevenzione eviteremmo 8-9mila morti l’anno.

Avevamo un piano per combattere i super batteri, ma non è mai stato applicato: il piano aveva dei problemi, per esempio mancavano i limiti negli scarichi dei residui degli antibiotici nei fiumi.

Come lo Zitromax che si è usato anche per il Covid, prescritto per un virus: una cosa che dovrebbe scandalizzare i medici di base.
Come dovrebbe scandalizzare la scoperta dei residui di Zitromax nelle acque del fiume Sava, vicino ad un laboratorio di medicine in Croazia.
Ma la stessa situazione si rileva nelle acque del Po, dove si raccolgono gli scarichi industriali della Lombardia, anche i residui delle aziende farmaceutiche.
L’istituto Mario Negri ha analizzato le acque del Po: ci sono antibiotici sia da uso umano che da veterinario, un campanello di allarme perché significa che in queste acque si “allenano” colonie di batteri sempre più
resistenti.
È la storia di quanto accaduto in India: le acque sversate dalle aziende farmaceutiche hanno inquinato le acque di fiumi e laghi.
Ce ne siamo accorti quando un turista svedese, di ritorno dall’India, ha infettato una parte della Toscana, col batterio New Delhi.
Ma una cosa del genere potrebbe succedere anche da noi, nelle acque del Po e anche nelle acque del Lago Maggiore: per colpa dell’uso improprio degli antibiotici come lo Zitromax si sono registrati un maggior numero di casi di an
tibiotico resistenza.
Perché si prescrivono così tanti antibiotici?
Secondo
il direttore dell’Aifa è colpa di una cattiva cultura, dando la colpa ai medici di base: in modo preventivo danno l’antibiotico, non sapendo se il problema ha una origine virale o batterica.
Ma l’industria influenza la scelta dei medici, facendo pressioni o con una cattiva formazione, come racconta Silvio Garattini dell’Istituto Mario Negri: “L’industria è logico che abbia l’interesse ad aumentare le sue vendite. Quello che a noi manca in Italia è un’informazione indipendente che dovrebbe essere invocata da tutti gli Ordini dei medici. Perché dovrebbero essere i medici a dire non possiamo essere schiavi della informazione di parte”.

M
a tra le più influenti società di formazione c’è la Metis, ma è sponsorizzata da aziende farmaceutiche, ovvero le aziende che fanno i medicinali sponsorizzano la formazione degli stessi. La comunità europea sta sviluppando un incentivo per sviluppare nuovi farmaci: ma la grande industria farmaceutica non sta più sviluppando nuovi antibiotici, così oggi sono le piccole aziende, come la Antabio, che stanno sviluppando nuove molecole, come racconta Marco Lemonnier.

Le aziende stanno aspettando gli incentivi dalla commissione europea, su cui si sta combattendo una guerra tra aziende e governi.
Le aziende farmaceutiche stanno aspettando la pandemia, per poterci speculare sopra?

La commissione europea non ha accesso ai dati reali sui costi per i farmaci, così si rischia di ripagare con extra profitti alle aziende per antibiotici la cui efficacia non è nota a priori.
A fare que
ste trattative è Efpia che propone un modello a voucher (un incentivo che consentirà di incassare a prescindere dal tempo in cui starà sul mercato), con un fondo comune, Action Fund, che ha uno sponsor imporante nell’Oms.
L
a Commissione Ue ha avviato un bando per un importante e costoso studio sull’antibiotico-resistenza e lo ha affidato a una società che fa anche lobbying per le case farmaceutiche, PWC, ma la società di consulenza è stata partner di Efpia, la società che fa lobbying per le aziende farmaceutiche e consulenza per svariate big pharma.

AUTO CHE SI GUIDANO DA SOLE di Michele Buono, in collaborazione con Edoardo Garibaldi

La storia di Vislab, spin off dell’Università di Parma, è una storia italiana che abbiamo perso: la società è stata acquistata dalla multinazionale americana Ambarella. In America produrranno macchine senza guidatore con l’ingegneria italiana.

Noi siamo quelli che puntano alle trivelle, al carbone, all’industria senza ricerca a basso valore.