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23 giugno 2024

Anteprima inchieste di Report - il senatore assenteista, Verona e la ndrangheta, l’inchiesta sulla Fondazione Milano Cortina, le analisi del sangue in farmacia

Quanto è dura la vita del parlamentare Angelucci, il più ricco d’Italia. Poi un servizio sull’infiltrazione (ma forse si dovrebbe iniziare ad usare una diversa definizione) della ndrangheta dentro i lavori per l’Arena di Verona.

Il senatore editore-imprenditore Angelucci

Antonio Angelucci è il senatore più ricco del Parlamento con 6,3 ml di euro di patrimonio dichiarato nel 2023, battendo di poco Matteo Renzi. Una parte di questo patrimonio deriva dal vitalizio che gli riconoscere il gruppo da lui fondato, nel settore della sanità. Queste società – spiega il consulente finanziario di Report Bellavia – fanno tutte capo ad una finanziaria, la Tosinvest, controllata da una società lussemburghese, la quale è a sua volta controllata da un’altra lussemburghese, ancora controllata da una nuova società in Lussemburgo. I tre livelli di controllo lussemburghese sono riconducibili a.. non lo possiamo sapere, ma quella in cima a tutto si chiamava Angelucci, poi ne hanno cambiato il nome, dunque probabilmente è di proprietà del senatore. Perché la scelta di società controllanti in Lussemburgo? Per motivi fiscali, continua Bellavia: i soldi pubblici degli ospedali degli Angelucci che lavorano in convenzione finiscono in Lussemburgo: “concettualmente si, poi bisogna vedere come si muovono, come vengono distribuiti i dividendi, ma alla fine sono dividendi lussemburghesi dunque non tassati e stanno all’estero.”
A quasi 80 anni il senatore Angelucci non rinuncia a guidare la sua auto, potente, seguito dalla scorta – racconta l’anteprima del servizio di Bertazzoni: abruzzese di nascita ma romano di adozione, Angelucci ha sempre avuto una passione per la politica, è in parlamento da 16 anni, da 4 legislature dove si è distinto per essere uno dei parlamentari più assenti (col 99% di assenza). Passione sì, ma senza esagerare: i suoi giornali si erano scatenati nella guerra ai fannulloni del reddito di cittadinanza, gente che campa coi soldi degli italiani. Mica tutti sono senatori della repubblica.
Grazie ai guadagni dal campo sanitario Angelucci oggi può investire in una sua seconda passione, l’editoria: già proprietario di Libero, Il Tempo e il Giornale, il gruppo Angelucci ha messo gli occhi sulla seconda agenzia di stampa del Paese, l’Agi, di proprietà dell’Eni, controllata dal ministero dell’Economia e delle Finanze. Suscitando le proteste dei giornalisti dell’agenzia Agi, scesi in piazza per dire no alla vendita di Eni della testata al parlamentare leghista: sui cartelloni era scritto “l’Agi non si svende” a difesa anche del pluralismo e della libertà dell’informazione, un valore nelle democrazie anche per noi cittadini. Libertà di informazione che sarebbe messa a rischio dalla vendita ad un editore-politico.
Lo spiega bene a Report Serenella Ronda, giornalista dell’Agi: “le agenzie di stampa sono una fonte primaria di informazione e per questo devono essere autonome e indipendenti”.
In piazza, il 3 aprile scorso, assieme ai giornalisti, erano presenti anche esponenti dell’opposizione, come l’ex giornalista Ruotolo e il deputato Fratoianni: l’ex segretario PD Bersani parla di un “segnale all’ungherese, qui si vuole prendere una agenzia e buttarla a fare un service di un gruppo di testate di destra in spregio ad ogni logica di conflitto di interesse ma anche, io credo, al comune senso del pudore.”
“In democrazia non dovrebbero succedere cose di questo genere” racconta ai giornalisti in piazza il segretario del M5S Conte “che una partecipata dallo Stato, controllata dallo Stato, offre a trattativa privata ad un parlamentare di maggioranza la seconda agenzia di stampa del paese.”

Vincenzo Vita è stato sottosegretario alle telecomunicazioni fino al 2001: “se una cosa esce in agenzia, c’è come un timbro, vuol dire che è una cosa seria, non è una fake e questo può dar luogo a chi fa il telegiornale di fare la sua scaletta.. la cosa che dice l’Agi merita di essere in testa”.
Se Angelucci dovesse prendersi l’Agi cosa potrebbe succedere?
“Angelucci avendo interessi in settori piuttosto delicati, le cliniche private, sarebbe una forma di pressione, un modo per fare intendere ai vari pezzi del potere che c’è eccome una presenza che vuole contare..”

Ma torniamo alle cliniche private accreditate di Angelucci: Bertazzoni racconterà la storia di una signora vittima del covid, morta nella struttura di Rocca di Papa. Era stata dichiarata covid free, dunque la figlia Giovanna Boccardi aveva lasciato lì la madre, “ma ogni volta che arrivavo lì trovavo tre, quattro carri funebri e ho capito che c’era qualcosa che non andava..”.
Altra testimonianza è quella del signor Giacomozzi, figlio di un paziente di Rocca di Papa morto per covid: “io ho saputo del decesso dalle pompe funebri perché dal San Raffaele non mi hanno detto niente”.
Si parla di più di 170 contagi di cui la struttura aveva timore a raccontare, dal racconto della signora Boccardi “parliamo di qualcosa che non è stata gestita bene dall’inizio alla fine, io vedevo il personale entrare senza mascherine, senza guanti, ho chiesto se ci fosse un protocollo per evitare dei contagi e mi è stato risposto che non erano attrezzati per l’isolamento per cui i pazienti covid o no covid, con febbre senza febbre erano tutti quanti insieme.”
Stefano Giacomozzi ha presentato denuncia per capire cosa fosse successo alla madre, dall’ospedale abbiamo ricevuto due telefonate e basta e il certificato di morte.

Quando i contagi per covid nella struttura di Rocca di Papa iniziano a crescere senza controllo, nell’aprile 2020 la regione Lazio e l’unità di crisi decidono di istituire una zona rossa attorno alla struttura: l’ex assessore D’Amato racconta a Report che quello è stato uno dei cluster più rilevanti in una struttura sanitaria “constatammo che non erano rispettati le condizioni di sicurezza in relazione alla suddivisione dei percorsi, dei dispositivi di prevenzione, a tutto ciò che andava messo in atto per limitare la diffusione del contagio.”
Si arrivò così alla revoca dell’accreditamento al San Raffaele di Rocca di Papa: accreditamento poi ristabilito dalla nuova amministrazione di destra di Rocca.

Sul Fatto Quotidiano potete leggere una anticipazione del servizio:

Parla Angelucci: “I giornali? Se mi stufo li vendiamo. In Fi per scelta”

Nonostante sia il parlamentare più assenteista di tutti i tempi, i partiti di centrodestra se lo litigano. Del resto il re Mida della sanità privata Antonio Angelucci grazie ai guadagni delle 15 cliniche in convenzione può investire su un’altra grande passione: l’editoria. Dopo Libero, Il Tempo e il Giornale, ha ora messo gli occhi sull’agenzia di stampa Agi, di proprietà dell’Eni, controllata dal ministero dell’Economia. “Se fosse ci divertiamo” dice ai microfoni di Report (nella puntata in onda stasera su Rai Tre) Angelucci che conferma di aver messo nel mirino anche La Verità di Maurizio Belpietro che nel 2015, da direttore di Libero, venne licenziato dagli Angelucci interessati a non pestare i piedi all’allora premier Matteo Renzi. Ma a sentire Angelucci l’editoria è solo un passatempo, mica c’entrano gli affari. La collezione di giornali? “Così… è una passione, poi vediamo: può darsi che ci stufiamo, li mettiamo insieme e li vendiamo”, dice l’onorevole che dà la sua versione anche su un’altra vicenda su cui spera nel lieto fine ossia l’archiviazione: la presunta tentata corruzione di Alessio D’Amato (all’epoca responsabile del piano di rientro della sanità di regione Lazio) a cui avrebbe offerto 250 mila euro per ottenere una serie di benefici a partire dalla riapertura del San Raffaele di Velletri. 

La scheda del servizio: IL PORTANTINO EDITORE

Di Luca Bertazzoni

Collaborazione Marzia Amico

Antonio Angelucci è il parlamentare più ricco e assenteista di Montecitorio, ma anche il ras della sanità privata del Lazio convenzionata con il Servizio sanitario nazionale. Editore dei quotidiani Il Tempo, Libero e Il Giornale, Angelucci ha manifestato interesse per l’acquisizione dell’agenzia di stampa Agi. Report analizza i conti del gruppo Angelucci nelle attività sanitarie e editoriali, dimostrando che i guadagni derivano dalla sanità, mentre i giornali sono in perdita. L’inchiesta racconta anche la storia del San Raffaele di Rocca di Papa, struttura a cui nel 2020 è stato tolto l’accreditamento regionale a seguito dello sviluppo di un importante focolaio Covid all’interno della clinica. Il nuovo presidente della Regione Lazio Francesco Rocca, ex presidente del Cda della Fondazione San Raffaele, ha ridato l’accreditamento alla struttura e in un anno di governo ha stanziato per le cliniche di Angelucci 19 milioni e mezzo di euro in più rispetto al budget ordinario.

La ndrangheta a Verona

Nessun dorma – canta il tenore nell’opera Turandot: eppure quando si parla di infiltrazione di mafia, specie al nord, pare che siano in tanti a dormire.
Le radici della ndrangheta hanno infestato anche i marmi dell’Arena di Verona, lo splendido anfiteatro romano conosciuto per il festival lirico che attrae cultori dell’opera e turisti da tutto il mondo. A montare e smontare palchi e scenografie è stata per anni una rete di imprese che, secondo la procura antimafia di Venezia, con un giro di fatture gonfiate, arricchiva le cosche Grande Aracri di Cutro e Arena-Nicoscia di Isola Capo Rizzuto, tra le più potenti ndrine calabresi.
“Quando è successo io sono caduto dal pero” racconta a Report un responsabile delle
strutture usate nel teatro: nei magazzini della Eurocompany, nella zona industriale della città venivano conservate le scenografie della stagione lirica veronese. Sono 10mila metri quadrati che la fondazione Arena di Verona prendeva in affitto a carissimo prezzo dalla Eurocompany di Giorgio Chiavegato, una rete di cooperative di facchinaggio da 26,7 ml di euro di fatturato.
Chiavegato aveva iniziato a lavorare con la fondazione nel 2012: agli appalti partecipava solo la sua azienda, “perché era talmente complessa l’attività di smontaggio e montaggio, non era come montare un’impalcatura..” Di fatto oggi quel lavoro è fatto da altre imprese.
Oggi Chiavegato è in attesa di un processo dopo un anno ai domiciliari. È accusato di false fatturazioni e altri reati fiscali con l’aggravante di aver agevolato la ndrangheta.
Il sindaco Tommasi è stato messo in minoranza dentro la fondazione, la cui direzione è finita nelle mani del partito di Fratelli d’Italia. La soprano Cecilia Gasdia è stata nominata sovrintendente dell’Arena dal ministro Franceschini nel 2018 su proposta dell’allora sindaco Sboarina.
Report ha cercato di chiedere conto alla sovrintendente dell’inchiesta e su questa società, Eurocompany: il giornalista è stato malamente strattonato da un collaboratore della sovrintendente, evidentemente infastidita dalle domande ricevute.
Come mai Eurocompany vinceva tutti gli affidamenti?
Secondo la Guardia di Finanza prendeva tutti gli appalti anche grazie all’aiuto di Domenico Mercurio, imprenditore collegato alla ndrangheta che avrebbe emesso fatture inesistenti per l’importo complessivo di 24ml di euro.
Chiavegato parla anche del rapporto con la politica: aveva fatto campagna elettorale e distribuito volantini per Tosi e per la Lega, “la mia sensazione è che Tosi centri dappertutto”.


L’ex sindaco è oggi deputato e coordinatore veneto di Forza Italia: secondo Chiavegato sarebbe stato lui il vertice politico di questo sistema.
Tutte calunnie inventate – la risposta di Flavio Tosi su queste accuse: tutto quello che diffondete è falso e fazioso, è il punto di vista (al limite della diffamazione?) dell’ex sindaco, “vi conosco molto bene” [Tosi è stato condannato in primo grado per aver diffamato il conduttore Ranucci].
Le dichiarazioni di Mercurio? È un imprenditore bugiardo e inaffidabile secondo la magistratura – sostiene il deputato Tosi. Ma Mercurio è un collaboratore di giustizia considerato attendibile dai magistrati che l’hanno sentito nei processi.

La scheda del servizio: NESSUN DORMA

Di Walter Molino e Andrea Tornago

Le radici della ‘ndrangheta hanno infestato anche i marmi dell’Arena di Verona. A montare e smontare palchi e scenografie è stata per anni una rete di imprese che, secondo la Procura antimafia di Venezia, con un giro di fatture gonfiate arricchiva le cosche Grande Aracri di Cutro e Arena-Nicoscia di Isola Capo Rizzuto, tra le più potenti ‘ndrine calabresi. Chi si è arricchito, e chi doveva controllare? C’è un livello politico interessato a questo sistema? Il racconto con documenti e interviste esclusive.

L’inchiesta sulle olimpiadi invernali

Report torna ad occuparsi delle olimpiadi di Milano-Cortina del 2026 con un aggiornamento legato alle ultime indagini della procura di Milano sulle nomine all’interno della fondazione: al momento il fascicolo è aperto senza indagati per il reato di abuso d’ufficio (il reato che poco piace a questa maggioranza e anche a pezzi dell’opposizione). Tra le persone contrattualizzate ci sono figli di e parenti di: la nipote di Mario Draghi, il figlio di Ignazio La Russa e l’ex segretaria, Domenico De Maio legato all’ex ministro grillino Spadafora, Ursula Bassi, candidata nel 2019 col centro sinistra, Marco Francia, candidato fino al 2018 col centro destra a Torino. Poi Giorgio Pescante, nipote del più famoso Mario, ex numero uno del Coni, membro onorario del Cio ed ex deputato di Forza Italia. Poi Antonio Marano, eletto deputato nel 1994 con la Lega, ex direttore di rai 2 e presidente di rai pubblicità dal 2016 al 2021.
“[Antonio Marano] si occupa di commerciale” spiega alla giornalista di Report Giovanni Malagò presidente del Coni “di attività di marketing”, e sulla sua scelta di ricandidarsi al CDA della Rai aggiunge “è una sua scelta..”
Ma se dovesse essere nominato (in quota Lega) nel cda Rai rimarrà nella fondazione dove dovrebbe occuparsi di acquisto di spazi pubblicitari per le olimpiadi? “Non lo so, penso che ci sia un problema, un problema di carattere giuridico, formale, magari qualcuno può scrivere due righe e dire che non c’è nulla di male, c’è un carattere estetico che sicuramente può rappresentare un problema.”
La questione di opportunità e di conflitto di interesse diventa, par di capire, una questione estetica che però si può risolvere con due righe.
Ma come mai ogni volta questi enti devono diventare dei carrozzoni dove finiscono parenti, persone legate alla politica o segnalate dalla politica? “Lei fa il suo lavoro, però mi creda, non è assolutamente così correlato, scontato come sembra.. non è scontato che se una persona ha fatto politica abbia avuto dei privilegi..”
Ma sembra tutta una sceneggiatura già scritta, ha ribattuto la giornalista di Report Claudia di Pasquale: “noi c’abbiamo un sacco di problemi, come ce li ha il paese, altri soggetti che cercano di organizzare qualche cosa, non penso che questo sia il problema.”
Dunque, ancora una volta cercando di interpretare il messaggio di Malagò, è un male necessario di certe organizzazioni, enti, legati a fondi pubblici.
Perché poi qualcuno dovrà pagare i debiti accumulati dalla fondazione: dall’ultimo bilancio emergono 107 ml di deficit patrimoniale e a contribuire a questo debito da una parte c’è il contratto con Deloitte e dall’altra le assunzioni. Nei documenti sta scritto bello in chiaro, la copertura del deficit è a carico degli enti territoriali, paga pantalone “è che, l’ha scoperto adesso che i soci sono enti locali..”
Per cui, pagheremo noi per i contratti di una fondazione che ora, per scappare dalle inchieste, il governo Meloni ha emanato un decreto in cui la si indica come fondazione privata.

Sul contratto con Deloitte, ne parla Lorenzo Vendemiale sul Fatto Quotidiano:

Cortina&Giubileo, la mano di Deloitte sui grandi eventi

PARTITA DOPPIA - Già monopolista dello sport, il colosso ha tra i suoi il potente Luigi Onorato, l’uomo che gestisce i rapporti con le società

C’è una società che ormai è un’istituzione. Un manager che siede al tavolo con ministri e dirigenti quando si parla di grandi eventi. Le Olimpiadi di Milano-Cortina, il calcio, l’atletica, il Coni: spunta fuori sempre Deloitte, la più grande fra le cosiddette “big four”, i quattro colossi mondiali delle revisione di bilancio innanzitutto, spesso e volentieri anche di consulenza.

Di questa presenza si è accorta la Procura di Milano, nell’inchiesta sulle Olimpiadi: Deloitte non è indagata, il faro è sui suoi contratti col Comitato organizzatore. Uno in particolare, il “progetto Pisa”, piattaforma digitale e di cybersicurezza che Deloitte Global ha in virtù della sponsorizzazione col Comitato olimpico internazionale (Cio): costo 176 milioni. Il dubbio è se questo accordo “imposto” dall’alto non abbia zavorrato i conti della Fondazione. Perciò il fascicolo rischia di imbarazzare addirittura il Comitato olimpico internazionale.

La scheda del servizio: FUORI PISTA

di Claudia Di Pasquale

Collaborazione Giulia Sabella, Norma Ferrara

Lo scorso 21 maggio la Guardia di Finanza ha perquisito la sede della Fondazione Milano Cortina 2026 che si occupa dell'organizzazione delle Olimpiadi invernali del 2026. Il focus delle indagini è la gestione opaca dell'ente, a partire dall'affidamento dei servizi digitali fino alle assunzioni. Ma qual è la vera natura giuridica della fondazione? E’ un ente di diritto privato come loro rivendicano di essere o è un organismo di diritto pubblico? Su questo assunto si gioca il futuro dell'organizzazione delle Olimpiadi. L'Italia se l'è aggiudicate con la promessa di organizzare dei Giochi sostenibili dal punto di vista economico e ambientale. La promessa era quella di fare una Valutazione strategica nazionale di tutte le opere, non è stata fatta neanche quella. Mentre l'impianto più discusso, la nuova pista da bob di Cortina, ad oggi non ha ancora trovato chi è disposto a pagare le spese di gestione e manutenzione, che potrebbero arrivare a un milione e 400 mila euro l'anno. Insomma, a meno di due anni dalle Olimpiadi i punti interrogativi sono ancora tanti.

Analisi in farmacia

Le analisi del sangue in farmacia si possono fare solo sul sangue capillare, senza siringhe, il campione viene analizzato da un dispositivo che man mano da anche le informazioni su come procedere al farmacista e poi da un esito con uno in scontrino dove sono riportati i valori. Né sul foglio né sullo scontrino c’è la firma di un responsabile.
“Ma la firma non ci deve essere” risponde il presidente di Assofarma “il valore legale di quello fatto in farmacia non c’è, è pacifico e nemmeno lo vogliamo avere..”
Ma per la federazione dell’ordine dei medici la firma sotto il valore delle analisi fa la differenza: il presidente Filippo Anelli ha chiesto che si apra un tavolo di confronto anche con loro per stabilire regole valide con tutti, anche a garanzia del paziente.
Quella firma è una garanzia – spiega di fronte alle telecamere di Report, manca lo stesso peso di garanzia tra l’analisi fatta in farmacia e quella fatta nelle strutture accreditate o pubbliche.
Report ha interpellato il ministro Schillaci che, però, sembra non essere al corrente del fatto che le analisi fatte in farmacia non sono accompagnati da una firma.
Del fatto che quella mancanza di una firma rappresenti una mancanza di garanzia: “nessuna analisi è fatta senza una firma, abbia pazienza, se si fa un prelievo ci deve essere la firma di qualcuno che testimonia che il prelievo è fatto bene..”
Siamo in Italia, inutile meravigliarci: il ministro, però, vuole rassicurare, “adesso vediamo, adesso ne parleremo con l’associazione dei medici, non abbiamo interesse a far fare ai cittadini analisi di non qualità.”
Adesso verificheranno dal ministero, dopo che glielo ha spiegato Report come stanno le cose.

La scheda del servizio: PATTO DI SANGUE

di Antonella Cignarale

Collaborazione Paola Gottardi, Raffaella Notariale

Con il progetto della Farmacia dei servizi sono state ampliate le prestazioni effettuabili in farmacia, sia in regime privato sia in convenzione con il Servizio sanitario nazionale. Le fasi di sperimentazione realizzate dal 2018 a oggi sono state messe in piedi con un finanziamento pubblico di 111,9 milioni. Per il sottosegretario alla Salute Gemmato la farmacia potrebbe diventare un centro diagnostico per patologie semplici, per il ministro Schillaci potrebbe garantire una maggiore sanità di prossimità ai cittadini, assicurando qualità e garanzia. Gli interessi in gioco sono tanti, così come le opposizioni tra i professionisti del settore; ma intanto oggi un’analisi in farmacia che valore ha?

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

11 marzo 2024

Presadiretta – Sanità SPA

Ospedali dove manca il personale, si lavora su turni massacranti, il personale viene aggredito. In 120 mila se ne sono andati via all’estero, nei concorsi non si presenta nessuno e così avanza la sanità privata. Come i pronto soccorso a pagamento in Lombardia o in Calabria, dove gli ospedali sono al collasso.

Eppure ci sono ancora medici che fanno il loro dovere: dobbiamo difendere la sanità pubblica con tutte le forze.

I medici che vanno all’estero
Silvio Magliano era stato intervistato da Presadiretta nel 2020, ai tempi del covid. Già allora denunciava le carenze di organico, a Sesto San Giovanni: nel suo ospedale gli anestesisti erano pochi, lavoravano senza riposo.

Se questo è il prezzo da pagare non so se ne vale la pena” – così diveva. Dopo tre anni ora lo troviamo in Francia: o rimanevo nel tunnel o cercavo di cambiare qualcosa, alla fine ha deciso di andarsene via dall’Italia.

Lavora a Chamount, in una struttura sovrapponibile come bambini nati a San Giovanni: qui però riesce ad avere i turni in anticipo, può organizzarsi una vita normale, in Italia non poteva. Lo stipendio è aumentato di almeno un migliaio di euro al mese, lavorando di meno.
Ma non se ne è andato via per i soldi, esiste anche una vita personale – racconta a Francesca Nava.

In Francia esiste la figura degli infermieri anestesisti, cosa che in Italia manca: consentono agli anestesisti di lavorare su più sale e hanno uno stipendio che si aggira sui 3000 euro.

Sono diversi gli italiani che lavorano qui in Francia: se ne sono andati per la fatica di lavorare male e tanto, con anche uno stipendio migliore.

In Francia cercano di essere attrattivi – racconta l’ortopedico Avallone – quando se ne è andato dall’Italia nessuno ha chiesto perché te ne vai.
Dopo il covid in Francia hanno investito nella sanità pubblica, hanno investito nell’aumento salariale, non si sciopera come in Italia.

Ma anche gli amministratori locali, come a Chaumont, investono sulla sanità privata per rendere attrattivi i loro paesi.
Conclude Silvio Magliano: “
Se la gente se ne va, forse c’è da dire che si deve fare una valutazione, che non è solo strettamente economica, io non faccio il politico, io faccio il medico, il mio lavoro lo faccio bene, ma non posso fare quello degli altri. Gli altri, che sono quelli che noi votiamo, che noi paghiamo, sono loro che devono fare queste valutazioni. Tu ti rendi conto che tu dai la professionalità e di fronte trovi davanti un quota di dirigenti che non sanno niente di quello che tu fai. Economicamente sono pagato meglio [in Francia], ho più tempo libero, i pazienti mi ringraziano, non mi aspettano fuori che ti fanno delle violenze come succede tutti i giorni. I dirigenti mi rispondono alle mail, rispondono alle chiamate: anche in Italia c’è bisogno dei medici, perché li fate scappare?”.
In Italia così muore il sistema sanitario: perché si mettono i medici nelle condizioni di doversene andare, se vogliono vivere, se vogliono vedere i figli. Se si vogliono fare i figli.

Le aggressione dei medici in corsia

Anna Procida è una infermiera del pronto soccorso di Castellammare che un giorno è tornata a casa dopo essere stata aggredita da un signore che era stato invitato ad uscire.

Presadiretta è stata dentro il pronto soccorso dell’ospedale di Castellammare: corridoi pieni di gente in attesa, lettighe a terra, scene comuni in gran parte dei nostri pronto soccorso. L’ospedale San Leonardo di Castellammare di Stabia è l’unico della ASL ad avere un dipartimento di emergenza e urgenza di primo livello con 60 mila accessi l’anno.
Quando il servizio è stato preparato, a fine gennaio, erano in corso i lavori di ristrutturazione all’ingresso dell’emergenza: dentro sarà presente un ufficio della polizia per una vigilanza armata 24 ore su 24 per proteggere medici, infermieri e operatori sanitari dalle aggressioni.
Sono decine i presidi aperti in questi ultimi mesi dal ministro Piantedosi, sono passati da 126 a 189: in corsia si sta come in trincea e i medici sono nel mezza di questa guerra, dove la disperazione, l’ansia, la difficoltà ad accedere ai servizi, porta a gesti di violenza.

Pietro di Cicco è un medico di questa struttura, a Presadiretta spiega che sta diventando molto pesante lavorare in emergenza, dentro un pronto soccorso: dovrebbero essere in 24 i medici, mentre sono in tutto in sette. Eppure l’ASL di Di Cicco fa tanti concorsi, ma alla fine solo un medico ha scelto di venire a lavorare qui.
Stessa storia all’ASL di Verbania-Cusio-Ossola: concorsi dove non si presenta nemmeno un candidato, così in questo spicchio di Piemonte la maggior parte dei medici è esternalizzata. Sono medici che a volte lavorano in un posto, a volte in altri.

Per anni negli ospedali c’è stato il blocco del turnover, ora che servirebbero nessuno vuole entrare nel pubblico, conviene entrare nella libera professione: sono medici che lavorano dove c’è l’offerta migliore, sono organizzati in cooperative.

Sono i gettonisti: per fare il gettonista nel pronto soccorso non serve nemmeno la specializzazione, tanto è la fame di posti.
Meglio lavorare come libero professionista, scegliendo dove stare, scegliendo i turni, che entrare nel pubblico e non poter respirare.
Ci sono momenti dell’anno dove i pacchetti dei gettonisti vanno all’asta, al miglior offerente: un free lance della sanità quanto arriva a guadagnare? Anche 1400 – 1300 euro al giorno.

Prendiamo più soldi rispetto ai medici assunti in ospedale, è vero – commenta Bruno Salerno, medico ginecologo, ex dipendente pubblico ora libero professionista – ma attenzione non è il gettonista che guadagna di più, è il medico ospedaliero che guadagna poco. Il medico gettonista, tolte le tasse, guadagna il giusto, quello che guadagna un collega in Germania, in Francia, in Olanda”.

La Gazmed è la più grande società di gettonisti, con un fatturato da 8 ml di euro: procura la maggior parte degli anestesisti in regione, il fondatore Bruno Pagano non vuole essere chiamato becchino della sanità pubblica “Noi siamo in questo momento la stampella per una sanità che zoppica già da anni”.

Il fenomeno dei gettonisti è anche uno spreco di risorse pubbliche: l’Anac, l’autorità nazionale anticorruzione, ha calcolato che in 4 anni dal 2019 al 2023 i medici e infermieri gettonisti sono costati allo Stato 1,7 miliardi di euro. Una montagna di soldi, con cui si sarebbero potuti assumere 34 mila medici ospedalieri. La spesa più alta in Lombardia con 1400 liberi professionisti in corsia.

A spendere di più è proprio la regione Lombardia: come le aziende di Bergamo est o Mantova, che spendono molto in gettonisti.

L’assessore al Welfare in Lombardia Bertolaso ha dichiarato guerra ai gettonisti e ai liberi professionisti che si mettono all’asta: dovrebbero andare dietro tutte le altre regioni per evitare che le cooperative si spostino altrove.
Ma poi come facciamo coi direttori generali che non trovano medici? Secondo Bertolaso è compito dei DG che devono convincere i medici a lavorare in un ospedale, “come se fosse casa tua”, non basta fare bandi.
Ma Bertolaso sta facendo anche altro: anziché assumere e diminuire la pressione sui medici, ha proposto di far lavorare i medici in più strutture per coprire i buchi, con un aumento della paga, facendoli diventare gettonisti a loro volta.

La metà dei gettonisti professionisti che lavorano in Lombardia secondo le regole di Bertolaso non hanno la specializzazione.
Il TAR ha ora bocciato la proposta di Bertolaso, calmierare il mercato dei medici a gettone che sono un salasso sui nostri costi.

L’avanzata del privato
A Brescia ci sono strutture di primo soccorso private, Brescia Med: qui entrano solo codici bianchi e verdi, i pazienti gravi è meglio se vanno al pronto soccorso, non sono aperti h24… La visita di urgenza costa 135 euro, non ci sono servizi in convenzione. Insomma non è un vero e proprio pronto soccorso, ma è un ambulatorio dove lavorano pochi medici e due infermieri, che non affrontano le vere emergenze ma piccoli problemi quotidiani.
Certo, non ci sono code, la gente che arriva si sente trattata bene, viene visitata in tempi certi.
Non si vedono in questa struttura le scene del pronto soccorso nel pubblico: barelle in corsia, gente che aspetta per giorni in attesa di un ricovero perché mancano i posti.
Ci sono persone anziane che hanno subito un trauma, dovrebbero fare una radiografia, una TAC, ma sono costrette a rimanere per giorni in pronto soccorso.
In assenza di strutture sul territorio, non il medico di medicina generale, vanno tutti negli ospedali, oppure si rivolgono alla sanità privata.
Creando un corto circuito perverso, perché poi il medico privato richiede prestazioni che poi finiscono a carico del pubblico.

Francesca Nava racconta di quanto sia difficile prenotare una vista al CUP in regione Lombardia, dove si ritiene che il servizio sanitario sia una eccellenza.

Al CUP la giornalista ha cercato di prenotare una colonscopia in provincia di Bergamo: in agenda non c’era niente, la prima disponibilità è nel 2025, settembre.

Dopo essersi rivolta al CUP regionale, con in mano le impegnative che chiedevano un esame a 60 giorni, la giornalista si è rivolta ad alcune strutture private convenzionate col sistema nazionale in provincia di Varese. In una struttura non accettavano tutti gli esami, eseguivano gli esami richiesti solo da privato – è stata la risposta data dall’impiegata all’accettazione.

Da privato la colon costa 400 euro a cui si sommano 150 euro per eventuali biopsie, la colposcopia costa 1000 euro, l’ecografia 200 euro per la visita: il risultato è che nel privato i 3 esami diagnostici e la visita specialistica costano 1750 euro.

La giornalista si è rivolta ad un’altra clinica convenzionata col servizio regionale, con le stesse impegnative: la risposta non è stata diversa, nessuno degli esami richiesti viene eseguito in convezione, si fa tutto a pagamento.
Non garantire visite ed esami diagnostici con il servizio sanitario nazionale nei tempi previsti dal medico di base è un atto illegittimo.
Sulle ricette le classi di priorità sono indicate con delle lettere, U = urgente, P= programmabile. Il rispetto dei tempi di attesa è un diritto, lo sanno bene i volontari degli sportelli nati spontaneamente in Lombardia grazie all’intuizione di un pensionato di Codogno, città simbolo della pandemia.

Si chiama Fondazione Sportelli SOS Liste di attesa e il fondatore è il signor Andrea Viani: “i cittadini di fronte alla necessità non vanno più neanche al CUP vanno direttamente dai privati. La prospettiva potrebbe essere la distruzione del sistema pubblico”.

Nel 2020 Andrea Viani ha dato via allo sportello SOS Liste d’attesa: obiettivo è spiegare ai cittadini come ottenere le visite nei tempi richiesti.
I volontari ricevono le richieste dei cittadini e li aiutano ad ottenere le prenotazioni: quando ci si sente rispondere che non ci sono le agende aperte, si scrive una PEC al direttore generale, si fa un ricorso e, magicamente, si ottiene l’appuntamento. La legge lo consente, ma nessuno lo sa: se un ospedale non riesce a garantire una visita nei tempi previsti dal medico di base, deve attivarsi a trovare un posto o a rimborsare il ticket.
Questo dice la legge ed è un nostro diritto: la parità tra privato e pubblico non esiste, è una falsa equiparazione, perché pubblico e privato non condividono le rispettive agende.

In Lombardia si arriverà al CUP unico solo nel 2026 e si continuano ad avere le agende chiuse per spostare i cittadini nel privato.
Questo è la causa delle lunghe liste di attesa: Bertolaso a Presadiretta ha raccontato che è sua intenzione sbattere fuori i privati che non intendono lavorare alle sue condizioni, ma non esiste nessun controllo.

Così tocca a dei cittadini privati aiutare altri cittadini a far valere i loro diritti. Non è lo stato, non sono le istituzioni.

Dentro il centro traumatologico di Cesena

Nel servizio sanitario pubblico ci sono delle eccellenze: Presadiretta è entrata nel trauma center di Cesena, il Maurizio Bufalini. Qui lavorano medici che lavorano in equipe con le migliori strumentazioni diagnostiche. Salvano vite umane questi medici, non lasciano i pazienti in osservazione per ore.
La struttura sorge sulle colline sopra Cesena, è una macchina da guerra che offre servizi per tutta la Romagna.

Un lavoro che comincia la mattina alle sette, analizzando i dati dei pazienti ricoverati, pianificando interventi che possono durare anche una giornata intera. Operazioni che una volta si facevano solo all’estero, con costi fino a 150mila dollari e che invece oggi si fanno qui, in Italia, nel pubblico.

Presadiretta ha mostrato una operazione su un tumore al colon, fatta con robot che consentono di operare con precisione: lo racconta
Fausto Catena, chirurgo, a Iacona “la chirurgia altamente tecnologica richiede un forte investimento in termini di risorse, anche risorse umane e pensare che in Italia una persona di qualsiasi ceto, di qualsiasi disponibilità economica, possa avvalersi di tutto questo è una conquista pazzesca, di civiltà. Ti do il massimo che esista, gratis [con la tassazione pubblica]. Lo stesso intervento potrebbe costare negli Stati Uniti 300mila dollari..

Un letto in traumatologia costa 3500 euro giorno: le operazioni fatte al Bufalini non possono essere portate nel privato (perché al privato non sarebbero convenienti, non ci sarebbe profitto), i pazienti sono seguiti da diversi medici, da infermieri che li seguono tutto il giorno. Lavorano per uno stipendio dignitoso – così raccontano a Presadiretta – portandosi a casa tante soddisfazioni.
Questo è quello che rischiamo di perdere se non riprenderemo a finanziare la sanità pubblica. La nostra salute, la cura dei pazienti, la cura di una popolazione che diventa sempre più anziana.

Ma perderemo anche conoscenze e competenze in questi settori, come la chirurgia di emergenza, come quelle del dottor Fausto Catena.

Dovremmo essere orgogliosi di avere medici come il dottor Catena.

La mia preoccupazione e che a furia di togliere pezzettini dal sistema sanitario viene giù tutto – racconta il dottor Vanni Agnoletti: i medici e gli infermieri sono molto richiesti dal privato, che paga anche cifre più alte.
Ma quello che faccio qua ha un valore così enorme da essere impagabile – continua il medico del Bufalini.
Rischiamo di portare trasformare il servizio sanitario in un servizio basato sul reddito: lo spiega il dottor Corradori che a Iacona racconta che è vero che la sanità pubblica costa, ma anche la non sanità ha un costo, se le persone non ci curano anche questo avrà un costo per la società.
Investire nel sistema sanitario, universalistico e gratuito, è un contributo per la nostra democrazia: se non sei in salute non sei libero. Devi essere curato per essere libero.

Nella sanità mancano i soldi: negli ultimi 15 il sistema ha subito un definanziamento per 48 miliardi di euro, il Gimbe ha stabilito che la spesa per PIL è destinata a calare.

Non prendiamo in giro i cittadini: o si investe nel pubblico oppure si deve ammettere davanti al paese che ci si deve rivolgere al pubblico – è l’opinione di Nino Cartabellotta.
Ma poi, il privato funziona veramente meglio del pubblico?

I medici in Calabria devono combattere anche contro la criminalità organizzata e nel frattempo la sanità privata avanza velocemente.

Chi si ammala in questa regione deve subire un calvario, la storia del signor Naccari lo spiega bene, un problema al naso che non si riusciva a risolvere perché nessuno riusciva a guardare il referto dal CD.

Aveva un tumore nel naso, come emerso da una semplice analisi con una sonda: per scoprirlo è dovuto andare a Milano. Doveva morire altrimenti.
In Calabria si spende di meno in sanità e ci si sposta di più per curarsi: il rapporto Svimez parla di un paese a due cure, le regioni del sud hanno versato 14 miliardi alle regioni del nord per le cure dei loro cittadini, 2,7 miliardi sono della Calabria.

In Calabria lavora il primario Vincenzo Amodeo nell’ospedale di Polistena e a Locri: sta portando avanti una battaglia per rilanciare la sanità regionale, con nuove sale ospedaliere, con nuove macchine.
Siamo in guerra – racconta a Francesca Nava - servono medici e infermieri
: alla trasmissione spiega come ci siano forti tendenze da parte della politica che spinge verso il privato. In soccorso alla sanità calabrese sono arrivati 300 medici da Cuba, ma a Polistena si lavora ancora con carenza di organico.

Il cittadino ogni giorno deve combattere una guerra per ottenere i servizi che gli spettano: l’ospedale di Locri dovrebbe essere ristrutturato dal 1998, sono stati spesi 14ml. Per fare cosa?

Anche a Locri, prenotare gli stessi esami come fatto in Lombardia, porta agli stessi risultati, non è possibile prenotare un esame nel pubblico.
Lucia di Furia è direttrice dell’ASL a cui appartiene la struttura di Locri: “Io non sono amica di nessuno da queste parti. Non conoscevo niente della Calabria, ma la parola Locride la conoscevo pure io che vivevo nelle Marche. Appena sono arrivata qui c'è stata una retata, hanno portato via dei medici, già che erano pochi li hanno pure portati via”.

La situazione che ha trovato in questa struttura è pietosa: “Ho avuto paura, devo essere onesta, ho avuto un episodio legato al mio ruolo, per altro poco tempo dopo che ero arrivata. Subite le pressioni ho capito una cosa sola, che stavo nel posto giusto. Ho detto: se è così che mi vogliono mandar via, allora è sicuro che rimango”.

Ci sono le case della salute, ma chi ci mettiamo dentro?
Si fa di tutto per rallentare la struttura sanitaria pubblica per far crescere gli interessi dei privati che pullulano nel territorio.

I laboratori privati crescono in Calabria, come le strutture sanitarie residenziali, salite al 80%.
Anche qui c’è un abbraccio tra politica e sanità che causa anche problemi ai conti pubblici: Presadiretta ha raccontato le storie di dirigenti apicali nella sanità che hanno favorito strutture private, persone nominate dalla politica che è colpevole della carenza nel servizio sanitario.
Politici che nominano i dirigenti, che poi si controllano da soli: il senatore Crisanti ha presentato una norma in Parlamento con cui togliere ai presidenti di Regione il potere di nominare i direttori sanitari, che dovrebbero essere indipendenti dalla politica.
Non mancano i soldi, ma le idee – racconta Crisanti: il costo della sanità è 180 miliardi, quasi il 9% del PIL, come è possibile che non funzioni?

É perché il sistema sanitario è marcio.

La componente privata della spesa sanitaria è salita dal 12 al 24 %, ci sono strutture che oramai sono solo private accreditate in alcune zone d’Italia: lo stato finanzia e amministra la sanità privata al posto del pubblico.

La privatizzazione della sanità è un rischio per la democrazia: uno stato privatizzato non può avere controlli, perché costano, dunque si arriva alla deregolamentazione.

In Italia oggi il gruppo san Donato e l’assicurazione Generali hanno stretto un accordo, per creare nuovi poliambulatori privati che si trovano ovunque.

Sono le smart clinic, un modello che verrà esportato in tutta Italia: il personale sanitario lo metterà San donato, Generali gli immobili e occuperanno gli spazi lasciati liberi dal pubblico.
A questo punto si perde di vista il confine tra pubblico e privato, ci si inizia a chiedere perché votare: la privatizzazione distrugge il senso stesso dello stato.


10 marzo 2024

Anteprima Presadiretta – Sanità SPA

La situazione della sanità pubblica, specie nelle regioni del sud (ma non solo), è sotto gli occhi di tutti. La sperimentiamo ogni volta che abbiamo bisogno del medico di base (con buona pace del ministro Giorgetti, noi comuni cittadini abbiamo ancora bisogno del medico), quando dobbiamo prenotare una visita specialistica e ci viene risposto che non ci sono posti in agenda. Oppure, come capitato a me per una visita oculistica, primo posto a dicembre.

Ancora oggi, nei telegiornali, nei talk, si sente ripetere dai soldatini di fratelli d’Italia che non è vero che questo governo ha tagliato i fondi sulla sanità, questo governo ha messo tre miliardi di euro in più nella sanità… Le bugie hanno le gambe corte e per smascherarle basterebbe avere un giornalista in studio che risponda al politico di turno che, è vero che si sono dei miliardi in più, ma solo per il prossimo anno e che comunque sono insufficienti per tenere in piedi tutto il sistema sanitario, pubblico e universale, per tutti. Come garantisce la Costituzione.

I soldi sono stati messi, ma meno di quanto ne servirebbero per garantire in servizio uguale per tutti, dal nord al sud, per chi ha i soldi e chi non li ha e oggi è costretto a rinunciare a curarsi.

Così, come racconta Riccardo Iacona nell’anticipazione della puntata, mentre gli ospedali pubblici fanno fatica a lavorare e crescono le liste di attesa, la sanità privata avanza e prova a riempire i vuoti lasciati dal pubblico. Da Sanità pubblica a Sanità SPA, come dice il titolo della puntata: Presadiretta torna ad occuparsi della sanità pubblica, del pericolo di perdere questo presidio della democrazia.

La mancanza di risposta da parte del pubblico nel servizio sanitario ha portato, come effetto collaterale, anche ad un aumento delle aggressioni al personale sanitario, tanto da portare alla decisione di aumentare i presidi delle forze dell’ordine dentro degli ospedali: magari dentro queste strutture faremo fatica a trovare un medico, ma non mancheranno gli agenti.
Presadiretta è stata dentro il pronto soccorso dell’ospedale di Castellammare: corridoi pieni di gente in attesa, lettighe a terra, scene comuni in gran parte dei nostri pronto soccorso. L’ospedale San Leonardo di Castellammare di Stabia è l’unico della ASL ad avere un dipartimento di emergenza e urgenza di primo livello con 60 mila accessi l’anno. Quando il servizio è stato preparato, a fine gennaio, erano in corso i lavori di ristrutturazione all’ingresso dell’emergenza: dentro sarà presente un ufficio della polizia per una vigilanza armata 24 ore su 24
per proteggere medici, infermieri e operatori sanitari dalle aggressioni.
Sono decine i presidi aperti in questi ultimi mesi dal ministro Piantedosi, sono passati da 126 a 189: in corsia si sta come in trincea e i medici sono nel mezza di questa guerra, dove la disperazione, l’ansia, la difficoltà ad accedere ai servizi, porta a gesti di violenza.

Mancano medici, mancano infermieri, mancano posti letto. Quelli che ci sono se possono passano al privato, vanno a lavorare all’estero (o nella vicina Svizzera come qui nel comasco, dove vengono pagato bene).
Silvio Magliano è uno di questi: oggi è un anestesista rianimatore Ospedale che lavora nell’ospedale di Chaumont in Francia: a Presadiretta racconta che dove lavora riesce ad avere i turni tre mesi in anticipo e non all’ultimo del mese, riesce così ad organizzarsi una vita normale: “io in Italia non potevo farlo” continua il suo racconto “qui lo stipendio è aumentato di almeno un migliaio di euro di più al mese. Se la gente se ne va, forse c’è da dire che si deve fare una valutazione, che non è solo strettamente economica, io non faccio il politico, io faccio il medico, il mio lavoro lo faccio bene, ma non posso fare quello degli altri. Gli altri, che sono quelli che noi votiamo, che noi paghiamo, sono loro che devono fare queste valutazioni. Tu ti rendi conto che tu dai la professionalità e di fronte trovi davanti un quota di dirigenti che non sanno niente di quello che tu fai. Economicamente sono pagato meglio [in Francia], ho più tempo libero, i pazienti mi ringraziano, non mi aspettano fuori che ti fanno delle violenze come succede tutti i giorni. I dirigenti mi rispondono alle mail, rispondono alle chiamate: anche in Italia c’è bisogno dei medici, perché li fate scappare?”.

Sono tanti gli anestesisti che se ne sono andati e tanti quelli che non hanno trovato il coraggio per andarsene, perché “quella vita là, in Italia, non si può fare”.

Ma così muore il servizio sanitario, se ne vanno tutti: “mi dispiace ma non sono il capitano della nave, non l’abbandono alla fine.. Faccio il topo, però preferisco vivere”.

La sanità italiana si sta trasformando in una società per azioni? Da una buona sanità pubblica non dipende solo la nostra salute, ma anche la salute della democrazia nel nostro paese – racconta Iacona nell’intervista a Radio Radicale.

Avere a disposizione, a prescindere dal reddito, un servizio sanitario nazionale che beneficia delle nuove tecniche e degli strumenti più moderni è un passo in avanti per il nostro paese: sono le parole di Fausto Catena, chirurgo, nell’intervista a Iacona dopo aver mostrato una diagnosi sui linfonodi di un paziente con una macchina di ultima generazione.

La chirurgia altamente tecnologica richiede un forte investimento in termini di risorse, anche risorse umane e pensare che in Italia una persona di qualsiasi ceto, di qualsiasi disponibilità economica, possa avvalersi di tutto questo è una conquista pazzesca, di civiltà. Ti do il massimo che esista, gratis [con la tassazione pubblica]. Lo stesso intervento potrebbe costare negli Stati Uniti 300mila dollari..
E’ anche da queste cose che arriva la soddisfazione per il proprio lavoro.

Ma la realtà è ben diversa: nell’anteprima della puntata Francesca Nava racconta di quanto sia difficile prenotare una vista al CUP in regione Lombardia, dove si ritiene che il servizio sanitario sia una eccellenza.

Al CUP la giornalista ha cercato di prenotare una colonscopia in provincia di Bergamo: in agenda non c’era niente, la prima disponibilità è nel 2025, settembre.

Dopo essersi rivolta al CUP con in mano le impegnative che chiedevano un esame a 60 giorni, la giornalista si è rivolta ad alcune strutture private convenzionate col sistema nazionale in provincia di Varese. In una struttura non accettavano tutti gli esami, eseguivano gli esami richiesti solo da privato – è stata la risposta data dall’impiegata all’accettazione.

Da privato la colon costa 400 euro a cui si sommano 150 euro per eventuali biopsie, la colposcopia costa 1000 euro, l’ecografia 200 euro per la visita: il risultato è che nel privato i 3 esami diagnostici e la visita specialistica costano 1750 euro.

La giornalista si è rivolta ad un’altra clinica convenzionata, con le stesse impegnative: la risposta non è stata diversa, nessuno degli esami richiesti viene eseguito in convezione, si fa tutto a pagamento.
Non garantire visite ed esami diagnostici con il servizio sanitario nazionale nei tempi previsti dal medico di base è un atto illegittimo. Sulle ricette le classi di priorità sono indicate con delle lettere, U = urgente, P= programmabile. Il rispetto dei tempi di attesa è un diritto, lo sanno bene i volontari degli sportelli nati spontaneamente in Lombardia grazie all’intuizione di un pensionato di Codogno, città simbolo della pandemia.

Si chiama Fondazione Sportelli SOS Liste di attesa e il fondatore è il signor Andrea Viani: “i cittadini di fronte alla necessità non vanno più neanche al CUP vanno direttamente dai privati. La prospettiva potrebbe essere la distruzione del sistema pubblico”.

Francesca Nava ha incontrato, Adrian Naranjo cardiologo venuta dall’Havana per supportare i medici dell’ospedale di Locri dal dicembre del 2022: il suo contributo è diventato indispensabile per l’ospedale dove si reca ogni giovedì per svolgere controlli basilari, pacemaker, defibrillatore. Ma come, i medici di Locri che sono qui da tanti anni non li sanno fare questi controlli?
Il primario di cardiologia dell’ospedale di Polistena, il dottor Amodeo, spiega che non può insegnare questi controlli, altrimenti smetterebbe di fare il suo lavoro da responsabile dell’equipe, “ma che faccio il professore di scuola oppure devo venire qua a fare il primario? Bisogna fare una rivoluzione culturale” racconta a Presadiretta “e poi, dopo che avrai fatto la rivoluzione culturale vai a combattere e vincerai la guerra”


Nonostante queste premesse, il tema della sanità pubblica non è ai primi posti nell’agenda politica che oggi sarà presa dall’esito delle elezioni in Abruzzo, dal presunto dossieraggio: si tira fuori la questione del gap sanitario solo come arma di propaganda, sotto le elezioni. La politica si indigna per la violazione della privacy di cittadini (che poi sono vip, politici, persone che per il loro ruolo sotto attenzionate dai sistemi di controllo), ma non per la perdita di questo diritto, il diritto alla cura.
Eppure questo argomento diventerà sempre più importante, perché stiamo diventando un paese di anziani, bisognosi di curi, dove aumenta la distanza tra i ceti abbienti e quello che era l’ex ceto medio:
la secessione dei ricchi, la riforma per l’autonomia differenziata delle regioni, non farà che aumentare questo divario di diritti.

Sui giornali trovate delle anticipazioni dei servizi che andranno in onda domani sera: c’è l’articolo della stessa Francesca Nava uscito ieri su Il Domani

La sanità a pezzi divorata dalla privatocrazia
Dalla Calabria alla Lombardia, dal Piemonte all’Emilia-Romagna. Nella puntata di lunedì 11 marzo, la trasmissione Rai “Presadiretta” di Riccardo Iacona racconterà la deriva occulta del servizio sanitario nazionale, le difficoltà degli ospedali pubblici, lo stato di sofferenza dei pronto soccorso, la diffusione di ambulatori di urgenza a pagamento, la proliferazione di poliambulatori. 

Nell’articolo potrete leggere alcuni dei punti toccati dall’inchiesta: lo sfogo di Lucia Di Furia, DG dell’azienda sanitaria di Reggio Calabria, finita sotto inchiesta per le infiltrazioni mafiose che hanno reso più acuto il problema della carenza di medici.

Del pendolarismo sanitario dalle regioni del sud a quelle del nord, una sorta di tassa occulta pagata dalle regioni più povere – come testimonia il rapporto di Svimez: “Negli ultimi 10 anni tredici regioni del sud hanno versato 14 miliardi di euro a quelle del nord per far curare i propri cittadini, 2,7 miliardi sono della Calabria”.

Si parlerà di come il privato si sia infiltrato dentro i vuoti lasciati dal servizio pubblico, una scelta politica, come qui in Lombardia, per dare ai cittadini un finto diritto di scelta, in realtà solo un modo per arrivare ad una privatizzazione del servizio nei settori più profittevoli (per un approfondimento leggetevi Assalto alla Lombardia del giornalista Marco Sasso).

Infine la questione dei gettonisti, i medici pagati a gettone che le Asl prendono a servizio per colmare i vuoti del personale da cooperative private:

“’Anac, l’autorità nazionale anticorruzione, ha calcolato che in 4 anni dal 2019 al 2023 i medici e infermieri gettonisti sono costati allo Stato 1,7 miliardi di euro. Una montagna di soldi, con cui si sarebbero potuti assumere 34 mila medici ospedalieri. La spesa più alta in Lombardia con 1400 liberi professionisti in corsia

Sul Corriere di Cesena trovate questo articolo dove si parla del centro traumatologico di Cesena Maurizio Bufalini, un polo di eccellenza (non è un caso che questo articolo sia stato pubblicato su una testata locale, il tema della sanità e dei presidi territoriali è molto più sentito):

Lunedì 11 marzo, in prima serata, su Raitre, torna la trasmissione “Presa diretta” con una puntata interamente dedicata al Servizio Sanitario Nazionale , messo a dura prova dal sottofinanziamento degli ultimi dieci anni e dall’aumento del bisogno di cura . Tra i tanti ospedali attraversati ci sarà un reportage realizzato all’ospedale “Maurizio Bufalini” di Cesena, un viaggio realizzato da Riccardo Iacona che ha seguito per diversi giorni l’attività del Trauma Center Romagna, centro di riferimento per i traumi maggiori dell’intero territorio romagnolo. [..]

E’ stata una esperienza umana incredibile ... – racconta Riccardo Iacona – aver incontrato personale medico, infermieristico e sanitario di altissimo livello. Ho capito veramente quanto è prezioso il servizio sanitario nazionale quando funziona . Non è solo prendersi cura di chi ha bisogno di una risposta di salute, dentro gli ospedali pubblici succede molto di più, si stringe un patto con la comunità che costruisce uguaglianza e democrazia. Riuscire a offrire a chiunque , senza guardare al portafoglio, le cure al più alto livello è una conquista di civiltà enorme e quasi unica nel panorama mondiale della sanità. Ecco perché va difesa con le unghie e con i denti . 

La scheda della puntata:

Ambulatori a pagamento per decongestionare il pronto soccorso degli ospedali, medici pagati con un gettone presenza per sopperire alla carenza di organico delle strutture pubbliche, analisi nei laboratori privati per saltare liste d’attesa di mesi e mesi: la sanità italiana si sta trasformando in una società per azioni? 
“Presadiretta” – in onda lunedì 11 marzo alle 21.20 su Rai 3 con la puntata dal titolo “Sanità S.p.a.” - è andata negli ospedali di Lombardia e Calabria per capire se la trasformazione in atto del sistema sanitario nazionale verso la privatizzazione sia la strada giusta per assicurare il diritto alla salute dei cittadini. 
Nonostante il governo Meloni abbia investito 2,4 miliardi di euro per aumentare gli stipendi, non si ferma la grande fuga del personale sanitario. Tra il 2020 e il 2022 180 mila tra medici e infermieri hanno scelto di lasciare la sanità pubblica, migliaia di loro sono fuggiti in Paesi come la Francia dove guadagnano molto di più e non sono costretti a turni massacranti. A sostituirli negli ospedali sono arrivati i medici e gli infermieri a chiamata, comunemente detti gettonisti, perché lavorano, appunto, a gettone. Sono organizzati in cooperative e si spostano a seconda del bisogno, dell’offerta e delle condizioni. L’Anac, l’autorità nazionale anticorruzione, ha calcolato che in 4 anni dal 2019 al 2023 i medici e infermieri gettonisti sono costati allo Stato 1,7 miliardi di euro. La spesa più alta in Lombardia con 1400 liberi professionisti in corsia. Ma c’è chi continua a lavorare nel pubblico, che ha fatto di ospedali come il Maurizio Bufalini di Cesena un polo d’eccellenza, punto di riferimento per tutti. 
“Sanità S.p.a.” è un racconto di Riccardo Iacona, con Francesca Nava, Antonella Bottini, Lisa Iotti, Marianna De Marzi, Fabio Colazzo, Massimiliano Torchia.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.