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24 giugno 2023

Madre d'ossa di Ilaria Tuti


Il lago di Cornino era un’iride, buio al centro e cristallino lungo la riva. Cinto da boschi arrossati dall’autunno, si apriva nella terra come un occhio antico, di bestia primordiale. Vi stava sorgendo un’alba caliginosa, bruma d’ottobre aspra e zuccherina, che portava il sentore di uva lasciata marcire sui tralci e di brace rimestata nelle stufe.

Massimo inspirò a fondo. Se ciò che gli era stato detto al telefono dalla voce di uno sconosciuto era vero, allora quel paradiso fumante era stato l’inferno di qualcuno.

Madre d’ossa segna il culmine di tutta la serie del commissario Teresa Battaglia, poliziotta, profiler, cacciatrice di criminali, scritta da Ilaria Tuti. Una poliziotta capace di leggere l’anima delle persone, di entrare in empatia col male, tanto forte se vista da fuori, quanto fragile dentro. Una donna che si trova a dover combattere contro una malattia che la sta distruggendo, l’Alzheimer. Non solo per la dolorosa condanna del perdere i ricordi del passato, dei casi risolti. Ma anche perché questa malattia la sta rendendo sempre più vulnerabile perché all’improvviso ti cancella la consapevolezza della tua identità: chi sono io, chi è quella persona che mi sta guardando dallo specchio, cosa vogliono queste persone che mi stanno guardando. Chi sono io?

Ora Teresa Battaglia non è più una poliziotta, la sua malattia ha prevalso sulla sua volontà di continuare la vita di prima, assieme ad Alice, la ragazza conosciuta nel corso del racconto Figlia della cenere – una coppia abbastanza singolare, una donna che si ritrova senza memoria e una ragazza che si sta ritrovando senza più la vista.

Ma purtroppo i suoi giorni da commissario, da investigatrice non sono terminati: avvertito da una telefonata anonima, l’ispettore Marino, che con Teresa ha instaurato un rapporto profondo che va oltre la stima professionale, la trova seduta su un masso sul lago di Cornino, mentre tiene in grembo il corpo di un ragazzo morto. Quel che è peggio, Teresa è in uno stato di crisi, non riconosce Marini e, anzi, lo aggredisce.

Teresa non lo riconosceva ed era spaventata: per lei era solo un estraneo che tentava di afferrarla.

Marini non ha dubbi: non solo aiuta Teresa ad abbandonare quel corpo, giovane e senza vita. Ma, pur di proteggerla, non si preoccupa di alterare la scena del crimine, nascondendo il soprabito dell’ex commissaria con ancora addosso le macchie di sangue. Sangue del ragazzo che sembra si sia ucciso con un coltello che affiora, poco più in là, dall’acqua.

Il ragazzo si chiamava Ratchis Evaldi, non aveva nemmeno vent’anni, poche ore prima, attorno all’una del mattino, aveva postato su TikTok un filmato di cinquantotto secondi in cui si congedava dal mondo.

Sembrerebbe un caso semplice, un suicidio annunciato. Certo ci sarebbe da capire come sia arrivata e perché sul lago, come e perché conoscesse quel ragazzo.
Ma non sono solo queste le cosce strane in questa storia: il ragazzo aveva delle estese scarificazioni sul corpo, per esempio. Come se fossero segni di un doloroso rito a cui si era sottoposto. Poi quel coltello, un coltello antico: era un dono tramandato da padre in figlio, le racconta, quasi con un certo fastidio, il padre, perché la loro era una famiglia antica, di origini longobarde, che risalivano fino ad Alboino.

Non ho ucciso quel ragazzo. Ero lì per salvarlo. Doveva essere così, o lei era già all’inferno. Teresa si trovava davanti all’enigma più sfidante della sua carriera: un’indagine su se stessa.

Questa indagine su sé stessa sarà la più difficile, per Teresa Battaglia: non solo perché dovrà dimostrare, anche a sé stessa, di non aver ancora superato quel confine della malattia che le impedirebbe di vivere la sua vita come prima. Ma anche perché quella morte la porta dentro un’indagine collegata ad antichi riti, tra spiritualità e paganesimo. Non c’è solo quel coltello antico, donato da padre in figlio, ci sono antichi monili che Teresa si trova addosso e di cui non ne conosce l’origine. Strane sepolture con “morti inquiete”, un uomo e una donna sepolti assieme e altre tombe di persone affette da acondroplasia, ovvero nani.

«Mi sembra di stare nel triangolo delle Bermuda» disse Massimo. «È tutto concentrato qui, in pochi chilometri di colline e boschi.» «E grotte. E ipogei. Paganesimo e Cristianesimo, fusi, per sempre.»

E, ancora, donne che, generazione dopo generazione, sono condannate a partorire da sole e vedersi poi strappati i figli. Teresa arriverà ad incontrarla, faccia a faccia, questa “madre d’ossa”, una sorta di divinità per cui ci sono persone disposte ad uccidere e a proteggersi l’un l’altro, come una setta. Sarà, per Teresa Battaglia, come affacciarsi sulla porta dei secoli passati, un incontro che farà da paio con quello avvenuto nel corso dell’indagine “Fiori sopra l’inferno” con Andreas:

Teresa aveva già incontrato una creatura simile, non molto tempo prima. Se lei era la Madre, Teresa un giorno aveva definito Andreas il «Padre». Un caso diverso, ma per alcuni tratti fin troppo simile.

Madre d’ossa è un thriller dove l’indagine forense (portata avanti dal collega e amico di Teresa Battaglia, il dottor Parri) si allaccia alla storia passata delle terre di confine del Friuli. Una storia antica che ha lasciato una profonda impronta sul territorio, ancora visibile.
Ma è anche il racconto di una donna che lotta per salvare sé stessa – oltre che questa “madre d’ossa” che incontrerete alla fine e a cui si sente molto legata, anche per la sua mancata maternità – con l’aiuto di tutte le persone che le stanno accanto. Dall’ispettore Marini al fido Parisi, al medico Parri, la sua famiglia, i suoi figli, non naturali, ma indissolubilmente legati anche a costo di rimetterci la carriera.

Una storia che parla di madri e di figli, dunque e che è molto intrecciata con episodi e personaggi presi dai precedenti libri con Teresa Battaglia, che vi consiglio di andare a leggere se ancora non l’avete fatto.

La scheda del libro sul sito di Longanesi e il link per scaricare il primo capitolo.

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24 gennaio 2021

Luce della notte di Ilaria Tuti

 


Canta e conta, si disse la bambina per allontanare il Buio. Ma la notte non se ne andò. Le rispose con un lamento a labbra strette che si arrampicava sull’erba accartocciata dalla brina e crepitava sulla pietra del selciato, lungo il portico della casa, fino a raggiungerla e ad aggrovigliarsi al centro della pancia.

La notte fumava di nubi, Chiara le guardava arrotolarsi sulla strada che risaliva la collina, dalle vigne coperte di cristalli fin su, al limitare del giardino.

Le sagome degli animali scolpiti nel legno sembravano allungare musi e ali per liberarsi dalla nebbia e trovare un respiro di libertà. Qualche fiocco di neve roteava nell’aria, passatempo di un vento che giocava a nascondino e agitava le piume rosee sulla schiena della bambina. Chiara sentiva l’umidità attraverso le calze, il calore della lana contro la bocca, l’odore muschiato del gelo, quello del suo respiro, i rintocchi di una campana lontana. E quel mugolio, che, ora capiva, veniva da dentro.

Terzo romanzo con protagonista il commissario di polizia Teresa Battaglia, Luce della notte è un romanzo che parte da un incubo, da un sogno di una bambina che cammina nella notte, coraggiosamente, sentendone i rumori, le sensazioni sulla pelle.

Fino ad arrivare ad un albero, con dei simboli, che ne hanno scorticato il fusto. Sotto, vicino alle radici, della terra smossa, a nascondere un cuore che batte. Il cuore di un bambino.

Ciò che la turbò, tuttavia, fu che la terra era smossa, fino a rivelare le radici dell’albero. Doveva ripararle dal freddo. Si chinò per raccogliere terriccio attorno alle arterie colme di linfa, ma ciò che fece, contro la propria volontà, fu affondare le unghie e scavare. E più scavava, più le dita si macchiavano di rosso. « Apro un cuore. » Non capì il senso di quelle parole, né perché le disse, ma sentì il battito chiamarla attraverso la terra. Era là sotto. C’era davvero. Un cuore bambino.

Può un'indagine partire dal sogno di una bambina?

Si, se il grido di aiuto della madre è tale da toccare il cuore di un'altra donna, che madre non lo è stata e che serba ancora dentro il dolore di questa cicatrice.

«Sono qui perché se c’è qualcosa che non può ingannare» mormorò, «è la paura.» E lei l’aveva percepita in quella madre. Ma era e restava solo una sensazione.

Il lavoro di un investigatore, e anche di una profiler, è fatto anche di sensazioni come queste e così Teresa Battaglia e il suo aiutante, l'ispettore Marini, si recano presso questa casa sulla collina vicino al confino sloveno, per incontrare la famiglia Leban e Chiara.

Non è un approccio facile e non solo perché Chiara ha nove anni, ma anche perché è una bambina particolare, condannata al buio per una malattia genetica che le impedisce di stare al sole, di condurre una vita come gli altri bambini.

Sola, al buio, isolata, coi suoi animali in legno che un anziano le ha regalato.

E coi suoi disegni:

Sul cartoncino viola la bambina aveva disegnato un albero con la matita azzurra, un albero dalla corteccia rugosa e i rami spogli e spinosi. Sul tronco, colorate di marrone, c’erano una mezzaluna e una piccola stella che piangevano lacrime rosse.

Sfidando la ritrosia di Marini e l'ostilità del padre di Chiara, Teresa decide di dare fiducia a quella bambina, alla paura della madre.

Ma di quell'albero, di quell'albero sfregiato con quei simboli, non c'è traccia nel bosco attorno a quella casa in collina. Qualcuno però, in paese, li mette su una nuova strada: è il vecchio che ha costruito gli animali per Chiara e che racconta loro una strana storia avvenuta nei boschi venti anni prima. Strane luci tra gli alberi che avevano spaventato le persone del posto, che si erano perfino organizzate in ronde per scacciare questi “estranei” di passaggio.

Sotto un'acacia nel bosco Teresa e Marini lo trovano il sogno: quegli sfregi sul fusto, una mezzaluna e una stella, e poi, sotto terra, un peluche come quello descritto da Chiara.

Stiamo girando in tondo, commissario: o ammettiamo che siamo qui per rincorrere un sogno e chiudiamo la questione, o decidiamo di crederci e andiamo avanti

Da qui parte, prima in modo informale e poi seguendo tutte le regole, un'indagine su un bambino scomparso, di cui non si sa il nome, di cui non si conosce il volto.

E l'incubo di Chiara rivela poi, a Teresa, un incubo ben peggiore: la terribile storia dei profughi della guerra in Bosnia degli anni novanta che cercavano di raggiungere l'Italia e il nord Europa seguendo una rotta che passava per quei boschi.

E' la storia del massacro di Srebrenica, della pulizia etnica nei confronti dei musulmani bosniaci, dei trafficanti di esseri umani che per soldi gli facevano attraversare il confine...

Una storia di soprusi e di persone scomparse, di bambini scomparsi. Lasciando dietro di loro solo il dolore delle famiglie. Teresa e la sua squadra devono trovare quel bambino.

Ma a fianco a questo incubo che nasconde un dramma, nel libro si racconta la storia personale di Teresa: la preoccupazione per il decorso della sua malattia che fa fatica a nascondere alle persone che ha a fianco, come Marini (anche lui alle prese coi suoi demoni).

La vita, il lavoro, l'inferno che ha conosciuto nel corso delle sue inchieste (come quella nei boschi di Travenì e sui bambini salvati – Fiori sopra l'inferno) l'avevano cambiata. E ora la malattia la stava rimodellando verso un nuovo presente:

Era inciampata nella vita, rotolando giù e portandosi addosso ogni granello di fango. Un fango che era diventato creta e si era modellato attorno a lei, restituendola al mondo per come adesso era.

E poi c'è quello strano rapporto che si è creato con Andreas, l'assassino che uccideva le persone togliendole il volto e che ora è rinchiuso al Rems, la struttura di accoglienza per criminali con disturbi mentali. Andreas il mostro che ha protetto i bambini, che ha voluto loro bene e che ora è rinchiuso in una stanza dove può solo guardare il mondo là fuori.

Con lui si instaura un rapporto come madre e figlio, costruito leggendo le pagine di un libro che parla proprio di un padre e di un figlio in cammino:

«’Quando si svegliava in mezzo ai boschi nel buio e nel freddo della notte allungava la mano per toccare il bambino che gli dormiva accanto’.»

E' La strada, di Cormac McCarthy

Si parla di madri e si parla di bambini, in questo romanzo che, temporalmente, si colloca subito dopo “Fiori sopra l'inferno”.

Di madri che hanno visto tanta violenza da perdere qualsiasi fiducia in questo mondo. Di madri spaventate, come quella di Chiara. Di madri che avrebbero voluto esserlo ..

E di bambini. Vittime innocenti dell'avidità di mostri, oggetti nelle mani di trafficanti di esseri umani, senza nemmeno un nome, senza un volto.

Quanti sono i bambini che scompaiono ogni anno, lungo quella maledetta rotta di Balcani? Che fine fanno?

Per i più fortunati un destino di schiavi, vittime dello sfruttamento del lavoro minorile. E poi ci sono i più sfortunati.

Anche Sarah era una bambina, forse coraggiosa come Chiara, la bambina del romanzo coi suoi occhi capaci di “conoscere molte cose della vita e allo stesso tempo essere capaci di osservarle con distacco”.

Era la nipote di Ilaria Tuti, morta per una brutta malattia e a cui è dedicata questa storia, scritta di getto, per non restare immobile nel dolore.

La scheda del libro sul sito dell'editore Longanesi e il pdf col primo capitolo

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15 giugno 2019

Ninfa dormiente di Ilaria Tuti



La fine 
Teresa pensa spesso alla morte. Ma non avrebbe mai immaginato che la propria sarebbe stata così. C’è qualcosa di beffardo nel fatto di non riuscire a ricordare ciò che potrebbe salvarla. 
Un incendio sul punto di scoppiare, vittime che attendono di essere salvate e lei ferma, immobile. 
La mente l’ha abbandonata. La confusione rende grottesco l’ultimo atto della tragedia, con quegli occhi imploranti, coppe rase di terrore, che la guardano fare l’unica cosa di cui è capace in quel momento: nulla. Teresa morirà con l’espressione da idiota, ne è convinta. Morirà da inetta, con le braccia lungo i fianchi e lo scudo abbassato, dopo essere vissuta da guerriera. 
Guerriera... Una poliziotta, forse. Una donna di sessant’anni, malata, che cerca di fare l’eroina e invece non è nemmeno più capace di dare un nome alle cose.

Un delitto avvenuto settanta anni prima, di una ragazza innamorata e che custodiva in grembo il frutto di un amore che non poté sbocciare.
«È morto qualcuno, là dentro?» chiese Marini, più a digiuno di lei di particolari. «Non di recente.» Gardini sospirò. «Venite. Vi faccio vedere.»[..] Sul tavolo da lavoro c’era un disegno. Privo di cornice, steso sul piano di vetro, era fermato agli angoli da pesetti di metallo. Era il ritratto di una donna.

Un pittore innamorato che traccia il suo ultimo dipinto, la Ninfa dormiente, col sangue di questa donna, intingendo le sue dita nel cuore ferito.
La Ninfa dormiente prende forma sotto le mani del pittore. Nasce, rossa di passione e amore.

Un valle chiusa, dove vive una popolazione orgogliosa delle sue origini antiche, né slave né solo italiche, forse discendenti dalle antiche amazzoni.
Una valle dove vivono ancora, e si tramutano di generazione in generazione, antichi riti, che affondano in un antico passato. E dove, negli ultimi mesi della guerra, la follia degli uomini macchiò di sangue il verde dei prati, il grigio della pietra.

Un segreto custodito da tre bambini che scatenò quella violenza, da parte degli occupanti nazisti. Una violenza che consegnò alla morte la Ninfa e alla muta follia quel bravo pittore che non lasciò al mondo altra testimonianza del suo genio.

Il secondo romanzo di Ilaria Tuti conferma le sue ottime doti di scrittrice capace di coniugare mistero, intreccio giallo, indagini scientifiche e vecchie tradizioni, ambientando il tutto ancora una volta nei suoi luoghi (Ilaria è nata a Gemona del Friuli), nella val Resia, una terra di confine vicino la Slovenia e all'Austria, dove si svolge quasi tutta la storia.
Un'ambientazione fatta di montagne, boschi che possono apparire un paradiso, ma che possono anche nascondere antichi demoni, custodi di segreti per cui vale la pena uccidere..

Storia che ancora una volta vede come protagonista il commissario di polizia Teresa Battaglia, sempre più in difficoltà per la malattia che sta minando la sua salute e la sua capacità di fare il poliziotto: la sua malattia si sta mangiando la sua memoria costringendola a prendere appunti si un diario personale, dove annota chi incontra, cosa ha fatto. Fino a quando riuscirà a fare il suo lavoro? Fino a dove può spingere la menzogna, per se stessa e nei confronti dei suoi colleghi, nascondendo il suo problema?

Colleghi che per Teresa sono qualcosa di più di una squadra: quasi una famiglia, quella che lei non ha potuto avere (e in questo romanzo capiremo perché), una famiglia che si prende cura di lei facendole quadrato attorno.
Anche Massimo Marini, l'ispettore con cui si punzecchia sempre, ma con cui ha dimostrato un certo affiatamento nell'affrontare i casi.
Delitti in cui c'è un morto, che chiede giustizia, e un assassino che deve essere individuato: una sfida per una come Teresa Battaglia, capace di entrare dentro la psiche umana, capaci di camminare sopra l'inferno e di uscirne ancora viva.

Ninfa dormiente è il nome dell'ultimo dipinto di un pittore importante, anche se poco conosciuto al grande pubblico: dipinto negli ultimi giorni della guerra, i peggiori forse, quando la rabbia dei tedeschi si mescolava con quella di molti partigiani esasperati dalla fame e dalle troppe morti. Anche Alessio Andrian era un partigiano: quell'ultimo suo quadro ha un peculiarità unica, è stato dipinto col sangue di una persona.
Sarà compito di Teresa e della sua squadra risalire al nome della vittima, dargli una vita e cercare anche il suo assassino. Forse Andrian stesso, che da quei giorni, forse per uno choc, è rimasto muto, in silenzio, ha fatto del suo corpo una tomba.

Teresa Battaglia, assieme a Massimo Marini, con l'aiuto di una ragazza ipovedente, dovranno arrivare su, in val Resia e cercare di farsi accogliere da questa comunità dove ci si veste ancora con gli antichi costumi, una comunità fortemente femminile, per risalire ad un mistero di settant'anni fa. Un mistero che ancora oggi fa paura a qualcuno.
Tempus valet, volat, velat, pensò ancora Teresa. Non c’era motto più adatto per descrivere ciò che era accaduto ad Aniza.

Questa indagine, non molto benvoluta dal nuovo Questore, è anche un'occasione per mettersi di fronte alle scelte della propria vita. Di Teresa sappiamo che ha un segreto, nel suo passato, quella cicatrice che pulsa ancora per quel figlio perso.
Anche Massimo, che si trova in un momento complicato, deve affrontare i suoi demoni, un antico senso di colpa, per liberarsene una volta per sempre.
Questa indagine è un viaggio dentro me stessa. Vedo ciò che ero e non sarò più. Ciò che sono diventata e quello che diventerò.

Il rapporto tra genitori e figli avrà un ruolo importante, per diversi dei protagonisti di questa storia: per Teresa, che inizia a considerare Massimo come un figlio e si troverà di fronte ad una scelta drammatica, alla fine. Chi scegliere, se devi salvare qualcuno?
Per Massimo, per il peso di quel genitore violento.
E per le donne che vivono in questa forte comunità, padrone e difensori del “femminino sacro”.

Il racconto si snoda tra le pagine dell'oggi e alcuni scampoli di quei mesi della guerra, che qui in valle aveva il sapore del metallo delle armi e del sangue, in un crescendo che ci porterà fino ad un precipizio.
Riuscirà Teresa Battaglia a trovare l'assassino della Ninfa dormiente? Riuscirà a salvare la sua squadra, il suo lavoro, sé stessa?


La scheda del libro sul sito di Longanesi e il link per leggere il primo capitolo
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13 gennaio 2018

Fiori sopra l'inferno, di Ilaria Tuti




Non scordare: noi camminiamo sopra l’inferno, guardando i fiori.
 
Kobayashi Issa (1763-1828) 
Austria, 1978 
C’era una leggenda che gravava su quel posto. Una di quelle che si appiccicano ai luoghi come un odore persistente. Si diceva che in autunno inoltrato, prima che le piogge si tramutassero in neve, il lago alpino esalasse respiri sinistri.Uscivano come vapore dall’acqua e risalivano la china insieme alla bruma del mattino, quando la gora rifletteva il cielo.
Era il paradiso che si specchiava nell’inferno.Allora si potevano sentire sibili lunghi come ululati, che avvolgevano l’edificio del tardo Ottocento, sulla riva est.La Scuola. Lo chiamavano così, giù in paese, ma quelle mura avevano mutato destino e nome diverse volte nel tempo: residenza di caccia imperiale, comando nazista, preventorio antitubercolare infantile.

Sono rimasto rapito da questo thriller, che è qualcosa di più, molto di più che il solito giallo su un serial killer.
Non avevo mai letto, fino ad oggi, un libro in cui fossero presenti la morte, il dolore, la tensione narrativa e la tensione per una caccia all'uomo. Il mostro, l'assassino che ha ucciso e che ucciderà ancora, e che va fermato.
No, nel romanzo di Ilaria Tuti, ambientato nelle sue montagne alpine, nel paese inventato ma reale (come forse la Vigata di Camilleri) di Travenì, c'è anche l'amore: l'amore di una madre per i propri figli, l'amore di una donna per quel figlio che non ha mai avuto. L'amore di un padre, che poi non è un vero padre, nei confronti di un figlio che non è suo figlio, ma l'unico essere umano con cui avere un rapporto umano ..
L'amore, il dolore, la morte e anche l'ostilità nei confronti di coloro che vengono da fuori, i nemici, i forestieri, gli invasori: siamo sulle Alpi, sulle Dolomiti, in pieno inverno, nel piccolo paese di Travenì. Una comunità piccola e chiusa che vive da sempre seguendo antichi rituali, come i diavoli che discendono la montagna nella notte di San Nicola, con le fiaccole che incendiano la neve.
Una piccola comunità gelosa dei suoi segreti, dove ci si conosce tutti e dove chi viene da fuori è considerato uno straniero.
Il corpo giaceva sull’erba, coperto di brina. Il candore della pelle contrastava con il nero dei capelli e del pube. Sullo sfondo, il verde cupo della natura di montagna.

Qui viene ritrovato il cadavere di un uomo, un tecnico che stava lavorando al nuovo progetto di un impianto sciistico: chi l'ha ucciso ha infierito a mani nude sul volto, strappandogli gli occhi, ma ricomponendone il cadavere, proteggendolo dagli animali del bosco con delle trappole.
Altro particolare misterioso, ha lasciato un pupazzo a guardia del corpo, forse, vestito con abiti del morto e con materiale proveniente dal bosco.

Teresa fissava gli occhi fatti di bacche.«Dobbiamo capire dove le ha prese l’assassino» disse.
«Non ne ho viste là attorno e non credo siano un dettaglio di poco conto.»Il sostituto procuratore annuì.«Che cosa possono significare?» chiese.Teresa non ne era ancora certa, ma aveva un sospetto.
«Per lui era importante che ci fossero» disse.
«Se il totem rappresenta l’assassino, allora il killer sta osservando qualcosa.»Ma cosa? La vittima mentre stava morendo o il villaggio poco distante? Durante il sopralluogo, Teresa aveva notato che da quell’angolazione il fantoccio sembrava guardare il campanile della chiesa di Travenì, e quel particolare l’aveva inquietata.«L’assenza della bocca lo rende inespressivo» fece notare Gardini.
 
«In questo modo, l’assassino ha schermato le sue emozioni» gli spiegò lei.
«È impossibile dire che cosa abbia provato in quel momento, se rabbia o paura, tormento o esaltazione.»
 
Il sostituto procuratore emise un sospiro che vibrava di tensione.«Non ha lasciato indizi sui moti interiori che lo hanno spinto ad agire» mormorò. 
«Non ha voluto lasciarli» lo corresse Teresa.
«Non credo si tratti di una dimenticanza casuale.»
 
«Che cosa ti fa propendere per un’ipotesi del genere?»«Il fatto che sia stato così meticoloso nella preparazione della scena. Deve averci fantasticato parecchio. Era esattamente così che dovevamo trovarla. Ricordiamoci delle trappole. È un perfezionista. » 
«Quindi ci ha portati fino a un certo punto ma poi ha scelto di nasconderci i suoi pensieri.»Teresa annuì.«Mi chiedo se anche l’assenza del naso sia un occultamento inconscio» disse.
«Un organo di percezione più sensuale della vista, intimamente legato alla libido…»«Se così fosse, che cosa ne deduci?»[..]
 
«Il ritratto che intravedo è ancora rozzo» disse. «Se davvero l’occultamento dei sensi non è casuale, mi fa pensare a una personalità fortemente repressa, che vive una sessualità malata. Ma è ancora presto per dirlo» tornò a chiarire. 
Le immagini successive erano particolari dell’orologio della vittima: era stato allacciato al contrario al ramo che funge va da polso, con il quadrante verso il legno. Teresa non aveva idea di che cosa significasse. 
«Gli occhi della vittima?» chiese il questore in un sussurro, le dita incrociate davanti ai baffi brizzolati. Teresa le aveva viste tormentarsi per tutto il tempo. 
«Non li abbiamo trovati» rispose.
«Colpa degli uccelli, forse. Oppure sono un trofeo che l’assassino ha portato con sé. Hanno un forte valore simbolico. Gli occhi scoprono il mondo, lo osservano, lo misurano » spiegò gesticolando.
 
« Guardano e desiderano: forse qualcosa che non avrebbero dovuto? Sono lo specchio dell’anima, si dice. Qualcosa di vero deve esserci, se spesso gli assassini li coprono alle vittime per non sentirsi giudicati, perché l’intento di uccidere non venga meno.»

Ad indagare su questo delitto, macabro, dalla città arriva il commissario Teresa Battaglia, esperta profiler di assassini seriali come si teme possa essere anche questo.
Nella neve e nel fango nel bosco verrà raggiunta dall'ispettore Massimo Marini, appena inserito nella sua squadra, col quale porterà avanti un rapporto di incontro-scontro, per la differenza tra i due caratteri.
Tanto burbero, ruvido anche, quello di Teresa.
Tanto bisognoso di attenzioni, quasi da seduttore, quello del giovane Marini.
Così diversi eppure accomunati da un segreto, sul loro passato. E, per Teresa, un segreto sul suo presente per una malattia che potrebbe pregiudicare la sua professione.

Saranno loro a cercare di dare un nome all'assassino, un volto e un perché.
Un assassino capace di tanta violenza ma anche di tanta meticolosità.
Un assassino con un'enorme forza, che conosce i boschi e che sa come muoversi senza lasciare tracce.
«Ritualità. Mutilazione. Staging. Devo continuare? Sembra... sembra un inizio.»
«L’inizio di cosa?» Lei lo guardò come se fosse ovvio.
«Di una storia di morte» disse. Massimo sedette di fronte a lei.
«Crede che ucciderà ancora?»

Un assassino che, purtroppo, farà altre vittime: un ragazzo che verrà aggredito, una donna in macchina, un altro uomo ...
Cosa lega tra loro le vittime, perché vengono scelte dall'assassino?
L'indagine di Teresa e Massimo si scontra col clima di omertà nel paese. Intuiscono che i delitti sono legati a quei segreti tra le famiglie del paese, storie di tradimenti e di piccole violenze nel chiuso delle case. Violenze che colpiscono proprio le persone più vulnerabili come le donne e i bambini.

Ecco a cosa assomigliava lo spettro quando la scrutava dalla foresta: a un teschio bianco e lustro. Lucia era sicura che anche Mathias ne avesse visto uno, il giorno antecedente.

E coi bambini, almeno con una bambina dei bambini del paese, il “mostro”, l'assassino, sembra avere uno strano rapporto, fatto di sguardi e di doni.
Mettendo assieme tutti i tasselli della storia, Teresa riesce a tracciare il profilo della persona che stanno cercando: perché Teresa, oltre che il suo segreto, ha anche un dono, la capacità di saper guardare oltre i fiori, oltre le apparenze. Per comprendere la mentalità degli assassini bisogna saper pensare con loro, empatia, comprendere il dolore che per anni ha scavato un solco nella loro vita

«Le sto chiedendo quanto è bravo.»Lei scosse la testa.
 
«Non è bravo, è feroce. Ma c'è davvero differenza fra le due cose? Io non lo so. E' forse bravo un lupo che divora la preda o è semplicemente se stesso?» 
Massimo ricordò il discorso iniziato nel bosco dietro la casa dei Kravina. 
«Sta dicendo che lui è così e non può evitarlo» disse. 
«Suona male, parecchio male.»Lei sorrise. Sembrava stanca o forse era solo annoiata dalle chiacchiere di quello che considerava un neofita, nemmeno troppo capace. 
«Forse loro vedono il mondo meglio di noi» disse in un sussurro. 
«Vedono l'inferno che abbiamo sotto i piedi, mentre noi contempliamo i fiori che crescono sul terreno. Il loro passato li ha privati di un filtro che a noi invece è stato concesso. questo non vuole dire che abbiano ragione a uccidere, o che io li giustifichi.» 
«E allora che significa?» 
«Che in un lontano passato hanno sofferto e quella sofferenza li ha trasformati in ciò che sono. Io questo non lo posso dimenticare.» 
Era la prima volta che quella donna diceva qualcosa di personale e lasciava intravedere il suo vissuto, per quanto in modo nebuloso.Massimo si aggrappò a quella fune che lei gli aveva lanciato dal suo mondo, certo che se ne sarebbe presto pentita, ritirandola. 
«Non lo può dimenticare? Che intende dire?» le chiese, temendo di spingersi troppo oltre, ma incapace di fermarsi.Lei, però, sembrava persa in altri pensieri. 
«Perché io, come loro, vedo oltre i fiori. Vedo l’inferno» mormorò.

L'altra storia, la genesi dell'orrore

Il racconto si muove su due piani letterari, la storia ambientata nel presente, nel freddo della neve.
E la storia del passato, che comincia con una scuola, sperduta sulle montagne, un orfanatrofio dove si respira un'aria cupa, dove non si sentono i pianti e le voci dei bambini. Ma solo silenzio.
Il silenzio dell'anima.

Una nuova alba stava sorgendo sulla Scuola. La luce era quella di un sole malato: non scaldava, non rincuorava. Avanzava lenta sulla pietra della piccola cappella conquistando l’ombra, ma essa stessa era ombra sotto mentite spoglie.

Succedono cose strane dentro questa scuola, dove i bambini non hanno un nome ma solo un numero. Come il numero 39. E dove viene chiesto alle persone che vi lavorano di dimenticare:
Insieme calarono i cappucci bianchi sul viso. «E ricorda» mormorò, prima di abbassare la maniglia. «Vedi, osserva, dimentica.»

Il mistero di quanto succede nella scuola riguarda i delitti che sono avvenuti in valle: un mistero che farà vedere con occhi diversi il mostro, che non è un mostro.
Mostri sono semmai altri, forse persino gli abitanti di quel paese dall'aspetto fiabesco: mostri che compiono le loro violenze nei confronti dei bambini, “bambini che sopravvivono, che lottano, che amano nonostante tutto”.

Tutto è perfetto in questo romanzo che non cala mai di ritmo, asciutto nello stile, mai pesante e nemmeno troppo truculento. La vita e la morte sono raccontate senza troppi particolari macabri, con grande rispetto.
Perfetta l'ambientazione, i “panorami annichilenti” della valle e delle montagne silenziose.
Perfetto il dualismo tra la coppia di investigatori che, nonostante gli screzi iniziali, si completeranno nell'evolversi delle indagini, in un crescendo di tensione fino ad un finale che, almeno a me, mi ha toccato nel profondo.
Incontreremo il commissario Battaglia alle prese con altre indagini:
Aveva appena vinto una sfida e un’altra ancora più importante la aspettava con se stessa. Era sempre lei l’artefice della propria fortuna, lo sarebbe stata anche in futuro.

La scheda del libro sul sito dell'editore Longanesi
I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

10 gennaio 2018

Fiori sopra l'inferno di Ilaria Tuti- incipt


Incipit

Non scordare: noi camminiamo sopra l’inferno, guardando i fiori.Kobayashi Issa(1763-1828) 

Austria, 1978C’era una leggenda che gravava su quel posto. Una di quelle che si appiccicano ai luoghi come un odore persistente. Si diceva che in autunno inoltrato, prima che le piogge si tramutassero in neve, il lago alpino esalasse respiri sinistri.Uscivano come vapore dall’acqua e risalivano la china insieme alla bruma del mattino, quando la gora rifletteva il cielo. Era il paradiso che si specchiava nell’inferno.Allora si potevano sentire sibili lunghi come ululati, che avvolgevano l’edificio del tardo Ottocento, sulla riva est.La Scuola. Lo chiamavano cosi`, giu` in paese, ma quelle mura avevano mutato destino e nome diverse volte nel tempo: residenza di caccia imperiale, comando nazista, preventorio antitubercolare infantile.[Fiori sopra l'inferno, Ilaria Tuti]

Inizia con un flash back nel passato, questo romanzo che mi sta catturando, pagina dopo pagina, capitolo dopo capitolo.
Come i thriller di Jeffery Deaver, solo che questo romanzo di Ilaria Tuti è ambientato nel Friuli, in un paesino sulle Alpi dove gli abitanti della Valle considerano estranei invasori tutti coloro che vengono da fuori.

Il romanzo racconta della caccia ad un assassino, un mostro in forma umana che vive nei boschi, come un animale che osserva gli animali umani da lontano.
Un mostro che uccide però: il romanzo è ambientato su due piani storici, il primo nel 1978, racconta l'ingresso di Agnes nella "Scuola". Un istituto per bambini che assomiglia più ad un una prigione, se non peggio.
E poi la storia dell'oggi, che comincia con un gruppi di ragazzini che gioca nel bosco e con due occhi che li osservano da lontano. E poi la scoperta di un morto, un uomo ucciso in modo bestiale.
E, vicino al corpo, una specie di totem, un fantoccio umano che sembra osservare il cadavere. Un fantoccio senza espressione ..

Ad indagare su questo caso, ricorrendo più alla psicologia che non alle prove scientifiche, il commissario Battaglia che deve cercare di capire come pensa, come ragiona, il mostro.
Ma anche lei ha un mostro contro cui combattere.

Il capitolo sei - dal sito di Longanesi

Teresa fissava gli occhi fatti di bacche.«Dobbiamo capire dove le ha prese l’assassino» disse. «Non ne ho viste là attorno e non credo siano un dettaglio di poco conto.»Il sostituto procuratore annuì.«Che cosa possono significare?» chiese.Teresa non ne era ancora certa, ma aveva un sospetto.«Per lui era importante che ci fossero» disse. «Se il totem rappresenta l’assassino, allora il killer sta osservando qualcosa.»Ma cosa? La vittima mentre stava morendo o il villaggio poco distante? Durante il sopralluogo, Teresa aveva notato che da quell’angolazione il fantoccio sembrava guardare il campanile della chiesa di Travenì, e quel particolare l’aveva inquietata.«L’assenza della bocca lo rende inespressivo» fece notare Gardini.«In questo modo, l’assassino ha schermato le sue emozioni» gli spiegò lei. «È impossibile dire che cosa abbia provato in quel momento, se rabbia o paura, tormento o esaltazione.»Il sostituto procuratore emise un sospiro che vibrava di tensione.«Non ha lasciato indizi sui moti interiori che lo hanno spinto ad agire» mormorò.«Non ha voluto lasciarli» lo corresse Teresa. «Non credo si tratti di una dimenticanza casuale.»«Che cosa ti fa propendere per un’ipotesi del genere?»«Il fatto che sia stato così meticoloso nella preparazione della scena. Deve averci fantasticato parecchio. Era esattamente così che dovevamo trovarla. Ricordiamoci delle trappole. È un perfezionista. »«Quindi ci ha portati fino a un certo punto ma poi ha scelto di nasconderci i suoi pensieri.»Teresa annuì.«Mi chiedo se anche l’assenza del naso sia un occultamento inconscio» disse. «Un organo di percezione più sensuale della vista, intimamente legato alla libido…»«Se così fosse, che cosa ne deduci?»Teresa si stropicciò gli occhi. Non erano solo parole, quelle che le venivano chieste: erano spesso previsioni ardite, confessioni di sospetti che potevano tradursi in condanne in fieri. Nel peggiore dei casi, come quello, una scelta sulla direzione da prendere a un bivio.«Qualsiasi deduzione sarebbe prematura» disse. Gardini non mollò.«Dimmi solo quello che pensi» insistette, scandendo le parole. La gentilezza non era sparita dalla sua voce, ma stava lasciando il posto all’urgenza.«Non voglio precludermi nessuna possibilità di indagine» gli rispose, nello stesso tono, senza guardarlo.Il sostituto procuratore si sporse verso il suo orecchio.«Non accadrà» le promise. «Terremo aperta ogni pista, fino a quando lo riterrai opportuno.»«Non sono un’indovina» sibilò Teresa, attenta a non farsi sentire dal resto della platea.«Nessuno lo ha mai pensato» intervenne il questore. «Però ci azzecchi sempre. O quasi. Ecco perché insistiamo.»Lei sospirò. Non avrebbero mai potuto percepire il peso di ciò che le chiedevano.«Il ritratto che intravedo è ancora rozzo» disse. «Se davvero l’occultamento dei sensi non è casuale, mi fa pensare a una personalità fortemente repressa, che vive una sessualità malata. Ma è ancora presto per dirlo» tornò a chiarire.Le immagini successive erano particolari dell’orologio della vittima: era stato allacciato al contrario al ramo che funge va da polso, con il quadrante verso il legno. Teresa non aveva idea di che cosa significasse.«Gli occhi della vittima?» chiese il questore in un sussurro, le dita incrociate davanti ai baffi brizzolati. Teresa le aveva viste tormentarsi per tutto il tempo.«Non li abbiamo trovati» rispose. «Colpa degli uccelli, forse. Oppure sono un trofeo che l’assassino ha portato con sé. Hanno un forte valore simbolico. Gli occhi scoprono il mondo, lo osservano, lo misurano » spiegò gesticolando. « Guardano e desiderano: forse qualcosa che non avrebbero dovuto? Sono lo specchio dell’anima, si dice. Qualcosa di vero deve esserci, se spesso gli assassini li coprono alle vittime per non sentirsi giudicati, perché l’intento di uccidere non venga meno.»

La scheda del libro: 

L’AUTRICE E IL SUO PRIMO ROMANZO – Fiori sopra l’inferno (Longanesi, in libreria dal 4 gennaio 2018) segna il debutto nel thriller di Ilaria Tuti. L’autrice, che vive in Friuli, in un paesino alle pendici di una montagna, ha tra i suoi riferimenti letterari maestri del genere come Stephen King e Donato Carrisi e il suo libro è stato tra i più contesi dell’ultima Fiera di Francoforte. Il lettore di questo esordio si imbatterà in una serie di aggressioni a sfondo sadico che turbano la quiete di un paesino delle Dolomiti friulane. Alcune vittime muoiono in seguito alle ferite. Tra i boschi e le pareti rocciose a strapiombo, infatti, si nascondono non pochi segreti. A intervenire sarà Teresa Battaglia, commissario di polizia specializzato in profiling: la sua vera arma è la mente, non la pistola e nemmeno la divisa. Per la prima volta, però, è proprio la sua mente a tradirla… il commissario dovrà cercare faticosamente un nuovo equilibrio per comprendere appieno la psicologia del killer e provare a salvare l’ultima vittima…

[Fiori sopra l’inferno di Ilaria Tuti - Longanesi]