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27 gennaio 2025

La memoria selettiva oggi - riflessioni sulla giornata della memoria


«Raccatta quella vecchia strega e portala al furgone» abbaiò.

E così, pochi minuti prima che arrivassero le altre centi vittime, sollevai la vecchia e l'accompagnai lungo la strada della Collinetta fino al cancello dove era parcheggiato il furgone, imbrattandola del sangue che mi colava dal mento. Quando la feci sedere sul retro del furgone e mi girai per andarmene, ella si aggrappò al mio polso con le dita contratte dall'ansia e con una forza che non avrei mai immaginato possedesse ancora.

Mi tirò in giù verso di lei, rannicchiata sul pavimento del furgone della morte, e con un piccolo fazzoletto di percalle, che doveva essere il ricordo di tempi migliori, tamponò un po’ del sangue che continuava a colare.

Alzò lo sguardo verso di me, la faccia rigata dal mascara, dal belletto, dalle lacrime, dalla sabbia, ma i suoi occhi scuri splendevano come stelle.

«Ebreo, figlio mio,» sussurrò «tu devi vivere. Giurami che vivrai. Giurami che uscirai vivo da questo posto. Devi vivere, per poter riferire a loro, a quelli che stanno fuori nell’altro mondo, che cosa è successo al nostro popolo qui dentro.

Promettimelo, giuralo sul Sfer Torah.»

E così giurai che sarei vissuto, in qualche modo, a qualsiasi costo. Poi mi lasciò andare. M'incamminai con passo incerto lungo la strada che portava al ghetto, e a metà strada svenni..

Poco dopo essere tornato al lavoro, presi due decisioni. La prima fu quella di tenere un diario segreto, tatuandomi di notte parole e date con uno spillo e dell'inchiostro nero sulla pelle dei piedi e delle gambe, così che un giorno sarei stato in grado di trascrivere tutto quello che era successo a Riga  e fornire prove precise contro i responsabili.

La seconda decisione fu quella di diventare un kapò, cioè membro della polizia ebraica.

Fu una decisione dura da prendere, dato che questi uomini scortavano i loro compagni ebrei al lavoro, e spesso ai posti di esecuzione.

Dal diario di Salomon Tauber - Dossier Odessa di Frederick Forsyth Mondadori

Giurami che ricorderai quanto è successo: queste le parole la donna anziana rivolge a Salomon Tauber, un nome di fantasia per rappresentare le migliaia di ebrei passati per il ghetto di Riga. Ricorda cosa è successo al nostro popolo qua dentro.

Dentro i ghetti, nei campi di concentramento e, prima ancora, le persecuzioni che subirono al lavoro, nelle case, nelle strade.

Il thriller di Frederick Forsyth, dove è difficile distinguere il confine tra realtà e invenzione letteraria, si basa su fatti e dati reali: è esistito veramente un Eduard Roshmann, capitano delle SS chiamato il macellaio di Riga. Sono state tremendamente reali le violenze, le umiliazioni, subite dagli ebrei raccolti nel ghetto (non solo dalle SS ma anche dai volenterosi carnefici lettoni).

Come è esistita veramente Odella, l'organizzazione degli ex membri delle SS che, usando l'enorme fortuna che aveva rubato alle loro vittime e che era stata ben custodita nelle banche svizzere (e non solo), riuscì a garantire ai suoi membri di sfuggire alla giustizia, di rifarsi una vita, in sudamerica (come Eichmann o Roshmann) ma anche nella stessa Germania.

Viviamo tempi difficili oggi: un brutto vento di destra sta soffiando nel mondo, si torna a parlare di deportazioni di immigrati, si sente dire da candidati politici che le SS erano solo soldati che ubbidivano agli ordini, accettiamo che trafficanti di esseri umani e torturatori siano trattati coi guanti bianchi e riaccompagnati a casa con tanto di aereo di stato.

Cosa c'entra questo con la giornata della memoria?

Non dimenticare significa anche questo: ricordare come negli anni trenta e quaranta del secolo passato si è accettato che esistessero persone Non degne di vivere, che potevano essere sfruttate fino alla morte. 

Colpevoli di queste violenze non sono tutti i tedeschi, o tutti gli italiani, nemmeno Simon Wiesenthal (che pure appare nel romanzo di Forsyth) credeva nella colpa collettiva.

Ma tanti hanno girato la testa dall'altra parte, preferito non vedere. Non vedere le famiglie ebree che perdevano il lavoro, la possibilità di andare a scuola. Che improvvisamente partivano e sparivano, dalla mattina alla sera.

Il fumo del camino si vedeva salire, nei campi di sterminio e nemmeno troppo lontano da noi: in Italia ne avevamo uno di forno crematorio, a Trieste, alla Risiera di San Sabba.

Dopo la seconda guerra mondiale si era detto mai più: mai più accettare l'idea che a talune persone non fossero garantiti gli stessi diritti solo per il fatto di essere nati, oppure nati dalla parte sbagliata del mondo.

La memoria, se dobbiamo coltivarla, non possiamo accettare che sia selettiva.

Oggi ci si è divisi in tifo, o di qua o di là, pro o contro un governo, quello di Israele, senza saper distinguere, senza saper cogliere le differenze tra le scelte di un governo e i suoi abitanti.

E  mentre ci si attacca ogni giorno, scontrandosi attorno ad una parola, persone muoiono sotto le bombe. I migranti vengono respinti nei lager, messi all'indice e indicati come i nemici del popolo, da mettere in catene e mandare via, lontano.

Come lo vogliamo chiamare questo?

27 gennaio 2024

I sommersi e i salvati di Primo Levi


 

Le prime notizie sui campi d'annientamento nazisti hanno cominciato a diffondersi nell'anno cruciale 1942. Erano notizie vaghe, tuttavia fra loro concordi: delineavano una strage di proporzioni così vaste, di una crudeltà così spinta, di motivazioni così intricate, che il pubblico tendeva a rifiutarle per la loro stessa enormità.

E' significativo come questo rifiuto fosse stato previsto con ampio anticipo dagli stessi colpevoli; molti sopravvissuti (tra gli altri, Simon Wiesenthal nelle ultime pagine di Gli assassini sono fra noi, Garzanti, Milano 1970) ricordano che i militi delle SS si divertivano ad ammonire cinicamente i prigionieri: «In qualunque modo questa guerra finisca, la guerra contro di voi l’abbiamo vinta noi; nessuno di voi rimarrà per portare testimonianza, ma se anche qualcuno scampasse, il mondo non gli crederà. Forse ci saranno sospetti, discussioni, ricerche di storici, ma non ci saranno certezze, perché noi distruggeremo le prove insieme con voi. [..] La storia dei Lager, saremo noi a dettarla».

Se in “Se questo è un uomo” la narrazione è concentrata sui ricordi della non vita dentro il lager, scritti nell’imminenza della liberazione con l’obiettivo di non disperdere nulla di quel male, questo secondo saggio di Primo Levi, scritto molti anni dopo, si pone su una prospettiva diversa. Non c’è più l’assillo nel voler testimoniare cosa è stato che nasceva da quell’incubo che assillò Levi come altri sopravvissuti ai lager, il rivolgersi ad una persona cara che si volta e se ne va via: qui Primo Levi vuole fare una profonda, onesta e lucida analisi su quanto successo in Europa col nazismo, andando anche a sfatare i tanti stereotipi che si sono radicati.

Come mai non avete combattuto? Come mai non ve ne siete andati prima dall’Italia, dall’Europa occupata? Come erano i vostri carcerieri, le SS? Erano dei bruti?

Non c’è mai, in nessun capitolo di questo saggio, una parola di odio nei confronti delle SS, dei tedeschi (anzi, l’ultimo capitolo è dedicato alle lettere scambiate con lettori tedeschi del suo Se questo è un uomo), nemmeno quando si parla dell’inutile crudeltà a cui erano sottoposti gli ebrei (come gli zingari, come gli omosessuali) dentro i lager: il dover evacuare in pubblico, un trauma per le persone anziane, il dover far tutto (dal bere alle esigenze corporali) con una sola gamella, il dover rifare ogni mattina il letto rispettando delle regole assurde

«Visto che li avreste uccisi tutti… che senso avevano le umiliazioni, le crudeltà?», chiede la scrittrice a Stangl, detenuto a vita nel carcere di Düsseldorf; e questi risponde: «Per condizionare quelli che dovevano eseguire materialmente le operazioni. Per rendergli possibile fare ciò che facevano».
In altre parole: prima di morire, la vittima doveva essere degradata, affinché l’uccisore senta meno il peso della colpa.

Levi cerca sempre di comprendere, i perché, le cause, con una sola grande motivazione: “È avvenuto, quindi può accadere di nuovo: questo è il nocciolo di quanto abbiamo da dire.”
Attenzione, ci ammonisce tutti quanti, è vero che oggi è difficile che si riproducano le condizioni che hanno portato Hitler al potere: “lo stato di guerra; il perfezionismo tecnologico ed organizzativo germanico; la volontà ed il carisma capovolto di Hitler; la mancanza di solide radici democratiche”, ma un intero paese ha creduto alle favole di Hitler, quando le sue posizioni erano già chiare dopo la pubblicazione del Mein Kampf. Questa è la colpa che l’autore fa al popolo di Goethe, il non aver voluto vedere quanto era sotto i loro occhi

.. c’è chi davanti alla colpa altrui, o alla propria, volge le spalle, cosí da non vederla e non sentirsene toccato: cosí hanno fatto la maggior parte dei tedeschi nei dodici anni hitleriani

C’è un’altra ammonizione che ci fa Levi: il genocidio del popolo ebraico è stato qualcosa che, si spera, rimarrà un evento unico nel corso della storia. Ma quella violenza contro persone inermi si è riprodotta poi nei decenni successivi senza che il mondo intero avesse imparato la lezione.
Levi scrisse questo saggio prima delle guerre in Iraq o in Afghanistan, quando per esportare la democrazia abbiamo ritenuto, noi occidentali, che qualche migliaio di vittime civili fosse un danno collaterale accettabile. Ma Levi aveva vissuto gli anni del Vietnam, col napalm sui villaggi, il golpe in Cile, i desaparecidos in Argentina.
La memoria da sola non basta:

...anche se un nazismo identico al precedente non ha nessuna possibilità di ripresentarsi, comportamenti come quelli che ne hanno reso possibile l' avvento, non sono invece rari. Levi aveva ragione, la memoria è necessaria; ma oggi noi dobbiamo aggiungere: tuttavia non basta. Perché? Perché tutti noi abbiamo la tendenza a sfruttare la memoria a nostro vantaggio. Se ci identifichiamo con le vittime innocenti, questo ci dà a priori il diritto di esigere riparazioni; se ci identifichiamo invece con eroi irreprensibili, questo ci permette di passare sotto silenzio i nostri misfatti. [dalla prefazione di Tzvetan Todorov]

Se da una parte non traspare mai odio nei confronti dei carnefici, anche il giudizio su quella che lui chiama la “zona grigia” rimane sospeso: il kapo, i detenuti funzionari, i membri dei Sonderkommando, medici come Miklos Nyiszli, l’anatomo patologo (lavorò con Mengele e fu uno dei pochi sopravvissuti di Auschwitz, anus mundi).

Non è facile del resto esprimere un giudizio su queste persone oggi, per noi: uno degli effetti delle condizioni dei campi era quello di togliere alle persone il loro aspetto umano, la dignità, il senso di solidarietà, l’empatia.

In particolare il lavoro nei forni crematori, nella preparazione dei nuovi arrivati alle camere a gas (le docce) era fatto da ebrei dentro queste unità chiamate Sonderkommando:

dovevano essere gli ebrei a mettere nei forni gli ebrei, si doveva dimostrare che gli ebrei, sotto-razza, sotto-uomini, si piegano ad ogni umiliazione, perfino a distruggere se”.

Attenzione, Levi sa benissimo e lo ripete continuamente, tutto questo (le botte prese dai kapo, gli ordini urlati in faccia, uno choc per i nuovi arrivati che nemmeno conoscevano la lingua) non cancella il fatto che da una parte c’erano le vittime e dall’altro i carnefici.

Ma Levi non dimentica il “senso di colpa” e di vergogna che rimase addosso a lui, come ad altri superstiti una volta liberati, una volta cioè in cui era stata restituita loro la dignità umana. La possibilità di pensare come un uomo.
Era il senso di colpa per quel pane non condiviso col compagno, per quella volta che non avevi voluto ascoltare i lamenti di quell’uomo nella stessa baracca a fianco a te.

Il senso di colpa per aver rubato: “alle cucine, alla fabbrica, al campo, insomma «agli altri»”.

Eccolo, il senso del titolo, i sommersi e i salvati:

Noi sopravvissuti siamo una minoranza anomala oltre che esigua: siamo quelli che, per loro prevaricazione o abilità o fortuna, non hanno toccato il fondo. Chi lo ha fatto, chi ha visto la Gorgone, non è tornato per raccontare.

Se questi erano le vittime, come Primo Levi, chi erano dunque le SS? È una delle domande che più spesso sono state fatte allo scrittore, nel corso degli anni. Anche questo rappresenta uno stereotipo che va cancellato: non erano bestie, non erano mostri. Erano uomini come noi, “fatti della nostra stessa stoffa, erano esseri umani medi, mediamente intelligenti, mediamente malvagi”.

Uomini come Stangl, comandante di Treblinka, o burocrati come Eichmann, il volto della “banalità del male” (per citare un altro importante saggio sulla Shoà di Hannah Arendt):

“avevano il nostro stesso viso ma erano stati educati male. Erano, in massima parte, gregari e funzionari rozzi e diligenti: alcuni fanaticamente convinti del verbo nazista, molti indifferenti, o paurosi di punizioni, o desiderosi di fare carriera, o troppo ubbidienti. Tutti avevano subito la terrificante diseducazione fornita e imposta dalla scuola quale era stata voluta da Hitler e dai suoi collaboratori”.

Eccolo, dunque, il punto finale: non solo la memoria, ma l’educazione. L’educazione al pensiero libero, al non lasciarsi assoggettare dalla pigrizia mentale, alle belle parole del leader di turno.

Viviamo tempi difficili oggi, se nel mondo non ci sono Hitler, non mancano leader forti a capo di nazione che dispongono dell’arma atomica che hanno dimostrato scarso amore per le libertà. Le libertà di pensiero, delle minoranze, delle opposizioni.

Abbiamo accettato le guerre per la democrazia, la violenza di Stato, in questo momento sta soffiando in occidente un brutto vento di guerra, si sta facendo passare il messaggio falso che le guerre sono inevitabili:

.. di guerre e di violenze non c’è bisogno, in nessun caso. Non esistono problemi che non possano essere risolti intorno ad un tavolo, purché ci sia la volontà buona e fiducia reciproca: o anche paura reciproca..

La scheda del libro sul sito di Einaudi

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

25 gennaio 2024

È avvenuto, può accadere di nuovo - l'incomunicabilità dentro il lager

Una buona parte delle dei deportati moriva nei primi giorni perché non conosceva alcuna parola del tedesco parlato dalle guardie, coi loro ordini urlati in faccia.

Nessuno ti spiegava cosa dovevi fare, cosa i guardiani si aspettavano da te: il linguaggio era un problema principalmente per gli italiani, specie quelli catturati dopo il 1943, Primo Levi ricorda in uno dei capitoli de I sommersi e i salvati quanto per lui sia stato fondamentale per sopravvivere avere un minimo di conoscenza del tedesco, grazie ai suoi studi di chimica.

Noi abbiamo vissuto l’incomunicabilità in modo piú radicale. Mi riferisco in specie ai deportati italiani,[..] Per noi italiani, l’urto contro la barriera linguistica è avvenuto drammaticamente già prima della deportazione..

Ma anche superati i primi giorni, all'interno delle baracche, sui luoghi di lavoro, non c'era alcuna forma di comunicazione "civile" tra i deportati.

Si imparavano a memoria il proprio numero, quello tatuato sul braccio, il numero della persona prima di te nella fila per il rancio, per non perdere il posto.

Anche l'assenza di qualsiasi forma di comunicazione, il passaggio ad un linguaggio "da animali" è stato un altro passaggio verso l'abbrutimento dell'uomo.

Nessuna forma di comunicazione, di discussione, la fine dell'uomo come essere pensante.

Tutto questo si ricollega ad un altro tema, che chi ha letto Orwell ha ben compreso: nelle dittature si tende a ridurre l'espressività del linguaggio, il ragionamento deve essere binario, senza sfumature, senza alcuna concessione alla complessità del mondo.

Da qui l'osservazione che fa Levi: quando muore per inedia la discussione, dilaga l’ignoranza delle opinioni altrui, trionfano le opinioni imposte

24 gennaio 2024

È avvenuto, può accadere di nuovo - Il tema della vergogna (I sommersi e i salvati )

Un altro capitolo importante ne I sommersi e i salvati riguarda le domande a fine prigionia: chi sono quelli che si sono salvati dallo sterminio? Perché io e non altre persone, più meritevoli?

Come mai molti dei sopravvissuti hanno provato, al termine della prigionia nell'inferno in terra, un senso di vergogna?

In quel momento, in cui ci si sentiva ridiventare uomini, cioè responsabili, ritornavano le pene degli uomini: la pena della famiglia dispersa o perduta;..

Si ridiventava uomini fuori dal campo, all'improvviso ci si rendeva conto del male che si era fatto dentro il campo, quella volta che non avevi condiviso il pane col tuo compagno di baracca, o quel poco di acqua che scendeva da un tubo per placare la sete:

Sopravvivevano di preferenza i peggiori, gli egoisti, i violenti, gli insensibili, i collaboratori della «zona grigia», le spie. Non era una regola certa (non c’erano, né ci sono nelle cose umane, regole certe), ma era pure una regola. Mi sentivo sí innocente, ma intruppato fra i salvati, e perciò alla ricerca permanente di una giustificazione,

Era la vergogna per la consapevolezza che "avevamo sopportato la sporcizia, la promiscuità e la destituzione soffrendone assai meno di quanto ne avremmo sofferto nella vita normale".

Prima bisognava badare a sé stessi, poi, se c'era la forza, il tempo, la pazienza.

Lo ripeto, non siamo noi, i superstiti, i testimoni veri. È questa una nozione scomoda, di cui ho preso coscienza a poco a poco, leggendo le memorie altrui [..] Noi sopravvissuti siamo una minoranza anomala oltre che esigua: siamo quelli che, per loro prevaricazione o abilità o fortuna, non hanno toccato il fondo. Chi lo ha fatto, chi ha visto la Gorgone, non è tornato per raccontare.

È avvenuto, può accadere di nuovo - La zona grigia

Con grande onestà intellettuale, Primo Levi in "I sommersi e i salvati" parla anche della zona grigia, tra le vittime e i carnefici: si tratta dei detenuti dei lager diventati Kapo, che avevamo un piccolo potere con cui pensare di sopravvivere qualche giorno, qualche mese in più.

Sono i detenuti che si occupavano delle camere a gas e della cremazione, i Sonderkommando, vittime anche loro, pronti ad abbaiare ordini contro altri ebrei che non erano pronti a spogliarsi per la "doccia" che li avrebbe igienizzati.

Ogni vittima è da piangere, ed ogni reduce è da aiutare e commiserare, ma non tutti i loro comportamenti sono da proporre ad esempio. L’interno dei Lager era un microcosmo intricato e stratificato; la «zona grigia» di cui parlerò più oltre, quella dei prigionieri che in qualche misura, magari a fin di bene, hanno collaborato con l’autorità, non era sottile, anzi costituiva un fenomeno di fondamentale importanza per lo storico, lo psicologo ed il sociologo.

I primi colpi nel lager, ricorda lo stesso Levi, spesso arrivavano da un altro prigioniero come te, con la divisa a strisce, colpi a cui era pericoloso rispondere.

Nel lager l'abbrutimento, la regressione messa in atto dai nazisti, che fosse studiata o meno, aveva distrutto quel senso di solidarietà tra uomini: il nuovo arrivato era un estraneo, un concorrente alla lotta per il cibo. Tra i prigionieri ce ne erano di privilegiati, chiamatia a gestire quei compiti burocratici (tra cui anche il controllo della piegatura delle coperte) che non mancavano neppure in un luogo di sterminio, prigionieri funzionari che magari parlavano una lingua che non conoscevi e che, come ammette lo stesso Levi, costituirono una buona parte dei sopravvissuti.

Si riproduceva cosí, all’interno dei Lager, in scala piú piccola ma con caratteristiche amplificate, la struttura gerarchica dello Stato totalitario, in cui tutto il potere viene investito dall’alto,

I kapo, i detenuti funzionari e infine i membri dei Sonderkommando: detenuti su cui Levi sospende ogni giudizio, ebrei che doveano uccidere altri ebrei, spogliarne i cadaveri, metterli nei forni in cambio di qualche privilegio

.. si rimane attoniti davanti a questo parossismo di perfidia e di odio: dovevano essere gli ebrei a mettere nei forni gli ebrei, si doveva dimostrare che gli ebrei, sotto-razza, sotto-uomini, si piegano ad ogni umiliazione, perfino a distruggere se stessi

Una scelta voluta, far ricadere sigli ebrei anche questa colpa.

Erano vittime anche loro, perché i nazisti uccidevano i membri di questi gruppi ogni due-tre mesi perché nessuno potesse testimoniare dello sterminio.

Ripeto: credo che nessuno sia autorizzato a giudicarli, non chi ha conosciuto l’esperienza del Lager, tanto meno chi non l’ha conosciuta.

23 gennaio 2024

È avvenuto, può accadere di nuovo - il dovere della memoria

Le prime notizie sui campi d'annientamento nazisti hanno cominciato a diffondersi nell'anno cruciale 1942. Erano notizie vaghe, tuttavia fra loro concordi: delineavano una strage di proporzioni così vaste, di una crudeltà così spinta, di motivazioni così intricate, che il pubblico tendeva a rifiutarle per la loro stessa enormità.

E' significativo come questo rifiuto fosse stato previsto con ampio anticipo dagli stessi colpevoli; molti sopravvissuti (tra gli altri, Simon Wiesenthal nelle ultime pagine di Gli assassini sono fra noi, Garzanti, Milano 1970) ricordano che i militi delle SS si divertivano ad ammonire cinicamente i prigionieri:

«In qualunque modo questa guerra finisca, la guerra contro di voi l’abbiamo vinta noi; nessuno di voi rimarrà per portare testimonianza, ma se anche qualcuno scampasse, il mondo non gli crederà. Forse ci saranno sospetti, discussioni, ricerche di storici, ma non ci saranno certezze, perché noi distruggeremo le prove insieme con voi. 

E quando anche qualche prova dovesse rimanere, e qualcuno di voi sopravvivere, la gente dirà che i fatti che voi raccontate sono troppo mostruosi per essere

creduti: dirà che sono esagerazioni della propaganda alleata, e crederà a noi, che negheremo tutto, e non a voi. La storia dei Lager, saremo noi a dettarla».

Da I sommersi e i salvati di Primo Levi Einaudi editore - Prefazione

Eccola, l'importanza della memoria, seppur attraverso i ricordi (a volte fallaci, lo ricorda lo stesso Levi), da tramandare, generazione dopo generazione: ricordare cosa è successo in Europa negli anni quaranta del secolo passato.

Altrimenti la storia che rimane, passati gli anni, diventa la narrazione del vincitore, quella di comodo. Anche per le nostre coscienze.

22 gennaio 2024

È avvenuto, può accadere di nuovo - la lezione dimenticata della storia

 ...anche se un nazismo identico al precedente non ha nessuna possibilità di ripresentarsi, comportamenti come quelli che ne hanno reso possibile l' avvento, non sono invece rari. Levi aveva ragione, la memoria è necessaria; ma oggi noi dobbiamo aggiungere: tuttavia non basta. Perché? Perché tutti noi abbiamo la tendenza a sfruttare la memoria a nostro vantaggio. Se ci identifichiamo con le vittime innocenti, questo ci dà a priori il diritto di esigere riparazioni; se ci identifichiamo invece con eroi irreprensibili, questo ci permette di passare sotto silenzio i nostri misfatti. Basta cioè cambiare luogo, etichetta, circostanze, e non vediamo più nessun buon motivo per trarre dal passato lezioni che potrebbero applicarsi anche a noi. I resistenti e i combattenti francesi della Seconda guerra mondiale non ignoravano gli orrori nazisti; eppure questo non ha impedito loro, dopo la Liberazione, quando occupavano posti di comando nell' esercito o nel governo, di reprimere nel sangue le richieste di un po' più di autonomia fatte dalle popolazioni delle colonie: 15 000 morti a Sétif, in Algeria, nel 1945; 40 000 morti in Madagascar, nel 1947 - prima di arrivare all' uso sistematico della tortura, ancora in Algeria, a partire dal 1954. I dirigenti israeliani non ignoravano niente, se ne può essere certi, delle persecuzioni subite dagli ebrei durante la guerra; ciò non ha impedito loro, in diversi momenti della storia recente, di perseguitare a loro volta i palestinesi che avevano il torto di trovarsi ancora su quella terra che aveva smesso di essere la loro. Non era un genocidio, fortunatamente; ma se prima di indignarsi bisogna aspettare che le sofferenze umane raggiungano l' apice di Auschwitz, allora si potrà ancora per molto tempo, e con la coscienza tranquilla, fare orecchie da mercante ai lamenti di uomini e popoli. 

Non è dunque necessario che siano presenti tutte le caratteristiche tipiche dello Stato totalitario perché ricompaiano alcune delle sue pratiche. Levi lo sa bene: la violenza illegittima (se non «inutile») non è prerogativa solo dei regimi nazisti e comunisti, si incontra anche negli Stati autoritari del Terzo mondo e anche nelle democrazie parlamentari. 

I sommersi e i salvati di  Primo Levi Einaudi - dalla prefazione di Tzvetan Todorov

Sono parole importanti, quelle dello storico Todorov, contenute nella prefazione del libro di Levi, perché ci svelano l'ipocrisia dell'occidente, capace di vedere gli orrori degli altri ma incline a perdonarsi le proprie. In Iraq, in Afghanista,

Parole che acquistano un valore ancora più importante oggi, con la guerra a Gaza, con le tante, troppe vittime civili.

La storia non ha insegnato nulla.

27 gennaio 2023

La giornata della memoria (quando è la memoria che manca)

Voglio essere più ottimista di Liliana Segre: non penso che la maggior parte degli italiani siano insofferenti al ricordo della Shoa, si siano stufati di ricordare lo sterminio degli ebrei (e degli oppositori politici, degli omosessuali, dei rom). Semmai è vero che, passati gli anni, rischiamo di perdere la memoria di quanto è stato: non basta una sola giornata, la memoria ha bisogno di tempo per consolidarsi nelle persone, ha bisogno di testimoni che raccontino (i carnefici, gli indifferenti, le vittime e chi non ha voltato la testa dall'altra parte). 

Serve qualcuno che racconti cosa sia stato il fascismo veramente: sta passando, in questi anni e in particolar modo con questo governo di destra (con tanta voglia di riscrivere la storia e anestetizzare il fascismo) il concetto che il fascismo in fondo avesse fatto cose buone, almeno fino alle leggi razziali. Dimenticandosi della compressione delle libertà e dei diritti portate avanti dal regime negli anni precedenti.

Non si può da una parte ricordare l'orrore delle leggi razziali e poi celebrare il regime di Salò, come hanno fatto e faranno esponenti di questo governo (e mi riferisco al presidente del Consiglio Meloni e al presidente del Senato La Russa).

Non si può celebrare la persecuzione degli ebrei dopo aver strizzato l'occhio ai novax che manifestavano con la stella cucita al petto.

Serve qualcuno che racconti quello sterminio mettendolo in relazione ai grandi genocidi avvenuti nel novecento, come quello degli armeni e per le tante dittature del secolo passato.

Servono testimoni che cerchino di spiegare quello che la ragione, il raziocinio, rende difficile da comprendere: qual era il disegno dietro Auschwitz, dei ghetti, delle stelle di diverso colore appiccicate al vestito per rendere riconoscibili le persone. Dietro quei treni piombati che portavano persone nei campi verso lo sfruttamento come corpi e la morte.

E' un disegno che è nato dalla fine della pietà, dal vedere negli altri non persone come noi, con un nome e un cognome. Con una dignità da difendere.

Un disegno che ci tocca da vicino: non solo perché i carnefici siamo stati anche noi non solo i cattivi nazisti, ma perché i lager dove stipare persone nell'indifferenza delle brave persone esistono ancora oggi. 

27 gennaio 2022

Il giorno della memoria oggi

Raccontano i sopravvissuti di Auschwitz che a volte, le SS, per evitare la fatica di separare gli abili al lavoro dagli inabili, quando arrivava un nuovo convoglio aprivano le porte da entrambi i lati. Chi scendeva da una parte finiva alle camere a gas, gli altri nelle baracche, destinati a lavorare nelle fabbriche costruite attorno al lager.

Lasciavano decidere al caso, questi superuomini che si erano arrogati il diritto di decidere cosa era degno di essere tenuto in vita e cosa no.

Anche questo era Auschwitz, il luogo dello sterminio, il luogo dell'annientamento della persona, che ci è stato raccontato dai libri di Primo Levi e dalle memorie di Liliana Segre.

Nella giornata della memoria per le vittime della Shoah tocca ricordare, rileggere quelle pagine atroci dove degli uomini all'improvviso scoprivano l'orrore di aver perso tutto. Il nome, la lingua, i volti, la dignità. Solo numeri. Tenuti in vita solo per essere sfruttati fino in fondo dalle SS (e dalle imprese che sfruttavano questa manodopera di non uomini).

Tocca andare a mettere i piedi su quelle pietre di inciampo che ci ricordano che quella, una volta era una persona, prima di essere arrestata dai nazisti o dai fascisti. 

Perché, al pari degli omosessuali, degli oppositori politici, dei sinti, gli ebrei erano considerate persone indegne di vivere. 

Ma la giornata della memoria ci costringe anche a riflettere su questioni più scomode: Auschwitz, Bergen Belsen, Dachau non sono frutto della follia di un pazzo. Come anche i treni organizzati che alimentavano quei luoghi di sterminio. Come anche l'organizzazione poliziesca messa in modo per dare la caccia alle famiglie ebrei ovunque in Europa.

Tutto questo è successo ed è stato fatto da persone che non erano pazze: c'erano anche loro i sadici nelle SS, lo racconta anche Wiesenthal nei suoi libri.

Tutto questo è successo perché si è deciso che alcune persone non erano degne di vivere, erano diverse da noi, il noi e loro, erano la causa dei nostri problemi.

Se il grande sterminio ha potuto essere messo in atto è perché in tanti hanno voluto non vedere: non vedere le violenze, le prevaricazioni, i cristalli dei negozi ebrei distrutti. Le famiglie sparire.

E, prima ancora, sparire altre persone indegne di vivere: persone con handicap, con difficoltà di apprendimento, gli epilettici. Era il programma Aktion T4, Ausmerzen, la pulizia della razza, prima con la sterilizzazione di queste categorie di persone, poi con la loro morte.

Erano teorie che giravano in Europa e nel mondo ai primi del novecento, anche nella patria della democrazia, gli Stati Uniti (lo stesso paese che rifiutò l'attracco agli ebrei della Saint Luis nel 1939).

Infine, si deve fare una riflessione su quanto, di queste idee mostruose, sia sopravvissuto fino ad oggi.

Il fascismo non è morto affatto, come si ostinano a ripetere i benpensanti, i primi ad aprire le porte ai nazionalismi se serve alla loro stabilità, alla loro sicurezza.

Ancora oggi si susseguono gli episodi di intolleranza contro gli ebrei, contro i gay, contro i diversi.

Altri lager (senza forni, certo) sorgono ai confini dell'Europa e in Libia.

Altri indesiderati vivono ai margini della nostra società che sta prendendo una direzione brutta. Non si parla più di eugenetica, ma quante volte abbiamo sentito che certi diritti, certe tutele, certe risorse dello Stato devono andare solo alle persone produttive?

Il sonno della ragione genera mostri. Teniamola accesa la ragione, teniamola viva la memoria, ricordiamoci di essere umani sempre.

27 gennaio 2021

La memoria nella giornata della memoria

Il 27 gennaio del 1945 i soldati dell'Armata Rossa varcavano i cancelli del campo di sterminio di Auschwitz, già abbandonato dalle SS.

Nei mesi successivi le truppe americane liberavano altri campo di concentramento, ad occidente, come Buchenwald.

Il mondo scopriva cosa intendesse Hitler e i nazisti con le parole di soluzione finale al problema ebraico.

Lo sterminio sistematico di ebrei, omosessuali, comunisti, rom (e prima ancora, delle persone con problemi mentali). Nemici del popolo tedesco, vite indegne di essere vissute.

Dove erano finite quelle famiglie di ebrei, che stavano nelle nostre città? Dove erano rinchiusi gli oppositori del Reich?

Erano lì, rinchiusi in campi progettati per sfruttarli fino alla fine, come schiavi da lavoro, uccidendone prima l'anima e poi, giorno dopo giorno, il fisico.

Ingegneri e architetti che costruirono quelle strutture, i forni crematori per massimizzare la distruzione dei corpi al minor costo.

Chimici che cercarono il gas che avrebbe ucciso quelle persone, o meglio, quegli esseri, nel minor tempo possibile.

E poi altri ad organizzare i treni, la raccolta degli ebrei (e di tutte le altre categorie di subumani), l'individuazione delle famiglie nascoste (come quella di Anna Frank).

No, la soluzione finale, lo sterminio di massa di milioni di persone, non è stato il frutto di poche menti malate.

Quante persone, che vivevano vicino a Buchenwald, hanno visto il fumo salire dai camini, han visto le persone arrivare sui treni e mai più uscire.

Oggi, passati 76 anni, sono sempre meno le persone, come la preziosa Liliana Segre, in vita che ci possono raccontare quell'orrore. 

La vita annullata nei campi di concentramento.

La paura di vivere nascosti, col timore che qualcuno facesse la spia ai fascisti o ai nazisti.

Scoprire all'improvviso che non eri più un cittadino come gli altri, cacciato via dalle scuole, dagli uffici pubblici, spogliati dei loro averi.

Chi racconterà, tra qualche anno, queste cose?

Vedendo quello che succede oggi, il fascismo sdoganato nella politica, nei salotti televisivi, nei comportamenti e nelle parole dei politici, viene da pensare che abbiamo vinto loro.

Che la memoria ha perso. Che la nostra civiltà, la nostra cultura abbia perso.

E per questo che è importante ricordare, anche oggi, anche con questa pandemia (che ha fatto scoprire le nostre fragilità e tante meschinerie).

La memoria è stata e sarà il nostro vaccino contro il virus dell'orrore, contro il virus dell'indifferenza.

Perché se ci chiediamo come mai sia potuto succedere questo, la Shoa, i milioni di morti, questa è anche parte della risposta.

L'indifferenza.

«Prima di tutto vennero a prendere gli zingari, e fui contento, perché rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei, e stetti zitto, perché mi stavano antipatici. Poi vennero a prendere gli omosessuali, e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti, e io non dissi niente, perché non ero comunista. Un giorno vennero a prendere me, e non c’era rimasto nessuno a protestare»

Martin Niemöller (1892-1984)

La stessa indifferenza che oggi ci fa voltare la testa dall'altra parte di fronte alle immagini dei migranti al freddo in Bosnia.


Di fronte ai campi di concentramento in Libia, ai campi in Grecia.

Di fronte ai muri e alle barriere che la civile Europa erige ai propri confini per tener fuori gli indesiderati.

Perché oggi (ma forse era vero anche negli anni 40) non possiamo dire di non sapere.

27 gennaio 2020

Com'è potuto succedere – La giornata della memoria (1945 – 2020)


Com'è potuto succedere – la domanda che spesso ci si pone, dopo aver visto le immagini dei lager, del filo spinato, le persone ridotte a scheletri umani, persone non persone, ridotte a larve, sottoposte a violenze inimmaginabili prima di morire, sparire come vento dal camino dei forni crematori?

La giornata della memoria, che ogni anno rischia di diventare solo un guscio vuoto di retorica e parole di circostanza (condito dai selfie scattati dai luoghi dell'orrore come Auschwitz), ci costringe a rispondere alla domanda di prima.

Perché questo è successo.
I forni, i campi di concentramento, la stella gialla (o rossa) sulla divisa a strisce, una razza superiore che voleva fare pulizia nel mondo, che doveva essere ripulito dalla “feccia” ebrea (e anche degli zingari, degli omosessuali, dei comunisti, di persone con disabilità). Sotto-uomini, untermensch, li consideravano i nazisti.
Vite indegne di essere vissute: dunque dovevano essere identificati, con quella stella, tenuti lontano dalle brave famiglie ariane (non pensate solo ai tedeschi, è successo pure qui in Italia), tenuti lontano dalle scuole, dalle università, spogliati dei loro beni.
Infine raccolti tutti assieme in carri piombati e spediti nei lager.

Attenzione, la Schoa non è frutto solo della pazzia di un uomo, Hitler il cui odio nei confronti degli ebrei, responsabili di tutte le disgrazie del popolo germanico, era noto dai tempi del Mein Kampf.
I lager, la loro costruzione, le camere a gas, i treni che portavano quelle non persone a morire, il loro rastrellamento, sono frutto di menti intelligenti.
Auschwitz era talmente perfetto, che non poteva essere fatto da gente intelligente.. gente colta, preparata. Un luogo per uccidere il maggior numero di esseri umani”.
Gente come il dottor Mengele, il dottor morte, che di giorno selezionava i bambini per i suoi terribili esperimenti, persone trattate come cavie, e alla sera tornava a casa a raccontare le fiabe ai bambini prima di mandarli a letto.
La “banalità del male” di cui ci ha parlato Hanna Harendt è questa: Mengele, Eichmann e gli altri coscienziosi responsabili del genocidio ebraico non erano dei malati di mente, avevano superato solo quel confine che ti porta a vedere nell'altro, in chiunque altro, un essere umano con una sua dignità.

Ma dietro questi burocrati della morte, c'era anche la massa di persone che ha girato la testa dall'altra parte, che ha scelto di non scegliere.
Non vedere gli ebrei che sparivano.
Non vedere i camion coi rastrellamenti (che in Italia dopo l'8 settembre 1943).
Non vedere le case, i negozi, con le scritte “qui sta un ebreo”.
Non vedere le distruzione dei negozi ebrei, come successo nella civile Germania dopo la notte dei cristalli, pensare che in fondo se l'erano cercata ..

Leggetevi il breve romanzo di Hugo Bettauer, la Città senza ebrei, scoprirete quanto profonde sono le radici dell'antisemitismo, dell'odio nei confronti degli ebrei, accusati di complotti contro la sana nazione austriaca (ma vale lo stesso per la Germania), di non integrarsi, di corrompere il loro modo di vivere

.. noi non ebrei non possiamo continuare a vivere vicino e tra gli ebrei, perché ciò che non si piega si rompe: o noi rinunciamo al nostro modo di essere e alla nostra natura cristiana o gli ebrei alla loro. Nobile Assemblea!

Sono parole che risuonano ancora oggi, perché la mala pianta del razzismo, dell'odio nei confronti dei diversi, che siano ebrei, immigrati, neri, è ancora viva.
Ancora oggi si scrive qui vive un ebreo, in Italia nel 2020.
Significa che abbiamo ancora bisogno di ricordare, di pensare, su quanto è stato.

Due libri utili appena usciti per questo esercizio
L'angelo di Monaco di Fabiano Massimi
La città senza ebrei di Hugo Bettauer

E, chiaramente, Se questo è un uomo di Primo Levi

27 gennaio 2019

L'importanza del giorno della memoria


F.Guccini Lager

Un lager.
Cos'è un lager?
E' una cosa nata in tempi tristi,
dove dopo passano i turisti
occhi increduli agli orrori visti
(non gettar la pelle del salame!)

Cos'è un lager?
E' una cosa come un monumento,
e il ricordo assieme agli anni è spento
non ce n'è mai stati, solo in quel momento,
l'uomo in fondo è buono, meno il nazi Infame!
Ma ce n'è, ma c'è chi li ha veduti,
o son balle di sopravvissuti?
illegali i testimoni muti,
non si facciano nemmen parlare!

Cos'è un lager?
Sono mille e mille occhiaie vuote,
sono mani magre
abbarbicate al fili
son baracche e uffici, orari, timbri,
ruote, son routine e risa dietro a dei fucili
sono la paura l'unica emozione,
sono angoscia d'anni dove lì niente è tutto
sono una follia ed un'allucinazione
che la nostra noia sembra quasi un rutto
sono il lato buio della nostra mente,
sono un qualche cosa da dimenticare
sono eternità di risa di demente,
sono un manifesto che si può firmare.

Durante lo spiegone a Propaganda Live Marco Damilano spiegava perché serve ancora oggi la Giornata della memoria, il giorno dedicato alle vittime della Shoà, voluto dall'allora senatore Furio Colombo nel 2009.
La memoria non è solo un ricordo di qualcosa che è stato, un evento fermo nel nostro passato: la memoria è un valore che ci portiamo dentro e che ci serve per comprendere gli eventi del tempo presente.

Medidate che questo è statodiceva Primo Levi: il genocidio sistematico di una popolazione, quella ebraica, avvenuto in modo industriale, prendendo famiglia per famiglia, persona per persona.
Compilando moduli, mettendo uno in fila all'altro nomi di persone.
E assieme alle famiglie ebree, gli omosessuali, i rom, i detenuti politici.
E prima ancora le persone con tare mentali, persone con problemi di mente.
Tutte vite indegne di essere vissute.

Ricordare ciò che è stato significa andare alla ricerca dei perché tutto questo è successo, qui nella civile Europa, e pure in Italia dopo l'8 settembre 1943.
In questa giornata della memoria nei telegiornali, nelle trasmissioni di approfondimento (sempre troppo poche) passeranno le immagini già viste dei campi di sterminio, degli scheletri umani che camminano a stento, perché in quei campi i nazisti avevano rubato loro pure la dignità di esseri umani.
Ma per comprendere lo sterminio nazista non ci si può fermare ad Auschwitz e alle SS col teschio sul berretto: domenica scorsa avevo parlato della conferenza di Wansee, dove si posero le basi dello sterminio di massa. A quella conferenza presero parte alti burocrati della macchina dello stato tedesco, ciascuno era lì per dare il suo contributo, ai trasporti, alla macchina legislativa (affinché tutto fosse a norma di legge), per la compilazione delle liste piene di nomi.

Lo sterminio ha riguardato un grande numero di persone, direttamente. E poi altrettante persone che sapevano, che vedevano sparire queste famiglie, queste persone, e non si facevano domane.
"Prima di tutto vennero a prendere gli zingari, e fui contento, perché rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei, e stetti zitto, perché mi stavano antipatici. Poi vennero a prendere gli omosessuali, e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti, e io non dissi niente, perché non ero comunista. Un giorno vennero a prendere me, e non c'era rimasto nessuno a protestare".Sermone del pastore Martin Niemöller

Come si è arrivati a questa barbarie? Hannah Harendt nel suo libro più famoso, parla di banalità del male: si riferisce al suo giudizio su Adolf Eichmann, capo dell'ufficio IV B della Gestapo, dove si occupava della questione ebraica.

Il peggior male è quello commesso da chi vuole essere nessuno, da persone che rifiutano di essere umani, di avere dei pensieri, di ragionare con la propria testa.
Fin dai tempio di Socrate e Platone, siamo soliti considerare il pensiero come quella conversazione, quel silenzioso dialogo tra che c’è tra me e me stesso. Rifiutando totalmente di essere una persona, Eichmann ha scelto di rinunciare a completamente a quella che consideriamo l’unica, e più peculiare qualità umana, quella di essere capaci di pensare, di conseguenza non è stato più in grado di poter dare alcun giudizio morale.Questa sua incapacità di pensare, ha dato la possibilità a molti dei cosiddetti esseri umani ordinari di commettere azioni riprovevoli su vasta scala mondiale, molte azioni che nessuno aveva visto prima.È vero, io ho voluto considerare questi argomenti solo da un punto di vista filosofico.[Discorso finale di Hannah Arendt ai suoi studenti nel film di Margarethe Von Trotta ]


Questa è la banalità del male, che non significa che quel male sia meno doloroso, meno importante: è il male prodotto da uomini incapaci di pensare, uomini comuni che hanno compiuto azioni mai viste.

Qui tutto si ricongiunge col tempo presente: anche oggi viviamo un tempo in cui non si riesce più a riconoscere a tutte le persone, anche quella con la pelle di un colore diverso dalle nostre, gli stessi diritti.
Anche oggi ci sono persone, che vengono lontano, a cui abbiamo tolto tutti i diritti, tutta la dignità.
Anche oggi ci sono persone sballottate come pacchi, in mezzo al mare, costrette ad elemosinare un aiuto, che i governi europei considerano come invasori, come nemici da additare al popolo.

Certo, i campi di sterminio non ci sono più.
Quanto meno non ci sono più da noi, sono lontani, lontani dai nostri occhi in modo che non vadano a turbare le nostre coscienze.
Tutto questo succede quando si smette di ragionare con la nostra testa, quando si smette di pensare e si usano le parole di altri, quando si spoglia la persona che ti sta davanti di ogni dignità, di ogni diritto.
Così ritorna il male, nell'indifferenza e nell'assuefazione generale.

E un lager. Cos'è un lager?
Il fenomeno ci fu. E' finito!
Li commemoriamo, il resto è un mito!
l'hanno confermato ieri al mio partito,
chi lo afferma è un qualunquista cane.
Cos'è un lager?
E' una cosa sporca, cosa dei padroni,
cosa vergognosa di certe nazioni
noi ammazziamo solo per motivi buoni,
quando sono buoni? Sta a noi giudicare.

Cos'è un lager?
E' una fede certa e salverà la gente,
l'utopia che un giorno si farà presente
millenaria Idea, gran purga d'occidente,
chi si oppone è un giuda e lo dovrai schiacciare.

Cos'è un lager?
Son recinti e stalli di animali strani,
gambe che per anni fan gli stessi passi
esseri diversi, scarsamente umani,
cosa fra le cose, l'erba, i mitra i sassi
ironia per quella che chiamiam ragione,
sbagli ammessi solo sempre troppo dopo
prima sventolanti giustificazione,
una causa santa, un luminoso scopo
sono la consueta prassi del terrore,
sempre per qualcosa, sempre per la pace
sono un posto in cui spesso la gente muore,
sono un posto in cui, peggio, la gente nasce.

E un lager. Cos'è un lager?
E' una cosa stata, cosa che sarà,
può essere in un ghetto, fabbrica, città
contro queste cose o chi non lo vorrà,
contro chi va contro o le difenderà
prima per chi perde e poi chi vincerà,
uno ne finisce ed uno sorgerà
sempre per il bene dell'umanità,
chi di voi kapò, chi vittima sarà
in un lager.

20 gennaio 2019

La conferenza di Wansee


Wansee è una località fuori Berlino: qui, nella villa del generale delle SS Heydrich (capo dell'ufficio per sicurezza RSHA), il 20 gennaio 1942 si riunirono 15 tra gerarchi del partito nazista, SS e uomini di Stato.
La riunione era indetta dallo stesso Heydrich assieme al suo aiutante Heichmann, per mettere in atto la soluzione finale. L'annientamento della popolazione ebraica nei territori del Reich tedesco, dalla Polonia, alla Russia occupata, fino alla Francia e all'Italia.

In questa riunione si pongono cioè le basi per la costruzione della macchina dello sterminio, in tutte le sue componenti: dei verbali di questa riunione, ne è rimasto solo uno (quello del sottosegretario agli esteri Martin Luther) che è arrivato fino ai nostri giorni e che ci riporta il lessico burocratese usato da queste persone
abbiamo un problema di immagazzinamento degli ebrei in Germania ...”

Si dovevano raccogliere gli ebrei, portarli nei luoghi per lo sterminio, identificare un metodo per la loro uccisione che fosse il meno cruento possibile per i soldati tedeschi. E poi occuparsi dello smantellamento dei loro corpi.
Secondo delle liste e delle procedure ben precise.

La lista degli ebrei da "trattare", presa da Wikipedia


La soluzione finale, la Shoa, non fu solo opera delle SS con la svastica sul braccio: fu un'operazione che coinvolgeva chi si occupava di trasporti per la Deutsche Bahn, l'industria chimica che doveva produrre lo Zyklon B, l'ingegneria e le imprese di costruzione che dovevano costruire forni, dove i tedeschi stimavano di eliminare 60000 ebrei al giorno.

UFFICIO CENTRALE COSTRUZIONI, AUSCHWITZ, ALLA DIREZIONE LAVORI, AUSCHWITZ, 31 MARZO 1943In riferimento alla vostra lettera del 24 marzo 1943(estratto)In risposta alla vostra lettera, le tre torri a tenuta d'aria dovranno essere costruite secondo l'ordine del 18 gennaio 1943, per Bw 30B e 3C, nelle stesse dimensioni e nello stesso modi delle torri già consegnate.Approfittiamo dell'occasione per fare riferimento a n altro ordine del 6 marzo 1943, per la consegna di una porta antigas 100/192 per il I deposito cadaveri del III crematorio, Bw 30A, che deve essere costruita nello stesso modo e secondo le stesse misure della porta del deposito del II crematorio, con lo spioncino di doppio vetro da 8 mm profilato di gomma.Quest'ordine è considerato particolarmente urgente. 
[Stralcio preso dal libro di Robert Harris Fatherland]

Gli uomini che si erano riuniti a Wansee avevano alle spalle le leggi di Norimberga, redatte dal ministro Stuckart, che davano una copertura legale alle discriminazioni contro gli ebrei.
Avevano alle spalle l'esperienza del progetto Aktion T4, ovvero l'eliminazione degli indesiderati, delle persone indegne di vivere: persone con handicap, malati di mente.
Persone che pesavano sullo Stato e che non erano produttive.
“igiene razziale”, questa l'idea dietro quelle morti, fatte con molta discrezione per non disturbare la coscienza delle brave famiglie ariane, quelle con tanti bambini coi capelli biondi e gli occhi azzurri.

Così come avvenne in Italia per le leggi vergogna contro gli ebrei, anche in Germania queste leggi, questi programmi vennero accettati dalle persone, dalla comunità scientifica.
Poche voce si alzarono contro la politica del governo nazista di eutanasia: tra queste quella del vescovo Van Galen che disse “Hai tu, ho io il diritto alla vita solo finché siamo produttivi, ritenuti produttivi da altri?”.

La conferenza di Wansee, la burocrazia usata per nascondere l'orrore, l'ideologia nazista, l'eliminazione delle vite indegne di essere vissute (non solo in Germania, perché l'eugenetica è una deformazione che attecchì anche in altre democrazie, anche negli Stati Uniti).
Ricordiamocele queste cose, quando tra pochi giorni celebreremo la giornata della memoria, chiedendoci come sia stato possibile.
Come sia stato possibile Auschwitz Birkenau (e gli altri campi di sterminio).
La soluzione finale è un qualcosa di molto più grande e complesso: non è solo Eichmann o i pochi altri simboli che sono tirati fuori per questa giornata.
A questo orrore si è arrivati quando si è deciso che non tutte le vite erano uguali, che esistevano persone degne e persone da eliminare, quando si gira la testa dall'altra parte di fronte alle persecuzioni, alle discriminazioni.
Perché prima noi. Prima i tedeschi. O prima gli italiani.

27 gennaio 2018

La giornata della memoria

Credevamo di aver imparato la lezione, il perché dei sei milioni di morti nei campi di concentramento nazisti, dove oltre agli ebrei sono morti zingari, omosessuali, comunisti, nemici del popolo.
Non abbiamo imparato niente.

Non basta una sola giornata della memoria, con tanto di filmati e foto in bianco e nero fatti passare velocemente nei TG.
Serve anche spiegare il perché si è arrivati allo sterminio a livello industriale di un intero popolo: Auschwitx Birkenau non è capitata per caso, ma è il punto di arrivo di una cultura anti-ebraica molto presente in Europa. Anche in Italia, con i suoi ghetti per i figli di Abramo.

Si è arrivati alla Shoa quando si è iniziato a vedere un popolo, una comunità, non come a delle persone, con una religione, usi e costumi diversi, ma come a delle cose.
“Pezzi”, così venivano chiamati i detenuti con la stessa gialla nei lager dalle SS al termine dell'appello.
Pezzi e non persone con tanto di numero di matricola tatuato sull'avambraccio.
Alla Shoa si è arrivati passo dopo passo, quando si è fatto finta di non vedere che sparivano gli indesiderati: persone con problemi mentali, persone con tare fisiche.
Quando a scuola, ai bambini, si davano compiti come quello, citato da Paolini in Ausmerzen, in cui si chiedeva quanto si poteva risparmiare sopprimendo le persone non produttive per la grande Germania.
Quando si è tollerata la violenza contro gli ebrei, le vetrine dei loro negozi spaccate.

Quando si è iniziato a cacciarli dallo Stato, dall'insegnamento, dai luoghi pubblici.
La Shoa, le leggi razziali, varate anche in Italia nel 1938, la caccia all'ebreo, i rastrellamenti e le deportazioni (sotto il governo fantoccio di Salò) nei campi di sterminio, sono una colpa che ci porteremo per sempre addosso.
Un qualcosa che ancora oggi viene minimizzato. Mussolini ha fatto anche cose buone …

Non abbiamo imparato niente.
Non abbiamo imparato niente quando vediamo i lager in Libia, con dentro persone come noi in fuga da fame e miseria, torturate e imprigionate.
Non abbiamo imparato niente quando stringiamo accordi con trafficanti di esseri umani per non far sbarcare qui da noi i migranti.
Non abbiamo imparato niente quando vediamo le baraccopoli e facciamo finta che non ci siano. Anche quando bruciano, come a San Ferdinando in Calabria. Dove quegli immigrati erano costretti a vivere e sfruttati nella raccolta degli agrumi.
Distruggere l'uomo è difficile, quasi quanto crearlo: non è stato agevole, non è stato breve, ma ci siete riusciti, tedeschi. Eccoci docili sotto i vostri sguardi: da parte nostra nulla più avete a temere: non atti di rivolta, non parole di sfida, neppure uno sguardo giudice.E infine, si sa che sono qui di passaggio, e fra qualche settimana non ne rimarrà che un pugno di cenere in qualche campo non lontano, e su un registro un numero di matricola spuntato. Benché inglobati e trascinati senza requie dalla folla innumerevole dei loro consimili, essi soffrono e si trascinano in una opaca intima solitudine, e in solitudine muoiono o scompaiono, senza lasciar traccia nella memoria di nessuno.Se questo è un uomo Primo Levi - Pag 188

Non abbiamo imparato niente quando plaudiamo ai respingimenti, in nome della difesa di razza. Quando innalziamo muri o il filo spinato, per difenderci da un nemico che non c'è.
Quando deleghiamo a dittature più o meno palesi il ruolo di gendarme dell'Europa.
Quando neghiamo una mano, un aiuto e poi ci consoliamo con “aiutiamoli a casa loro”.
Oggi, come negli anni 30, le grandi democrazie non vogliono vedere. 

Usa, Canada, Gran Bretagna e altri Paesi avrebbero potuto accogliere i rifugiati ebrei già alla fine degli anni Trenta, ma si rifiutarono. Nel 1938, alla conferenza sui rifugiati ebrei che si tenne a Evian-les-Bains, in Francia, parteciparono 32 Paesi. Nessuno, tranne la Repubblica Dominicana e la Bolivia, rivide le proprie quote d’immigrazione. Una colpa grave, accusa oggi il Centro Simon Wiesenthal, organizzazione ebraica internazionale per i diritti umani. Non solo: nel 1939, 900 ebrei, tra cui molti bambini, salparono da Amburgo sul transatlantico di lusso St Louis alla volta di Cuba, sperando di raggiungere così gli Stati Uniti. Giunti all’Havana, furono rispediti in Europa. Almeno 250 di loro sono morti nell’Olocausto
[Dal Fatto quotidiano del 26 gennaio 2015].

Il Sant Louis

Intervista dal TG1, Sami Modiano, uno dei pochi superstiti italiani ai campi di concentramento, ha detto che non si possono dimenticare le violenze, le torture, per queste non c'è alcun colpo di spugna che possa spazzar via tutto. Perché una parte di lui è rimasta a Birkenau.
Dimenticare non si può.

Testimoniare e ricordare, affinché non accada, è un dovere.

27 gennaio 2017

Finché c'è memoria (27 gennaio - la giornata della memoria)

Abbiamo bisogno di una giornata della memoria, per ricordarci dello sterminio di sei milioni di persone, di religione ebraica per lo più, ma anche zingari, omosessuali, detenuti politici. E ancora prima di persone con problemi mentali o handicap.



Una giornata della memoria per ricordarci delle persone, intere famiglie, passate per il camino, uccise nelle camere a gas o dai battaglioni della morte (nei primi mesi dell'invasione ad est dell'esercito tedesco).

Più di settantanni fa, in piena Europa, succedeva questo. La barbarie.
Nessuna giornata della memoria, però, sarà sufficiente, da sola, a dare una risposta alle domande che ancora oggi dobbiamo farci?
Come è stato possibile? Perché? Perché in pochi si sono mossi in difesa?
"Prima di tutto vennero a prendere gli zingari, e fui contento, perché rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei, e stetti zitto, perché mi stavano antipatici. Poi vennero a prendere gli omosessuali, e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti, e io non dissi niente, perché non ero comunista. Un giorno vennero a prendere me, e non c'era rimasto nessuno a protestare".
La lista degli ebrei in Europa - da Wikipedia

La Shoa, l'Olocausto, lo sterminio degli ebrei, la Soluzione finale a quello che durante la conferenza di Wansee veniva chiamato "un problema di immagazzinamento degli ebrei in Germania", ha origini precedenti all'arrivo dei nazisti al potere.
I pogrom contro gli ebrei erano avvenuto anche prima di Hitler.

La giornata della memoria non dovrebbe essere solo uno sterile esercizio dei luoghi comuni, ricordando pappagallescamente qualche frase presa da libri che nessuno ha veramente letto.
Dovrebbe essere invece una giornata di riflessione, di memoria storica, con l'obiettivo poi di vedere con occhi diversi certi fatti che ancora accadono nel mondo di oggi.
Perché il vero orrore non sono le camere a gas in se, ma che una persona, istruita, che aveva studiato, abbia applicato le sue conoscenze per sterminare quante più persone col meno consumo di risorse.
Che era un problema che già era stato affrontato dai medici durante il progetto Aktion T4: possiamo accettare che delle persone che sono solo un peso per la società vengano tenute in vita, anche se non sono "produttive"?
Quanto potrebbe risparmiare lo Stato se non avesse più dovuto occuparsi di queste vite "indegne di essere vissute"?

Il nazismo ha solo dato una cornice politica a questo odio verso gli ebrei, ritenuti i responsabili di tutti i problemi della Germania, allo stesso modo come la "soluzione finale" ha dato una cornice "industriale" per uccidere in modo sempre più efficiente gli ebrei (e non dimentichiamoci mai dei suoi alleati fascisti in Italia, in Olanda, in Francia e negli altri paesi europei).

Dentro il nazismo e il fascismo c'era qualcosa che era già dentro di noi, prima di Hitler o Mussolini e che è sopravvissuto bene anche dopo il crollo del nazismo: l'assenza di rispetto per il diverso, per gli ultimi, il prevalere degli egoismi, che siano delle elite o dei nazionalismi, il negare ad un uomo il diritto alla sua dignità, in nome di una sicurezza nazionale che non si baratta coi lager o coi Cie.
Forse ne servirebbero di più, di giornate della memoria. Finché c'è memoria, c'è speranza.





Speranza che ci si indigni ancora quando si sente parlare di muri, quando si vede il filo spinato dividere la brava gente, filo spinato usato per proteggere da quelli che ci invadono, che ci inquinano la razza, che non vogliamo vedere e che dobbiamo tenere lontani da noi.
E tutto questo succede ancora oggi: è nel come l'Europa affronta le emergenze profughi, nel come la ragione di stato passi sopra dittatori e stati che violano i diritti umani.  
Nel come oggi si grida prima gli italiani, prima gli americani, si mettono poveri contro poveri, italiani contro immigrati negando diritti agli uni e agli altri.

Il 27 gennaio 1945 i soldati dell'esercito russo aprirono le porte del lager di Auschwitz, da cui le guardie, le SS, erano già scappate da giorni.
Non incontrarono gente come il dottor Pannwitz:
..quando io sono stato di nuovo un uomo libero, ho desiderato di incontrarlo ancora, e non già per vendetta, ma solo per una mia curiosità, dell’anima umana. Perché quello sguardo non corse fra due uomini; e se io sapessi spiegare a fondo la natura di quello sguardo, scambiato come attraverso la parete di vetro di un acquario tra due esseri che abitano mezzi diversi, avrei anche spiegato l’essenza,della grande follia della terza Germania.Quello che tutti noi dei tedeschi pensavamo e dicevamo si percepì in quel momento in modo immediato: Il cervello che soprintendeva a quegli occhi azzurri, e a quelle mani coltivate diceva: “Questo qualcosa davanti a me appartiene a un genere ‘che è ovviamente opportuno sopprimere..”[Primo Levi e il dottor Pannwitz in “Se questo è un uomo”]

Quello che videro era l'uomo ridotto ad un non essere. Un non uomo, privato del cibo, delle cure, della dignità di essere: quanta brava gente avrà visto quei treni andare verso est, quelle famiglie ebree sparire dall'oggi al domani, quei camini innalzarsi verso il cielo, quel fumo alzarsi verso le nuvole, quell'odore.
Meditate che questo è stato:Vi comando queste parole.Scolpitele nel vostro cuoreStando in casa andando per via,Coricandovi alzandovi;Ripetetele ai vostri figli.O vi si sfaccia la casa,La malattia vi impedisca,I vostri nati torcano il viso da voi.