Visualizzazione post con etichetta crisi finanziaria. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta crisi finanziaria. Mostra tutti i post

02 luglio 2015

Cambiare verso

“Se qualcuno pensa di fare lezioni di morale ha sbagliato posto – sentenzia il premier italiano – se Weber parlava a nome del suo gruppo politico, gli ricordo che un partito appartenente al gruppo ha guidato l’Italia per molti anni”, sibile Renzi riferendosi ai governi guidati da Silvio Berlusconi e suscitando il plauso dei parlamentari italiani, sponda Pd. Poi lo schiaffo, calibrato e preciso, a Berlino: “Se, invece, Weber parlava a nome della Germania – continua Renzi – vorrei ricordare che durante l’ultima presidenza italiana ci fu un Paese cui non solo fu concessa flessibilità ma anche di violare i limiti“, ovvero la Germania, “cosa che le ha consentito di crescere”.
Questo era Renzi 1, che al parlamento europeo, all'inizio del semestre a guida italiana, rispondeva a tono al capogruppo tedesco Manfred Weber della ppe.
Il PPE della Merkel che chiedeva agli stati europei del sud di fare i compiti a casa: lasciate perdere flessibilità e crescita, diritti civili.

Poi sono arrivate le riforme che piacciono a confindustria, alla nostra destra e anche alla Germania.
Lavoro, province, senato ...
Nel frattempo la Grecia ha cambiato verso davvero: alla guida del paese un governo di sinistra che chiedeva veramente più flessibilità per poter far crescere il paese e aver tempo per fare le riforme.
E Tsipras venne ricevuto a Roma da Renzi che gli regalò pure una bella cravatta:
“Noi vogliamo dare una mano vera alla Grecia, che non vuol dire dare sempre ragione, ma siamo sicuri che ne uscirà e quando accadrà ci piacerebbe che il premier indossasse una cravatta italiana". 
Che mano ha dato alla Grecia il nostro paese? Ha fatto fronte comune contro l'austerità,contro il vincolo del 3% contro la Germania che non rispetta i vincoli della bilancia commerciale?

Niente da fare: il governo Tsipras è stato "rimasto solo" e il tira e molla su riforme vs rate da restituire ai creditori (europei e FMI) è terminato col mezzo bluff del referendum a cui Merkel ha risposto con "vedo".
Fine delle trattative: se volete i soldi dovete votare si.

Così il Renzi 2, quello che vince alle regionali ma perde elettori (e iscritti), si deve mettere al riparo della Merkel.
“Sono più preoccupato del terrorismo che della crisi greca, della crescita per tutti noi e non dell’Iva delle isole greche…”. Quanto al referendum, “è una scelta sorprendente, avrei preferito che non ci fosse stata, io non l’avrei indetto, ma non metto bocca sulla scelta del governo greco…”. A questo punto, “se ci sarà il referendum partiremo dopo” con i negoziati. Roma sta con Berlino.
Lo studente Renzi può presentarsi coi compiti fatti dalla maestra dell'Europa:
"le prospettive per quanto riguarda la crescita in Italia sono buone, la direzione è quella giusta". Bacchettate invece per lo studente meno diligente: "Abbiamo la necessità che ampie riforme siano fatte in Grecia per una crescita sostenibile".
Speriamo che non sia anche questo un bluff, come i conti greci taroccati.

01 luglio 2015

Quando il Fondo accettò di affossare Atene - Carlo di Foggia

Riusciranno a trovare un accordo il governo Greco e la Troika, o meglio, Tsipras e la Germania?
Se, si, quanti miliardi sono stati bruciati in questi giorni dalle borse?
E come ne uscirà l'Europa? Più forte o ancora più marginale (espressione del più forte e gli altri zitti e allineati)?

Nell'attesa, Carlo Di Foggia sul FQ ricostruisce i giorni in cui FMI concesse il prestito alla Grecia:

Quando il Fondo accettò di affossare Atene - Carlo di Foggia
Sabato, quattro ore prima che Alexis Tsipras facesse saltare i piani dei creditori, Dominique Strauss-Kahn ammetteva su Twitter: “Sulla Grecia, il Fmi ha fatto degli errori, sono pronto a prendere la mia parte di responsabilità: basta prestiti, serve una riduzione massiccia del debito”.L’ex direttore generale dell’Fmi pensava la stessa cosa anche nel 2010, quando era alla guida dell’istituzione di Washington. Da ieri la Grecia è in default verso il Fondo monetario internazionale. La Ong inglese Jubilee debt campaign ha sottolineato come finora il Fmi abbia ricavato 2,5 miliardi di profitti netti dai suoi prestiti alla Grecia (che salirebbero a 4,3 miliardi entro il 2024), il suo più grande debitore.Fino al 2010, quando esplose la crisi di Atene, a Washington vigeva la regola “basta nuovi casi Argentina”: nel 2001 il default di Buenos Aires fu catastrofico. Il principio era: “I prestiti vanno solo ai Paesi in crisi di liquidità, quelli insolventi devono prima ristrutturare i debiti per far sì che gliaiuti servano”. Nel 2010, con un debito pubblico al 130% del Pil, in mano estera, un deficit/Pil al 15% e un passivo oltre l’11 della bilancia dei pagamenti i dubbi che la Grecia potesse ripagare i prestiti erano forti nello staff tecnico del Fondo, quello che dovrebbe fornire le analisi “i n d i p en d e n t i ” sulla base delle quali il board (l’organo esecu-tivo) prende le decisioni. Così non avvenne.In un report, Paul Blustein, del Centre for International Governance Innovation (Cigi) ha svelato che nei giorni che precedettero la firma del memorandum, membri di primo piano dello staff tecnico incontrarono in gran segreto in un hotel di Washington funzionari dei ministeri delle Finanze di Germania e Francia. Per negoziare una ristrutturazione del debito greco.FU STRAUSS-KAHN a trasci-nare il Fmi nella partita greca, desideroso di far uscire il Fondo dall’irrilevanza seguita al crac Argentino. E accettò tutte le condizioni imposte dai riluttanti Paesi europei: l’istituto si trasformò -scrive Blustein - in un “junior partner” della Troika. I suoi negoziatori non potevano trattare direttamente con i funzionari greci, e nei tavoli erano costretti “a sedere al fianco della Bce, di fronte agli sherpa di Atene, quando invece il Fondo aveva sempre trattato con le banche centrali dei Paesi in difficoltà”. Strauss-Kahn mise la firma così su un piano di austerità “assolutamente irrealistico”, che ha poi costretto i creditori ad accettare un pesante taglio del debito nel 2012,“quando però gran parte diquelli privati, le banche, erano già rientrati dei loro crediti”.Alla vigilia del prestito, il board dell’Fmi cambiò al volo, con una delibera “ad personam”, le sue stesse regole: anche se l’insolvibilità di un Paese era “alta ”, gli si potevano prestare soldi se il suo default avrebbe avuto effetti “sistemici”. Non bastava. Per oliare il tutto, lo staff “addomesticò” le previsioni sull’impatto disastroso dei pesanti tagli di spesa voluti dalla Troika. Il board approvò così il secondo “caso Argentina”. Salvo poi ammettere il bluff nel 2013: il famoso “ci siamo sbagliati sull’austerità in Grecia”. Per Blustein non vi fu errore, ma una scelta deliberata sotto la pressione degli europei.
Nella primavera del 2010, quando Jürgen Stark, membro del comitato esecutivo della Bce sostenne in una riunione che il debito della Grecia era “insostenibile”,e quindi i creditori privati dovevano rimetterci almeno un po’, il presidente Jean-Claude Trichet “esplose”:“Siamo un’unione monetaria, non ci devono essere ristrutturazioni del debito!”.“Ur l a v a ”, ri-corda Stark.I NEGOZIATI segreti saltarono, e si arrivò a maggio alla firma del memorandum. Il Fmi prestò 30 miliardi. Al momento del voto, Paulo Nogueira Batista, il rappresentante del Brasile al Fmi salutò così la decisione: “Questo non è un salvataggio della Grecia, ma un salvataggio dei suoi creditori privati, prevalentemente europei”. Così è stato.

04 marzo 2014

Presa diretta - i lupi di wolf street

I lupi hanno ancota fame: la crisi del 2008 e lo spavento per il rischio sistemico di banche e mercati non hanno placato la fame di profitto, di bonus facili, di ricchezza dei signori della finanza.
Presa diretta ieri sera nella puntata "Banca rotta" ha compiuto un lungo viaggio da Wall Street, a Goldmas Sachs fino ad arrivare a Bruxelles e alle banche nostrane.
Cosa è stato fatto per impedire una nuova crisi?
Che fine han fatto i soldi che i governi (e la FED e la BCE) hanno messo nel sistema finanziario in questi anni?
Come usano i nostri soldi le banche?
Quali sono le condizioni delle nostre banche?

Ma prima di partire, Iacona ha aperto una parentesi sulla questione giustizia, invitando Renzi e Alfano ad occuparsi del problema dei collaboratori di giustizia come Ignazio Cutrò.
A sfidare le mafie nei fatti, non semplicemente rispondendo alle lettere di Saviano su repubblica.

Si, lo so, viene da ridere anche a me. Pensare di fare una seria lotta alla mafia (e sulla confisca dei beni e sul voto di scambio e sull'autoriciclaggio e sulla lotta ai paradisi fiscali) con gente come Alfano e i diversamente berlusconiani.

La crisi che stiamo vivendo è riassumibile in alcune cifre: il numero di ore di cassa integrazione passato da 250 ml a 1 miliardo dal 2005 al 2010. Il rapporto debito pil passato dal 108% al 130%.
Il debito pubblico che continua a crescere, come anche l'emoraggia di posti di lavoro.
Nonostante lo spread sia in calo e dunque paghiamo meno interessi sul debito.

Dopo il 2008 erano tutti a dire mai più.
Dopo il salvataggio delle banche e dopo il fallimento di Lehmann Brothers.
Mai più lo diceva Obama, mai più lo diceva Barroso.
L'ammontare dei derivato ad oggi è stimato 10 volte il pil mondiale: 600.000 miliardi di dollari.
L'indice della borsa di W.S. è cresciuto del 30%, mentre l'enonomia reale è cresciuta solo del 2%.
Finanza ed economia reale ormai sono due mondi separati: i dividendi e i bonus continuano ad essere staccati (e sono soldi sottratti ad investimenti).
Abbiamo assistito alla più grande operazione di marketing: le banche e la finanza ci hanno fatto credere che era tutta colpa dei debiti dei paesi. Non dei derivati, dei mutui concessi senza garanzie, del livello di indebitamento fuori controllo.
Dello scandalo Libor con cui banche internazionali hanno fatto cartello per falsificare il tasso da cui dipendono i nostri mutui.
Da gente come Dick Fuld, ceo di Lehman Brothers, o Angelo Mozilo di City group.
O anche Goldman Sachs che non gradisce molto i controlli della FED e che grazie al suo potere di influenza avrebbe fatto licenziare un analista che stava monitorando i suoi conflitti di interesse.
I bancheri non finiscono in cella.
Finiscono in ville di lusso a Long Island, dove ora si stanno trasferendo i trader di borsa: abbiamo avuto il più grande trasferimento di soldi pubblici verso i ceti più ricchi.
I 4000 miliardi di dollari della FED.
I 1000 miliardi della BCE alle banche europee.

Ma la festa per ricchi potrebbe essere l'ultima festa sul Titanic: il rischio di una nuova crisi è alto, perché nessuno ha imparato la lezione. Nè i governi, nè BCE o FED. E nemmeno i grossi gruppi finanziari e bancari.
L'influenza delle lobby ha bloccato tutte le riforme che si dovevano fare: il ripristino del Glass Steagall Act, il tetto per l'indebitamento e per stipendi e bonus dei manager, smetterla coi salvataggi di stato, evitare i conflitti di interesse e il meccanismo delle porte girevoli tra pubblico e privato (in Italia potremmo parlare dei vari Chiamparino, Fornero, Gnudi, Passera ..).

Come stanno le banche italiane?
Le banche italiane hanno in mano metà del debito pubblico e dunque nelle loro mani sta il nostro futuro. E non solo in Italia è così.
Se falliscono, falliscono gli stati: si chiama "azzardo morale", il poter rischiare sapendo che dietro ci sarà sempre la copertura dello stato.
Come per MPS e per i 3,5 miliardi presi in prestito e forse mai restituiti.
Le nostre banche hanno circa 150 miliardi di crediti in sofferenza, e i crediti a rischio ammontano a 300 miilardi (il 15% del credito).
Questo, assieme ai maggiori vincoli di bilancio che sono stati chiesti agli istituti porta ad una minore erogazione dei crediti: per i piccoli imprenditori diventa sempre più difficile avere dei prestiti.
Si è innestato un meccanismo perverso in cui tutto si avvita su se stesso: consumi, produzione, sofferenze bancarie, minori consumi.

Sono 13 le banche commissariate da Bankitalia: Iacona ha parlato di una di queste, la Terces, andata in sofferenza anche grazie a generosi prestiti concessi ad un imprenditore venuto su dal nulla.
Il risultato sono i 450 operai di Di Maio licenziati i dipendenti delle banche in esubero.

I conti delle banche non sono in ordine: quale la soluzione? La bad bank in cui infilare tutti i panni sporchi? Magari con la copertura dello stato?
Il problema, come ha spiegato il direttore di Banca Etica in studio è che non c'è volontà politica di affrontare il problema delle banche, dei paradisi fiscali, della lotta all'evasione e al riciclaggio dei soldi della criminalità.
Tutti temi intrecciati e tutti temi su cui aspettiamo da troppo tempo delle leggi chiare.

In Spagna e Francia, la lista di Hervè Falciani è stata usata per dar la caccia agli evasori: l'ex esperto informatico è diventato consulente dei governi che lo stanno proteggendo.
In Italia, un condannato per evasione fiscale farà le riforme istituzionali ad uno che voleva cambiare verso al paese.

15 marzo 2012

Il clima ostile alle banche


Finalmente una voce critica dall'interno delle banche d'affari, quelle responsabili della crisi per intenderci (illuminante il documentario Inside job):
Un ambiente «tossico e distruttivo», dove l'etica viene accantonata e i profitti continuano ad essere messi al di sopra di tutto, anche degli interessi dei clienti. Così Greg Smith - dimessosi da direttore esecutivo di Goldman Sachs, responsabile dei prodotti derivati in Europa - descrive il clima tossico che si respira in quella che è una delle più grandi banche d'affari al mondo. 

«Oggi è il mio ultimo giorno a Goldman Sachs». Comincia così la lettera apparsa sul New York Times con cui Smith sottolinea come «nel modo in cui la banca funziona e pensa di fare soldi l'interesse dei clienti continua a passare in secondo piano». Poi l'attacco ai vertici di Goldman Sachs, il ceo Lloyd Blankfein e il presidente Gary Cohn: «Quando i libri di storia saranno riscritti su Goldman potranno mostrare come hanno lasciato cadere la cultura dell'impresa mentre loro tenevano le redini del gruppo. E un declino dello spessore morale dell'impresa - avverte Smith - nel lungo termine rappresenta una serissima minaccia per la sua sopravvivenza».

Questo mentre in Italia, l’amministratore delegato di Unicredit Federico Ghizzoni (lo scrive Gilioli sul suo blog) si dice rammaricato per il clima ostile nei confronti delle banche .

Il mio eroe del giorno è senza dubbio l’amministratore delegato di Unicredit Federico Ghizzoni, che nell’annunciare che forse da oggi Unicredit farà il suo lavoro (prendere e dare il denaro in prestito per carburare l’economia reale) si rammarica, attonito, che ci sia «un clima di ostilità e diffidenza verso le banche».
Sono meravigliosi, questi onnipotenti della politica e della finanza che dopo averne fatte più di Carlo in Francia restano sgomenti di fronte all’eventualità che qualcuno se ne abbia a male.
Guai a spendere una parola di scuse o di autocritica per aver impacchettato e rifilato titoli tossici a mezzo mondo riducendo interi Paesi alla fame, per aver stretto all’inverosimile il credito strangolando aziende e privati, per aver incassato mille miliardi di euro pubblici al tasso dell’uno per cento senza alcun vincolo di utilizzo, per aver fatto pressioni su tutti i governi pur di evitare una legge contro gli intrecci di cariche, per aver fatto fuoco e fiamme sull’ipotesi di tagliare qualche commissione, per essersi spartiti stipendi e prebende da favola mentre tutto andava in vacca.
Niente.
Pero, ohibò, c’è un clima di ostilità e diffidenza.