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02 marzo 2026

Mani legate di Antonella Mascali e Piergiorgio Morosini


 

La separazione delle carriere per addomesticare la giustizia

Prologo di Piergiorgio Morosini

Correva l’anno 1979. Lo storico statunitense Christopher Lasch, tra gli intellettuali più originali e riflessivi dell’epoca, pubblicava “La cultura del narcisismo”. La sua analisi sulle tendenze delle società occidentali più avanzate profetizza il destino dei rapporti tra cittadino e istituzioni: “Nel mondo contemporaneo la democrazia corre seri rischi non tanto per l’intolleranza quanto per l’indifferenza”. È un richiamo a riscoprire il valore della partecipazione civica, del confronto pubblico, dell’impegno collettivo. Perché la democrazia non si difende solo dai suoi nemici, ma soprattutto si nutre della passione e della responsabilità dei suoi cittadini. Alla base della denuncia di Lasch troviamo i guasti dell’individualismo e del consumismo.

Il 22 e il 23 marzo prossimi andremo a votare per il referendum confermativo su quella che viene chiamata riforma Nordio sulla giustizia, un disegno di legge che la maggioranza di destra ha imposto al Parlamento e che andrà a toccare ben sette articoli della nostra Costituzione.

Cosa contiene questa riforma che viene presentata, dai suoi sostenitori, come uno strumento per rendere la giustizia più giusta, per togliere di mezzo il vulnus delle correnti nella magistratura?
Qual è invece il vero disegno che sta dietro a questa riforma, che vede tra i suoi padri il venerabile Licio Gelli (a capo della loggia P2, una struttura deviata che è stata al centro di tante pagine buie della nostra storia) e di Silvio Berlusconi, il più volte presidente del consiglio condannato per frode fiscale nel 2013?

E di cosa avrebbe bisogno veramente la giustizia italiana per essere veramente “democratica” e rispettosa dei principi della nostra Costituzione?
Il punto di vista dei due autori di questo libro, la giornalista del Fatto Quotidiano Antonella Mascali e il presidente del Tribunale di Palermo Piergiorgio Morosini, è chiaro sin dal sottotitolo: questa riforma è lo strumento con cui questa maggioranza che sta governando il paese intende sottomettere la giustizia al potere esecutivo.

Lo si capisce andando a leggere in controluce i punti salienti dentro questa riforma, la separazione delle carriere, il doppio CSM che spacca l’unità della magistratura.

Solo una parte residuale di magistrati o giudici cambia funzione ogni anno, andando anche a cambiare regione, se questo fosse stato il vero obiettivo della riforma non serviva cambiare tutti quegli articoli della Costituzione.

E che dire del giudice che ora, separato dal magistrato, diventa improvvisamente terzo e con le stesse armi dell’avvocato della difesa? Magistrato inquirente e avvocato non hanno lo stesso ruolo di fronte alla legge, il magistrato infatti ha l’obbligo di trovare prove a favore dell’imputato, l’avvocato no.

Se si deve separare la funzione inquirente da quella giudicante per togliere di mezzo quel legame di sudditanza, perché non separare anche i giudici dei vari gradi?

C’è poi il la questione dell’alta Corte di giustizia che gestirà le sanzioni disciplinari dove aumenta la quota dei politici.

Chi governerà l’azione disciplinare contro questo o quel magistrato? Sarà la politica o, addirittura, il ministro della Giustizia? E quale giudice avrà voglia di mettersi di mettersi contro il potente di turno, magari un protetto della maggioranza, sapendo che rischia un procedimento disciplinare?

Dicono, i signori del si, che con questa riforma finalmente, si ferma l’intromissione della magistratura nella vita politica: non devono essere più i magistrati a decidere su come gestire i flussi degli immigrati, sulle politiche industriali, su come gestire gli appalti, su come devono essere progettati i ponti sullo stretto. Di fatto è una perfetta ammissione di quello che è il vero obiettivo di questa riforma: creare un nuovo magistrati che abbia le mani legate, che non si intrometta, come ha fatto la corte dei conti, sul progetto del ponte sullo stretto di Messina. Che non si permetta di bloccare la deportazione dei migranti verso il CPR in Albania.

Perché oltre alla riforma Nordio, la maggioranza sta presentando altre “riforme” molto pericolose: togliere l’obbligatorietà dell’azione penale, togliere il controllo della polizia giudiziaria ai magistrati. Deve essere il governo, senza più l’impiccio della magistratura con la sua azione di controllo, a stabilire quali sono i reati da perseguire e quelli da lasciare perdere.

È tutto fatto alla luce del sole, basta mettere assieme i pezzi: la stretta sulle indagini per i colletti bianchi col blocco delle intercettazioni a 45 giorni; l’abrogazione dell’abuso d’ufficio; l’obbligo di un collegio di tre giudici per decidere dell’arresto di un imputato; una stretta sul traffico di influenze.

E, dall’altra parte, un giro di vite contro chi organizza i rave party (una vera emergenza si dirà), contro chi manifesta anche pacificamente ma blocca il traffico, il fermo preventivo per certi soggetti che potenzialmente potrebbero creare problemi durante le manifestazioni.. Un doppiopesismo in termini di garantismo che denota bene quale sia l’intento del governo Meloni (e anche di un pezzo di quella che dovrebbe essere l’opposizione).

Di tutto questo parlano, usando il meccanismo dell’intervista la giornalista e il magistrato, articolata nei seguenti capitoli:

  • Cosa prevede la riforma costituzionale

  • La separazione delle carriere: una riforma inutile e pericolosa

  • Due CSM sulle materie dell’hotel Champagne

  • Governo dei giudici versus volontà popolare?

  • I nodi veri della giustizia

  • Epilogo: il giudice che verrà.. con le mani legate


Per fermare questa riforma c’è bisogno dell’impegno di tutti i cittadini che hanno a cuore questa Costituzione, non importa che siano di destra o di sinistra. Perché, come scrive Morosini nel prologo, le democrazie muoiono anche per colpa dell’indifferenza: la giustizia è un tema che riguarda tutti noi.

Sul Fatto Quotidiano trovate un estratto dal libro:

Il disegno di legge Meloni-Nordio entrato a Montecitorio nel maggio del 2024, ha raccolto i quattro “sì” da Camera e Senato, senza la modifica di una virgola (…). Ora tocca ai cittadini, con il referendum (…). La posta in gioco è alta. La riforma non si limita a separare le carriere tra giudici e pubblici ministeri. Che è già un dato di fatto. Ambisce a mutare l’equilibrio tra poteri dello Stato e a liberare la politica da ogni controllo (…). L’approfondimento sulle ragioni che ispirano le novità costituzionali, e l’indicazione dei relativi pericoli, lo affidiamo a un dialogo. Ci è sembrata la forma più corretta per i diversi ruoli ricoperti da chi scrive, un magistrato e una giornalista di cronaca giudiziaria (…).

Governo dei giudici versus volontà popolare?

A. M. La riforma costituzionale su cui si terrà il referendum è stata firmata da un magistrato in pensione, il ministro della Giustizia Nordio. Ed è fortemente voluta dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano. Anch’egli magistrato, attualmente fuori ruolo, vanta pregresse esperienze di parlamentare e di viceministro dell’Interno in uno dei governi Berlusconi, secondo una prassi che tanti politici hanno definito delle “porte girevoli”. Tra i più ascoltati dalla premier Giorgia Meloni, è impegnato in prima linea in una narrazione che denuncia la volontà dei magistrati di sostituirsi al Parlamento e al governo. Lo ha ribadito lui stesso nel giorno del voto definitivo per la riforma in Senato, il 30 ottobre 2025. Inoltre, nella trasmissione di Rai1 5 minuti (ripresa dall’Ansa), sempre Mantovano ha replicato all’accusa di “volere i pieni poteri” rivolta dalle opposizioni al governo, sostenendo che “i pieni poteri sono di chi per via giudiziaria blocca la politica dell’immigrazione impedendo le espulsioni”, “di chi blocca la politica industriale fermando gli impianti”; “di chi non dà seguito alle indagini per i disordini a Roma”.

PG. M. In quelle affermazioni c’è il carburante ideologico-culturale di una volontà di “reagire” della politica al ruolo assunto negli ultimi anni dai giudici nelle istituzioni e nella società. Si colgono le ragioni profonde dell’iniziativa costituzionale di cui si discute, non riducibili alle sole dinamiche della giustizia penale, che aveva in mente la “riforma epocale” proposta nel 2011 da Silvio Berlusconi. La posta in gioco coinvolge la giustizia tout court e le sue implicazioni oggi più sensibili, su immigrazione, lavoro, ambiente, famiglia e altro. Terreni su cui possono manifestarsi punti di crisi tra indirizzi politici e valori fondanti ricavabili da norme costituzionali o euro-unitarie. (…). Dagli anni Sessanta, ai giudici si rivolgono privati o soggetti collettivi che non trovano ascolto in altre sedi istituzionali per il riconoscimento dei loro diritti. Più il parlamento è lento, o il suo intervento è frenato dalla forza di interessi particolari o dalla mancanza di un forte consenso sociale, maggiore è la ricerca del varco giudiziario impugnando la Costituzione. Ieri erano questioni di sicurezza sul lavoro, ambiente, fine vita. Oggi, sono pure tutele che riguardano il lavoro precario, i flussi migratori, le minoranze lgbtqia+. Il giudice, a differenza del politico o dell’amministratore, ha il do-ve-re di decidere e non può sottrarsi. (..).

Epilogo: il giudice che verrà… con le mani legate

L’obiettivo vero della riforma costituzionale è liberarsi di una magistratura che non può essere addomesticata da altri poteri. E lo si persegue smantellando istituti nevralgici per i costituenti del 1948, quali il Csm e la carriera unica per giudici e pubblici ministeri. Con quelle garanzie, da corpo di funzionari, pezzo della burocrazia dello Stato, la magistratura è diventata un potere autonomo, variabile indipendente dagli equilibri politici contingenti e come tale incontrollabile. Ma tutto questo non è in sintonia con l’idea di Stato che oggi si sta affermando un po’ ovunque nel mondo. E in particolare, con quella idea di magistratura “che deve collaborare col Governo”, e come tale deve essere innocua, silenziosa, ubbidiente, docile. (…).

Delegittimazione e tentativi di intimidazione dei giudici che si occupano di questioni politicamente sensibili, assieme al depotenziamento degli strumenti utili al controllo di legalità nelle istituzioni e nei circuiti economico-finanziari, sono il prologo della riforma costituzionale. Così le ragioni ufficialmente espresse per giustificarla, suonano formali e pretestuose. Non è credibile la tesi di una separazione delle carriere necessaria a garantire finalmente la “terzietà” del giudice. Già ora, in Italia, le richieste dei pubblici ministeri una volta su due sono bocciate dal giudice. (…). Il vero fulcro della riforma sta nell’indebolimento del Consiglio superiore della magistratura. È l’organo a difesa della indipendenza di tutte le toghe, quindi anche dei giudici, civili e penali. Con il pretesto della lotta al correntismo giudiziario, lo si smembra, lo si priva della competenza disciplinare e lo si cambia nella sua composizione. Con il sorteggio dei componenti togati, secondo la logica dell’ “uno vale l’altro”, diventano decisivi i componenti laici che, invece, sono scelti dalla maggioranza politica. Nelle mani di costoro saranno i destini professionali di tutti i magistrati (…).

Oggi, la magistratura italiana, compresa la Corte dei Conti, come peraltro la Corte di giustizia dell’Unione europea e la Corte penale internazionale, vengono vissute dalla maggioranza di governo come organi di resistenza ai nuovi indirizzi politico-istituzionali. Per i riformatori ciò che conta è solo chi vince le elezioni. E se è vero che l’articolo 1 della Costituzione attribuisce la sovranità al popolo quindi agli eletti; è altresì vero che la seconda parte della disposizione vuole che quella sovranità sia esercitata nelle forme e nei limiti previsti dalla legge e dalla Costituzione e, quindi, con i necessari controlli da parte degli organi di garanzia, magistratura compresa. Invece i fautori della riforma pretendono che esecutivo, legislativo e giudiziario debbano sempre “collaborare”, come in un “blocco unico”. (…).

Forse a qualcuno sarebbe piaciuta di più una disposizione sul tipo di quella adottata dallo Statuto Albertino secondo cui “la Giustizia emana dal Re ed è amministrata in suo Nome dai Giudici che Egli istituisce”, magari cambiando il termine “Re” con quello di Governo. O, se volete, di Presidente del Consiglio.

La scheda del libro sul sito PaperFirst
I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

14 febbraio 2026

Anteprima Presadiretta – il referendum sulla giustizia, la compressione delle libertà, i crimini di ICE

Tornano le inchieste di Presadiretta la domenica sera: in questa prima puntata si parlerà di giustizia e del prossimo referendum confermativo sulla riforma Nordio.

In studio assieme al conduttore Riccardo Iacona saranno presenti l’ex magistrato Antonio Di Pietro e Nicola Gratteri in un faccia a faccia sulle ragioni a favore e contro questa riforma.

Quali saranno gli impatti di questa riforma sul sistema della giustizia e sugli italiani?

Di cosa avrebbe veramente bisogno la macchina della giustizia per funzionare meglio, perché, come ha detto lo stesso ministro Nordio, la separazione delle carriere non inciderà per nulla sull’efficienza della giustizia.


Presadiretta è entrata nel Tribunale di Alessandria, dove ha intervistato il presidente Paolo Rampini: “questo è il peggior tribunale d’Italia” ha raccontato, “certamente il nostro è molto inguaiato”.

Cerotti sulle finestre della stanza di un giudice per tener fermo il vetro. Bagni comuni per giudici, avvocati e personale amministrativo. Nelle aule delle udienze dove si fa giustizia in nome del popolo italiano ci sono sedie rovinate che non vengono sostituite. I muri della stanza di rappresentanza tutti scrostati, moquette tagliate,

Sento il dovere di chiedere scusa perché questo dovrebbe essere un palazzo diverso” commenta amaramente il presidente Rampini.

E cosa pensa di fare il governo Meloni? Un doppio CSM con in più l’alta corte di giustizia, checi costerà almeno 150 ml di euro in più (sono stime che potete trovare nel libro “Perché no” di Marco Travaglio.

Poi si parlerà del nuovo decreto sicurezza: possiamo barattare una maggiore sicurezza (che sarà poi reale) in cambio delle nostre libertà (di manifestazione, di espressione)?

Qual è lo stato della libertà di stampa nel nostro paese, specie con questa Rai sempre più Telemeloni?

In una democrazia il giornalismo serve chi viene governato, non chi governa, eppure in Italia vediamo sempre giornalisti minacciati, dalle mafie, con intimidazioni mirate (come l’attentato a Sigfrido Ranucci) e con lo spauracchhio delle querele temerarie.

Ma sono tanti i giornalisti minacciati, meno famosi di Ranucci, le cui storie nemmeno vengono raccontate, perché poco funzionali allo storytelling della destra di governo (i maranza, i giudici che scarcerano i violenti, gli immigrati..): Presadiretta racconterà la storia del giornalista Domenico Rubio di Arzano News, finito sotto scorta per le minacce ricevute dalla Camorra.


Vive nella zona nord di Napoli, 20 comuni uno attaccato all’altro, una lunga distesa di case che arriva fino a Scampia: un territorio dove vivono quasi 1 ml di persone, la più alta densità abitativa d’Europa e anche camorristica. Qui vivevano famiglie che hanno fatto la storia della criminalità: i Di Lauro, gli Amato Pagano, gli scissionisti e il clan Moccia.

I camorristi gli hanno lanciato due bombe sotto casa nell’agosto 2018, che seguivano una scia di altre intimidazioni del clan iniziate tempo prima.

E poi un viaggio in America, nell’America di Trump dove si attaccano i giudici che si permettono di applicare le leggi dando torto alla Casa Bianca, si attaccano i giornalisti che fanno domande e gli immigrati. L’America dove la polizia privata di Trump uccide le persone per strada, davanti a tutti, con un senso di impunità per gli agenti dell’ICE che deve farci paura.


Eh ma sono tutti immigrati irregolari, se fossero entrati legalmente .. queste sono le giustificazioni ciniche date di fronte alle immagini degli spari contro civili che non costituivano minaccia, di fronte agli arresti, anche di bambini, anche di persone anziane, nelle case, nelle scuole, negli uffici pubblici per il rinnovo del permesso. Presadiretta mostrerà immagini del documentario Iced out of America di Michael Nigro che ha documentato gli abusi dell’ICE, scene filmate all’interno del Tribunale per l’immigrazione di New York. Un giorno sono entrati nel Tribunale agenti mascherati che hanno iniziato ad arrestare immigrati che stavano rinnovando il permesso di soggiorno, inizialmente a Nigro è stato impedito di entrare ma alla fine è riuscito ad entrare e a riprendere queste immagini, venendo anche arrestato mentre filmava le proteste. Arrestato per aver compiuto un atto di giornalismo: fare il giornalismo è diventato pericoloso, non come a Gaza, o come in altre zone del mondo. Ma anche nella terra delle libertà, la libertà di informazione è diventata una parola vuota.

Michael Nigro era a Capitol Hill il 6 gennaio 2021, il giorno in cui i sostenitori di Trump hanno fatto irruzione alla Camera: anche in quel caso per i fan del Maga, i giornalisti erano un obiettivo (oltre che i rappresentanti dei democratici che sono dovuti scappare).

Il colpo di Stato del 6 gennaio è finito tutto in un nulla: gli assalitori sono stati graziati e ora gli Stati Uniti sono di nuovo nel mezzo di una tempesta.

Ecco perché è importante mostrare le immagini di queste persone arrestate, perché altrimenti sparirebbero nell’oscurità.

La scheda del servizio:

Un viaggio tra procure, corti d’Appello, tribunali dei minori e giudici di pace, da Alessandria a Gallarate, Roma e Milano. Lo propone “PresaDiretta Open” con cui si apre la nuova stagione di “PresaDiretta”, il programma di Riccardo Iacona con il coordinamento giornalistico di Maria Cristina De Ritis, in onda domenica 15 febbraio alle 20.30 su Rai 3. Uffici con carenza del personale amministrativo fino al 60%, strutture dove gli atti dei procedimenti si snodano per chilometri e chilometri, sedi con udienze fissate al 2032. Le sfide per centrare entro giugno gli obiettivi del Pnrr e i paradossi dell’innovazione tecnologica che dovrebbe migliorare il funzionamento del sistema giustizia.
In studio, ospiti di Riccardo Iacona, per affrontare i nodi centrali del referendum: l’ex magistrato ed ex politico Antonio Di Pietro e il procuratore della Repubblica del Tribunale di Napoli Nicola Gratteri.
Poi, “Il Nemico Dentro”. Immigrati, avversari politici, giornalisti, studi legali, organizzazioni antifasciste: per alcuni sono difensori delle istituzioni, per il presidente degli Stati Uniti sono nemici. Perché, come ha dichiarato proprio Donald Trump, l’America sarebbe sotto invasione dall’interno del Paese. Da Minneapolis a New York, dall’uccisione di Renée Good e Alex Pretti agli arresti dell’Ice fin dentro i tribunali dell’immigrazione, gli inviati di “PresaDiretta” sono andati nei luoghi in cui la democrazia appare sempre più in bilico. E hanno incontrato anche le politiche di chi ha proposto una ricetta alternativa, il neosindaco di New York Zohran Mamdani.
E in Italia? Fin dove può spingersi l’arretramento dei diritti? Il racconto della contestazione a Torino contro la chiusura del centro sociale Askatasuna e della mobilitazione dei metalmeccanici a Bologna, insieme alle proteste degli operai della logistica, degli attivisti ambientali e degli studenti delle scuole superiori. Un’inchiesta sulle vicende di chi era in piazza e sull’applicazione delle norme dei diversi pacchetti sicurezza varati dal governo, dal reato di blocco stradale al fermo preventivo.
La compressione delle libertà riguarda anche la stampa. Nel reportage di Riccardo Iacona, le storie di Mimmo Rubio, Luciana Esposito e Marilena Natale, che da anni denunciano l’infiltrazione della camorra e gli affari dei clan in Campania. Giornalisti che, dopo intimidazioni e minacce di morte, vivono sotto scorta, come altri 23 cronisti in tutta Italia, mentre altri 250 sono sotto tutela delle forze dell’ordine. E poi le querele temerarie. I cronisti spiati con virus nei cellulari. In attesa della concreta applicazione dell’European Media Freedom Act.
Ospite in studio, il presidente della Federazione nazionale della stampa Vittorio Di Trapani.
“Il Nemico Dentro”: è un racconto di Riccardo Iacona e Maria Cristina De Ritis con Lorenzo Grighi, Raffaele Marco Della Monica, Lisa Iotti, Paola Vecchia, Andrea Vignali, Emilia Zazza, Fabio Colazzo, Eugenio Catalani, Paolo Martino, Massimiliano Torchia.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

11 febbraio 2026

Perché NO di Marco Travaglio (con prefazione di Gustavo Zagrebelsky)



Guida al referendum su magistratura e politica in poche e semplici parole

Tutto quello che vi serve per arrivare ad una vostra opinione sulla riforma costituzionale firmata Nordio – che poi non è nemmeno una riforma vera e propria – lo trovate in queste 167 pagine di questo “Perché no”.

Chiaramente, già dal titolo si capisce, la posizione del direttore del Fatto Quotidiano è chiara, come anche quella dell’ex presidente della Corte Costituzionale Gustavo Zagrebelsky (che ha scritto l’introduzione) e del procuratore di Napoli Nicola Gratteri (che ha invece scritto l’ultimo capitolo).

Questa riforma non contiene nulla che possa rendere la nostra giustizia più efficiente, rendere più veloci i tempi dei processi, dare rassicurazione ai cittadini che possono confidare in un sistema “giustizia” in cui veramente la legge è uguale per tutti e dove il magistrato non è un nemico.

Ma non è solo questo il motivo per cui al referendum del prossimo 22-23 marzo dovremmo votare no: questa riforma è il primo passo per mettere sotto il controllo dell’esecutivo (e non solo del Parlamento) l’azione penale.

Questo disegno politico deriva dal piano di rinascita nazionale di Licio Gelli, venerabile maestro della Loggia P2, la struttura segreta dietro le pagine più nere della nostra storia a cominciare dalla strage di Bologna: separare le carriere, introdurre test psichiatrici per i magistrati, togliere l’obbligatorietà dell’azione penale..

Con questa riforma Nordio che tocca diversi articoli della Costituzione, si vanno a separare le carriere dei magistrati da quelle dei giudici, che saranno “governati” da due CSM dove i togati saranno sorteggiati mentre i membri laici saranno nominati dal Parlamento (dunque graditi alla maggioranza). Già questo indebolirà il potere dei magistrati. Dobbiamo poi aggiungere la creazione di questa “Alta corte di disciplina” per le sanzioni contro i magistrati: i laici saranno in proporzione di 2 a 1 e le loro sanzioni non potranno più essere appellate di fronte alla Cassazione.

I difensori del si, la destra di governo, parte del mondo degli avvocati, la destra PD (con molti che hanno cambiato idea in questi anni sulla separazione delle carriere) si difendono dicendo che non sta scritto da nessuna parte che con questa riforma si sottomettono i magistrati, che il loro potere rimarrà immutato.

Non è vero: queste modifiche alla Costituzione sono un primo passo dentro una scia di riforme che è partita coi governi Prodi (ministro Mastella), al governo Renzi (che voleva mettere la polizia giudiziaria sotto il controllo dei rispettivi corpi, dunque dell’esecutivo), fino al governo Draghi con la ministra Cartabia, che ha introdotto l’improcedibilità e l’oblio. Se non si chiude entro due anni il processo in appello va tutto in fumo, processo annullato con la possibilità che adesso i cittadini nemmeno sappiano di quanto successo.

E ora le “controriforme” del governo Meloni: oltre alla separazione delle carriere, al doppio CSM, ci sono altre proposte come togliere l’obbligatorietà dell’azione penale, togliere la polizia giudiziaria dal controllo dei magistrati che poi comporterà, come in tutti i paesi dove vige la separazione delle carriere, che è il governo che indica ai magistrati su cosa indagare e su cosa non indagare.

Dimenticatevi le storielle che si sono inventati i comitati per il si (anche finanziati dal governo che ha varato questa riforma): la separazione delle carriere non porterà ad un processo giusto, non accorcerà i tempi dei processi, non eliminerà le correnti nella magistratura (ci mancherebbe che venisse meno il diritto di associazione) come nemmeno il vulnus delle nomine concordate.

E nemmeno renderà i giudici (o i pm) meno appiattiti sulle decisioni dell’altro ramo della magistratura, dato questo poi sconfessato dai numeri, ad oggi le assoluzioni per merito o con altre formule sono al 50%.

Anche l’altra giustificazione per questa riforma, ovvero che senza separazione il giudice non è più terzo, si basa su fondamenta fragili: il cambio di funzione oggi tocca pochi magistrati che anche dopo la riforma continueranno a frequentarsi, nello stesso palazzo di Giustizia.

Se il problema è l’influenza sui giudizi tra parte inquirente e giudicante, perché allora non si separano i giudici di primo grado da quelli in appello e dalla Cassazione?

Ma agli italiani interessa veramente vedere pm e giudici con carriere separate – si chiede Travaglio?

Dovendo proprio dividere qualcosa, i cittadini separerebbero volentieri la politica dagli affaristi, dai lobbisti e dai corrotti. E magari il Parlamento dagli avvocati in conflitto di interessi.

La campagna referendaria è stata purtroppo farcita dalle tante bugie che arrivano dal fronte del si e che vengono smontate da questo libro: il modello italiano è unico nel mondo, siamo l’unico paese ad avere pm e giudizi nello stesso organo dello Stato.

Come racconta Travaglio esistono tanti modelli di giustizia nel mondo, non è che vero che dappertutto ci sono pm separati, ma di certo nei paesi dove il pm è separato dal giudice, è spesso sotto il controllo del governo. Come in America, dove i prosecutor devono fare campagna elettorale, chi ha più soldi vince, alla faccia del merito.

Ma i migliori testimonial della campagna del no sono proprio i sostenitori di questa riforma: citano a casaccio l’inchiesta su Garlasco (l’omicidio di Chiara Poggi), il caso Tortora:

Anche il caso Tortora non c’entra nulla con la “riforma” Nordio (anche perché l’indagine e il processo si svolsero con il vecchio Codice).

Tirano in ballo, pur di portar acqua al loro mulino, anche le vicende giudiziarie di Silvio Berlusconi, salvato dalle leggi ad personam, e quelle dell’ex sindaco di Lodi Uggetti, con l’inchiesta che ha visto assolto, per la tenuità del reato, che lui stesso aveva ammesso.

Lo stesso partito della presidente Meloni era contrario alla separazione delle carriere, perfino lo stesso Nordio, almeno finché, come racconta l’ex collega Casson, ruppe i rapporti con l’associazione magistrati:

Nordio era contro la separazione delle carriere. Poi cambiò idea quando ruppe con l’Anm – a cui era iscritto – e l’associazione lo pose sotto una sorta di procedimento disciplinare”. Accadde nel 1997.

Ripetiamolo, questa non è una riforma ma una vendetta contro la magistratura colpevole di oltrepassare il limite, ovvero permettersi di giudicare e a volte anche bloccare, le azioni della politica. Dal ponte sullo stretto (per la magistratura contabile), ai cpr in Albania.

Lo scrive Zagrebelsky nella prefazione

In realtà è una rivalsa di certa politica contro certa magistratura per spostare gli equilibri costituzionali a favore dell’impunità della prima e a danno dell’autonomia e dell’indipendenza della seconda.

Questi i capitoli del libro.

  • Introduzione di Gustavo Zagrebelsky
  • Referendum: istruzioni per il voto
  • Come funziona oggi la giustizia
  • Cosa cambia se passa la riforma
  • Perché votare no
  • Tutte le bugie del si
  • Come funziona all’estero
  • Errori giudiziari veri e inventati
  • I voltagabbana del Sì (e del No)
  • I No (e i Sì) di Nicola Gratteri

L’attuale procuratore capo di Napoli spiega in questo suo ultimo capitolo le sue ragioni per dire no al referendum sulla separazione delle carriere, spiegando anche come è nata la sua scelta di entrare in magistratura:

Dottor Gratteri, quando e perché decise di fare il magistrato? Alla scuola media, quando vedevo i figli degli ’ndranghetisti fare i bulli contro di noi, ragazzi “normali”.

Quali le leggi da azzerare, a partire da quelle approvate dal 2021, secondo Gratteri:

Tutte. A partire dalla norma Cartabia che vieta l’appello del pm contro le assoluzioni per alcuni reati. E soprattutto l’improcedibilità, sempre targata Cartabia...

Infine la sua definizione su cosa sia la giustizia:

La giustizia è l’architrave della civiltà umana: altrimenti diventiamo tutti come le bestie. E noi abbiamo la fortuna di vivere in un Paese ancora democratico

La scheda del libro sul sito di PaperFirst

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