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14 febbraio 2023

Presadiretta – i risultati delle elezioni e l’acqua che manca

Puntata dedicata ad una risorsa preziosa come l’acqua: Presadiretta nel secondo servizio racconterà di cosa va fatto per non sprecarne nemmeno un goccio.

Ma prima dell’acqua Presadiretta si occuperà del voto nel Lazio e nella Lombardia, col dato incredibile dell’astensione: la maggioranza degli elettori non ha vota, non ha fiducia in questa politica, in questi candidati.

In studio a commentare il voto Marco Damilano: il giornalista ha citato un saggio di Saramago, dove in un paese spuntano solo schede bianche, gli elettori non si interessano alla politica.
La cosa che preoccupa è quando l’elettore non crede più nella politica, nelle elezioni locali e in quelle nazionali.

È come se segassimo il ramo dove siamo seduti – il commento di Iacona: nella capitale solo il 33% ha votato, nei giorni in cui abbiamo festeggiato la nostra Costituzione.

Cosa ha portato a questo?
Giovanni Diamanti di Youtrend ha commentato il consenso nelle due regioni: dal 2016 al 2023 il centrosinistra è sparito nel Lazio, dopo dieci anni di governo nella regione. Stesso discorso anche nelle città, come Latina e Rieti.
Agli elettori è stato chiesto quanto è stata importante la scelta dei rifiuti nel voto: circa l’83% dei votanti ha detto che era importante, del resto il termovalorizzatore ha bloccato l’alleanza nel Lazio tra Pd e 5 stelle ed è stata una delle cause della caduta del governo Draghi.

I rifiuti a Roma

Con le elezioni le strade di Roma sono abbastanza pulite, ma nei mesi passati l’immagine di Roma è legata ai rifiuti: i cittadini di un quartiere della capitale è arrivata a voler fare una azione legare contro il comune per tutta la montagna di rifiuti.
Il termovalorizzatore è stato al centro della discordia: dovrebbe essere costruito tra i comuni di Pomezia e Albano Laziale e dovrebbe raccogliere tutti i rifiuti di Roma e delle periferie.
Oggi non è possibile fare a meno dell’inceneritore, forse in un futuro, ma al momento la raccoltsa differenziata non consente una scelta diversa.
Il problema è che comuni come Albano Laziale la differenziata la fanno al 70%, la presenza dell’inceneritore è una beffa per il sindaco della città: assieme ad altri sindaci della zona ha scritto a Gualtieri, dove esprime la sua preoccupazione di diventare la pattumiera di Roma.
Ad Albano c’è anche la discarica di Roncigliano, riaperta dalla Raggi dal 2021 che sta prendendo i rifiuti anche ora.
A Guidonia c’è l’impianto di trattamento rifiuti che ora è sotto collaudo dopo anni in cui è rimasto fermo: anche a Guidonia fanno la differenziata e non sono contenti di questo vecchio impianto che verrà ora aperto.
Il Lazio ha una % di differenziata del 53%: la metà dei rifiuti organici viene gestiti fuori regione che ha una ricaduta in termini di costi per i cittadini laziali.
Ad incidere sui costi dei rifiuti è il loro trasporto verso le altre regioni, fino in Olanda.
I rifiuti sono un problema vero: è uno scandalo che Roma non sia riuscito in questi anni a risolvere il problema, in questi anni non si è fatta alcuna politica in tal senso.
I rifiuti sono stati usati come arma politica, la politica ha abdicato al suo compito: i rifiuti sono l’oro per molte persone, che li usano per condizionare sindaci e amministratori.
Si doveva fare la sintesi di politica – racconta Damilano: si dovevano ritrovare sindaci per trovare una soluzione d’accordo, come nel caso del sindaco di Guidonia che ha scritto al sindaco di Roma senza avere risposta. Ma poi c’è anche qualcuno che deve prendere una decisione.

Il voto in Lombardia

Il centro sinistra non ha mai vinto in Lombardia, cinque anni fa – racconta Giovanni Diamanti – la partita sembrava contesa, oggi invece è una regione completamente a destra. La provincia di Milano è divisa a metà. C’è anche un solco tra le città e le province: nelle grandi città il centro sinistra è davanti, ma poi fuori dai capoluoghi aumenta il vantaggio del centro destra.
La domanda fatta da Youtrend riguardava la sanità: la sanità ha inciso il voto? Il 91% ha risposto si, in modo trasversale. Evidentemente molti lombardi che hanno votato sono soddisfatti da questo modello.
A Milano Letizia Moratti ha preso il 12% dei voti, molto poco.

La sanità in Lombardia

Anche la sanità, come i rifiuti, è un tema vero: nella mia regione la sanità sta diventando a pagamento. Per chi ha i soldi, per chi se lo può permettere. A Vimodrone 2000 cittadini non hanno un medico, né un pediatra e nemmeno la guardia medica.

In Lombardia c’è l’eccellenza sui grandi ospedali, mentre per le visite si deve andare nel privato, perché le agende degli ospedali pubblici sono chiuse, perché le liste d’attesa sono lunghe.
Provate voi a chiamare il numero verde del cup e ad ascoltare la musica fastidiosa.
Ma a parlare di questi argomenti, a parte Presadiretta e Report, c’è molta poca informazione: delle liste d’attesa ne parla ogni settimana il dottor Agnoletto nella trasmissione di Radio Popolare.
Ci sono esami in Lombardia che hanno tempi di attesa di più di 1 anno, come la colonscopia: ma se chiami il privato e paghi qualche centinaia di euro, basta aspettare pochi giorni.
La Lombardia ha tanti CUP, non c’è una sola struttura che vede tutte le agende pubbliche e private: questo produce il fatto che siamo prede dei privati accreditati - racconta la professoressa Sartor – ma sono i privati che scelgono loro quali esami fare e quali no, quelli più convenienti e remunerativi.
Sotto elezione però Fontana ha trovato i soldi per snellire le liste d’attesa, strano.

Se si vuole cambiare questo modello, bisogna far pagare ai privati, quelli che hanno aperto centri prelievi o di controllo perfino nelle metropolitane.
Caro cittadino sei insoddisfatto del servizio pubblico? Ci sono le smart clinic del privato, che decide lui quali servizi offrire al pubblico, decide lui quanto aprire delle sue agende.

Della sanità ne ha parlato il giornalista Michele Sasso: chi non può permettersi di spendere in Lombardia non può curarsi e questo aumenterà l’ingiustizia sociale.
Noi cittadini paghiamo le tasse affinché un sistema politico distruggesse i nostri diritti, il nostro sistema sanitario nazionale.

In Lombardia la coalizione di centro destra si è rafforzata, il PD ha rintuzzato l’attacco di Conte e dei 5 stelle, ma è una magra consolazione.
Stiamo arrivando ad una situazione di democrazia bloccata, una democrazia che esclude i molti a favore dei pochi, una democrazia per i clientes, per chi ha i danè.

Acqua meno 40%

Che bello il sole d’inverno: ma significa anche meno giornate di pioggia, le acque del fiume Po al minimo storico, la neve sulle montagne non placa la siccità del più grande fiume italiano.
I fiumi che scendono dal Monviso verso Torino sono desertificati: i segnali della siccità sono visibili da decenni, i nostri ambienti alpini sono caratterizzati da lunghe fasi di carenza idrica – racconta il professor Fenoglio a capo dell’osservatorio del Monviso.
Le Alpi non sono più un serbatoio alpino e così i fiumi diventano pericolosi anche dal punto di vista sanitario: le Alpi stanno sperimentando una crisi idrica senza precedenti.
Le nevicate sono poi spazzate via dal caldo, non si sciolgono più nella primavera: i ghiacciai sono arretrati anche di duecento metri.
A secco sono anche i laghi, come il Maggiore, come il Garda ai minimi storici: siamo a 70 cm in meno, acqua che non può entrare nei canali e nei campi da irrigare.
La prossima estate sarà difficile aprire il lago per dare acqua ai fiumi e ai canali: Michele Prunetti è un ricercatore del CNR, a Presadiretta racconta di come il 2022 sia stato l’anno con più siccità e anche l’anno più caldo, a soffrirne sono state le regioni del nord ovest.
Ma questo è un trend non una eccezione: negli ultimi 20 anni il nord si è scaldato sempre, ogni anno. L’inverno sarà sempre più corto, specie nelle montagne, stiamo perdendo la neve sulle montagne e questo significa meno acqua nei fiumi.
Il Po ha perso 5 mld di metri cubi di acqua: nel corso del fiume sorgono delle isole, tanto il fiume è basso. Le portate sempre inferiori del Po avranno un impatto sulla popolazione che vive attorno, sono 20 ml di abitanti di 4 regioni, che oggi dovrebbero occuparsi di questo problema andando nella stessa direzione.
Il Veneto ha 400 idrovore, migliaia di km di canali per portare l’acqua dove serve: la rete dell’acqua alimenta il territorio del Veneto, ma oggi le cattedrali dell’acqua sono in difficoltà.
Meno acqua, meno energia idroelettrica (come quella dalle turbine sul Brenta), meno acqua per i campi.
I consorzi agrari stanno pensando a ricaricare le valli con le risorgive, canali che imprigionano l’acqua.
Ma alla foce del Po si capisce bene l’entità del problema: qui l’acqua è infiltrata da quella salata del mare che crea problemi agli allevatori delle vongole e di altri molluschi.
I pescatori del consorzio del Po cosa faranno quando l’acqua del mare risalirà ancora di più verso il fiume?

A Porto Tolle hanno dovuto comprare un desalinizzatore dalla Spagna per avere acqua dolce: il riso è andato, racconta la sindaca, forse si salva qualcosa nell’entroterra.
Ma oltre che sensibilizzare la regione e Roma non possono fare nel comune di Porto Tolle: sanno che succederà di nuovo, questa estate, non avranno più acqua per le culture.

Il sale del mare brucia le campagne del Polesine: l’acqua dei canali è salata e le risaie così spariscono, arrivando alla desertificazione del territorio.
È un problema comune alle provincie di Rovigo e Ferrara: niente insalate IGP, niente radicchio, niente riso.

Senza acqua non possiamo fare niente, racconta a Presadiretta un agricoltore: dovrebbe essere un problema, anzi il problema di cui dovrebbero discutere i governanti alle varie COP.
A rischio sono anche le falde, anche loro sono a rischio, come i nostri consumi: già oggi i cambiamenti climatici, all’origine della siccità e della mancanza di pioggia e di neve, stanno creando problemi all’agricoltura.

A Pavia, zona di risaie, il paesaggio sta già cambiando: le tradizionali culture devono essere sostituite da nuove culture, meno idro-esigenti ma anche meno redditizie.

Alessandro Macina è andato a visitare l’azienda del signor Tacchini, che aveva 80 ettari di riso, “specialmente di qualità, come il riso Carnaroli, Volano, Arborio, che vengono usati specialmente nei ristoranti. Io ho perso nella mia azienda dal 65 al 70% di produzione lorda vendibile, non recuperabili. Io quest’anno ho già cambiato la mia produzione seminando dei cereali come l’orzo, la colza ..”
Questo scelta è fatta per cercare di far quadrare i conti, ma la resa non è la stessa: non è bastato nemmeno passare alla semina in asciutta del riso, con meno acqua, per salvare il raccolto.
“Il riso non si può fare senz’acqua: qui l’acqua arrivava con alla goccia oppure il canale era asciutto. Se vengono ancora annate così certe aziende chiudono. Vedendo le mie campagne bruciare e il secco, mi sentivo non in pianura Padana ma nel deserto. ”

Nella provincia di Lodi a fare le spese della siccità sono stati i campi di mais, che in estate hanno bisogno di tanta acqua.
I prati stabili della zona catturano la co2, danno foraggio di qualità per le mucche, che senza foraggio e acqua non produce latte e non si ingravida.
Meno cibo, meno latte, meno bovini: nel lodigiano potrebbero decidere di abbattere dei capi a causa della siccità: un problema rilevante per questa zona dove si produce il Grana Padano.
Il direttore del Consorzio del Grana Padano racconta che stanno addirittura pensando di riciclare l’acqua delle deiezioni.

In Emilia Romagna stanno studiando le irrigazioni intelligenti, con micro-irrigatori efficienti, controllati da remoto, per mantenere quell’agricoltura di qualità che avevano fino a qualche anno fa.

In Pianura Padana, al CREA, stanno già selezionando il grano che avrà bisogno di meno acqua: selezionano i geni delle piante che possano resistere alle maggiori temperature e alla minore irrigazione.
Piante pronte a tutto: il mondo della ricerca sta cercando il modo di selezionare piante che possano resistere domani. La stessa ricerca la fanno alla AgroInnova a Torino, con lavori di ricerca sui parassiti: qui raccontano di come le culture si sposteranno verso il nord, con un impatto importante sul PIL. Avremo le banane coltivate in Sicilia, ma anche l’avocado, il mango, che prendono il posto degli agrumeti, come se fossimo in un paese tropicale.

Quando piove, poco, perdiamo pure l’acqua dal cielo: tutta colpa della cementificazione dei campi per dar spazio alle autostrade, ai capannoni dei poli logistici che spuntano sempre più in Pianura Padana.
Il consumo di suolo è stato maggiore in Lombardia ed Emilia, le regioni che oggi soffrono di più della siccità: il suolo libero è capace di stoccare acqua – racconta il professor Sileri del Politecnico– acqua che viene poi distribuita alle falde. Ma con la cementificazione tutto questo è perso.

Non sappiamo quanta acqua consumiamo, non sappiamo quanta acqua cade sul territorio: conosciamo pochissimo una risorsa così preziosa, perché ci sono molti enti che non si scambiano dati, perché al sud ci sono molti enti privati che prelevano acqua direttamente dai bacini.
Dovremmo fare come in Umbria dove da 20 anni monitorano l’acqua consumata, l’acqua che esce dalle fonti, l’acqua che si perde nella rete di distribuzione.

L’idea della regione è collegare tutti i canali, le dighe, in una sola rete: la parola d’ordine è interconnessione, perché non esistono sorgenti infinite.

Che fare?

Secondo l’ANBI, l’associazione dei consorzi di bonifica, dobbiamo mettere le politiche di adattamento alla siccità in cima all’agenda politica: purtroppo delle acque se ne occupano tanti enti e diversi ministeri, non esiste una piano unico idrogeologico.

Il presidente di Anbi chiede che ci sia un solo ente che si occupi di questo problema, perché i cambiamenti climatici non aspettano i tempi della burocrazia.

Che proposte hanno fatto al governo? Il piano “laghetti” per creare riserve di acque nei momenti di siccità, piccoli invasi da creare sul territorio nazionale. Mancano i soldi però, sebbene l’idea funzioni, come si vede a Ravenna a Poggio san Ruffillo, dove i laghetti sono tutti collegati.
Potremmo fare lo stesso in Lombardia, nel bresciano nella zona dei fontanili: i laghetti li stanno costruendo nelle cave dismesse.
Si potrebbe recuperare l’acqua dalle acque reflue depurate, ma mancano gli impianti di recupero.

In Sardegna hanno fatto scorta di acqua col sistema delle dighe, gestite da un unico ente, la regione: l’acqua degli invasi serve poi nei periodi estivi, con meno precipitazioni. Le dighe sarde funzionano perché sono in comunicazione, possono trasferire l’acqua da un bacino all’altro, cosa importante quando piove in modo irregolare.

Nemmeno delle dighe abbiamo un censimento nazionale però, perché molte regioni non forniscono allo stato centrale tutte le informazioni: eppure come sanno in Spagna, le dighe sono fondamentali per contrastare la siccità.

In Olanda la sfida è oggi trattenere l’acqua, non tenerla fuori dai porti: a Rotterdam hanno realizzato dei laghetti urbani che raccolgono la pioggia, per non creare problemi alle case (e agli scantinati che si allagavano con la pioggia) e non disperderla.

Altra soluzione è aumentare le falde acquifere dei fiumi: usare il sottosuolo come una banca dove immagazzinare l’acqua, prendendola dai fiumi. Ci sono anche interventi di rimodulazione dell’alveo dei fiumi, sempre con l’obiettivo di tenerla nel sottosuolo ed evitare che arrivi nel mare.

Sono tutte tecniche che dovremmo mettere a fattor comune, senza dimenticarci poi l’obiettivo della lotta ai cambiamenti climatici, abbassando le emissioni, abbassando la temperatura del pianeta.

13 febbraio 2023

Anteprima Presadiretta – le elezioni regionali e l’acqua (che manca)

Questa sera Presadiretta si occuperà dell’analisi del voto per le regionali in Lombardia e nel Lazio: il risultato di queste elezioni ha un valore importante non solo perché parliamo delle due maggiori regioni in Italia, ma per gli effetti politici sia per il rapporto maggioranza - opposizioni sia per i rapporti di equilibrio all’interno della maggioranza. Nel caso in cui anche in Lombardia il partito di Meloni dovesse fare le scarpe a Salvini e Berlusconi potrebbero acuirsi quelle tensioni tra i tre leader di questo governo di destra.

A seguire un servizio estremamente importante sull’acqua: negli ultimi anni è piovuto il 40% in meno, il Po è in secca e il mare entra nell’entroterra, col risultato di distruggere i campi coltivati. Come i campi di riso inariditi dall’acqua salata: "Il riso non si può fare senz'acqua" raccontano i proprietari dei campi.

Acqua meno 40%

Piove sempre di meno e in modo così intenso che il terreno non è più capace di assorbire le precipitazioni. Tutto questo è l’effetto dei cambiamenti climatici, non possiamo più permetterci di perdere nemmeno un goccio d’acqua: Presadiretta è andata a vedere le conseguenze della siccità dell'ultimo anno, è racconterà anche di come sono cambiate le colture in Sicilia a causa dell'aumento delle temperature.
A Pavia, zona di risaie, il paesaggio sta già cambiando: le tradizionali culture devono essere sostituite da nuove culture, meno idro-esigenti ma anche meno redditizie.


Alessandro Macina è andato a visitare l’azienda del signor Tacchini, che aveva 80 ettari di riso, “specialmente di qualità, come il riso Carnaroli, Volano, Arborio, che vengono usati specialmente nei ristoranti. Io ho perso nella mia azienda dal 65 al 70% di produzione lorda vendibile, non recuperabili. Io quest’anno ho già cambiato la mia produzione seminando dei cereali come l’orzo, la colza ..”

Questo scelta è fatta per cercare di far quadrare i conti, ma la resa non è la stessa: non è bastato nemmeno passare alla semina in asciutta del riso, con meno acqua, per salvare il raccolto.
“Il riso non si può fare senz’acqua: qui l’acqua arrivava con alla goccia oppure il canale era asciutto. Se vengono ancora annate così certe aziende chiudono. Vedendo le mie campagne bruciare e il secco, mi sentivo non in pianura Padana ma nel deserto. ”
Il viaggio di Presadiretta è partito da dove nasce il Po, sul Monviso, coi grandi invasi in difficoltà, le montagne senza neve: nei suoi 650 km il fiume attraversa la Pianura Padana fino all’Emilia e al Veneto dove la siccità è ormai strutturale e l’acqua marina entra nel fiume risalendo la corrente e bruciando tutte le colture.

È a rischio il sistema agricolo nel nord Italia che produce da solo il 50% del PIL agricolo è industriale: Presa diretta racconterà quali sono le possibili soluzioni da mettere in atto per non sprecare l’acqua ed evitare il disastro.

La scheda del servizio:

La prima parte della puntata viene dedicata ai risultati delle Elezioni Regionali in Lazio e in Lombardia. A PresaDiretta, a poche ore dalla chiusura dei seggi, l'analisi del voto e i risultati in tempo reale. Le inchieste di PresaDiretta in Lazio e in Lombardia sui temi che hanno scaldato le campagne elettorali. In studio con Riccardo Iacona: Giovanni Diamanti analista politico e cofondatore di YouTrend, il portale italiano che elaborerà in esclusiva per PresaDiretta, mappe elettorali e sondaggi e Marco Damilano, giornalista, saggista e conduttore della striscia quotidiana "Il cavallo e la torre" per riflettere sulle scelte politiche dei quasi 8 milioni di cittadini che sono stati chiamati al voto.

E poi il secondo appuntamento con le grandi inchieste di PresaDiretta, dedicato a uno degli effetti più drammatici del cambiamento climatico: la mancanza di acqua. In Italia siamo già a meno 40% del fabbisogno: acqua da bere, acqua per l'agricoltura e per l'industria. Il bene più indispensabile, non basta più. Il Nord Italia, l'area che sta soffrendo di più, produceva il 50% del Pil agricolo e industriale d'Italia. Ma tutto sta cambiando. Cosa fare per arginare il disastro? Sono tanti i modelli positivi in Europa. PresaDiretta è andata in Olanda e in Spagna, paesi che hanno inventato soluzioni innovative per risolvere i problemi idrici. E anche in Italia: in Sardegna esiste la più sviluppata rete di dighe di tutte le regioni italiane, in Umbria si monitora l'acqua da 25 anni, in Toscana si riesce a ricaricare le falde acquifere. Il problema nel nostro Paese è la moltiplicazione dei centri decisionali che non permette di fare sistema attorno alla preziosa risorsa dell'acqua.
“Acqua meno 40%” è un racconto di Riccardo Iacona con Marianna De Marzi, Giuseppe Laganà, Alessandro Macina, Francesca Nava, Roberta Pallotta, Elena Stramentinoli, Cesarina Trillini, Matteo Delbò, Fabrizio Lazzaretti, Alessandro Marcelli, Massimiliano Torchia.
 

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

28 giugno 2022

Report – la Moldavia, i soldi del PNRR e i rifiuti di Roma

L'ultima puntata della stagione di Report: i soldi del PNRR renderanno il paese più moderno? Quanti soldi saranno destinati alla siccità?

Poi un servizio su Roma e sulla gestione dei rifiuti, con le infiltrazioni della criminalità.

Nell'anteprima un servizio sulla Moldavia, candidata all'ammissione dentro l'Unione Europea.

La guerra ibrida di Walter Molino

La Moldavia è il paese più povero in Europa, il cui destino è legato allo sblocco del grano in Ucraina, minacciata alla Russia e con la presenza di una nazione filorussa al suo interno, la Transnistria.

Oggi ha chiesto l'ammissione in Europa: il generale Fabio Mini spiega a Report che la Moldavia vuole entrare in Unione Europa come base per entrare nella Nato e avvicinare gli Stati Uniti.
L'ammissione in Europa di questo paese di 2,5 ml di abitanti, impauriti dalla guerra e dal rischio di impoverirsi, sarà un passo lungo: secondo Transparency International è un paese ad alto rischio corruzione e questo è un ostacolo al cammino di integrazione.
Ma le persone anziane in questo paese sono spesso filo russe, rimpiangono un passato nell'Unione Sovietica di stabilità.
Oggi in questo paese sono arrivati contingenti della Nato, come contingenti moldavi sono addestrati da soldati italiani in Kosovo.
Questo paese subisce ancora l'influenza russa – racconta l'ambasciatore moldavo in America – tramite i siti online: la guerra alla Moldavia avviene in tanti modi, con la propaganda ma anche con la chiusura dei rubinetti del gas.
Il gas russo arriva in maggior parte in Transnistria alle industrie, solo che questa regione il gas non lo paga e questo mette in crisi tutto il paese.
C'è la paura che l'ingresso in Europa impoverisca il paese, ci sono poi le nostalgie verso il passato comunista, così gli oppositori all'ingresso in Europa stanno aumentando.
Ma Maia Sandu, presidente moldava, a Bruxelles parla anche di lotta alla corruzione: forse è questo che preoccupa gli oppositori all'integrazione, come anche l'ex presidente Dodon, filo russo, arrestato nei giorni successivi alle proteste del partito socialista.

La Transnistria è una repubblica indipendente che nessun paese ha riconosciuto: nessun giornalista riesce ad entrare, Walter Molino ha varcato le frontiere presentandosi come turista, per arrivare alla sede della Sheriff, una holding fondata da due membri del KGB che controlla edilizia ed energia, legata a Gazprom (a cui non paga il conto del gas) e di fatto possiede tutta la Transnistria: questo paese è usato dalla Russia per la produzione delle criptovalute, con cui il Cremlino cerca di aggirare le sanzioni.

A secco di risorse di Luca Chianca

Report ha girato le pianure del nord nello scorso marzo: il problema della siccità era già drammaticamente visibile in queste regioni che non erano pronte a gestire la mancanza di acqua per innaffiare i campi.
Non solo manca l'acqua, ma l'acqua del mare sta entrando nell'entroterra: il PNRR non sta affrontando questo problema sebbene, come ricorda il meteorologo, nei cassetti del ministero sono presenti i progetti per gestire i cambiamenti climatici.

Abbiamo davanti scenari apocalittici: tanti comuni hanno imposto divieti sull'uso dell'acqua e l'agricoltura è in ginocchio.
Dall'altra parte sta arrivando il più grande finanziamento in questo paese: 190 miliardi, di cui 160 da restituire, in cambio di riforme e di un po' di spending review.
Oltre a questo dovremmo investire nella digitalizzazione, nella transizione energetica: Bruxelles controllerà il cronoprogramma, pena la mancata concessione della seconda rata.
Col PNRR l'Italia si gioca la sua faccia, ma si deve capire se effettivamente si stanno affrontando i problemi del paese: per questo motivo Luca Chianca, in collaborazione con Open Polis ha fatto questo viaggio, nell'Italia in secca.

Il livello dell’acqua è così basso che la barca su cui ha viaggiato il giornalista Luca Chianca ha rischiato di arenarsi: nel fiume compaiono isole di sabbia, in questa zona al confine tra l’Emilia, il Veneto e la Lombardia; da uno degli affluenti, il Panaro, non arriva acqua dalle montagne dell’Appennino, è il Po che entra nel Tanaro. Qui è praticamente da ottobre scorso che non vedono una goccia d’acqua.
Arrivando nella zona dell’alveo del Po, nel mantovano, si rivedono le stesse scene di fiume in secca: il servizio, girato a marzo, presenza una situazione di deserto idrico come se si fosse in agosto, ma non è quest’anno l’eccezione, questa situazione è la regola, che peggiora di anno in anno – racconta a Report il consigliere regionale di Coldiretti Simone Minelli.

Per irrigare i campi dovrebbero attingere l’acqua dai pozzi o dai serbatoi, ma visto che non piove da mesi sono costretti a prenderla dai grandi fiumi: “ma in questo momento è difficile pensare di pescare acqua da un fiume in questa situazione, per noi quest’anno il grande assente è la neve in montagna, oltre al fatto che non è piovuto. La neve ha questa caratteristica che si scioglie piano piano e passa per il nostro fiume e questo ci garantisce acqua per i nostri campi.”
In provincia di Reggio Emilia la sabbia ha ostruito le idrovore dell’impianto di Boretto e per settimane hanno cercato di abbassare il livello dell’alveo del Po per cercare di pescare un po’ d’acqua per irrigare i campi.

Meuccio Berselli è il direttore dell’Autorità di Bacino distrettuale del Po: “noi rischiamo e stiamo rischiando di non riuscire ad accendere le pompe e di non avere l’acqua a disposizione per l’agricoltura in una situazione geopolitica particolarmente delicata in cui noi diciamo di far partire tutte le deroghe possibili per portare a compimento le coltivazioni così importanti.”

Ma questo che impatto potrebbe avere sul Po?

Potremmo spendere parte dei 190 miliardi destinati all’ambiente, ma nel PNRR non c’è un intervento che metta al centro il tema della desertificazione della siccità del bacino padano.

Potremmo spendere parte dei 190 miliardi destinati all’ambiente, ma nel PNRR non c’è un intervento che metta al centro il tema della desertificazione della siccità del bacino padano.

Serve cambiare filosofia – racconta Mercalli - tanti piccoli invasi distribuiti sul territorio (in Pianura Padana) non c'è più spazio per nuovi impianti grandi, come le dighe.
Stiamo invece investendo in progetti vecchi, progetti che siano cantierabili e terminati entro il 2026, come richiede il piano: sono progetti ad oggi inutili, non c'è tempo di fare progetti per problemi come la siccità, su cui il PNRR non prevede nemmeno un euro.

Il governo ha investito 800 ml sulla rete irrigua, ovvero per l'irrigazione dei campi: ma se i fiumi sono in secca cosa te ne fai?

Il sistema di invasi lo si trova al sud, a Cosenza in Calabria: dighe abbandonate, invasi asciutti, nessun impianto in funzione. Faranno questa fine i progetti calabresi approvati nel PNRR?
Come sono stati individuati i progetti? Senza nessuna cabina di regia, alla fine ha vinto solo chi è stato più bravo a scrivere il progetto, tra i vari consorzi che sono in rosso, che poi danno acqua all'agricoltura.

Chi controllerà i tempi dei progetti e come verranno gestiti i soldi?
In Italia lavorano più gli avvocati che i muratori e gli ingegneri – racconta a Report il presidente dei consorzi.

Sono tante le opere abbandonate, dighe e invasi, condotte senza acqua che potrebbero aiutare l'agricoltura in regione.

In Sicilia i consorzi che hanno presentato i progetti per il PNRR si sono visti bocciare tutte le proposte sui sistemi irrigui: colpa di chi ci ha proceduto, dice Musumeci, ma così il sud non arriverà al 40% dei progetti del PNRR.

Da una parte la Calabria dove i tecnici hanno scritto bene i bandi per il PNRR, mentre in Sicilia (solo 15 tecnici), che invece sono stati bocciati.
Musumeci vorrebbe attingere ad altri fondi, diversi da quelli europei, come quelli di coesione.

Come funziona il PNRR della scuola?

Nel PNRR ci sono soldi anche per le nuove generazioni, che dovranno essere educati e formati meglio di noi: il governo ha messo 4 miliardi di euro per 216 nuovi edifici scolastici, moderni ed efficienti, nuove scuole dell'infanzia.
Ma che ne facciamo degli altri edifici scolastici? E in quale regione verranno realizzate le nuove strutture?

A Torino, comune e fondazione San Paolo hanno finanziato un progetto per un nuovo modello di scuola, con aule aperte, dove si respirano gli spazi.
Il progetto, durato 5 anni, è stato fatto assieme alle famiglie e ai docenti: la realizzazione della scuola è stata messa in mano alla fondazione Agnelli e San Paolo, per evitare problemi con gli appalti.

Riusciremo a fare le nuove 216 scuole, con la gara d'appalto, in tempo per la fine del pnrr? Il ministro Bianchi è fiducioso, non dobbiamo partire con l'idea di essere sconfitti.

Al momento però lo stato ha solo 1 miliardo sul piatto, per tutte le scuole in Italia.

Come quella di Grazzanise, paese dove abitava il boss della camorra Schiavone: oggi la sua casa, le strutture per le sue bufale, stanno cadendo. Potrebbero essere messe a nuovo, come anche le scuole del paese, per cambiare il trend di questa terra.

Ma il sindaco avrebbe bisogno dell'aiuto di una regia, per capire cosa realizzare.
Stesso discorso a Baronissi, dove la scuola è chiusa per problemi sismici, dal 2018: oggi la scuola è in alloggi di fortuna. Hanno presentato un progetto ma sono stati fatti fuori, perché la scuola era chiusa (è un limite del PNRR).

L'ex ministro Mastella a Benevento ha ottenuto 15 ml di euro per rifare una scuola: il problema è che negli anni in cui non ci sarà la scuola non si sa dove mettere gli studenti.

Come si vede, è importante scrivere bene i progetti per avere i soldi dei bandi: ma questa competizione tra le varie regioni non è alla pari, per questo si era deciso di mettere la clausola del 40% dei fondi al sud.
Ma i bandi ad oggi elaborati il ministero della coesione dice che la soglia del 40% non è rispettata: la Campania è a prima regione per importi finanziati e costruirà 35 nuove scuole. Ma l'Emilia è la seconda regione per bandi e realizzerà 23 nuove scuole.

Altra musica al nord, dunque: a Reggio Emilia hanno realizzato un nuovo asilo senza usare i fondi del PNRR, nel modenese hanno realizzato già asili coprendo il 30% della domanda delle famiglie ma puntano a costruirne nuovi, come investimento nel futuro.

In Basilicata invece nessun asilo nido: il sindaco di Brienza voleva partecipare ad un bando per la messa in sicurezza di un edificio adibito a scuola, progetto bocciato perché non si possono mettere assieme asili e scuole.
A Forenza è stato bocciato un progetto per un centro polifunzionale, che aveva dentro servizi per la famiglia e anche un asilo. Hanno fatto allora un nuovo bando per un asilo, ma l'edificio che doveva essere ristrutturato per il centro polifunzionale rimarrà abbandonato.

Il punto è che i comuni sono stati messi in concorrenza tra di loro: i soldi arriveranno anche a comuni che hanno già asili, mentre sono stati lasciati fuori paesi che non avevano mezzi, o strumenti per fare progetti. O che volevano realizzare servizi ibridi, non solo specifici per solo asili o scuole.

Mancano gli educatori, mancano i tecnici nei comuni (come a Bari, dove non hanno potuto presentare progetti), mancano le risorse per scrivere i progetti: colpa dei tagli dentro la ppaa, fatte dall'allora ministro Brunetta. E così l'attuale ministro Brunetta ha fatto un bando per nuovi posti, bando andato deserto.

Così avremo forse nuovi asili ma senza educatori che devi anche formare: il ministro Bianchi è, ancora una volta ottimista, il ministero sta lavorando “è nella sua competenza”.

Non c'è una visione complessiva, non c'è una cabina di regia, mancano gli impiegati dentro la ppaa, i tecnici per bandire un progetto, insegnanti ed educatori.

Il ministro rivendica l'autonomia delle regioni e delle amministrazioni: ma il federalismo in Italia è fallito, al sud non ci sono i livelli essenziali dei servizi, col PNRR sono stati fatti gli stessi errori del federalismo fiscale, dando poco alle regioni del sud che tanto spendono poco...

Il sacco di Roma di Daniele Autieri

Roma brucia: il 15 giugno una nuvola di fumo sale dall'impianto di Malagrotta e avvolge Roma. Report si è avvicinata all'impianto per prima, raccogliendo le testimonianze degli operai.

Sono stati chiusi asili e scuole nelle vicinanze, alle famiglie è chiesto di non accendere i condizionatori: la procura di Roma sta indagando per capire se dietro l'incendio ci sia la mano dell'uomo.

Il sistema dei rifiuti a Roma è molto fragile, i suoi amministratori per anni hanno puntato anziché sulla differenziata, al mandare verso l'esterno i rifiuti, tal quali, anche via mare.
Rifiuti bruciati nei termovalorizzatori, magari quelli delle multiutility del nord.

I rifiuti vengono stoccati alle porte di Roma e i camion li portano negli impianti di mezza Italia e coi treni, negli impianti di Austria e Germania. Le navi in Grecia, Olanda e Portogallo, dove gli scarti di Roma vengono usati per produrre energia e calore.

Dal porto di Civitavecchia, le balle di compost vengono caricate sulle navi porta container, da qui prendono la via del Mediterraneo, attraversano lo stretto di Gibilterra e risalgono l’Atlantico fino al porto di Setubal, un piccolo comune alle porte di Lisbona. Qui altri camion prendono i rifiuti di Roma e li riversano in discariche e impianti.

Roma esporta circa 700mila tonnellate di rifiuti fuori dalla regione – racconta a Report il direttore di Arpa Lazio – per un costo di qualche centinaia di milioni di euro e che in dieci anni è arrivato a costare oltre 1 miliardo di euro.

Negli ultimi cinquant’anni nessun sindaco è riuscito a rendere Roma autonoma nel ciclo dei suoi rifiuti:ci sta provando ora Gualtieri, tramite un nuovo impianto “per la valorizzazione energetica dei rifiuti” per raggiungere l’ambizioso obiettivo di zero discariche.

Ma a 200 giorni dalle elezioni i rifiuti sono ancora per le strade di Roma e la discarica di Malagrotta va a fuoco (il 15 giugno scorso) e il fumo nero dei rifiuti che bruciano avvolge la capitale che, nonostante i proclami e le promesse, è ancora prigioniera di un sistema malato dove ogni emergenza rischia di mandare in tilt la città.

Gualtieri ha accettato l’intervista con Report, a cui racconterà della situazione rifiuti che ha trovato appena arrivato al Campidoglio, “ho trovato una città sporca, perché l’intero sistema è sull’orlo del collasso costantemente, gli ultimi impianti fatti a Roma risalgono al 2001 e sono stati fatti dal commissario per il Giubileo.”

Dopo la chiusura di Malagrotta i rifiuti sono stati mandati fuori Roma, col sistema descritto precedentemente: un sistema antieconomico costato caro alla città.

L'ex sindaco Marino a Report racconta di aver cercato di preparare un piano per i rifiuti, che passava dal raddoppio dell'impianto di Colleferro. Ma il presidente Zingaretti non rispose mai al progetto di Acea, che avrebbe consentito di rilanciare l'impianto di Colleferro, in perdita.
Zingaretti spiega che Colleferro per lui era una pietra tombale e che si doveva puntare sull'autosufficienza dei rifiuti da parte della capitale.

Roma invia i suoi rifiuti agli impianti TMB, come l'impianto in via Salaria andato a fuoco nel 2018 e come l'impianto di Malagrotta andato a fuoco questo mese. E nel 2019 va a fuoco il secondo TMB di Roma, quello di Rocca Cencia.

Gli impianti di Roma sono stati gestiti da un commercialista di Napoliche, però, non ha voluto farsi intervistare da Report.

Roma si è legata a fornitori, manager con legami con le utility dei rifiuti, che di fatto hanno condizionato la politica della capitale italiana: Report racconta la crisi dei rifiuti del 2017 quando Palumbo (amministratore di Malagrotta, su nomina della procura) non collaborò con la giunta Raggi.

Come anche le gare andare deserte per trovare un impianto per i rifiuti di Roma nel 2018: così mentre gli amministratori di Ama si susseguono, si ha l'impressione che esista una regia, per sfruttare la crisi dei rifiuti a proprio favore.

Le aziende che si occupano dei rifiuti, i signori delle discariche e delle multiutility (A2A, Iren, Hera) hanno fatto cartello? I sindaci sono sotto scacco da fattori esterni?

27 giugno 2022

Anteprima inchieste di Report – ad un passo dall’apocalisse

La guerra in Ucraina e i suoi effetti sulla nostra economia, sui costi dell’energia. Il ritorno del covid (per fortuna al momento in forma aggressiva ma meno mortale), la peggiore siccità degli ultimi anni. Non riusciamo a portare avanti seriamente la transizione energetica, abbandoniamo il gas russo per passare al gas dal Qatar.. Da una parte comuni che rischiano di rimanere senz’acqua, dall’altra la capitale che non riesce ancora a mettere in piedi in modo efficiente il ciclo dei rifiuti che la scorsa settimana sono pure andati a fuoco nella mega discarica di Malagrotta (ancora lei).

Scene che evocano un’apocalisse per tutti quei problemi che non abbiamo voluto risolvere per tempo.

L’emergenza siccità

Si sono sommati due fenomeni, l’assenza di precipitazioni in questi mesi e l’innalzamento delle temperature: questi hanno portato alla crisi idrica che stiamo drammaticamente vivendo in queste settimane. Non c’è acqua nei laghi e nei fiumi nel nord Italia e non c’è neve in montagna, da cui scendono solo rigagnoli.

A questo si aggiunge la risalita dai fiumi dell’acqua salata: come racconterà il climatologo Luca Mercalli, “con la siccità e l’aumento del livello nell’Adriatico per la fusione dei ghiacciai, l’acqua salata nella falda idrica arriva a 15-20km nell’entroterra, rendendo queste zone (nella pianura padana) inadatte all’agricoltura. Arriverà il mare in casa...”

Il Po, secondo il bollettino dell’osservatorio dell’Autorità di bacino distrettuale del Po (AdbPo), sta attraversando la sua peggior crisi idrica da 70 anni ad oggi: Report ha attraversato il fiume che taglia la pianura Padana per mostrare la sua situazione, sfruttando la barca di Filippo Raisi, proprietario di un campo da pesca al siluro.


Il livello dell’acqua è così basso che la barca su cui ha viaggiato il giornalista Luca Chianca ha rischiato di arenarsi: nel fiume compaiono isole di sabbia, in questa zona al confine tra l’Emilia, il Veneto e la Lombardia; da uno degli affluenti, il Panaro, non arriva acqua dalle montagne dell’Appennino, è il Po che entra nel Tanaro. Qui è praticamente da ottobre scorso che non vedono una goccia d’acqua.

Arrivando nella zona dell’alveo del Po, nel mantovano, si rivedono le stesse scene di fiume in secca: il servizio, girato a marzo, presenza una situazione di deserto idrico come se si fosse in agosto, ma non è quest’anno l’eccezione, questa situazione è la regola, che peggiora di anno in anno – racconta a Report il consigliere regionale di Coldiretti Simone Minelli.

Per irrigare i campi dovrebbero attingere l’acqua dai pozzi o dai serbatoi, ma visto che non piove da mesi sono costretti a prenderla dai grandi fiumi: “ma in questo momento è difficile pensare di pescare acqua da un fiume in questa situazione, per noi quest’anno il grande assente è la neve in montagna, oltre al fatto che non è piovuto. La neve ha questa caratteristica che si scioglie piano piano e passa per il nostro fiume e questo ci garantisce acqua per i nostri campi.”

In provincia di Reggio Emilia la sabbia ha ostruito le idrovore dell’impianto di Bortoretto e per settimane hanno cercato di abbassare il livello dell’alveo del Po per cercare di pescare un po’ d’acqua per irrigare i campi.

Meuccio Berselli è il direttore dell’Autorità di Bacino distrettuale del Po: “noi rischiamo e stiamo rischiando di non riuscire ad accendere le pompe e di non avere l’acqua a disposizione per l’agricoltura in una situazione geopolitica particolarmente delicata in cui noi diciamo di far partire tutte le deroghe possibili per portare a compimento le coltivazioni così importanti.”

Ma questo che impatto potrebbe avere sul Po?

Potremmo spendere parte dei 190 miliardi destinati all’ambiente, ma nel PNRR non c’è un intervento che metta al centro il tema della desertificazione della siccità del bacino padano.

Questo è un PNRR che assegna al tema della sostenibilità ambientale il minimo sindacale richiesto dall’Unione Europea – il commento di Luca Mercalli – ovvero circa il 37% dei fondi.

Doveva essere una grande rivoluzione, invece si appoggia e si investe di più sul vecchio che la sostenibilità e il nuovo di cui abbiamo bisogno.

Il Pnrr prevede interventi per garantire la gestione sostenibile delle risorse idriche e i consorzi di bonifica hanno presentato delle proposte, ma quali sono i progetti finanziati dal PNRR? In base alle regole del piano, tutti i progetti dovranno essere conclusi entro il 2026 e così sono stati presi dal cassetto e tenuti fermi da dieci anni, perché già pronti e cantierabili. Fanno eccezione i fondi destinati alla rinaturazione della foce del Po per migliorarne il sistema ecofluviale. Sono 360ml di euro che comunque non risolvono il problema della siccità, senza sapere se si farà in tempo.

Il presidente del bacino distrettuale Berselli è molto preoccupato perché i tempi di realizzazione del pnrr si concludono nel dicembre del 2026 con la rendicontazione: “noi oggi stiamo portando le schede del progetto al soggetto attuatore che è l’agenzia interregionale per il Po, che deve redigere il progetto entro il 2023 e le opere vanno realizzate dal 2023 al 2026, calcolando che ci sono anche le gare, i bandi, le realizzazioni, i potenziali ricorsi, .. nel bacino del Po, nonostante le mie preoccupazioni, c’è tutta la volontà di andare nel concludere i lavori ma se lei mi chiede, ‘c riusciremo?’ io non sono in grado di dirlo, sono molto preoccupato ”

Ma anche al sud le cose non vanno bene: il servizio si occuperà anche della Sicilia dove non arriverà nemmeno un euro degli 880 ml previsti dal PNRR per l’irrigazione agricola, perché nessuno dei progetti presentati è stato ammesso.

Il piano di resilienza avrebbe dovuto essere il piano dei sindaci, portatori e sponsor dei progetti sul territorio, ma come racconterà il servizio, sono emerse situazioni di disparità tra comune e comune perché non tutti hanno le competenze e gli strumenti per portare avanti progetti di vasta scala.
Luca Chianca è andato a Pavullo, un comune da 18mila abitanti in provincia di Reggio Emilia, a differenza di altri comuni del sud come Grazzanise e Baronissi (in Campania) è riuscito ad entrare in graduatoria per la demolizione e la ricostruzione della scuola media, un progetto da 11 ml di euro, finanziati dal PNRR.
Davide Venturelli, sindaco di Pavullo, racconta a Report che la loro fortuna è stata avere nel passato sindaci capaci di investire sull’istruzione, come le scuole, perché è qui che si forma il senso della comunità:
in questo comune c’è un polo scolastico, la nuova scuola media e due scuole elementari.

Il PNRR in questo comune non è arrivato così per caso: “Partendo dai sogni pregressi innestati su quella che era l’opportunità del momento abbiamo cercato di lavorare per portare a casa il risultato”, e ci sono riusciti in breve tempo proprio perché in questo comune c’è un expertice che li accompagna da anni.

Expertice che in altri comuni non c’è come non ci sono le figure tecniche per gestire questi progetti: come a Bari, qui dovevano arrivare un rendicontatore e un tecnico da dedicare in modo specifico al PNRR, senza di cui non è stato possibile candidarsi per un progetto per nuovi asili nido. Risorse che aspettavano da oltre un anno.

La scelta politica di far gareggiare i comuni per l’accesso alle risorse del PNRR è stata molto discutibile – spiega Gianfranco Viesti professore di Economia a Bari – perché alla fine le risorse rischiano di andare verso le amministrazioni più attrezzate e non verso le amministrazione più carenti, che più ne avrebbero bisogno.

In totale sono 1,19 i miliardi di euro stanziati per le nuove scuole, una cifra che supera gli 800ml indicati nel PNRR: è forse l’ultima occasione per rimettere a nuovo i nostri istituti e non possiamo perderla.

La scheda del servizio: A secco di risorse di Luca Chianca

Collaborazione di Alessia Marzi
Immagini di Alfredo Farina
Montaggio e grafica di Giorgio Vallati

Il livello del fiume Po è di 3 metri sotto quello abituale. 
La neve sulle Alpi è totalmente esaurita, e più di 125 Comuni rischiano di rimanere senza acqua: è la peggiore siccità negli ultimi 70 anni. C'è già qualche sindaco che ha vietato di innaffiare orti e giardini in città, lavare le macchine e riempire le piscine. Intere aree del nord Italia sono già da tempo a rischio desertificazione. L'agricoltura è in ginocchio, ma per fortuna l'Europa ci ha messo a disposizione un'occasione unica: 190 miliardi di euro per il Pnrr, Piano nazionale di ripresa e resilienza. E quanti soldi sono stati destinati al contrasto della siccità ormai nota da anni in Pianura Padana? Sul tema dell'acqua, con i soldi del Pnrr, il ministero dell'agricoltura ha lanciato un bando da 880 milioni per migliorare la gestione delle risorse irrigue ma di fatto il bando prevede solo di rendere più efficiente il sistema senza la costruzione di nuovi piccoli invasi o opere che servirebbero a contrastare il fenomeno della desertificazione. Altro grande tema del nuovo Piano nazionale di ripresa e resilienza è quello della next generation, dove la scuola assume un ruolo chiave e il Governo ci ha investito oltre 4 miliardi di euro mettendo tutto a gara. Da un lato si è puntato sulla costruzione di 216 nuovi edifici con i migliori sistemi di efficientamento energetico, dall'altro si è investito sull'apertura di nuovi nidi e nuove scuole dell'infanzia. Il problema è che la formula dei bandi e della concorrenza tra comuni rischia di accrescere i divari tra amministrazioni più attrezzate verso quelle più carenti, aumentando le differenze tra nord e sud del paese. E poi la grande incognita: riusciremo a costruire nuove scuole in solo 4 anni, entro il 2026? Un'opportunità senza precedenti che rischia però di travolgere il paese, perché, se non non si realizzano le opere, i soldi vanno restituiti.

Brucia Roma e bruciano i rifiuti

Il sindaco di Roma Gualtieri aveva promesso che avrebbe ripulito la città dai rifiuti entro Natale scorso. Invece si parla di un nuovo inceneritore, benedetto da tutti i partiti, per gestire la mole di rifiuti creati dalla capitale che non riesce, dopo tutti questi anni, a mettere in pista un ciclo di gestione dei rifiuti efficiente.
I rifiuti vengono stoccati alle porte di Roma e i camion li portano negli impianti di mezza Italia e coi treni, negli impianti di Austria e Germania. Le navi in Grecia, Olanda e Portogallo, dove gli scarti di Roma vengono usati per produrre energia e calore.

Dal porto di Civitavecchia, le balle di compost vengono caricate sulle navi porta container, da qui prendono la via del Mediterraneo, attraversano lo stretto di Gibilterra e risalgono l’Atlantico fino al porto di Setubal, un piccolo comune alle porte di Lisbona. Qui altri camion prendono i rifiuti di Roma e li riversano in discariche e impianti.

Roma esporta circa 700mila tonnellate di rifiuti fuori dalla regione – racconta a Report il direttore di Arpa Lazio – per un costo di qualche centinaia di milioni di euro e che in dieci anni è arrivato a costare oltre 1 miliardo di euro.

Negli ultimi cinquant’anni nessun sindaco è riuscito a rendere Roma autonoma nel ciclo dei suoi rifiuti: ci sta provando ora Gualtieri, tramite un nuovo impianto “per la valorizzazione energetica dei rifiuti” per raggiungere l’ambizioso obiettivo di zero discariche.

Ma a 200 giorni dalle elezioni i rifiuti sono ancora per le strade di Roma e la discarica di Malagrotta va a fuoco (il 15 giugno scorso) e il fumo nero dei rifiuti che bruciano avvolge la capitale che, nonostante i proclami e le promesse, è ancora prigioniera di un sistema malato dove ogni emergenza rischia di mandare in tilt la città.



Il fuoco è partito dal gassificatore che doveva essere spento, poi si è allargato a uno dei due TMB, l’impianto di trattamento meccanico biologico che gestisce migliaia di rifiuti di Roma

Gualtieri ha accettato l’intervista con Report, a cui racconterà della situazione rifiuti che ha trovato appena arrivato al Campidoglio, “ho trovato una città sporca, perché l’intero sistema è sull’orlo del collasso costantemente, gli ultimi impianti fatti a Roma risalgono al 2001 e sono stati fatti dal commissario per il Giubileo.”

Cosa è successo a Roma? I rifiuti sono un business miliardario che il servizio di Report descrive come un nuovo “sacco”.
La soluzione per l’emergenza rifiuti è, per il sindaco Gualtieri, il nuovo inceneritore che verrà realizzato su una ex area industriale: Gualtieri, in qualità di commissario straordinario per il Giubileo 2025 potrà superare il piano regionale sui rifiuti del collega di partito Zingaretti, che non prevedeva termovalorizzatori.

Ma quel piano, raccontano entrambi, era stato preparato in base a delle previsioni e dei dati sbagliati forniti da Roma capitale, come i dati sulla raccolta differenziata che la città non ha mai rispettato.

Serve una soluzione radicale, racconta a Daniele Autieri Zingaretti e questa è il nuovo impianto.

La scheda del servizio: Il sacco di Roma di Daniele Autieri

Collaborazione di Federico Marconi e Lorenzo Vendemiale

Immagini di Carlos Dias, Alfredo Farina, Cristiano Forti, Tommaso Javidi, Andrea Lilli e Alessandro Spinnato

Ricerca immagini di Paola Gottardi

Montaggio di Andrea Masella

Grafiche di Michele Ventrone

Cosa si nasconde dietro il rogo di Malagrotta e l’emergenza dei rifiuti della capitale d’Italia?​​​​
Infiltrazioni della criminalità organizzata, gare milionarie andate deserte per ottenere taciti rinnovi, pubblici funzionari discussi, impianti costruiti e mai utilizzati, progetti lasciati marcire in un cassetto. Questo e molto altro è presente nel sistema che controlla la partita dei rifiuti di Roma, da oltre dieci anni condannata a una emergenza costante. Attraverso tre interviste inedite ai tre sindaci degli ultimi dieci anni (Ignazio Marino, Virginia Raggi e Roberto Gualtieri), Report rivelerà i retroscena interni al Campidoglio, le responsabilità dei sindaci ma anche le battaglie ingaggiate contro un sistema costruito per trasformare i rifiuti di Roma in un business miliardario. Negli ultimi anni i cittadini romani, attraverso la tassa sui rifiuti, hanno speso oltre 1 miliardo di euro per far smaltire gli scarti fuori dai confini regionali. Questo mentre all’interno della Regione e intorno alla capitale l’ultimo impianto costruito risale al 2001 e quelli attivi non sono sufficienti per chiudere il ciclo dei rifiuti. Su questo il Sindaco Gualtieri interviene rivelando a Report i dettagli del suo progetto di costruzione di un termovalorizzatore. Il piano non basta però a fermare l’emergenza: la città è ancora sommersa dai rifiuti e i tentativi di portare trasparenza al sistema finiscono tutti nel vuoto. L’ultimo è quello di bonifica del sito di Malagrotta, per la quale il governo Draghi ha nominato un commissario nazionale. Documenti e video inediti, insieme alle comunicazioni riservate tra i vertici del Campidoglio e della Regione Lazio, permettono di ricostruire i dettagli di quello che assomiglia sempre più a un nuovo “sacco di Roma”

La Moldavia, l’Europa e la guerra in Ucraina

Sono tutti soddisfatti, in Europa e nel parlamento italiano, per la scelta (tutta politica del Consiglio Europeo) sulla concessione della candidatura all’ingresso in Unione Europea della Moldavia e dell’Ucraina. La Moldavia è il paese più povero e più distante dall’Europa, in termini di diritti, giustizia, funzionamento delle istituzioni, ma la guerra in Ucraina e lo scontro con Putin hanno di fatto portato in secondo piano tante questioni. D’altronde anche la Polonia, l’Ungheria, oggi in Europa, hanno portato avanti riforme in senso contrario ai principi democratici, di libero mercato, di indipendenza dei poteri.

Il processo di integrazione europea non sarà una passeggiata, la procedura di adesione richiede parametri molto stringenti, l’ultimo paese ad essere stato ammesso è stata la Croazia nel 2013 e la domanda era stata presentata dieci anni prima.

Dopo l’annuncio della richiesta di adesione, gli oppositori del governo (il partito socialista) moldavo sono scesi in piazza a manifestare contro la scelta, “non vogliamo essere venduti alla Nato e all’Europa, la Nato vuole solo la guerra..”

La scheda del servizio: La guerra ibrida di Walter Molino

Collaborazione di Federico Marconi e Giulia Sabella

Immagini di Carlos Dias

Ricerca immagini di Paola Gottardi

Montaggio di Giorgio Vallati

La Moldavia è il paese più povero del continente europeo. ​​​​ Ha chiesto di entrare a far parte dell’Unione Europea ma non ha aderito alle sanzioni contro la Russia per via della dipendenza dal gas e della minaccia militare sul confine ucraino. Pesa anche la situazione irrisolta della Transnistria, una striscia di terra lunga 200 chilometri che ha dichiarato la sua indipendenza dalla Moldavia fin dal 1990. Da allora è uno Stato filorusso non riconosciuto dalla comunità internazionale e da lì passano indisturbati traffici di armi e droga, le più importanti rotte del contrabbando. E la piccola Transnistria è diventata una delle principali produttrici europee di criptomonete, uno strumento prezioso al servizio del Cremlino per aggirare le sanzioni imposte dall’Unione Europea.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

25 giugno 2022

Appesi alla pioggia

 Una volta si diceva, piove governo ladro, per criticare quei qualunquisti che sapevano solo argomentare per luoghi comuni, pur di attaccare la politica.

Eppure oggi, parlando della siccità, la politica sa solo attaccarsi alla pioggia (speriamo che piova, ma non troppo per non far scappare i turisti) o al razionamento dell'acqua per non innaffiare gli orti.

Non sta piovendo da mesi eppure fino a poche settimane fa non era un problema: non era un problema le montagne senza neve, i ghiacciai che stanno scomparendo, le temperature sempre in crescita.

E ora, dal governo dei competenti fino alle ricche regioni del nord (quelle a caccia di maggiore autonomia) è tutto un "mi raccomando, caro cittadino, sii parsimonioso.."

Se va bene, ci scappa pure la lezioncina contro il furore ideologico degli ambientalisti, col loro maledetto estremismo: ah, se ci fossero i privati a gestire l'acqua, scrivono su Il foglio - quotidiano sovvenzionato da fondi pubblici (ma le idelogie sono sempre quelle degli altri).

Laddove c'è il privato a gestire il servizio idrico le cose vanno meglio? Ci sono tanti articoli che negano la tesi (e poi i servizi di Report sull'acqua in Sicilia e sull'acqua pubblica di Presadiretta). 

Perché non si è fatto niente per migliorare le rete idrica, care regioni, comuni e governo (e governi precedenti)?

Quanti dei soldi del PNRR saranno destinati per migliorare la rete idrica e cercare di risolvere il problema della siccità (al nord e al sud)? Report lunedì si occuperà giusto di questo tema.


Ho letto un bell'articolo di Elisabetta Ambrosi, La siccità ha un pregio: sono riemerse le balle - buona lettura e non arrabbiatevi troppo

Ancora: la siccità spazza via la categoria di quelli che “daje ai fautori della decrescita”, cioè quelli da sempre critici con chi promuoveva maggior frugalità, bollati come pauperisti maleodoranti che volevano mettere a rischio la nostra economia. Ebbene, la siccità ci mette di fronte al fatto che, non avendo più acqua, potremmo anche non avere più niente da mangiare, visto che il cibo sarà sempre più prezioso ovunque e ogni nazione tenderà a tenersi quello che ha. Altro che decrescita: saremo costretti a una radicale revisione forzata di ciò che mangiamo (pare che il sorgo sia un cereale che resiste anche nel deserto), e di come ci spostiamo. Non era meglio un po’ di decrescita felice fatta prima?

Ci sono infine i negazionisti climatici, giornalisti e politici, un residuo umano che ancora sussiste. Oggi alcuni di questi stanno cercando di smarcarsi dalle proprie posizioni – vedi Salvini – e cominciano a biascicare parole come “ambiente” e “animali”. Arriveranno a capire la crisi climatica nell’al di là.

Infine la siccità smaschera buona parte della nostra classe politica ignara del tema climatico. D’altronde, avendo vissuto in questi anni chiusa in Transatlantico, come poteva percepire l’aria sempre più torrida e le campagne asciutte? Il guaio è che se un tempo la malapolitica provocava aumento del debito pubblico e disservizi, oggi mette letteralmente a rischio la nostre pelle. È assordante il silenzio sul tema di Draghi e anche quello di Cingolani, che pure manda un comunicato al giorno sulla qualunque. D’altronde, solo noi italiani, ma cosa abbiamo fatto di male, abbiamo avuto la disgrazia di un ministro della Transizione ecologica che parla di “lobby del rinnovabilismo” e di “ideologia” sulla fine della macchine a benzina. Solo noi italiani, ma che abbiamo fatto di male, abbiamo un primo ministro che se non ambientalista avremmo sperato fosse europeista, e dunque ambientalista di ritorno, e invece sulla crisi climatica tace, mentre noi siamo costretti a far morire i nostri giardini e i nostri orti.

Ma assordante è anche, infine, il silenzio di quei giornalisti dei talk show, che dopo averci per mesi ossessionato con la loro lezioncina pedagogica sull’aggredito e l’aggressore, mai si sono occupati di siccità. Perché non sanno, in questa che è la più grande delle battaglie, chi è l’aggredito e l’aggressore. Perché la crisi climatica non è una favoletta e per raccontarla ci vuole studio, competenza, anche coraggio. E soprattutto scarso o nullo narcisismo.