Visualizzazione post con etichetta green economy. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta green economy. Mostra tutti i post

19 gennaio 2021

Report – la transizione verde, la pandemia nelle carceri e l'Imu di Coverciano

La casa degli azzurri

La federcalcio italiana non paga l'Imu al comune di Firenze, per una cifra che supera il milione di euro: perché è un ente non commerciale, dice il presidente dalla Federazione Gravina.

Eppure ci sono importanti marchi che fanno spot associati all'immagine di Coverciano, altro che ente non commerciale: la Federcalcio SRL, che ha la proprietà del centro, fa attività per scopo di lucro e Federcalcio SRL è una partecipata al 100% della Federcalcio.

Si paga per fare i corsi per allenare, si paga per il vitto e per l'alloggio, come se si fosse in un albergo, si fanno corsi e convegni: sono soldi che finiscono nelle casse di Federcalcio.

La Cassazione si è pronunciata più volte su altre sedi FGCI ma non ancora a Coverciano: il presidente Gravina ne fa una questione di principio, non sono un ente a scopo di lucro, se dobbiamo pagare pagheremo, dice.

Le carceri al tempo del Virus (link)

La polizia penitenziaria italiana è stata messa a dura prova quest'anno: nel periodo del primo lockdown, a marzo, in 21 carceri ci sono state proteste da parte dei detenuti con 107 feriti tra gli agenti e 69 tra i detenuti. Ma ci sono stati anche 13 detenuti morti (sospette) e danni ingenti alle strutture carcerarie, per quasi 10ml di euro.

Purtroppo, ci sarebbero stati anche abusi e atti di violenza gratuita sui detenuti: Bernardo Iovene ha incontrato alcuni parenti dei detenuti, da cui ha raccolto diverse testimonianze inedite su quanto sia successo in quel mese “stati tolti i viveri .. sono stati trattati come animali, picchiati cella per cella” racconta una parente delle vittime.

Si tratta di violenze e pestaggi a freddo accaduti a Modena, a Opera, a Milano, a Pavia: sono violenze di cui danno testimonianza i parenti dei detenuti.

Dei fatti di Modena ne parla invece un testimone diretto: non aveva partecipato alla rivolta, aveva trattato l'uscita dalle celle con un ispettore, ma sono stati picchiati dalle guardie.

Una violenza tale che, dice il detenuto, anche le guardie si erano sporcate di sangue per le botte.

A Modena sono morte 5 persone e poi, dopo il trasferimento in altre carceri, altri 4 detenuti: per overdose di Metadone, la versione ufficiale, metadone rubato in carcere. Secondo la versione del testimone non è vero, sono morti per il fumo, per le botte.

Il virus ha evidenziato delle criticità a cui non abbiamo posto rimedio, nemmeno nelle carceri: ora il problema del sovraffollamento è sotto gli occhi di tutti e la paura del contagio ha fatto partire delle rivolte con morti e feriti.

C'era una regia occulta? Non ci sono prove, ma c'è stato chi ha soffiato sul fuoco, la magistratura sta indagando ora su come sono state sedate e come sono scoppiate.

Bernardo Iovene ha raccontato nel servizio tutto questo, della dignità calpestata dei detenuti e anche delle guardie.

Uno dei detenuti morti si chiamava Fedi e aveva 35 anni, doveva uscire dopo 2 settimane: è stato consegnato dai detenuti agli agenti perché stava male.

Aveva avuto nel passato problemi di tossicodipendenza, racconta il suo avvocato a Report, ma ne era uscito da almeno 1-2 anni, era fortemente asmatico. Sarebbe importante – continua l'avvocato – capire da chi è stato portato, quando ha iniziato a star male, e capire in che condizioni era e da chi è stato soccorso.

Non tutti sono stati trasferiti subito alla fine delle rivolte, molti sono stati picchiati indistintamente (senza distinguere tra chi aveva partecipato alle rivolte e chi no) per giorni, per più volte al giorno.

Pestaggi che sarebbero continuati anche dopo il trasferimento, perché sono stati bollati tutti come rivoltosi: “prima di entrare in carcere [dopo il trasferimento a Salluso] tutti ci hanno picchiato. Ogni giorno, per tre mesi non ci hanno lasciato cambiare i vestiti, niente .. ”

C'è un esposto presentato da due detenuti dove si parla delle violenze, a freddo: l'avvocato che li assiste racconta anche che per giorni queste persone non hanno potuto contattare persone fuori, non hanno avuto assistenza, detenuti lasciati scalzi nelle celle.

In carcere è morto anche un detenuto che in carcere aveva fatto teatro, Salvatore Piscitelli: è stato dichiarato che è morto in ospedale, ma nell'esposto si racconta delle percosse e che Piscitelli è morto in cella.

Altri detenuti raccontano di essere stati trasferiti da Modena a San Gimignano, dove sono rimasti senza medicine, anche i salva vita, senza coperte e senza vestiti.

Stessa storia a Foggia: dopo al rivolta i detenuti sono stati trasferiti in altre carceri dove hanno subito pestaggi sia prima del trasferimento che dopo. A Viterbo, a Catanzaro .. Come se tutto fosse stato pianificato.

La polizia penitenziaria dipende dal DAP: il DG del DAP Parisi nega qualsiasi premeditazione da parte delle guardie, come mai allora tutte queste denunce per le violenze a freddo, dopo il trasferimento?

Le indagini interne sarebbero state bloccate dall'autorità giudiziaria, dice Parisi: “il DAP una volta che ha fatti acclarati, effettua le misure necessarie”.

In attesa delle indagini del DAP, la procura di Santa Maria Capua Vetere sta indagando sulle violenze in carcere: si tratta di una spedizione punitiva fatta da diversi agenti, dopo le proteste di aprile.

I detenuti avrebbero avvisato i familiari da un cellulare: “ci stanno massacrando di botte..”.

La direttrice del carcere avrebbe ammesso le violenze – testimonia una parente di un detenuto- facendo venire in carcere agenti da Secondigliano.

Cosa ancor più grave, prima della spedizione punitiva, le proteste erano già finite, come ammette anche il magistrato di sorveglianza Marco Puglia e il garante dei detenuti della Campania.

Non è normale sentir parlare di agenti incappucciati, di botte, persone lasciate nude in cella.

Gli agenti negano questa versione e la ricostruzione della procura di Santa Maria Capua Vetere che ha incriminato 44 agenti resi riconoscibili.

Da chi è partito l'ordine della violenza? Secondo il sindacalista del sindacato autonomo delle guardie, l'ordine è partito dal direttore o dal provveditore dell'amministrazione penitenziaria.

Quest'ultimo, Antonio Fullone, ha accettato l'intervista e ha spiegato di aver dato l'ordine di procedere con una perquisizione fatta da agenti di una squadra di intervento rapido.

Perquisizione che si è trasformata in un atto di violenza: l'agente penitenziario non è un cappellano, dice il sindacalista, ma questo non giustifica le spedizioni punitive, nemmeno ai carcerati.

Nel 2013 la Corte di giustizia europea ha condannato l'Italia per le condizioni incivili di diverse carceri: in questi anni non si è fatto nulla e non abbiamo colto i segnali emersi in questi anni.

Le violenze nelle carceri a Torino, a Sollicciano, a San Gimignano (tortura e violenza), Ivrea, Viterbo, Asti e infine a Ferrara. Qui è arrivata la prima condanna per le torture avvenute in carcere.

Carceri che rendono la vita impossibile per chi sta dentro, che sia un detenuto o una guardia. Carceri come Poggioreale, dove i colloqui sono bloccati e così i familiari devono passare per un bar, fuori dal carcere, per far arrivare qualcosa ai detenuti: in questo bar si trovano anche articolo per detenuti, ovvero cappelli, scaldacollo, pantofole, mascherine, pigiama.

Vendono anche cartoline con messaggi di speranza per chi sta dentro.

Fuori dal carcere si trova anche il servizio di deposito dei cellulari, per quei familiari che hanno ottenuto un colloquio, ma devono lasciar fuori il loro cellulare. Ci pensa Pasquale ai cellulari delle persone, non lo Stato italiano.

A Poggioreale ci sono 2200 detenuti, mentre dovrebbe contenerne 1600 al massimo: l'ultimo decreto del governo consente ai condannati a fine pena di scontare la pena a casa, per poter evitare il sovraffollamento, perché il covid è entrato dentro le celle e fa paura, perché le persone che si sono infettate, dicono i familiari, non sono tenuti in isolamento.

In carcere si contagiano anche gli agenti: ci sono 200 positivi e altrettanti isolati in quarantena, la struttura, vecchia e sovraffollata, non può garantire il rispetto delle norme di sicurezza.

La sanità a Poggioreale è tagliata per 1600 persone, qua dentro in questa struttura secolare non possiamo garantire le norme di igiene più elementari già nella normalità, figuratevi adesso in piena epidemia.”

Se lo dicono gli agenti c'è da credergli, addirittura i direttori sanitari delle tre carceri metropolitane della Campania hanno contratto il Covid: è successo a Vincenzo Maria Irollo, ds di Poggioreale: “anche io purtroppo sono stato vittima del Covid perché frequento tutti i padiglioni ..”

La soluzione sarebbe evitare l'affollamento, evitare i nuovi ingressi.

Ma il nuovo decreto, quello che consente i domiciliari, non ha ancora dato effetti, perché le posizioni dei detenuti devono essere ancora valutati, sono 60 le posizioni da valutare, e il tribunale ha 3000 domanda ancora da controllare.

Nel decreto ristori si prevedeva di stare a casa, se si è a fine pena, per certi reati: ma mancano i braccialetti per consentire la fuoriuscita di questi detenuti.

Chi dovrebbe aiutare i detenuti potrebbe essere il dottor Ciambriello, garante dei diritti dei detenuti in Campania: dal suo ufficio si vedono i carcerati nell'ora d'aria, ben poco distanziati.

Fa impressione vedere queste persone ammassate, dalle 15 di oggi alle 9 di domani mattina stanno in sei in una cella, è disumano.”

Viene calpestata la dignità, appena entri in carcere e magari non sei nemmeno colpevole: in questi ultimi anno sono state risarcite 27mila persone, perché detenute illecitamente.

Dovremmo ampliare le pratiche alternative al carcere: i lavori socialmente utili, il braccialetto.. invece siamo il paese che in questi anni ha contato mille suicidi in carcere, dove mancano le strutture per il reinserimento dei detenuti, per quelli senza fissa dimora.

Contro la situazioni nelle carceri hanno protestato gli avvocati, i cappellani delle carceri: tra loro don Franco Esposito, che con la sua struttura offre ai ragazzi un posto dove stare, se ottengono i domiciliari.

Sono detenuti che lavorando, seguono un percorso riabilitativo, per avere una nuova possibilità, per quella funzione rieducativa che il carcere dovrebbe avere.

Secondo i conti del Garante dei detenuti nazionale, sono 350 i detenuti che avrebbero diritto ai domiciliari, ma il ritmo con cui escono dal carcere è lento, rischiamo che nelle carceri scoppino dei focolai.

Mancano i giudici di sorveglianza, sono il 40% in meno, mancano i braccialetti (l'appalto l'ha vinto fastweb, che dice di aver rispettato il contratto), ma almeno coi braccialetti arrivati si sono isolati 7500 detenuti. E mancano anche le guardie penitenziarie, ne mancano 17mila per completare i ranghi, ma nel decreto ristori erano escluse le guardie dagli stanziamenti del governo.

Sui detenuti al 41 bis è scoppiata una polemica, a seguito della circolare emanata dall'ex direttore Basentini: si applicava solo alle persone malate, a rischio della loro vita.

Tutta questa linea dura sui carcerati al 41 bis non fa che rinfocolare le polemiche da parte di chi vorrebbe abolirlo, questo regime carcerario duro.

Ci sono detenuti in 41 bis intubati di cui familiari non sanno nulla: Salvatore Genovese, un capo mafia detenuto ad Opera, è stato infettato e oggi è stato trasferito al San Paolo. Dove è morto per le complicazioni del Covid.

Anche i mafiosi devono essere curati, questi dice la Costituzione, questo dicono le leggi.

Politica e istituzioni non stanno affrontando questo problema, non danno i numeri di infetti e ammalati in carcere.

Ci sono state le iniziative isolate di Giachetti, di Rita Bernardini per far uscire i detenuti prossimi allo scadere della pena, ma sono iniziative isolate, perché sia i carcerati che le guardie sembrano cittadini di serie B.

Servirebbero soldi per sistemare le celle, costruire o finire le carceri, per assumere (e pagare gli straordinari) guardie, per realizzare progetti di reinserimento.

Perché altrimenti continueremo ad avere una recidiva dell'80%, mentre in carceri come Bollate è ferma al 20%. Magari qualche ministro penserà ancora nuovamente a svendere le carceri, come voleva fare Alfano. Magari si continuerà a chiedere indulti ed amnistie, che sono l'ammissione di un fallimento.

La transizione verde (link)

Quella di Michele Buono è una visione, per una vera transizione verde, ma anche un piano industriale, non le slide di qualche leader politico di opposizione o di governo.

E' un piano industriale per una vera transizione che tolga di mezzo carbone e idrocarburi, per trasformare l'Italia come paese esportatore di energia, padrone di tecnologie all'avanguardia nel settore energetico, pulire l'aria, creare posti di lavoro.

Tutto basato sull'idrogeno: energia prodotta al sud Italia, dal solare e trasportata al nord e in nord Europa con le condotte della Snam.

Niente carbone per produrre acciaio, per esempio come si faceva a Taranto.

Non serve stravolgere impianti, risparmiando sulle emissioni e anche sui costi.

MA per questo serve creare una filiera attorno all'idrogeno che parta dai centri di ricerca e università e arrivi fino alle imprese.

Prima che anche questo treno, e i miliardi del recovery fund, passino per sempre, sperperati in qualche pala eolica, nell'idrogeno prodotto dagli idrocarburi..

Magari copiando in Italia quello che in Germania fanno i centri Fraunhofer, centri di ricerca che affiancano le piccole imprese, per efficientarle dal punto di vista energetico.

Il tutto partendo dal sole, dal vento, dall'acqua. E mettendo via, una volta per sempre, metano, carbone e petrolio.

E anche l'alta velocità e il TAV, se il progetti Hyperloop (fatto dal gruppo Angel in Puglia), lo realizzassimo anche per i viaggiatori italiani.

Hyperloop costa meno del TAV, consuma meno energia, anzi la produce.

Ma noi rimaniamo il paese del trasporto privato, delle autostrade inutili, delle città che sono camere a gas.

18 gennaio 2021

Anteprima delle inchieste di Report: la transizione verde, dentro le carceri e l'Imu di Coverciano

Uno scenario green, per davvero, quello di cui parlerà il servizio di Michele Buono. Poi un'inchiesta su cosa è successo dentro le carceri nei giorni della rivolta ad inizio pandemia.

Nell'anticipazione, l'Imu non pagata dal centro tecnico di Coverciano. Come mai?

L'Imu di Coverciano

Al centro sportivo di Coverciano si fanno corsi per allenatori, si organizzano eventi ci sono società che organizzano convegni dove, pagando un extra, puoi fare due tiri sui campetti dove si allena la nazionale.

E' un centro sportivo che è anche il nostro fiore all'occhiello, che però non paga l'Imu al comune di Firenze dal 2007, per una somma pari a 836mila euro più interessi, per una cifra che supera il milione di euro.

Perché appartiene ad una società non a fini di lucro, si difende la federazione, il centro è di proprietà della Federcalcio SRL: ma i giudici la pensano in modo contrario, ora il contenzioso è arrivato davanti alla Cassazione ma il giudizio appare scontato poiché nel centro sono presenti, e note a tutti, diverse attività commerciali i cui guadagni finiscono nel bilancio della Federazione.

Lorenzo Vendemiale ha fatto una anticipazione del servizio nel suo articolo uscito sul Fatto Quotidiano

La scheda del servizio: TASSA AZZURRA di Giulia Presutti e Lorenzo Vendemiale

Coverciano ospita il centro tecnico della Federcalcio, dove si allena la nazionale italiana. Otto ettari tra campi sportivi, un auditorium, un albergo e un ristorante. Su questo gioiellino dal 2007 non viene pagata l'Imu. Federcalcio sostiene di avere diritto all'esenzione per gli enti non commerciali che esercitano attività sportiva e di promozione dello sport. Ma è così? Chi è il vero proprietario del centro tecnico di Coverciano e quali sono le attività che si svolgono all'interno?

La transizione verde

Quest'anno arriveranno i soldi dall'Europa parte dei quali saranno usati per una svolta verde, tutta da verificare al momento. Ancora oggi in Italia si continua ad investire in gas metano, a breve potrebbero ripartire le trivellazioni sui fondali del mare e si parla di auto a idrogeno senza specificare la provenienza: se è idrogeno da idrocarburi, non è green né sostenibile.



L'inchiesta di Michele Buono ci mostrerà come potremmo essere produttori di energia pulita, senza dipendere da altri paesi: a Bolzano, oggi, alla H2 Sudtirol producono auto ad idrogeno, il giornalista ha visitato l'impianto dove si produce questo combustibile scindendo le molecole dell'acqua.

Ad oggi è l'unico impianto in Italia che produce idrogeno con annessa stazione di servizio.

Che emissioni hanno i motori elettrici alimentati ad idrogeno? Solo acqua, niente fumi.

Più in giù, nelle Marche, il gruppo Loccioni ad Ancona produce più impresa di quanta ne consuma: qui realizzano sistemi di controllo ed efficienza per l'industria, dall'automobile, all'ambiente, all'industria biomedicale.

L'energia la prendono da pannelli fotovoltaici, da piccoli impianti idroelettrici: per non disperderla, hanno dei cappotti termici per proteggere gli edifici, sistemi automatici di chiusura ed apertura sulle vetrate, per far entrare più o meno sole se è inverno o estate.

Questo impianto è costato un 20% in più sull'investimento totale, ma stanno anche registrando l'86% di consumo in meno per la gestione dell'edificio.

Affinché l'energia prodotta non sia dispersa, serve orchestrare i flussi, tramite una regia, dove si da energia alle “griglie” che ne hanno bisogno prendendola da chi ne ha in surplus, “questa è la grid, questa è la rete intelligente” spiega Maria Paola Palermi responsabile della comunicazione del gruppo Loccioni.

A Bari invece studiano i treni del futuro: capsule a levitazione magnetica che viaggiano, sottovuoto e senza attrito, in un tubo fino a 1000km orari. Si tratta del progetto della canadese Hyperloop sviluppato assieme al gruppo italiano Angel: il gruppo italiano si occuperà della tecnologia che arriva direttamente dallo spazio, la trasmissione di energia senza contatto e ad alta velocità.

Si potrebbe coprire una tratta come Bari Napoli in un quarto d'ora, Roma Milano in mezz'ora, Milano Parigi in un'ora. Altro che l'AV a cui oggi sono destinati una buona parte dei fondi europei.

Con questi progetti tutte le città si avvicinano veramente e dunque anche le attività economiche: Vito Pertosa presidente del gruppo Angel “si potrebbe avere un trasporto merci che invece di andare sull'aereo va su Hyperloop con un costo più basso e in un tempo inferiore.”

Gli stessi vantaggi ci sarebbero per il trasporto delle persone: Tranpod ha calcolato che per la tratta Toronto Montreal si spenderebbero non più di 80 dollari, 545 km in 45 minuti, su un tracciato che ha la stessa misura di quelli italiani ed europei, “basta” metterci questi tubi , la cui posa costerebbe meno di quanto ci costa oggi l'AV, consumando meno del treno col vantaggio che l'Hyperloop produce anche energia

La scheda del servizio LA TRANSIZIONE Di Michele Buono con la collaborazione di Edoardo Garibaldi e Filippo Proietti

L’età della pietra non è finita perché mancavano le pietre. La transizione energetica dal fossile alle rinnovabili, e la conseguente decarbonizzazione, è una necessità ambientale e al tempo stesso un’occasione di crescita economica; non è una storia di qualche pannello o impianto eolico in più ma è un’organizzazione complessa che coinvolge un intero sistema, dalla ricerca al trasferimento di tecnologie all’industria, alla società intera. Quali sono i nostri punti di forza? E quali i nostri vantaggi competitivi? Possiamo trasformarci da paese importatore a esportatore netto di energia sempre più pulita? Si sta aprendo una nuova partita globale.

Dentro le carceri

La polizia penitenziaria italiana è stata messa a dura prova quest'anno: nel periodo del primo lockdown, a marzo, in 21 carceri ci sono state proteste da parte dei detenuti con 107 feriti tra gli agenti e 69 tra i detenuti. Ma ci sono stati anche 14 detenuti morti (sospette) e danni ingenti alle strutture carcerarie, per quasi 10ml di euro.

Purtroppo, ci sarebbero stati anche abusi e atti di violenza gratuita sui detenuti: Bernardo Iovene ha incontrato alcuni parenti dei detenuti, da cui ha raccolto diverse testimonianze inedite su quanto sia successo in quel mese “stati tolti i viveri .. sono stati trattati come animali”.

A Modena sono morti 9 detenuti, 5 dei quali nello stesso carcere e altri 4 dopo essere stati trasferiti: Iovene ha raccolto la testimonianza di un detenuto che afferma di non aver partecipato alla rivolta, insieme ai detenuti della sua sezione era rimasto in cella.

Ha trattato con l'ispettore l'uscita pacifica sul campetto dell'area perché in cella stavano soffocando dal fumo: “era lui che ce lo ha detto, uscite voi che non c'entrate con la rivolta, uscite solo in campo. Poi ci hanno picchiato da morire, abbiamo preso così tante di quei manganelli che anche i poliziotti diventavano con il sangue ..”

Cioè con le manganellate anche gli agenti si erano sporcati del loro sangue schizzato sui vestiti.

Uno dei detenuti morti si chiamava Fedi e aveva 35 anni, doveva uscire dopo 2 settimane: è stato consegnato dai detenuti agli agenti perché stava male.

Aveva avuto nel passato problemi di tossicodipendenza, racconta il suo avvocato a Report, ma ne era uscito da almeno 1-2 anni, era fortemente asmatico. Sarebbe importante – continua l'avvocato – capire da chi è stato portato, quando ha iniziato a star male, e capire in che condizioni era e da chi è stato soccorso.

I detenuti trasferiti da Modena riportano di essere stati bollati tutti indistintamente come rivoltosi: “prima di entrare in carcere [dopo il trasferimento a Salluso] tutti ci hanno picchiato. Ogni giorno, per tre mesi non ci hanno lasciato cambiare i vestiti, niente .. ”

La procura di Santa Maria Capua Vetere sta indagando i presunti abusi di 44 guardie del carcere usando proprio i filmati, un fatto senza precedenti.

Uno dei detenuti aveva un micro cellulare, senza questo nessuno avrebbe saputo delle violenze: “è partita una telefonata da un micro cellulare che ha chiamato la moglie è ha detto ci stanno massacrando di botte. Di la è partito tutto, se non non avremmo mai saputo niente.”

A Poggioreale i colloqui sono bloccati e così i familiari devono passare per un bar, fuori dal carcere, per far arrivare qualcosa ai detenuti: in questo bar si trovano anche articolo per detenuti, ovvero cappelli, scaldacollo, pantofole, mascherine, pigiama.



Vendono anche cartoline con messaggi di speranza per chi sta dentro.

Fuori dal carcere si trova anche il servizio di deposito dei cellulari, per quei familiari che hanno ottenuto un colloquio, ma devono lasciar fuori il loro cellulare.

Ci pensa Pasquale ai cellulari delle persone, non lo Stato italiano.

Ma nelle carceri a soffrire ci sono anche le guardie penitenziarie: a morire per Covid sono anche loro, fino ad oggi ne sono morte cinque e i contagiati sono oltre mille, solo a Poggioreale erano oltre duecento a dicembre, significa che ce ne stanno altrettanti isolati in quarantena commenta Emilio Fattorello del sindacato polizia penitenziaria.

“La sanità a Poggioreale è tagliata per 1600 persone, qua dentro in questa struttura secolare non possiamo garantire le norme di igiene più elementari già nella normalità, figuratevi adesso in piena epidemia.”

Se lo dicono gli agenti c'è da credergli: addirittura i direttori sanitari delle tre carceri metropolitane della Campania hanno contratto il Covid.

E' successo a Vincenzo Maria Irollo, ds di Poggioreale: “anche io purtroppo sono stato vittima del Covid perché frequento tutti i padiglioni ..”

Così i parenti dei carcerati oggi hanno paura di non rivedere più i loro familiari, perché potrebbero infettarsi e morire per la pandemia, la loro richiesta di aiuto, dicono, è ancora rimasta inascoltata.

Chi dovrebbe aiutarli potrebbe aiutarli è il dottor Ciambriello, garante dei diritti dei detenuti in Campania: dal suo ufficio si vedono i carcerati nell'ora d'aria, ben poco distanziati.


“Fa impressione vedere queste persone ammassate, dalle 15 di oggi alle 9 di domani mattina stanno in sei in una cella, è disumano.”

Ancora più disumano se si tiene conto dell'aspetto psicologico, delle paure di contagio in carcere che rendono ancor più dura la loro situazione.

“Mio figlio sta qua dentro per pagare una pena o per morire?” si domanda una madre davanti al giornalista.

La funzione del carcere dovrebbe essere rieducativa, non punitiva.

La scheda del servizio: CARCERI, UN MONDO A PARTE di Bernardo Iovene con la collaborazione di Federico Marconi e Greta Orsi

Cosa è successo dentro al carcere di Modena durante la rivolta di marzo? Secondo le testimonianze di detenuti e familiari che ricostruiscono quei momenti tragici, ci sarebbero stati pestaggi a freddo dopo la rivolta, e anche durante i trasferimenti, all'arrivo nei vari istituti, e nei giorni seguenti. Dai racconti intrecciati si disegna uno scenario inquietante, che deve riguardare tutti compreso le massime istituzioni, per capire se è vero; quali sono stati gli ordini, chi li ha dati e se il Ministero ne era al corrente. Nel carcere di Modena sono morti 5 detenuti, le autopsie dicono da intossicazione di farmaci e metadone. Altri 4 detenuti sono morti dopo essere stati trasferiti in altre carceri, sono stati visitati? Si potevano salvare? Nel carcere di Santa Maria Capua Vetere attraverso le registrazioni delle telecamere di sorveglianza la procura ha individuato abusi che sarebbero stati commessi da 44 agenti penitenziari, altre centinaia di agenti non è stato possibile identificarli. Report è venuta a conoscenza che a operare a volto coperto è stato un nuovo reparto creato dopo le rivolte: sono i Gir, Gruppo di intervento rapido. Intanto il decreto Ristori ha posto molti paletti alla possibilità di detenzione temporanea ai domiciliari per chi ha un residuo di pena fino a 18 mesi e pochi detenuti ne hanno usufruito. Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte a Natale è stato in visita a Regina Coeli, ma per il Garante nazionale dei detenuti e anche per alcuni magistrati di sorveglianza il decreto è timido e non affronta il problema principale del sovraffollamento.

30 settembre 2019

Le inchieste di Presa diretta: il vizio di stato


Anche per cercare di raggranellare qualche soldo in più, questo governo ha intenzione di mettere una piccola tassa sulle bevande zuccherate e sulle merendine industriali.
Proposta che ha subito suscitato delle reazioni, alcune solo strumentali, contro l'idea di uno stato “etico” che ti impone cosa devi mangiare.
Come se bastassero poche decine di centesimi in più a cambiare certe abitudini alimentari sbagliate (e che comportano anche rischi cardiovascolari importanti, se non se ne tiene conto).
Ma state tranquilli: altro che stato etico, il nostro stato guadagna dal fumo delle sigarette, dal gioco d'azzardo. Se nel passato si sono usati i fumatori come obiettivo per tasse da alzare, beh sul gioco di Stato è proprio difficile cercare di limitarne la diffusione o addirittura, bloccarla.
Siamo un paese di grandi giocatori: il gratta e vinci viene addirittura proposto nei supermercati, nelle ricevitorie si vedono sempre file di persone che cercano la fortuna raschiando simboli stampati sulla scheda.

Siamo un popolo di giocatori e di vittime del gioco: la cronaca racconta di persone rovinate dal gioco, da quella malattia che ti costringe a stare ore davanti la slot machine (o altre macchine).


Persino nella città de l'Aquila, dove è andata la giornalista Raffaella Pusceddu: nella città che è ancora un cantiere ovunque vai ne trovi tante, troppe di sale gioco e di slot machine.
Gli aquilano nel 2017 avrebbero speso 289 ml per il gioco d'azzardo, 1980 euro pro capite: se succede questo in una città che ancora deve essere ricostruita, immaginate che succede altrove.
Nel corso del servizio la giornalista ha raccolto le testimonianze di persone che soffrono di questa vera e propria malattia, la “ludopatia”: “ho iniziato a giocare a 14 anni, poi più andavo avanti e più non mi bastava. Allora erano diecimila lire, poi sono diventate centomila lire .. finché non mettevo l'ultimo euro non ero soddisfatto. Quello che mi colpisce di più è la grandissima solitudine che avevo”.

Il gioco è sempre più una malattia se si tiene conto del numero di persone che si rivolgono al Sert, il servizio per le dipendenze patologiche del capoluogo abruzzese.
“Ci ha contattato una signora che ha circa 55 anni, una giocatrice di slot, da una parte chiede di essere aiutata, però dall'altra parte dice che lei non ne può fare a meno” - racconta una responsabile del Sert.

Smettere di giocare non è facile, specie se cerchi di fare tutto da solo: se vai a fare spesa c'è il supermercato dove mi chiedono se vuoi il gratta e vinci, su internet ci sono tanti giochi online di cui vedi in televisione tante pubblicità. “E' il sistema che è così” - l'amara conclusione di questa persona, alle prese con la dipendenza dal gioco.

Ma nemmeno i bambini sono risparmiati da questo problema: le sale gioco si trovano pure vicino alle scuole, costruite apposta vicino alle scuole, dove si trovano anche giochi per bambini piccoli, alcune propongono giochi di abilità, se sei bravo vieni premiato, altre sono come le slot degli adulti, si basano sulla fortuna.
Il bambino si abitua a giocare non per il divertimento o per imparare – racconta Matteo Iori responsabile del centro sociale Papa Giovanni XXIII di Reggio Emilia: i loro genitori pensano che siano giochi simili a quelli che c'erano un tempo, invece dovrebbero porsi qualche domanda in più quando portano i loro figli in queste strutture, come quando dicono loro gratta tu che hai la manina fortunata.
Li si abitua al gioco.

E il gratta e vinci è un gioco, all'apparenza innocente che però crea dipendenza: è il gioco preferito dagli italiani, in media in Italia in un anno vengono grattate 60 schedine al minuto.
I gratta e vinci li trovi ovunque, dal bar al supermercato, dal tabaccaio all'edicola: ce ne sono alcuni che costano di più ma che non portano a maggiori probabilità di vincita, solo il premio è più alto.
Su alcuni la probabilità è di 1 su 2 milioni (per le quote più importanti), per altri di 1 su tre milioni: è più facile essere colpiti da un fulmine che vincere un premio importante, racconta Fabio Pellerano (educatore professionale).
Eppure ci sono persone che arrivano a spendere 800-1000 euro in una giornata al gratta e vinci: con questo gioco ci si può ammalare con questo gioco, la giornalista ha intervistato una persona che viveva coi gratta e vinci, fin dalla colazione al mattino.
Questa persona si creava degli spazi in cui, isolato dal resto del mondo, passava il tempo a grattare e a sperare in una vittoria. Giocandosi tutto quello che aveva, sperperando tutto quello che aveva in casa, “a quel punto non mi interessava dove andavo a prendere i soldi, l'importante è che ci fossero”.

Col gioco d'azzardo lo stato raccoglie 107 miliardi e ne guadagna 10: a chi conviene allora il gioco? Non agli italiani a rischio di questa nuova epidemia da gioco.

Oslo – la città senza auto

In Norvegia, nella capitale, ci sono riusciti: vivere senza auto, sposarsi senza auto, con altri mezzi.
Mentre in Italia si fa fatica ad allargare le ztl, a costruire piste ciclabili che siano sicure per i ciclisti, la capitale norvegese è diventata un esempio di città senza auto, che erano responsabili una volta del 70% delle emissioni.
Oggi in centro ci si sposta coi mezzi pubblici, coi monopattini elettrici o con le bici, perché le strade appartengono a tutti, non solo agli automobilisti.
“Ci dicevano che chiudendo il traffico avremmo ucciso il commercio” - racconta Sirin Stav assessore ai trasporti - “che i negozi avrebbero chiuso uno dopo l'altro, invece è tutto il contrario”.
Tutta la città è stata pensata per la rivoluzione elettrica a partire dai bus, le cui stazioni sono anche punti di ricarica, dove un bus si ricarica in 7 minuti, a 400kwatt.
Sono stati fatti investimenti importanti per avere una flotta ad emissioni zero, devi iniziare ad investire oggi: anche i traghetti si muovono con motori elettrici, come lo saranno i taxi, entro il 2023.
In Oslo si trovano parcheggi gratuiti per auto elettriche dove viene offerta anche la ricarica gratis: bisogna agire ora perché non esiste un piano B, ti raccontano qui.

Qui hanno pensato pure alle api, per la protezione della biodiversità: sono investimenti che si ripagano sulla spesa sanitaria, tornando tutti a respirare aria pulita.
Perché in Italia, a Milano, Roma, Torino, Napoli, non facciamo lo stesso?
La scheda del servizio: VIZIO DI STATO
Italiani, popolo di giocatori. Siamo quelli che giocano di più in tutta Europa, 1 milione e mezzo sono i giocatori a rischio. Slotmachine, gratta e vinci, lotto e lotterie, scommesse sportive, bingo. Ma chi ci guadagna davvero?
Con l’inchiesta “Vizio di stato”, PresaDiretta entra nel mondo del gioco d’azzardo legale. Un giro di affari da 107 miliardi di euro all’anno e lo Stato ne mette in tasca 10,3. E quanto resta invece, nelle tasche dei giocatori?Quali sono i costi per lo Stato della ludopatia? A PresaDiretta l’allarme dei medici che denunciano un fenomeno in crescita costante, una vera e propria epidemia non raccontata. Come fronteggiarla?PresaDiretta ha fatto un viaggio nel mondo del gioco, non solo in Italia ma anche in Francia e a Malta. Il boom dei guadagni, gli algoritmi che decidono chi vince e chi perde, le inchieste della magistratura e le infiltrazioni mafiose nel business del gioco d’azzardo. E infine le storie esemplari di chi ha sconfitto la patologia e si batte per un gioco misurato e consapevole.Nello Studio di PresaDiretta gli ospiti di Riccardo Iacona: il dottor Onofrio Casciani e la sua equipe che formano gli operatori sanitari ad affrontare la ludopatia. Simona Neri, sindaco toscano che da anni gira l’Italia per informare sui rischi del gioco patologico. Filippo Torrigiani, consulente della Commissione Parlamentare Antimafia che ha realizzato il report sui legami tra criminalità organizzata e gioco d’azzardo.
I cittadini di Tor Pignattara a Roma, che hanno impedito l’apertura di una Sala Giochi h24 nel loro quartiere.E poi l’appuntamento con “Futuro Presente”, le inchieste dedicate al mondo che verrà, con OSLO SENZA AUTO. Oslo, la prima città al mondo che ha deciso di liberarsi del tutto dalle auto. Come si fa a ridisegnare radicalmente una capitale e trasformarla in una città a emissioni zero?VIZIO DI STATO” e “OSLO SENZA AUTO” Sono un racconto di Riccardo Iacona con Raffaella Pusceddu, Andrea Vignali, Alessandro Macina, Fabrizio Lazzaretti, a cura di Raffaele Marco Della Monica.