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25 ottobre 2025

Anteprima inchieste di Report – le nomine politiche e il nuovo ordine mondiale

“Libertà di stampa significa poter informare concretamente la gente e lottare per consegnare alle future generazioni un mondo migliore. Questo dobbiamo farlo ogni giorno, nel nostro piccolo”.

Sono le parole del conduttore di Report Sigfrido Ranucci alla manifestazione in solidarietà a Roma, dopo lo scoppio dell’ordigno davanti casa.

Lo stato di salute di una democrazia si misura anche dalla libertà di informazione e la libertà dei cittadini ad essere informati: non basta andare a votare, avere un parlamento eletto (specie se poi le decisioni contano sono prese fuori, “il potete è altrove” come diceva Sciascia).

In una vera democrazia non è la politica che decide cosa deve andare in onda e cosa no, che domande fare ad un politico e cosa no, che inchieste devono finire in prima serata e quali no.

In questi anni abbiamo abbassato a tal punto l’asticella dell’etica, del senso pubblico, del buon senso, della consapevolezza di cosa sia veramente una democrazia, da esserci dimenticati di questo. L’informazione controlla chi ha il potere, non è un suo megafono.

Ecco perché trasmissioni come Report danno fastidio: perché riportano le “cose” nella giusta direzione.

Per esempio spiegando cosa non funziona nella nomina come direttrice del teatro di Venezia La fenice Beatrice Venezi, fatta dal ministro della cultura senza consultare gli orchestrali.

Perché “il teatro la Fenice non deve essere una palestra per un direttore per ampliare il proprio curriculum” spiega una musicista.

La nomina della direttrice Venezi

Beatrice Venezi è stata scelta come direttrice musicale della Fenice da Nicola Colabianchi, una gioventù da estremista nero nel movimento di destra extraparlamentare Ordine Nuovo oggi considerato vicino a Fratelli d’Italia e a sua volta nominato pochi mesi fa sovrintendente dal ministro Giuli.
Anche la stessa Venezi è figlia di esponente di un movimento di estrema destra, Forza Nuova.

Insomma, una direttrice che potrebbe essere considerata vicina a questa destra (estrema) di governo che sta cercando di imporre, anche con queste nomine, la sua di forma cultura. Dopo aver per anni accusato la sinistra di aver occupato tutti gli spazi e aver egemonizzato la cultura italiana.

A destra si sono sempre sentiti discriminati – lo dice anche la stessa direttrice Venezi nella conferenza programmatica di FDI del 2022, quando è stata chiamata sul palco dal deputato Mollicone.

Che però, a domanda diretta di Report, spiega che no, non è una nomina politica, il sovrintendente ha facoltà di nominare chi vuole (come se Colabianchi non fosse stato nominato da Giuli..).

E’ una bravissima artista” prova a giustificarsi di fronte alle domande di Report, tanto da aver vinto l’ambito premio Atreju 2021, amica della presidente del Consiglio, consulente musicale dell’ex ministro Sangiuliano (oggi al TG1, ma prossimamente candidato in Campania).

E quindi qual è il problema? Il problema è un curriculum costruito dalla politica che le ha conferito incarichi uno dietro l’altro, rispetto ai precedenti direttori che avevano competenze costruite nel corso degli anni.

Silvia Massarelli è una direttrice d’orchestra, a Report prova a spiegare le ragioni della protesta contro questa nomina politica caduta dall’alto: “ci sono concorsi fatti? Sicuramente dirige nei teatri a destra e sinistra, ma andiamo a vedere quali teatri.. Una nomina così importante non si può assegnare a qualcunio che non abbia esperienza pregressa in questo ambito ..”

La Venezi è giovane e può crescere (grazie all’aiuto del governo amico)?
Risponde la direttrice d’orchestra “C’è un problema, il talento. La tecnica si può affinare, il talento o c’è o non c’è e nella Venezi non lo vedo nella maniera più assoluta. È una nomina imposta, calata sicuramente dall’alto. La politica non può entrare nella musica in questo modo.”
E nemmeno potrebbe entrare nella sanità, nell’istruzione e in tanti altri ambiti. Imponendo persone che hanno come meriti l’essere vicine alle sorelle Meloni, forse. O aver ricevuto un premio sul palco di Atreju..

La scheda del servizio: A NOI!

di Luca Bertazzoni

Collaborazione Marzia Amico, Samuele Damilano, Eleonora Numico

Partendo dal caso del maestro Beatrice Venezi, nominata direttrice musicale del Teatro la Fenice di Venezia fra le proteste e lo sciopero di tutti gli orchestrali dello storico teatro, Report ripercorre le principali nomine avvenute nei posti chiave del mondo della cultura: da Ales, società in house del Ministero, al cinema, dai teatri ai festival, dal Ministero stesso a Cinecittà, il cuore dell’industria audiovisiva nazionale.

Il manifesto di Ventotene e l’attacco agli organismi sovranazionali

Durante le comunicazioni alla Camera, la presidente Meloni aveva letto dei passaggi del Manifesto di Ventotene che lette estrapolate dal contesto, apparivano come propaganda comunista.

Antonella Braga, presidente della Fondazione Salvemini ed Ernesto Rossi spiega come il Manifesto sia genericamente europeista e federalista perché propugna gli Stati Uniti d’Europa secondo il modello costituzionale federale americano.

Come mai certi passaggi suonano di ispirazione marxista? Chi ha fatto il taglia e cuci per Meloni ha predisposto un testo decontestualizzato – spiega a Report Antonella Braga – travisato come alcune frasi estrapolate per cercare di dimostrare che è un testo anacronistico, pericoloso, antidemocratico, illiberale.

Se uno legge il testo integralmente – continua – si comprende l’assurdità di questa tesi: l’obiettivo è screditare le radici antifasciste del progetto europeo.

Finora in Europa nessun leader istituzionale aveva messo in discussione la figura di Altiero Spinelli il cui nome campeggia all’ingresso del Parlamento Europeo, che gli ha intitolato un’intera ala. Dal dopoguerra in poi Spinelli è stato celebrato dai più grandi leader europei, sia di destra che di sinistra, come uno dei precursori dell’Europa unita. Il suo ruolo storico è stato riconosciuto in Italia anche dagli esponenti di Alleanza Nazionale, il partito da cui proviene Giorgia Meloni.

Nel 2003 era stato Francesco Storace ad invitare il presidente Berlusconi a deporre un fiore sulla tomba di Spinelli a Ventotene.

L’attacco della presidente Meloni al Manifesto segue di qualche giorno l’uscita del report “The great reset” pubblicato dal gruppo conservatore (o meglio di estrema destra) Ucl European institute dove si usano le stesse parole: c’è un’ovvia coincidenza risponde a Report il presidente dell’Ordo Iuris Institute Kwasniewsky “perché c’è un’ovvia cooperazione tra i vari gruppi nazionali che sostengono il ritorno alle origini dell’Unione Europea”, il report è stato mandato a tutti gli europarlamentari, ai ministri e ai primi ministri della UE. Magari Meloni non lo ha letto direttamente, ma qualcuno dei suoi consiglieri si, l’avrà letto certamente.

Anche Nazione Futura ha partecipato a questo report, la fondazione di cui Giubilei è presidente e che con Report ha deciso di non parlare (diversamente da quanto risulta loquace nei talk).

Forse questo dipende dai contenuti estremamente controversi contenuti nel report: le due organizzazioni di estrema destra nel loro opuscolo di 40 pagine mettono in fila una lunga serie di proposte per arrivare alla dissoluzione dell’Unione Europea.

Perché l’Unione Europea non è una entità democratica – risponde il presidente di Ordo Iuris – è fondata come una organizzazione sovranazionale che col tempo ha sottratto potere agli stati nazionali e l’ha affidato a burocrati non eletti.

Cosa nasconde questo report? Dietro c’è un disegno politico che deve preoccuparci, parliamo dell’attacco all’Unione Europea come sistema politico che sta sopra alle nazioni, accusata di essere una istituzione sopra ai governi eletti (come se in Italia non avessimo il problema dell’astensionismo e delle leggi elettorali che limitano i poteri di scelta degli elettori).

Ma questo disegno politico, che vede dietro la destra estrema sempre più egemone in Europa e in America, sta in parallelo attaccando anche le Nazioni Uniti, a cui si minaccia di togliere il sostegno economico. Non è un caso che nella ricostruzione di Gaza (se vogliamo chiamarla così) siano state tolte di mezzo le ong delle Nazioni Unite come l’UNRWA per far posto a gruppi privati (legati magari alle lobby degli evangelici).

La scheda del servizio: PICCOLI TRUMP CRESCONO

di Giorgio Mottola

Collaborazione Greta Orsi

La prima puntata si apre con l’inchiesta di Giorgio Mottola con la collaborazione di Greta Orsi “Piccoli Trump crescono”. Lo scorso marzo, a sorpresa, Giorgia Meloni ha parlato del Manifesto di Ventotene di Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi, come di un testo comunista e antidemocratico. Report ha scoperto che quello che sembrava un intervento estemporaneo farebbe parte di una precisa strategia di delegittimazione delle istituzioni europee che vede tra i protagonisti fondazioni, think tank e centri studi sovranisti europei, con la regia della più potente delle organizzazioni conservatrici americane: l’Heritage Foundation. Dopo la rielezione di Trump, infatti, sono aumentate in modo impressionante le ingerenze americane in Europa: si sono intensificati gli attacchi frontali a Bruxelles e figure di spicco della Casa Bianca vengono sempre più spesso nel vecchio Continente a sostenere pubblicamente i candidati sovranisti alle elezioni politiche nazionali. Per esportare i valori e la visione della democrazia di Donald Trump in Europa, 12 tra i più influenti think tank conservatori americani hanno incrementato negli ultimi 5 anni il flusso di soldi verso l’Europa del 200 per cento per una cifra complessiva di quasi 100 milioni di euro, e accresciuto enormemente l’attività di lobbying nelle istituzioni europee. In questo hanno costituito un network transatlantico che comprende decine di fondazioni e centri studi in quasi tutti gli stati europei. Come rivela a Report Steve Bannon, l’ex capo stratega di Donald Trump, secondo il quale l’obiettivo finale sarebbe arrivare alla dissoluzione dell’Unione Europea. E di questo scenario farebbero parte anche Giorgia Meloni e le fondazioni collegate a Fratelli d’Italia.

LAB REPORT: la fiera dei funghi ai Castelli Romani

Quest’anno il ministero dell’agricoltura ha speso 120 mila euro per piazzare il suo stand presso la fiera del fungo porcino di Lariano, ai castelli romani, un appuntamento fisso per fratelli d’Italia.

Purtroppo la visione del suo ministero è questa, soldi ad iniziative locali (e a soggetti vicini politicamente come Coldiretti) che non portano a nulla piuttosto che aiutare veramente l’agricoltura, in tempi di cambiamenti climatici e di eventi meteorologici sempre più estremi.

La scheda del servizio: PORCINI NOSTRANI

di Andrea Tornago

La Festa del fungo porcino di Lariano è una vera istituzione ai Castelli Romani. Ma da qualche anno a questa parte coinvolge politici nazionali e muove soldi pubblici. Cosa rende tutti pazzi per il porcino?

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

03 ottobre 2023

Presa diretta – Cibo sovrano

821 ml di persone soffrono la fame nel mondo e questo numero è destinato a crescere, la scienza è bellissima – dice il capo degli scienziati della FAO – è abbiamo bisogno della scienza per trovare nuove forme di cibo per sfamare il pianeta e rispettare l’ambiente.

Ma la politica ancora non è pronta ad ascoltare la scienza, troppo ancorata al mondo del passato.

La storia della peste suina è emblematica: migliaia di capi sono infettati nel nord Italia, da pochi mesi sono comparsi focolai negli allevamenti intensivi, così in caso di contagio si devono abbattere tutti i capo, quelli infettati e quelli sani.

Per contenere l’emergenza si sono sacrificati anche i maiali di compagnia, a Pavia, accolti in rifugio da attivisti che avevano anche realizzato un flash mob per bloccare gli abbattimenti.

Il virus della peste suina segue gli spostamenti dell’uomo, non solo segue gli spostamenti dei cinghiali: i focolai a Pavia sono cresciuti in poco tempo da questa estate per carenze nella biosicurezza negli allevamenti.

Allevamenti non recintati, con poca igiene, con tetti che non riparano dall’arrivo di altri animali: così l’infezione è andata avanti bloccando l’attività negli allevamenti.

Ma c’è anche di peggio: Marco Farioli, capo dei veterinari della Lombardia ha ammesso che alcune segnalazioni di casi di virus sono state denunciate in ritardo nella provincia di Pavia.

Il rischio è anche per l’economia italiana: i nostri prodotti potrebbero essere bloccati nell’export nel mondo: non cede solo la provincia di Pavia, ma tutta la regione.

Si doveva agire subito coi primi focolai tra Piemonte e Liguria: i primi casi sono della primavera del 2022, dal Piemonte la peste si è espansa fino a Roma.
Il piano di abbattimenti del commissario Caputo non convince tutti gli esperti, come quelli dell’Ispra: in effetti si doveva recintare i terreni, proibire la raccolta dei funghi, le passeggiate nei boschi.

La politica ha sottovalutato il problema, ora dobbiamo solo sperare che tenga il cordone di sicurezza a Pavia.

Le battaglie della Coldiretti

La Coldiretti è l’associazione degli agricoltori che spesso si è trovata in sintonia con questo governo e col ministro della sovranità alimentare Lollobrigida: cibo made in Italy, meno importazioni, no alle imitazioni, no alle limitazioni dell’Europa e alle sue politiche ambientalistiche.
Timmermans è un cretino – dicono gli incontri di Coldiretti: quello dell’Europa è terrorismo, come anche la carne coltivata in laboratorio, come il no ai pesticidi, no alle indicazioni sulle etichette.

Coldiretti ha molta influenza sulla politica alimentare in Italia e in Europa: è un sindacato che dovrebbe difendere i piccoli agricoltori, ma anche le grandi imprese e le multinazionali straniere.
La storia di Coldiretti è legata alla storia d’Italia, alla storia della DC, oggi detta la politica al ministero dell’agricoltura: la decisione sul no alla carne sintetica è stata lanciata dal presidente Meloni in piazza davanti ai tavoli della Coldiretti.
Coldiretti attacca tutto ciò che minaccia gli interessi degli agricoltori: ma in Europa tutti i paesi hanno le stesse regole, sia per il cibo prodotto in Europa che per quello che arriva da fuori.

Presadiretta ha seguito il lavoro degli ispettori che controllano il pesce importato (ma anche verdura, frutta), anche facendo dei prelievi per capire se ci sono pesticidi, residui di metalli pesanti.

Tutto deve rispettare gli standard europei, tutte le partite di cibo devono essere tracciate.

Coldiretti si batte contro il grano prodotto col Glifosato: in Canada può essere usato anche per l’essicazione chimica del frumento, ma quello che arriva da noi rientra nella norma, non ci sono motivi per bloccare i camion dal Canada, come ha fatto Coldiretti, per motivi di sicurezza.

Il Canada però non è tra i paesi tra quelli per cui fare controlli accresciuti: secondo Efsa i suoi prodotti sono controllati e sicuri.

Altra battaglia è quella contro l’alcool: l’Irlanda è stato il primo paese ad usare un’etichetta che parla della relazione dell’alcool col tumore. L’Italia è tra i primi produttori ed esportatori di vino e queste scelte sulle etichette danneggiano la nostra economia: anche Coldiretti si è schierata con gli agricoltori e contro l’Europa che non ha bloccato le etichette “terroristiche”.
Ma secondo gli esperti interpellati da Presadiretta l’alcool uccide, l’etanolo è responsabili di tumori, quello che dice l’industria del vino è falso: non esiste una dose sicura di alcool.

Cos’è veramente il made in Italy?

Non basta dire made in Italy per avere cibo eccellente: produciamo cibo “corrente” in Italia che non è meglio di prodotti non italiani. Parliamo per esempio dei prodotti ritirati dai supermercati: come il taleggio dop contaminato da batteri, tartare di manzo.. tutti prodotti made in Italy che non sempre fanno bene alla salute.

Oggi però made in Italy è un marchio, un brand: come per Mc Donald che ha stretto un accordo con Coldiretti, cosa che molti allevatori non sanno nemmeno.

L’accordo con la multinazionale Mc Donald non è un modello che favorisce la biodiversità – dicono da Slow Food: il cibo modello fast food non ha niente a che fare con la dieta mediterranea, è cibo omologato, sempre uguale in tutta Italia.

La dieta mediterranea si basa su legumi e su olio di oliva, non sul consumo di carne principalmente.

La carne di Mc Donald arriva dal colosso Inalca: qui arrivano le mucche da latte a fine carriera (al quarto quinto anno sono considerate anziane, sono mucche che non danno più profitto per l’industria), ma che possono essere sfruttate per fare panini.

Tanto la carne macinata non deve essere di qualità.

Da una parte si celebra la carne dei fast food e dall’altra parte si demonizza la carne prodotta in laboratorio: il ministro Lollobrigida si sta battendo contro questa carne, per un tema di salute dei cittadini (quelli che poi devono mangiare nei fast food).

Il presidente di Coldiretti Prandini era presente in studio per rispondere alla salute: secondo la scienziata Cattaneo è una insensatezza proibire la carne prodotta in laboratorio, si tratta di una cesura tra politica e scienza, come già avvenuto nel caso Stamina, con la Xylella.
La carne prodotta in laboratorio ha dei rischi per la salute delle persone – spiega Prandini – ci sono studi come quelli dell’OMS (mentre la FAO ha detto che è presto per parlare di rischi, servono altri studi).

Coldiretti vorrebbe equiparare questi prodotti alle medicine: serve un iter di approvazione che non bassa dalle persone.

Ma la carne prodotta in Italia è sostenibile? Secondo Prandini l’Italia è il paese più sostenibile, dovremmo spendere risorse pubbliche per rendere il paese più sostenibile.

Ma l’Italia usa maggiori pesticidi in Europa – ha risposto Iacona: colpa del fatto che l’Italia traccia tutti i pesticidi usati, mentre in altri paesi si è meno rigidi coi pesticidi.

La percentuale dei respingimenti da paesi extra UE è sotto l’1 %, dunque il cibo che arriva da fuori è sicuro: questi sono i dati del ministero.

Il ministro Lollobrigida ha dichiarato guerra al cibo artificiale con un disegno di legge del marzo scorso: la difesa della civiltà dai nuovi barbari passa dal divieto della carne prodotta in laboratorio.

Ma questo tipo di carne è studiata anche nei centri di ricerca italiani, come fanno a Tor Vergata: dalle cellule staminali si allevano cellule, come i semi nelle serre, per arrivare ad una simil bistecca. Obiettivo non è solo nuovo cibo per alimentazione, ma anche realizzare nuovi tessuti per fini medici: il ban del governo può creare problemi alla ricerca, perché blocca l’arrivo di fondi privati, fondamentali in Italia dove i fondi pubblici per la ricerca sono scarsi.

C’è poi il rischio di importare carne da paesi stranieri, dove la “ricetta” per produrre carne è segreta.

Presadiretta è andata a Singapore, città stato dove 5 ml di abitanti convivono su un’isola dove devono importare il cibo di cui si nutrono: cui si investono milioni di dollari per il cibo del futuro, come il bacon a base vegetale realizzato con la soia, pollo fatto con le arachidi che è un sottoprodotto di scarto dell’industria alimentare, pesce coltivato assieme a proteine vegetali, carne coltivata in laboratorio realizzata da una startup sud coreana, microalghe che fanno sanguinare gli hamburger vegetali.

La multinazionale Cargill è sponsor della manifestazione sulla carne del futuro a Singapore: sono interessati a questa carne da laboratorio perché ritengono che sia una interessante alternativa.

Il futuro non è in contrasto con la tradizione – spiega un venditore di carne alla giornalista di Presadiretta – semplicemente quando milioni di nuovi consumatori chiederanno nuova carne, dovremmo trovare il modo di produrla in modo sostenibile.

Alla UmamiMeats producono in laboratorio anche i pesci, specie quelli a rischio estinzione: sono prodotti in bio reattori prodotti da una azienda italiana, la Solaris. Sapere che in Italia la carne “sintetica” sia proibita, fa ridere il ricercatore intervistato da Presadiretta.

A Singapore tutti i ricercatori stanno cercando il modo di far crescere le cellule senza bisogno di ormoni o di liquidi di origine animale: un prodotto interamente “realizzato” senza bisogno di uccidere animali.

In futuro non potremo sfamare tutte le persone come oggi: cosa faremo allora? La carne diventerà solo un prodotto per ricchi, contrariamente a quanto è nelle intenzioni del ministro Lollobrigida?

Il professor Chen è un consulente della FAO: ha lavorato al documento che oggi viene usato dalla Coldiretti come arma contro la carne da laboratorio. Ma a Presadiretta spiega come nel documento si parli di rischi potenziali, ovvero di rischi presenti anche in altri prodotti.

Nella carne coltivata non ci sono rischi maggiori rispetto alla carne tradizionale: questa la posizione della FAO, con buona pace di tutti.

Non è solo questo: con la carne da laboratorio c’è meno consumo di risorse, c’è meno emissione di metano nell’aria.

È importante studiare la carne prodotta in laboratorio – racconta la ricercatrice della FAO – la scienza è bellissima, spiega, dovremo sfamare una popolazione in crescita con meno risorse.

Corriamo il rischio che il cibo del futuro finisca nelle mani di poche aziende nella Silicon Valley?

Allora perché non si fa ricerca anche in Italia – sono le parole di un manager di una di queste aziende americane la Eat just - la verità è che la carne tradizionale arriva da allevamenti intensivi che non hanno nulla di naturale, sono luoghi infernali, dove si fa largo uso di medicinali, dove gli animali vivono in condizioni drammatiche, sono costretti a crescere in modo rapido.

Altro che carne naturale, altro che l’immagine idilliaca dei polli allevati a terra o delle mucche libere nei pascoli.

Non è solo una questione etica: questo modello di allevamenti pone rischi anche alla nostra salute, per questo EFSA ha già pubblicato raccomandazioni su come allevare animali.

Per esempio dare spazio ai polli: se gli animali sono stressati si ammalano di più e queste malattie possono causare conseguenze agli uomini, costringono ad usare sempre più antibiotici. Dobbiamo considerare un tutt’uno la salute animale e quella dell’uomo.

Purtroppo come consumatori nemmeno possiamo sapere da dove arriva la carne, se l’animale è cresciuto in un allevamento intensivo, a che età è stato ucciso, come è stato trattato quando era in vita. Basta animali in gabbia, questa la battaglia che si sta preparando in Europa: basta scrofe costrette a stare settimane nelle gabbie per prepararle alla gestazione.

Allevamenti che emettono sostanze nocive in atmosfera, come l’ammoniaca e che sono nocive per la nostra salute.

Chi vive attorno a questi allevamenti lo sa molto bene: la puzza che arriva li costringe a rimanere chiusi in casa, chi può vende. Perché l’ammoniaca prodotta dalla zootecnia uccide.

Eppure in Italia, in Emilia Romagna si continuano a costruire ed espandere nuovi allevamenti e in Europa i popolare e le destre hanno votato per considerare come fonte di inquinamento anche gli allevamenti intensivi: le lobby sanno muoversi bene per difendere i loro interessi, spesso in contrasto con quelli della nostra salute.

Per seguire il consenso facile, la politica non fa lo sforzo di seguire la scienza, come non lo ha fatto anni fa quando è comparsa nel sud d’Italia la Xylella.

Dieci anni fa al CNR di Bari gli scienziati scoprirono questo batterio, la Xylella, molto pericoloso e sconosciuto in Europa: si trasmette tramite degli insetti che si nutrono con la linfa della pianta.

Il protocollo prevede l’abbattimento delle piante per fermare il batterio, suscitando le proteste dei coltivatori: ma purtroppo la realtà scientifica era quella, come ammette oggi un ex olivocoltore che oggi si è dedicato alla vite.

Oggi ci sono interi ettari che sono diventati un cimitero di ulivi che non sono nemmeno buoni come legna da ardere.

Gli indennizzi della regione sono stati insufficienti rispetto alle richieste degli agricoltori: i danni economici sono stati stimati in 2 miliardi di euro, si sono persi 5000 posti di lavoro a cui hanno contribuito il negazionismo e le teorie del complotto (cavalcate anche dalla politica). Non solo, alcuni ricercatori del CNR furono indagati dalla procura di Lecce.

Nel frattempo la Xylella non si è fermata, nuovi focolai sono stati individuati ancora più a nord: nonostante questo il negazionismo non è tramontato, il responsabile degli abbattimenti della regione Puglia è stato costretto a rilasciare l’intervista in modo anonimo.

La ricerca ci può salvare, solo la scienza: cercare cioè piante più resistenti, individuare in modo tempestivo nuovi focolai e questo si fa tutti assieme, ricercatori, politica e agricoltori, sempre che si voglia finanziare la ricerca.

Ma la politica oggi si sta battendo anche contro la rivoluzione dell’auto elettrica: l’industria automobilistica ha raccolto la sfida dell’elettrico, abbandonando il vecchio motore a benzina.

Significa fare ricerca sulle batterie, ricerca delle materie rare, una grande competizione con la Cina: ma in Italia non siamo pronti, la vecchia Fiat di Marchionne non credeva all’elettrico, abbiamo perso dunque il treno dell’innovazione e ora sono a rischio i posti di lavoro ancora rimasti nel nostro paese.

Non saranno certo le ridicole battaglie della nostra destra a difesa del motore termico a fermare la rivoluzione elettrica.