31 agosto 2020

Le anticipazioni di Presadiretta – mai più eroi


Sventurata la terra che ha bisogno degli eroi – è una citazione famosa del drammaturgo tedesco Brecht.
Calza bene al nostro paese, che si commuove per i suoi eroi, che salvano vite nei momenti più drammatici, per poi dimenticarsene appena passa la tragedia.

Vale per i Vigili del fuoco eroi nel terremoto in centro Italia nel 2016. Vale ora per i medici e gli infermieri italiani, superata l'emergenza iniziale per il Covid.
Mai più eroi è il titolo della seconda puntata di Presadiretta, dedicata alle 35mila persone morte, molte delle quali sono morte da sole, nelle loro case, senza alcuna cura.
Obiettivo del servizio è chiedersi quali siano stati gli errori fatti, nell'ottica di non ripeterli mai più nel futuro, in autunno, quando potrebbe arrivare una seconda ondata.
Come deve cambiare il servizio sanitario nazionale per non avere più eroi?

Riccardo Iacona lo ha chiesto a Giuseppe Remuzzi, Direttore dell'Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri IRCCS che ha puntato il dito contro il sistema dei DRG (Raggruppamenti omogenei di diagnosi): 
“la Lombardia per anni si è orientata attorno al DRG, è poi è diventato un sistema per fare del fatturato.La struttura privata chiama il traumatologo di grande fama e gli dice tu mi devi tante protesi dell'anca, o tumori al polmone, arriva l'amministratore delegato della struttura e gli dice, quest'anno ne hai operati 300, l'anno prossimo 350 .. ma dove li trovo io 350? Significa farli venire dalle altre regioni. Vuol dire che abbiamo creato questa industria per creare protesi dell'anca, chirurgia dell'obesità, fissazione delle vertebre, cose che non sono neanche necessarie ..”

Questo modus operandi però coinvolge anche le strutture ospedaliere pubbliche, la ratio economica di un ospedale pubblica si basa essa stessa sui DRG – ha chiesto Iacona al medico: 
“è stata questa terribile contaminazione, il DRG è diventato il sistema attraverso cui si fanno le scelte negli ospedali e questo ha messo in crisi di fatto anche l'ospedale pubblico. Il DRG va tolto, bisogna che l'ospedale pubblico sia retribuito in base ai risultati e alle esigenze. Servono 10mila mastectomie nella provincia di Milano? Benissimo, noi facciamo le diecimila mastectomie e paghiamo l'ospedale. Ne può fare solo 7000, allora 3000 le diamo al privato, con cui ci convenzioniamo per quello per cui il pubblico è carente, non per fare quello che vuole. Questo richiede un grande piano sanitario e una visione globale. Deve essere una cosa che parte dalla prevenzione, che è la cosa fondamentale. Tutti questi soldi che sono stati messi sulla sanità privata avrebbero dovuto essere messi sul territorio. La missione è tutelare la salute dei cittadini e il diritto alla salute non alla cura. Noi non ci possiamo permettere che muoia nemmeno una persona per niente, devono morire quelli che è giusto che muoiano, perché programmati per morire ad una certa età, ma non dobbiamo fare come è successo adesso che le persone morivano per niente, gli anziani. La salute non è soltanto cosa che ha che fare con ospedali, farmaci, è qualcosa che ha molto più a che fare col benessere. E quindi torniamo alla prevenzione.”


Le telecamere di Presadiretta sono tornate in Veneto, per raccontare come siano stati isolati i cluster nei piccoli paesi, cominciando dall'ospedale di Schiavonia, tra il 22 e il 23 febbraio. Nei giorni successivi, si input del presidente Zaia, comincia la tamponatura degli abitanti di Vo' Euganeo: 3000 persone tamponate nel giro di sette giorni – racconta la direttrice dell'ULSS6.
Ad inizio di marco la popolazione di questo paese viene sottoposta ad una seconda tamponatura, con risultati straordinari: se a fine febbraio erano risultati positivi al test il 3% della popolazione, con una tasso di contaminazione che avrebbe portato in pochi giorni la percentuale al 60%, a marzo la % è crollata allo 0,25%, con una manciata di positivi rimasti in regime di isolamento. Il fattore R0 era stato abbattuto del 98%: l'epidemia era stata soffocata sul nascere.
Iacona se lo è fatto raccontare dal dottor Crisanti: 
“E’ molto semplice. Se c’è un cluster si chiude tutto, si fa il tampone a tutti, si ritorna dopo 9 giorni, si rifà il tampone a tutti. Si isolano i casi positivi e il cluster è chiuso. A Vo’ non c’è stato più nessun caso di trasmissione endogena. La ricetta ce l’abbiamo, sta sotto gli occhi di tutti, bisogna che ce ne rendiamo conto. Ad ottobre e novembre se abbiamo un nuovo cluster cosa facciamo, tutte le stupidaggini fatte fino ad adesso? Oppure aggrediamo quel cluster come si deve?”

Quali sono le stupidaggini fatte?
Discutere dell'utilità dei tamponi, sul fatto che i tamponi debbano essere fatti ai sintomatici, .. non abbiamo ancora una ricetta standardizzata nel caso in cui ad ottobre o novembre c'abbiamo un cluster importante. Che facciamo?”

Dal Veneto all'Emilia Romagna: a Bologna all'ospedale Sant'Orsola, il più grande come posti letto, la più grande azienda ospedaliera pubblica. Durante l'emergenza sanitaria è diventato il punto di riferimento per i malati Covid della città.
Pierluigi Viale, direttore del reparto malattie infettive racconta quei giorni: 
“il 3 marzo dedicavamo tutti i letti del reparto malattie infettive al Covid. Il 15 marzo avevamo 400 letti Covid attivati, giorno dopo giorno aprivamo nuovi reparti”.

Per tutto il mese di marzo al Sant'Orsola si sono costruite dal nulla nuove terapie intensive, poi a fine marzo la regione Emilia Romagna ha impresso una svolta: 
“ci siamo guardati in faccia e ci siamo detti, ma tutta sta gente che arriva con questi sintomi pesantissimi, aveva alle spalle giorni di malattia, otto o nove giorni di febbre a casa. Ma perché dobbiamo lasciar morire a casa, andiamo fuori dall'ospedale e andiamo a prenderli a casa, vediamo se prendendoli prima, riusciamo ad assisterli meglio, facendo la ventilazione non invasiva prima. Li prendiamo quando hai una piccola alterazione della funzione respiratoria e ti mettiamo subito sotto tiro.Da quando abbiamo cominciato ad uscire dall'ospedale, superando il paradigma sto ad aspettarti coi letti in terapia intensiva pronti, al vengo a prenderti a casa, oppure vieni qua che ti valuto prima che cominci ad avere la sensazione di affanno, abbiamo visto sparire i pazienti che arrivavano con le punte dei polmoni. Li abbiamo visti sparire ai primi di aprile. La sensazione è che questo andarli a prendere precocemente, abbia cambiato il nostro ingaggio con la malattia.”

Se il sistema sanitario nelle prime settimane dell'emergenza ha tenuto è stato grazie al lavoro di medici e infermieri, soprattutto nelle regioni dove il virus ha colpito di più, come in Lombardia, nella provincia di Bergamo.
In queste zone sono morti 29 camici bianchi e altrettanti infermieri e operatori sanitari: uno di questi era il dottor Perego, di Treviolo, morto per l'infezione dal coronavirus il 23 aprile scorso, dopo un mese di ricovero.
Il dottore ha avuto i primi sintomi a marzo - racconta la moglie Alessandra Lombardo: mentre infuriava l'epidemia con centinaia dei suoi assistiti che stavano male, il dottor Perego non aveva mai smesso di occuparsene, nonostante i pochi e precari dispositivi di sicurezza su cui era riuscito a mettere le mani.
Gli erano state date due mascherine di cui una per solidarietà ha dato alla segretaria. Poi si è procurato da un amico, imprenditore edile, delle maschere da cantiere. Però bisognava prevenire questa cosa, c'è stata una dichiarazione di pandemia a fine gennaio sulla gazzetta ufficiale, ci chiediamo che cosa hanno fatto .. non hanno fatto niente. Vorrei una giustizia serena .. più nessuno deve trovarsi in questa situazione di emergenza.”

Fontana ha detto “rifarei le stesse cose”. Questa dichiarazione l'ha ferita?
Si molto, anche perché qui la situazione era di emergenza ed era un emergenza annunciata e questa è la cosa imperdonabile”

Errore imperdonabile anche l'abbandono della medicina sul territorio (vi ricordate la battuta dell'ex sottosegretario Giorgetti della Lega, “chi va più dal medico di base?”).
A Bergamo, Riccardo Iacona ha intervistato Paola Pedrini, medico a Trescore: la dottoressa ha raccontato al giornalista come pazienti, anche con parametri critici, sono stati curati a casa per l'impossibilità di ricoverare tutti. A marzo è successo qualcosa che non era mai accaduto, da quando esiste il sistema sanitario, cioè che nessuno prende in carico un paziente bisognoso di cure.
Come medico sul territorio, la dottoressa ha riportato la condizione di stress con cui ha dovuto lavorare, senza protezioni a sufficienza col rischio di contagiare altre persone o addirittura i familiari.
Avevamo l'angoscia nel non poter trovare un ricovero per pazienti che ne avevano bisogno .. non mi sarei mai immaginato di dover supplicare per un ricovero. Di fronte ad una persona giovane, dire se arriva l'ambulanza devi insistere per un ricovero.”

A Casalpusterlengo, Iacona ha incontrato un altro medico, Michele Polini: 
“è stato il dramma peggiore, vedere i nostri pazienti , doverli seguire a casa impotenti, perché se si chiama il 112 non ti risponde, perché sovraccarico. Ci si mette due giorni per avere una risposta ma in quei due giorni il paziente mi chiama quattro volte al giorno, mio marito sta male ha la febbre cosa devo fare?”.

Il medico ha spiegato come a volte il 112 quando arrivava faceva la sua analisi e suggeriva di chiamare il medico curante, perché non c'erano posti letto per il ricovero.
Io mi son sentito dire: dottore parte la lettiga, lei ha dieci minuti decida, uno dei due rimane a casa, perché ne possiamo portare via uno solo.”
Chi salvi allora? Quello di trent'anni o quello di cinquant'anni con figli?
Mi son sentito dire da una famiglia, dottore ricoveri mio figlio, a me mi lasci pure morire a casa perché tanto ..”

I familiari delle vittime del Covid, in Lombardia, si sono riuniti sulla pagina FB Noi denunceremo dove sono raccolte le storie, le foto, i ricordi, delle migliaia di persone morte: “un grande funerale collettivo, quello che non sono riusciti a fare perché impedito dalle disposizioni dell'autorità sanitaria”.
Qui troviamo i commenti delle persone lasciate sole a casa, senza cure, o quelli dei parenti delle persone morte in ospedale da sole, senza che i parenti sapessero come e perché.
Non era mai successo – commenta Iacona – che si interrompessero questi riti della cura e della morte “che consentono di accompagnare al meglio chi ci ha dato la vita, i nostri fratelli, sorelle, gli amici più cari, perché possano sapere quanto li abbiamo amati e non essere soli nel momento della sofferenza e del dolore”.
Le foto dei nonni, dei genitori, dei parenti morti, 35mila secondo le cifre ufficiali, più altre diecimila non conteggiate, ci riportano l'enormità di quanto successo.
Le persone che hanno aperto queste pagine hanno oggi un grande bisogno di verità e giustizia, da qui le denunce presentate alla procura di Bergamo: perché vogliono che le loro storie non finiscano nel silenzio.

Questa sera ospiti della puntata, in studio, saranno il ministro della salute Speranza, il presidente Stefano Bonaccini e il direttore del dipartimento Prevenzione della Regione Veneto Francesca Russo.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

29 agosto 2020

Italia occulta di Giuliano Turone



Prefazione di Corrado Stajano 
Una storia nera. Una storia purtroppo vera questa di Giuliano Turone, Italia occulta, dove tutto è minuziosamente documentato da atti di giustizia, sentenze, ordinanze, confessioni, interrogatori, testimonianze, perizie balistiche, verbali magari a suo tempo sottovalutati o non compresi, qui invece analizzati con la furia certosina dello scrittore che spesso, come magistrato, è stato al centro di quel che racconta. Non è un’autobiografia. Se non si conoscono i fatti ci si può render conto della presenza e della funzione dell’autore solo da una minuscola nota a piè di pagina, l’opposto dell’esibizione.Protagonista delle vicende narrate è un paese malato, spesso moribondo, una palude non prosciugata dove negli anni Settanta Ottanta del Novecento, dall’indomani di piazza Fontana all’uccisione di Moro al massacro della stazione di Bologna, è accaduta l’iradiddio, stragi, assassinii, complotti, tentati colpi di Stato. In un connubio, esso sì romanzesco, tra politica e criminalità spuntano da queste pagine i personaggi più diversi, ministri, banditi, frati, presidenti del Consiglio, presidenti della Repubblica, avventurieri, terroristi, provocatori, capimafia, giudici corrotti, agenti segreti, doppiogiochisti, killer, generali infedeli che non hanno certo reso onore alla loro uniforme.
Un Trionfo della morte da far invidia a Pieter Bruegel il Vecchio. Poi c’è l’altra Italia che ha retto, anche se con fatica, alla quale il libro è dedicato, rappresentata qui da Tina Anselmi, la presidente della Commissione d’inchiesta sullaLoggia P2, dal colonnello della guardia di finanza Vincenzo Bianchi, dal commissario di polizia Pasquale Juliano, dal generale deicarabinieri Giorgio Manes, dal giudice Giancarlo Stiz, «Servitori della Repubblica», semplicemente.

E' stato il triste anniversario dei quarant'anni dalla strage di Bologna, la bomba fascista fatta esplodere nella stazione il 2 agosto 1980, a spingermi a leggere questo saggio del giudice Giuliano Turone, di cui avevo già letto “Il caffè di Sindona”.Quest'ultimo lo avevo comprato ma non ancora letto: invito i tanti che, come me, vogliono approfondire la conoscenza della nostra storia recente, a prendere in mano questo libro e a tuffarsi nel racconto di questa Italia “occulta”.
Sono gli anni tra il rapimento del presidente Aldo Moro e la strage di Bologna, fino ad arrivare poi agli anni della mattanza dei corleonesi.
Anni che seguono alle stragi, ai golpe e ai tentativi di golpe, le bombe fatte esplodere per creare terrore e spostare l'asse politico del paese in senso conservatore, bloccandone i tentativi di riforme in senso progressista.
Perché l'Italia, dopo Jalta, non poteva permettersi una sana alternanza politica tra governi di destra e di sinistra: si doveva ad ogni costo (anche al costo di vite umane) impedire al partito comunista di arrivare al potere.
Tutto questo è stato chiamato “strategia della tensione”, una guerra non ortodossa combattuta non con eserciti schierati, ma con attentati da addossare a formazioni di sinistra, operazioni di destabilizzazione. In carcere, l'ex ordinovista Vincenzo Vinciguerra, ammise
Tutte le stragi che hanno insanguinato l’Italia a partire dal 1969 appartengono a un’unica matrice organizzativa […]. Le direttive partono da apparati inseriti nelle istituzioni […]. Si tratta del gruppo che dette vita o aderì successivamente al centro studi Ordine nuovo di Pino Rauti.

Sono gli anni in cui la nostra politica, la finanza, pezzi dell'informazione e anche pezzi dello Stato sono stati infettati dal virus della massoneria deviata (sempre che ne esista una non deviata) della Loggia P2 col suo maestro venerabile, Licio Gelli.

Giuliano Turone, in un lavoro certosino e ben documentato, racconta in modo chiaro e comprensibile a tutti, alcune storie significative per comprendere quel periodo, cominciando dalla scoperta degli elenchi della Loggia P2 a Castiglion Fibocchi nel marzo 1981, con dentro ufficiali delle forze armate, i vertici dei servizi, ufficiali della Finanza, banchieri, giornalisti, politici.

Il rapimento di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse, il ritrovamento del memoriale del presidente una prima volta nell'ottobre 1978 e una seconda volta nel 1990, nel covo di via Monte Nevoso.
Il lavoro di disinformazione contro Moro, da parte del comitato del Viminale, il lavoro del consulente americano Steve Pieczenik che, per sua ammissione, era arrivato in Italia per salvare il sistema, non per salvare il presidente DC.

La crescita della Loggia P2 (“la metastasi delle istituzioni” la definisce Stajano nella prefazione), il suo lavoro atto a svuotare la democrazia dal suo interno, quando, dopo il 1974, si abbandonò la strategia dei golpe intentati e delle bombe.

Controllare i partiti, comprandosi alcune suoi elementi di spicco.
Controllare i giornali, dissolvere la Rai e il servizio pubblico; controllare i vertici dell'Arma, della Guardia di Finanza, dei servizi.
Imbrigliare il potere diffuso della magistratura, mettendola sotto il controllo dell'esecutivo, trasformare l'Italia in una repubblica presidenziale.
Vi ricorda qualcosa tutto questo? Quante di queste riforme, reazionarie e antidemocratiche, sono state proposte e in parte realizzate in questi anni?

C'è poi un lungo capitolo che racconta la storia di Giulio Andreotti, condannato per i suoi rapporti con Cosa Nostra accertati fino al 1980, reato poi prescritto. Nel memoriale, Aldo Moro di lui scrisse
«Si può essere grigi, ma onesti; grigi, ma buoni; grigi, ma pieni di fervore. Ebbene, on. Andreotti, è questo che a Lei manca».

Andreotti e il delitto Pecorelli, Andreotti e lo scandalo degli assegni (tangenti versate dall'industriale Nino Rovelli alla corrente DC di Andreotti), la cui origine era l'istituto Italcasse. Andreotti e i suoi incontri, accertati dai giudici, con i boss mafiosi Bontade e Inzerillo, prima e dopo la morte del presidente della regione Sicilia Piersanti Mattarella.

La seconda guerra di mafia, il golpe dei corleonesi di Riina e Provenzano, contro le famiglie mafiose di Palermo, Bontade, Inzerillo e Badalamenti.
Il ruolo del finanzieri Sindona e Calvi (entrambi membri della P2) nel riciclaggio del denaro sporco della mafia e i loro legami con lo Ior, l'opaco istituto finanziario dentro il Vaticano.
Ancora una volta, al centro, troviamo il divino Giulio, che aveva definito Sindona “salvatore della lira”, che in una intervista aveva detto che Ambrosoli, il coraggioso liquidatore della banca privata di Sindona era uno che se l'era cercata.

Nel racconto di Turone si racconta del delitto Mattarella, delle piste non seguite (e suggerite dal magistrato Loris D'Ambrosio) che portavano al coinvolgimento di Fioravanti (esponente dei Nar); della strage sul treno 904 a Natale 1984, della “strategia della tensione”, dal Piano Solo, a Piazza Fontana, al golpe dell'Immacolata.

Fino ad arrivare alla genesi della bomba di Bologna, la strage fascista di cui in questi mesi stiamo scoprendo nuovi dettagli, che confermano la pista nera e i finanziamenti ottenuti dai Nar da Gelli, autore tra l'altro dei depistaggi messi in atto in favore della falsa pista palestinese.
È molto probabile, quindi, che il fine ultimo dell’impegno, davvero impressionante, profuso dal Sistema P2 nelle sue accanite attività di depistaggio, sia stato qualcosa di ben diverso dalla semplice volontà di giovare oppure di nuocere ai Nar di Fioravanti, Mambro e Ciavardini.

Si torna sempre a lui, a Licio Gelli che oggi (complice anche di una stampa colpevolmente senza memoria) ricordiamo come un simpatico vecchietto, che si è portato i suoi segreti nella tomba.
La Loggia Propaganda 2 è una struttura semi occulta di cui conosciamo la piramide inferiore (come la descrive con una felice metafora la relazione Anselmi): nel mezzo, in un ruolo di cerniera, va messo Gelli, “il custode, il notaio di questa piramide inferiore”.
Ma chi troviamo nella piramide superiore, sopra Gelli? Turone azzarda una sua ipotesi, inserendo due protagonisti della nostra Prima Repubblica, Giulio Andreotti e Francesco Cossiga. “due protagonisti dell’aforisma gelliano”.
Cossiga l'uomo di Gladio (e di tutto ciò che si nascondeva dietro la struttura semi ufficiale di Stay Behind), Andreotti e l'Anello, l'altra struttura segreta (scoperta negli anni novanta dallo storico Aldo Giannuli).

E' un lavoro importante, quello fatto dall'ex magistrato: conservare la memoria di quanto è accaduto (nemmeno troppi anni fa) in Italia è oggi quanto mai importante.
Ricordare quanto la nostra democrazia sia stata ad un passo dal collassare, quanto sia stata a rischio. Un rischio di cui ancora oggi non siamo immuni: il controllo dell'informazione, che deve essere controllore del potere, non al suo servizio. Il controllo della magistratura, che deve garantire il rispetto delle leggi, uguali per tutti. Il controllo dei partiti e del Parlamento, da parte di poteri esterni fuori dal controllo democratico dei cittadini.

La rinascita o, meglio, l'uscire allo scoperto, dei gruppi neofascisti che nemmeno devono più nascondersi, eredi di quei gruppi che negli anni settanta ottanta furono da manovalanza della criminalità, utili idioti per i destabilizzatori a cui avevano fatto credere del golpe imminente.
Particolarmente danneggiate da quella sottrazione di coscienza storica sono le nuove generazioni. Chi frequenta i ventenni di oggi sa bene quanto essi siano disorientati di fronte ai misteri della storia recente del loro paese

Un altro pregio di questo saggio è però anche perpetuare la memoria dei tanti eroi, dentro lo Stato, che col loro lavoro hanno protetto la nostra democrazia.
Il commissario Juliano che per primo stava indagando su Ordine Nuovo a Padova e che se non fosse stato fermato avrebbe potuto impedire la strage di Milano del 1969.
Giorgio Ambrosoli, eroe borghese, che si oppose (come i vertici della banca d'Italia Paolo Baffi e Mario Sarcinelli) al salvataggio della banca di Sindona a spese dei cittadini.
Il generale dei carabinieri Giorgio Manes, che indagò all'interno della stessa Arma contro i militari coinvolti nel piano Solo.
Il colonnello della guardia di finanza Vincenzo Bianchi, che resistette alle pressioni dei superiori sulle liste degli affiliati alla P2.
Il maresciallo della finanza Silvio Novembre, che lavorò a fianco di Ambrosoli.
Tina Anselmi, senatrice DC, presidente della commissione parlamentare sulla Loggia P2 (che grande presidente della Repubblica avrebbe potuto essere).
Il giudice Mario Amato, ucciso dai Nar, lasciato solo dal suo capo ad indagare sull'eversione nera a Roma.
Il generale dei carabinieri, poi prefetti di Palermo (senza poteri) Carlo Alberto Dalla Chiesa.

A loro, e ai tanti come loro che hanno reso con onore un servizio allo Stato, è dedicato questo libro.

La scheda sul sito di Chiarelettere
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26 agosto 2020

Tre passi per un delitto, di Cristina Cassar Scalia, Giancarlo De Cataldo e Maurizio De Giovanni

In ogni delitto che si rispetti c'è una vittima, non necessariamente un morto, un investigatore chiamato a risolvere il caso, un primo sospettato del reato che poi, grazie al lavoro dell'investigatore, viene scagionato. E poi tutte le persone attorno alla vittima, e magari anche al principale sospettato, tra cui magari si nasconde il vero responsabile del delitto.

Tre, tra i più importanti scrittori di giallo italiani di questo momento, si sono cimentati in un esperimento letterario molto interessante: raccontare un delitto attraverso tre diversi punti di vista.


Quello dell'investigatore, il commissario romano Brandi (dello scrittore Giancarlo De Cataldo), che deve capire chi ha ucciso Giada Colonna, una giovane e bella ragazza, trovata morta nel suo appartamento per un colpo alla testa.
Al centro di una parete spoglia, tinteggiata di un vivido giallo, c'è un grande quadro. Il fondo è di un verte raggrumato, a suggerire l'intenzione di marcio. Sul lato sinistro è raffigurata una bambina che sta per accendere un fiammifero. Indossa una tutina rossa che fa risaltare i corti capelli biondi. [..] All'estremità opposta, sulla destra, una gamba sollevata, come di una figura in movimento. Pantaloni scuri e una scarpa bianca con lacci neri, di foggia antiquata. Incongrua, minacciosa.
Brandi un investigatore in gamba, che sa separare le intuizioni da ciò che viene fuori dall'analisi della scena del crimine.
Ma sa anche che i delitti nascono dalle distorsioni dei sentimenti, “le passioni, dai dolori, dagli interessi e dalle miserie delle migliaia di esseri umani che le percorrerono”.

Che distorsione può aver interrotto la vita di Giada, che nella vita lavorare nel mondo dell'arte, come si evince dalle opere contenute nel suo appartamento (come quel quadro inquietante, che Brandi chiama “della piccola fiammiferaia”)?
Una vita irreprensibile, dicono le persone che l'hanno conosciuta. Nessuna relazione, nessun amante.
Una vita che ora, almeno nelle ultime sue ore, viene vivisezionata dalla squadra di Brandi: le telefonate, gli spostamenti.
Fino a quelle immagini di una telecamera, di un locale gestito da un prestanome di un mezzo mafioso. Che la immortalano vicino ad un signore anziano e poi andare via assieme ad un ragazzo di colore che si scopre poi essere uno spacciatore.

Chi era Giada allora? Brandi inizia a confondere i piani, dell'indagine e della sfera privata, arrivando a sognare questa ragazza. A desiderarla. Ad amarla..
Giada, che non era come veniva descritta.
Ci sono tanti piccoli misteri, come quel messaggio a MV, di cui non si riesce a risalire al numero.

MV come Marco Valerio Guerra, che proprio quel quadro aveva regalato a Giada.
“La stavo aspettando” - dice a Brandi quando questi si presenta alla sua Fondazione.

Marco Valerio Guerra (Maurizio De Giovanni) si presenta in prima persona, sin da subito:
Voi ci credete al destino?
No, non rispondete. È una domanda retorica. Per diversi motivi: il primo, fondamentale, è che quello che credete non importa a niente. Proprio niente.
Capirete che, premesso ciò, le altre ragioni per le quali la vostra risposta non mi interessa perdono di significato; e tuttavia, volendo approfondire ancora, vi direi che il livello medio della gente, quindi il vostro livello medio, è così basso e prevedibile che non serve a nulla fare domande di cui si conoscono già le risposte. Io, vedete, sono assai più intelligente del più intelligente di voi.
Simpatico, vero?
Marco Valerio Guerra si racconta in prima persona: dagli inizi, quando dovette affrontare la povertà dignitosa della sua famiglia, il cui patrimonio era stato dissipato dal nonno.
Un cognome aristocratico e basta: ma a compensare questo una forte ambizione e una grande volontà di conquistare una posizione di potere, manipolando le persone, convincendole a fare le cose che tornano più comode ai suoi interessi.
Per non finire come suo padre, dimesso e debole, “un vaso di fiori in tempo di guerra”, bello ma inutile, che però un giorno lo presentò ad un suo ex compagno di classe per una raccomandazione, Sebastiano Carli di Bosconero.
Di cui Marco Valerio Guerra divenne suo collaboratore fidato, nel mondo dell'edilizia (quello dei palazzinari romani), con un primo obiettivo. Prenderne un giorno il suo posto, sedersi su quella poltrona.

In che modo? Raccogliendo informazioni, trovare la “crepa” negli avversari, non esporsi se non quanto minimamente necessario, nessun vizio, nessuna dipendenza da lussi, droghe, sesso.
Per il suo obiettivo, manca però qualcosa: il capitale con cui poter costruire il suo impero.
Ed ecco allora entrare in scena la moglie, Anna Carla, conosciuta ad un ricevimento di quelli dove si fa dell'ipocrita beneficenza e diventata poi la sua principale alleata, complice, collaboratrice.

Anna Carla Santucci (Cristina Cassar Scalia), dal punto di vista familiare, è completamente complementare a Marco Guerra: figlia di un imprenditore nel ramo dei sanitari (o re dei cessi, come veniva chiamato nell'ambiente) Remo Santucci, non aveva titoli, non aveva discendenza nobili, non era nata nell'ambiente dell'aristocrazia romana. Ma aveva i soldi del padre.
E con i soldi entri in tutti i circoli che contano, puoi pagarti i migliori studi (per non essere più un burino come il padre, il “re dei cessi”).
La incontriamo a Viterbo, alle terme, in compagnie di alcune sue amiche, che rimugina su quella telefonata ricevuta dal marito, la notte precedente.
Non avrei dovuto dirgli che sarei rimasta qui. Avrei dovuto cogliere la sua richiesta d'aiuto e tornare a Roma subito, senza esitazioni. Se l'avessi fatto, non saremmo arrivati a tanto.
Penso e ripenso a quella telefonata. Scompongo il dialogo, lo ricompongo, immagino come sarebbero andate le cose se avessi risposto in modo diverso. Ma la realtà resta uguale, e adesso sembra non esserci più molto da fare. Nonostante l'assurdità della cosa. Nonostante io sia certa che nulla è andato veramente così.
Di cosa sta parlando, Anna Carla?
La notte precedente il marito, Marco Valerio Guerra, l'aveva chiamata confessando la fine della relazione con Giada e chiedendole di ritornare a Roma.
Evento incredibile: Anna Carla era a conoscenza delle sue relazioni extra, sapendo che erano tutte destinate a chiudersi senza lasciare traccia.
Perché Guerra e il suo impero, su cui in tanti hanno cercato di indagare (giornalisti, magistrati, nemici nel mondo della finanza), non ha crepe.
O forse no.

Il delitto di Giada Colonna viene raccontato da tre voci diverse, dei tre protagonisti della storia: l'investigatore che sa che quel delitto è un'arma da maneggiare con cura, perché coinvolge un nome importante della finanza e non sono permessi errori o passi falsi.
L'amante della vittima, Marco Valerio, che nella sua autoconfessione di fronte al lettore non ci nasconde nulla e nulla nasconde di sé.
Infine Anna Carla, fredda, per nulla sorpresa della scoperta di quella relazione extra coniugale del marito.

L'investigatore che deve cercare la verità, una verità che non crei problemi alla procura, ai suoi superiori.
L'uomo abituato a manipolare la verità e le persone, a far sì che questa segua un percorso più congeniale per i propri interessi.
Infine la donna abituata a nasconderla, la verità.

Ciascuno di loro racconta la sua verità, non quella reale, solo un tassello per consentire al lettore di capire cosa è successo, quella notte, a Giada Colonna.

Nel complesso, l'operazione letteraria è riuscita a metà: le tre storie che compongono il racconto non sembrano amalgamarsi bene, una a fianco all'altro. Un po' leggerina la parte di De Cataldo, che apre e chiude il romanzo: il “passo” meglio riuscito è quello di De Giovanni, che da voce al cinico finanziere, quello che cercava le crepe nei suoi avversari, prima di scoprire di averne una dentro di lui
Se volete potete chiamarla fragilità, crepa, fessura, lesione: a voi la scelta.
Ma sono
crepe profonde, che hanno il potere di far implodere, di ridurre in una nuvola di polvere e detriti un edificio maestoso costruito con cura per una vita intera.
La scheda del libro sul sito di Einaudi
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20 agosto 2020

I supertiti del Télémaque, di Georges Simenon






Non so come funzioni per gli altri scrittori. A me, la voglia di scrivere un romanzo gravido di sole è sempre venuta in Olanda o in Norvegia, o addirittura più a nord, in una piccola isola del Mar Glaciale Artico, quando avevo fame di luce calda, satura del canto delle cicale.
Analogamente, questo inverno, trovandomi in Tirolo, molto al di sopra delle nubi che incombevano sulla valle, davanti a un'abbagliante distesa di campi innevati a perdita d'occhio, mi è venuta la nostalgia di altri inverni, indissociabili per me dall'odore di acquavite e aringhe alla griglia.
Avrei voluto sbarcare a Fécamp, respirare sin dall'arrivo in stazione l'odore pungente del pesce salato, sguazzare nella fanghiglia costellata di scaglie, sfiorare, nei piccoli caffè del porto, i pescatori irrigiditi nelle cerate e, un bel mattino, infilarmi gli stivali di gomma e ripartire per una battuta di pesca nel Mare del Nord.
Con questo paradosso, Simenon ci spiega la genesi di questo romanzo scritto mentre si trovava in vacanza sulle Alpi, con davanti un cielo sgombro da nuvoli e una distesa bianca di neve.
Tutta questa luce, questa nitidezza, portava la sua mente lontano, in uno di quei porti di una delle tante cittadine che si affacciano sul Mare del Nord, in Normandia.
Quelle piccole cittadine dove ci si conosce tutti, dove molte famiglie vivono con la pesca in mare, dove la sera i pescatori e gli altri avventori si riuniscono nelle osterie, come il Café de l'Amiral del romanzo, a raccontare le loro storie, la difficile vita a bordo dei pescherecci, cercando di riscaldarsi e di togliersi di dosso l'umido con un bicchiere di acquavite.
Tra queste storie, anche quelle di naufragi, di barche affondate in mezzo alle onde, le traversie dei sopravvissuti.
Tutto questo è il contesto di questo romanzo, I superstiti di Télémaque, ambientato negli anni 30 nel piccolo paesino di Fécamp in Normandia.
A cause uguali corrispondono uguali effetti e l'arrivo di una nave in porto è sempre preceduto da un viavai metodico e immutabile, anche quando, come nel nostro caso, la nave era solo un peschereccio di Fécamp armato per la pesca alle aringhe.
Non varrebbe dunque la pena parlarne, se non fosse che stavolta c'era un particolare diverso dal solito.
Di diverso, quella mattina, sono i quattro signori venuti da fuori che aspettano l'attracco del Centaure: si scopre poi che si tratta di poliziotti venuti dal capoluogo, Rouen, per arrestare il capitano del peschereccio, Pierre Canut.
Un arresto che suscita una forte reazione in paese, sotto il comune, dove viene condotto l'arrestato, si raduna una folla di persone. Perché tutti conoscono Pierre Canut, anzi i fratelli Pierre e Charles Canut, fratelli gemelli, rimasti orfani da piccoli a seguito della morte del padre, marinaio anche lui.
I Canut erano fratelli gemelli. Avevano cominciato entrambi ad andare per mare, ma poi Charles, che era debole di petto, era stato costretto a ripiegare su un mestiere meno faticoso.
L'accusa che ha portato all'arresto di Pierre riguarda proprio questa storia, una delle tante tragedie del mare: il padre era tra i superstiti su una scialuppa del Télémaque, dove però morì in circostanze mai chiarite del tutto.
Si parlò, nell'inchiesta che seguì, anche di episodi di cannibalismo, tra i sopravvissuti sulla scialuppa. L'ultimo dei quali, l'anziano capitano Février, è stato trovato sgozzato nella sua casa, la Villa dei Gabbiani, poco distante dal paese.
Era tornato dopo anni all'estero a Fécamp: il suo ritorno aveva distrutto del tutto la sanità mentale della vedova Canut, la madre di Pierre e Charles, che accusava Février in pubblico di essere il responsabile della morte del marito.
Di questo è convinto il giudice istruttore, anche per la reazione di Pierre, che pensa sia sufficiente spiegare le cose per uscire da quella situazione.

Tocca così al fratello Charles, che ora entra in scena per rimanervi fino alla fine, darsi da fare per dimostrare l'innocenza di Pierre.
C'è un rapporto particolare tra i due gemelli (e su questo Simenon, si sofferma lungamente): tanto Pierre è uomo di fatica, di azione, tanto Charles è timido, riflessivo, quasi incapace di prendersi una sua iniziativa.
Insomma, tra i due quello intelligente era Charles, con la sua garbata caparbietà, la sua puntigliosità, lo sguardo sempre un po' malinconico. Tanto che quando Pierre aveva preparato l'esame per diventare capopesca e poi capitano di cabotaggio Charles si era dovuto studiare lui tutte le materie per istruire il fratello.
Pierre era il capitano stimato dai suoi uomini in paese, le sue parole erano tenute in considerazione. Charles, invece, era solo l'altro fratello, un incarico nelle ferrovie: entrambi cresciuti da una madre, giovane vedova, alle prese coi suoi deliri contro Fevrier, il morto
Nessuno di loro aveva la più pallida idea di che cosa significava essere nati com'erano loro, venire cullati da una madre che piangeva per ore o parlava da sola con voce straziante.
Qualcosa scatta dentro Charles: si trova all'improvviso dentro un mondo, quello della giustizia, dei tribunali e degli avvocati, con la loro indifferenza nei confronti delle persone, con la fredda burocrazia della persona ricondotta a solo un nome e cognome.
Un nome e un cognome per il giudice, e anche per l'avvocato scelto per la difesa (non avendone uno proprio), a cui Charles vorrebbe perfino revocare l'incarico, per l'istintiva diffidenza che suscita.
.. era come quando, certe sere, la nebbia cala piano piano e finisce per sommergere la città, insinuandosi fin nei minimi recessi.
Avevano in mano Pierre! E credevano di avere in mano lui!
[..]
Basta! Era finita, una volta per tutte! Era deciso a sbarazzarsi da sé stesso, di quel Canut timido e dimesso che era sempre stato.
Per dimostrare a tutti cosa sia capace di fare, Charles porta avanti la sua indagine, facendo domande, seguendo piste, scoprendo quel mondo di segreti nel paese che non conosceva, lui che non si era mai sforzato di comprendere le esistenze altrui.
Non sarà più l'altro fratello, quello senza una vita propria, voleva essere anche lui come Pierre, sorridente e pieno di vita. La vita non potrà più essere come prima, pensa Charles: quelle serate in osteria, le poche parole scambiate con Babette la fidanzata, il rapporto con la madre..
Ma tutti i suoi sforzi, le sue fatiche, saranno però in parte vani. Ancora una volta Simenon mette in scena personaggi costretti a non poter fuggire dal loro destino, dal loro mondo.
Era così e basta! Non si poteva cambiare niente, perché era quello l'ordine naturale delle cose. Quale ordine? Gli sarebbe stato difficile spiegarlo, sapeva che era così, ecco tutto. Pierre doveva continuare a essere Pierre. E perché così fosse, Charles..
La scheda del libro sul sito di Adelphi
I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

16 agosto 2020

Strane storie, di Carlo Lucarelli






Ci sono storie che meritano di essere raccontate, specie se sono strane storie.
Strane perché sono in quella zona di mezzo tra il reale e il soprannaturale: il mostro di Loch Ness e quelli che giurano di averlo visto, case possedute da spiriti, navi fantasma dove non si capisce cosa sia successo all'equipaggio.

Strane storie perché raccontano fatti che, in quel contesto, appaiono come un qualcosa di eccezionale: la partita di calcio giocata nel giorno di Natale del 1914 tra inglesi e tedeschi (con gran rabbia dei loro generali). Oppure l'altra partita, la partita della guerra giocata tra i prigionieri di guerra ucraini e soldati della Luftwaffe a Kiev (partita che ha ispirato il film Fuga per la vittoria).
Sempre una partita di calcio, anzi, due partite, fecero da detonatore per quella che è stata chiamata come la “guerra del calcio” tra Honduras e El Salvador nel 1970.
Una guerra tra paesi poveri, governati da due dittature che usarono il calcio come pretesto per una guerra che causò migliaia di vittime, per lo più civili.

Strane storie perché ci fanno capire quanto il confine tra male e bene, tra mostri e persone perbene sia molto fragile e dipenda dal contesto, dalla società in cui vivi.
Sono le storie dell'esperimento fatto ad una scuola superiore a Palo Alto in California, la storia della “terza onda”. Nel 1967 un professore ha fatto capire, in modo molto reale, come sia facile trasformare una popolazione civile in nazisti.
Ma c'è anche l'esperimento dello psicologo Philip Zimbard a Stanford, coi volontari selezionati per diventare guardie o detenuti di un carcere inventato. Esperimento naufragato dopo sei giorni perché le guardie, tutte persone normali, erano entrate troppo nella parte.

Infine l'esperimento di Stanley Milgram, impressionato dalle immagini del processo al mostro Eichmann, responsabile della soluzione finale. Che visto da vicino era un “travet” dello sterminio (da cui il saggio che fece molto discutere di Hanna Arendt, La banalità del male).
Nel suo esperimento, nel 1960 a Yale, si mostrò quanto è facile trasformare (o forse non c'era nulla da trasformare) una persona normale in un carnefice.

Ci sono anche strane storie, che sono veramente strane, ovvero incredibili: la storia dell'ingegner Yamaguchi, che sopravvisse a due bombe atomiche per una serie di incredibili e fortunate (o sfortunate, a seconda del punto di vista) circostanze.
E che per questo divenne un attivista antinucleare e pacifista.

Anche quella del sergente Joey Kieyoomia è una storia che parla di sfortuna ma anche di resistenza: perché ci vuole veramente tanta forza (e fortuna?) a sopravvivere alle torture dei giapponesi, che lo avevano fatto prigioniero a Bataan nel 1942, credendolo un asiatico, ovvero un traditore.
Invece Joey era un indiano navajo, cioè un americano che più americano non si può.
Il sergente Kieyoomia fu tra i pochi a sopravvivere alla marcia della morte per finire, in modo incredibile (ma stiamo parlando di strane storie) in un carcere militare a Nagasaky. E a sopravvivere anche al bombardamento atomico.

La storia del tenente dell'esercito imperiale giapponese Hiroo Onoda, invece non ha a che fare con fortuna o sfortuna. Rimasto solo, dopo che i commilitoni erano morti, si arrese solo dopo aver ricevuto l'ordine del suo superiore. Nel 1974, a quasi trent'anni dalla guerra.
Obbedienza al proprio dovere o altro?

Ci sono storie che possiamo definire “strane” perché ci toccano da vicino, perché riguardano persone diventate famose, almeno per un momento, per qualcosa di fuori dal comune.
Il ciclista Luigi Malabrocca per non aver vinto la maglia nera nel giro d'Italia del 1949.
Pensate che sia facile arrivare ultimo ad un giro, senza imbrogliare i giudici e violare il regolamento? Beh, non è così, ci vuole del metodo.

Antonio Meucci, bisnonno di Carlo Lucarelli, passerà alla storia per aver inventato il telefono, o elettrofono, ma di non averlo potuto brevettare perché, povero, gli mancavano i dieci dollari per il brevetto temporaneo. Brevetto che invece fu presentato da Bell.
Tipo strano, il bisnonno Antonio Giuseppe Meucci da San Frediano: aveva perfino inventato una bevanda dissetante a base di vitamine, come la Coca Cola.
Ma questa, come direbbe Lucarelli, è un'altra storia.

Charles Manson invece famoso lo è diventato per aver passato in carcere una buona parte della sua vita. Rapine, risse, rivolte organizzare dentro il carcere. Attenzione non stiamo parlando dell'attore, ma di Charles Bronson il criminale. Il detenuto più pericoloso della storia dell'Inghilterra. Più facile diventare famoso come criminale che non come poeta o scrittore.

Gino Girolimoni famoso non lo voleva diventare: anche la sua è una strana storia, anzi, una brutta storia.
Perché riguarda tanti bambini vittime di un serial killer (un assassino seriale che li rapiva e li uccideva) a Roma negli anni tra il 1924 e il 1927.
Roma, come l'Italia, era fascista e il regime non ammetteva che si commettessero crimini che la polizia non sapesse risolvere.
Serviva un colpevole da dare in pasto all'opinione pubblica, il mostro da “sbattere in prima pagina” (come il titolo del famoso film di Bellocchio).
Ecco allora il mostro indicato in questo fotografo, Gino Girolimoni appunto.
Che verrà poi scagionato in fase istruttoria, per morire povero anni dopo.
E il poliziotto che aveva seguito altre piste, fatto passare per pazzo.
Anche questo era il regime fascista.

Evariste Galois, invece, famoso come matematico, avrebbe voluto diventarlo. E ne aveva anche le potenzialità: a nemmeno venti anni risolse un problema sulle equazioni di quinto grado che da secoli era rimasto insoluto, così per dire.
Scrisse delle lettere, presentando le sue teorie, a matematici come Cauchy, Fournier, Poisson, senza ricevere risposta.
Certo, era solo uno studente, non era nemmeno iscritto al Politecnico, perché si era fatto bocciare all'esame, perché era genio sì, ma anche molto anarchico.
Morì a vent'anni, in un duello all'ultimo sangue, per una storia d'amore.

Infine, cherchez la fammes.
Due storie, altrettanto strane, di donne vissute nel secolo passato.
Judith Eileen Exter, la bella Judith, la donna che sapeva troppo su Frank Sinatra, sui Kennedy, sui rapporti tra JFK e “Momo” Giancana, boss mafioso a sua volta in contatto con la Cia.
Una donna che sapeva troppo ma che non raccontò mai nulla di quello che sapeva.
Perché in quella cerchia di amicizie, quelli che sapevano facevano delle brutte fini (come la povera Marilyn Monroe).

Infine Christine Keeler, la donna che fece cadere il governo conservatore di Macmillan.
Cosa aveva fatto di così speciale, Christine?
Oggi la chiameremmo escort di alto bordo, nel 1963 aveva avuto una relazione col ministro della guerra, John Profumo, anche lui conservatore e anche sposato.
Ma con una certa passione per gli “house party” nelle vile della campagna inglese e della compagnia di belle donne. Per combattere lo stress della vita moderna.
Belle donne che, però, avevano frequentato anche diplomatici dell'ambasciata russa a Londra.
E' la storia dello scandalo Profumo.

A luglio è uscita una nuova versione del libro, per Solferino, con nuove storie: "L''incredibile, prima di colazione".

La scheda del libro sul sito dell'editore Skira
I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

12 agosto 2020

Broken di Don Winslow







In questa raccolta troviamo sei racconti ambientati nell'America di oggi dove Don Winslow ci parla di vendetta e di rabbia, di poliziotti e di criminali, di investigatori ossessionati dal loro caso, di poliziotti in cerca di un'occasione buona. Di stelle del surf al tramonto della loro carriera, di un paradiso contaminato su un'isoletta nelle Hawaii.

Infine l'ultimo racconto, che secondo me entra di diritto nella grande letteratura americana e che ci racconta dell'America di oggi, quella che alza i muri (che in realtà sono stati pensati anni fa dai democratici), quella che soffia sul fuoco dell'intolleranza, quella che gioca una partita pericolosa con i gruppi di bianchi armati che si sentono uno stato nello stato, l'America che separa i bambini dalle madri e dai padri.
L'America dell'egoismo nei confronti degli altri, dei nemici che premono alla nostra frontiera per contaminare il nostro modo di vivere..

Sono molte le attinenze con la realtà di cui leggiamo sui giornali: dall'omicidio da parte della polizia di Minneapolis e il tema della violenza contro i neri da parte della polizia americana.
Al tema della fallimentare lotta alla droga, di cui si parla nel primo racconto. Per chiudere con la politica di Trump nei confronti dei migranti: l'ipocrita Trump che usa la Bibbia come un simbolo da sbandierare, dimenticandosi del messaggio evangelico contenuto.

Broken
Inutile dire a Eva che il mondo è a pezzi. Eva McNabb lavora la notte, smista le chiamate che arrivano alla sala operativa del Pronto intervento di New Orleans, sente la disperazione umana per otto ore buone.
Jimmy e Daniel sono due fratelli, entrambi poliziotti a New Orleans, figli di Eva McNabb, agente alla sala operativa dove arrivano tutte le richieste di aiuto da parte della popolazione.
Tutto il male del mondo che ad Eva, e anche Jimmy e Danny, non può essere nascosto.
Le rapine, le violenze domestiche, gli omicidi e poi il narcotraffico: quello che combatte Jimmy con la sua squadra.
Quando, per vendicarsi di un sequestro, Danny viene ucciso, Jimmy decide di portare avanti sua vendetta, uccidendo in modo cattivo tutti i responsabili.
Lei lo squadra dalla testa ai piedi, a lungo. Poi gli dice: «Sei divorato dalla rabbia, Jimmy. Lo sei sempre stato, sin da ragazzo». Jimmy scrolla le spalle. Eva ha ragione.
Perché non ha saputo proteggerlo, perché Jimmy, per il suo lavoro, ha imparato ad odiare tutti. Non si tratta più di fare il poliziotto, ma di portare avanti una guerra tra noi e loro.
Dove dentro quel noi c'è la famiglia, la tua squadra, le persone a cui vuoi bene.
Può succedere però che, anche quando sei completamente a pezzi, succede qualcosa che ti fa tornare in te stesso e capire chi sei e anche dell'importanza delle persone a cui tieni.
Inutile dire a Eva che il mondo è a pezzi. Conosce la vita, conosce il mondo. Sa che comunque tu ci entri, ne esci a pezzi.
Rapina sulla 101

Highway 101. La Pacific Coast Highway. Cioè, la PCH. Corre lungo la costa californiana come una collana di pietre preziose su un elegante décolleté. Davis ama questa strada come un uomo ama una donna.

Rapina sulla 101 è un omaggio a Steve Mc Queen, con protagonista un ladro gentiluomo (avete presente Robin il gatto nel film di Hitchcock) e un poliziotto della sezione antirapine, convinto che la lunga scia di rapine nei confronti di corrieri di gioielli sia frutto di una sola mente.
Non la mafia, non il cartello di Sinaloa.

David e Lou Lubesnick, il ladro con le sue regole precise, da cui non sgarrare, e il poliziotto considerato dai colleghi uno fissato con la teoria del “lupo solitario” a cui nessun altro nel dipartimento crede.
Rapina sulla 101: Le leggi sono fatte per essere violate in base a regole fatte per essere rispettate. Rapina sulla 101: Arriva prima degli altri.
Il ladro amante delle macchine potenti (Dodge Challenger SRT-8, come la Camaro ZL1), della bella vita, che pianifica al dettaglio tutti i colpi, per arrivare a quella somma che gli consenta di arrivare ad una serena vecchiaia con una casa vista mare.
E il poliziotto con i suoi schemi, con la sua teoria del lupo solitario, che sta vivendo un momento difficile con la moglie e che si trova davanti ad un bivio della propria vita
La mia vita adesso è questa, pensa Lou. Sono un patetico uomo di mezz’età in procinto di divorziare, che va ad abitare in un residence in affitto sulla spiaggia.
Lo zoo di San Diego
Nessuno sa come ha fatto lo scimpanzé a prendere la pistola. Già solo questo è un problema. Ma Chris Shea non pensava che fosse un suo problema, quando alla radio gli avevano comunicato che uno scimpanzé era fuggito dal celeberrimo zoo di San Diego.
Secondo Stephen King, questo è uno dei migliori incipit mai letti: non so se sia vero, ma questo racconto, dedicato al grande Elmore Leonard, mescola assieme houmor e giallo in egual misura, a partire dalla cattura dello scimpanzé scappato dallo zoo di San Diego con una pistola.
«Dobbiamo chiamare la squadra di mediatori?» opina Grosskopf.
«Per trattare?» replica Chris.
«Sì.»
«Con uno scimpanzé?»
A proposito, come ha fatto ad averla?
Chris Shea si occupa di controllo del territorio, nella zona del suo distretto: vorrebbe tanto entrare nella squadra antirapine del mitico Lou Lubesnick (sì, il protagonista del precedente racconto), ma per mettersi in mostra coi capi sta rischiando di finire in cattiva luce (ma farsi passare per uno che non fa gioco di squadra).

Ma a San Diego, a Chris, può capitare perfino di essere salvato da Batman e Robin in persona.

Sunset
Seduto sul terrazzo con un sigaro spento in bocca, Duke Kasmajian guarda la spiaggia dove non va mai. «Troppa sabbia» risponde, quando gli chiedono perché. Sulla sabbia è difficile camminare, specialmente se il tuo metro e settantacinque deve portare centotrenta chili,..
Brutta cosa, per una stella del surf, finire sul viale del tramonto e passare dal cavalcare le onde al rischiare la galera per piccoli reati.
Se non ci fosse Duke e la sua agenzia di garante a pagargli la cauzione, Terry Maddux sarebbe rimasto in cella, a dover fare i conti con la propria esistenza e ai problemi della dipendenza dall'eroina.
L’eroina sì. L’eroina è la grande onda del mondo della droga. Mai sconfitta. Se non la cavalchi, lei cavalca te.
Ma ora, dopo aver scansato la cella, Terry è scappato e così Duke incarica Boone Daniels, uno dei surfisti della pattuglia dell'alba, nonché abile investigatore, di mettersi sulle sue tracce.
Non è un incarico facile per Boone: una persona come Terry riesce ad essere allo stesso tempo imprevedibile e pericolosa.
Ma assieme ad uno strano trio investigativo, riuscirà ad acciuffare il fuggitivo.
Con un finale alla Point break, il film della Bigelow, Terry riuscirà a cavalcare la sua onda più grande ..

Paradise
Hawaii, 2008 Vaffanculo tutti. • • •
È in sintesi quello che pensa O, stesa sulla spiaggia di Hanalei Bay.
Vaffanculo tutti, io sono in vacanza. In vacanza da cosa è un altro paio di maniche, perché quando non è in vacanza O non fa praticamente
Il paradiso è quello dell'isola di Kauai, nello stato delle Hawaii: un paradiso per il clima, per il cibo, per la bellezza delle persone. E anche il posto ideale per far crescere l'erba selezionata da Ben e Chon e Ophelia (O).
Che chiedono aiuto a Tim Karsen e al figlio Kim, che dalla California si sono trasferiti in questo angolo di paradiso per vivere in pace. E vendere erba.
Un'idea che non piace al gruppo criminale dell'isola, “la fratellanza”, che non ama l'arrivo degli “haole”, gli stranieri, che vengono e si prendono tutti.
Sarà uno scontro feroce, dove compare, in un cameo, Frankie Machine (avete letto, vero, L'inverno di Frankie Machine?)
Frank Machianno. “Frankie Machine.” Una volta era il più temuto killer della mafia sulla West Coast. Ha lasciato quella vita per venire a vivere in paradiso.
Non ci sarà posto in quel paradiso per Ben, Chon e O, che verranno scacciato dal paradiso come Adamo ed Eva.

L'ultima cavalcata
La prima volta che l’ha vista, la bambina era in gabbia. Non c’è un’altra parola per dirlo, aveva pensato Cal, all’epoca. Puoi chiamarlo come ti pare: centro di detenzione, centro di custodia, centro di prima accoglienza…
Il cow boy solitario che, cavalcando il suo destriero, sconfigge i cattivi e salva la bambina dalle grinfie dei suoi carcerieri.
Solo che il cow boy si chiama Cal Strickland, ed è un poliziotto di frontiera che possiede veramente un cavallo, Riley, ma che per lavoro una uno squad. Con cui controlla la rete che separa il confine tra Messico e lo stato del Texas.
La bambina si chiama Luz e i suoi carcerieri sono proprio i poliziotti che controllano la frontiera.
Per quelle leggi, per quelle procedure che considerano una bambina solo un numero di matricola e una famiglia di migranti dal Centro America un pericolo.

Questa è l'America di oggi che il presidente Trump ha condotto in guerra, una guerra contro l'immigrazione e gli immigrati (potendo contare anche sul lavoro dei suoi predecessori), ma “senza un progetto su come condurla”: bambini tenuti in cella, senza dentifricio, sapone, lontano dai genitori e col rischio di prendersi delle malattie.

Così come i bambini sono tenuti sotto chiave, senza cure, senza i genitori, anche noi con la nostra parte peggiore, abbiamo messo sotto chiave la parte migliore senza rendercene conto.
Questo pensa Cal, che decide che almeno quella bambina, quella bambina che nemmeno riesce più a piangere, la deve salvare.
Non può salvarli tutti, quei bambini, ma almeno Luz, sì.

Perché altrimenti anche noi, noi uomini e donne, saremo chiusi in gabbia: la gabbia del nostro egoismo, della nostra indifferenza nei confronti degli altri, dei più deboli.
Perché così sta scritto nella Bibbia, quel libro tanto sbandierato da Trump, il libro su cui tutti i presidenti degli Stati Uniti fanno il loro giuramento
Tu leggi la Bibbia, figliolo?».
«Non molto.»
«“In verità vi dico, ciò che fate per l’ultimo dei miei fratelli, l’avete fatto a me”» cita Carlisle. «Matteo, 25,40.»
Cal dovrà compiere quell'ultima cavalcata, per liberare sé stesso, per liberare Luz e fare la cosa giusta, anche se il costo è il più alto di tutti.
Suo padre diceva che molti fanno la cosa giusta quando non costa molto, ma pochi la fanno quando il costo è alto.
La scheda del libro sul sito dell'editore Harper Collins
I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon