Il potere dei La Russa
Quanto è influente il nome di Ignazio La Russa nelle nomine per amici e parenti? Report torna ad occuparsi della famiglia di Ignazio La Russa partendo dalla recente nomina di presidente dell’ACI. L’ACI è uno dei più antichi e ricchi enti sportivi italiani, fondato nel 1898 a Torino da simpatizzanti delle auto oggi vanta un milione e duecentomila soci, 450 milioni di fatturato l’anno e 2 miliardi di euro di beni in immobili. Sono cifre che, in epoca di sforamento di bilancio, fanno gola al governo Meloni. Il vecchio presidente Sticchi Damiani è stato fatto fuori: “è stato tutto lasciato alla democrazia interna ” si è difeso il ministro Abodi. Ma il governo di cui Abodi fa parte è intervenuto proprio sulla democrazia interna di Aci per esautorare un ingombrante Sticchi Damiani: il ministero di Abodi gli ha prima sbarrato la strada per la rielezione e ha poi commissariato l’ACI. Dopo il giugno 2025, dopo l’annuncio della candidatura per il quarto mandato, nessuno aveva niente da ridire da Palazzo Chigi. Solo nello scorso settembre, dopo 3 mesi di silenzio, Abodi ha manifestato la propria posizione di netta contrarietà. Come se qualcuno avesse l’intenzione di prendere in mano la gestione dell’Automobile Club – commenta il presidente di Aci Bologna Bendinelli, cosa difficile se Sticchi fosse rimasto alla presidenza.
Questa persona che aveva l’ambizione di controllare la gestione di Aci è stata poi Geronimo LA Russa.
Era un problema di perpetuazione della carica – fa capire il ministro Abodi nell’intervista: ma la perpetuazione della specie deve essere controllata in tutte le federazioni e gli enti pubblici, non solo in quelli dove si vuole piazzare una persona “amica” o di famiglia. Altrimenti si potrebbe pensare che ci siano state pressioni per “piazzare” Geronimo LA Russa in quella carica da parte del presidente del Senato. “Pressioni non ne ho mai avute e non le avrei accettate” spiega Abodi. La stessa versione del presidente del Senato:nessuna influenza su questa nomina anzi, “quando iniziò il suo percorso dentro Aci vent’anni fa, poi diventò presidente dell’ACI Milano, poi vicepresidente nazionale, inizialmente FDI era al2%. Nell’ultima volta come avrei potuto influenzare quell’80% degli elettori indipendenti che hanno eletto ..”.
Nessuna influenza dal padre che voleva che Geronimo continuasse a fare l’avvocato.
Eppure è stato grazie ad un decreto del governo sui mandati degli enti pubblici che è stato fatto fuori Sticchi Damiani e si è aperta la strada al figlio di Ignazio come presidente dell’ACI.
Avere quel cognome ha sicuramente aiutato la carriere di Geronimo ma anche degli altri figli del presidente del Senato: Lorenzo Kocis dal 2022 è consigliere municipale a Milano dove è anche capogruppo di Fratelli d’Italia. Ma il padre non c’entra nulla, spiega il giovane La Russa: “è una cosa che faccio con passione ..”. Ma chi gli ha pagato la campagna elettorale? “Qualche birra da offrire agli amici l’ho chiesta a mio padre” – prova a buttarla sul ridere Kocis ma in realtà, come racconterà Report, la campagna per essere eletto a consigliere municipale è costata più di 2 birre,il presidente del Senato ha sborsato 10800 euro. Una cifra che appare piuttosto alta per questa carica da consigliere se si pensa che il candidato PD alla presidenza del municipio, Mattia Abdu Ismahil, ha speso appena 1200 euro. Papà egiziano e mamma italiana, dichiaratamente omosessuale, la nemesi per quelli di fratelli d’Italia.
La scheda del servizio: In nome del padre di Giorgio Mottola
Collaborazione di Greta Orsi
Immagini di Fabio Martinelli, Alfredo Farina, Dario Parlapiano e Andrea Lilli
Ricerca immagini Alessia Pelagaggi
La Russa e i figli: potere, politica e conflitti d’interesse.
Nella tradizione parlamentare italiana al presidente del Senato, che rappresenta la seconda carica dello Stato, è sempre stata richiesta la massima imparzialità. Ma è stato così in diversi interventi di Ignazio La Russa, alcuni dei quali riguardano anche i suoi figli? Report ricostruisce con testimonianze inedite il ruolo che avrebbe avuto La Russa nell’ascesa del primogenito Geronimo alla guida di Aci, nel percorso politico iniziato dal secondogenito Lorenzo Kocis e nella vicenda giudiziaria che ha riguardato il terzogenito Leonardo Apache.
Il megafono della destra
Vediamo se dopo la prima inchiesta su Esperia, presunto media indipendente in realtà organo di informazione molto legato all’estrema destra di governo, Zavalani (direttore editoriale di Esperia) avrà voglia di confrontarsi con le domande di Report.
Sentir parlare Zavalani è come sentir parlare Meloni o qualsiasi altro esponente della destra meloniana: le radici, il contesto, non si possono cancellare. Radici di cui si vantano pure.
Le domande erano semplici: perché per la fondazione della società si sono rivolti ad una fiduciara, con cui scudare i veri proprietari? Sapevate che il presidente era massone?
Ecco,
di fronte a queste domande il direttore ha improvvisato un comizio,
tirando fuori i commenti fatti da altri utenti sui sociale (di cui
Report non è responsabile).
Ma quanto è vasto (e poco conosciuto) il fronte della propaganda neofascista?
Il servizio di Luca Bertazzoni si occuperà poi di Casaggì, una associazione fiorentina fondata da studenti di azione giovani di AN, da cui è nata la sigla azione studentesca, responsabile dell’aggressione a sei studenti a Firenze. Casaggì è la cerniera tra la destra di governo di Meloni (che a parole prende sempre le distanze dal fascismo) e l’estrema destra, che nel fascismo pesca a piene mani.
Uno dei fondatori di Casaggì, Francesco Torselli, è stato eletto nel parlamento europeo, ma altri fondatori hanno preferito seguire altre strade: Marco Scatarzi ha fondato una casa editrice, Passaggio al Bosco. I libri che pubblica si distinguono per trattari i temi classici del fascismo: la rivalutazione dei valori del fascismo, l’antifemminismo, remigrazione. Tra gli autori in catalogo c’è Mussolini, Clemente Graziani fondatore di ordine nuovo e Leon Degrelle, ex ufficiale delle SS. Report ha chiesto ad Alex Orlowsky di analizzare i contenuti sui social della casa editrice e dei follower: molti sono bot che pubblicano contenuti antisemiti.
Casaggì e Passaggio al Bosco non pubblicano contenuti antisemiti ma interagiscono con account falsi che fanno propaganda fascista.
“Loro non si definiscono fascisti” prova a giustificarsi Donzelli – responsabile organizzativo di FDI. Ben venga che si pubblichino i libri, prosegue Donzelli senza censure, riferendosi alle proteste alla fiera Più libri più liberi per la presenza di questa casa editrice lo scorso anno.
Basta con questi tribunali morali, basta censure per i libri che inneggiano ai camerati e al loro valore – aggiunge il presidente della fondazione Tatarella Franscesco Giubilei.
E allora il comunismo, e allora Stalin? La solita difesa (sentità già dall’ex ministro Sangiuliano) va sempre bene per buttarla in caciara. In Italia abbiamo avuto la dittatura fascista mentre i comunisti hanno combattuto per la libertà. Difficilmente negli stand delle fiere si trovano libri a favore della mafia, del terrorismo rosso o di Stalin. L’apologia di fascismo è reato.
La
scheda del servizio: Il braccio destro di Luca Bertazzoni
Dai
meme ai merchandising: il mondo parallelo della propaganda social
I buchi della giustizia
Nello
scorso gennaio Report aveva raccontato del sistema ECM, un programma
di Microsoft che è stato installato, in modo silente, sul pc di 40
mila magistrati: dovrebbe servire per l’amministrazione del device
da remoto ma, come il servizio ha dimostrato, consente di spiare
l’attività dei magistrati senza che questi se ne accorgano.
Tutto
regolare secondo il ministero della Giustizia: ma chi garantisce che
i dati dei magistrati siano al sicuro?
La scheda del servizio: Giustizia cieca di Carlo Tecce e Lorenzo Vendemiale
Immagini di Antonio Castoro, Chiara D’Ambros, Andrea Lilli, Fabio Martinelli e Alessandro Sarno
Ricerca immagini di Ludovica Sala
Montaggio di Sonia Zarfati
Grafiche di Giorgio Vallati
Report torna sulle falle del sistema informatico al Ministero della Giustizia
Dopo aver rivelato l’esistenza su oltre 40mila postazioni della Giustizia dell’ormai noto Ecm, un comune programma informatico che potrebbe permettere di controllare a livello centrale tutte le postazioni periferiche. Con un effetto collaterale non banale però in un contesto sensibile come quello della magistratura: il programma offrirebbe la possibilità concreta di entrare nei computer di giudici e procuratori senza richiederne il consenso e soprattutto senza alcun tipo di notifica. Con documenti e testimonianze esclusive, Report replica a tutte le rassicurazioni del Ministero e conferma tutti i dubbi della magistratura e delle opposizioni. Dal ruolo degli amministratori alle pratiche sulla trasparenza sino ai fornitori esterni: ci sarebbe più di un buco nel sistema informatico della Giustizia, ma finora l’unico a pagare è stato il tecnico che ha sollevato il caso prima in Procura a Torino e poi con Report.
Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.


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