Qualcosa fece un gran rumore vicino alla sua testa e Maigret cominciò a dimenarsi, imbronciato, quasi spaventato, annaspando con un braccio sopra la coperta. Era consapevole di trovarsi nel proprio letto, e anche della presenza di sua moglie, che era più sveglia di lui ma non osava aprir bocca e restava in attesa al buio.
Ma cosa ne sanno
questi nuovi giudici, cresciuti studiando solo le carte, i codici, i
regolamenti, su come di fa un’indagine, come si interroga un
sospettato, come ci si mette sulle tracce di un criminale? Solo chi
ha conosciuto i ladri, i rapinatori, quelli che sfruttano le
prostitute le sanno queste cose. Sanno come ragionano, quali
precauzioni prendono per difendersi e come prenderli in castagna in
un interrogatorio.
Ma questi metodi, quelli dei poliziotti
vecchio stampo, sono metodi vecchi. Pedinamenti, appostamenti che
durano anche ore, a qualunque ora, al freddo. Anche il voler entrare
nella mente di un criminale, come ha sempre fatto Maigret, o i
“piedipiatti” della sua generazione, non serve a niente.
Sono
questi i pensieri, un po’ tristi, che girano nella testa del
commissario, mentre si appresta ad uscire in una notte di inverno,
dopo ave ricevuto una telefonata dall’ispettore Fumet. Un altro
della vecchia guardia, capace di fare il suo mestiere ma destinato a
non fare carriera perché in difficoltà nella scrittura dei
rapporti.
Anche questa telefonata, un morto trovato da due
agenti in pattuglia: un altro commissario, uno di quelli giovani
imbevuti di teoria, l’avrebbe dimenticata. Ma Fumel, e Maigret, no,
perché quel morto ha qualcosa di strano:
Un uomo di una certa età... Più o meno la mia... Per quello che ho potuto capire non ha niente in tasca, nessun documento... Ovviamente il corpo non l’ho spostato... Non so perché, ma mi sembra che ci sia qualcosa di strano e ho preferito telefonarle…
Arrivato sul posto,
Maigret crede di riconoscere il morto, la conferma arriverà
successivamente incrociando i dati del casellario: si tratta di
Honoré Cuendet, un ladro che il commissario aveva incontrato più
volte nella sua “carriera” criminale, arrivando persino ad
interessarsi della sua strana vita e a stimarlo, quasi.
Cresciuto
in Svizzera, un passato nella legione da cui era scappato senza
motivo, così come senza motivo sembravano i furti di cui era stato
accusato.
Ma per il magistrato accorso sul posto, non c’è nessuna indagine da fare: si tratta di un omicidio per un “regolamento di conti”, come a dire, finché si ammazzano tra di loro i criminali meglio non sprecare energie. Questo il modo di pensare dei signori del palazzo di Giustizia:
Ristrutturazione: così la chiamavano. Giovanotti istruiti e beneducati, che provenivano dalle migliori famiglie della Repubblica, studiavano nei loro uffici silenziosi soluzioni efficaci per tutti i problemi.
Ma quel morto ha qualcosa di strano: nessun criminale avrebbe infierito sul corpo in quel modo. E poi, come mai il cadavere è stato spostato? Perché Honoré non è stato ucciso in Bois de Boulogne? Chi l’ha spostato, e perché?
Honoré era un ladro con una sua etica: mai armato, amava studiare le ville dei signori per giorni, per settimane, osservando la vita delle persone dall’esterno. Per poi capire il modo come entrare in casa, quando le vittime erano al suo interno.
«Vuoi dire che per lui è come un vizio?».
«Forse la parola è troppo forte, ma sospetto che fosse una mania, che lui provasse un certo piacere a introdursi nell’intimità delle persone.»
Inizia così
un’indagine in cui ufficialmente Maigret non è coinvolto, sarà
perfino costretto a mentire e chiedere di mentire per non farsi
scoprire a questo omicidio che per la procura è un caso
chiuso.
Perché ufficialmente Maigret è impegnato su una serie
di rapine su cui la Procura è allarmata per la “recrudescenza
della criminalità”.
A questo era ridotto il loro mestiere: a dover proteggere non la vita delle persone, la loro incolumità, ma i beni posseduti dallo Stato, dalle famiglie della borghesi, dalle banche, dalle assicurazioni. Queste sono le indagini che interessano ai pezzi grossi.
In realtà, il nostro compito principale è di proteggere prima di tutto lo Stato, il governo, qualunque esso sia, le istituzioni, poi la moneta e i beni demaniali, la proprietà privata e solo dopo, ma proprio all’ultimo posto, la vita degli individui...
Anche qui, Maigret una certa idea su chi sta dietro queste rapine, ce l’ha in testa ma, troppo orgoglioso per parlane col procuratore, decide di muoversi coi suoi uomini sotto traccia, tenendo d’occhio i vecchi membri di una banda, su cui aveva già indagato e che erano tornati in libertà.
In questo romanzo, dove il commissario si avvicina, tristemente, all’età della pensione, emergono tutti i tratti distintivi del suo carattere: la difficoltà se non l’insofferenza nel tenere i rapporti coi “piani alti”, che siano la Procura o la stessa polizia. Quelli che chiedono il tatto, il guanto di velluto quando si parla di indagare le persone perbene, gli intoccabili.
E, dall’altra parte, la forte empatia con gli ultimi, quelli che la vita ha costretto a dover prendere una brutta strada per sopravvivere, come le prostitute. O le persone dotate di una intelligenza che lo incuriosisce, come questo “ladro indolente”, una persona capace di osservare con pazienza le sue vittime, di passare ore a leggere le riviste, i libri, per informarsi, perché “la sua testa non stava mai ferma”.
La morte di Cuendet lo addolorava e lo rattristava. Ce l’aveva personalmente con i suoi assassini, come se lo svizzero fosse stato un amico, un compagno, o comunque una conoscenza di lunga data.
Se il povero Honoré non potrà avere giustizia, perché “è stato un regolamento di conti”, e il giudice non accetterebbe mai la verità che Maigret – deus ex machina di tutta questa storia – ha scoperto, troverà il modo di ricompensare questi ultimi, a modo suo, anche non rispettando fino in fondo le regole.
La scheda del libro
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