25.10.1941
Al Colonnello Generale Edwin Freiherr von Sickingen (a riposo) Presso il Comando del IV Distretto Militare Dresda, Reich tedesco Signor Generale! Questa lettera è indirizzata al Suo precedente ufficio presso il IV Distretto (e non a casa), perché desidero assicurarmi che la mia amata moglie Dikta, e specialmente Nina, non vengano a sapere dell’incidente che mi è capitato dieci giorni fa.
Lo specchio del pellegrino è il 13 esimo romanzo della serie scritta dalla scrittrice americana (ma con radici italiane) Ben Pastor con protagonista l'ufficiale tedesco dei servizi Martin Bora.
La parola pellegrino/pellegrinaggio che da il titolo a questo romanzo è doppiamente significativa per questo personaggio così complesso: perché la storia del soldato Martin Bora e stata un continuo pellegrinaggio in giro per l'Europa su tutti i fronti, dalla Spagna a Stalingrado, da Roma a Berlino. Un pellegrinaggio che Ben Pastor ci ha raccontato andando avanti e indietro nel tempo, dal 1937 con la guerra in Spagna fino all'inizio del 1945, con gli ultimi mesi della repubblica di Salò.
E questa nuova indagine sarà per l'ufficiale-investigatore, un nuovo pellegrinaggio: ci troviamo nell'autunno del 1941 a pochi mesi dall'inizio dell'operazione Barbarossa, quando ancora l'esercito tedesco si illudeva di una rapida avanzata fino a Mosca.
Ferito nel corso di un pattugliamento sulla linea del fronte, all'ospedale dove è stato ricoverato a Bora viene chiesto di indagare su un collega che a Odessa stava indagando sui crimini di guerra dei russi contro i civili, il maggiore Alt dell'ufficio crimini di guerra, ucciso mentre ispezionava quella che si crede fosse una fossa comune poco fuori Odessa.
Ma questo incarico in realtà è solo la parte superficiale di una richiesta molto più complessa e pericolosa che arriva direttamente dall'Abwher: si tratta dell'indagine nascosta sul "sommerso", ovvero sui crimini di guerra commessi dai tedeschi e dai romeni nell'Ucraina occupata.
Le stragi di civili compiute per rappresaglia dai soldati (tedeschi e dei loro alleati romeni) come anche i crimini contro gli ebrei compiuti dagli Einsatzgruppen, le unità speciali delle SS che dovevano "ripulire" i territori occupati da tutte le "razze inferiori".
Così, devo stilare la mia lista di tappe, il mio pellegrinaggio. È chiaro che investigare un omicidio – e risolverlo – non è che una maschera per qualcosa di più rischioso e oscuro. Sono quattro anni che vedo morte violenta. Vittime di stupro, colpi di grazia. Ciò che resta delle esecuzioni di massa.
Martin Bora, ufficialmente solo un capitano (di cavalleria) che deve indagare su un omicidio, si troverà così dentro un'indagine molto più complessa e pericolosa: complessa per la difficoltà di trovare un civile che, di fronte alla divisa di un ufficiale abbia voglia di raccontare qualcosa sul lavoro che il maggiore Alt stava facendo a Odessa.
Pericoloso perché Bora sa che dopo quello che ha visto in Polonia (che l’autrice ha raccontato in Lumen), con altre fosse comuni di civili uccisi dal suo stesso esercito, le SS lo stanno tenendo d'occhio.
E poi c’è Odessa, una città che evoca tanti ricordi personali: è la città dove il suo padre naturale, il maestro von Bora, era stato accolto come una star. Ma Odessa era stata la città che, dopo l’accordo del 1918 tra Germania e Russia, era stata occupata dai dalle truppe tedesche. E qui i ricordi passano al patrigno, il generale von Sickingen.
Questa era una parte del mondo dove da molto prima della Grande Guerra tutti odiavano tutti, e tutti coltivavano rancori e motivi di rivendicazione. Forse si discuteva di ucraini, o di russi, o di ebrei, o di comunisti veri o presunti. Lo sproloquio prometteva di esportare altrove
Odessa, la città cosmopolita, con all’interno italiani, ebrei, francesi, greci.. la città che aveva subito già diverse occupazioni (e violenze sui civili) nel passato, prima di quella nel tempo presente del romanzo. Quella delle truppe tedesche nel passato, poi la rivoluzione russa, i bolscevichi, le purghe staliniane, i pogrom contro gli ebrei.
Ferite che avevano lasciato un segno profondo sulla pelle delle persone.
– Odessa è Odessa è Odessa. I vecchi ebrei di Moldavanka dicevano così, ma è vero anche per noi buoni cristiani. Siamo come nessun altro luogo al mondo. Prenda me: sono ucraino, ma ho sempre parlato russo.
Tante etnie mescolate tra loro e divise da vecchi rancori. Una città dove non è facile trovare qualcuno di cui fidarsi.
Questa tappa del lungo pellegrinaggio di Martin Bora segnerà ancor di più la cesura col passato: quel passato che ancora oggi Martin ricorda nel suo diario coi suoi ricordi da bambino, l’entusiasmo che lo aveva spinto ad entrare nell’esercito e a sentire sulla sua lingua il sapore amaro della guerra.
E il tempo presente, la scoperta del vero volto della guerra, le atrocità contro i civili, le fosse comuni, gli sciacalli pronti a spogliare i morti per accaparrarsi dei loro beni, gli informatori della polizia, i doppiogiochisti…
Come spiegheremo negli anni a venire che quelli come me non hanno fatto parte di certe cose? Non basterà dire che non sapevamo. Eravamo altrove, combattevamo altrove. Ma indossiamo un uniforme assai simile, come simili sono le bandiere sotto le quali avanziamo.
A Odessa, dopo la Polonia, si compierà il primo passo della presa di coscienza del soldato Martin Bora, quel sentirsi a disagio nel vestirsi con quella divisa, diviso a metà tra dovere morale e dovere di ufficiale: Odessa sarà il suo “specchio” dove vedersi per quello che è, un pellegrino
Al contrario degli specchietti usati in antichità per catturare idealmente un’immagine sacra da condividere coi congiunti, Odessa si era rivelata uno specchio impietoso. Doveva decidere se lasciarlo in vista o coprirlo prima di tornare in guerra.
Lo specchio del pellegrino è una storia di guerra di ieri che parla di tutte le guerre, anche quelle di oggi, dove ancora una volta a morire non sono i soldati ma i civili. Sotto le bombe, per la fame, per un colpo di un cecchino.
Una storia di ieri che parla anche dei crimini di guerra di oggi, sempre in Ucraina, non solo Odessa, ma Ovidiupol, Kerson a Gaza.
Non aveva dimenticato niente, a meno che non lasciasse a Odessa un po’ di sé. Lo avevano fatto infiniti altri prima di lui, anche il suo patrigno e il suo vero padre.
Il pellegrinaggio di questo personaggio così affascinante nonostante la sua durezza, il suo forte autocontrollo, che deriva dagli studi di filosofia, Martin-Heinz Douglas Wilhelm Friederick von Bora, continuerà ancora: lo aspetta il fronte russo, l’avanzata fino al Volga, l’Italia.. e tante altre avventure che ancora Ben Pastor ci deve raccontare.
La scheda del libro
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