Lo chiamavano garante (ma di chi?)
Le inchieste di Report sui membri del collegio della privacy hanno portato all’apertura di una indagine portata avanti dalla Guardia di Finanzia: le spese “allegre” dei membri, le situazioni da potenziale conflitto di interesse, la caccia dei membri alla talpa di Report con l’accesso agli uffici e l’assurda richiesta di far spiare i dipendenti dell’autority (che in teoria dovrebbe proprio tutelare la privacy degli italiani). E anche alcune scelte fatte dal collegio molto discutibili: la riduzione della multa a Meta (con possibile danno erariale), la multa a Report per l’audio di Sangiuliano (con tanto di visita in via della Scrofa ad Arianna Meloni di Agostino Ghiglia)..
Eh, ma questo collegio è stato nominato dal precedente governo – si difendono a destra: ma gli atti, le spese, le decisioni, fanno pensare ad un collegio in difesa degli interessi del governo di destra.
Ma questa sera Report si occuperà delle spese del collegio che, per quanto riguarda le sole spese di rappresentanza, sono decuplicate dal 2022 per aumentare negli anni successivi (siamo a 400 mila euro)
La scheda del servizio: I GARANTISTI
di Chiara De Luca
Collaborazione di Eleonora Numico
Report torna a occuparsi dell'autorità Garante della Privacy, a seguito delle perquisizioni e dei sequestri ordinati dalla Procura di Roma, che ha indagato i quattro membri del Collegio per peculato e corruzione. Sotto la lente della Procura ci sono anche gli oltre 400mila euro di spese di rappresentanza, che, come dimostrano documenti inediti, forse potevano essere limitate.
L’illusione del made in Italy
Ci si riempie la bocca col made in Italy, con la difesa dell’eccellenza italiana: capi di vestiario venduti a migliaia di euro, che danno lustro al nostro paese ma che dietro nascondono storie di sfruttamento, caporalato, elusione del fisco.
Storie che vengono raccontate dalle tante inchieste giudiziarie sui grandi marchi, ben poco raccontate dai giornali per non sporcare l’immagine dorata dei grandi brand.
“Ha ancora senso parlare del made in Italy?”
No, perché le immagini della proprietaria dell’azienda l’Alba a PRato che va a picchiare i suoi operai che si erano permessi di protestare fuori dallo stabilimento in protesta contro il licenziamento parlano da sole.
Lavoratori stranieri che avevano stirato e lavorato capi di abbigliamento del made in Italy, vestiti che troviamo nelle vetrine a 300, 400, 500 euro - racconta a Report Luca Toscano del sindacato COBAS di Prato – e l’hanno fatto per anni con un contratto da addetti alle pulizie con straordinari non pagati, tutti i sabati a lavorare gratis, lavorando anche dieci ore al giorno.
LA filiera del lusso, che garantisci altissimi profitti ai proprietari dei brand e agli azionisti, si basa si queste filiere.
Dove tutti sanno e nessuno parla: tutti sanno che un capo viene a costare poche decine di euro sebbene venga venduto a dieci volte tanto. Capi del lusso prodotti da persone con uno stipendio da 1100 euro al mese lavorando 60 ore a settimana.
Nel servizio verrà intervistato il consulente Gian Gaetano Bellavia che farà le pulci sui conti di queste società del lusso: la sua intervista ha già scatenato un vespaio da parte della destra, a causa del furto che ha subito da parte di una sua ex collaboratrice.
La scheda del servizio: MADE IN ITALY?
di Luca Bertazzoni
Collaborazione Marzia Amico, Samuele Damilano
Dopo le misure di amministrazione giudiziaria nei confronti di molti brand della moda, il Procuratore capo di Milano Paolo Storari ha richiesto la misura interdittiva del divieto di fare pubblicità per 6 mesi per Tod’s. Con un’intervista esclusiva a Diego Della Valle, l’inchiesta ricostruisce la filiera della produzione dei beni di lusso, che dalla casa madre verrebbero appaltati a società italiane senza struttura produttiva che a loro volta subappalterebbero ad opifici cinesi.
Il generale sovranista (con molto tempo libero)
Pur essendo un eurodeputato (della Lega), l’ex generale Vannacci dispone di tanto tempo libero.
Per organizzare manifestazione (con scarso pubblico) fuori Montecitorio. Per fare le sue dirette social, come quella contro Report e il giornalista Luca Chianca, un “cane da tartufo”.
Chissa che volere cercare su di me – si chiede ironicamente l’eurodeputato che, almeno, ha accettato l’intervista: compito del giornalista fare domande, scavare nella vita dei politici per cercare di dare risposte alle tante domande. Per esempio, come mai questo continuo rimandare al ventennio fascista? “Non sono fascista perché oggi è assurdo definirsi fascista, perché il fascismo è finito 85 anni fa..”.
Questa
è la classica risposta alla “Meloni”: fascista io? Ma se sono
nata nel 1977?
Eppure. L’attacco ai poteri di controllo, la
voglia di centralizzare tutto il potere dentro l’esecutivo, lo
scavalcare i poteri intermedi (dai sindacati al Parlamento).
E anche il rispondere, come ha fatto Vannacci, che lui non è nostalgico del fascismo MA solo nostalgico dei valori che hanno caratterizzato l’Italia dal 1948 ad oggi, non depone molto a suo favore. Tra i valori fondanti della Repubblica italiana, che piaccia o meno a questa destra, ci sta l'antifascismo.
La scheda del servizio: I FRATELLI DEL GENERALE
di Luca Chianca
Collaborazione Alessia Marzi
Qualche mese fa, il generale Roberto Vannacci è finito al centro del dibattito, tutto interno al partito di Matteo Salvini, per aver deciso di non finanziare le casse della Lega. Vannacci risulterebbe, infatti, l'unico eletto nel partito a non contribuire, tra i mal di pancia degli iscritti e dei militanti. Nel frattempo, però, Report ha scoperto che Vannacci avrebbe dato vita a un nuovo soggetto politico, oltre all'associazione il Mondo al Contrario. Si chiamerebbe associazione Fondazione Generazione Xa, la Presidente è sua moglie e non sarebbero ancora noti gli scopi. Parallelamente, il generale ha dato vita anche a uno nuovo centro studi, Rinascimento Nazionale, insieme a Luca Sforzini, che a Report ammette di essere massone, con sede nel suo castello in provincia di Alessandria. Ma chi sono gli altri "fratelli" che il generale frequenta sempre più spesso?
Morire di plastica – che non ricicleremo
Conviene importare la plastica riciclata dall’estero piuttosto che non riciclarla in Italia, perché costa troppo: così succederà che moriremo seppelliti da questa plastica (che continuiamo a produrre come se niente fosse). È quello che sta succedendo nei centri di recupero della plastica, dove la plastica stoccata (già lavorata) rimane a fare ingombro per almeno il 50%: “il rischio collasso è giornaliero, è come se fosse una bomba ad orologeria”.
Un danno economico per gli impianti di riciclo della plastica, un danno ambientale per il paese e anche una beffa, perché la plastica riciclata la dobbiamo importare da fuori.
LAB REPORT: CRISI PLASTICHE
di Antonella Cignarale
collaborazione Evanthia Georganopoulou
Le feste sono alle spalle mentre tutto quello che abbiamo scartato e consumato è ancora in cammino lungo la filiera del riciclo, e i rifiuti dagli imballaggi in plastica stanno andando più a rilento delle altre frazioni. Lo scorso settembre le associazioni che rappresentano le aziende di riciclo di materie plastiche in tutta Europa hanno chiesto alla Commissione europea interventi immediati per sostenere la filiera messa in ginocchio da una profonda recessione. La concorrenza dei polimeri riciclati importati da paesi extra europei è diventata feroce. Secondo Plastic Recyclers Europe le chiusure dei centri di riciclo sono aumentate del 50%. Nell’economia circolare basta che un anello si blocchi che ne risentono tutti gli altri e se i polimeri riciclati dai rifiuti non si vendono il rischio è che i rifiuti che continuiamo a produrre non li vuole più nessuno.
Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.


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