31 gennaio 2026

Anteprima inchieste di Report – l’influenza aviaria, l’insicurezza sulle strade, la scuola del non merito e il tartufo con gli aromi

Viva la sicurezza – ma non sulla strada

L’ultima trovata del governo Meloni, quello dell’ordine e della sicurezza, è il metal detector per entrare nelle scuole. Come a dire, cari ragazzi, quello che fate fuori dalla scuola non ci interessa, ma dentro la scuola niente coltelli.

Perché questo è il governo della sicurezza. Ma non sulle strade: niente città a 30 km all’ora, niente limiti, tanti investimenti per nuove autostrade e tagli al servizio pubblico (e i pendolari sanno cosa significa).

E poi situazioni paradossali per cui ci sono persone che hanno preso la multa per aver superato i limiti di velocità (come loro stessi ammettono), ma hanno presentato ricorso sfruttando una sentenza della cassazione del 2024 sugli autovelox che devono essere omologati e anche approvati.


Già dal 2023 il ministro dei trasporti Salvini sapeva della necessità di equiparare omologazione ad approvazione degli autovelox: serviva modificare il codice della strada ma per questo non c’era fretta, nessun decreto in emergenza. Come mai così poca fretta? Se lo è chiesta anche la Citiesse, la principale azienda che fornisce gli autovelox ai comuni che poco tempo fa ha chiesto i danni al ministero per 600 mila euro (che pagheremo noi) per i mancati incassi dai comuni. Perché vista la situazione ambigua, molti comuni hanno spento gli autovelox e non ne comprano più. “L’anno scorso non abbiamo mandato un ordine” racconta a Report Raoul Cairoli AD di Citiesse. Invece di fare una legge chiara Salvini si è basato su un parere dell’avvocatura dello Stato per cui le sentenze della Cassazione non farebbero testo. Così i comuni nell’incertezza hanno preferito spegnere gli autovelox ed evitare contenziosi: Citiesse accusa il ministero di condotta omissiva, l’inerzia del ministero sta provocando un danno economico. E nel frattempo le gente continua a morire per incidenti sulle strade, spesso causati dall’alta velocità.

LAB REPORT: LA CATTIVA STRADA

di Giulio Valesini, Cataldo Ciccolella, Lidia Galeazzo

Collaborazione Alessia Pelagaggi

C’è un lavoro che nessun poliziotto vorrebbe mai fare. Suonare il campanello di una casa, di mattina presto, una casa dove mamma e papà stanno aspettando inquieti. E dire: “mi dispiace, vostra figlia è morta questa notte in un incidente stradale”. In Italia ormai da un decennio ci sono circa 3 mila morti all’anno sulle strade. Negli anni duemila l’introduzione dei tutor sulle autostrade e una serie di altri progressi avevano portato a ridurre di molto la mortalità, che era di 7 mila vite perse annualmente. Ma oggi sembra lontano l’obiettivo europeo di dimezzare morti e feriti entro il 2030. Tra le cause ci sono la velocità e i guard-rail pericolosi che uccidono invece di salvare. Report documenta il confuso quadro normativo che regolamenta autovelox e barriere di sicurezza, mettendo a repentaglio vite umane.

Febbre d’aviaria

Giulia Innocenzi ha preparato un altro servizio sugli allevamenti in Italia: per contenere in questi allevamenti la diffusione dell’aviaria le anatre allevate vengono uccise sotto gli occhi di un veterinario a bastonate. “Le arrivano informazioni che non stanno né in cielo né in terra” è stata la risposta dell’allevatore, ma ci sono le immagini raccolte da Food for Profit, che testimoniano come non si siano rispettate tutte le norme a tutela del benessere degli animali.


La scheda del servizio: FEBBRE ALTA

di Giulia Innocenzi

Collaborazione Greta Orsi

Report ha scoperto a chi è stata venduta la carne scaduta del macello Bervini su cui è stata lanciata l'allerta alimentare e finalmente potrà informare i consumatori che, al momento, non hanno invece avuto risposte dagli enti preposti. E ancora: è scoppiata l'emergenza influenza aviaria, e milioni di polli e galline vengono abbattuti negli allevamenti. Come avvengono gli abbattimenti? Report è entrato in possesso di immagini esclusive e sconvolgenti, che sollevano più di qualche domanda sulla correttezza delle procedure utilizzate anche per contenere la diffusione del virus. Abbattimenti che vengono fatti sotto la supervisione del controllo veterinario, e con milioni di euro dei contribuenti.

La scuola modello destra

Nonostante le smentite, le rassicurazioni del segretario Salvini, il generale potrebbe creasi il suo partitino a destra creando qualche problema al “capitano”, come viene chiamato il segretario della Lega.

Che in questo servizio ci spiegherà qual è la sua visione della scuola: gli eroi della decima mas, i poeti del risorgimento, insegnare valori come lealtà, onore, il sacrificio, il valore, la dedizione alla patria.

Io non rinculo – dice al giornalista di Report: nessuna marcia indietro sull’esercito personale di Borghese salvato dalla fucilazione per crimini di guerra dagli americani.

A scuole le classi vanno separate per competenze, le persone disabili non devono bloccare lo sviluppo di quelli bravi (magari pure biondi e con gli occhi azzurri): anche questo è un altro capisaldo della scuola vannacciana.

Meglio mostrare adesso chi sia Vannacci, prima di ritrovarcelo candidato per la presidenza del Consiglio.

La scheda del servizio: NEL MERITO DELLA SCUOLA

Di Danilo Procaccianti

Collaborazione Cristiana Mastronicola, Eleonora Numico

Le recenti iniziative del Ministero dell’Istruzione e del Merito stanno alimentando il confronto nel mondo della scuola. Docenti, dirigenti ed esperti segnalano criticità legate alle nuove Indicazioni nazionali, in particolare per l’insegnamento della storia, e alle possibili ricadute sull’autonomia didattica e sullo sviluppo del pensiero critico. Attenzione anche alle circolari ministeriali su organizzazione e gestione delle attività scolastiche, nonché al clima che si sta creando intorno al dibattito su temi di attualità, rispetto al principio del pluralismo e alla funzione educativa della scuola.

La caccia al tartufo

Non è tutto tartufo quello che luccica – racconta Report nell’anteprima del servizio: andar per tartufi è la gioia della ricerca, raccontano a Report gli appassionati tartufari, una passione per loro e un gioco per i cani, “sei tu, l’animale, la fantasia e la terra..”

Il tartufo è un patrimonio dell’Unesco dal 2021: la ricerca dei tartufi è anche un’attività redditizia e così spuntano anche qui i furbetti del tartufo.

Quelli che mettono il trucco ai tartufi per farli apparire più belli e profumati per indurre l’ignaro consumatore all’acquisto. Per esempio coprirli con della sabbia gialla, “stinkare” il tartufo in gergo, e qualche goccia di aroma di tartufo, bis-metiltiometano, come il gas appunto. Perché l’odore caratteristico del tartufo sparisce a pochi giorni dalla raccolta. Per cui quando vedete un tartufo che arriva da lontano e ha fatto un viaggio di qualche giorno, fatevi qualche domanda.

La scheda del servizio: TRUFFLE LAND

di Lucina Paternesi

Collaborazione Cristiana Mastronicola, Celeste Gonano

Un cane fedele, il vanghetto, scarpe buone ai piedi. Tutto questo è andar per tartufi, patrimonio culturale immateriale dell’Unesco dal 2021. Ne esistono oltre 100 specie nel mondo, ma in Italia se ne possono commercializzare 9, come il nero pregiato, lo scorzone, il bianchetto e il più pregiato di tutti, il bianco, protagonista indiscusso di fiere e piatti costosi quanto prelibati.

Ma da dove viene tutto il tartufo che troviamo proprio a queste fiere? A causa dei cambiamenti climatici e dell'impoverimento delle tartufaie naturali, la domanda aumenta e l'offerta diminuisce sempre di più. Nonostante per legge sia obbligatorio indicare una zona geografica di raccolta, aggirare la normativa è un gioco da ragazzi. Ma è fondamentale essere sul mercato, anche quando i tartufi non ci sono. Lo sanno bene anche alla Regione Piemonte, che sui tartufi ha organizzato la presenza a Expo 2025 a Osaka.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

28 gennaio 2026

Il nido del corvo di Piergiorgio Pulixi

Prologo

Milano, tre anni prima Il bar era pieno, proprio come piaceva a lui. Il vociare della gente si mescolava al suono delle tazzine sui piattini e al tintinnio dei bicchieri. La luce calda filtrava attraverso le grandi vetrate, riflettendosi sulle bottiglie allineate dietro il bancone.

C’è un uomo che osserva le donne, le clienti di un bar, le commesse di negozi, le donne che incrocia nei suoi giri. Non il solito “lumacone”, quest’uomo ha una passione particolare. Le mani:

.. l’aveva notata nel momento esatto in cui aveva alzato la tazzina per portarla alla bocca. Le mani. Sempre le mani. Quelle che stava contemplando erano delicate, affusolate..

Non si ritiene un mostro, un feticista, per questa passione, no: lui è un artista alla ricerca della perfezione nella forma delle mani, nella forma delle unghie, il loro colore, quello dello smalto, l’assenza di imperfezioni.

Un esteta delle mani che però, pur di soddisfare questa sua passione è pronto a dare la caccia alle sue vittime, con metodo, con pazienza, con un attento lavoro di osservazione.

Penisola del Sinis, Cabras, Sardegna La macchina correva lungo la provinciale 6 mentre il tramonto si arrendeva al buio. Il cielo, basso e saturo, prometteva tempesta..

Tre anni dopo, in quella zona della provincia di Oristano ci sono un uomo e una donna in macchina: sono due poliziotti della Mobile. L’uno l’esatto contrario dell’altro: lei, Viola Zardi, una vita disordinata, una passione pericolosa per il poker, un conto in rosso e un compagno più giovane di lei che non sa ancora se ama davvero.

Lui, Daniel Crobu, Corvo in dialetto, è invece il classico precisino, partendo dal vestito, al taglio dei capelli, all’atteggiamento. Padre di due bambino, marito premuroso, pronto ad aiutare il padre e i fratelli nell’azienda agricola di famiglia, Niu ’e Crobu, il “Nido del Corvo”, in sardo.

Daniel e Viola stanno andando in questo luogo di campagna, la penisola del Sinis, dove il cellulare di una donna scomparsa a Milano tre anni prima si è riattivato. Ma accanto al telefono fanno una macabra scoperta:

Quindi la videro. Accanto al telefono, una mano. Livida. Mozzata. Un dono crudele. Le unghie erano perfette. Manicure da salone di alto livello.

Inizia così, con la presentazione dei protagonisti questo romanzo di Piergiorgio Pulixi con al centro la caccia al serial killer, questo “artista” delle mani, capace di sezionare una mano di una persona con grande professionalità e disposto anche a voler sfidare i due poliziotti della Questura di Oristano. Come in gioco: portandoli a girare per questa parte della Sardegna, gli stagni, paesi abbandonati dove sembra di essere dentro un film western. Arriva perfino a mandare loro dei messaggi, delle foto mentre sono sulle scene del crimine. Più di una, perché ci sarà più di una vittima di questo “strano” mostro. Un mostro che da una parte denota grande freddezza, preparazione. Dall’altra parte invece sembra volersi divertire in questa sfida, anche personale ai due poliziotti.

Una sfida che colpisce Daniel e Viola nei loro affetti più cari quando stanno affrontando un momento estremamente delicato della loro vita.

Daniel Corvo per la malattia del padre, che credeva fosse un cardine della sua vita e che ora sta soccombendo ad una malattia che lo costringe a stare lontano dai lavori di campagna, dai suoi cavalli. E ora Daniel deve prendere una decisione importante sul futuro del padre, sapendo che qualunque sia la sua scelta, si sentirà un traditore.

Aveva ancora un padre da non tradire, un killer da trovare e delle persone da proteggere. E nessuna certezza su come farlo senza sporcarsi l’anima.

Viola invece deve ancora capire se vuole portare avanti quella relazione con Alex, un ragazzo più giovane di lei di 14 anni, premuroso, disposto a tanti sacrifici pur di starle accanto anche solo per qualche ora, la sera, quando Viola smette di essere una poliziotta che da la caccia agli assassini.

Ma come in tanti altri momenti della sua vita, di fronte ad un bivio, non sa prendere una decisione. Meglio una via di fuga.

Dentro, sentiva un tumulto. Paura di affrontarlo, voglia di perdersi tra le sue braccia. Le due forze collisero con più violenza del solito. Come in tutti i bivi importanti della sua esistenza, escluso il lavoro, Viola si sentiva inadatta a decidere.

Avrà un finale questa storia, ma non un lieto fine, non una consolazione per il lettore. Un finale con tanto di colpo di scena, che consentirà di incastrare tutti i tasselli al posto giusto e di dare una risposta alle tante domande degli investigatori. C’è un legame tra le vittime del mostro? Perché ha deciso di sfidare, anche sul piano personale, i due poliziotti?

Arrivati a fine libro si comprende meglio la dedica iniziale di Pulixi a Carlo Lucarelli e al suo Almost Blue, apripista del genere “serial killer” in Italia: in questo “Il nido del corvo” il racconto entra profondamente nella mente dei protagonisti, con le loro paure, i loro blocchi, le passioni, anche quelle criminali.

Se nel romanzo di Lucarelli a farla da padrone erano le voci, gli accenti, i colori come sfondo delle persone, qui è la natura del posto ad avere un ruolo importante.

Dal villaggio abbandonato di San Salvatore che sembra un set di film western, allo scenario all’apparenza placido dello stagno di Mistras, fino agli odori della pianura del Nido del Corvo, l’ultimo rifugio dell’ispettore Corvo:

Aveva gli occhi socchiusi, il naso all’insù, le gote segnate ma distese. “Senti l’odore? Terra bagnata, fieno. È casa.” Niu ’e Crobu li avvolgeva. La pianura intorno, buia e familiare, era un nido per davvero.

PS: nel romanzo sono presenti diversi riferimento al precedente romanzo di Pulixi pubblicato sempre da Feltrinalli, La donna nel pozzo, sempre ambientato in Sardegna nel Sulcis, come in questo passaggio dove si parla della presentazione di un libro

Ospite, uno scrittore: Lorenzo Roccaforte, cinquantenne, annunciato con enfasi e copertina del libro in bella mostra. Il romanzo era ambientato in Sardegna, ispirato a un caso reale di oltre trent’anni prima: una ragazza uccisa nel Sulcis


La scheda del libro sul sito di Feltrinelli
I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

24 gennaio 2026

Anteprima inchieste di Report – il made in Italy, il controllo dei magistrati, i pendolari dello Stato

C’era una volta il made in Italy

Domenica scorsa Report ci aveva mostrato come una parte importante della produzione del made in Italy, che da lustro al nostro paese, si basi su piccole aziende cinesi dove non valgono le norme sul lavoro. Il tutto perché i grandi brand chiedono profitti sempre più alti spremendo i fornitori finali a cui chiedono capi dal costo sempre più basso.

Parliamo di operai che lavorano senza contratto, senza tutele, in capannoni non a norma. E succede tutto sotto i nostri occhi.

Come a Prato dove Report ha seguito un controllo eseguito dalla Procura su queste aziende cinesi: ancora una volta si vedono operai senza permesso di soggiorno, senza contratto. E non era nemmeno la prima volta, come racconterà il servizio già nel 2022 in un precedente controllo erano stati trovati lavoratori in nero tra cui anche dei clandestini. Stesso proprietario che però, al momento dei controlli, era irreperibile. Ma poteva controllare l’operato dei dipendenti (regolari o meno) con una telecamera.

LAB REPORT: MADE IN ITALY?

di Luca Bertazzoni

Collaborazione Marzia Amico, Samuele Damilano

Report ha seguito un blitz dei Carabinieri della Tutela del Lavoro all’interno di un opificio cinese a Prato, dove erano presenti operai senza permesso di soggiorno che lavoravano senza le dovute condizioni di sicurezza.

I pendolari della scuola


Report racconterà la vita dei pendolari della scuola, insegnanti, personale tecnico, che per andare al lavoro devono partire alla 4 di mattina per arrivare al lavoro. Dalla Campania verso scuole di altre regioni, come le scuole di Roma. Un disagio fisico per il doversi alzare presto per prendere il treno delle 4 di notte da Aversa a Roma. Ma c’è anche un impatto economico perché questi viaggi si mangiano parte del loro misero stipendio. Abbonamento del treno, della metro, del parcheggio alla stazione di partenza, si arriva a pagare 500 euro al mese. Alla faccia della storiella, che era girata molto sui giornali, della bidella che aveva scelto di fare la pendolare perché così risparmiava..

Dalla Campania ogni giorno partono 6000 persone che con ostinata speranza si recano al lavoro sperando un giorno di potersi avvicinare a casa. Molti di loro fanno questa vita da anni, anni da precari della scuola: “lo Stato ci guadagna dai precari, sono cavie” racconta un’insegnante “siamo state cavie e lo saremo sempre.”

Ma è anche un problema dei bambini che ogni anno si ritrovano un insegnante diverso.

Ci sono poi insegnanti che fanno il viaggio da pendolari dall’interno della stessa regione Lazio: come Antonella che dalla provincia di Frosinone deve arrivare a Roma prendendo l’autobus. Poi la metropolitana, per un totale di più di 4 ore di viaggio.

Un paese civile può tollerare tutto questo sulle persone che hanno in mano il futuro dei nostri figli?

Il servizio di Report racconterà anche di come funziona il mondo dell’interpello: ci si può candidare per una supplenza rivolgendosi direttamente alle scuole, anche senza aver mai messo piede in una scuola, basta una laurea triennale (la giornalista di Report ha usato la sua laurea in filosofia). Basta arrivare all’orario concordato un po’ prima per fare l’ingresso, poi si è pronti per entrare in classe, senza corsi (antincendio, primo soccorso) né formazione senza nemmeno doversi informare sul programma. All’insaputa dei genitori.

E il ministro del merito (e del governo della legge e della sicurezza) che dice? Niente intervista, “ho detto al portavoce di mettervi a disposizione tutti i dati ”

La scheda del servizio: DIETRO LA CATTEDRA

Di Danilo Procaccianti

Collaborazione Cristiana Mastronicola, Eleonora Numico

La scuola è sempre al centro di tutti i programmi politici, di scuola si parla sempre con orgoglio e passione ma poi tutti fanno finta di non vedere cosa c'è "dietro" le cattedre: migliaia di precari. I forzati dell’istruzione, i docenti invisibili che tengono accesa, ogni giorno, la luce dell’istruzione italiana.

Il software di monitoraggio sui pc dei magistrati

A sollevare tante perplessità, se non peggio, non è tanto il fatto che sui pc dei magistrati italiani sia presente un sw per la gestione remota del software o dei problemi. Quanto il fatto che i magistrati non ne fossero stati messi a conoscenza. Parliamo del sw ECM/SCCM di Microsoft installato sui 40000 pc del personale amministrativo del ministero della giustizia compresi i magistrati. Chi ha i privilegi di amministratore può attivare il sw senza che l’utente ne sia a conoscenza.
Report ha raccolto la testimonianza del magistrato Aldo Tirone di Alessandria che ha scoperto l’esistenza di questo sw da una confidenza di un tecnico informatico “mi ha detto che sui ns computer è installato un sistema che consente, all’insaputa dell’utente di essere ‘spiato’”.

Qualcosa che collide con la segretezza delle indagini: il giudice del Tribunale di Alessandria ha messo alla prova il tecnico con un esperimento in cui effettivamente è possibile spiare le attività fatte sul pc all’insaputa dell’utente, vedere i file creati, le modifiche a file o cartelle esistenti.. Nessuna autorizzazione o warning sull’attività di controllo è apparsa sul desktop del pc del giudice Tirone. E questo smentisce le dichiarazioni dell’attuale ministro della giustizia Nordio secondo cui le funzioni di controllo non sarebbero mai state attivate e che “in ogni caso, il loro eventuale uso necessiterebbe di una richiesta dell'utente e di una sua conferma esplicita”.



A quanto pare così non è. Stai a vedere che anziché spiare i mafiosi e i signori delle mazzette, ad essere spiati sono stati i magistrati.
Report ha intervistato l’ex ministro Bonafede, era ministro quando fu scelto di installare questo sw: come ministro poteva dare indicazioni politico-amministrativo, non indicazioni tecniche su questa applicazione. Ma se avesse saputo che questo sw poteva creare problemi di sicurezza al sistema giustizia, avrebbe chiesto approfondimenti.

Non basta rispondere che in tutte le aziende esistono sistemi di monitoraggio da remoto (per motivi leciti e consentiti): stiamo parlando della giustizia italiana e dobbiamo essere certi della riservatezza delle indagini e degli atti processuali, uno dei pilastri su cui si fonda l’ordinamento giudiziario italiano.

Secondo quanto scrive Report nelle anticipazioni, il ministero della Giustizia sarebbe stato avvisato di questo potenziale rischio nel 2024 ma avrebbe silenziato tutto.

Sul Fatto Quotidiano trovate delle anticipazioni del servizio che andrà in onda domenica sera: l’articolo di Thomas Mackinson sul dialogo tra un tecnico informatico e un dirigente del ministero della Giustizia che faceva pressioni per far installare il sw ECM sul pc dei magistrati

Certe volte noi facciamo le cose come amministrazione che ci vengono imposte da altre forze. Se ti dico che c’è la Presidenza del Consiglio dei ministri che ci sta dicendo di fare ste cose non possiamo essere noi a metterci in difficoltà da soli”.

È la frase chiave che emerge dai dialoghi anticipati in esclusiva da Report che aggiunge un pezzo all’inchiesta sul software installato nei pc di 40mila tra giudici e magistrati che consente il controllo da remoto senza che se accorgano.

A parlare è Giuseppe Talerico, dirigente del Coordinamento dei sistemi informatici del Ministero della Giustizia, e un tecnico informatico, registrati nel maggio 2024. Il Fatto lo ha contattato ma ha deciso di declinare: “Guardi lasci stare, non parlo”.

Ripeto: se fosse tutto regolare, ci aspettiamo che questo sw sia installato anche sui pc dei nostri parlamentari con tanto di controllo da remoto autorizzato senza consenso del deputato/senatore. Diremmo ancora che è tutto normale?

La scheda del servizio: IL TROJAN DI STATO

di Carlo Tecce - Lorenzo Vendemiale

Un programma installato sui circa 40.000 computer dell’amministrazione giustizia che può rendere potenzialmente spiabili le postazioni dei magistrati, gli allarmi della procura di Torino al Ministero rimasti prima inascoltati e poi sopiti, l’inchiesta di Report racconta le gravi falle che potrebbero esserci nelle strutture informatiche della Giustizia. Con documenti inediti e testimonianze esclusive, il servizio pone un caso che potrebbe essere di sicurezza nazionale: i computer dei magistrati sono davvero inaccessibili?

Dietro l’efficienza di Amazon

Cosa si nasconde dietro l’efficienza di Amazon? In una precedente inchiesta Report aveva raccontato di come vengono eseguite le indagini interne sul personale: usando meccanismi di interrogatorio condotti da manager che hanno avuto una esperienza di polizia, come se fossero ufficiali di polizia giudiziaria.

Ma sul lavoro dei magazzinieri e degli operai gravano controlli ai limiti della violazione della privacy. Tipo manager di Amazon che vanno a controllare quanto tempo si sta in bagno, che vanno ad aprire le porte dei bagni vedere cosa stanno facendo i lavoratori

La scheda del servizio: AMAZON FILES

di Emanuele Bellano

Collaborazione Chiara D’Ambros, Goffredo De Pascale, Madi Ferrucci

Le stime più recenti dicono che ogni anno circa 38 milioni di persone in Italia usano mensilmente il marketplace di Amazon e che il 96 per cento degli italiani ha fatto almeno una volta un acquisto sulla piattaforma. Una rete di vendita e distribuzione enorme sempre in crescita grazie al lavoro di migliaia di magazzinieri e operai dal lavoro dei quali Amazon cerca di trarre il massimo del profitto usando metodi controversi, al limite del dossieraggio. Rimane aperta la questione sui controlli da parte delle autorità che dovrebbero tutelare i lavoratori come Ispettorato Nazionale del Lavoro e Garante della privacy.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

20 gennaio 2026

L'ultima cosa che sai di Paolo Roversi


 

L’argine si allunga come una cicatrice nel buio, nero su nero. Il grande fiume scorre lento, invisibile. La notte lo nasconde, ma se ne avverte l’odore. Sono in due. Camminano senza parlare. Solo il fruscio dei passi sull’erba. A un certo punto, l’uomo in testa si ferma. [..]
«Manca molto?» chiede quello dietro. L’altro gli mostra una mano. Tutto succede in un istante. Un rumore sordo, come uno schiocco di frusta nelle tenebre ..

L’assassino torna sempre sul luogo del delitto, ma lo stesso vale per lo scrittore di noir Paolo Roversi che, a vent’anni dall’esordio della serie con l’investigatore hacker Enrico Radeschi, ci riporta sulle sponde del Po, “in quella fetta di terra grassa e piatta che sta tra il fiume e il monte, fra il Po e l'Appennino. Nebbia densa e gelata l'opprime d'inverno, d'estate un sole spietato picchia martellate furibonde sui cervelli della gente e qui tutto si esaspera” (Mondo piccolo di Giovanni Guareschi).

Le sette del mattino sono una dimostrazione di buona fede. Se parti presto, sei già sulla strada giusta. E io e il Giallone lo eravamo
Deciso a fare una sorpresa ai genitori per Pasqua, Radeschi decide di partire per il suo paese Natale, Capo di Ponte Emilia, in sella alla sua amata Vespa, il “giallone” che non l’ha mai abbandonato in questi anni vissuti a Milano.
Un viaggio che è anche un ritorno a quel mondo antico che sembra essere sempre uguale a sé stesso e che fa affiorare i ricordi dell’infanzia, quell’epoca dove tutto sembrava bello e felice

La Bassa ti avvolge, ti entra piano sotto la pelle, senza fare rumore. Il nome racconta di una lingua di terra fertile e rigogliosa che costeggia il fiume fino agli Appennini. Sospesa tra la nebbia e la fatica, tra la puzza del concime e le campane.
Ma ad accoglierlo a Capo di Ponte ci sarà anche un bel delitto: il cadavere di un uomo strangolato viene ritrovato nella Golena del Po dai carabinieri del maresciallo Boskovic, vecchia amicizia di Enrico (dai tempi dell'indagine sulle mani mozzate - La mano sinistra del diavolo) che lo lascia avvicinare al corpo.

Il corpo ha le braccia piegate sul torace, come se qualcuno l’avesse messo in posa.
Non è l’unica stranezza di quel cadavere: stretto tra le mani un orologio che segna le 3.15 e non è l’ora della morte.

Liz è certa di stare per morire. A giudicare dal martello pneumatico che le spacca il cranio, perlomeno.

Nel frattempo a Milano Liz, la giovane hacker filippina conosciuta in una precedente storia, sta vivendo una nuova fase della sua vita in compagnia di Marika, la cugina di Radeschi dalla vita sentimentale molto movimentata: aperitivi, uscite serali, nuove amicizie.
Ma nemmeno lei può godersi questa parentesi di vacanza: viene ingaggiata come consulente informatico da Sebastiani, il vicequestore della Mobile milanese, per seguire uno strano caso di suicidio, un professore del Politecnico trovato morto in casa.
Insomma, se Radeschi è lontano da Milano, perché non avvalersi della collaborazione di Liz per andare a scovare i segreti che questo docente custodiva sul suo portatile?

L’azione del romanzo si muove, capitolo dopo capitolo, tra la bassa emiliana e la Milano scintillante che si appresta a vivere i giorni tra il ponte pasquale e quelli del 25 aprile.
Ma non c’è solo questo viaggio geografico tra la metropoli e la piccola provincia: Radeschi dovrà affrontare anche un altro viaggio nella memoria. Perché alla prima morte ne seguiranno altre: cadaveri ritrovati lungo la Golena del Po dove l’assassino ha seguito sempre lo stesso rito di composizione dei corpi, sempre con quell’orologio fermo alla stessa ora.
Chi erano le tre persone uccise? Si conoscevano, avevano dei legami tra di loro?

Se non posso interrogare la voce ufficiale, mi affiderò a quella ufficiosa. Quella del bar Binda.
La voglia di essere sempre avanti alla concorrenza non abbandona Radeschi nemmeno in questi luoghi, anzi: per avere le risposte alle sue domande può solo fare una cosa, ricorrere alla memoria delle persone. E così viene fuori un’altra storia nera, avvenuta nei lontano 1961, sempre lungo le sponde del Po, sempre con cadaveri composti secondo un rituale specifico, con quell’orologio al polso, fermo a quell’ora, le 3.15.
A qualcuno dei paesani viene un mente una vecchia leggenda, che affonda le radici ai tempi dei Gonzaga: la leggenda del Tribunale delle acque, una storia che lega assieme la superstizione dei contadini con la loro miseria, la paura di vedersi i pochi beni distrutti da una calamità o da una disgrazia.

Lo chiamavano Tribunale, ma in realtà era il dio Po, quello che decideva i destini della gente.

Saranno proprio gli articoli di Radeschi, sempre il primo, sempre a caccia del nuovo scoop, ad alimentare l’attenzione dei media nazionali su questi omicidi.
Ma Radeschi sa come muoversi: la pista del passato, quel qualcosa che lega i morti di oggi con quelli di ieri, è quella giusta e lui ha i contatti giusti per trovare quel filo che porta all’assassino, che viene subito battezzato come “il mostro del Po”.

E lo strano suicidio di Milano?
Liz si rivela un’ottima consulente per Sebastiani, alle prese coi suoi problemi personali, ma arriva il momento in cui il gioco si fa duro e i duri devono scendere in campo.

«Se non è Maometto ad andare alla montagna…» «La montagna va da Radeschi.»
Le due indagini arriveranno a toccarsi e, ancora una volta, l’astuzia e la capacità di Radeschi di saper violare qualunque sistema informatico, aiuteranno la polizia a svelare i retroscena di quel suicidio milanese che nasconde invece altri interessi.

E i delitti della Golena? Chi si nasconde dietro la maschera del “mostro del Po”?
Un vecchio diario, una lettera del 1961, articoli di giornali ingialliti dal tempo, un anello antico,una misteriosa ragazza dalla Polonia .. saranno questi i tasselli di una storia di vecchi contrabbandieri e di assassini dei giorni nostri. Il passato e il presente. E la forza della memoria, l’unica cosa che rimane, sfidando il tempo.
La memoria dei luoghi, delle persone. La memoria del fiume, che prima o poi presenta il conto.

Mai sottovalutare la forza della memoria, perché quella non la cacci via manco coi sassi. E questa è proprio l’ultima cosa che sai.

PS se il paese dove è ambientata la storia è inventato, non lo sono le pietanze con cui mamma Radeschi va a rimpinzare il giovane Enrico e il suo strano gruppo di amici. Dai cappelletti al brodo al risotto alla Pilota (Roversi spiegherà anche l’origine del nome di questo piatto).
Piatti da consumare con un bel bicchiere di Lambrusco frizzante.

La scheda del libro sul sito di Marsilio.
Il
blog di Paolo Roversi
I link per ordinare il link su
Ibs e Amazon

17 gennaio 2026

Anteprima inchieste di Report – le spese del garante, le passioni del generale, la plastica che non ricicliamo, il made in Italy che non c’è

Lo chiamavano garante (ma di chi?)

Le inchieste di Report sui membri del collegio della privacy hanno portato all’apertura di una indagine portata avanti dalla Guardia di Finanzia: le spese “allegre” dei membri, le situazioni da potenziale conflitto di interesse, la caccia dei membri alla talpa di Report con l’accesso agli uffici e l’assurda richiesta di far spiare i dipendenti dell’autority (che in teoria dovrebbe proprio tutelare la privacy degli italiani). E anche alcune scelte fatte dal collegio molto discutibili: la riduzione della multa a Meta (con possibile danno erariale), la multa a Report per l’audio di Sangiuliano (con tanto di visita in via della Scrofa ad Arianna Meloni di Agostino Ghiglia)..

Eh, ma questo collegio è stato nominato dal precedente governo – si difendono a destra: ma gli atti, le spese, le decisioni, fanno pensare ad un collegio in difesa degli interessi del governo di destra.

Ma questa sera Report si occuperà delle spese del collegio che, per quanto riguarda le sole spese di rappresentanza, sono decuplicate dal 2022 per aumentare negli anni successivi (siamo a 400 mila euro)

La scheda del servizio: I GARANTISTI

di Chiara De Luca

Collaborazione di Eleonora Numico

Report torna a occuparsi dell'autorità Garante della Privacy, a seguito delle perquisizioni e dei sequestri ordinati dalla Procura di Roma, che ha indagato i quattro membri del Collegio per peculato e corruzione. Sotto la lente della Procura ci sono anche gli oltre 400mila euro di spese di rappresentanza, che, come dimostrano documenti inediti, forse potevano essere limitate.

L’illusione del made in Italy

Ci si riempie la bocca col made in Italy, con la difesa dell’eccellenza italiana: capi di vestiario venduti a migliaia di euro, che danno lustro al nostro paese ma che dietro nascondono storie di sfruttamento, caporalato, elusione del fisco.

Storie che vengono raccontate dalle tante inchieste giudiziarie sui grandi marchi, ben poco raccontate dai giornali per non sporcare l’immagine dorata dei grandi brand.

Ha ancora senso parlare del made in Italy?”

No, perché le immagini della proprietaria dell’azienda l’Alba a PRato che va a picchiare i suoi operai che si erano permessi di protestare fuori dallo stabilimento in protesta contro il licenziamento parlano da sole.


Lavoratori stranieri che avevano stirato e lavorato capi di abbigliamento del made in Italy, vestiti che troviamo nelle vetrine a 300, 400, 500 euro - racconta a Report Luca Toscano del sindacato COBAS di Prato – e l’hanno fatto per anni con un contratto da addetti alle pulizie con straordinari non pagati, tutti i sabati a lavorare gratis, lavorando anche dieci ore al giorno.

LA filiera del lusso, che garantisci altissimi profitti ai proprietari dei brand e agli azionisti, si basa si queste filiere.

Dove tutti sanno e nessuno parla: tutti sanno che un capo viene a costare poche decine di euro sebbene venga venduto a dieci volte tanto. Capi del lusso prodotti da persone con uno stipendio da 1100 euro al mese lavorando 60 ore a settimana.

Nel servizio verrà intervistato il consulente Gian Gaetano Bellavia che farà le pulci sui conti di queste società del lusso: la sua intervista ha già scatenato un vespaio da parte della destra, a causa del furto che ha subito da parte di una sua ex collaboratrice.

La scheda del servizio: MADE IN ITALY?

di Luca Bertazzoni

Collaborazione Marzia Amico, Samuele Damilano

Dopo le misure di amministrazione giudiziaria nei confronti di molti brand della moda, il Procuratore capo di Milano Paolo Storari ha richiesto la misura interdittiva del divieto di fare pubblicità per 6 mesi per Tod’s. Con un’intervista esclusiva a Diego Della Valle, l’inchiesta ricostruisce la filiera della produzione dei beni di lusso, che dalla casa madre verrebbero appaltati a società italiane senza struttura produttiva che a loro volta subappalterebbero ad opifici cinesi.

Il generale sovranista (con molto tempo libero)

Pur essendo un eurodeputato (della Lega), l’ex generale Vannacci dispone di tanto tempo libero.

Per organizzare manifestazione (con scarso pubblico) fuori Montecitorio. Per fare le sue dirette social, come quella contro Report e il giornalista Luca Chianca, un “cane da tartufo”.

Chissa che volere cercare su di me – si chiede ironicamente l’eurodeputato che, almeno, ha accettato l’intervista: compito del giornalista fare domande, scavare nella vita dei politici per cercare di dare risposte alle tante domande. Per esempio, come mai questo continuo rimandare al ventennio fascista? “Non sono fascista perché oggi è assurdo definirsi fascista, perché il fascismo è finito 85 anni fa..”.

Questa è la classica risposta alla “Meloni”: fascista io? Ma se sono nata nel 1977?
Eppure. L’attacco ai poteri di controllo, la voglia di centralizzare tutto il potere dentro l’esecutivo, lo scavalcare i poteri intermedi (dai sindacati al Parlamento).

E anche il rispondere, come ha fatto Vannacci, che lui non è nostalgico del fascismo MA solo nostalgico dei valori che hanno caratterizzato l’Italia dal 1948 ad oggi, non depone molto a suo favore. Tra i valori fondanti della Repubblica italiana, che piaccia o meno a questa destra, ci sta l'antifascismo.

La scheda del servizio: I FRATELLI DEL GENERALE

di Luca Chianca

Collaborazione Alessia Marzi

Qualche mese fa, il generale Roberto Vannacci è finito al centro del dibattito, tutto interno al partito di Matteo Salvini, per aver deciso di non finanziare le casse della Lega. Vannacci risulterebbe, infatti, l'unico eletto nel partito a non contribuire, tra i mal di pancia degli iscritti e dei militanti. Nel frattempo, però, Report ha scoperto che Vannacci avrebbe dato vita a un nuovo soggetto politico, oltre all'associazione il Mondo al Contrario. Si chiamerebbe associazione Fondazione Generazione Xa, la Presidente è sua moglie e non sarebbero ancora noti gli scopi. Parallelamente, il generale ha dato vita anche a uno nuovo centro studi, Rinascimento Nazionale, insieme a Luca Sforzini, che a Report ammette di essere massone, con sede nel suo castello in provincia di Alessandria. Ma chi sono gli altri "fratelli" che il generale frequenta sempre più spesso?

Morire di plastica – che non ricicleremo


Conviene importare la plastica riciclata dall’estero piuttosto che non riciclarla in Italia, perché costa troppo: così succederà che moriremo seppelliti da questa plastica (che continuiamo a produrre come se niente fosse). È quello che sta succedendo nei centri di recupero della plastica, dove la plastica stoccata (già lavorata) rimane a fare ingombro per almeno il 50%: “il rischio collasso è giornaliero, è come se fosse una bomba ad orologeria”.

Un danno economico per gli impianti di riciclo della plastica, un danno ambientale per il paese e anche una beffa, perché la plastica riciclata la dobbiamo importare da fuori.

LAB REPORT: CRISI PLASTICHE

di Antonella Cignarale

collaborazione Evanthia Georganopoulou

Le feste sono alle spalle mentre tutto quello che abbiamo scartato e consumato è ancora in cammino lungo la filiera del riciclo, e i rifiuti dagli imballaggi in plastica stanno andando più a rilento delle altre frazioni. Lo scorso settembre le associazioni che rappresentano le aziende di riciclo di materie plastiche in tutta Europa hanno chiesto alla Commissione europea interventi immediati per sostenere la filiera messa in ginocchio da una profonda recessione. La concorrenza dei polimeri riciclati importati da paesi extra europei è diventata feroce. Secondo Plastic Recyclers Europe le chiusure dei centri di riciclo sono aumentate del 50%. Nell’economia circolare basta che un anello si blocchi che ne risentono tutti gli altri e se i polimeri riciclati dai rifiuti non si vendono il rischio è che i rifiuti che continuiamo a produrre non li vuole più nessuno.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

15 gennaio 2026

Cuore di mafioso, di Furio Scarpelli

 

Scherzo del destino

Pagina n.1 del Rapporto dell’Ufficio Istruzione della Direzione Investigativa dell’Alto Commissariato Antimafia alla Direzione Generale.

Il 18 agosto 1994 presso il bar della stazione di servizio Agip, km 62 della A18 Messina-Catania, alle ore dodici circa, il dottor Bandini Alberto, vicecommissario incaricato presso i Servizi Operativi di Milano..

Ridere della mafia si può. E anche scrivere storie di mafia e di mafiosi, e degli uomini dello Stato che la combattono, dove si mescolano assieme grottesco e ironia, si può fare.

Lo testimonia questo romanzo dello sceneggiatore e scrittore Furio Scarpelli, una storia che nasce da uno scambio, come l’avrebbe potuta scrivere Pirandello o Camilleri: un poliziotto distaccato presso la DIA che viene scambiato, per uno scherzo del destino, per il nipote milanese di un capomafia catanese.

Alberto Bandini, vicecommissario di polizia, che diventa Luca Sparaciano, nipote di Saverio Sparaciano, chiamato “Esso”, come colui che non si deve nemmeno nominare.

E che viene accolto, raccolto ferito dopo un incidente in moto in cui accompagnava proprio Luca, nel fortilizio dove vive questa “strana” famiglia di mafiosi.

Saverio, coi fratelli Miccio e Nico. E tanti altri personaggi che appaiono per poche pagine ma che contribuiscono a dare ancora più sapore a questa storia.

Dove si parla di mafia, certo: siamo nel 1994, lo Stato ha iniziato a reagire alle stragi del 1992-93, le famiglie palermitane sono state in parte decapitate, si scalpita per prendere la reggenza di quella provincia. E allora servono nuove strategie, il tritolo non basta più, occorre capirci di finanza, entrare nel mondo delle banche, sapere investire i capitali in settori puliti. La famosa pace imposta da Provenzano dopo la cattura di Riina.

Ecco perché doveva arriva a Catania questo “nipotuzzo” da Milano.

Alberto si ritrova, dolorante per la caduta in moto, disteso su un letto dentro la tana del lupo, con “un cuore d’asino e uno di lione” come avrebbe detto il maestro Camilleri. Prendere e scappare, appena possibile. O rimanere lì dentro e fare il suo mestiere.

Ma dentro questo romanzo, che è anche pensato come soggetto cinematografico come racconta il figlio a fine libro, c’è anche dell’altro.

C’è una donna come Teresa, giovane sposa di un mafioso finito in carcere che si innamora proprio di Alberto-diventato-Luca, per quel suo essere così dolce, così poco uomo di mafia.

Voglio morire, Luca.
– Cosa dici, Teresa. Su, qui ti vogliono tutti bene.
– Un bene da uomini. Tu sei diverso.
– Come, sono diverso.

Tu sei buono, dolce, gentile, intelligente, e mi fai godere. Sei meno uomo di tutti gli altri.

C’è un dottore, uno che avrebbe dovuto fare il giuramento di Ippocrate e che invece si trova a fare da psicanalista al boss, Saverio Sparaciano, che deve raccogliere le confessioni di quest’ultimo e a cui suggerisce di tornare alle origini, al suo “status ante”, se vuole guarire dalla sua depressione. Che lasciasse stare l’informatica, cosa c’è di meglio che di un morto ammazzato ogni tanto?

Nello status ante io facevo uccidere e uccidevo – gli ricordò Saverio lapidario.

Ebbè, questo è. In primis la salvazione del paziente.

(Avete presente il film Un boss sotto stress, con De Niro? Ecco, gli americani non hanno inventato niente.)

Ma lo stesso Alberto-Luca deve raccogliere lo sfogo di questo “boss sotto stress” (come il titolo del film con De Niro (gli americani non hanno inventato niente..):

Mi sfogo con te perché oltre alla testa tieni cuore. Dimenticherai quanto ti dico, solo questo ti chiede tuo zio. Luca, io sto male. Non di corpo. Quanto a corpo soltanto non vado, ho una stitichenza imbattibile. Di origine psicologica ..

Si ride leggendo questi dialoghi che ci portano, a modo loro, dentro “il cuore del mafioso”: d’altronde non è forse vero che per comprendere la mafia non basta leggere i rapporti dei magistrati o degli agenti della Dia, col loro pesante linguaggio burocratico?

Come si trova a pensare lo stesso Alberto, “se al macabro e alla psicopatologia non si univa il disprezzo che derivava dall’ironia, i mafiosi non potevi riferirli”.

La scheda del libro sul sito di Sellerio

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon


10 gennaio 2026

Anteprima inchieste di Report – le non più olimpiadi green, il costo delle bonifiche, la salute mentale

Le chiamavano le olimpiadi green

Avrebbero dovuto essere green, sostenibili, senza costi per lo stato, un’occasione unica per rilanciare l’immagine del turismo montano (ma non ce n’era bisogno)..

E invece si sono dimostrate nell’ennesimo grande evento gestito all’italiana: costi delle opere cresciuti e su cui dovrà mettere mano lo stato, opere inutili realizzate in zone a rischio, lavori fatti in emergenza e in deroga alle leggi. Di una fondazione che viene fatta passare “di diritto privato” che ha assunto figli di politici e di vip.

Come il villaggio olimpico costruito a Fiames nell’ex zona dell’aeroporto, in una zona a rischio idrogeologico.

In una zona dove non sarebbe possibile costruire, a meno che non si parli delle casette mobili per il villaggio olimpico, da inaugurare in pompa magna, allora..

Sono le olimpiadi Milano Cortina che, di legacy, ovvero come ereditarietà sul territorio, lasceranno tanti debiti per le amministrazioni locali.

Per esempio le casette mobili del villaggio olimpico che dovranno essere smantellate alla fine dei giochi per un costo da 40 ml di euro. Casette che nemmeno verranno usate tutte, la squadra di sci italiana non andrà al villaggio olimpico.


Ma c’è un altro villaggio olimpico, a Milano realizzato dal gruppo Coima di Manfredi Catella: 1700 posti letto. Opera che è ancora incompleta e che dunque è stata annunciata come conclusa (in tempi record!) da Manfredi Catella. Chi finirà i lavori? L’azienda privata? Ma certo che no, li faremo coi soldi nostri. Altri 7-8 ml di euro, parola di Salvini che non è ingegnere, ma ministro, che avrebbe dovuto controllare lo stato avanzamento lavori.

La giornalista di Report avrebbe voluto fare qualche domanda a Manfredi Catella, ma è stata subito bloccata: nessuno deve disturbare l’evento per le prossime olimpiadi, nessuno deve permettersi di fare domande (come mai i ritardi? Perché a pagare deve essere il pubblico?). D’altronde anche la politica si è subito messa a disposizione per il costruttore con un emendamento al decreto sport con cui si riconoscono gli extra costi a Coima e si è autorizzato il comune di Milano a modificare le convenzioni urbanistiche con il soggetto attuatore del villaggio olimpico cioè Coima. Catella ha mandato la lista della spesa al comune e il comune (come il governo) si è prontamente messo a disposizione.

Così a Santa Giulia la multinazionale di concerti CTS Eventim (a cui fa capo Ticket One) sta costruendo il nuovo palazzo per i concerti, pala Italia. Struttura privata che però è stata finanziata anche con 21 ml di soldi pubblici col decreto sport e altri 30 ml col decreto anticipi.

Poteva andare in modo diverso? Forse, bastava essere meno indulgenti col privato.

La scheda del servizio: IL ROVESCIO DELLA MEDAGLIA

di Claudia Di Pasquale

Collaborazione Norma Ferrara, Celeste Gonano, Giulia Sabella

Tra meno di un mese inizieranno le Olimpiadi invernali Milano Cortina 2026, le attendiamo dal 2019, da quando l’Italia se l’è aggiudicate con un dossier di candidatura che prometteva Olimpiadi a costo zero. Il 90% degli impianti era già esistente, bisognava spendere pochi soldi per risistermali. Mentre le nuove opere, come il Villaggio olimpico di Milano e l'arena Santa Giulia per le gare olimpiche di hockey, sarebbero state realizzate con capitali privati. Ben presto però i privati hanno iniziato a chiedere un contributo pubblico per coprire gli extracosti. Com'è andata a finire?

Il costo delle mancate bonifiche

In questo paese quando si parla di sicurezza, parola con cui politici di destra e sinistra si riempiono la bocca, non si intende la sicurezza sul lavoro. O la sicurezza di vivere in zone non contaminate dalle industrie o dalle ecomafie.


Così si mandano i militari a pattugliare le strade, ma non si fanno le bonifiche nelle province di Napoli e Caserta: tutti i soldi non spesi in bonifiche però, sarà sempre lo stato a pagarne le conseguenze per il danno sanitario, per curare la popolazione che si ammala. Lo spiega a Report Carla Guerriero, che insegna scienza delle Finanze a Napoli: da alcuni anni si è impegnata a quantificare il risparmio che si otterrebbe in termini sanitari se si effettuassero le bonifiche. Solo a Napoli e Caserta “potremmo prevenire ogni anno 848 casi di morte prematura e 400 casi di patologie oncologiche. Questo ci porterebbe ad un risparmio dai 5 ai 20 miliardi a seconda a seconda dell’orizzonte temporale che noi consideriamo, o di 5 anni o di 50 anni.”

Lo stesso studio è stato applicato ai siti SIN di Priolo e Gela dove si stima che ogni anno ci siano 1280 casi di ricoveri ospedalieri per la presenza degli stabilimenti di idrocarburi che ancora oggi devono essere bonificati. In termini di soldi sono 6 miliardi a Gela e quasi 4 a Priolo in 50 anni. Lo stato potrebbe risparmiare ben 30 miliardi che invece preferisce spendere in cure mediche per chi si ammala in Campania o Sicilia.

Cifre sorprendenti se si pensa che secondo le stime dell’Ispra servirebbero 30 miliardi per bonificare tutti i siti, sia quelli di interesse nazionale che quelli regionali.

I fondi ci stanno – ricorda l’ex ministro dell’Ambiente Costa – sono quelli dei fondi europei, che ci sono disarticolati nel tempo. Dire che non ci sono i soldi è una bufala, oltre che un’offesa per le persone che vivono accanto ai siti da bonificare. Basta definire la procedure iniziale per i lavori: perimetrazione, individuazione dei siti, progettazione delle bonifiche.

Si può fare e io ho dimostrato che si può fare, altrimenti Caffaro [il sito inquinato a Brescia] non sarebbe partita e nemmeno Bagnoli” conclude Costa.

Tra i luoghi da bonificare in Campania c’è anche borgo Coroglio a Bagnoli vicino l’area dell’ex Cementir: qui vivono ancora un centinaio di famiglie che, secondo il piano di Invitalia del commissario alle bonifiche Manfredi dovrebbero andar via.

Perché abbattere queste case – si chiedono gli abitanti del borgo – lo Stato avrebbe dovuto bloccare le costruzione già 40 anni fa, le persone in questi anni hanno già respirato i veleni della Cementir, ci sono stati tanti morti per amianto.

La scheda del servizio: BONIFICHE A GONFIE VELE

Luca Chianca

Collaborazione Alessia Marzi

Per risalire al primo riferimento normativo riguardante le aree a elevato rischio di crisi ambientale, bisogna tornare indietro di circa 40 anni. Era il 1986 e con la Legge n. 349 venne istituito per la prima volta anche il Ministero dell’Ambiente. Da allora in Italia sono stati individuati 42 Siti di Interesse Nazionale (Sin) da bonificare, da Bagnoli al Sulcis Iglesiente Guspinese, ma la bonifica definitiva ha raggiunto solo il 6% dei suoli. In Italia, fino al 2007 non era disponibile nessun piano organico per lo studio epidemiologico delle popolazioni residenti nei Sin. Così qualche anno prima, un gruppo di ricercatori dell'Istituto superiore di Sanità e del Cnr, si è messo insieme per colmare questo buco informativo e capire l'impatto sulla salute nelle aree più inquinate d'Italia. Dal 2010 l'osservatorio Sentieri ha pubblicato ben 6 rapporti approfondendo le analisi di mortalità e ricoveri per ogni Sin, dando un enorme contributo alla conoscenza dell'impatto dell'inquinamento sui territori, sviluppando una forte consapevolezza nella popolazione residente in queste aree. Dal 2023 Sentieri però ha chiuso, sollevando le critiche dei numerosi ricercatori che collaboravano con l'osservatorio. E c’è anche la questione che riguarda la contaminazione da Pfas in Veneto. In un'area vasta 500 kmq, dove vivono 140mila abitanti nessuno ha mai pensato di farne un Sin e quindi, da oltre 10 anni, nessuno ha realizzato un vero e proprio progetto di bonifica.

L’importanza dei centri per la salute mentale

Gli anni settanta non sono stati solo gli anni delle bombe, delle molotov nei cortei, degli scontri. Sono stati anche anni in cui sono maturate, grazie anche alla pressione della società, dal basso, grandi e importanti riforme. Il divorzio, la sanità pubblica, l’aborto non più reato.

E anche la riforma del 1978 che porta il nome dello psichiatra Bisaglia, ovvero l’abolizione dei manicomi. Anche coloro che venivano definiti “pazzi” (e spesso lo erano solo per pregiudizi) avevano dei diritti, non erano animali da rinchiudere in catene in luoghi nascosti.

Come l’ex ospedale psichiatrico di Maggiano, uno dei primi ospedali del genere ad essere aperto nel 1773 (tre anni prima della rivoluzione americana) e uno degli ultimi a chiudere. Nei giorni in cui si alzava il vento, si sentivano le urla delle persone rinchiuse: qui dentro si finiva per qualsiasi stranezza, un disagio sociale. In particolare le donne, le mogli adultere, svogliate, depresse, che “non servivano il marito o alla famiglia come avrebbero dovuto” racconta a Report lo psichiatra Enrico Marchi, o anche le figlie “divergenti”.

Non era difficile entrare, era difficile uscire: perché l’obiettivo dei manicomi non era curare ma isolare i pazzi, contenerli perché non fossero un pericolo per la società.

Dunque stanze ben sigillate, finestre con le sbarre. Qui, a Maggiano, in due secoli sono stati internati migliaia di uomini, donne e perfino bambini. Perché tutto quello che era “diverso” sul piano psichico e prestazionale e sociale trovava accoglienza in manicomio.

Franco Basaglia ha trasformato la cura della malattia mentale abolendo le contenzioni fisiche dei “malati” e puntando sul suo reinserimento sociale: così persone come la scrittrice Elena Cerknevic che hanno avuto la “fortuna” di ammalarsi a Trieste nel centro di salute mentale, dove ha lavorato proprio Basaglia, sono state gestite come persone e non come qualcosa da nascondere alla società. Qui la terapia va oltre il percorso farmacologico, la salute mentale va oltre la sichiatria – racconta a Report Alessandra Oretti direttrice del servizio psichiatrico a Trieste: qui le porte delle stanze, dei corridoi sono aperte, nelle otto stanze le persone stanno in cura anche quattro – cinque giorni. Nel parco dell’ex manicomio si organizzano corsi di teatro, mostre e laboratori per l’avviamento al lavoro gestiti da cooperative.

Non ci sono liste di attesa per accedere a queste strutture, una volta avviato il primo contatto, che poi è la visita domiciliare per vedere il paziente nel suo ambiente di vita.

A Gorizia al centro di salute mentale vengono effettuati anche i trattamenti sanitari obbligatori, al posto del ricovero ospedaliero, per far rimanere le persone vicine al loro luogo di vita. Le persone in fase di recupero possono vivere in alcuni appartamenti con progetti chiamati di “abitare assistito”, passando qui anche la notte senza l’assistenza di personale sanitario.

La scheda del servizio: LAB REPORT: MENS SANA CERCASI

Di Marzia Amico, Giulia Sabella

Collaborazione Celeste Gonano

Nel nostro Paese i disturbi mentali - ansia e depressione soprattutto - colpiscono una persona su sei. L’emergenza, peggiorata col Covid, non riguarda solo gli adulti, ma anche due milioni tra bambini e ragazzi che soffrono di problemi legati alla salute mentale. Chi vuole curarsi deve spesso districarsi tra liste d’attesa infinite, nel pubblico, e costi proibitivi, nel privato.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

09 gennaio 2026

Maigret è prudente di Georges Simenon

 


«Salve, Janvier».
«Buongiorno, capo...».
«Buongiorno, Lucas. Buongiorno, Lapointe...».

A quel punto Maigret si lasciò sfuggire un sorriso. E non soltanto perché il giovane Lapointe sfoggiava un completo nuovo, molto attillato, di un grigio pallido marezzato di sottili fili rossi, ma perché quella mattina sorridevano tutti..

Può un romanzo giallo cominciare senza un delitto?

In questo racconto di Simenon il commissario capo Maigret si trova a dover aprire un’indagine che parte dalla scoperta di un cadavere ma da una lettera anonima, che gli arriva sulla scrivania in una mattina di primavera.

Fra non molto sarà commesso un delitto, probabilmente tra qualche giorno.

Non è la lettera di un pazzo o di un mitomane: lo stile, la scelta delle parole, perfino la scelta del tipo di carta, molto particolare, fanno subito scattare un campanello di allarme nella testa di Maigret.

Lo scrivente ci tiene a far sapere dell’imminenza di questo delitto e che Maigret ne fosse messo al corrente. Come se.. come se volesse cercare di impedire questo delitto.

Cominciò così un caso che avrebbe dato a Maigret più grattacapi di tanti delitti sbattuti in prima pagina.

Col supporto dei suoi ispettori, il commissario riesce a risalire da dove è stata spedita la lettera: è l’appartamento di un avvocato, l’avvocato Parendon, che da anni usa questa carta. Tutto troppo facile, forse. Ma non sarà così: tutto il racconto è ambientato nelle stanze di questo appartamento, dentro un contesto grandioso, importanto, che si affaccia ai giardini dell’Eliseo. Ma dentro cui si respira un’aria chiusa.

Maigret è messo in difficoltà anche dall’ambiente dentro cui deve indagare: l’avvocato si occupa di civile, esperto di diritto marittimo, ed è sposato ad una delle figlie di un importante giudice di Cassazione, il giudice Gassin de Beaulieu, “il genere di clientela che Maigret temeva di più”.

In quell’ambiente monumentale l’uomo sembrava ancora più piccolo di quanto non fosse in realtà, piccolo e gracile, singolarmente leggero.

L’avvocato Parendon non per nulla impressionato dalla visita del commissario anzi, si dimostra felice di questo incontro perché avrebbe voluto chiamarlo già da tempo, per condividere con lui la sua passione per l’articolo 64 del Codice penale

«Non è imputabile di crimine o delitto chi, nel momento in cui ha commesso il fatto, era incapace di intendere e di volere, o costretto da una forza alla quale non ha potuto opporre resistenza».

Maigret ha modo di conoscere gli altri “abitanti” della villa: la moglie, i domestici, il maggiordomo, i due figli.. fino ad arrivare alla segretaria, la signorina Vague, l’unica a dimostra un sentimento che va oltre la stima verso l’avvocato, lo “gnomo” che incuriosisce tanto Maigret.

Come candidamente ammette lei stessa, ha avuto dei rapporti nello studio con Parindon non nascondendo che forse, in qualche occasione, lei stessa li avrebbe potuti sorprenderli perché vivevano in “una casa dove non si poteva mai essere certi di non essere spiati”.

Chi ha voluto, mandando quella lettera - la prima di tre – far si che Maigret entrasse in quella casa e ponesse le due domande, da investigatore, ai membri della famiglia?
Lo scrivente, nella seconda lettera, arriva a rimproverare Maigret per lo zelo con cui si è mosso:

«Signor Maigret, ha sbagliato a venire prima di ricevere la seconda lettera. Adesso tutti sono in allarme, il che rischia di far precipitare gli eventi. Ormai il delitto può essere commesso da un momento all’altro, e sarà anche per colpa sua.

«La credevo più paziente, più riflessivo. Pensa davvero di poter scoprire i segreti di una famiglia in un pomeriggio?

«È più ingenuo e forse più vanitoso di quanto pensassi. A questo punto non posso più aiutarLa. L’unica cosa che posso consigliarLe è di proseguire l’inchiesta senza prestar fede a quello che le diranno.

«La saluto, malgrado tutto, con ammirazione».

Quali sono i segreti da scoprire dunque nella villa dei Parendon? Maigret percepisce che in quella villa sta covando qualcosa, che si respira una certa tensione. Tra i due coniugi, ad esempio, così diversi: tanto ossessionato lui dalle sue ricerche, dal suo lavoro, dal trascurare gli eventi mondani e le feste come invece vorrebbe la moglie.
Chi è che sta commettendo un delitto?

È l’avvocato, che è impazzito per le sue ossessioni, per il suo volersi rinchiudere dentro le mura del suo studio per lavorare a questo articolo del codice penale?
Oppure la moglie, col suo atteggiamento altero, distaccato, duro ..

Un gruppo di persone aveva parlato con lui, aveva risposto alle sue domande, si era quasi confessato. E doveva proprio essere lui, accidenti, a stabilire chi mentiva e chi diceva la verità.

Maigret si deve muovere con cautela nelle stanze dell’appartamento dei Perindon, ma spinto dalla sua solita “curiosità” nel capire i perché (della tensione dentro la famiglia Perindon, dei risentimenti tra i propri membri, sull’autore delle lettere) porterà avanti questa indagine col suo metodo, i faccia a faccia coi diversi protagonisti, con cui fa emergere il loro vero volto.
Un lavoro da psicologo, o forse da stregone: d'altronde non è forse vero che il giovane Maigret aveva studiato medicina per due anni, dovendo poi abbandonare gli studi per motivi familiari?

La scheda del libro sul sito di Adelphi
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