19 marzo 2026

Il sangue degli architetti di Diego Lama


Interludio

Aprile 1884, sabato Due giorni dopo aver risolto il caso degli architetti, alle sette del mattino di sabato, il commissario Veneruso aprì la porta di casa e trovò una piccola scatola sul pianerottolo. Si chinò, la raccolse. Sopra, in bella grafia, c’era scritto: SUA ECCELLENZA VENERUSO.

I giorni maledetti del commissario Veneruso: potrebbe essere questo il sottotitolo di questa indagine che vedrà Veneruso, del commissariato di piazza Dante a Napoli, occupato ad inseguire la mano assassina che sta uccidendo diversi famosi architetti, in un racconto dove i capitoli si alternano andando avanti e indietro nel tempo, i giorni dell’indagine e i giorni successivi, quando Veneruso si trova destinatario di diversi “pacchi” spediti da un “brav’uomo”. Chi sia questo brav’uomo e chi sia l’assassino, verrà svelato solo alla fine quando tutta la verità verrà svelata anche grazie al contributo di un carillon.

Siamo a Napoli, in una primavera dell'anno 1884 dove la città si appresta ad un importante cambiamento: per evitare i rischi di un'epidemia di colera, l'amministrazione comunale ha deciso di sventrare i quartieri popolari nel centro per costruire nuove abitazioni, più moderne, spostando "il popolino" verso nuovi quartieri periferici ad est. Nuove costruzioni si affacceranno sulla collina del Vomero, una strada chiamata poi “il rettifilo” attraverserà il centro.

Persino la spiaggia di Mergellina dove il giovane Veneruso andava a giocare, verrà ricoperta da ghiaia e sassi per consentire la costruzione di nuove abitazioni.
Addirittura, nel progetto di Lester Young, uno dei quattro architetti che ha presentato un progetto per il comune (e che si dice che sarà pure il vincitore), si prevede un treno che attraversa la città collegando quartieri distanti. Una metropolitana. Cose inaudite per gente come Veneruso.

Lunedì mattina «Maledetto lunedì.» Il commissario capo Veneruso entrò nel suo piccolo ufficio di piazza Dante. Accese la stufa a carbone, appese cappotto e cappello al muro, prese il cuscino dall’armadio, lo sistemò sul piano duro della sedia.

Sono tanti gli interessi, non tutti nobili, dietro ognuno di questi, ci sono gli interessi dei proprietari terrieri che vedranno i loro terreni crescere di valore, ci sono gli interessi dei costruttori.

Il primo delitto avviene proprio nel giorno in cui il comune deve scegliere il progetto vincitore, tra i quattro: l'architetto Lester Young viene ucciso da una statuetta caduta da una finestra della sala dove sta avvenendo questa presentazione, l'assassino (o l'assassina) non può che essere uno dei presenti nella stanza, ma chi?

L'unica persona che potrebbe aver visto qualcosa o qualcuno è il vecchio usciere, nostalgico dei bei tempi che furono coi vecchi governanti, ma pure lui scivola sulle scale del palazzo e finisce all'ospedale.

Veneruso, coi suoi agenti – con cui condivide un rapporto di odio e amore – inizia a sentire i costruttori, gli architetti, la famiglia del morto, senza ottenere nulla.

Con la moglie aveva un rapporto freddo, la trattava come fosse una statua. Con gli altri architetti concorrenti non c’erano grossi screzi, sebbene ciascuno avesse sposato un suo stile diverso dagli altri: neogotico per lo scozzese Young, neo classico per l'architetto Guarino, contemporaneo per Messina e infine liberty floreale per Trago.

Ma queste rivalità non bastano a giustificare un omicidio..

Il lunedì maledetto diventerà il martedì, poi il mercoledì maledetto: lo stesso assassino, o assassina, colpisce uno dopo l’altro gli architetti, secondo modalità che sembrano legate al loro stile personale.

E tutto si complica ancora di più: vengono fuori, dagli interrogatori di Veneruso, i segreti nascosti dentro le famiglie di questi architetti famosi, misteriose signore che si muovono di notte, affaristi ambiziosi. Sullo sfondo una città che si appresta ad un nuovo cambiamento, con quartieri che vengono cancellati per far posto a quel nuovo che a Veneruso piace poco. Non solo perché tanti poveracci saranno costretti a lasciare le loro case, ma perché questo cambiamento significa cancellare la memoria di un certo passato. Un passato che Veneruso ricorda con tanta nostalgia, perché sebbene la fame, era il tempo della spensieratezza.

«Il tempo, commissa’...» gli ricordò Serra, un po’ impaziente. «Sì, il tempo, il tempo...» disse piano alzando il braccio e agitando la mano come una farfalla, come aveva visto fare al sindaco. «Questi omicidi sono stati ideati come un grande progetto di morte.»

Il tempo: il tempo alla fine sarà la chiave per risolvere l’enigma. Il tempo che scorre e che non torna più indietro, perché magari avevi pure i tuoi buoni propositi, magari con la sua Annarella, la prostituta che per Veneruso è quanto di più simile ad un amore, ma il tempo non ti lascia scampo.

Amo molto questo personaggio così poco “piacevole”, per l’aspetto, per il suo essere burbero, anche un po’ classista, che segue le sue indagine come fosse un contadino che vede crescere le sue piante, con pazienza, attendendo il tempo giusto per la raccolta.

Raccolta che deve fare assieme ai suoi collaboratori, anche qui, la cosa più simile ad una famiglia:

“Veneruso non aveva famiglia, parenti, amici: nient’altro che i suoi uomini, perciò avvertiva anche il bisogno della loro presenza”.

In questo romanzo ne scopriamo la sua parte più nostalgico, i rimpianti del tempo passato.

Il Veneruso bambino che cercava rifugio negli anfratti del suo quartiere.

Il Veneruso che si trova testimone di questo grande cambiamento, uno dei tanti subiti dalla città di Napoli, che qui viene raccontato da Diego Lama, architetto (come gli architetti del titolo), prendendo a prestito pezzi della realtà e romanzandoli il giusto.

Un libro da leggere come giallo e come romanzo sul rapporto tra l'uomo e le città, su come l'architettura ha cambiato il volto delle città, non sempre in meglio.

La scheda del libro sul sito di Mondadori

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14 marzo 2026

Anteprima Presadiretta – il safari umano a Sarajevo, la politica del rigore in Argentina e Italia

Il safari umano a Sarajevo

Durante la guerra in Bosnia, degli italiani sono andati a Sarajevo per un “safari umano”, espressione agghiacciante che descrive però quello che queste persone hanno fatto. Sparare dalle postazioni dei cecchini serbi sulla città di Sarajevo assediata

Zero stato solo mercato



Conoscete l’espressione l’operazione è riuscita ma il malato è morto? È quello che sta succedendo in Argentina col nuovo presidente “liberale” Milei (idolo dei liberali all’italiana): tagli allo stato (specie la spesa per i più poveri) e solo mercato.

La giustizia sociale? Un furto, un trattamento disuguale di fronte alla legge – parole di Milei in parlamento prima di dare dei delinquenti ai deputati dell’opposizione.

Perché spendere soldi per gli ultimi? Perché concedere diritti per chi lavora quando il mercato globale richiede schiavi disposti a lavorare a basso costo?

E per chi protesta, perché costretto a pagare il prezzo del rigore, manganelli e botte. Guai a protestare perché le medicine non arrivano più gratis.

Eh ma l’inflazione è calata. Ma la fame del popolo è aumentata: a tagliare la spesa sociale sono buoni tutti. Specie se poi i soldi in prestito arrivano dall’amico Trump.

Ma l’austerità è tornata in vigore anche in Italia portata avanti proprio dai partiti che prima la contestavano. Tagli ai servizi sociali, alla sanità, alla scuola. E per chi non ce la fa, pazienza.

Tanto ora ci penserà la separazione delle carriere, la riforma che gli italiani aspettano da vent’anni.

L’austerità non ci salverà dallo shock energetico causato dalla guerra in Iran: ancora una guerra messa in piedi come prosecuzione di una politica aggressiva, i cui costi ricadranno su chi sta in basso.

Gente costretta a fare chilometri per delle cure perché mancano soldi per ricostruire un ponte, le macerie dell’alluvione a Prato.

E i soldi del PNRR? Senza quei fondi saremmo in stagnazione ma ora stanno finendo e all’orizzonte non si prevedono altri finanziamenti per scuole, asili, ospedali.

La scheda del servizio:

Un’inchiesta sull’ipotesi che durante l’assedio di Sarajevo ci fossero dei cecchini che pagavano per sparare sui civili. La propone “PresaDiretta Open”, in onda domenica 15 marzo alle 20.30 su Rai 3, mentre “PresaDiretta” si occupa di economia tra Stato e mercato.
Stranieri benestanti, tra cui numerosi cittadini italiani, avrebbero pagato per sparare sui civili durante l’assedio di Sarajevo. Il racconto dei “safari umani” oggi sotto inchiesta da parte della Procura di Milano. 

PresaDiretta Open, nella prima parte della serata, punta i riflettori sui cosiddetti "safari umani" di Sarajevo: durante l'assedio della città, tra il 1992 e il 1995, stranieri benestanti — tra cui cittadini italiani — avrebbero pagato per raggiungere le postazioni dei cecchini sulle colline intorno alla città e sparare sui civili come in una battuta di caccia. Nell’approfondimento: le testimonianze di un ex ufficiale dell'intelligence bosniaca e di un diplomatico italiano in servizio durante la guerra; lo snodo per lo smistamento dei cecchini per i safari umani a Trieste; le informazioni ricevute dai servizi segreti italiani. Sullo sfondo, i numeri di un assedio sanguinoso durato 1.425 giorni. Per i sopravvissuti, i ricercatori e in generale la società bosniaca, far luce su questi fatti non è solo una questione giudiziaria: è una condizione necessaria per superare i traumi profondi della guerra. Ospite in studio il giornalista Ezio Gavazzeni, autore del libro in uscita “I cecchini del weekend”. Proprio a partire dalle sue ricerche è stata aperta un’inchiesta alla Procura di Milano, che ha già portato, nelle scorse settimane, ai primi indagati.

E poi la puntata “Shock e rigore”, un viaggio che attraversa la situazione economica italiana e l'Argentina di Milei, e si interroga sui rischi economici della guerra, tra aumento del costo dell’energia, contrazione dei consumi e del Pil. Il reportage tra Buenos Aires e la provincia di Santa Fè presenta il prezzo umano della "cura shock" liberista nei primi due anni di governo di Milei. E mentre 24 caccia F-16 acquistati per 750 milioni di dollari sorvolano Plaza de Mayo, le mense popolari, colpite dai tagli al budget, distribuiscono migliaia di pasti al giorno e vengono presi d’assalto da pensionati e lavoratori impoveriti. Nel racconto di “PresaDiretta” oltre 22.000 imprese chiuse, quasi 300.000 posti di lavoro persi, la produzione industriale crollata nel 2024 di quasi il 10% - un record mondiale. Il PIL cresce, l'inflazione scende: ma chi paga il conto sono i più vulnerabili. Intanto attorno a Milei si stringe una rete internazionale — Trump, Musk, Orbán, Meloni — che fa dell'Argentina il banco di prova globale di un modello senza Stato.


E poi un importante viaggio in Italia per misurare le conseguenze concrete dei tagli dell’ultima Legge di bilancio del valore di 22 miliardi in tutto, la più povera degli ultimi dieci anni. Un ponte crollato da tre anni in Abruzzo, la statale 106 Jonica in Calabria con 205 morti in dieci anni, una scuola prefabbricata del 1981 ancora in uso in Puglia, le macerie dell'alluvione di Prato ancora sul posto: storie di un Paese che non riesce a mettere mano alle proprie infrastrutture per mancanza di risorse pubbliche.

E ancora, un focus sul PNRR. 200 milioni stanziati per smantellare 37 insediamenti abusivi entro marzo 2025, di cui quasi nulla è stato realizzato. Le telecamere di “PresaDiretta” in Puglia a Borgo Mezzanone, la più grande baraccopoli d'Europa, dove non è arrivato 1 euro dei 54 milioni previsti. Mentre tra i Comuni siciliani, a causa di ritardi strutturali, amministrazioni senza tecnici e opere incompiute, chi non finirà i lavori entro agosto 2026 rischia il dissesto. Secondo gli economisti, senza il PNRR l'Italia sarebbe già in stagnazione - ma i soldi stanno finendo e non c'è nulla che li sostituisca.
“Shock e rigore” è un racconto di Riccardo Iacona e Maria Cristina De Ritis con Pablo Castellani, Marco Della Monica, Marianna De Marzi, Irene Fornari, Giuseppe Laganà, Francesca Nava, Irene Sicurella, Emilia Zazza, Fabio Colazzo, Riccardo Cremona, Massimiliano Torchia.


Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

13 marzo 2026

La vendetta di Odessa di Frederick Forsyth, Tony Kent


 

Prologo Washington D.C., Stati Uniti d’America Venerdì 23 maggio 2025 Il senatore Jack Johnson si rimirò allo specchio nel suo nuovo smoking sartoriale. Gli stava alla perfezione, e non poteva essere altrimenti: era costato più della sua prima automobile, ma valeva senza dubbio il prezzo.

Organizzazione degli ex appartenenti alle SS, in tedesco Organisation Der Ehemaligen SS-Angehörigen: è il nome dell'organizzazione che, a partire dalla fine della seconda guerra mondiale, quando era chiara la sconfitta dell'esercito tedesco, si occupò di mettere in salvo gli alti gerarchi delle SS consapevoli che, altrimenti, sarebbero stati chiamati a rispondere dei loro crimini.

Odessa, tra gli altri, consentià la fuga in Argentina di Adolf Eichmann, il burocrate dello sterminio, l'organizzatore della soluzione finale per lo sterminio degli ebrei in Europa.

Nel suo primo romanzo, Dossier Odessa (che considero una pietra miliare per questo genere di romanzi), Frederick Forsyth aveva raccontato, attraverso l'indagine del giornalista Peter Miller, di come Odessa fosse coinvolta in un piano per un attacco missilistico contro Israele.

Per un semplice caso, la notizia dell'attentato al presidente Kennedy il 23 ottobew 1963, la storia prese una direzione anziché un'altra. Odessa fu stroncata anche grazie a Peter Miller e alla sua determinazione nel voler dar la caccia a Edoard Roshmann, il boia di Riga. Responsabile della morte di 300 mila ebrei e anche di qualcuno che era molto vicino a lui.

In questo romanzo, ambientato ai giorni nostri, ritorna Odessa e ritorna anche Peter Miller, assieme al nipote Georg, anche lui giornalista. Ancora una volta è il caso a guidare il destino delle persone: se Georg Miller non si fosse fermato a parlare con quel malato che lo guardava fisso fuori dall’ospedale di Stoccarda, forse a quest’ora avremmo un partito nazista alla guida della Germania (e non è detto che non accada in un futuro)…

Ma andiamo per ordine: la storia si sdoppia in due filoni che sembrano muoversi su piani diversi.

A Stoccarda un gruppo di terroristi spara sugli spalti della curva dello stadio causando una strage: è l’ennesimo attentato di matrice islamica, in un momento di tensione (contro gli immigrati) per il paese per la scia di sangue che ha lasciato.

Riuscì finalmente a vedere uno degli uomini che stavano sparando. Registrò i suoi lineamenti in un istante: era un arabo, concluse, vestito con capi di tipo militare di color marrone che sembravano una tuta da volo.

Il giornalista Georg Miller si reca proprio a Stoccarda, all’ospedale, a raccogliere le testimonianze dei sopravvissuti, per scrivere un articolo che racconti i fatti, non il solito articolo di accusa contro gli immigrati e le politiche di accoglienza.

.. il paese era una polveriera pronta a esplodere in una direzione che Georg considerava impensabile. E per calmare la tempesta non era possibile affidarsi ai politici, un tempo tra i più liberali del mondo occidentale.

Georg se ne rende conto dalle impressioni che raccoglie in ospedale, questo attentato è colpa di quelli come lei – gli viene rinfacciato: quelli che hanno accolto tutte queste persone, che ci odiano, che sono la feccia del mondo e che adesso ci ammazzano.

Ma un uomo attira la sua attenzione: lo sta guardando fisso e gli dice qualcosa che sconvolge il gjornalista

«Ma tu sei morto» disse, più a sé stesso che a Georg. «Sei morto.»
Perché quell’uomo lo chiama Horst? Perché gli dice che è stato lui ad uccidere questo Horst.. Horst era il nome del padre di Georg, morto in un incidente.

Da questo incontro nasce l’indagine che porterà Georg Miller, giornalista del Komet, sulle tracce di Odessa, l’organizzazione criminale che si era insediata nel corpo della Germania Democratica e che si credeva morta proprio dopo le inchieste di Peter Miller, il nonno di Georg.
Georg si troverà, assieme alla fidanza, anche lei giornalista, al nonno, il mitico Peter Miller, di fronte alla più grave minaccia per la Germania.

Washington D.C., Stati Uniti d’America Vanessa Price terminò la frase che stava digitando e guardò il suo Apple Watch. Le 17.15. Per gran parte del mondo occidentale quell’orario rappresentava la fine della giornata lavorativa

A Washington, Vanessa Price lavora nello staff di Cole Grisham, astro nascente del partito Repubblicano, appena paracadutato al Senato dopo la morte del senatore Jack Johnson, ucciso per un incendio scoppiato nella sua villa assieme ad un’altra ragazza del suo staff. Lo scandalo era stato messo a tacere fin da subito, un senatore morto nella sua stanza assieme ad una giovane ragazza. Questa morte era stata il trampolino di lancio per Cole Grisham, considerato un outsider per Washington, uno che non fa parte del sistema, uno che dice le cose che la gente pensa. Un politico molto a destra, molto di più rispetto al presidente repubblicano (che ricorda da vicino l’attuale inquilino della Casa Bianca Donald Trump).
Il clima nello staff non è dei migliori: i vecchi membri dello staff di Johnson (che Grisham ha ereditato) sono stati cacciati tutti anche con pretesti poco puliti.

La stessa Vanessa comprende che stare dentro quel mondo, ipocrita, razzista, falso, è alla causa degli attacchi di panico sempre più frequenti.

«Ma in che modo? È il più giovane dei senatori junior del Campidoglio.» «È già sistemato. Prima di fine ottobre, Cole Grisham sarà vicepresidente degli Stati Uniti. Nel frattempo, ho bisogno che tu tenga in riga il team.

Avrebbe anche deciso di andarsene, abbandonare quel gruppo dove non è riuscita a socializzare con nessuno, finché una scoperta sui finanziamenti del candidato Cole Grisham non la mettono di fronte alla scelta: far finta di niente oppure andar fino in fondo per capire meglio chi siano le persone dietro la carriera fulminante di Grisham.

Anche a costo di rimetterci la vita.

Le due indagini, quella di Georg, nata casualmente dall’incontro col malato dentro l’ospedale di Stoccarda e quella di Vanessa procederanno parallele: dietro l’attentato allo stadio, la morte di quel malato, ricoverato per demenza all’ospedale, la morte del senatore Johnson, si cela un piano preparato con tanta pazienza nel corso degli anni. Un piano preparato dai più grandi nemici della democrazia in Germania. Odessa non è morta.

Per bloccare questo piano bisogna essere pronti a rischiare la propria vita e ad uccidere per non essere uccisi. Perché il nemico che si ha di fronte non ha scrupoli.

Mi è piaciuto l’inizio di questo romanzo, con questi storie che procedono in parallelo e dove sembra di rivedere episodi della storia recente: gli attacchi di gruppi terroristici islamici, la crescita delle destre in Germania e in tutta Europa che dettano l’agenda politica nelle democrazia occidentali nel segno della xenofobia e del nazionalismo.

Nella seconda parte del libro ci si ritrova dentro un romanzo di azione: non ho trovato in queste pagine il Forsyth che ho amato in Dossier Odessa e ne Il giorno dello sciacallo. Manca lo stile giornalistico, apparentemente freddo e distaccato, con cui lo scrittore inglese prendeva spunto dalla realtà (e da fatti di cui era venuto a conoscenza come giornalista) per raccontare storie romanzate ma allo stesso tempo molto verosimili.

«Pensaci, Georg» continuò Peter. «Lo hai visto tu stesso: la rinascita dell’estrema destra, l’ascesa dell’AfD. Credi davvero che siano arrivate dal nulla?»

Uno stile che solo in parte ho ritrovato in queste pagine, in particolare quando a parlare è proprio l’anziano giornalista, Peter Miller: anziano ma ancora capace nel mettere assieme i puntini. L’avanzata delle destre, lo sdoganamento di slogan, idee, che pensavamo fossero banditi nelle democrazie moderne (e non perché esiste la cultura woke). Il declino delle democrazie e la crescita di leader politici populisti attorno a cui si consolida il culto della persona, come una religione.

«Ricorda che, se Hitler negli anni Venti e Trenta non avesse avuto i comunisti a spaventare le pecore, avrebbe dovuto inventarli.»

I comunisti ieri, gli immigrati oggi. Sono tutti spunti che dovrebbero far riflettere con molta attenzione.

La scheda del libro sul sito di Mondadori

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07 marzo 2026

Anteprima Presadiretta – cosa sta succedendo all’Ilva e Gaza con la pace dei forti

Quale futuro per l'Ilva a Taranto

Nonostante tutto, gli anni che passano, le inchieste sull’avvelenamento dell’ambiente, i processi, a Taranto si continua a morire per il lavoro. Si continua ad avvelenare l’acqua e l’aria di chi vive accanto all’Ilva. E si continua a non vedere alcuna prospettiva per questo sito industriale che sarebbe anche strategico per la poca industria nazionale che rimane.
Nell’ultimo mese sono morti, precipitando nel voto in un reparto che era stato chiuso precedentemente, due operai, l’ultimo si chiamava Loris Costantino, padre di due figli: solo dopo la minaccia di uno sciopero e di una manifestazione proprio sotto Palazzo Chigi, il ministro Urso ha pianificato un incontro coi sindacati.

Il destino dell’acciaieria di Taranto sarà al centro del racconto di Presadiretta Open di questa domenica.

Presadiretta ha incontrato don Alessandro Argentiero, prete del quartiere Tamburi, dove le case si affacciano sull’acciaieria: dopo aver visto l’ondata di sofferenze legate all’inquinamento del quartiere ora deve affrontare l’ondata della povertà causata dalla cassa integrazione.

Famiglie monoreddito o famiglie che dall’oggi al domani si trovano in cassa integrazione o licenziate, in 12 anni ho visto un cambiamento repentino, drastico, la gente si è impoverita. I nostri assistiti Caritas sono aumentati, tanto, prima erano 30 ora sono 75. La prima cosa che cerco di dare a questa gente è l’ascolto. Loro vengono qui e ti rovesciano sul tavolo, davanti a te tantissime cose, tantissimi problemi. E dicono ‘ grazie perché mi hai ascoltato’ ”.

Dentro la parrocchia che ha costruito don Alessandro mostra le cose che ha raccolto per i bambini, come i giochi, uno schermo. Qui il don ha appena organizzato una festa di carnevale per i piccoli. In un angolo c’è anche quello che fa per i grandi: zucchero, latte, scatolame, tonno, lenticchie..

Ma qual è il futuro dell’impianto industriale?

Il Tribunale di Milano ha chiesto alla proprietà di adeguarsi alle prescrizioni del ministero dell’Ambiente, per tutelare la salute delle persone. Assisteremo un’altra volta alla contrapposizione tra salute e profitto? Presadiretta ha intervistato il CEO di Flacks Group, Michael Flacks l’unico potenziale acquirente rimasto: “sapevamo che non sarebbe stata una sfida semplice, siamo consapevoli delle questioni legate ai sindacati, al governo, ai cittadini, alle emozioni della gente, stiamo parlando di Ilva, non è un’azienda qualunque. Per rispondere alla sua domanda, si vogliamo acquistare Ilva, abbiamo un ottimo rapporto coi commissari, col ministro Urso. Al di là delle opinioni politiche Ilva deve continuare a vivere per l’Italia, stiamo cercando di riportare rapidamente al lavoro 6500 persone e se porteremo la produzione a 6 ml di tonnellate di acciaio, come molti ritengono possibile, avremo bisogno di 10mila lavoratori ”

Il destino dei palestinesi

Quale sarà il destino dei palestinesi adesso? Sarà questa la domanda del secondo servizio di Presadiretta, a pochi mesi dal finto cessate il fuoco con l’esercito di Israele che continua a sparare ai civili e con la continua espansione dei coloni nei territori della Cisgiordania.

A pochi giorni dall’inizio di un nuovo conflitto in Medio Oriente, quello scatenato dagli Stati Uniti e da Israele contro l’Iran. Dopo l’uccisione della “guida suprema” Khamenei che ha poi portato alla reazione dell’Iran coi missili sparati sui diversi paesi del golfo.

Presadiretta ci porterà a Gaza, in Cisgiordania, in Israele in un servizio che si è chiuso poco prima che lo spazio aereo venisse chiuso.

A cinque mesi dall’accordo sul cessate il fuoco nella striscia di Gaza, che veniva divisa in due zone, la zona ovest controllata dai palestinesi e la zona esterna controllata da IDF. L’accorod prevedeva il graduale ritiro dell’esercito israeliano dalla striscia che però, non è mai avvenuto. La linea gialla, da linea di demarcazione provvisoria da superare nelle successive fasi dei negoziati si è materializzata attraverso dei cubi di cemento.

Questa zona è pericolosa, se ti avvicini alla zona gialla ti sparano..” racconta al giornalista un ragazzo: possono solo raccogliere le poche cose rimaste sotto le macerie che possono recuperare ancora e spostarsi da un’altra parte. I cubi poi vengono spostati dall’esercito di Israele, costringendo la popolazione civili a doversi continuamente spostare, sempre più in là restringendo gli spazi per gli sfollati.

Riccardo Iacona ha intervistato l’ex ufficiale del Mossad Udi Levi a proposito dei finanziamenti ricevuto dal Qatar ad Hamas, specie all’ala militare e tutto questo è avvenuto già da molti anni. Udi Leva è stato a capo di una speciale unità che si occupava del finanziamento del terrorismo: ha ricostruito tutti i flussi finanziari dal Qatar che hanno reso Hamas così forte, così tanto da cacciar via nel 2007 i palestinesi della ANP con una campagna militare brutale. I soldi del Qatar hanno reso Hamas un esercito armato fino ai denti.

Le prime persone che hanno raccontato questi flussi di finanziamenti a Udi Levi sono stati proprio i palestinesi, non l’intelligence israeliana, ma quelli della Anp: “sono venuti da me e mi hanno detto, state dando soldi ai terroristi” e questo avveniva sotto gli occhi del governo. Di tutto questo il primo ministro Netanyahu era consapevole: “gli ho detto molte volte [a Netanyahu] che questo era un gravissimo errore, Netanyahu ha comunque una enorme responsabilità politica perché ha permesso al Qatar di finanziare Hamas per più di 10 anni, anche se noi del Mossad eravamo contrari. E alla fine è questo che ha portato al 7 ottobre, noi abbiamo nutrito questo mostro con così tanti soldi che loro ci hanno attaccato”.

Viene in mente la storia dei finanziamenti americani ai mujaheddin in Afghanistan in funzione anti sovietica. Fondamentalismi islamici da cui è nata poi Al Qaeda. Fino al’11 settembre.

Su Domani trovate un’anticipazione del servizio dove si parla dell’attacco di Stati Uniti e Israele ai giudici della corte penale internazionale, colpevole di aver accusato di genocidio Israele.

L’ultima giudice ad essere attaccata è la peruviana Luz del Carmen Ibáñez Carranza: “sia io che la mia famiglia siamo stati colpiti nelle questioni finanziarie, non abbiamo carte di credito, non posso ordinare un pasto online non possiamo usare western union per inviare soldi nei nostri paesi, non possiamo movimentare alcun conto in dollari”.

La censura colpisce chiunque abbia collaborato con la CPI, come la relatrice dell’Onu Francesca Albanese: i suoi beni sono stati congelati, le è stato impedito di fare qualsiasi transazione finanziaria perché nel sistema internazionale vige la legge americana. Per proteggere lei e gli altri cittadini europei sottoposti a queste sanzioni bisognerebbe attivare un provvedimento chiamato Blocking statute che protegge i cittadini e le istituzioni europee dagli attacchi di sanzioni americane. Ma al momento né l’Europa né lo stato italiano si stanno muovendo.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

05 marzo 2026

I tredici colpevoli di Simenon, Georges

 

ZILIUK

Ad affrontarsi erano due pesi massimi, tanto che negli uffici della Procura molti pensavano che stavolta il giudice istruttore Froget avrebbe finito per prendere una batosta, cosa di cui non tutti erano dispiaciuti.

Freddo, impassibile, capace di rimanere in silenzio per minuti per osservare l’imputato che si trova davanti, con quella sua espressione indecifrabile, una spalla più alta dell’altra. Oppure a leggere le carte dell’indagine, con fare svogliato, apparentemente.

È questo il modo di condurre gli interrogatori del giudice istruttore Froget: nessuno scontro diretto con l’accusato che ha davanti

Di solito i giudici istruttori fanno domande su domande, si accaniscono a confondere l’indagato e solo così riescono a strappargli la frase che costituisce una confessione. Lui invece lasciava all’interlocutore il tempo di riflettere, persino di riflettere troppo.

Ed allora ecco che la prova per sostenere l’accusa arriva da una parola di troppo, da un commento fatto magari senza pensarci. Come nel primo racconto:

«La “prova” della sua colpevolezza?» scandì lento.
«Eccola: lei poteva leggere sul mio fascicolo solo la dicitura “Caso Stephen”. Ma mi ha detto: “Non conoscevo gli Stephen”. Questo plurale è la sua confessione».

Perché “i colpevoli” che il giudice istruttore si trova davanti (una figura che nel nostro ordinamento giudiziario ha abolito nel 1989), sono spesso dei criminali che pensano di essere furbi, più furbi di quel magistrato così sfuggente per il suo atteggiamento. Ed è questa spavalderia a fregarli.

Oppure, come in altri casi, sono solo dei poveracci che il caso, la sfortuna, il destino, li ha messi sulla strada del crimine.

Sono 13 racconti brevi, troppo brevi (e che seguono più o meno lo stesso canovaccio) che non fanno apprezzare del tutto le capacità di Simenon nel raccontare queste storie di tradimenti, avidità, senso di onnipotenza.

Sono storie che questo giudice annota minuziosamente sul suo taccuino e dove la sua figura non è quella dominante, la sua è quasi una voce narrante (a cui a volte si affianca quella dello scrittore) e dove il giudice Froget è costretto ad entrare dentro la vita delle persone, andando a svelare tutti i segreti.

Ma Froget non è un detective alla Maigret, che fisicamente occupa tutta la scena, lo potremmo definire un investigatore “impalpabile”, una sfinge per le persone che deve giudicare che si trova davanti. Ma una sfinge capace di cogliere le stranezze, le incongruenze, con una grande capacità di autocontrollo nei confronti delle provocazioni dei suoi “colpevoli”.

Attenzione, stiamo parlando di metodi di indagine e procedure che oggi sono fuori dal tempo: poche prove scientifiche, tutto il lavoro del giudice si basa sulla raccolta delle testimonianze e sulle contraddizioni dell’accusato, in un confronto che diventa una sfida tra il giudice e il colpevole e nessun altro. Una sfida dove l’obiettivo è trovare la “crepa” nelle parole dell’avversario, quella crepa che consente di arrivare al perché del delitto per ricostruire tutta la storia.

Qui gli altri racconti contenuti in questo libro (gli altri 13 colpevoli):

ZILIUK

IL SIGNOR RODRIGUES

LA SIGNORA SMITH

NOUCHI

ARNOLD SCHUTTRINGER

WALDEMAR STRVZESKI

PHILIPPE

NICOLAS

I TIMMERMANS

IL PASCIÀ

OTTO MULLER

LA NOTTE DEL PONT MARIE

LO YACHT E LA PANTERA


La scheda del libro sul sito di Adelphi
I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon


02 marzo 2026

Mani legate di Antonella Mascali e Piergiorgio Morosini


 

La separazione delle carriere per addomesticare la giustizia

Prologo di Piergiorgio Morosini

Correva l’anno 1979. Lo storico statunitense Christopher Lasch, tra gli intellettuali più originali e riflessivi dell’epoca, pubblicava “La cultura del narcisismo”. La sua analisi sulle tendenze delle società occidentali più avanzate profetizza il destino dei rapporti tra cittadino e istituzioni: “Nel mondo contemporaneo la democrazia corre seri rischi non tanto per l’intolleranza quanto per l’indifferenza”. È un richiamo a riscoprire il valore della partecipazione civica, del confronto pubblico, dell’impegno collettivo. Perché la democrazia non si difende solo dai suoi nemici, ma soprattutto si nutre della passione e della responsabilità dei suoi cittadini. Alla base della denuncia di Lasch troviamo i guasti dell’individualismo e del consumismo.

Il 22 e il 23 marzo prossimi andremo a votare per il referendum confermativo su quella che viene chiamata riforma Nordio sulla giustizia, un disegno di legge che la maggioranza di destra ha imposto al Parlamento e che andrà a toccare ben sette articoli della nostra Costituzione.

Cosa contiene questa riforma che viene presentata, dai suoi sostenitori, come uno strumento per rendere la giustizia più giusta, per togliere di mezzo il vulnus delle correnti nella magistratura?
Qual è invece il vero disegno che sta dietro a questa riforma, che vede tra i suoi padri il venerabile Licio Gelli (a capo della loggia P2, una struttura deviata che è stata al centro di tante pagine buie della nostra storia) e di Silvio Berlusconi, il più volte presidente del consiglio condannato per frode fiscale nel 2013?

E di cosa avrebbe bisogno veramente la giustizia italiana per essere veramente “democratica” e rispettosa dei principi della nostra Costituzione?
Il punto di vista dei due autori di questo libro, la giornalista del Fatto Quotidiano Antonella Mascali e il presidente del Tribunale di Palermo Piergiorgio Morosini, è chiaro sin dal sottotitolo: questa riforma è lo strumento con cui questa maggioranza che sta governando il paese intende sottomettere la giustizia al potere esecutivo.

Lo si capisce andando a leggere in controluce i punti salienti dentro questa riforma, la separazione delle carriere, il doppio CSM che spacca l’unità della magistratura.

Solo una parte residuale di magistrati o giudici cambia funzione ogni anno, andando anche a cambiare regione, se questo fosse stato il vero obiettivo della riforma non serviva cambiare tutti quegli articoli della Costituzione.

E che dire del giudice che ora, separato dal magistrato, diventa improvvisamente terzo e con le stesse armi dell’avvocato della difesa? Magistrato inquirente e avvocato non hanno lo stesso ruolo di fronte alla legge, il magistrato infatti ha l’obbligo di trovare prove a favore dell’imputato, l’avvocato no.

Se si deve separare la funzione inquirente da quella giudicante per togliere di mezzo quel legame di sudditanza, perché non separare anche i giudici dei vari gradi?

C’è poi il la questione dell’alta Corte di giustizia che gestirà le sanzioni disciplinari dove aumenta la quota dei politici.

Chi governerà l’azione disciplinare contro questo o quel magistrato? Sarà la politica o, addirittura, il ministro della Giustizia? E quale giudice avrà voglia di mettersi di mettersi contro il potente di turno, magari un protetto della maggioranza, sapendo che rischia un procedimento disciplinare?

Dicono, i signori del si, che con questa riforma finalmente, si ferma l’intromissione della magistratura nella vita politica: non devono essere più i magistrati a decidere su come gestire i flussi degli immigrati, sulle politiche industriali, su come gestire gli appalti, su come devono essere progettati i ponti sullo stretto. Di fatto è una perfetta ammissione di quello che è il vero obiettivo di questa riforma: creare un nuovo magistrati che abbia le mani legate, che non si intrometta, come ha fatto la corte dei conti, sul progetto del ponte sullo stretto di Messina. Che non si permetta di bloccare la deportazione dei migranti verso il CPR in Albania.

Perché oltre alla riforma Nordio, la maggioranza sta presentando altre “riforme” molto pericolose: togliere l’obbligatorietà dell’azione penale, togliere il controllo della polizia giudiziaria ai magistrati. Deve essere il governo, senza più l’impiccio della magistratura con la sua azione di controllo, a stabilire quali sono i reati da perseguire e quelli da lasciare perdere.

È tutto fatto alla luce del sole, basta mettere assieme i pezzi: la stretta sulle indagini per i colletti bianchi col blocco delle intercettazioni a 45 giorni; l’abrogazione dell’abuso d’ufficio; l’obbligo di un collegio di tre giudici per decidere dell’arresto di un imputato; una stretta sul traffico di influenze.

E, dall’altra parte, un giro di vite contro chi organizza i rave party (una vera emergenza si dirà), contro chi manifesta anche pacificamente ma blocca il traffico, il fermo preventivo per certi soggetti che potenzialmente potrebbero creare problemi durante le manifestazioni.. Un doppiopesismo in termini di garantismo che denota bene quale sia l’intento del governo Meloni (e anche di un pezzo di quella che dovrebbe essere l’opposizione).

Di tutto questo parlano, usando il meccanismo dell’intervista la giornalista e il magistrato, articolata nei seguenti capitoli:

  • Cosa prevede la riforma costituzionale

  • La separazione delle carriere: una riforma inutile e pericolosa

  • Due CSM sulle materie dell’hotel Champagne

  • Governo dei giudici versus volontà popolare?

  • I nodi veri della giustizia

  • Epilogo: il giudice che verrà.. con le mani legate


Per fermare questa riforma c’è bisogno dell’impegno di tutti i cittadini che hanno a cuore questa Costituzione, non importa che siano di destra o di sinistra. Perché, come scrive Morosini nel prologo, le democrazie muoiono anche per colpa dell’indifferenza: la giustizia è un tema che riguarda tutti noi.

Sul Fatto Quotidiano trovate un estratto dal libro:

Il disegno di legge Meloni-Nordio entrato a Montecitorio nel maggio del 2024, ha raccolto i quattro “sì” da Camera e Senato, senza la modifica di una virgola (…). Ora tocca ai cittadini, con il referendum (…). La posta in gioco è alta. La riforma non si limita a separare le carriere tra giudici e pubblici ministeri. Che è già un dato di fatto. Ambisce a mutare l’equilibrio tra poteri dello Stato e a liberare la politica da ogni controllo (…). L’approfondimento sulle ragioni che ispirano le novità costituzionali, e l’indicazione dei relativi pericoli, lo affidiamo a un dialogo. Ci è sembrata la forma più corretta per i diversi ruoli ricoperti da chi scrive, un magistrato e una giornalista di cronaca giudiziaria (…).

Governo dei giudici versus volontà popolare?

A. M. La riforma costituzionale su cui si terrà il referendum è stata firmata da un magistrato in pensione, il ministro della Giustizia Nordio. Ed è fortemente voluta dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano. Anch’egli magistrato, attualmente fuori ruolo, vanta pregresse esperienze di parlamentare e di viceministro dell’Interno in uno dei governi Berlusconi, secondo una prassi che tanti politici hanno definito delle “porte girevoli”. Tra i più ascoltati dalla premier Giorgia Meloni, è impegnato in prima linea in una narrazione che denuncia la volontà dei magistrati di sostituirsi al Parlamento e al governo. Lo ha ribadito lui stesso nel giorno del voto definitivo per la riforma in Senato, il 30 ottobre 2025. Inoltre, nella trasmissione di Rai1 5 minuti (ripresa dall’Ansa), sempre Mantovano ha replicato all’accusa di “volere i pieni poteri” rivolta dalle opposizioni al governo, sostenendo che “i pieni poteri sono di chi per via giudiziaria blocca la politica dell’immigrazione impedendo le espulsioni”, “di chi blocca la politica industriale fermando gli impianti”; “di chi non dà seguito alle indagini per i disordini a Roma”.

PG. M. In quelle affermazioni c’è il carburante ideologico-culturale di una volontà di “reagire” della politica al ruolo assunto negli ultimi anni dai giudici nelle istituzioni e nella società. Si colgono le ragioni profonde dell’iniziativa costituzionale di cui si discute, non riducibili alle sole dinamiche della giustizia penale, che aveva in mente la “riforma epocale” proposta nel 2011 da Silvio Berlusconi. La posta in gioco coinvolge la giustizia tout court e le sue implicazioni oggi più sensibili, su immigrazione, lavoro, ambiente, famiglia e altro. Terreni su cui possono manifestarsi punti di crisi tra indirizzi politici e valori fondanti ricavabili da norme costituzionali o euro-unitarie. (…). Dagli anni Sessanta, ai giudici si rivolgono privati o soggetti collettivi che non trovano ascolto in altre sedi istituzionali per il riconoscimento dei loro diritti. Più il parlamento è lento, o il suo intervento è frenato dalla forza di interessi particolari o dalla mancanza di un forte consenso sociale, maggiore è la ricerca del varco giudiziario impugnando la Costituzione. Ieri erano questioni di sicurezza sul lavoro, ambiente, fine vita. Oggi, sono pure tutele che riguardano il lavoro precario, i flussi migratori, le minoranze lgbtqia+. Il giudice, a differenza del politico o dell’amministratore, ha il do-ve-re di decidere e non può sottrarsi. (..).

Epilogo: il giudice che verrà… con le mani legate

L’obiettivo vero della riforma costituzionale è liberarsi di una magistratura che non può essere addomesticata da altri poteri. E lo si persegue smantellando istituti nevralgici per i costituenti del 1948, quali il Csm e la carriera unica per giudici e pubblici ministeri. Con quelle garanzie, da corpo di funzionari, pezzo della burocrazia dello Stato, la magistratura è diventata un potere autonomo, variabile indipendente dagli equilibri politici contingenti e come tale incontrollabile. Ma tutto questo non è in sintonia con l’idea di Stato che oggi si sta affermando un po’ ovunque nel mondo. E in particolare, con quella idea di magistratura “che deve collaborare col Governo”, e come tale deve essere innocua, silenziosa, ubbidiente, docile. (…).

Delegittimazione e tentativi di intimidazione dei giudici che si occupano di questioni politicamente sensibili, assieme al depotenziamento degli strumenti utili al controllo di legalità nelle istituzioni e nei circuiti economico-finanziari, sono il prologo della riforma costituzionale. Così le ragioni ufficialmente espresse per giustificarla, suonano formali e pretestuose. Non è credibile la tesi di una separazione delle carriere necessaria a garantire finalmente la “terzietà” del giudice. Già ora, in Italia, le richieste dei pubblici ministeri una volta su due sono bocciate dal giudice. (…). Il vero fulcro della riforma sta nell’indebolimento del Consiglio superiore della magistratura. È l’organo a difesa della indipendenza di tutte le toghe, quindi anche dei giudici, civili e penali. Con il pretesto della lotta al correntismo giudiziario, lo si smembra, lo si priva della competenza disciplinare e lo si cambia nella sua composizione. Con il sorteggio dei componenti togati, secondo la logica dell’ “uno vale l’altro”, diventano decisivi i componenti laici che, invece, sono scelti dalla maggioranza politica. Nelle mani di costoro saranno i destini professionali di tutti i magistrati (…).

Oggi, la magistratura italiana, compresa la Corte dei Conti, come peraltro la Corte di giustizia dell’Unione europea e la Corte penale internazionale, vengono vissute dalla maggioranza di governo come organi di resistenza ai nuovi indirizzi politico-istituzionali. Per i riformatori ciò che conta è solo chi vince le elezioni. E se è vero che l’articolo 1 della Costituzione attribuisce la sovranità al popolo quindi agli eletti; è altresì vero che la seconda parte della disposizione vuole che quella sovranità sia esercitata nelle forme e nei limiti previsti dalla legge e dalla Costituzione e, quindi, con i necessari controlli da parte degli organi di garanzia, magistratura compresa. Invece i fautori della riforma pretendono che esecutivo, legislativo e giudiziario debbano sempre “collaborare”, come in un “blocco unico”. (…).

Forse a qualcuno sarebbe piaciuta di più una disposizione sul tipo di quella adottata dallo Statuto Albertino secondo cui “la Giustizia emana dal Re ed è amministrata in suo Nome dai Giudici che Egli istituisce”, magari cambiando il termine “Re” con quello di Governo. O, se volete, di Presidente del Consiglio.

La scheda del libro sul sito PaperFirst
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