07 febbraio 2022

Anteprime Presadiretta - Il sistema università

Giovedì scorso il presidente della Repubblica Mattarella, nel suo discorso alle Camere riunite, ha toccato il tema delle disuguaglianze: non è più tollerabile che la forbice tra chi sta sopra e chi sta sotto si allarghi.

La scuola e l'università sono uno degli strumenti con cui ridurre questa distanza, un ascensore sociale che potrebbe consentire a tutti di elevarsi, economicamente e socialmente.

Ma questo ascensore sociale funziona ancora? Presadiretta, nella sua prima puntata della stagione 2022, si occuperà proprio di università, ricerca e concorsi col suo sguardo onesto e attento sulla realtà. La ricerca è un tema caro a Riccardo Iacona tanto da avervi dedicato un ciclo di puntate nel 2005, Viva la ricerca – e successivamente anche con Presadiretta nella settembre 2016.

Come si sceglie la classe dirigente in questo paese, cominciando dalle università, il luogo più alto e sacro dove dovremmo costruire la conoscenza economica, sanitaria, giuridica, scientifica?
I professori entrano nell'accademia per merito o per raccomandazione?


Non siamo riusciti a trovare, tra quelli investigati, un solo concorso svolto con criteri meritocratici.” .. “Quello che dovrebbe essere la culla della cultura in realtà adotta gli stessi metodi che noi ritroviamo nelle associazioni mafiose ”

Non sono due studenti a parlare così, in modo duro e diretto: sono due magistrati della procura di Catania nella conferenza stampa successiva per una inchiesta sui concorsi truccati: l'inchiesta di Presadiretta farà parlare docenti che raccontano di rappresaglie subite per un no (“a questo gliela dobbiamo far pagare”, “ma come ti è venuto in mente, questi ti distruggeranno”), di notti insonni passate per le pressioni subite.

Docenti che non si fanno problemi a fare paragoni col sistema mafioso quando raccontano di come funziona il sistema di reclutamento negli atenei italiani, anche quelli più prestigiosi: intimidazione, ricorsi al TAR per un giudizio non gradito, parlano di una guerra in corso, di cui se ne sente parlare solo a seguito delle inchieste delle Procure.

“La ppaa usa le sentenze dei tribunali amministrativi [quelle di cui se ne fa anche abuso] come carta straccia, nessuno controlla che queste sentenze siano eseguite correttamente ” raccontano a Iacona, parlando di concorsi che sono in realtà delle buffonate, perché le decisioni avvengono in tutt'altre sedi e con logiche spartitorie.

I concorsi si concludono quasi sempre con la vittoria del “candidato locale” - spiega l'ex rettore di Catania Antonino Recca - favorendo il nepotismo, un male per la ricerca italiana perché si discrimina togliendoli di mezzo i giovani innovativi.

Per questi motivi, i migliori, quelli non raccomandati o quelli che non vogliono entrare in questi meccanismi, scelgono di andare all'estero per lavorare.


Iacona ha incontrato Caterina Cocchi, laureata in fisica all'università di Modena, che ha scelto di lavorare in Germania: a 36 anni è professoressa ordinaria (a tempo indeterminato) di fisica teorica presso l'università di Oldemburg dove segue progetti di ricerca sui semiconduttori, coordinando un gruppo di lavoro che paga grazie ai soldi che arrivano all'università grazie a questi progetti, per circa 1 milione di euro.

Sempre in Germania lavora Alessandro Foti, da Milazzo all'istituto Max Planck, finanziato dallo Stato per quasi due miliardi di euro ogni anno, perché il governo tedesco ha una visione e finanzia anche a fondo perduto la ricerca di base.

Anche se in Germania non esistono concorsi pubblici, in questo paese non hanno paura ad investire nei candidati migliori in una competizione aperta a tutti, non come in Italia dove quasi sempre vincono i candidati interni.

Per la ricerca è meglio che la gente si muova- racconta Gerben Marsamann, ricercatore di microbiologia cellulare all'istituto Max Planck - per evitare che si creino baronati o accumuli di potere. In Germania non si scelgono imbecilli – aggiunge Chiara Romagnani professoressa ordinaria alla facoltà di medicina Charitè, perché le università per andare avanti hanno bisogno di soldi e serve gente brava.

Ma in Italia le cose vanno diversamente: non si scelgono i candidati migliori, con risultati che si ritorcono contro le università stesse e contro il paese.

“Il presidente del concorso dovrebbe scegliere il candidato come se stesse scegliendo il chirurgo che lo deve operare” – racconta al conduttore un docente - “perché noi siamo servitori dello Stato, dobbiamo fare gli interessi del paese, della società, dobbiamo scegliere i migliori, non dobbiamo scegliere chi ci fa comodo.”

Così succede di assistere a scene come quelle di Catania dove la Digos è entrata dentro la facoltà nell'operazione “Università bandita”, per una indagine su decine di concorsi pubblici truccati.

Di questa indagine parla Giambattista Scirè, ricercatore di storia contemporanea: “in ogni concorso si aveva un candidato predeterminato”.

Un candidato che doveva vincere alle spalle di altri candidati magari più preparati, come per esempio Lucia Malaguarnera, professoressa di patologia generale a Catania “mi è stato detto, Lucia tu non hai speranza..”

Ma queste storture non succedono solo al sud.


Alfonso Troisi – professore associato di psichiatria presso l'università di Tor Vergata - ha al suo attivo 3 libri e 250 pubblicazioni e nel 2021 è stato inserito tra i centomila scienziati con maggiore produttività scientifica: quando c'è stato il concorso per passare da associato a professore ordinario, tutta questa competenza scientifica non è servita a nulla.

Il vero meccanismo di arruolamento è la cooptazione, cioè l'idea che l'appartenenza ad un certo gruppo, la fedeltà a questo gruppo, comporti dei titoli di merito che vanno ben oltre la produttività scientifica ” racconta a Presadiretta: quello che conta è la fedeltà al clan.

E' quello che ha scoperto la procura di Firenze con una indagine chiamata “Le armi”: questa è stata raccontata da un professore associato dell'ateneo fiorentino che con la sua denuncia nel 2017, ha fatto partire tutto, Philip Laroma Jezzi.

“Il professore di quella università controlla il reclutamento di quella università, l'intimidazione, fare ricorso al TAR contro un giudizio è una cosa da infami ..”

Il rischio, se non si stronca questo meccanismo, è di perpetuare nella classe dirigente, legata a queste raccomandazioni: lo spiega il procuratore Sebastiano Ardita “Il rischio della nuova classe dirigente è che arriva con un meccanismo deviato avendo ovviamente dei debiti nei confronti di qualcuno e per sanare questi debiti continuerà a fare scelte sbagliate”.

L'università, commenta Iacona dopo questi servizi, è troppo importante per lasciarla in mano ai baroni.

Il Fatto Quotidiano con Thomas Mackinson ha intervistato Riccardo Iacona che racconta dello scandalo dei concorsi pilotati e delle responsabilità della politica

La politica che responsabilità ha avuto?

Molte, ha chiuso gli occhi per anni sulla riduzione dei fondi per la ricerca. Poi ha trattato l’università come marginale, favorendone così l’autoreferenzialità e lasciando che tutto il sistema di reclutamento si adagiasse su una legalità che è solo apparente: ad ogni concorso devi costruire una commissione nazionale, col costo che ha, che lavora per confermare una scelta già fatta a monte, senza una reale comparazione. Del resto, basta parlare coi protagonisti che hanno vissuto soprusi terribili per rendersi conto della violenza di questo sistema di cooptazione tribale vestito da concorso. Ma la politica spesso non ascolta.

E che cosa può fare?

Abbiamo intervistato la ministra, che è ben consapevole che questo meccanismo di selezione fallisce proprio nello scopo per cui è stato costruito, quello di premiare i migliori anziché pupilli e raccomandati. Lei mette in campo alcune soluzioni tecniche che sono anche dure e quasi rivoluzionarie, ad esempio cancellare l’articolo 24 che consente di bandire concorsi solo per candidati interni.

Ma se ne parla poco. Ci sono resistenze?

Nel Milleproroghe diversi parlamentari vogliono perpetuare quel sistema, perché c’è una “lobby dei professori” anche in Parlamento. Il concorso interno si chiama così ma nella pratica conferisce potere di nomina che hai nelle mani: se glielo togli non puoi più accomodare le persone che hai deciso di portare avanti. Altra cosa è l’abolizione del concorso per l’abilitazione nazionale della Gelmini, altra proposta della ministra che toglierebbe agli ordinari nazionali delle singole discipline il potere di decidere chi deve fare carriera e chi no.

La scheda della puntata (che trovate sulla pagina FB della trasmissione):

Lunedì alle 21.20 su Rai3 si parte con un viaggio di Riccardo Iacona nel mondo delle università italiane, per capire se i concorsi pubblici con i quali vengono selezionati i professori servono davvero a scegliere i migliori oppure se vincono quelli che “dovevano” vincere.

E intanto le inchieste della magistratura sulle Concorsopoli negli atenei italiani si moltiplicano.

Le nostre università sono ancora fabbriche di cultura? Riescono davvero a promuovere lo sviluppo delle capacità e delle competenze?

E come funziona all’estero, dove si sono trasferiti molti dei nostri ricercatori e professori?

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

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