29 aprile 2024

Report - il marmo di Carrara, i taxi del mare, le università telematiche

AGGIORNAMENTO IL MARMO DELLA DUCHESSA di Bernardo Iovene

Aveva dato molto fastidio l’infelice (per essere buoni) uscita di un imprenditore del marmo a Carrara che aveva definito dei deficienti gli operai che si infortunano sul lavoro: sono imprenditori che fatturano molto, in un settore poco regolamentato dal punto di vista dell’impatto ambientale. E dove gli infortuni capitano ai lavoratori “che lavorano poco e guadagnano molto”.

Negli ultimi 26 anni ci sono stati 12mila infortuni nella provincia di Massa Carrara, che è molto sensibile sul tema sicurezza: la CGIL e la provincia sono scese in piazza a protestare contro le parole di questo imprenditore per dire che “non sono tutti deficienti”. Quei deficienti che fanno fare a questo signore profitti da 76 ml di euro (con un patrimonio da 113 ml per il signor Franchi), di fronte ad uno stipendio da 1500 euro, anche dopo anni di lavoro.

Le persone che hanno perso la vita per portare a casa un pezzo di pane non devono essere dimenticate”: queste le parole di una donna che ha perso un familiare in una cava.

Confindustria dimostra un certo imbarazzo, spiegano oggi che in effetti quello del cavatore è un lavoro difficile: Franchi alla fine ha chiesto scusa delle sue parole. Ora ci aspettiamo un maggiore rispetto per i lavoratori vivi e per l’ambiente.

Il servizio di Report sui centri per migranti in Albania

Il progetto di Meloni di portare in Albania i migranti fermati nei nostri mari sarà costoso, potrebbe essere a rischio se dovesse cambiare governo, non sarà un affare per l’Italia ma solo per l’Albania, a cui pagheremo anche il servizio di polizia.

In 5 anni verseremo circa 100ml di euro solo la sicurezza, in totale si arriverà ad un miliardo di costo per questo hotspot che dovrebbe alleggerire la situazione dei centri di accoglienza in Italia, ma solo sulla carta.

Rama non ha gradito il servizio, Report lo intervisterà per dagli modo di ribattere ai contenuti del servizio che, al momento, non sono stati confutati.

TAXI DEL MALE di Giorgio Mottola

Nel 2023 sono sbarcati in Italia 150 mila migranti, 4mila di loro sono morti nel tentativo di attraversare il mar Mediterraneo, 23 di loro erano i bambini morti sulla spiaggia di Cutro il 26 febbraio 2023. Frontex aveva seguito il viaggio del barcone in diretta, la guardia costiera ha scelto di non intervenire in quanto l’evento non è stato classificato come salvataggio.

Dopo questa tragedia il governo Meloni si è riunito per dare una risposta: dare la caccia agli scafisti, su tutto il globo terracqueo, senza prendersi alcuna responsabilità, il governo e la guardia costiera.

Report è andato ad intervistare uno di questi “pericolosi criminali”, si chiama Salman, arrestato nel 2018 con l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.
“Per loro sono un criminale italiano” racconta a Giorgio Mottola: non essendo riuscito ad ottenere un visto dal Marocco, nel 2018 decide di affrontare il viaggio verso l’Italia via mare, partendo da una città della Libia, Zuara, dove si imbarca su un gommone fornito da una organizzazione di trafficanti. Non è difficile ottenere un passaggio, non ci vuole niente – racconta a Report oggi – “nella Libia [il traffico di esseri umani] è diventato un business, lo fanno tutti, la cosa più difficile in Libia è trovare quelli che fanno questo lavoro veramente, non quelli che ti fanno morire dentro il mare”. Salman ha pagato 2500 euro per il viaggio, erano 93 persone dentro la barca, alcuni hanno pagat
o fino a 6000 euro. Salman aveva 21 anni e non era mai stato a bordo di una barca: poco prima di partire un membro dell’organizzazione lo prende da parte e lo porta in una stanza, “mi ha detto prendi questo telefono [satellitare]”, oltre al telefono il trafficante consegna anche un biglietto su cui c’è un numero di telefono da chiamare in caso di emergenza in mezzo al mare. Emergenza che si presenta si dall’inizio del viaggio perché alla guida dell’imbarcazione i trafficanti avevano posto un altro migrante, un ragazzo della Guinea Bissau completamente inesperto.
“Il ragazzo mi ha guardato e mi ha detto io non so più dove
devo andare, mi ha detto so guidare ma non so dove sono, aveva una bussola piccolissima che forse non funzionava .. dopo 4 ore ho scelto di chiamare, perché o chiami questo numero o muori dentro il mare”.
Al telefono risponde una nave militare spagnola che dopo qualche ora interviene a soccorrerli: ma quando sbarca in Italia Salman viene arrestato e trascorre oltre un anno in carcere, aver chiamato i soccorsi lo ha reso agli occhi della legge italiana uno scafista. Ora rischia una condanna a 5 anni per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

Non è che siccome ho fatto questa chiamata sono uno scafista. Prima non sapevo che dovevo fare un anno di carcere e l’indagine è ancora aperta dopo 5 anni, ora se il tempo torna indietro faccio questa chiamata sempre, anche se faccio il carcere. Sono fiero di fare quello che ho fatto, eravamo tanti, c’erano bambini, mamme”. Senza quella telefonata sarebbero tutti morti.

La storia di Salman è identica a quella di altre centinaia di immigrati in carcere con l’accusa di essere scafisti: Giuseppe Modica è un giudice che si occupa a Palermo di immigrazione, nei processi dove si è occupato lui non ha mai incontrato uno scafista che faceva parte dell’organizzazione. Erano persone costrette dalle organizzazioni, dai trafficanti armati a mettersi alla guida dei barconi: eppure oggi 1100 persone sono in carcere oggi con l’accusa di essere scafisti.

Dopo il decreto Cutro le pene sono pure aumentate: il minimo della pena in caso di naufragio è 20 anni, anche se si tratta di uno scafista costretto a mettersi a guidare una nave.

Gli scafisti sono costretti anche a pagare una multa, Salman dovrà pagare 6 ml di euro, pur essendo nullatenente. Tutto il paradosso della legge italiana sugli immigranti sta qui.

Carceri piene di scafisti senza responsabilità dei migranti, multe milionarie che non pagherà nessuno. E i trafficanti rimarranno in Libia a speculare sulla pelle dei disperati.

Nel 2016 venne arrestato un uomo considerato il maggior trafficante di esseri umani: pochi dubbi da parte della magistratura di Palermo, addirittura si riteneva essere in contatto con la mafia.
Ma il presunto trafficante era vittima di uno scambio di persona, il suo nome era simile a quello di un vero trafficante di origine eritrea.

L’avvocato difensore raccoglie le testimonianze di diversi migranti, contatta la moglie del vero trafficante, ma per anni la procura di Palermo è andata avanti con le accuse.
C’è voluto l’appello del processo per riconoscere l’innocenza dell’uomo arrestato, rimasto in carcere per 3 anni.

Il decreto Cutro rende stringenti le norme per poter rimanere nel nostro paese, rende più snello il processo per le espulsioni, ma questo è solo sulla carta, per una richiesta di asilo si arriva anche a due anni.

Nel frattempo si rendono più difficili le cose per le ONG, devono fare un solo soccorso, devono andare al porto indicato che non è il più vicino, insomma devono stare lontano dal mare.

Questa strategia politica risale al 2017, quando iniziò la teoria della complicità tra ONG e immigrazione clandestina. Nel 2017 parte l’inchiesta di Catania da parte del pm Zuccaro che, in una intervista affermava di avere dati su una complicità tra alcune ONG e le organizzazioni dei trafficanti: da qui parte la teoria dei taxi del mare, portata avanti da partiti di destra, dal M5S.

Partono inchiesta a Trapani, a Siracusa, a Catania e Agrigento sulle navi delle ONG che furono costrette a mettere da parte risorse per difendersi in tribunale. A distanza di 7 anni tutte le inchieste sono state chiuse in un nulla di fatto: ma per il clima politico che si è creato, molte delle ONG hanno abbandonato il Mediterraneo e così lo scorso anno abbiamo avuto un picco dei morti in mare.

Chi ha pagato questa teoria falsa sono stati gli ultimi del mondo, i migranti.

Il pm Zuccaro ha declinato l’intervista con Report, oggi non vuole più parlare delle inchieste sulle ONG, sulle evidenze dei contatti tra ong e trafficanti, di una strategia occulta per destabilizzare l’economia italiana.

Sono state parole che hanno pesato sulla credibilità delle ONG, criminalizzate, costrette a subire inchieste penali e provvedimenti amministrativi.

L’inchiesta sulla Juventa è partita dalle dichiarazioni di agenti di sicurezza privata che erano a bordo della nave: erano ex carabinieri e poliziotti congedati, poi andati a lavorare per una agenzia di sicurezza, mentre assistono ai salvataggi raccolgono il materiale secondo cui si proverebbe una condotta truuffaldina.

Uno di questi, intervistato da Report, racconta di aver contattato i servizi segreti (il numero l’ho trovato su internet) e poi di aver contattato anche dei politici, inizialmente Alessandro Di Battista, allora deputato del M5S, poi la segreteria di Matteo Salvini spiegando cosa stavano facendo. Sono stati ricontattati dopo dieci minuti direttamente dal ministro: al telefono Salvini da a queste persone il numero di telefono di un suo collaboratore, Alessandro Panza, europarlamentare della Lega. Non li invitano a denunciare i fatti all’autorità giudiziaria, Salvini non ha nemmeno presentato lui denuncia, secondo il racconto di questo agente di sicurezza privata.

Per diversi mesi queste persone hanno contattato Panza mandando foto, le mappe delle ONG, registrazioni e le posizioni geografiche delle navi: come mai nessuno ha presentato denuncia? Come mai Salvini non ha mai presentato denuncia in procura?

Panza in uno di questi messaggi chiede agli agenti della sicurezza di ottenere una dichiarazione da parte di qualcuno delle ONG mentre ammetteva di arricchirsi con i migranti..

A tenere i contatti con l’
europarlamentare della Lega era una ragazza, anche lei dipendente della IMI: lei manda tutte le notizie sulle attività delle ONG a Salvini, che poi venivano usate nei talk per la sua propaganda “usava le nostre informazioni e noi ci siamo presi un calcio nel sedere”.

Report ha mostrato le immagini di uno dei tanti talk andati in onda nel 2017-2018, dove Salvini ripete le parole che gli agenti della IMI gli hanno mandato via messaggio.

Gli agenti della IMI non hanno riscontrato alcun contatto tra le ONG e i trafficanti: ma nel 2018 presentano una denuncia, poi ritrattata.

In studio Ranucci racconta come le parole di Zuccato si siano basate sulle dichiarazioni dei servizi segreti che a loro volta nascono anche dalle dichiarazioni degli agenti della IMI.
Dopo sette anni si scopre che era tutto falso.

IL PEZZO DI CARTA di Luca Bertazzoni

Dallo scorso settembre ogni giorno e ogni notte, 12 volanti di un servizio di vigilanza privata controllano le strade di Terni. Il loro compito è controllare nei borghi e nelle piazze le proprietà che ha il comune perché, come spiega lo stesso sindaco al giornalista di Report “Terni in termini di criminalità è uno schifo, non siamo riusciti a fermare l’ondata di spaccio di droga, c’è una microcriminalità di stranieri enorme..”.
In realtà nella classifica della criminalità del 2023 Terni è 58 esima su 106 province, ma per garantire la sicurezza nella città che amministra il sindaco Bandecchi ha trovato un alleato in Unicusano,
l’universitàà telematica controllata da società dello stesso Bandecchi. L’ateneo paga 1 ml di euro per il servizio di vigilanza privato, per poi svolgere una ricerca sulla sicurezza proprio nel comune di Terni.
Ma l’idea della ricerca è nostra – assicurano dall’ateneo tramite la docente Anna Pirozzoli – “all’interno dell’analisi della percezione della sicurezza in un ambito territoriale ben definito, in questo caso il comune di Terni.”

Perché proprio Terni? “Dal momento che il fondatore dell’ateneo è diventato sindaco del comune abbiamo ritenuto non inopportuno presentare questo progetto che è stato prima approvato dalla governance del nostro ateneo e presentarlo all’amministrazione comunale di Terni.”

A Bandecchi dunque. Siamo maliziosi nel pensare che per il suo peso abbia avuto un ruolo importante nella decisione di approvare la ricerca?

Cosa risponde il sindaco? “Se dovete fare questa ricerca, fatela a Terni”, lo ha detto il Bandecchi di Unicusano al sindaco di Terni, sempre Bandecchi, “se io sono il fondatore di Unicusano, se io sono il sindaco e se io devo far risparmiare Terni, faccio fare una cosa all’università Unicusano che è un ente pubblico non Statale, va bene così, no?”
No, purtroppo le questioni di opportunità e di potenziale conflitto di interesse non entrano nella testa del sindaco di Terni. Ma poi, il comune aveva veramente bisogno di questo sistema di sorveglianza delle strade? Luca Bertazzoni ha seguito il lavoro della pattuglie e non si vede, dall’anteprima del servizio, tutta questa micro crimininalità.

In Italia ci sono 11 università telematiche, un unicum in Europa, sono cresciute del 410% dal 2012: Unicusano è una di queste e rappresenta il cortocircuito tra politica e università private telematiche, Bandecchi ha finanziato quasi tutti, da Boschi (IV) alla Lega. Poi si è comprato un partito, è diventato sindaco e ambisce a diventare presidente del Consiglio.

La procura di Roma lo ha indagato per evasione fiscale: si sarebbe intascato le rette degli studenti che avrebbero dovute essere reinvestite, mentre coi soldi di Unicusano ha comprato la Ternana.

Il 24 agosto Terni ha approvato a maggioranza la proposta di Unicusano per la vigilanza privata: la maggioranza si è scontrata con i consiglieri di destra di FDI, che avevano chiesto di assumere nuovi vigili.
In aula si è arrivati allo scontro fisico tra Bandecchi e il consigliere Masselli: tutto in diretta video, cosa che gli è costata l’accusa di oltraggio a pubblico ufficiale.

Ma il progetto per il servizio di vigilanza va avanti: a quanto racconta il servizio, pare che a Terni non ci siano veri problemi di microcriminalità (e nemmeno problemi di spaccio).

D’altronde i vigilantes in caso di problemi possono solo segnalare la cosa alla polizia o ai carabinieri: non è una iniziativa articolata, ma si tratta solo di un’azione di un privato.
I soldi ce li metto io – dice Bandecchi, che usa Terni per il suo show elettorale: i soldi non sono i suoi ma dell’università Unicusano, quasi 100ml di euro delle rette degli studenti (esentasse) sono stati dirottati per fini commerciali secondo l’accusa della finanza, ma con questa ricerca Bandecchi potrebbe essere riuscito a superare l’accusa.
“Per noi è stata utile questa scelta” si difende il sindaco Bandecchi di fronte a Report: l’esito di questo servizio di sorveglianza è anche analizzato dall’università stessa.

Alla fine si potrebbe scoprire che facendo girare delle volanti, la percezione della sicurezza migliora.

Il servizio di è poi occupato della convenzione tra lo stato e le università, anche quelle telematiche, per la formazione dei dipendenti pubblici.
La politica pagherà nei prossimi anni le università telematiche (nelle mani di politici, come Bandecchi o Angelucci) e a sua volta le università telematiche continueranno a finanziare la politica.

Tutto è iniziato col protocollo Pa 110 e lode voluto dall’allora ministro Brunetta (oggi presidente pensionato al CNEL) per la formazione del personale della pubblica amministrazione: inizialmente in quel protocollo Brunetta escluse le università telematiche, fu una scelta politica?
Bandecchi presentò ricorso al TAR
(non avendo ottenuto risposte da Brunettta), ma oggi il ministro Zangrillo ministro alla PA col governo Meloni ha messo le cose a posto (per Bandecchi), estendendo anche agli atenei telematici questo accordo. “C’era una sentenza che ci richiamava sulla necessità di considerare le università telematiche come le altre e non fare figli e figliastri” risponde il ministro a Report: ma non è così, la sentenza del TAR chiedeva soltanto all’allora ministro Brunetta di rispondere sul punto alla richiesta di Unicusano, non c’era nessun obbligo nell’equiparazione. Quella di Zangrillo è stata solo una scelta politica.

Le prime università telematiche ad aderire all’accordo sono quelle del gruppo Multiversity, oggi comprato da un fondo inglese.
Con questa agevolazione metà della retta è pagato dallo stato, si parla di milioni di euro dati alle telematiche, mentre le università pubbliche si lamentano di mancanza di fondi.

Si rischia di spostare studenti verso le università telematiche, cresciuti del 400% negli ultimi 10 anni: questo business sta attraendo anche fondi di investimento e per gestire il business Multiversity ha fatto entrare nel board ex politici o uomini delle istituzioni come De Gennaro, Violante e il giudice di Cassazione Salvi.
Anche l’attuale presidente del cNR sarebbe dovuta entrare nel board, ma ci sarebbe stata una situazione di conflitto di interesse perché il CNR ha assegnato dei bandi di ricerca proprio a Multiversity.

Violante ex magistrato e presidente della Camera, oggi nel board, spiega a Report di credere nel progetto di far laureare anche chi non può, mantenendo la stessa qualità degli atenei pubblici. Non importa se ci sia il profitto di un fondo inglese.
L’impressione è che Multiversity abbia puntato su ex politici proprio per facilitare i suoi rapporti con la politica, perché alla fine il fondo inglese è qui solo per profitto.

Alla fine i livelli di qualità sono pari alle università “normali”? No, perché in internet si trovano panieri con tutte le domande per passare gli esami, l’impressione è che per passare gli esami il processo sia molto più facilitato per gli studenti.
Alla fine se basta il pezzo di carta per una promozione, perché il dipendente pubblico non dovrebbe scegliere una università telematica dove nemmeno devi seguire le lezioni?

Adesso il figlio di Bossi non dovrebbe andare più in Albania per laurearsi.

La Lega aveva presentato un emendamento per far slittare di un anno l’adeguamento delle università telematiche agli standard qualitativi di quelle tradizionali (soprattutto in termini di numero di professori, che per le telematiche sarebbero state un costo): era stato presentato dal deputato leghista Ziello nello scorso gennaio e significherebbe ritardare di un anno l’adeguamento degli standard di università come Unicusano, tra i firmatari ci sono i colleghi di partito Iezzi e Ravetto. Nessuno ha accettato un’intervista, “dovete chiedere all’ufficio stampa, non faccio dichiarazioni” ha spiegato l’onorevole che, diversamente dai vari TG, ha declinato a rispondete alle domande di Bertazzoni. Iezzi se ne è uscito con “io l’ho sottoscritto ma non lo conosco [l’emendamento], se vuole parliamo di immigrati ..”.

Nelle università tradizionali il rapporto tra studenti e professori è quasi 1 a 10, nelle telematiche si arriva ad 1 a 300, per avere la stessa qualità il rapporto dovrebbe scendere: secondo Bandecchi assumere gli insegnanti è inutile, perché si dovrebbe parlare con la lobby dei professori, perché con gli anni ci saranno sempre meno bambini e dunque meno studenti.

Ma secondo l’ANVUR, l’ente pubblico che controlla le università, ha rilevato delle irregolarità in quelle telematiche, ma le pecche sono poi compensate da altri fattori…

Una ex docente di Pegaso e Mercatorum ha raccontato a Bertazzoni di esami dove si faceva passare tutti, di materiale passato agli studenti, tesi di laurea copiate, l’andazzo era promuovere tutti, “non mi sono sentita una docente” racconta a Report.
La logica di profitto prevale, a quanto pare, perché non si devono insegnare le materie a studenti, fare conoscenza, ma si devono solo sfornare laureati.


Alla fine l’emendamento è stato bloccato dal ministro Bernini che, di fronte alle telecamere di Report, spiega “tutti i parametri di qualità che noi possiamo inserire nelle università in presenza e telematiche, vanno inseriti, io devo garantire che le studentesse e gli studenti abbiano la miglior offerta formativa possibile”.

Assumere nuovi docenti sarebbe un salasso per le università telematiche – racconta Bandecchi che aggiunge anche che la politica potrebbe in aula proibire il finanziamento alla politica, per bloccare questo cortocircuito: perché l’emendamento della Lega (finanziata da una università telematica) avrebbe dovuto essere votato in commissione affari costituzionali presieduto da un deputato che è anche docente alla Pegaso (ma a titolo gratuito).

Francesco Polidori a metà anni 90 fonda il Cepu per aiutare gli studenti a preparare gli esami: da lezioni private è passato alle università private, che oggi fatturano anche 100 ml di euro l’anno.
Un bel businnes il suo con Cepu, E-campus e Link: ha finanziato la politica, prima Forza Italia di Berlusconi e poi la Lega di Salvini.

I docenti dellaholding Cepu venivano pagati 15 euro al giorno, con contratti co-co-pro: nonostante l’accreditamento ottenuto dalla ministra Moratti, le condizioni dei lavoratori Cepu sono peggiorate, arrivando ad una vertenza che è culminata nel 2021 col riconoscimento dei contributi, mai versati.
Polidori è finito indagato dalla GDF, per le irregolarità sui contributi ai dipendenti, sull’IVA non pagata, tutto denaro che veniva tenuto in cassa e poi fatto uscire per altre attività.
Si arriva a 170 ml di euro di omessi versamenti di imposte, nel 2021 Polidori è finito ai domiciliari,
indagato per bancarotta, autoriciclaggio: in 20 anni avrebbe eluso il fisco, ma il sistema va avanti ancora oggi, con società fatte fallire per non pagare tasse e contributi.

Com’è possibile che per 20 anni Polidori non abbia versato tasse, replicando lo stesso meccanismo più volte, facendo fallire le aziende che dovevano pagare delle tasse? Sono i soldi per pagare il welfare e le scuole.

I partiti che sono stati finanziati da questo imprenditore non hanno nulla da dire?

I GRANDI SAGGI Di Giulia Presutti

A controllare le emissioni sono le stesse aziende che emettono (e che inquinano): questo prevedono le norme attuali. Il ministro Pichetto Fratin ha deciso di cambiare le norme, affidandosi ad una commissione di saggi, non in conflitto di interesse e senza guadagnarci nulla.

I saggi dovranno scrivere i decreti legislativi, bypassando il Parlamento: in esso fanno parte ex politici ma anche imprenditori che si occupano di trattamento rifiuti.

Un avvocato che è legale di una azienda che ha smaltito pneumatici in un inceneritore, creando problemi di diossina ad Anagni (oggi l’azienda è a processo per disastro colposo).

Poi altri avvocati che hanno lavorato con Caltagirone, Snam, con Arcelor Mittal, con uno studio che è punto di riferimento di Eni.

Nessun ambientalista, perché l’impressione è che l’ambiente sia messo in secondo piano, per far prevalere l’interesse delle imprese di Oil & Gas, costruzioni..

28 aprile 2024

Il gioco degli opposti, di Francois Morlupi


Superò l’enorme insegna ‘полиция’ che si elevava a un paio di metri dal marciapiede ed entrò nell’edificio alle sette in punto di mattina, rabbrividendo all’idea che ne sarebbe uscito in posizione orizzontale con una temperatura corporea interna inferiore ai trentacinque gradi.

C’è un ragazzo che in una fredda mattina di dicembre, entra dentro uno dei commissariati di Sofia dove chiede di poter parlare con l’ispettore Dimitrov. Ha in mano una chiave USB, con cui deve convincere i poliziotti dell’importanza della sua richiesta, perché è domenica e non hanno voglia di disturbare il collega. Ma in quel video c’è qualcosa di importante che attira la loro attenzione, quel ragazzo ha ragione “è una questione di vita e di morte”. Nel video, chiamato S(1), c’è un uomo legato ad una sedia sotto tortura.

Poco dopo, muore davanti agli occhi sbigottiti dei poliziotti, compreso questo ispettore Dimitrov, auto suicidatosi con una capsula di cianuro.

Chi è l’uomo ripreso nel video? Come mai il ragazzo ha chiesto proprio dell’ispettore Dimitrov, un poliziotto molto conosciuto a Sofia, con diversi scheletri nell’armadio (e una certa nostalgia per gli anni della cortina di ferro)? E, soprattutto, come mai ad un certo punto si fa riferimento ad un certo Ansaldi?

Infine l’uomo incappucciato salutò la telecamera e, bagnandosi le dita col sangue, scrisse sul muro dietro al povero disgraziato: ‘играта започна’.
A Sofia non possono saperlo chi sia il Biagio Maria Ansaldi, capo del commissariato di Monteverde a Roma, e nemmeno possono sapere che, quell’estate, si era occupato assieme ai suoi agenti (i cinque di Monteverde) di una rete criminale responsabile di diversi omicidi rituali, tutti ripresi da video (Formule mortali, la prima indagine dei cinque di Monteverde).

Pensavano di averla sgominata per sempre la struttura che stava dietro quei delitti, ma non era così: quella prima indagine se da una parte aveva contribuito a legare tra loro i membri della squadra, aveva lasciato loro profonde cicatrici, per la perdita di un collega, l’agente Caldara, ucciso da uno dei membri di questa setta, di cui tutti si sentono un po’ responsabili.

Ogni settimana il commissario tornava a trovarlo, ma questa volta aveva una notizia da annunciargli. «Ecco… Buongiorno, Matteo… Come vedi sono passato per dirti che la tua famiglia sta bene…»

A cominciare proprio da Ansaldi, cui questa morte getta un ulteriore peso sulle sue perenni ansie che cerca di combattere, inutilmente, con possenti dosi di farmaci.

Quel primo morto sarà solo il primo di una serie: la mente criminale che sta dietro tutto ha organizzato tutto alla perfezione, ad ogni delitto è associato un video con un nome particolare, S(1), S(2).., con rimandi al prossimo delitto, una vittima da sacrificare (e uccidere dopo lunghe torture raccolte nei video) per portare avanti il suo disegno criminale. Un disegno ampio, una minaccia per tutto il mondo, un progetto che ha bisogno, per essere portato avanti, del sacrificio di piccole pedine, come il ragazzo suicida nel commissariato di Sofia.

Quanti disperati aveva raccolto per strada, mostrando loro la retta via. Nel suo piccolo, aveva dato senso alle loro misere esistenze e di questo gliene sarebbero stati eternamente grati.

Ma qual è il disegno criminale che questo sinistro burattinaio ha in mente? E come mai la Bulgaria?

Purtroppo per le ansie del commissario, i ministeri italiano e bulgaro si sono messi d’accordo per mandare Ansaldi in Bulgaria per portare avanti le indagini in modo coordinato.

«È richiesta la tua presenza e collaborazione nella capitale bulgara…» Il commissario lasciò cadere le penne per terra, come investito da un ictus.

Accompagnato dalle sue medicine (Ciproxin, Discinil, Gaviscon, Imodium, Lorazepam..), da una scorta abbondante di indumenti pesanti, con l’aggiunta di un colbacco perché non si sa mai, e accompagnato dalla vice ispettrice Eugenie Loy, con la morte nel cuore si appresta a partire verso quel paese dove la temperatura è scesa a -20 gradi.
Ma non è solo la temperatura a creare i problemi al primo impatto sul suolo bulgaro: anche l’atteggiamento di Dimitrov (diffidente degli italiani) non aiuta a creare un buon clima nel nuovo gruppo di indagine.

Purtroppo per loro, le morti in diretta video continuano, come gli indizi lasciati ai poliziotti, costringendoli a condividere tutte le informazioni e ad smussare tutte le spigolature. Dimitrov e il suo braccio destro Balakov comprendono come nonostante le apparenze non giochino a favore (il buffo colbacco di Ansaldi e l’atteggiamento freddo della Loy), i due investigatori italiani sanno fare il loro lavoro.

Come un’autentica cosa contro il tempo per fermare gli omicidi, seguiremo l’indagine in presa diretta secondo le diverse angolature: da una parte i poliziotti di Monteverde rimasti a Roma, i due ringo Boys Leoncini e Di Chiara assieme alla nuova arrivata Alerami, che devono cercare una correlazione con l’indagine in Corsica dell’estate passata.
Dall’altra parte l’indagine in Bulgaria seguendo tutte le tracce lasciate dietro ogni delitto, annunciato e fatto seguire ai poliziotto in diretta, con tanto di conto alla rovescia, un rituale macabro a cui i poliziotti sono costretti a giocare.
Per Ansaldi, sarà anche una sfida contro le sue paure, le sue ansie, la sua ricerca di un viatico nelle medicine per prevenire tutti i malanni: purtroppo per lui, anche questa indagine lascerà sulle tracce dei cinque di Monteverde delle cicatrici, non solo in senso metaforico.

Altri pezzi del passato emergeranno dalle storie dei protagonisti e ci aiuteranno a comprendere quale percorso, doloroso, ha portato i protagonisti a diventare quello che sono: le violenze familiari nella famiglia di Ansaldi e un episodio di brutale violenza capitato alla Eugenie fase uno, la ragazza che guardava sorridente al suo futuro.

Tutti avevano personalità rese bizzarre dalle ferite e relative cicatrici subite nell’anima, chi più chi meno. Lei probabilmente era stata meno fortunata degli altri. Tanto meno fortunata

Il gioco degli opposti richiama la lotta tra il bene e il male, le menti criminali che non provano empatia verso il prossimo, considerato solo una pedina per i loro piani, e il bene, persone come Biagio Maria Ansaldi. 
Non si può non amare questo commissario Ansaldi, tutto il contrario di un moderno supereroe, preda delle sue ansie (leggendo le pagine di questo romanzo capiremo meglio la loro origine), ma con una profonda umanità e attaccamento ai suoi uomini, alla sua squadra.
Proprio quel suo essere dannatamente vulnerabile, senza le sue vitamine C, senza le sue gocce di ansiolitico, lo rendono molto più reale e “vicino” al lettore di tanti altri investigatori del mondo letterario.
Vogliategli bene anche voi!

PS: non voglio rivelare troppo del finale del libro (dove ciascuno dei protagonisti è alle prese coi buoni propositi per il nuovo anno), ma non rilassatevi troppo. Il male è ancora là fuori, nel suo folle disegno criminale di ripulire il mondo! Ne sentiremo ancora parlare..

I precedenti romanzi della serie dei cinque di Monteverde in ordine di pubblicazione:

La scheda del libro sul sito di Salani, il link per scaricare il primo capitolo.
I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

Anteprima inchieste di Report – le università telematiche, la caccia agli scafisti, le leggi sull’ambiente (e un aggiornamento sull’industria del marmo)

Il rapporto poco chiaro tra pubblico e privato (nelle università)

Report tornerà ad occuparsi del sindaco di Terni, Stefano Bandecchi, ancora al suo posto dopo le finte dimissioni dello scorso febbraio. Non è più presidente del consiglio di amministrazione della Università Telematica Nicolò Cusano, ma di fatto la situazione non è molto cambiata in quanto la proprietà a riconducibile a sue società.

Col risultato da arrivare a situazioni come quelle di cui si occuperà il servizio: dallo scorso settembre ogni giorno e ogni notte, 12 volanti di un servizio di vigilanza privata controllano le strade di Terni. Il loro compito è controllare nei borghi e nelle piazze le proprietà che ha il comune perché, come spiega lo stesso sindaco al giornalista di Report “Terni in termini di criminalità è uno schifo, non siamo riusciti a fermare l’ondata di spaccio di droga, c’è una microcriminalità di stranieri enorme..”
In realtà nella classifica della criminalità del 2023 Terni è 58 esima su 106 province, ma per garantire la sicurezza nella città che amministra il sindaco Bandecchi ha trovato un alleato in Unicusano, controllata da società dello stesso Bandecchi. L’ateneo paga 1 ml di euro per il servizio di vigilanza privato, per poi svolgere una ricerca sulla sicurezza proprio nel comune di Terni.
Ma l’idea della ricerca è nostra – assicurano dall’ateneo tramite la docente Anna Pirozzoli – “all’interno dell’analisi della percezione della sicurezza in un ambito territoriale ben definito, in questo caso il comune di Terni.”

Perché proprio Terni? “Dal momento che il fondatore dell’ateneo è diventato sindaco del comune abbiamo ritenuto non inopportuno presentare questo progetto che è stato prima approvato dalla governance del nostro ateneo e presentarlo all’amministrazione comunale di Terni.”

A Bandecchi dunque. Siamo maliziosi nel pensare che per il suo peso abbia avuto un ruolo importante nella decisione di approvare la ricerca?

Cosa risponde il sindaco? “Se dovete fare questa ricerca, fatela a Terni”, lo ha detto il Bandecchi di Unicusano al sindaco di Terni, sempre Bandecchi, “se io sono il fondatore di Unicusano, se io sono il sindaco e se io devo far risparmiare Terni, faccio fare una cosa all’università Unicusano che è un ente pubblico non Statale, va bene così, no?”
No, purtroppo le questioni di opportunità e di potenziale conflitto di interesse non entrano nella testa del sindaco di Terni. Ma poi, il comune aveva veramente bisogno di questo sistema di sorveglianza delle strade? Luca Bertazzoni ha seguito il lavoro della pattuglie e non si vede, dall’anteprima del servizio, tutta questa micro crimininalità.
Il cuore del servizio sarà però dedicato ad un altro punto: gli accordi tra la pubblica amministrazione e le università pubbliche e private per cui lo Stato, cioè noi, pagherà ai dipendenti pubblici il 50% dei costi per frequentare queste università, tra cui Unicusano. Dunque arriveremo ad una situazione in cui lo Stato finanzia enti privati come Unicusano che a sua volta finanziano la politica.
Tutto è iniziato col protocollo Pa 110 e lode voluto dall’allora ministro Brunetta (oggi presidente pensionato al CNEL) per la formazione del personale della pubblica amministrazione: inizialmente in quel protocollo Brunetta escluse le università telematiche, fu una scelta politica? Bandecchi presentò ricorso al TAR, ma oggi il ministro Zangrillo ministro alla pa ha messo le cose a posto (per Bandecchi), estendendo anche agli atenei telematici questo accordo. “C’era una sentenza che ci richiamava sulla necessità di considerare le università telematiche come le altre e non fare figli e figliastri” risponde il ministro a Report: ma non è così, la sentenza chiedeva soltanto all’allora ministro Brunetta di rispondere sul punto, non c’era nessun obbligo nell’equiparazione. Quella di Zangrillo è stata solo una scelta politica.

La Lega aveva presentato un emendamento per far slittare di un anno l’adeguamento delle università telematiche agli standard qualitativi di quelle tradizionali: era stato presentato dal deputato leghista Ziello nello scorso gennaio e significherebbe ritardare di un anno l’adeguamento degli standard di università come Unicusano, tra i firmatari ci sono i colleghi di partito Iezzi e Ravetto. Nessuno ha accettato un’intervista, “dovete chiedere all’ufficio stampa, non faccio dichiarazioni” ha spiegato l’onorevole che, diversamente dai vari TG, ha declinato a rispondete alle domande di Bertazzoni. Iezzi se ne è uscito con “io l’ho sottoscritto ma non lo conosco [l’emendamento], se vuole parliamo di immigrati ..”. Alla fine l’emendamento è stato bloccato dal ministro Bernini che, di fronte alle telecamere di Report, spiega “tutti i parametri di qualità che noi possiamo inserire nelle università in presenza e telematiche, vanno inseriti, io devo garantire che le studentesse e gli studenti abbiano la miglior offerta formativa possibile”

La scheda del servizio: IL PEZZO DI CARTA

di Luca Bertazzoni

Collaborazione Marzia Amico

Nel 2021 l’allora ministro per la Pubblica Amministrazione, Renato Brunetta lancia il protocollo "Pa 110 e lode" che consente ai dipendenti pubblici di frequentare corsi di laurea a prezzi agevolati: il 50% è infatti a carico dello Stato. L’accordo, però, riguarda soltanto università pubbliche e private: le telematiche restano fuori. Stefano Bandecchi, fondatore di Unicusano, prima chiede di aderire, poi presenta ricorso al Tar: la sentenza stabilisce che la Funzione pubblica avrebbe dovuto rispondere, non obbligandola però alla stipula dell’accordo. Ma il nuovo ministro della P.A. Paolo Zangrillo ha subito esteso la convenzione anche alle telematiche del gruppo Multiversity, Pegaso, San Raffaele e Mercatorum. Lo Stato paga quindi il 50% della formazione dei propri dipendenti pubblici alle università private telematiche, che nel frattempo continuano a finanziare la politica.

La fine del teorema

Il GUP di Trapani ha messo, almeno per il momento, la parola fine a tutta la sceneggiata cominciata ormai sette anni fa, sui taxi del mare, ovvero l’accusa mossa alle ONG che opefavano nel Mediterraneo tra l’Italia e il nord Africa, per salvare le vite dei migranti.

Tutte le accuse di connivenza coi trafficanti di essere umani erano false: non aspettiamoci delle scuse né della nostra destra, quella dei blocchi navali, che su questa teoria ci ha fatto campagna elettorale. Niente scuse nemmeno da quella parte del m5s che pure aveva sposato la tesi dei taxi del mare e nemmeno dal PD stesso, che nell’era Minniti aveva siglato i famigerati accordi con la guardia costiera tunisina, il decalogo delle ONG e i decreti sicurezza che poi vennero ripresi da Salvini nel governo Conte I.

Ma questa sentenza non cambierà di molto la situazione dei migranti e, soprattutto, la politica italiana nei loro confronti: saranno sempre considerati l’origine di tutti i nostri mali, gli invasori, i criminali che arrivano in modo illegale per vivere alle nostre spalle.

Quanti politici hanno campato su questo teorema, falso come ha stabilito la magistratura?
Dopo il naufragio di Cutro, nella conferenza stampa (imbarazzante) la presidente Meloni aveva dichiarato la sua volontà di combattere gli scafisti su tutto il “globo terracqueo”: Report è andato ad intervistare uno di questi “pericolosi criminali”, si chiama Salman, arrestato nel 2018 con l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.


“Per loro sono un criminale italiano” racconta a Giorgio Mottola: non essendo riuscito ad ottenere un visto dal Marocco, nel 2018 decide di affrontare il viaggio verso l’Italia via mare, partendo da una città della Libia, Zuara, dove si imbarca su un gommone fornito da una organizzazione di trafficanti. Non è difficile ottenere un passaggio, non ci vuole niente – racconta a Report oggi – “nella Libia [il traffico di esseri umani] è diventato un business, lo fanno tutti, la cosa più difficile in Libia è trovare quelli che fanno questo lavoro veramente, non quelli che ti fanno morire dentro il mare”. Salman ha pagato 2500 euro per il viaggio, erano 93 persone dentro la barca, alcuni hanno pagati fino a 6000 euro. Salman non era mai stato a bordo di una barca: poco prima di partire un membro dell’organizzazione lo prende da parte e lo porta in una stanza, “mi ha detto prendi questo telefono [satellitare]”, oltre al telefono il trafficante consegna anche un biglietto su cui c’è un numero di telefono da chiamare in caso di emergenza in mezzo al mare. Emergenza che si presenta si dall’inizio del viaggio perché alla guida dell’imbarcazione i trafficanti avevano posto un altro migrante, un ragazzo della Guinea Bissau completamente inesperto.
“Il ragazzo mi ha guardato e mi ha detto io non so più dove andare, so guidare ma non so dove sono, aveva una bussola piccolissima che forse non funzionava .. dopo 4 ore ho scelto di chiamare questo numero, perché o chiami questo numero o muori dentro il mare”.
Al telefono risponde una nave militare spagnola che dopo qualche ora interviene a soccorrerli: ma quando sbarca in Italia Salman viene arrestato e trascorre oltre un anno in carcere, aver chiamato i soccorsi lo ha reso agli occhi della legge italiana uno scafista. Ora rischia una condanna a 5 anni per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

Non è che siccome ho fatto questa chiamata sono uno scafista. Prima non sapevo che dovevo fare un anno di carcere e l’indagine è ancora aperta dopo 5 anni, ora se il tempo torna indietro faccio questa chiamata sempre, anche se faccio il carcere. Sono fiero di fare quello che ho fatto, eravamo tanti, c’erano bambini, mamme”.
Senza quella telefonata sarebbero tutti morti.
E la coscienza di qualcuno più sporca. Ad averla la coscienza.

Ma come sono partite le inchieste sulle ONG: quella più importante è stata quella di Trapani, partita dalle denunce di agenti di sicurezza privata imbarcati sulle navi che hanno accusato le ONG di avere rapporti coi trafficanti. Uno di questi (della IMI Security Service) ha accettato l’intervista e racconta di aver contattato anche dei politici, inizialmente Alessandro Di Battista, allora deputato del M5S, poi la segreteria di Matteo Salvini spiegando cosa stavano facendo. Sono stati ricontattati dopo dieci minuti direttamente dal ministro: al telefono Salvini da a queste persone il numero di telefono di un suo collaboratore, Alessandro Panza, europarlamentare della Lega. Non li invitano a denunciare i fatti all’autorità giudiziaria, Salvini non ha nemmeno presentato lui denuncia, secondo il racconto di questo agente di sicurezza privata.

Per diversi mesi queste persone hanno contattato Panza mandando foto e le posizioni geografiche: come mai nessuno ha presentato denuncia?
A tenere i contatti con la Lega era una ragazza, lei manda tutte le notizie sulle attività delle ONG a Salvini, che poi venivano usate nei talk per la sua propaganda “usava le nostre informazioni e noi ci siamo presi un calcio nel sedere”

La scheda del servizio: TAXI DEL MALE

di Giorgio Mottola

Collaborazione Marco Bova, Greta Orsi

Un anno fa Giorgia Meloni ha promesso di dare la caccia agli scafisti in tutto il globo terracqueo. Dai dati emerge però in modo sempre più evidente che le persone arrestate perché alla guida dei barconi non hanno alcun collegamento con le organizzazioni criminali che organizzano la tratta. Come emerge dalle interviste ai protagonisti, i presunti scafisti sono quasi tutti soggetti costretti a guidare le imbarcazioni o con le minacce o per pagarsi il viaggio. Il decreto Cutro finora non ha dato frutti importanti ma nel frattempo continuano gli attacchi contro le ong che salvano vite in mare. Eppure, nonostante le accuse della politica, nell’arco di sette anni dalle prime inchieste giudiziarie, non è mai stato provato in sede giudiziaria alcun collegamento tra organizzazioni non governative e trafficanti. Documenti esclusivi provano invece come alcuni esponenti di primo piano del governo abbiano sfruttato a proprio vantaggio i depistaggi sulle ong alla base di alcune inchieste giudiziarie.

I privilegi dell’industria del marmo

Bernardo Iovene torna sulle alpi Apuane dopo il servizio di settimana scorsa sull’industria di estrazione del pregiato marmo di Carrara: aziende che guadagnano molto, non pagano le concessioni al pubblico per il loro lavoro (appellandosi ad un editto del 1751!), inquinano l’ambiente e che, come capitato ad uno di loro, di fronte agli incidenti che capitano ai loro dipendenti, se ne escono con frasi infelici, “si fanno male è perché sono deficienti”. Se ci sono stati degli incidenti è colpa degli operai (un’accusa che si sente anche in altri contesti).

Questo ha causato una forte reazione da parte dei sindacati oltre ad una interrogazione parlamentare sulla situazione nel distretto del marmo.

La scheda del servizio: AGGIORNAMENTO IL MARMO DELLA DUCHESSA

Di Bernardo Iovene

Collaborazione Lidia Galeazzo, Greta Orsi

Nella puntata del 21 aprile le affermazioni dell’imprenditore Alberto Franchi sul fatto che se un lavoratore si infortuna in cava è deficiente e che la causa dei morti sul lavoro degli ultimi dieci anni è solo colpa degli stessi lavoratori, hanno creato stupore e indignazione. In tutta la provincia di Massa Carrara c’è stata subito una mobilitazione dei sindacati, delle istituzioni e dei lavoratori, che hanno ritenuto offensive e arroganti le dichiarazioni di Franchi. Già martedì si sono riuniti in un'affollatissima assemblea fuori e dentro al municipio di Carrara e mercoledì hanno dichiarato uno sciopero dal lavoro e indetto una manifestazione molto partecipata. Alberto Franchi in una nota inviata al quotidiano la Nazione, ha chiesto scusa ai lavoratori del marmo e alla cittadinanza ritenendo le sue stesse parole inappropriate e si è detto dispiaciuto che le sue parole siano state percepite come un tentativo di scaricare la responsabilità della sicurezza sui dipendenti. Ma ormai lo tsunami, come lo ha definito lo stesso Quotidiano Nazionale, è partito e Carrara in questa settimana è in pieno subbuglio, tra assemblee, sciopero, manifestazioni e indignazione delle famiglie che hanno subìto dei lutti nelle cave di marmo. C’è stata anche un’interrogazione, firmata da 12 parlamentari, con cui si chiede conto al ministro del lavoro di prendere iniziative per garantire nelle cave di Carrara sia la sicurezza per gli operatori che il contenimento dell’inquinamento denunciato nel servizio di Report. E infine si sollecita a intervenire perché i materiali da estrazione siano finalmente considerati patrimonio indisponibile dei comuni e messi a gara.

La Repubblica che (non) tutela l’ambiente

Sta scritto nella Costituzione, all’articolo 9: [la Repubblica] Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione. Tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni. La legge dello Stato disciplina i modi e le forme di tutela degli animali.

Ma in che modo la repubblica italiana tutela paesaggio, ambiente, risorse come i beni comuni? Report si occuperà della commissione istituita dal governo Meloni che deve riformare il codice dell’ambiente.

Dovrà occuparsi delle bonifiche di aree di interesse nazionale come quella a Falconara dove sorgeva un’industria chimica e una raffineria di greggio che, negli anni, è stata protagonista di vasti incendi. Nell’aprile 2018 il tetto di una cisterna si inclinò causando la fuoriuscita di esalazioni di gas idrocarburi: come si vive attorno a questo sito? Carlo Brecciaroli è membro dell’associazione Ondaverde, a Report ha raccontato che quel giorno portarono i figli a casa dalla scuola perché è pericoloso, molti ancora oggi prima di aprire le finestre controllano la direzione del vento, perché spesso si trovano la casa ammorbata.

Per i miasmi del 2018 i cittadini di Falconara hanno presentato più di mille denunce e sono riusciti a portare davanti al giudice la proprietà dello stabilimento: la giustizia diventa l’unica arma per i cittadini perché nessun altro nelle istituzioni li ha ascoltati “e non ci può essere rassegnazione”.
La procura di Ancona ha chiesto il rinvio a giudizio di 19 indagati, fra le ipotesi di reati l’ipotesi di disastro ambientale e lesioni personali a carico di numerosi cittadini. Secondo i magistrati l’azienda avrebbe agito in quel modo per non compromettere l’attività produttiva risparmiando sui costi della manutenzione. Perché, come spiega l’avvocata di parte civile Monia Mancini, il meccanismo dei controlli è basato sull’auto controllo, sono le aziende che si autocontrollano, controllando le emissioni in acqua o in aria, la corretta manutenzione degli impianti e trasmetto gli esiti alle autorità terze di controllo.
La commissione dei grandi saggi dovrà lavorare su queste leggi, sui meccanismi di controllo, sui limiti e sui regolamenti a cui le aziende dovranno assoggettarsi. Ma da chi è composta questa commissione?

La scheda del servizio: I GRANDI SAGGI

Di Giulia Presutti

Con un decreto firmato il 7 novembre scorso, i ministri Gilberto Pichetto Fratin ed Elisabetta Alberti Casellati hanno nominato una commissione interministeriale per la riforma del Codice dell'ambiente. I cinquanta esperti si occuperanno di modificare e aggiornare il decreto legislativo che contiene tutta la normativa in materia di tutela dell'ambiente. I tempi sono serrati: lo schema di legge delega dovrà essere pronto entro settembre 2024. Fra i membri della Commissione, ci sono i rappresentanti di aziende che si occupano di costruzioni e anche di smaltimento rifiuti. Non mancano poi giuristi e illustri avvocati: Teodora Marocco è stata legale di SNAM, Elisabetta Gardini ha ricevuto il premio "Top Legal" nel 2019 per il lavoro fatto con Arcelor Mittal nell'acquisizione del gruppo ILVA, Pasquale Frisina è stato in passato avvocato del gruppo Caltagirone. Con una commissione così composta, quale direzione prenderà la normativa sulle autorizzazioni e sui controlli ai quali sono sottoposte le aziende? Insieme ai giuristi, in commissione c'è poi Vincenzo Pepe, fondatore dell'associazione Fare Ambiente e presidente, oggi onorario, della Fondazione Giambattista Vico. Nel 2020 la Guardia di Finanza di Salerno ha sottoposto la Fondazione e i suoi rappresentanti a un sequestro preventivo di un milione e ottocentomila euro. Pepe è a processo davanti al Tribunale di Vallo Della Lucania per evasione fiscale e truffa aggravata ai danni dello stato. Quali requisiti sono stati presi in considerazione nella scelta dei membri della Commissione? E i Ministri dell'Ambiente e delle Riforme hanno chiesto una verifica sui procedimenti giudiziari in corso?

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

25 aprile 2024

Il rischio fascismo

Il fascismo non è morto: non è solo una questione dei non pochi nostalgici che ripetono a pappagallo pezzi della propaganda del regime che fu. È qualcosa di molto più profondo che ha a che fare con la sua nascita, con quanti lo usarono o pensarono di usarlo, per dare una risposta politica al momento storico che viveva l’Italia dopo la prima guerra mondiale.

Il fascismo fu un colpo di stato delle classi egemoni, dagli agrari, agli industriali, contro le classi povere, che chiedevano diritti, salari, dopo aver combattuto nelle trincee.

Quelle cause storiche non si sono esaurite e ne vediamo le tracce anche oggi, dove le disuguaglianze, le miserie, la povertà non sono scomparse , dove il dissenso non trova mai una sponda politica, viene criminalizzato.

A questo la politica risponde con l’uomo forte al comando, che da Palazzo Chigi decide tutto, che azzera il ruolo del Parlamento, relegato ad un ruolo di comparsa e del Presidente della Repubblica.

Dietro questo modello politico ci sono tutte le condizioni che portano il nostro paese lontano dal modello istituzionale che i nostri padri costituenti avevano in mente.

Basta separazione dei poteri, basta con la sovranità che appartiene al popolo, noi cittadini dovremo solo mettere una croce e basta. Come un televoto.

Dimentichiamoci del controllo democratico dell’attività parlamentare, del controllo delle leggi da parte della magistratura, del controllo del potere da parte del giornalismo libero e indipendente.

Ci si ricorda dei nostri diritti, delle nostre libertà, quelle che la guerra di liberazione e la Costituzione ci ha dato, solo quando mancano. Sottratte a noi cittadini un pezzo alla volta. Come la scuola, l’accesso ai livelli più alti dell’istruzione, le cure sanitarie, un salario dignitoso..

I fascisti ci sono ancora, non sono solo quelli che rispondono “e allora le foibe”, “e allora le atrocità dei partigiani”: a loro basta rispondere con le parole di Calvino

Dietro il milite delle Brigate nere più onesto, più in buonafede, più idealista, c'erano i rastrellamenti, le operazioni di sterminio, le camere di tortura, le deportazioni e l'Olocausto; dietro il partigiano più ignaro, più ladro, più spietato, c'era la lotta per una società pacifica e democratica, ragionevolmente giusta, se non proprio giusta in senso assoluto, chè di queste non ce ne sono”.

Il fascismo c’è ancora perché i capisaldi della nostra democrazia sono ancora sotto attacco, in questo paese dove esponenti di governo fanno fatica a dichiararsi antifascisti (che non significa essere comunisti). Perché l’esperienza politica del fascismo non è finita nel 1945, le stragi politiche negli anni 70, fino alla strage di Bologna ce lo ricordano.

Il rischio fascismo c’è ancora perché ci ricordiamo della nostra storia, della fortuna di vivere in una democrazia, seppure incompleta, solo a sprazzi. Perché i fan dell’uomo forte, che fa rispettare l’ordine, che qui non si discute di politica ma si lavora, sono ancora tanti..

Peccato che lo spettacolo teatrale basato sul libro di Aldo Cazzullo “Mussolini il capobanda” sia andato in onda su La7 e non sulla Rai.

23 aprile 2024

Gli invisibili di San Zeno di Alessandro Maurizi


L’appuntato Amelio Venier emise uno sbadiglio e la luce nella lanterna stretta in mano tremò. «Avete sonno?» domandò Federico Giorio, lanciando uno sguardo al militare che camminava al suo fianco. «Sono le quattro del mattino, voi che dite?» Amelio Venier si tolse il berretto di ordinanza e si passò una mano tra i pochi capelli bianchi. Le rughe e le occhiaie non offuscavano la luce nei suoi occhi.

Un giallo storico costruito attorno alla figura, realmente esistita, di Federico Giorgio: come racconta l’autore a fine libro, un giorno camminando per le stradine di Roma assieme all’amico Stefano Di Michele, trovò su una bancarella questo saggio, Ricordi di questura scritto nel 1882 “un pamphlet sfaccettato, un documento di polemica politica, una denuncia contro gli usi e i costumi immorali della polizia di quel tempo”.
Nel romanzo di Alessandro Maurizi Federico Giorio è un giovane procuratore legale, una sorta di sostituto procuratore, che per conto della procura di Verona, sta indagando sul traffico di essere umani dall’Italia verso il sud America. Perché nell’Italia povera, post unitaria, i contadini, la povera gente, veniva invogliata ad imbarcarsi verso il sud America dove avrebbe trovato il bengodi, ricchezza, benessere, un paese accogliente. Per pagarsi questo viaggio queste persone dovevano indebitarsi nei confronti degli agenti di viaggio che, su questa miseria, si arricchivano, nascondendo la realtà che invece si sarebbero trovati di fronte in Brasile. 
Malattie, condizioni di vita difficili, un lavoro ai limiti della schiavitù.

In quelle lettere, che aveva letto decine di volte, Arnaldo lo pregava di fare il possibile per dissuadere i contadini dal partire per il Sudamerica: “Amico mio, sono false le promesse degli agenti di emigrazione, [..] un Paese ove tutto è carissimo, disprezzati e affamati andar cenciosi per le vie della città mendicando un tozzo di pane e morire poi come mosche attaccati dalla febbre gialla”

A capo di questa organizzazione c’è un imprenditore di nome Isaia Bordignon, una persona con amicizie molto importanti a Verona, sia dentro la polizia che dentro le istituzioni. Se ne accorge lo stesso Giorio quando, nel tentativo di fare un blitz presso una tipografia illegale (dove si pubblicano le lettere fasulle di finti migranti in Brasile dove si elogiano le condizioni di vita), scopre che qualcuno ha fatto una soffiata che ha mandato in fumo la sua operazione, a fianco dell’appuntato Venier, un ex militare che nelle guerre di indipendenza aveva combattuto con gli austriaci.

«Abbiamo un caso perfetto per voi, vi dovete fare le ossa... E forse potrebbe aiutarvi a controllare la vostra audacia da novellino.» Il delegato Bernardi tossì per coprire un risolino..

Come punizione per il mancato blitz (e del fatto che al processo non si riescono a portare delle prove di questi traffici) Giorio viene tolto dal procuratore del Re Visentin dall’indagine sul Bordignon e mandato ad indagare su un delitto avvenuto in campagna. Ma quella che voleva essere una punizione si rivela invece un modo per continuare la sua indagine contro questa rete di notabili che specula sull’emigrazione. Il morto è un esattore delle tasse, Angelo Galanti, ed è stato ucciso “in un brutto modo”, l’assassino lo ha voluto far soffrire a lungo, come se dovesse espiare delle colpe:

«Chi l’ha ridotto così?» sussurrò alla fine.
«Siete voi che dovrete scoprirlo. Quest’uomo è stato frustato sulla schiena e sulle gambe. È stato flagellato a lungo.»

Era stato proprio Galanti, di fronte ad un bicchiere di vino che gli aveva sciolto la lingua, che aveva confidato a Giorio che si usavano i decreti ingiuntivi per pagare le tasse come leva per spingere i poveracci ad emigrare, passando proprio per la rete di Bordignon.
Quello di Galanti sarà solo il primo di una serie di delitti in cui il procuratore Giorio dovrà indagare assieme alla sua rete di “invisibili” a cominciare dal fedele appuntato Venier, nauseato di come funzionano le cose nel mondo della polizia, usata più come strumento di repressione che non per la sicurezza dei cittadini. Poi il piccolo Bacchetto, un “pitòco”, figlio di povera gente, che aiuta Giorio in tanti modi, anche come fidato messaggero.
Poi Emilia, una giovane prostituta, la più bella donna di Verona, che per il suo lavoro può raccogliere tante indiscrezioni. Una donna per cui lo stesso procuratore, che è suo cliente, prova un sentimento ambiguo:

Si avviò lungo le scale con l’idea che, da lì a poco, altri avrebbero goduto della bellezza di Emilia. Lei era un sogno e un incubo al tempo stesso, un miscuglio perverso di dolcezza e supplizio a cui non riusciva a sottrarsi.

Infine il dottor Zanconato, medico legale che avrà modo di aiutare le indagini seguendo le autopsie sui cadaveri, assieme alla figlia Ginevra, una giovane ragazza che vuole diventare medico. Un sogno difficile da raggiungere in quella Italia in cui le donne erano relegate al ruolo di madri e mogli.

Sono loro gli “invisibili di San Zeno”, un poliziotto, un procuratore che per calmarsi deve contare le lancette dei secondi, un bambino col cappello da bersagliere, una prostituta e una giovane infermiera: si troveranno ad indagare su una serie di omicidi che scuotono la città di Verona. Dopo Galanti ad essere ammazzati, e torturati in malo modo, come bestie, saranno un prete e un banchiere. Sono persone che, intuisce Giorio, sono legate alla rete di Bordignon, una rete che può godere di ampie protezioni politiche che però non li mette al riparo dalla violenza di questo assassino che, come un’ombra, si muove per le vie di Verona.

Ma è un assassino strano, non solo per il modo in cui uccide, ma perché sembra voler lasciar dietro di sé una scia, dei sassolini che gli “invisibili” riescono a cogliere e che li aiuta, un passo alla volta, a scoprire il perché di quella scia di sangue.

Era un’indagine bastarda, Venier lo sapeva bene, ma cosa aveva da perdere?

Avrebbe aiutato quel testone di Giorio, ben consapevole che sarebbe stata l’ultima indagine della sua vita.

In questa indagine Giorio si rende conto, anche mettendo a rischio la sua incolumità, di quanto siano vasti gli interessi attorno al business dell’emigrazione, a partire dalla stessa Chiesa, che è stata privata dei suoi beni dopo l’unità, che guadagna sulla pelle delle persone che si imbarcano verso il sudamerica:

Aveva avuto la conferma dei suoi sospetti: il cardinale sapeva che dai pulpiti delle chiese alcuni sacerdoti esortavano i migranti a partire, ma non era riuscito a sapere i loro nomi.
Ma anche la politica ha interesse nel favorire l’emigrazione di questa povera gente che, non solo veniva costretta a vendere i pochi beni per partire, dove anche firmare delle carte in cui rinunciava a chiedere aiuto ai consolati se avesse deciso di tornare in Italia:

«L’emigrazione è una vera e propria valvola di sicurezza per la pace sociale, a meno che non si voglia immaginare un continuo malessere generale, un lungo periodo di malattie, malcontento, manifestazioni e rivolte.»

Meglio mandarli via, come merce senza valore, questi poveracci, prima che inizino a diventare un problema per la classe egemone del paese, prima che si permettano di chiedere una vita migliore, una migliore istruzione, la fine del latifondo e dello sfruttamento.

Giorio, con la foga della sua giovane età, se lo sente addosso il dolore di queste persone, delle loro famiglie: questa indagine diventa così la sua missione, mettendosi in cattiva luce sia col procuratore del re, ma anche con la polizia (con tanto di assassino di comodo pescato nel mondo degli anarchici).

Questo giallo storico parla dell’Italia di ieri, liberale e latifondista, che per certi versi non sembra nemmeno lontana dall’Italia di oggi: tra le pieghe del potere troviamo ancora oggi imprenditori vicini a politici che ne garantiscono impunità. Ad emigrare dall’Italia sono i giovani, spesso laureati, costretti ad andare all’estero per trovare una vita migliore. Ma il racket dell’emigrazione, delle organizzazioni internazionali che fanno affari sulla pelle dei poveracci, è rimasti.

Ma queste sono mie considerazioni: quello che è certo è che seguiremo le indagini del procuratore Giorio nei prossimi romanzi della serie, che sono certo saranno interessanti come questo primo.

La scheda del libro sul sito di Mondadori

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