24 marzo 2017

Nordisti - Cinque domande a Sala sulla guerra Atm-Ferrovie

Da utente dei mezzi pubblici regionali e milanesi, ho molto a cuore il futuro di Atm e di Trenord.
Su queste due aziende si sta giocando una partita (politica) che non ha al centro il servizio pubblico o i pendolari.
Sulla nostra pelle (sempre di pendolari) si creano carriere, gruppi di potere, scalate.

L'articolo di Gianni Barbacetto sul Fatto Quotidiano di oggi: 
Ormai lo scontro è aperto. Il sindaco di Milano Giuseppe Sala ha abbandonato i toni fintamente amichevoli e attacca direttamente, non senza contraddizioni tra quello che dice e quello che fa. Il presidente di Atm Bruno Rota, dal canto suo, sa che tra un mese avrà finito la sua avventura al vertice dell’azienda milanese e dunque si prende la soddisfazione di dire chiaro quello che pensa. “Bisogna lavorare, basta con i protagonismi a mezzo stampa”, dice il sindaco. “Tranquilli, in Atm si lavora eccome”, replica Rota. “Sono stato attaccato personalmente dal presidente di Fs, Renato Mazzoncini, che ha detto falsità. Gli ho risposto come penso fosse mio diritto, replicando con una nota di poche righe”. Segue Ps: “Ah, il tempo che ho impiegato per stendere questa nota, dalle 13.30 alle 13.33, è stato di tre minuti”.
Lo scontro, ormai diretto, è sul destino del trasporto pubblico a Milano. Il Comune ha un’azienda, Atm, che è una ricchezza per la città. Non solo garantisce un buon servizio a Milano, ma ha le carte in regola per crescere e diventare un polo d’aggregazione italiano ed europeo (già ora gestisce, per esempio, i trasporti a Copenaghen). Sala sta mandando, in forme contraddittorie, segnali che vanno in direzione opposta, con il risultato finale di deprimere il ruolo di Atm e favorire le Ferrovie dello Stato, che hanno già iniziato la campagna di conquista di Milano.
Per questo ci permettiamo di rivolgere al sindaco Sala alcune domande, restando in attesa delle sue risposte.
1. Perché ha fatto passare settimane lasciando intendere che Atm avrebbe potuto esercitare il diritto di prelazione sulle azioni Astaldi di M5, che sarebbero state rilevate da F2i, la quale avrebbe comprato anche gran parte del 20 per cento ora in mano ad Atm, sgravandola da tutti gli oneri connessi? Ha poi invece dato un improvviso stop a un’operazione già pronta e già concordata con Rota, lasciando la quota di Astaldi alle Ferrovie, che così sono entrate ufficialmente sulla piazza milanese.
2. Perché ha dato mandato a Rota di sondare le disponibilità di F2i e perfino degli indiani di Marubeni a fare cordata con Atm (risulta dal carteggio Rota-Sala reso pubblico da Palazzo Marino), per poi aprire le porte a Fs, dicendo il 6 marzo che “Atm deve fare andare i tram, non fare finanza”?
3. Perché ha dichiarato per settimane di non avere trattative con Regione Lombardia e Fs sul progetto di fusione fra Fnm e Atm, per poi essere seccamente smentito dal presidente di Fnm, Andrea Gibelli (“Sono in corso analisi e valutazioni” ed esiste da mesi “un tavolo per lo studio dell’operazione, che coinvolge il Comune di Milano, a cui fa capo Atm, e Ferrovie dello Stato, azionista di Trenord”)?
4. Che ruolo ha assegnato in questa partita a Roberto Tasca, assessore al bilancio? Tasca non ha alcuna delega sui trasporti, eppure è proprio lui ad attaccare Rota in commissione partecipate a Palazzo Marino e a bloccare l’operazione con F2i. Tasca è spalleggiato da Arabella Caporello, direttore generale del Comune che in un documento sostiene che Rota avrebbe perseguito strategie non concordate con il Comune, che avrebbe sovrastimato il valore delle azioni di Astaldi e che i timori del presidente Atm sulla futura gara per il contratto di servizio “appaiono palesemente irricevibili”.
5. Con Fs che intrecci e contropartite ci sono, tra l’operazione Atm e l’operazione scali ferroviari?
La partita è ancora aperta, ma in pochi mesi potrebbe concludersi con la vittoria dell’espansionismo di Fs ai danni non di Atm, ma della città. Se ci fosse un’opinione pubblica a Milano, il dibattito sarebbe intenso e la partita non ancora persa.

Un tranquillo week end di paura



La prima pagina de Il tempo è eloquente: chi ama Roma sta coi poliziotti.
Oggi siamo tutti sbirri, siccome è prevista la calata dei barbari dei centri sociali e black bloc (in collaborazione con i jihadisti), in occasione dell'incontro dei leader europei per i 60 anni dell'Europa.
Europa unita dai muri, dalle contestazioni e dalla paura.
Oggi siamo tutti dalla parte della legge. Settimana prossima possiamo tornare a farci i fatti nostri, nel piccolo e nel grande.

Perché, come hanno scritto sui muri a Locri, basta sbirri e più lavoro.


Perché ogni volta che gli sbirri e la magistratura si mettono a ficcare il naso negli affari sporchi di qualche azienda (a Taranto, al Sole 24 ore, negli appalti Expo, a Vado Ligure ..) non siamo più dalla parte degli sbirri e della legge.
Passerà anche questo week end.

23 marzo 2017

Forma e sostanza

A Londra l'ennesimo attentato ci ricorda quanto siamo vulnerabili, a prescindere da quanti soldati piazziamo sulle strade, dalle telecamere che ci riprendono, da quanto siamo spiati.
L'attentatore di cui è ancora ignota l'identità, ha investito delle persone, aggredito dei poliziotti davanti la sede del Parlamento: armato di un auto e di un coltello.

Mentre nella capitale economica (e forse anche del riciclaggio) dell'Europa succedeva questo in Italia ci si azziffava su pensioni e vitalizi dei deputati, sul salvataggio in Senato di Augusto Minzolini, delle nomine del ministro dello sport, di una trasmissione dai contenuti stupidi (non l'unica e nemmeno l'ultima). Un bel clima, dove si dibatte più sulla forma che non sulla sostanza delle cose.

Su vitalizi, pensioni e stipendi il punto non è solo economico.
Ma riguarda quello che deputati, senatori fanno in Parlamento e fuori: li meritano quei soldi per quello che fanno?
A grandi responsabilità, quali i problemi che i nostri rappresentanti dovrebbero affrontare, devono corrispondere grandi stipendi.
Se poi vogliamo tagliare il privilegio della pensione dopo nemmeno una legislatura, a 60 anni, ben venga, come segnale al paese.

Sulla decadenza da Senatore di Minzolini: il Senato non si deve sostituire al giudizio (passato in giudicato) della magistratura.
Se avesse ragione il senatore Ichino, tanto vale togliere di mezzo la Severino: ogni processo ad un loro collega d'aula potrebbe nascondere il fumus ..
Qui chi parla di garantismo, di rispetto delle regole, ci sta solo prendendo in giro: esiste una legge e degli articoli della Costituzione che tutelano l'insindacabilità di certe affermazioni, l'arresto, la perquisizione le intercettazioni, l'eleggibilità di un deputato. 
Il segnale che arriva al paese è quello di una casta: un senatore non è un cittadino come gli altri (in parte è vero) senza avere responsabilità maggiori degli altri.

La TV spazzatura: il fatto che esistano altre trasmissioni piene di contenuti volgari che continuano ad andare in onda, non giustifica affatto la Perego e i suoi autori.
E non assolve nemmeno i vertici Rai, dalle loro responsabilità nel mandare in onda certo chiacchiericcio da bar che non è servizio pubblico.
E non assolve nemmeno i politici, che quei vertici li hanno nominati.

Si fa un gran parlare, in questi mesi, del pericolo populista.
E poi basta un presidente dell'Eurogruppo, ex ministro dell'economia in Olanda, per comprendere come populismo sia un problema anche dentro le istituzioni.
Le bufale, le balle, le finte promesse non vengono rilanciate solo da hacker o account specializzati: vi ricordate quando dicevano che si doveva metter mano alla legge elettorale?
Beh, la discussione è salata a data da destinarsi.
E quando dicevano fuori la politica dalla Rai e dalle partecipate?

22 marzo 2017

I navigli di Milano (da Milano fa paura la 90)

Vicolo dei Lavandai (immagine presa da Wikipedia)
Zona dei Navigli, nel film Milano odia la Polizia non può sparare (1975)
Niente come uno scrittore bravo, è capace di trovare le parole per descrivere i luoghi delle città, come cambiano col tempo, che impronta hanno dato.
Come i Navigli di Milano, le vie d'acqua della locomotiva d'Italia, ricoperte negli anni 30 e nascoste ai milanesi da una colata di asfalto.

Qui gli scrittori sono tre e sono il trio delle meraviglie del giallo anni '70 meneghino: Riccardo Besola, Andrea Ferrari e Francesco Gallone.
Il libro è "Milano, fa paura la 90".
Una storia di brutte morti, di uomini in maschera, di incontri notturni con mostri e di strani personaggi che ruotano attorno all'istituto Rizzoli. In via Botticelli.
Sulle strade di Sant'Ambrogio.I navigli di Milano. Un sistema di canali navigabili che dal baricentro della Darsena collegava la città ai laghi Maggiore e Ticino, oltre ovviamente a quello di Como. Una via d'acqua sulla quale sono transitati i materiali che hanno costruito la città, che ne hanno sviluppato il commercio, che hano irrigato e resi fertili i campi, che le hanno fatto pensare addirittura di aprire un porto commerciale, sotto Corvetto, di doks di Milano.E invece i Navigli son diventati innavigabili. E puzzavano. E allora han deciso di coprirla, quella ragnatela di canali. Milano ha smesso di rare il verso a Venezia, come poteva sembrare ai piloti dei biplani nella Grande Guerra. Ora i navigli sono altro. L'acqua c'è, ma non è quella che si beve. Si beve la vita, l'ottimismo, il futuro. Si beve una gioventù rampante, che vuole un mondo migliore, una vita migliore. Nel vicolo delle lavandaie sono rimaste poche donne a lavare ancora i panni, e qualcun altro in un covo d'ombra, si droga.Il Naviglio scorre placido e sui suoi margini  si vive la vita, ci si inebria, ci si incontra. E alle idi di marzo, anche se l'umidità fa venir freddo, ferve il popolo, sulle rive, in un avanti e indietro che è quasi la litania di preghiera, per un'esistenza speciale. Perché i Navigli sono un flusso d'acqua, e niente di meglio che un flusso d'acqua può rappresentare la vita. E' per questo, che la maggior parte Milano l'ha cementificata. Una colata d'asfalto. Tu sei qui per morire, lavorare, pagare, obbedire e morire, cittadino.
Milano, fa paura la 90 - il delitto di via Botticelli di R. Besola, A. Ferrari e F. Gallone

Buona lettura!

Whiskino e alberghetto?

Il mondo di oggi è troppo complesso per le menti dei nostri rappresentanti (?) in Italia e in Europa: anche questo spiega il perché prendono piede populismi e populisti.
Ma anche persone come il signor Dijsselbloem, nazionalità olandese e presidente dell'Eurogruppo, che ieri si è lanciato in una affermazione che fa comprendere quanti luoghi comuni affollino le menti di questi personaggi che dovrebbero salvare l'Europa (da gente come Salvini e Dijsselbloem).

Rivolto ai paesi del sud, quelli indebitati, quelli con una Costituzione antifascista: ".. non puoi spendere tutti i soldi per alcol e donne e poi chiedere aiuto".
Nelle prossime ore sono previste analoghe affermazioni sulle donne al volante, sui cinesi che non muoiono mai, sugli inglesi che non si lavano, sugli olandesi con gli zoccoli ...

Non è un'uscita da classificare come una battuta infelice: certe parole pesano, meriterebbero ben più che delle scuse. 
Primo perché i paesi del sud meritano il rispetto dovuto.
Secondo perché parole come queste allontanano l'Europa e le sue istituzioni dalle persone.

Avrebbe potuto, se proprio ne aveva voglia, spendere qualche parola sulla giornata in ricordo delle vittime delle mafie: come mai la battaglia contro le mafie è nelle mani di in prete (dalla voce stanca), dai volontari, dai sindaci lasciati soli?
Basta con le mafie, dicono ministri, deputati, senatori..
Ma poi quando si arriva al momento del voto, quel basta finisce nel dimenticatoio.

Se le mafie prosperano è grazie alla complicità di chi pensa che la lotta alla mafia sia solo una questione di forze dell'ordine e magistrati.
Forze dell'ordine con pochi mezzi e magistrati con le armi spuntate e alle prese con migliaia di fascicoli (e questo grazie alle leggi spesso inutili che escono in parlamento).

In ogni caso, mentre aspettiamo le dimissioni di Dijsselbloem, l'ex segretario PD Bersani ha tenuto a far sapere che lui non è uno da whisky e alberghetto.
"Noi siamo quelli da uova e da latte".
Altro che alcool: fagli vedere la mucca in corridoio a sti olandesi, Pier!!

21 marzo 2017

Milano, fa paura la 90, il delitto di via Botticelli di R. Besola, A. Ferrari e F. Gallone

Martedì 2 marzo 1976 
Primo giorno del carnevale Ambrosiano 
Armanda Floris in Fiore ha 85 anni.Oltre alla sua età possiede in trilocale in via Botticelli che quasi s'affaccia su viale Romagna, un conto in banca non particolarmente entusiasmante, la pensione minima più quella di reversibilità del marito, fu Oreste Fiore, due figli ormai sposati che vede domenica a pranzo, quando si ricordano di lei, e soprattutto dopo che lei ha inforcato gli occhiali, dato che è presbite e da vicino non riconoscerebbe se stessa davanti allo specchio, e un cane di nome Lothar.

Succede tutto nell'arco di una settimana: quella che va dal martedì grasso, fino al sabato di carnevale.
Nell'arco di pochi giorni, nella Milano frenetica di fine inverno, nei giorni dove si festeggia il Carnevale Ambrosiano, una signora anziana prima vede passargli davanti la 90, intesa come il filobus, senza alcun guidatore.
Poi scopre il cadavere di una ragazza. E non solo quel cadavere: un vampiro calato su di lei come se volesse dargli l'ultima succhiatina di sangue al collo.
E, quella ragazza, morta, ha proprio due segni profondi sul collo. Sì, proprio i segni di un morso del vampiro ..

Non sarà l'unica stranezza in questa storia, in questa indagine il trio delle meraviglie Besola-Ferrari-Gallone, la quarta della serie col commissario Malaspina (Il Mala) e il giornalista Dino Lazzati (Fernet), ci infila dentro anche l'uomo lupo, la mummia, maciste e il nano.
Ma, attenzione, non è una storia dell'orrore: il delitto, anzi i delitti, che alla fine saranno tre, hanno tutti una ragione molto terrena e molto veniale.
Ma andiamo con ordine.

La donna morta in via Botticelli si chiama Guendalina Falci e di mestiere fa la bidella all'istituto tecnico Rizzoli, dove si insegnano ai ragazzi le tecniche di stampa.
Di mestiere, nel passato, la povera Guendalina avrebbe fatto anche altro, ma questo non giustifica quella morte. L'assassino ha usato un asse con dei chiodi per colpirla e l'ha pure strozzata.

Il vampiro è nient'altro che Fernet, al secolo il cronista de La Notte Dino Lazzati, reduce da una festa in maschera.
E se c'è Fernet (“detto Fernet per l'amore incondizionato che ha per l'omonimo amari digestivo” consumato nel suo ritrovo al Bar Lafuss...) non manca il commissario Malaspina, seguito dal suo attendente Venditti.
Ci sarebbe anche l'ispettore Guerra Lampo: “mascella quadrata, gli occhi azzurri, i capelli biodo cenere. Piace alle donne quanto le pistole piacciono a lui ..”.
Avete capito il genere di poliziotto no? Quello tutto azione e poco pensiero. Tutto al contrario del Mala, il poliziotto “misericordioso e giusto, consumato da un perenne esame di coscienza”.

Chiarito l'equivoco col giornalista, assieme al commissario e all'attendente, se ne tornano in Questura a redigere il classico verbale, che a Fernet in quanto cronista di nera verrà meglio.
Anche perché c'è il rischio di passare per pazzi: un filobus senza autista, una testimone anzianotta e strana, dracula e la morta con quei due buchi sul collo ..
Ma prima una puntata a casa della ragazza, in via Moretto da Brescia: qui un'altra scoperta, nascosto nello sgabuzzino i nostri trovano un bambino. È Sebastiano, il figlio di Guendalina: figlio dell'amore per la precisione, essendo ignoto il padre (per i trascorsi della bidella).

Sebastiano non finisce in un istituto per minori: abbiamo già detto che il Mala, il commissario Malaspina, è uno di quei poliziotti con un cuore troppo grande e dalle diventate troppo larghe per sostenere il peso di tutto il male che incontra.
Quel bambino lo porta a casa sua, dalla moglie Rossella. Troppe volte avevano cercato un figlio assieme e ora, il destino, ne ha portato uno in casa.
Ma tanto la moglie si scopre subito portata per il pupo, tanto il Mala scopre quanto può essere pesante vivere con un esserino così piccolo in casa che urla così tanto.

Meglio starsene fuori, sulle strade di Sant'Ambrogio, a scoprire chi ha ucciso la bidella.
A cominciare dall'istituto tecnico Rizzoli, “una struttura massiccia, di un grigio che se c'è nebbia fitta nemmeno la vedi ma pazienza”..
Ambiente strano quello della scuola: non perché sia covo della rivolte studentesche, come in altri istituti di quegli anni.
Strano è il bidello, “il becchino senza cimitero intorno”.
Strano l'atteggiamento del preside (“un uomo grigio come l'intonaco della scuola”).
Venditti, sfruttando la fratellanza di chi è nato a Roma, raccoglie una voce su professori che allungherebbero le mani sulle studentesse.
Uno di questi, guarda caso, non si è presentato all'istituto.

Che tutto debba ruotare attorno alla scuola lo si capisce quando il professor Placcani viene trovato, una mattina, al cimitero Monumentale. Rannicchiato sotto al tavolo de l'Ultima cena, opera dello scultore Giannino Castiglioni.
Spaventato a morte, quasi, dall'uomo lupo. Che lo voleva uccidere.
Dopo Dracula, un altro tassello che non si incastra da nessuna parte in questa storia.

Qual è il segreto che si nasconde dentro la scuola di via Botticelli?
Cosa succede la notte, nei sotterranei, nel laboratorio?

Il Mala, il romanissimo Venditti (coi suoi occhiali a goccia) e Fernet dovranno far incastrare uno con l'altro i pezzi del puzzle, prima che la tensione, sulle strade e dentro casa, salga oltre il limite consentito.
Un'indagine tra maschere per Carnevale, inseguimenti per le strade dei Navigli (le vecchie vie d'acqua della città), visite all'istituto psichiatrico Paolo Pini (“il linoleum grigio ricopre anche le pareti, sembra di stare in un ambiente in cui il pavimento e il soffitto sono uno la prosecuzione dell'altro”) e pianti notturni che mettono a dura prova i nervi del Mala.
Ma anche Fernet ha i suoi grattacapi: qualcuno manipola i titoli dei suoi pezzi, mettendolo in cattiva luca con l'amico poliziotto (che gli passa le notizie).

Finale con lieto fine?
La legge farà il suo corso e così il giro di malaffare dietro queste morti verrà scoperto.
Ma sarà un finale dal sapore un po' amaro per i nostri protagonisti, abituati alle cattiverie di una vita dove anche se lavori bene, non puoi aspettarti qualcosa di più che una pacca sulle spalle..

Alla quarta prova, il terzetto del giallo anni '70 milanese, Besola-Ferrari-Gallone (in ordine alfabetico, come a scuola, avendo una scuola al centro è d'obbligo) si confermano esperti tessitori di trame, inventandosi uno spazio tutto loro, in cui muovere i loro personaggi.
Mescolando assieme scene da poliziottesco con dialoghi spassosi.
E raccontando una città, conosciuta solo attraverso vecchi filmati, storie di cronaca, con i suoi luoghi, le sue storie, i suoi misteri.

Città alle prese coi suoi cambiamenti sociali, le sue paure, le due debolezze e le sue crudeltà.
Che solo la penna di Fernet, ovvero Dino Lazzati (omaggio allo scrittore Dino Buzzati) può raccontare:
“Non lo facevano per la ricchezza facile. Lo facevano per dar qualcosa di falso ad un mondo che radica le proprie sicurezze sulla falsità. Sull'apparenza. Un mondo che guarda ad un nano che si esibisce come un goffo funambolo, e lo applaude, senza sentirsi in colpa. E, sempre senza sentirsi in colpa, mentre compra il pane o va a lavorare, mentre sceglie i vestiti in una boutique o stringe le mani durante la messa, finge che i nani non esistano. Ma i mostri esistono. I mostri siamo noi, tutti noi, poiché ciascuno di noi è mostruoso, a suo modo. I mostri esistono, e sono costretti ad esibirsi come buffoni, come fenomeni bizzarri, o a celarsi per sempre agli occhi di tutti in un istituto, in un cotolengo...”

Gli altri libri scritti per Frilli (con la coppia Male&Fernet)
- Operazione Madonnina - Milano 1973
La scheda del libro sul sito di Frilli editore
La pagina Facebook (comune) degli autori.

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

20 marzo 2017

Giustizia per Ilaria Alpi e Miran Hrovatin

La mamma di Ilaria Alpi non ce l'ha fatta ad aspettare.
Sono passati 23 anni da quel 20 marzo 1994, quando a Mogadiscio sua figlia Ilaria fu uccisa, assieme al suo operatore Miran Hrovatin, per una rapina finita male.
Almeno questo è quello che fin'ora è emerso dalla relazione di maggioranza della Commissione di inchiesta.

In 23 anni c'è stato un processo con un super teste (Gelle) poi sparito nel nulla, un somalo (Hashi Omar Hassan) condannato e poi assolto (perché il testimone chiave fu pagato), una commissione di inchiesta che non è riuscita pure ad offendere la memoria delle due vittime (il presidente Taormina concluse che erano lì in vacanza).
Ma ci sono state anche piste non seguite, depistaggi e, come in tanti misteri italiani, ci sono pezzi del puzzle che mancano.

Nel viaggio di ritorno verso casa (dopo che sui corpi non fu fatta alcuna autopsia) scompaiono alcuni taccuini di Ilaria e alcune cassette di Miran.
Sparisce anche il rapporto medico degli americani e le foto dei corpi sulla Garibaldi.

L'analisi dei colpi sul pick up Toyota non ha aiutato a chiarire la dinamica dell'agguato, cioè se gli spari sono partiti da lontano o se da vicino (il che convaliderebbe la pista dell'agguato).
Quello che sappiamo è il fuoristrada su cui viaggiano i giornalisti del Tg3 Ilaria Alpi e Miran Hrovatin viene bloccato da un gruppo di uomini armati, segue un breve conflitto a fuoco: la scorta ne esce illesa ma Ilaria e Miran vengono ritrovati poco dopo morti con un colpo in testa. Il primo a giungere sul posto è Giancarlo Marocchino. Un imprenditore italiano coinvolto in traffici illeciti di rifiuti verso l'Africa (progetto Urano è il nome dell'accordo firmato nel 1992). Secondo l'avvocato Taormina sarebbe pure un informatore del Sismi.

Ilaria stava indagando sul traffico di rifiuti tramite le navi della Shifco e sul lato oscuro dei progetti di cooperazione Italia-Somalia. 
Sui rifiuti interrati lungo la strada Garowe Bosaso: forse, per approfondire questo punto aveva anche cercato un contatto con il maresciallo Li Causi (Gladio, in servizio al centro Scorpione di Trapani), e qualcuno l'aveva mandata sulla pista di Gardo e di Bosaso. 

Al suo caporedattore aveva promesso un servizio con “qualcosa di grosso, roba che scotta”. Non erano in vacanza dunque, come vorrebbe farci credere Taormina e la sua relazione di maggioranza (di centro destra).
La settimana dopo ci sarebbero state le elezioni: cosa avrebbe potuto provocare il suo servizio, un terremoto elettorale?

Ilaria Alpi aveva annotato sul suo diario queste parole:
“E' la storia della mia vita, devo concludere, voglio mettere la parola fine .. 1400 miliardi di lire: dov'è finita questa impressionante mole di denaro?”

Miliardi di lire finiti nel buco nero della cooperazione tra Italia e Somalia spariti. 
Traffico di rifiuti e di armi verso l'Africa, mascherati da aiuti per lo sviluppo, in cui erano coinvolti anche i nostri servizi.
Persone come il maresciallo Li Causi, del centro Gladio Scorpione, in Sicilia. Quello su cui il giornalista Mauro Rostagno (sospettando un traffico d'armi).

Se Luciana Alpi ha detto basta, nostro dovere è continuare, con ostinazione, a voler cercare una verità che sia credibile e che non offenda la memoria di questi due giornalisti diventati eroi loro malgrado.
Non perché sono morti, come hanno detto in tanti sciacalli.
Ma perché hanno fatto il loro mestiere di giornalista.

Alcune letture sul caso Alpi
- 1994 di Luigi Grimaldi , Luciano Scalettari
- Blu notte – Ilaria Alpi e Miran Hrovatin
- Passione Reporter di Daniele Biacchessi 
- Il filo dei giorni: 1991-1995 la resa dei conti – di Maurizio Torrealta

Inseguendo la destra

La ritirata sui voucher, difesi fino a qualche settimana fa, poi da riformare per bloccare il referendum della CGIL. Ora cancellati, per togliere alla sinistra (quella a sinistra del PD) uno strumento elettorale.

Voucher che non verranno cancellati, ci mancherebbe. Anziché correggerne i difetti potrebbero essere sostituiti dai mini jobs, come in Germania, considerati tra le cause dell'aumento esponenziale dei lavoratori poveri e delle diseguaglianze e creando terreno fertile per la destra populista.

Il decreto Minniti col Daspo dei sindaci, contro tutte le persone che offendono il decoro, che limitano l'accesso alle infrastrutture (ferroviarie) facendo la questua verrà multato con una sanzione da 100 a 300 euro.
E se i soldi non ci sono (visto che sono questuanti)?
Scatta il carcere, si auspica Nardella e lo chiede Tosi. Destra e sinistra assieme per cancellare, per decretazione d'urgenza non le cause della povertà, del degrado, della sofferenza ma i loro effetti visibili all'occhio sensibile del legislatore.
Scriveva ieri Daniela Ranieri sul Fatto Quotidiano, che Minniti ammette il calo dei reati, ma aggiunge però che la percezione di insicurezza è aumentata: non so se avete capito, vogliamo combattere le fake news e così creiamo per decreto un provvedimento basato sulla percezione collettiva.

La riforma penale di cui si parla non affronta i problemi della giustizia.
Niente notifiche via email (per liberare ufficiali di polizia giudiziaria a fare indagini), niente blocco del processo se salta un giudice del collegio (esclusi magari quelli per mafia o quelli più delicati).
Niente blocco della prescrizione, nessuna infornata di magistrati per riempire i vuoti.
Solo norme per bloccare certi processi e certi magistrati.
Come quelli che passano in politica. Come Emiliano o come Nitto Palma o come il ministro Finocchiaro.
Oppure norme per mettere un tetto alla spesa per le intercettazioni.

Il salvataggio di Minzolini che apre le porte, grazie allipocrisia di parte dei senatori PD, al ritorno del cavaliere (ex) Berlusconi per riunificare il centro destra.

Cosa hanno in comune questi fatti?
La paura che sta crescendo nel Partito democratico, che probabilmente conoscono i sondaggi e ora temono le urne.
E così via le norme sulla sicurezza.
Via alle norme per non scontentare gli amici dei partitini di centro.
Abbiamo ancora una volta una sinistra che insegue la destra e che ha paura di perdere consenso e terreno, come nel 2007, ai tempi del secondo governo Prodi.

E sappiamo come è andata a finire: si è spianata la strada al ritorno della destra...

19 marzo 2017

Paure, nomine, inciuci

La prima del Fatto del 19-03

Le nomine (nelle partecipate), l'accordo con IBM, la riforma del processo penale, inciuci.

La home di Repubblica:
Il ritorno della paura.

Marco Biagi – il costo delle scelte

Marco Biagi fu ucciso dalle BR il 19 marzo 2002 a Bologna, di sera davanti il suo portone, mentre chiudeva il lucchetto della bici.
Ucciso in quanto giuslavorista, un tecnico che si occupava (per conto del ministero del Lavoro e Welfare) della proposta di riforma che tenesse conto dei diritti e della flessibilità necessaria oggi.
Ucciso a tre anni di distanza dal collega, Massimo D'Antona, morto sotto i colpi delle Br il 20 maggio 1999.
Per questo Biagi aveva a disposizione una scorta. Almeno fino al 2001, l'anno dell'attacco alle Torri Gemelle.

Scorta revocata dal ministero dell'Interno nonostante le minacce, nonostante quelle telefonate.
«Qualora dovesse malauguratamente occorrermi qualcosa, desidero si sappia che avevo informato inutilmente le autorità di queste ripetute telefonate minatorie senza che venissero presi provvedimenti conseguenti.» 
Mail inviata a Maroni da Biagi

Passava pure per un “rompicoglioni”, per le sue richieste di tutela, il professor Biagi.
Che però decise di rimanere al suo posto, a fare quello che la politica gli aveva chiesto
La politica ha prevalso e non ci resta che accettare i risultati pur nella certezza di aver fatto tutto il possibile per evitare lo scontro. Cominciano tristi conseguenze per me in quanto alcuni colleghi con vari pretesti stanno prendendo le distanze. Eppure, con riserve sulle decisioni adottate, ho un senso di profonda lealtà nei confronti di Maroni e Sacconi, mi sentirei un vigliacco a stare dalla parte di Cofferati, dove si adagia la maggior parte dei giuslavoristi per conformismo e tranquillità personale.
Ti ho scritto queste cose perché tu sai quanto, nella nostra materia costano certe scelte. Quanto costa stare dalla parte del progresso anche quando non è capiti”.
 
Mail inviata ai collaboratori del sottosegretario al Lavoro Sacconi, il giorno prima di essere ucciso.

La sua storia (e il testo della mail) è raccontata in “Vi aspettavo” di Antonella Mascali - Chiarelettere

18 marzo 2017

Lo specchio (non deformato) del paese

Non c'è niente di meglio della satira, quella vera, graffiante, per decifrare i le dichiarazioni ufficiali, i si dice, i dietro le quinte, della nostra classe politica e dirigente.
Fratelli di Crozza, lo spettacolo di Maurizio Crozza, diventa così un vadevecum per comprendere quello che bolle in pentola.
Uno specchio che raddrizza l'immagine distorta che TG (e parte dei quotidiani) danno dei vari leader e leaderini.



Partiti e leader che si dividono in due: quelli che si dichiarano populisti e quelli che lo sono ma non lo ammettono.
Quelli come Salvini e Tosi, per esempio: il primo ch si fa il selfie con la persona che a Lodi aveva ammazzato due giorni prima un ladro.
Il secondo che dorme con una calibro 45. Come un Facchinetti qualunque.

Esponenti di una destra il cui credo è urlato nei talk, come quelli di Belpietro, che seguono spesso il medesimo canovaccio: gli italiani non ce la fanno e noi perdiamo tempo con gli immigrati. Anzi coi clandestini.

Come se Salvini, Tosi e il proprietario delle reti Fininvest non avessero mai governato.

Ma se la destra è messa così, non è che a sinistra c'è aria felice.
Renzi andrà avanti con la sua campagna elettorale come se nulla fosse. Come se non ci fossero stati i tre anni dietro o, meglio, come se quei tre anni fossero tutti rose e fiori. Come se il referendum non ci fosse mai stato.
Slogan triti e ritriti.
Noi siamo quelli senza paura: così senza paura che hanno scelto di abrogare i voucher pur di togliere all'opposizione a sinistra uno strumento politico.
Così senza paura da aver rispolverato, col decreto Minniti, politiche su decoro, immigrazione, degrado, che pensavamo fossero finite in soffitta.
Considerare un problema sociale, per persone senza casa, i barboni, come questione di ordine pubblico, il cui repulisti è però in carico ai comuni (che coi loro problemi saran ben contenti).


E ora nella riforma del penale, si pensa di mettere una norma per rendere più difficile l'accesso alla politica ai magistrati. Come Emiliano, candidato alle primarie PD. Quello "a Matteo ci voglio di un bene ...".
Norma corretta, quella che blocca le porte girevoli tra professione politica ma deve valere anche per avvocati, medici, giornalisti ...

Sì, ci sono i centristi come Alfano e gli altri. Che si sentono così argine per il populismo da essersi chiamati alternativa popolare. Il popolo, sempre il popolo.
Grillo e il suo modo padronale di gestire il partito (quando tornerà l'imitazione di Grillo, a proposito?).

E, infine, la frecciata contro (parte) dei manager (del privato, ma i cui costi ricadono sul pubblico), come Montezemolo, l'uomo di Alitalia.
Azienda in perdita ma stipendio assicurato per i vertici, e non in voucher si intende.
Nemmeno per il signor Napolitano, AD del Sole 24 ore.

Non stanca mai l'imitazione di Razzi, dopo anni: ci fa pensare che se noi siamo ancora qui, bloccati dai Razzi, dai Berlusconi, dal Renzi (alla ricerca dello sport giusto), dei pistoleros, mentre i migliori ricercatori fanno poi fortuna all'estero, il futuro che ci aspetta è ben amaro.
Rideremo con Crozza e le sue imitazioni, certo.

17 marzo 2017

Un romano a Milano (da Il delitto di via Botticelli)

La caratteristica di Milano a cui Venditti non s'è ancora abituato, e mai s'abituerà, è insospettabile. Non è la nebbia, non è il freddo, non è la rapidità con cui la gente cammina per la strada, non sono gli sguardi bassi e il fatto che nessuno saluta nessuno. E nemmeno che manca il mare. No, niente di tutto questo, quello che l'agente scelto non capisce proprio rispetto a Roma sono gli orari in cui si fanno le cose e in cui si mangia. Niente da fare, questione di metabolismo. Qui al nord si alzano tutti troppo presto, pranzano quando lui farebbe colazione e cenano alle sette e mezza otto meno un quarto, orario per lui perfetto per fare un richiamino al pranzo delle tre, un bicchiere di vino e qualche manciata di salatini. 
Milano, fa paura la 90, il delitto di via Botticelli di R. Besola, A. Ferrari e F. Gallone (Frilli editore).


Io l'agente scelto Venditti, compagno di indagini del Mala, al secolo commissario Benito Malaspina, me lo immagino con la faccia strafottente di Tomas Milian (qui nel film Milano odia ..) col viso nascosto da quegli occhiali a goccia.
Il mala e questo romano trapiantato a Milano, poliziotto per redenzione di peccati di gioventù, dovranno indagare sul delitto di via Botticelli.
Chi ha ucciso Guendalina Falci, di professione bidella all'Istituto Tecnico Rizzoli?Anche lui in via Botticelli.

La scheda del libro:
Milano, Carnevale 1976. Un filobus fantasma scorrazza liberamente per la circonvallazione, lasciandosi appresso il cadavere della povera Guendalina Falci, di professione bidella all’istituto Rizzoli, trovata riversa e dissanguata in viale Molise con due strani segni sul collo. Per lo scettico commissario Benito Malaspina, però, non è opera di un vampiro. È un omicidio, non una mascherata. Mentre sua moglie si prende cura del figlio in fasce della Falci, il Mala, aiutato dal suo romanissimo attendente Venditti e dal fedele giornalista Dino Lazzati, detto Fernet, dovrà percorrere ancora una volta le strade e i luoghi più remoti della sua città, lungo una scia di cadaveri uccisi in modi alquanto bizzarri. E Carnevale diventa una danza macabra, tra licantropi e cariche della Celere, misteriose sparizioni e vedove visionarie, feste, mummie, mostri, maschere, morti, miserie e malaffari. E c'è pure qualcuno, alla Notte, che manipola gli articoli di Fernet... Mala & Fernet daranno fondo a tutte le loro doti di investigatori e a tutta la loro umanità, indecisi se facciano più paura i mostri, gli uomini, i cambiamenti sociali, o la stupidità.


Buona lettura!

Corsi, ricorsi e cose che ritornano

Abbiamo perso mesi di tempo, nello scorso autunno, per colpa della campagna elettorale del referendum sulla riforma costituzionale.

Mesi in cui si potevano affrontare diversi problemi che Renzi ha lasciato in eredità a Gentiloni.
Le banche in sofferenza.
L'abuso dei voucher.
Le richieste dall'Europa per il rispetto di tutti i vincoli che ci impone (e che i governi italiani hanno accettato).

Ora rischiamo di trovarsi in una situazione simile, per le primarie del PD.
Si depotenzia il referendum sulla CGIL abrogando per decreto l'uso dei voucher. Dovevano essere usati per “lavoretti” e non per lavori di tipo subordinato, consentire l'emersione del nero e invece, grazie a governi sostenuti dal centro sinistra (Monti e Letta), ne è stato liberalizzato l'uso.
Costituiscono una parte marginale del costo del lavoro, vero. Proprio perché sono mini lavoro, 7,5 euro l'ora che sono pure complicati da riscuotere.
Il voto del referendum avrebbe spaccato la sinistra e sarebbe stata un'altra botta per governo e PD.
Così quelli che non governano con la paura, hanno scelto di togliere del tutto i voucher (anziché mettere paletti).

L'Europa ci chiede diversi miliardi per la riduzione del deficit, 3 miliardi almeno, da inserire in una manovra che dovrebbe essere presentata proprio nelle settimane prima delle primarie.
Si rischia l'accusa di essere quelli delle tasse e allora Gentiloni dovrà prendere tempo, con la UE.

A proposito di situazioni che ritornano, il salvataggio di Minzolini ieri al Senato (in barba alle legge Severino, approvata dal Parlamento pochi anni fa), apre le porte al ritorno di Berlusconi, proprio in Senato.
Una provocazione? Oggi Ghedini spiega quella che è la strategia per il gran rientro dell'ex cavaliere. La Severino è stata applicata in modo retroattivo a Berlusconi, quando aveva già consumato il suo reato.

E tutto questo anche grazie ai voti delPD: d'altronde se per molti esponenti PD l'abolizione dell'art 18 e l'abuso dei voucher sono espressione di un “riformismo” di sinistra, ci sta anche il ritorno del Berlusca.


16 marzo 2017

Ritratto dell'investigatore da piccolo, raccolta a cura di Massimo Cassani

"Una piccola grande squadra di protagonisti tra i più amati e seguiti della narrativa gialla italiana colti in un momento della loro infanzia"

Una buona dote di ogni investigatore è la curiosità: cercare di vedere le cose in profondità senza fermarsi alla superficie. E, di riflesso, la curiosità è dote di ogni buon lettore di gialli.
Quale curiosità maggiore è quella di scoprire come erano da bambini i protagonisti di alcuni dei più famosi scrittori di romanzi gialli?
Come è nata l'amicizia tra l'avvocato Greta e l'investigatore Marlon?
Che bambino era Sandrino Micuzzi? Aveva già la testa per aria, quella testa coi capelli rossi?
Com'era da piccolo l'avvocato (così fortemente napoletano) Max Gilardi?
E il vicequestore Melis? Aveva già la passione per i racconti, per l'arte, per le cose belle e raffinate?
Infine il brusco Franco Bordelli: sembra impossibile immaginarselo, ma pure lui deve essere stato ragazzino ..

In questa raccolta curata da Massimo Cassani, padre del commissario Micuzzi, ci vengono raccontati degli episodi della vita di queste persone, che hanno avuto un'importanza fondamentale per quello che sarebbero diventati da grandi.
Storie che marcano quel passaggio dall'età della spensieratezza verso un'età all'improvviso prendi consapevolezza di cosa sia la vita.
Che non è solo qualcosa di giochi, divertimenti e svaghi. O di grandi illusioni che si possono toccare con mano.
La scoperta dell'amore e la scoperta della morte.
La scoperta dell'amicizia, quella solida che dura poi una vita e quella del tradimento. Di un amico. O perfino dei propri genitori.
La rivelazione delle proprie passioni e di come, per raggiungerle, si deve essere disposti a superare anche enormi sacrifici.


Autarchia, Greta Marlon e le tre verità di Erica Arosio e Giorgio Maimone

Siamo a Milano, negli anni ruggenti del fascismo, nel 1936.
Intanto i treni arrivano in orario e c'è un pollo su ogni tavola: cosa possiamo desiderare di più? Magari un po' di libertà .. fantastica il giovane Mario Longoni, dall'alto dell'incoscienza dei suoi sedici anni..”

Mario Longoni è un pugile promettente che al parco incontra una bella ragazza, Inge, che accompagna una ragazzina della borghesia milanese, Greta, figlia dell'avvocato Morandi, fascista della prima ora:
Siamo sotto il fascismo e i ladri non ci sono e i giornali scrivono solo buone notizie per non turbare l'animo degli italiani”.

Peccato che la cronaca nera sia di diverso avviso, anche se poi le notizie non escono sui giornali. Greta e Inge assistono ad un omicidio di un medico, da parte di una prostituta dai tratti cinesi. L'assassino deve essere trovato rovistando nel torbido mondo dell'anarchia, è la versione ufficiale della polizia fascista.
Anche se questo non è quanto Greta (e Mario hanno visto):
«Non mi interessa cosa avete visto e ancor meno cosa avete immaginato. La polizia ha diffuso una versione ufficiale. Quando c'è una versione ufficiale è questa la verità. Esiste una verità oggettiva, quella soggettiva e quella ufficiale. Quest'ultima ha aggio sulle altre due. Vi proibisco di occuparvi ancora di questa faccenda e guai a voi se ve ne sento parlare...»

Il libraio: l'amico di villeggiatura del commissario Micuzzi, di Massimo Cassani
Qualsiasi cosa accadesse nella nostra famiglia, la colpa era sempre di zio Alfonso. Lui era l'Errore, un Errore allegro, gli va riconosciuto. Anche quando lo trovarono morto nella vasca da bagno, zia Andreina, sua moglie, non perse l'occasione di sentenziare che la colpa era sua..”

Protagonista del racconto è l'io narrante, il nipote di quello zio Alfonso morto in circostanze strane in bagno, mentre leggeva una rivista “poco raccomandabile”.
Il futuro libraio, ripercorre gli eventi che seguirono quell'episodio: la sua voglia di scoprire cosa nascondeva di così sconvolgente quella rivista, e il voler condividere questo segreto col suo amico della villeggiatura (sulle prealpi varesine) Sandrino Micuzzi, con quei suoi occhi tondi e inespressivi.
Non fa fare proprio una bella figura al suo Micuzzi, ma alla fine sarà proprio lui, diventato da adulto commissario a Milano, in quel via (o viale) Padova, a scoprire il mistero.
Non mancano gli indizi, disseminati qua e là nel racconto, dalla mente fervida di Massimo Cassani:
Mi fermai a fissare quel numero di telefono. Poi misi in moto e sotto una pioggia battente proseguii su quella pista sottotraccia che mi avrebbe portato nella zona franca della mia infanzia su cui sarebbe stato meglio, per me, ci fosse soltanto silenzio”.

Mi chiamo Massimo: Max Gilardi avvocato e Giacomo Cataldo investigatore privato, e la loro antica stretta di mano, di Elda Lanza
«Lei mi sta chiedendo di raccontarle un episodio della mia infanzia che mi facesse prevedere quello che sono diventato: un avvocato impiccione.» Sorride per farmi capire di sapere che lo considerano un avvocato fuori dagli schemi, sempre con quell'investigatore alle spalle che fa il lavoro suo.«Ma lei è stato anche commissario», minimizzo.«Si, soltanto per fare un dispetto a mio padre. A Trissera, sa dov'è?» Dico di no. «Un agglomerato di case popolari all'estrema periferia di Milano, verso il nuovo ospedale. Dopo la morte di mia moglie, ho capito che era venuto il momento di tornare a casa.»«Le piace Napoli?»«Senza Napoli morirei ..»[..]«Sì, un episodio c'è stato. Avevo quasi undici anni e frequentavo la quinta elementare. L'anno in cui ho conosciuto Giacomo Cataldo, che era in banco con me.»

L'episodio significativo dell'infanzia dell'ex commissario Gilardi, poi avvocato in quel di Napoli risale all'ultimo anno delle elementari quando, come compagno di banco, incontra Giacomo Cataldo.
Max e Giacomo: il primo figlio di un procuratore, con un padre assente e una madre pianista dal carattere così delicato.

“Per te ci sono io mamma” - continua a ripeterle Max.
Giacomo è figlio di pescatori, ripetente e viene messo a fianco di Max per aiutarlo a scuola.
Sarà Max a scoprire, con la sua ostinazione per la verità, la verità dietro una bravata (dal tragico finale) tra due suoi compagni di classe.
Il suo primo caso, in cui si cementerà l'amicizia con il futuro investigatore:
«Ma tu sei sempre amico mio?» gli domandò, senza alzare la testa.«Si, naturalmente...»«Be'.. allora, anch'io.»

Hans Tuzzi Il fico egoista L'azzurra fantasia del vicequestore Melis
«Figìnne, figìnne, scotìzz d'angiolinne..»Rotte le fila, appena sceso lo scalone della scuola, ogni classe si precipitava all'aperto - neri grembiuli con fiocco blu i maschietti, fiocco blu e grembiule bianco le femminucce - e i veri maschi sfogavano il loro livore di sesso obbligato ad essere forte, ma consapevole d'essere debole, verso le bambine, studiose, ordinate, ipocrite, beneamate dalle maestre.Quel giorno, però, successe una cosa strana.

Perché gli adulti non raccontano sempre la verità ai bambini? Perché gli nascondono le cose, li trattano da persone stupide.
Il piccolo Norberto se lo chiede spesso: specie quando a scuola arrivano i carabinieri a prendere il suo amico Francesco. E lui è costretto a spostarsi dal nonno, a Nervi:
.. lui non si preoccupava per i suoi voti. Ma sentiva che quei poveri adulti stavano recitando male le loro bugie: che il nonno non aveva bisogno della sua compagnia, e che a Francesco, il suo migliore amico, era successa una cosa brutta, così brutta da non avere nome”.

Qui a Nervi, incontra un altro carabiniere, che proprio al nonno chiede un consiglio per un'altra storia. Una storia di un incidente ad una contessa, trovata morta nella sua auto dopo un incidente. Se è solo un incidente …
Seguendo questa indagine, origliando i discorsi dei grandi da dietro una porta, ascoltando le storie di Aly, il vecchio assistente berbero del nonno, Norberto scopre l'età adulta.
Scopre la morte, l'importanza delle leggi, la differenza tra i principi (cui si ispirano le leggi) e le norme. La scoperta dell'amore e della gelosia. E dell'avidità. Che spinge ad uccidere.
Ma, soprattutto, scopre l'insegnamento dentro il racconto del “fico egoista”, una storia raccontata dal poeta libanese Elia Abu Madhi:
«Cos'è il fico egoista?»«Al morire dell'estate, “Io ho la bellezza”, diceva il fico, “ma gli esseri alati e le creature dagli affilati artigli mangiano i miei frutti: e allora, ecco, io mi rinserro nella mia ombra, né bellezza né frutti alle bestie e agli uomini”. Rinnova primavera e il verde e i fiori, il fico resta nudo, chiodo confitto in terra: il giardiniere lo abbatte, e taglia tronco e rami in ceppi per il fuoco del camino. E il poeta conclude: “se non saprai condividere ciò che la vita di dà, il tuo egoismo ti ucciderà”».

Marco Vichi Il segreto di Ermelinda Una dolorosa storia del piccolo Bordelli

Sicuramente il romanzo più toccante tra tutti: la storia di una breve ma profonda amicizia (e forse anche qualcosa di più di un'amicizia) tra il giovane Franco Bordelli e una zitella, proprietaria dell'intero edificio, la signora Ermelinda, nella Firenze del 1919, pochi anni dopo la grande guerra.
Tanti pomeriggi passati assieme, a sentirla suonare al pianoforte mentre si rimpinzava di caramelle e cioccolatini.
A sfogliare assieme i vecchi album di fotografie.
A leggere assieme delle fiabe.
Ad ascoltarla mentre raccontava storie della sua infanzia e della sua giovinezza.
Può sembrare strano che nasca un'amicizia così, tra due persone con una età così diversa.
Fino al giorno in cui Ermelinda gli chiede un ultimo aiuto:
«Sai mantenere un segreto?»«Che succede?» farfugliò Franco, sentendosi mancare il respiro. Era sicuro che stava per succedere qualcosa di brutto.«Non devi dirlo a nessuno.»«Che succede?»«Ecco .. Tra non molto dovrò partire ..»«E quando torni?»«Vedi … Non sempre possiamo decidere ...»«Quando torni?» disse di nuovo Franco, con un nodo alla gola.«Non credo di poter tornare.»

Il piccolo Franco dovrà fare un ultimo favore per Ermelinda, dopo la sua morte. Segreto custodito dentro una scatola di latta che dovrà tenere nascosta, specie agli avidi nipoti di Ermelinda.
Qual è il segreto nascosto dentro la scatola?
Lo scoprirà, anni dopo, lo stesso Franco.
Una storia di amore e di dolore, tutto assieme. Come l'amore tra una madre e una figlia.

La scheda del libro sul sito di Tea editore; qui potete scaricare le prime pagine
Il blog di Massimo Cassani, dove potere trovare i sinossi dei racconti.
I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon


Quel giorno che chiuse la prima Repubblica

E' morto pochi giorni fa, Giuseppe De Lutiis, scrittore, storico e grande conoscitore della storia e delle trame dei nostri servizi segreti.
Non ha fatto in tempo a ricordare, per l'ennesima volta, l'anniversario della strage di via Fani: l'agguato da parte di un commando delle Br (e chissà se erano solo brigatisti) che rapì il presidente della DC Aldo Moro e uccise (finendoli con un colpo alla nuca) i cinque uomini della scorta.
Il maresciallo dei carabinieri Oreste Leonardi, i brigadieri Domenico Ricci e Francesco Zizzi, gli agenti di polizia Giulio Rivera e Raffaele Iozzino.

Era il giorno del giuramento del governo Andreotti, il primo a godere dell'appoggio esterno del partito comunista. La conclusione del lungo percorso politico delle “convergenze parallele” dei due grandi partiti di massa italiani.
Quello cattolico, scelto alla fine della seconda guerra mondiale dal governo americano per guidare il paese.
E quello di ispirazione comunista, allontanatosi dall'ombra del PCUS, ma sicuramente di sinistra (quando sinistra e destra erano concetti forse più chiari di oggi).

Troppe ostilità nei confronti di quel governo e non solo da parte delle BR che, con quell'operazione militare, avevano dimostrato al paese la loro “geometrica potenza”.
Tante ostilità e diffidenza venivano dall'interno della stessa DC e, dal di fuori, anche da quanti ancora si sentivano vincolati agli accordi di Yalta.
Che escludevano l'accesso alla stanza dei bottoni dal più grande partito comunista occidentale e imbrigliavano la politica italiana agli stessi partiti se non alle stesse figure politiche.

Tutto questo lo aveva raccontato De Lutiis anni fa nel suo saggio “Il golpe di via Fani”:
..l'autore approfondisce la genesi e l'evoluzione del terrorismo italiano, rosso e nero e tutti i punti oscuri legati ad esso:- le BR erano infiltrate sin dal 1973 (Silvano Girotto frate mitra); si arrivò all'arresto dei vertici Curcio e Franceschini (ma non Moretti), eppure questo non impedì il rigenerarsi delle BR.Che dal 1974, sotto la conduzione di Moretti, passarono dai rapimenti e rapine, alle uccisioni o alle gambizzazioni.- Il cambio della guardia: il 1974 segna anche il cambio della guardia sul fronte del terrorismo: se la prima metà era caratterizzata da quello nero (con ampi coinvolgimenti dei servizi, come dimostra il caso Giannettini), la seconda metà è nel segno del terrorismo rosso.Nonostante la decapitazione dei vertici operata con l'arresto di Curcio.
Il capo dell'ufficio D del SID, generale Maletti, aveva detto "Ora non sentirete più parlare di terrorismo nero, ora sentirete parlare soltanto di quegli altri".Una semplice premonizione o c'è qualcos'altro?
Forse il terrorismo stragista del periodo 1969-1974 serviva a destabilizzare per portare il paese verso una svolta autoritaria.Impedire il cambiamento in senso progressista come già era accaduto in Grecia. La seconda fase della "strategia della tensione" (dentro cui il fenomeno terrorista si innesta, sebbene abbia origine diverse) invece tendeva a "destabilizzare per stabilizzare".Perpetuare il potere sempre nelle stesse mani, negli stessi partiti.Anche il polititologo Giorgio Galli, nel suo libro "Piombo rosso" parla della strategia dello "stop and go" per l'azione di repressione del terrorismo rosso. Le BR furono tenute in vita perché funzionali. Ma a cosa?
Il libro, più che concentrarsi sulle cronache dei 55 giorni del sequestro, segue tutte queste piste: dai rapporti delle BR con i servizi esteri (da quelli dell'est ai tentativi del Mossad); i legami con la scuola di lingue a Parigi, Hyperion, ritenuta da molti una sorta di centrale internazionale del terrorismo di sinistra. Con coperture da parte dei servizi francesi e americani.

Ecco che uno dei più grandi misteri d'Italia, ancora oggi aperto per il lavoro della nuova commissione di inchiesta (che simulerà l'agguato in via Fani per cercare di ricostruire la dinamica dei fatti di quella mattina, ancora oscuri), diventa uno spiraglio col quale osservare il lato oscuro del nostro paese.
La banda della Magliana e quell'agenzia del Crimine che si metteva a disposizione di una certa politica per i lavori sporchi.
Le infiltrazioni dentro i due attori di questa commedia nera: le Br, infiltrate da anni e condizionate forse da agenzie straniere (vedi vicenda Hyperion).
Le infiltrazioni da parte della Loggia P2 all'interno delle istituzioni.
Come se, sopra i comitati per la sicurezza, per la gestione della crisi, sopra le Br, altri pupari fossero all'opera per manovrare la scena e portare il finale nella direzione giusta.

La frase più mostruosa di tutte:
qualcuno è morto «al momento giusto».
E. Canetti, La provincia dell'uomo.
Da L'affaire Moro, di Leonardo Sciascia

Terrorismo rosso, criminalità romana, logge segrete (e considerate eversive). Giornalisti stranamente informati e generali dei carabinieri alla ricerca del memoriale dello statista. Mino Pecorelli e Carlo Alberto dalla Chiesa. Due delle strane morti a latere di questa tragedia (il colonnello Varisco, il tipografo Tony Chicchiarelli autore del falso comunicato numero 7), Franco Giuseppucci (er negro, capo della banda della Magliana).La Cia (Ferracuti, criminologo che tracciò il profilo del Moro non più Moro dentro il covo delle Br), del Kgb (l'agente Sokolov presentatosi a Moro come studente borsista), la mafia (Pippo Calò che si interessò con i suoi contatti con la Banda della Magliana per scoprire il covo).
Strane presente sul luogo dell'agguato (un colonnello del Sismi, quella mattina, proprio in quell'incrocio).
Sembra una fiction e, forse, ad inseguire tutte queste piste, queste strade, si corre il rischio di perdersi dietro complottismi e dietrologie.
Forse le cose sono andate proprio come hanno raccontato ai vari processi i brigatisti, oggi liberi per la legge, ma forse non con la loro coscienza.

Rimangono tutte le incongruenze raccolte nel saggio uscito l'anno scorso per Chiarelettere: “Complici – caso Moro di Stefania Limiti Sandro Provvisionato”.
L'incongruenza dei colpi sparati in via Fani.
Lo strano comportamento dei brigatisti che scelsero di non rendere pubblici i manoscritti di Moro (forse usati per futuri ricatti? Forse perché in esso si tirava fuori l'esistenza di Gladio?) e l'atteggiamento dei vertici dell'allora DC (che si sono accontentati di una versione di comodo dei fatti).
Il mistero di quella Mini Clubman di proprietà di una società del Sisde (servizi di sicurezza interni), come del Sisde erano diversi appartamenti nello stabile di via Gradoli, uno dei covi (e forse delle carceri) delle Br a Roma.
Il mistero dei colpi sparati in via Fani, le ricostruzioni di Moretti e Morucci (due BR) che fanno acqua da tutte le parti …

Troppe domande senza risposta (raccolte nell'esaustivo saggio di Sandro Provvisionato Doveva morire), troppi dubbi che gettano una luce sinistra sulla nostra storia, sulla storia della nostra democrazia, sui governi che si sono succeduti, sulla piena sovranità di questo paese ancora oggi troppo condizionato dai suoi misteri e dai ricatti.

Quando si dice la verità non bisogna dolersi di averla detta. La verità è sempre illuminante. Ci aiuta ad essere coraggiosi.

Aldo Moro