26 maggio 2017

Traditori del voto


Io non ho dimenticato cosa è stato il ventennio berlusconiano e quello della (a volte finta) opposizione dei DS poi PD.
Non ho dimenticato le leggi ad personam (dalla legge sulle rogatorie, all'abolizione de facto del falso in bilancio, al lodo Schifano e a quello Alfano). Al conflitto di interessi tra un presidente del consiglio e anche proprietario di televisioni, giornali, con interessi in banche e assicurazioni.
Non ho dimenticato l'editto bulgaro, la cacciata dei giornalisti e comici sgraditi, le censure (da Luttazzi a Paolo Rossi), l'occupazione sistematica della Rai.
Non ho dimenticato l'assenza di una politica industriale, energetica, dei trasporti. Le centrali nucleari come opera strategica (con tenologia comprata dai francesi), la privatizzazione del servizio idrico, la legge Obiettivo per le grandi opere che ha comportato un aggravio dei costi per il pubblico (legge criminogena, l'ha definita il magistrato Cnatone).
Non ho dimenticato gli attacchi all'opposizione quando si permetteva di fare opposizione, alla stampa non allineata quando faceva da cane da guardia (non comprate più spazi pubblicitari su Repubblica), l'ossessione per i comunisti e l'amicizia con Putin.
L'attacco alla Costituzione  e ai suoi principi: la legge uguale per tutti, per cominciare-
Non ho dimenticato nemmeno le barzellette, le battute volgari contro le donne, il sessismo, il finto machismo, l'ostentazione di una giovinezza e il contornarsi di belle donnine, promesso magari in tv come attrici, in politica, con tanto di casa, vitto e alloggio.
Ma, soprattutto, non ho nemmeno dimenticato l'origine nascosta della sua fortuna (da dove arrivano i soldi per i primi lavori?), la banca Rasini e le parole di Sindona, Mangao stalliere a casa Berlusconi (la testa di ponte della mafia al nord l'aveva definito il giudice Borsellino in una delle sue ultime interviste). Il partito azienda fondato da una persona come Dell'Utri, il paesano, condannato per concorso esterno in mafia.

Non ho dimenticato chi è stato e chi è Berlusconi.
Il futuro alleato del fu centro sinistra, del fu partito democratico nella lotta contro i populisti (proprio Berlusconi, l'intentore del milione di posti di lavoro) e degli antieuropeisti (vi ricordate quando dava del Kapò a Schulz?).

Nanni Moretti aveva liquidato la "vecchia" classe dirigente della sinistra con una battuta passata alla storia "Con questi dirigenti non vinceremo MAI!".
Questi hanno preferito liquidare gli elettori, tradendo il loro elettorato storico, di sinistra.

Con le alleanze per le prossime elezioni.
Con la re-introduzione dei voucher.
Con le battaglie prese dal centrodestra, quella contro la pubblicazione delle intercettazioni, sui migranti da nascondere nei centri.

Mettetevi d'accordo, non si può stare dalla parte di Falcone e da quella delle larghe intese col caimano.

PS: sul Fatto Quotidiano (il giornale dell'attacco alle istituzioni, secondo Orfini, nemmeno le bombe della mafia erano arrivate a tanto) mette in fila le dichiarazioni anti-B dei bei tempi che furono
“Berlusconi è il passato, io parlo del futuro. Nei prossimi giorni andrà in pensione e dovranno capire che andranno in pensione anche gli antiberlusconiani” (Matteo Renzi, 25 novembre 2011); 
“Io sono quello più garantista di tutti. Ma quando c’è la sentenza definitiva si prende atto che è stato condannato e deve rispettare la legge e le sentenze” (Renzi, 30 agosto 2013); 
“Ora è arrivata una sentenza definitiva che ha detto che è colpevole. In qualsiasi Paese dove un leader politico viene condannato, la partita è finita. Per Berlusconi game over” (Renzi, 11 settembre 2013); 
“Mai più inciuci né larghe intese con Berlusconi” (Renzi, 28 ottobre 2013); 
“Non si può riproporre qui una grande coalizione come in Germania. Non ci sono le condizioni per avere in uno stesso governo Bersani, Letta, Berlusconi e Alfano” (Dario Franceschini, 23 aprile 2013); 
“Sono contrario a un governo Pd-Pdl” (Andrea Orlando, 22 aprile 2013); 
“Il Pd è unito su una proposta chiara: noi diciamo no a governissimi con la destra” (Anna Finocchiaro, 5 marzo 2013); 
“Lo dico con anticipo: io un’alleanza con Berlusconi non la voto” (Emanuele Fiano, 28 febbraio 2013); 
“I nostri elettori non capirebbero un accordo con Berlusconi” (Ivan Scalfarotto, 28 febbraio 2013); 
“L’idea di una maggioranza senza Grillo è impensabile. Non so se qualcuno lo pensa, nel Pd, ma io sono contrario. L’idea di un governo Pd-Pdl, anche con la lista Monti, non esiste in natura” (Matteo Orfini, 26 febbraio 2013); 
“L’accordo tra Berlusconi, Bersani e Monti sarebbe un disastro per la democrazia” (Gennaro Migliore, 23 febbraio 2013); 
“Spero non si faccia mai un governo con Berlusconi” (Migliore, 4 aprile 2013); 

25 maggio 2017

Un caso di studio di fakenews

Pioltello, comune della provincia milanese: una trasmissione Mediaset dà la notizia che in un bar, degli immigrati avrebbero festeggiato dopo l'attentato (rivendicato dall'Isis) a Manchester.
Notizia che si rivelerà falsa poi, ma che nel frattempo viene rilanciata dai quotidiani nazionali, il web fa da cassa da risonanza, i politici di destra usano la notizia per le solite speculazioni.
Ieri notte la notizia vera: qualcuno da fuoco al bar, provocando dei danni che qualcuno dovrà pagare.
Forse i giornalisti che hanno dato quella notizia senza verificare (ma che era troppo ghiotta, perché era proprio quella notizia che la il popolo voleva sentire).

Gli immigrati festeggiano il terrorismo è consequenziale a quello che scrive Feltri che i migranti portano il terrorismo.
Così si costruisce la percezione della paura e così la politica (debole e vigliacca) è costretta ad inseguire le politiche della destra xenofoba.
Questo scrivevamo ieri.
Oggi dobbiamo aggiungere un altro tassello nello scivolamento a destra: così si costruiscono degli episodi di criminalità, veri, non finti.

Oggi un uomo ha sparato alla moglie, da cui si stava separando.
Anche questa è una notizia vera.

Tra artisti un accordo si trova

Forse è giusto così.
Se Vespa si può difendere dicendo che, no, non è un giornalista ma solo un artista, allora anche i politici che vanno nel suon salotto televisivo in tarda notte non sono veri politici, rappresentanti delle istituzioni.
Ma artisti anche loro: tronisti, veline della politica, venditori di padelle senza coperchi, saltimbanchi e poltronisti buoni a cambiare partito ad ogni cambio di vento.

Meglio saperlo prima, però.
Questo spiega come mai Berlusconi ha potuto firmare il patto con gli italiani sulla scrivania di Porta a porta, prendere in giro gli italiani per gli impegni non mantenuti, senza suscitare grossi problemi nei suoi elettori, nel mondo del giornalismo.
E questo spiega come mai tanti altri esponenti del mondo dell'arte (intesa come arte del poltronismo) non disdegnino fare delle comparsate nella stessa trasmissione: non ultimi i renziani che, anziché togliere i partiti dalla Rai (e dal piazzare giornalisti amici nei posti chiave) hanno scelti di fare come tutti gli altri.

Tra artisti (intesa sempre come arte dell'inganno, del poltronismo, dell'apparire) ci si intende bene.
Specie sulle leggi elettorali: siete pronti a rivedere in scena il caro Silvio (e i suoi interessi senza conflitto)?
Preparatevi.

24 maggio 2017

Una verità a brandelli - l'intervista al giudice Scarpinato

A 25 anni dalla strage di Capaci e di via D'Amelio, il giudice Scarpinato racconta in un'intervista al Fatto Quotidiano dei pezzi che mancano, per ricostruire il contesto in cui si sono decisi gli attentati e anche i protagonisti fuori da cosa nostra. Chi ha aiutato i soldati della mafia a piazzare le bombe e chi ha depistato.

Giovanni Falcone 25 anni dopo. Scarpinato: “Una verità a brandelli. Interessi politici oscuri tramano ancora”Il Procuratore generale di Palermo: "Ancora ombre. Gli ‘amici di Roma’ e la minaccia a Di Matteo"

Roberto Scarpinato, lei dov’era il 23 maggio 1992, quando esplose l’autostrada di Capaci e si portò via Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e gli uomini della scorta?Alla Procura di Palermo, dove ero entrato un anno prima nel pool antimafia.
Oggi, come ogni anno, anzi di più perché siamo al quarto di secolo, su Capaci si abbatte la solita cascata di lacrime e retorica. A che punto siamo nella ricerca della verità su quella strage e sulle altre del biennio orribile 1992-’93?In questi 25 anni abbiamo raggiunto l’importante risultato di condannare all’ergastolo gli esecutori mafiosi delle stragi e i componenti della “commissione” di Cosa Nostra che le deliberarono. Ma restano ancora impermeabili alle indagini rilevanti zone d’ombra: un cumulo di fonti processuali, tali e tante da non potere essere neppure accennate tutte, convergono nel fare ritenere che la strategia stragista del 1992-’93 ebbe matrici e finalità miste, frutto di una convergenza di interessi tra la mafia e altre forze criminali.
Forze criminali di che tipo?Lo diceva già in un’informativa del 1993 la Dia (Direzione Investigativa Antimafia): dietro le stragi si muoveva una “aggregazione di tipo orizzontale, in cui ciascuno dei componenti è portatore di interessi particolari perseguibili nell’ambito di un progetto più complesso in cui convergono finalità diverse”; e dietro gli esecutori mafiosi c’erano menti che avevano “dimestichezza con le dinamiche del terrorismo e con i meccanismi della comunicazione di massa nonché una capacità di sondare gli ambienti della politica e di interpretarne i segnali”.
Traduzione?Insieme a personaggi come Salvatore Riina, Matteo Messina Denaro, i fratelli Graviano e altri boss che perseguivano interessi propri di Cosa Nostra, si mossero altre forze che utilizzarono la mafia come braccio armato, come instrumentum regni e come causale di copertura per i loro sofisticati disegni finalizzati a destabilizzare la politica.
Come fa a dirlo?Questa convergenza di interessi criminali la rivelò per primo Elio Ciolini, un ambiguo personaggio implicato nelle indagini per la strage di Bologna, legato al mondo dei servizi segreti, della massoneria e dell’eversione nera. Nel 1992 era in carcere a Bologna e il 4 marzo e il 18 marzo, poco prima che si scatenasse l’inferno, anticipò ai magistrati che nel marzo-luglio del ’92 sarebbe stato ucciso un importante esponente della Dc, sarebbero state compiute stragi e poi si sarebbe distolto “l’impegno dell’opinione pubblica dalla lotta alla mafia, con un pericolo diverso e maggiore di quello della mafia”. Tutti quegli eventi puntualmente si verificarono: il 12 marzo ’92 fu assassinato l’eurodeputato Salvo Lima, proconsole di Andreotti in Sicilia; il 23 maggio fu consumata la strage di Capaci; il 19 luglio quella di via D’Amelio; poi – sempre come Ciolini aveva anticipato – la strategia stragista si spostò al Centro-Nord con le mattanze di Milano e Firenze e gli attentati a Roma. Tutte azioni rivendicate da comunicati a nome della “Falange Armata”, sigla di un’organizzazione eversiva che serviva appunto a distogliere l’opinione pubblica dal pericolo mafioso. Ma Ciolini non fu l’unico ad avere la “sfera di cristallo” che gli consentì di rivelare con così largo anticipo l’unitarietà e il respiro strategico della lunga campagna stragista.
Chi altri sapeva tutto in anticipo?Il 21 e il 22 maggio 1992 l’agenzia di stampa “Repubblica”, vicina ai servizi segreti, pronosticò che di lì a poco ci sarebbe stato un bel “botto esterno” per giustificare uno voto di emergenza che avrebbe sparigliato i giochi di potere in corso per la elezione del nuovo presidente della Repubblica. Anche questo evento puntualmente si verificò il 23 maggio: il botto esterno di Capaci azzerò le manovre per portare alla presidenza della Repubblica il senatore Giulio Andreotti e contribuì all’elezione dell’outsider Oscar Luigi Scalfaro.
All’epoca si pensava a una serie di fatti criminali isolati, che invece facevano parte di un unico piano molto articolato e a lunga gittata.Molti collaboratori di giustizia ci hanno confermato in seguito che un selezionato numero di capi della Commissione regionale di Cosa Nostra, riuniti alla fine del 1991 in un casolare della campagna di Enna, avevano discusso per vari giorni quel complesso progetto politico che stava dietro alle stragi. Un progetto che fu tenuto segreto ad altri capi e ai ranghi inferiori dell’organizzazione, ai quali venne fatto credere che le stragi servivano solo a scopi interni alla mafia, cioè a costringere lo Stato a scendere a patti, garantendo in vari modi impunità e benefici penitenziari.
E invece?E invece – come la Dia evidenziò già nel 1993 – dietro quella campagna si celavano menti raffinate e soggetti esterni il cui ruolo attivo emerge anche nella fase esecutiva delle stragi. Purtroppo, dopo 25 anni di indagini, non è stato ancora possibile identificarli.
Per esempio?Sono ancora ignoti i personaggi che, dopo la strage di Capaci, si affrettarono a ispezionare i file del computer di Falcone (riguardanti Gladio e i delitti politico-mafiosi) nel suo ufficio romano al ministero della Giustizia, alla ricerca di documenti scottanti di cui evidentemente conoscevano l’esistenza. E restano senza nome anche gli uomini degli apparati di sicurezza che fornirono ai mafiosi le riservatissime informazioni logistiche indispensabili per uccidere Falcone già nel 1989 nel momento in cui si sarebbe concesso un bagno sulla scogliera del suo villino all’Addaura.
Da Falcone si passa poi a Borsellino, appena 57 giorni dopo.Chi era il personaggio non appartenente alla mafia che, come ha rivelato il collaboratore Gaspare Spatuzza, reo confesso della strage di via D’Amelio, assistette alle operazioni di caricamento dell’esplosivo nell’autovettura utilizzata per l’assassinio di Paolo Borsellino e della sua scorta? Chi conosce le regole della mafia sa bene che tenere segreta a uomini d’onore l’identità degli altri compartecipi alla fase esecutiva di una strage è un’anomalia evidentissima: la prova dell’esistenza di un livello superiore che deve restare noto solo a pochi capi.
Altri pezzi mancanti su via D’Amelio?Francesca Castellese, moglie del collaboratore di giustizia Santino Di Matteo, in un colloquio intercettato il 14 dicembre ’93, poco dopo il rapimento del loro figlio Giuseppe (avvenuto il 23 novembre), scongiurò il marito di non parlare ai magistrati degli “infiltrati” nell’esecuzione della strage di via D’Amelio. Quell’intercettazione è agli atti del processo, ma quegli “infiltrati” è stato impossibile identificarli e assicurarli alla giustizia.
Andiamo avanti.Chi è in possesso dell’agenda rossa di Paolo Borsellino trafugata, con una straordinaria e lucida tempistica, pochi minuti dopo l’immane esplosione di via D’Amelio? Su quell’agenda è noto che Paolo aveva annotato i terribili segreti intravisti negli ultimi mesi di vita. Segreti che l’avevano sconvolto e convinto di non avere scampo, perché – come confidò alla moglie Agnese – sarebbe stata la mafia a ucciderlo, ma solo quando altri lo avessero deciso. Chi erano questi “altri”? L’elenco delle domande che sinora non hanno avuto risposta disegna i contorni di un iceberg ancora sommerso che né le inchieste parlamentari né i processi sono mai riusciti a portare alla luce, per una pluralità di fattori che si sommano e delineano un quadro inquietante.
Possibile che i magistrati che indagano da 25 anni non siano riusciti a fare luce su tutto questo?E come si fa quando vengono sottratti ai magistrati documenti decisivi per l’accertamento di retroscena occulti? Ho già accennato alle carte di Falcone e all’agenda di Borsellino, episodi che si inscrivono in una lunga tradizione di carte rubate sui misteri d’Italia: dalla sparizione delle bobine con gli interrogatori di Aldo Moro nella prigione delle Br al trafugamento dei documenti segreti del generale Carlo Alberto dalla Chiesa dopo il suo assassinio. Ma penso anche alla miniera di tracce documentali custodita nella villa di via Bernini a Palermo, dove Salvatore Riina aveva abitato negli ultimi anni della sua latitanza.
La famigerata, mancata perquisizione del covo da parte del Ros.Si impedì ai magistrati di perquisire l’abitazione di Riina immediatamente dopo il suo arresto il 15 gennaio 1993: ci assicurarono che il luogo era strettamente sorvegliato giorno e notte, mentre in realtà fu abbandonato poche ore dopo quella stessa assicurazione, lasciando campo libero a squadre di “solerti pulitori” che ebbero agio per diversi giorni di far sparire ogni cosa, smurando persino la cassaforte e ridipingendo le pareti per eliminare eventuali tracce di Dna. Chi è in possesso da 24 anni di quei documenti e che uso ne ha fatto?
Decine di mafiosi, anche boss di prima grandezza, hanno collaborato con la giustizia. Certamente più di molti uomini delle istituzioni.Purtroppo tacciono ancora tanti boss che sanno tutto: i fratelli Graviano, Santapaola, Madonia e altri capi detenuti. E anche alcuni collaboratori danno l’impressione di sapere molto più di quel che dicono, ma di autocensurarsi. E penso anche ai silenzi prolungati e all’amnesia generalizzata di alcuni esponenti delle istituzioni, che solo con il forcipe delle indagini penali si sono decisi, a distanza di anni, a rivelare brandelli di verità.
Si intravede, dalle sue parole, un grande armadio dei segreti indicibili, delle carte trafugate, dei ricatti incrociati ai piani alti di quello che chiamiamo “Stato”. Un circuito di “verità parallele” che deve restare inaccessibile a voi magistrati e a noi cittadini.Le faccio ancora un esempio. Quali erano i segreti sul coinvolgimento di apparati deviati dello Stato in stragi e omicidi eseguiti dalla mafia che Giovanni Ilardo, capomafia legato ai servizi segreti e alla destra eversiva, aveva promesso di rivelare ai magistrati pochi giorni prima di essere assassinato il 10 maggio 1996, proprio mentre si apprestava a mettere a verbale le sue dichiarazioni iniziando a collaborare? Lo stesso Ilardo era stato il primo a indicare Pietro Rampulla, anch’egli mafioso ed estremista di destra, come l’artificiere della strage di Capaci, che infatti sarebbe stato poi condannato con sentenza definitiva.
Intanto il tempo passa, la polvere si accumula, le carte ingialliscono, le memorie evaporano, i protagonisti invecchiano o muoiono portandosi i segreti nelle rispettive tombe. Non resta che seppellire quelle domande, sperare nella selezione naturale e alzare le braccia in segno di resa?Alcuni eventi recenti, ancora in corso di verifica processuale, sembrano dimostrare che purtroppo questa non è solo una tragica storia del passato. Per esempio le recenti rivelazioni del collaboratore di giustizia Vito Galatolo, capo dell’importante mandamento di Resuttana, membro di una famiglia mafiosa implicata in stragi e delitti eccellenti del passato e vecchia amica di apparati deviati delle istituzioni. Racconta Galatolo che alla fine del 2012 il capo latitante di Cosa Nostra, Messina Denaro, protagonista della stagione stragista del 1992-’93, ha ordinato l’omicidio del pm Nino Di Matteo, impegnato nelle indagini sulla trattativa fra Stato e mafia, con un’autobomba. Galatolo ha dichiarato che sia lui sia altri capi erano rimasti colpiti dal fatto che l’identità dell’artificiere messo a disposizione da Messina Denaro, doveva restare ignota a tutti, compresi i capi di Cosa Nostra. Una circostanza che, ancora una volta, contrastava palesemente con le regole mafiose e indicava la partecipazione anche in quel progetto stragista di soggetti esterni, portatori di interessi criminali convergenti con quelli della mafia. Prima che Galatolo iniziasse a collaborare rivelando l’episodio, un esposto anonimo aveva già messo al corrente la magistratura che Messina Denaro aveva ordinato una strage su richiesta di suoi “amici romani” per interessi politici che andavano oltre quelli di Cosa Nostra.
Quindi lei non si arrende?Continuare a ricercare la verità è un dovere non solo istituzionale, ma anche morale. Il modo più autentico per onorare la memoria, per dare un senso al sacrificio dei tanti servitori dello Stato e alla morte di tante vittime innocenti le cui vite sono state inghiottite nei gorghi tumultuosi di quello che Giovanni Falcone definì “il gioco grande del potere” una guerra sporca giocata con tutti i mezzi nel “fuori scena” della storia.

La fatica dei prossimi giorni - Falcone e Borsellino

Quando la Rai vuole, è ancora capace di fare servizio pubblico, come è successo ieri sera per la lunga diretta della memoria, per ricordare i due giudici Falcone e Borsellino.
Il tradimento dei Giuda che bocciarono la nomina all'Ufficio Istruzione, la vergogna di Falcone quando andava in piscina a nuotare e la scorta allontanava (per sicurezza) le persone.
I vicini di casa di via Notarbartolo che non sopportavano le sirene ("ma perché non se ne vanno in periferia a combattere le mafia").
E poi, le lettere del corvo, l'attentato all'Addaura per cui fu accusato di essersi messo la dinamite per poi farsi nominare procuratore aggiunto.
Le polemiche per il suo incarico a Roma, l'accusa di essersi venduto alla politica, l'accusa di tenere le carte dei delitti politici nel cassetto (per convenienza)..
Le parole di accusa di Paolo Borsellino che ancora pesano, sulla coscienza di quanti hanno usato Falcone per le loro battaglie, lasciandolo di fatto da solo.

Un bel racconto (come quello fatto da Bianconi nel suo ultimo libro), ma c'era qualcosa che mancava, per completare il quadro. C'era il rischio di fare un'altra celebrazione piena di retorica, fine a sé stessa: è stata la sorella di Paolo, Rita Borsellino ad aver aperto il capitolo delle verità che ancora mancano su Capaci a via D'Amelio:
"non vorrei che questo 25 esimo mettesse un punto a questa storia" per poi aggiungere "i coriandoli di verità ci danno fastidio: vogliamo delle certezze sulla trattativa stato mafia, sui finti pentiti", sui 57 giorni che separano la strage di via Capaci con quella di via D'Amelio.

La fatica di tutti i giorni per questo 23 maggio, per i prossimi giorni deve essere quella di arrivare ad una verità piena sulle stragi, sui mandanti, sui perché. 
Perché è stata fabbricata la falsa pista del falso pentito Scarantino, per cui molte persone sono state condannate all'ergastolo?
Chi ha deciso di non controllare il covo di Riina dopo la sua cattura? Solo negligenza?
Chi si è intrufolato nell'agenda elettronica di Falcone, dopo l'attentato e chi ha trafugato l'agenda rossa di Borsellino (i "pezzi mancanti" di cui parla Salvo Palazzolo nel suo libro)?
Chi ha portato avanti, con che coperture politiche, la trattativa coi boss, per mettere fine alle bombe, per consegnare Riina allo stato e tornare ad una pax mafiosa con cosa nostra?
E poi, le bombe ai due giudici, e gli attentati del 1993, sono solo cosa di mafia? Ci sono testimonianze di presenze esterne, una donna a Capaci, un uomo dei servizi per la bomba a Borsellino. Un'anomalia per la mafia.
Come un'anomalia le rivendicazioni di questa sigla, Falange Armata, che dietro aveva esponenti di Gladio ..

Come vedete, ci sono tante cose ancora da sapere e che ci costringono a non dimenticare.
A non dimenticare le vittime della mafia, i due giudici morti da eroi che eroi non lo volevano diventare e anche gli uomini delle loro scorte: Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro, Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.

23 maggio 2017

A 25 anni dalla bomba di Capaci

23 maggio 1992, 25 anni fa: un'era geologica dal punto di vista politico, specie in un paese come il nostro che ha una memoria corta che si ferma all'altro ieri.
Chi oggi si ricorda veramente chi era il giudice Giovanni Falcone, delle polemiche di quei mesi su Gladio, sullo scontro tra politica e magistratura (le nomine alla Superprocura), le picconate del presidente Cossiga..
Avevano altre facce i politici di allora: Andreotti, Martelli, Craxi, Forlani, Occhetto.
Di quei partiti, è rimasta solo la Lega Nord, chi l'avrebbe mai detto.

Perché allora ostinarsi a ricordare questi magistrati, Falcone e Borsellino (e tutte le altre vittime della mafia), l'anniversario della strage?
Per tirar giù dal piedistallo della retorica e dell'eroismo queste persone, che eroi non lo volevano diventare.
Per evitare il rischio di dimenticarsi chi fossero i veri nemici di Falcone: non solo la mafia ma anche persone all'interno della stessa magistratura.
Falcone è stato ucciso non perché cercava il martirio, ma per il suo lavoro: per il suo lavoro di magistrato al pool antimafia e poi a Roma.
Perché aveva capito quanto fosse importante tenere distinti i due piani, quello giudiziario e quello politico: inutile aprire fascicoli su amministratori col rischio di non arrivare ad archiviazioni e sollevare solo polemiche.
Perché aveva capito l'importanza della specializzazione, nella lotta alla mafia: un giudice non deve sapersi occupare di tutto e perdere tempo dietro ai ladri di polli.
La specializzazione e la condivisione delle informazioni tra magistrati e tra organi di polizia: per questo la super procura e la Dia.

E così che arrivarono le polemiche: dai magistrati, più per pregiudizi che per questioni di merito.
Dalla politica, che prima lo accusava di essere di sinistra quando indagava sulla DC, poi di essere diventato socialista (quasndo andò a lavorare a Roma, alla direzione dell'Ufficio Affari Penali).

Falcone faceva paura perché era una persona intelligente.
Sapeva comprendere la mutazione della mafia, che a fine anni 80 era entrata nella finanza, dopo aver messo le mani sugli affari del cemento, sul traffico di droga.

Dobbiamo ricordare Falcone perché le sue idee sono ancora valide e perché la mafia non è stata sconfitta.
La mafia è un fenomeno umano, diceva il magistrato: per vedere la fine di questo fenomeno non bisogna dimenticare e non ci si deve nemmeno illudere che ora la mafia sia meno potente.
Solo perché uccide di meno o non mette le bombe.

PS: in uno di quei giochi crudeli del destino, proprio oggi, nei 25 anni dell'attentatuni, dobbiamo nuovamente piangere altre vittime innocenti del terrorismo dei fondamentalisti islamici, a Manchester.

Report – la nostra sicurezza in rete (i nostri dati e il cybercrime)

Prima delle inchieste su virus, cybercrime e rischi connessi, un bel servizio di Sabrina Giannini sull'alimentazione: secondo la legge il gelato si può fare sia con prodotti freschi che con prodotti semilavorati e industriali.
Una concorrenza dell'industria agli artigiani veri del gelato: ci sono anche corsi, organizzati da queste industrie, che spiegano come usare gusti in polvere nel gelato, in modo che il sapore sia indistinguibile da un gelato fatto con prodotti freschi.
Ci sono gelaterie col marchio “artigianale” dove in realtà di artigianale c'è poco: le vaschette arrivano dall'Algida; in altre, pure queste artigianali, non espongono l'elenco dei prodotti e degli additivi.
Almeno costassero di meno, i gelati semi industriali con aromi e gusti chimici, preparati dall'industria aromatiera.

C'è differenza tra aroma naturale di valigia e aroma naturale e basta: nella seconda, il sapore somiglia a quello della vaniglia ma deriva dalla crusca.
Non proprio un procedimento naturale: tutto per l'assenza di una parola nella scritta sulla confezione..
Così come la vanillina che deriva dalla produzione del legno o del petrolio.
E lo stesso vale per il sapore di panna, per il sapore di pollo nel brodo, del tartufo.
Il prosciutto cotto, senza gli aromi sembrerebbe carne lessa.
Nella scamorza affumicata c'è l'aroma di affumicatura.
Tutto può essere e tutto può sembrare, basta stimolare la parte più “remota” del nostro cervello.
Per esempio il sapore della vaniglia che ricorda il latte materno, dunque stimola un ricordo piacevole.

La scoperta poco piacevole che fa il servizio è che molti di questi sapori artificiali o coloranti sono possibili cancerogeni: non ci sono i soldi per fare studi approfonditi per capire se sono veramente cancerogeni, solo l'industria avrebbe i soldi, ma sarebbero ricerche di parte.


Possiamo essere spiati dalla telecamera che abbiamo comprato per curare la casa.
E altri rischi potrebbero arrivare da altri elettrodomestici connessi.

Ma il rischio più grande è quando accettiamo clausole di servizi in rete, senza stare attenti, cedendo parte dei nostri dati a siti come Google e Facebook.

Facebook un giorno potrebbe leggerci nel pensiero e postare ciò che abbiamo in mente.
Forse troppo futuristico, ma già oggi Google e Facebook fanno business usando i dati che noi gli forniamo.
Siamo spiati o tracciati anche dai cookies, che tracciano quello che vediamo, i siti che navighiamo.
Dal 2015 è obbligatorio segnalarlo, ma è nata già vecchia (parole del garante Soro).

Il servizio ha mostrato come, navigando su Corriere, Repubblica, Report e BeppeGrillo, i nostri dati navigano per mezzo mondo.
Anche se stiamo navigando in anonimo, c'è modo di dare un'impronta unica del nostro device, che ci identifica.
Le app poi hanno accesso a buona parte dei nostri stessi dati e l'accesso l'abbiamo dati noi: c'è stata la multa dell'Antitrust, ma rispetto ai profitti fatti da Facebook e Whatsapp, sono molto basse.
C'è il caso di una App del Meteo che ha accesso al microfono, col rischio di poter registrare quello che diciamo.

Lo scopo di tutto questo tracciamento è avere tanti più dati di noi: se il prodotto che si scarica è gratis, significa che il prodotto siamo noi.

Assieme al direttore di Future Intelligence, Giorgio Mottola ha fatto un esperimento: accesso gratis ad un hot spot wi fi in cambio del primogenito.
Nessuno legge le clausole in internet: sono poco chiare, lunghe.
E così si corre il rischio, usando un servizio gratuito, di pagarlo in realtà perché magari non si cede il figlio, ma i tuoi dati.

Ci si ritrova profilati anche nelle stazioni di Trenitalia: in cima ai cartelloni pubblicitari c'è una videocamera che si osserva e che ci sta profilando.
Le informazioni sono inviate ad un fornitore di pubblicità che, in base al profilo stimato, ci propone la migliore pubblicità.
La società si chiama Quividi, fondata da un italiano: l'applicazione riconosce l'età, l'umore, per le campagne pubblicitarie di molti marchi nel mondo.
Che fine fanno i dati? Sono collezionati in rapporti ma non si registrano dati biometrici, però.
Ma registrano dati oppure no?
Se c'è registrazione dei dati, servirebbe l'assenso.

All'università di Cambridge hanno realizzato un sw che, usando i dati online lasciati sui social, è in grado di tracciare un profilo psicologico della persona.
Età, carattere, perfino analisi predittive possono farsi.
Dal marketing commerciale si può arrivare alla politica: lo fa Cambridge analytica e lo usa per lanciare messaggi ad un micro target, per cercare i giusti messaggi per convincere le persone.

Cambridge Analytica ha lavorato per la campagna di Trump, ma nel passato una tecnica analoga è stata usata anche da Clinton e Obama.
Una campagna elettorale basata sulla psicologia può essere molto dannosa: ci dicono cosa dobbiamo desiderare, minando la nostra democrazia.

A Milano esiste anche la polizia predittiva: analizzando le serie di dati, si cerca di anticipare i crimini nel futuro.
Un sw analogo è adottato in alcuni land in Germania e anche in America: c'è il rischio che la profilazione si basi sulla razza.

Ci sono anche i database reputazionali: lo ha scoperto un commercialista finito a processo e poi assolto. Aveva un profilo, in una banca dati chiamata World Check, usata dalle agenzie governative e da strutture finanziarie.
I profili sono creati da notizie che arrivano dal web o dalla stampa: ogni giorno si creano migliaia di profili, con informazioni potenzialmente errate.
World check non ha rilasciato l'intervista, strano per una azienda che raccoglie dati degli altri...

Chissà quanti di noi sono finiti in questo database, questo spiegherebbe tante porte chiuse.
È nel nostro diritto chiedere la cancellazione dei nostri dati: se le nostre informazioni sanitarie fossero vendute alle assicurazioni, quanti di noi potrebbero assicurarsi?

Report ha messo online un link per spiare chi ci spia: per vedere l'effetto che fa.

Voglio piangere, di Giuliano Marrucci

E se un giorno la nostra lavatrice, o il televisore, diventassero strumenti di un attacco informatico?
Televisori intelligenti, termostati intelligenti, frigoriferi con telecamere, telecamere con allarmi …
E' l'internet of things: c'è un prezzo da pagare per questa rivoluzione.
Per esempio, come ha dimostrato Marrucci, che la telecamera appena montata sia poi usata da un hacker che ci spia da fuori.

Igor Falcomatà ha bucato la telecamera usando Showdown in pochi minuti: per esempio perché nessuno cambia la password del produttore.
Perché nessuno aggiorna il firmwire della telecamera (o di un altro device connesso alla rete).

Ogni giorno ci sono attacchi in rete che passano per i device connessi in rete, anche per fare attacchi tra stati, senza usare più carri armati o bombardieri.
Non è fantascienza.
La Cina ha rubato segreti di aziende americane, un furto che ha consentito di mettere sul mercato prodotti a basso costo, mettendo in crisi aziende americane.
Peggio ancora gli attacchi informatici sui prodotti militari.

Attacchi DDOS sono avvenuti in Estonia, anni fa, che è passata da computer.
Oggi gli attacchi passano tramite oggetti come il frigorifero di casa, con una potenza migliaia di volte più grande.

Stuxnet è l'arma inventata da USA e Israele per attaccare le centrali iraniane.
Nel 2015 il virus Black energy inventato dai russi è stato usate per attaccare le centrali energetiche.
Azioni di spionaggio ci sono state contro l'aereo F35, che hanno comportato un aumento di costi per gli USA.
Energia, chimica, logistica: tutte aziende che hanno subito furti di informazioni, finite poi in Cina e usate per colmare il gap tecnologico cinese.

Bruce Schneier, guru dell'informatica ha analizzato la mole di dati fornita da Snowden: per l'america passa una grosse mole di dati, molte aziende informatiche sono americane – dice l'esperto.
Questo rende più facile la vita agli spioni delle agenzie americane: quando scoprono una vulnerabilità però, non viene rivelata, ma è usata per sfruttarla contro gli avversari.

Così Wannacry ha prodotto tutti i disastri in Inghilterra, negli ospedali: la vulnerabilità era nota, ma la NSA si è tenuta il segreto, così poi qualcuno ha rubato il codice di questo strumento di spionaggio e lo ha usato per fare un attacco.

Sembra che le agenzie di spionaggio vogliano una rete debole per attaccare meglio gli avversari.
In America e anche nella Russia di Putin: qui gli hacker sono assoldati dai servizi di intelligence,per attaccare il partito democratico e passare poi i dati a Wikileaks.

La Cia colleziona sw con vulnerabilità prodotti in Russa, da lasciare in giro come impronte digitali.
La Russa invece è accusata di far circolare le bufale che hanno condizionato le recenti campagne elettorali: come quelle pro Trump (i cui elettori sono più facilmente condizionabili).

Report è andata nello studio di Russia Today: gli esperti della tv russa sono personaggi improponibili, come la signora, che lavorava nella banca mondiale che sostiene che il Vaticano è controllato da una specie particolare di uomo, homo capensis …

L'Europa e anche l'Italia intendono combattere le bufale con strumenti di controllo.

Ma chi controlla queste agenzie?

22 maggio 2017

Gli effetti collaterali delle guerre cibernetiche (e il Mose e il tracciamento nella vita quotidiana)

I rischi per i virus informatici, come siamo tracciati e monitorati nella vita quotidiana (anche quando pensiamo di non esserlo) e un aggiornamento sulla vicenda Mose.

Prima però, la pagina dedicata all'alimentazione: ad “Indovina chi viene a cena” Sabrina Giannini parlerà dei prodotti industriali con aromi ed addensanti fatti passare invece come “artigianali” (per esempio i gelati).
Una specie di truffa (e concorrenza sleale a chi fa veramente il gelato artigianale), ma tutto a norma di legge.



Gli effetti collaterali delle guerre cibernetiche
Scordatevi le guerre combattute coi carri armati e con gli eserciti di soldati in carne e ossa.
Le guerre moderne si combattono con altri strumenti e, peggio ancora, nemmeno si dichiarano più con dichiarazioni ufficiali alle ambasciate.
Sono guerre combattute a colpi di attacchi informatici, a colpi di fakenews, notizie false sparate in rete per screditare il leader (o aziende strategiche) di un paese avversario.
Le multinazionali affrontano i concorrenti rubando loro le informazioni e i brevetti.

Siamo vulnerabili quando andiamo siamo connessi alla rete e usiamo software non aggiornato o sistemi operativi non aggiornati: due settimane fa gli attacchi informatici agli ospedali inglesi dal virus Wannacry, che ne ha bloccato l'attività, hanno dimostrato quanto siano concreati questi rischi.
Ma siamo vulnerabili anche quando usiamo strumenti, nella vita quotidiana, che sono collegati alla rete.
Come la nostra web camera o la nostra lavatrice: nel caso di Wannacry, il virus ha sfruttato una vulnerabilità nota di Windows, scoperta dalla NSA (e per cui Microsoft aveva già messo sul mercato la patch) e tenuta segreta per essere sfruttata per spiare le persone.

La scheda del servizio: Voglio piangere, di Giuliano Marrucci (qui il promo)
Tutti i file sequestrati e la richiesta di pagare 300 dollari per il riscatto. È il ricatto subìto da oltre 370.000 tra enti pubblici, aziende e privati di 150 paesi i cui computer sono stati infettati nei giorni scorsi dal ransomware WannaCry. È un programma ostile con cui i cyber criminali hanno bloccato l'operatività di fabbriche, università e ospedali. Hanno potuto sfruttare una vulnerabilità di Windows che era stata già scoperta dalla Nsa, la National Security Agency statunitense, e che le era stata “soffiata” e messa all’asta sul mercato nero online. Giuliano Marrucci è andato in America a intervistare il guru della sicurezza informatica Bruce Schneier, che denuncia come proprio la Nsa renda internet meno sicuro: quando scopre una vulnerabilità di sistema, invece di avvertire Microsoft o gli altri produttori perché riparino il “buco” preferisce tenerlo segreto, per poterlo usare lei stessa strategicamente. Così tuttavia i varchi nella sicurezza rimangono aperti ed è solo questione di tempo perché si ritorcano contro di noi, utenti ignari della rete. Sono i danni collaterali delle guerre cibernetiche, che si combattono a nostra insaputa tra hacker di stato anche a colpi di notizie false su Facebook e Twitter ma, come vedremo, possono colpire anche attraverso la violazione del software della nostra lavatrice o telecamera “intelligente”. Un viaggio tra Russia e Stati Uniti per verificare chi è all’origine della pandemia di notizie false sui social e quale ne è l’impatto, tra propaganda e realtà.

Come tracciano le nostre abitudini

Il servizio di Giorgio Mottola parte da Londra, da un esperimento di Peter Warren, direttore di Future intelligence: veniva dato l'accesso ad un hot spot wifi, in una zona pubblica, a patto che venga ceduto al fornitore il primogenito.
In 6 avevano accettato la clausola dell'accordo: a testimonianza del fatto che nessuno legge le clausole prima di accettare un contratto.
PErché non si fanno clausole in pochi punti, semplici e comprensibili – si chiedeva il direttore Warren?
Perché l'obiettivo delle società di servizio è la caccia ai tuoi dati.
Come quando passeggi per una delle stazioni di Trenitalia e pensi di essere scollegato dalla rete e invece sei profilato da una webcam che ti osserva in cima ad un cartellone pubblicitario.
L'ingegnere informatico G. Pellerano ha scoperto come i cartelloni delle stazioni, dotati di telecamera, sono in grado di profilare gli utenti che si soffermano ad osservare le pubblicità.
Dove finiscono questi dati? Ad una società di pubblicità che dal profilo (sei maschio e hai trent'anni) ti propone una pubblicità di rasoi da barba..
Dal 2014 Trenitalia ha firmato un accordo con Quividi, società francese ma fondata da un italiano: il loro sw è in grado di riconoscere l'età delle persone, l'umore, per dare la pubblicità migliore.

Quando navighiamo siamo invece tracciati coi cookies: con questi strumenti chi gestisce un sito sa cosa guardiamo e cosa ci interessa.
è obbligatorio segnalarlo, per legge, ma se noi non li accettiamo, questi strumenti tracciano la nostra attività lo stesso.

Tutto regolare, almeno per la legge: ma sono i nostri dati ed è bene che questi non siano usati per scopi fraudolenti (o per discriminarci senza che ne siamo consapevoli). Succede ogni giorno, quando accediamo ad un sito, quando postiamo qualcosa sui social ..

La scheda del servizio: Sorvegliati speciali di Giorgio Mottola (qui una anticipazione)
Avete presente il film “Minority Report” del 2002, con Tom Cruise che cammina in un centro commerciale e i monitor pubblicitari che lo riconoscono e lo bombardano di pubblicità personalizzata? Sembrava fantascienza invece ormai ci siamo. Anche nelle nostre stazioni e aeroporti, per strada o davanti alle vetrine, si può già notare il piccolo occhio di una telecamera appena sopra il monitor pubblicitario. Ci stanno osservando mentre guardiamo l’annuncio e provano a capire dalle nostre reazioni quali potrebbero essere i nostri gusti. Lo chiamano data mining e vuol dire che dovunque ti giri c’è qualcuno che cerca di sapere i fatti tuoi per venderti qualcosa. I dati sono il petrolio della nostra era, moltiplicano i profitti delle aziende che li possiedono e tutti ne sono alla ricerca. Le applicazioni sono gratis, l’uso dei social è gratis solo perché il prodotto siamo diventati noi, con le nostre informazioni personali che lasciamo in giro sul web, nei profili social e mentre usiamo i nostri smartphone. Le compagnie che si occupano di dati sono in grado di elaborare un profilo psicologico di qualunque utente e adoperarlo per venderci mutui, viaggi, automobili o qualsiasi altro prodotto. Compreso un candidato per le elezioni politiche. Ma la profilazione ha ormai superato le barriere del mondo virtuale di internet. Se qualsiasi società può accedere liberamente alle nostre informazioni personali, in alcuni casi la vita può trasformarsi in un inferno. È quello che è successo ad alcune persone il cui nome è finito su World Check, il database di soggetti a rischio più grande del mondo di proprietà dell’agenzia di stampa Thomson Reuters. Contestualmente alla messa in onda renderemo disponibile online un sito realizzato ad hoc per analizzare come, da chi e quanto sono profilati gli utenti dei siti più diffusi in Italia.

In alto mare di Luca Chianca

Il Mose, quel mose degli scandali, dei sopra costi, delle mazzette, del controllore assente, non bloccherà l'acqua alta a San Marco (qui l'Espresso in un articolo dove si parlava dei rischi della struttura).
E allora per cosa abbiamo speso a fare 5 miliardi di euro?

La scheda del servizio: In alto mare (qui una anticipazione)

Report torna a occuparsi del Mose che sta per "Modulo sperimentale elettromeccanico", ovvero il sistema di 79 paratoie mobili sommerse che in caso di acqua alta eccezionale dovrebbero sollevarsi per proteggere Venezia. Quando lo finiscono? E funzionerà? Come stanno andando le cose, a tre anni dall'indagine della Procura di Venezia che nel 2014 scoperchiò un sistema di corruzione, travolgendo controllori, controllati, politica locale e nazionale? Lo Stato finora ha speso 5 miliardi e 493 milioni di euro per un'opera che secondo le promesse sarà consegnata solo nel 2021, con una decina di anni di ritardo sui tempi stabiliti. Ma già oggi ci sono problemi e l'esperimento rischia di costare al contribuente una fortuna in manutenzione: dai 30 ai 100 milioni l'anno, perché il progetto prevede che ognuna delle 79 paratoie venga tirata su dall'acqua, portata all'Arsenale, ridipinta e rituffata in laguna. Non si sa nemmeno chi gestirà il Mose e il progetto nasce sbagliato perché piazza San Marco, dopo tutti i soldi spesi, andrà comunque sempre sott'acqua.

Paese di esperti di cose di mafia

Italia paese di navigatori, santi, allenatori e ora anche di esperti di cose di mafia.
L'anniversario dell'attentato al giudice Falcone ha risvegliato nella Rai l'interesse (sopito nel resto dell'anno) per la guerra alla mafia e nel ricordare quanti in questa guerra hanno perso la vita.
All'improvviso nelle trasmissioni si parla di maxi processo, di pool antimafia, di Ufficio Istruzione (nel vecchio ordinamento giudiziario la magistratura inquirente era divisa in giudici istruttori e procuratori della Repubblica). All'improvviso irrompono in tv le immagini di Falcone e Borsellino anzi, "falconeeborsellino" scritto tutto attaccato, così si risparmia.
Se fosse ancora vivo, Falcone, direbbe con quel suo sorriso sornione che non si può combattere la mafia a corrente alternata.
Specie se si vuole veramente sconfiggere cosa nostra.

E non ridurre l'antimafia solo ad una questione di celebrazioni sterili, discorsi pieni di retorica ed eroi. 
Perché Falcone (e Borsellino e Chinnici e Cassarà e Costa ...) non volevano fare gli eroi: semplicemente intendevano applicare la legge, uguale per tutti, anche nei confronti dei boss, dei bancheri che li aiutavano a far girare i soldi, dei politici come Ciancimino o Lima che prendevano voti in cambio di protezione ..

Falcone, per esempio, avrebbe voluto diventare capo dell'ufficio istruzione per continuare il lavoro di Caponnetto, approfondire le indagini sui delitti politici (Mattarella, Dalla Chiesa, Reina), aprire il capitolo dei rapporti tra mafia e massoneria (e Gladio, poi).
Ma il CSM gli preferì il più anziano Meli: più anziano ma meno esperto.

Nel libro l'Assedio, Bianconi racconta della reazione di Falcone a questa notizia: di fronte alla consigliera Contri disse
"ma lo avete capito che mi avete consegnato alla mafia? Che ora la mafia può colpirmi perché anche i miei [i magistrati] non mi vogliono".

Ieri sera ho seguito il confronto del vice presidente Legnini con Minoli su La7: ecco, sarebbe interessante rileggere i fatti di oggi, le polemiche sulle inchieste che toccano esponenti politici, gli attacchi ai magistrati, il tifo da stadio che si scatena pro o contro un'inchiesta alla luce di quanto è già successo.
Perché anche oggi ci sono troppi magistrati lasciati soli, senza tutele da quel CSM che Legnini presiede come vice.
Da Di Matteo a Woodcock.

Anche oggi ci si schiera, pro o contro, si usa un'inchiesta (e un magistrato) per battaglie politiche pro o contro un partito.
Boccassini (il magistrato milanese) indaga su Silvio e le sue cene? Brava Ilda.
Pignatone apre il fascicolo su Mafia capitale? Bene, avanti così.
Woodcock apre un fascicolo sull'inchiesta Consip? Attacco alla democrazia.

E lo stesso vale ad ogni prescrizione, ad ogni assoluzione nei processi ad un esponente politico.
E ora chi paga? Come se gli unici processi buoni sono quelli che si concludono in condanne.
Come se non esistessero già strumenti per rivalersi in caso di errori giudiziari.
Perché ancora oggi non si riesce a tenere separati gli aspetti penali, che seguono i magistrati, da quelli di opportunità politica.

E gli espempi da questo punto di vista non mancano, dal caso Guidi alla storia dei rolex per arrivare alle amicizie pericolose di certi partiti al sud.

21 maggio 2017

Lo specchio riflesso delle fake news

Alla scuola politica intitolata a Pasolini, il segretario del Partito democratico ha fatto un discorso sulle fakenews, usando la metafora dello specchio e dell'immagine.

L'inchiesta Consip? Solo una storia di un magistrato che si è inventato un reato e di un capitano dei carabinieri che falsifica le prove.

L'aereo di Stato costato 160ml? Ma io non l'ho mai usato ..

Qual è lo specchio e quale l'immagine reale? L'aereo è costato al contribuente italiano, pur rimanendo fermo. E l'inchiesta Consip parte da una presunta tangente, dalle cimici per scoprire le prove della corruzione che sono state rivelate ai dirigenti Consip che hanno fatto anche i nomi di chi ha causato la fuga di notizie.

Ieri Renzi era a Milano ma non ha partecipato alla manifestazione organizzata da una miriade di organizzazioni sull'accoglienza.
Da che parte sta Renzi?
La mia impressione è che nella rincorsa a Grillo e Salvini si sia già schierato tra quelli dell'insicurezza percepita, del rinchiudiamo gli immigranti in posti lontano dai nostri occhi.
Il tutto mentre a Milano, a sfilare assieme a migliaia di persone c'erano anche persone dello stesso PD, come Sala e Majorino.


E veniamo alla manifestazione di Milano "insieme senza muri": vorrei che i tanti che si sono scandalizzati per la pubblicazione delle intercettazioni di Berlusconi, pardon, di Renzi e del padre, provassero un minimo di vergogna per i titoli die giornali di destra di ieri e oggi.



Sfilano per i delinquenti

Ricchi in piazza soci dei migranti ..

Il messaggio è chiaro e si inserisce benissimo nel discorso della realtà percepita, dove si alimentano paure e timori scrivendo notizie false.
Stare dalla parte dell'accoglienza e di chi salva le vite in mare non significa stare dalla parte dei criminali.
Criminali come i mafiosi, come le persone che compiono frodi fiscali, per fare due esempi non a caso.

E in merito ai ricchi: cosa ci stanno dicendo Feltri (e Belpietro e tutti gli altri)? Che i ricchi devono solo difendere i ricchi (come per esempio le multinazionali che possono eludere il fisco) e dei poveri invece se ne devono occupare solo i poveri?

Perché non ve li portate a casa vostra questi immigrati, se vi piacciono tanto?
Ecco, a questa idiozia, basta rispondere così: ma tu, quanti poveri italiani stai aiutando a casa tua?

Su Repubblica Rumiz ha scritto un bel pezzo su Repubblica (che trovate qui): il sillabario anti razzista e la preghiera da rivolgere a quelli che dicono “io non sono razzista ma”, che incontriamo tutti i giorni, per strada, sul treno, facendo la fila al supermercato.
La preghiera
«Prego perché tuo figlio non debba mai finire dietro un reticolato e perché tu non debba mai essere guardato come un miserabile. Prego Iddio che il tuo denaro e il tuo passaporto non siano mai rifiutati come carta straccia da un agente di polizia. Invoco il Signore perché i tuoi nipotini non debbano passare inverni nel fango, sotto una tenda, a mezzo chilometro da un cesso comune, con gli scorpioni e i serpenti che si infilano nelle loro coperte. Prego perché il tuo focolare non si riduca a un mucchietto di legna secca e il tuo unico contatto con la famiglia lontana sia il telefonino. Prego soprattutto perché tu non debba mai udire, rivolte a te, parole come quelle che hai appena pronunciato».
L’augurio
«Vorrei che tu non diventassi mai un miserabile, perché lo si diventa in un attimo. Basta molto meno di una guerra. È sufficiente un terremoto, un’alluvione. Una malattia, un tradimento, una truffa, un divorzio, un licenziamento, un bancomat che si nega allo sportello. Mio nonno emigrò per fame in Argentina, fece fortuna, poi la banca con tutti i suoi risparmi fallì e lui morì di crepacuore a quarant’anni, lasciando la famiglia in miseria. Oggi è peggio. Si diventa superflui per un nonnulla. Ti licenziano con un Sms. Anche senza emigrare».

Questo auguro ai signori razzisti, difensori dei forti e spietati coi deboli e con gli ultimi.
Vi auguro un giorno di stare dalla parte sbagliata della storia, della geografia, del manganello, del muro, del filo spinato.

Prima o poi capiterà.
E poi ne riparliamo, di diritti, di solidarietà.

20 maggio 2017

L'assedio, troppi nemici per Giovanni Falcone di Giovanni Bianconi

Il difficile viene adesso. 
Il nome ufficiale era Stay behind, che letteralmente significa «stare dietro»; sottinteso: le linee dell'ipotetico invasore dell'Est comunista, da scompaginare attraverso la rete clandestina di patrioti addestrati a sabotare e resistere. Un'operazione imbastita dall'Alleanza atlantica a metà degli anni cinquanta, ma in Italia nessuno ne ha saputo niente- tranne pochi governanti e ufficiali del servizio segreto militare – finché il Presidente del Consiglio Giulio Andreotti l'ha resa pubblica, a ottobre 1990. Chiamandola col nome «Gladio», dal simbolo della piccola spada a doppia lama contornata dal motto Silendo libertatem servo, «in silenzio servo la libertà».Da quel momento cominciarono ad inseguirsi interrogativi e polemiche, come sempre quando si intrecciano politica e trame occulte, nel paese a «sovranità limitata» imposta dagli americani. Stavolta c'era di mezzo anche la Cia e i depositi nascosti di armi ed esplosivi, quanto bastava per alimentare dubbi su possibili collegamenti con le bombe che hanno condizionato la vita pubblica dal dopoguerra in avanti.[..]Oggi però, Falcone è concentrato su altro.

Fine gennaio 1992: il libro di Giovanni Bianconi parte da questa data, fondamentale per la storia della lotta alla mafia. La data in cui la Suprema corte di Cassazione confermò le condanne in primo grado del maxi processo di Palermo.
Il processo istruito dal pool di Palermo, Caponnetto, Falcone, Borsellino, Di Lello che per la prima volta mandava alla sbarra i capi mafia e non solo i gregari, accusandoli non di singoli reati, ma di far parte di una struttura criminale unitaria e verticistica che aveva coordinato i reati loro imputati.
A 25 anni dalla strage di Capaci del 23 maggio 1992, che segnò l'inizio della guerra dei corleonesi allo Stato, una sfida alle condanne del maxi, il giornalista del Corriere ricostruisce gli ultimi anni del giudice Giovanni Falcone, in un racconto che segue due binari.
Da una parte il commando di mafiosi che su ordine di Totò Riina, in un clan ristretto, organizzano la vendetta contro Falcone inseguendolo fino a Roma. Dove Falcone andò a lavorare, al ministero della Giustizia, lasciata la procura di Palermo nel 1991, continuando la sua battaglia alla mafia su un altro fronte.
L'altro binario è la storia, amara, di un giudice troppo bravo e preparato per essere premiato in un incarico direttivo.
Pochi altri magistrati come Falcone (e Borsellino) sono stati così attaccati, vittime di invidie e ingiurie da vivi, quanto idolatrati come eroi da morti.
Il libro di Bianconi non è solo una storia di un giudice, infatti: è un nodo al fazzoletto, per ricordare a tutti noi tutte le sconfitte, i bocconi amari da digerire, gli attacchi sui giornali da politici e dagli stessi colleghi delle altre procure o del CSM (il parlamentino dei giudici).

La sentenza della Cassazione del 2004, sulla strage di Capaci, li mette nero su bianco questi attacchi, questo assedio in cui Falcone fu costretto, stretto da una parte dalla mafia, che lo considerava un morto che cammina e dall'altra parte i politici che lo considerarono prima comunista, poi democristiano, poi socialista...
Non vi è alcun dubbio che Giovanni Falcone - certamente il piú capace magistrato italiano - fu oggetto di torbidi giochi di potere, di strumentalizzazioni a opera della partitocrazia, di meschini sentimenti di invidia e gelosia (anche all'interno delle stesse istituzioni), tendenti a impedirgli che assumesse quei prestigiosi incarichi i quali dovevano, invece, a lui essere conferiti sia per essere egli il piú meritevole, sia perché il superiore interesse generale imponeva che il crimine organizzato fosse contrastato da chi era indiscutibilmente il piú bravo e il piú preparato, e offriva le maggiori garanzie - anche di assoluta indipendenza e di coraggio - nel contrastare, con efficienza e in profondità, l'associazione criminale”.

Non aveva contro solo la mafia, che lo considerava come il suo principale nemico: contro Falcone si schierò un fronte ampio che partiva dal CSM, che bocciò la sua domanda per prendere il posto di Caponnetto, come capo dell'Ufficio Istruzione, per proseguire il lavoro contro cosa nostra, perché era un giudice troppo famoso, troppo “protagonista” per le sue apparizioni in tv e sui giornali.
Contro aveva anche quanti pensavano di usare la magistratura per le loro battaglie politiche, per sbarazzarsi di quegli esponenti della politica troppo chiacchierati, per i loro legami con la mafia.
Come Salvo Lima, a capo della corrente andreottiana della DC in Sicilia.
Fu accusato di tenere certi fascicoli nei cassetti, sui delitti politici avvenuti in Sicilia: La Torre, Dalla Chiesa, Mattarella, Reina.
Eppure Falcone aveva ben chiaro quale fosse il discrimine tra comportamenti penalmente rilevanti e comportamenti poco opportuni per un politico, ma che non costituiscono necessariamente un reato. Due questioni da tenere ben distinte: l'avvocato Galasso e l'ex sindaco Leoluca Orlando firmarono un esposto contro Falcone, accusato di essere un insabbiatore (si riferivano alle parole del pentito Mannoia, per esempio, dove parlava dei rapporti di Lima col boss Stefano Bontade): a queste accuse Falcone dovette rispondere di fronte al CSM: per imbastire un processo servono prove di reato, non bastano le illazioni o i presunti rapporti
“Bisogna stare attenti a non confondere la politica con la giustizia penale. In questo modo l'Italia, pretesa culla del diritto rischia di diventarne la tomba”

Sono valutazioni che ancora oggi tornano, quando escono sui giornali notizie di inchieste che coinvolgono politici: la distinzione tra garantismo e questioni di opportunità, la distinzione tra reato penale e comportamenti censurabili come politico:
Analisi e riflessioni che sarebbero tornate da attualità negli anni nei lustri successivi, con Falcone morto, sepolto, onorato e riverito, molte volte senza rammentare ciò che sosteneva in vita. Per esempio che per evitare l'imbarbarimento della Giustizia piegata gli interessi politici, e per evitare di fornire i politici pretesti per le loro frequentazioni sospette attraverso procedimenti penali archiviati o conclusi con inevitabili assoluzioni, fosse meglio tenere distinti due piani: una cosa sono i processi con loro regole e finalità, da rispettare sempre; un'altra le considerazioni sulla liceità o meno di certi comportamenti, che fuori dalle inchieste possono avere un diverso metro di giudizio.

Bianconi cita un episodio particolare, durante la trasmissione Maurizio Costanzo Show, in cui Orlando chiede a Falcone, con una certa malizia, come mai Lima sia ancora libero.
Nonostante le voci. Nonostante i pentiti come Giuseppe Pellegriti che avevano accusato Lima di essere il mandante dei delitto politici.
Falcone, che aveva invece incriminato Pellegriti per calunnia, rispose “Lo sapevano tutti”:
A che sarebbe servito ribadire che certe conoscenze o frequentazioni, così come affermazioni non supportate da riscontri, non sono sufficienti a imbastire un processo mentre lo sarebbero per un giudizio politico anche molto netto? E che però è magistrati spetta di fare i processi, chiedere o pronunciare condanne o assoluzioni, non elargire giudizi o considerazioni politiche?
A proposito degli ambigui legami di Lima si limitò replicare: «lo sapevano tutti».
Come dire che ce n'era abbastanza, a disposizione di tutti, per trarre conclusioni di convenienza sul piano etico e politico.

Aveva le sue idee Falcone e non si faceva scrupolo nel raccontarle, sui giornali e negli incontri pubblici, anche in televisione.
Sul famoso “Terzo livello”, ovvero la struttura superiore alla cupola, che dava ordini alla mafia:
Anche davanti al Csm Falcone dovete tornare a spiegare l'inconsistenza delle ipotesi sul cosiddetto «terzo livello»: «non esistono vertici politici che possono in qualche modo orientare la politica di Cosa Nostra.
E' vero esattamente il contrario. Il terzo livello inteso quale direzione strategica formata da politici, capitani di industria eccetera, che orienta Cosa Nostra, esiste solo nella fantasia degli scrittori, non esiste nella pratica. [..]Magari ci fosse un terzo livello! Basterebbe James Bond per toglierci lo di mezzo. Ma purtroppo non è così. Abbiamo rapporti molto intensi molto ramificati e molto complessi».Si riferiva a collusioni, convergenza di interessi, politici a disposizione della mafia.
Ma per imbastire indagini utili a scoperchiare quelle realtà ancora indimostrate sul piano giudiziario, sarebbe servito unità di intenti e un metodo di lavoro che purtroppo si seguitava a non voler applicare.
«La mafia non si può combattere a correnti alternate», ricordò Falcone.

Sul “gioco grande”, inteso come livello di indagine in cui si arriva a rischiare la vita perché si sono toccati nodo troppo delicati, per esempio nel rapporto mafia-politica (e la loro convergenza di interessi, nei voti, negli appalti) o nel rapporto tra mafia e finanza.
Sul come la mafia (e i colletti bianchi dentro la zona grigia in “contiguità” con essa) prima tenda a infangare le sue vittime, per isolarle, per poterle poi colpire.
Lo scrisse nelle ultime righe del libro “Cose di mafia”, scritto assieme alla giornalista francese Marcelle Padovani:
«… credo sia incontentabile che Mattarella, Reina, La Torre erano rimasti isolati a causa delle battaglie politiche in cui si erano impegnati. Il condizionamento dell'ambiente siciliano, l'atmosfera globale hanno grande rilevanza nei “delitti politici”: certe dichiarazioni, certi comportamenti, valgono individuare la futura vittima senza che la stessa se ne rende nemmeno conto. Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande.
Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si e privi di sostegno».
Giovanni Falcone sapeva bene di essersi infilato in un gioco grande una partita cominciata a Palermo è ancora in corso a Roma ...

Non è un caso se lo stesso capo mafia, Nino Giuffrè, anni dopo davanti ai giudici, sulla campagna di delegittimazione di Falcone abbia utilizzato una metafora simile:
... succede che la mafia piano piano mette in cattiva luce quel personaggio lo isola e quando è solo contro tutti viene ucciso”.
Isolato come Falcone, isolato come Libero Grassi, l'imprenditore palermitano che si era rifiutati di pagare il pizzo al “geometra Anzalone” e che era stato lasciato solo. Dai colleghi, dall'associazione di categoria locale, dalla politica regionale.

Soprattutto, dopo anni di esperienza a Palermo, al pool di Chinnici e Caponnetto, Falcone aveva maturato le sue idee per contrastare cosa nostra, attraversa la “super procura” antimafia, la Direzione Nazionale Antimafia, e la Dia, un corpo che aveva al suo interno polizia carabinieri e Guardia di Finanza specializzato nella lotta al crimine. A capo della DNA, il Super procuratore antimafia, posto per cui Falcone si era candidato:
niente più inchieste parcellizzate sul territorio, quindi, né affidate a strutture inadeguate e senza esperienza, con visioni diverse tra loro, bensì una risposta giudiziaria unitaria e proprio per questo coordinata dalla DNA, incasellata presso la Procura Generale di Cassazione.
Destinata a verificare l'attività delle procure distrettuali, elaborare strategie investigative, raccogliere fornire indicazioni e gli uffici periferici, mantenere un collegamento con Governo e Parlamento per formulare indirizzi di carattere generale.
Destinata a verificare l'attività delle procure distrettuali, elaborare strategie investigative, raccogliere fornire indicazioni e gli uffici periferici, mantenere un collegamento con Governo e Parlamento per formulare indirizzi di carattere generale.
In caso di incompetenza o inerzia delle procure distrettuali, la DNA avrebbe potuto avocare le inchieste e condurle direttamente.
Una piccola rivoluzione nel segno delle esigenze individuate proprio da Falcone durante la sua esperienza investigativa, per evitare le disfunzioni del passato; prima e fare tutte la polverizzazione delle indagini.
Che però comportava un balzo in avanti talmente ampio, soprattutto nei rapporti tra potere giudiziario e potere politico, da infondere non poche preoccupazioni nella grande maggioranza delle toghe.

Queste sue idee, che divennero proposte di legge del governo Andreotti e del ministro Martelli, suscitarono enormi polemiche nel mondo delle toghe.
La perdita di indipendenza da parte della magistratura, per il rischio di controllo da parte dell'esecutivo sulle inchieste sulla criminalità organizzata.
Il rischio di minare il principio dell'obbligatorietà dell'azione penale.
La perdita di libertà di indagine, da parte dei magistrati nelle varie procure nel territorio.
E l'accusa più grave di tutte: essersi venduto al potere politico, essere diventato uno strumento nelle mani dei socialisti (i socialisti della Milano da bere dei Tognoli e Pilliteri, che di lì a poco sarebbe scoppiata Tangentopoli).
Non essere più un giudice indipendente.
Va ricordato ancora: Falcone andò a Roma, a dirigere l'Ufficio Affari Penali del ministero di Giustizia (a fianco di Liliana Ferraro, Loris D'Ambrosio, Livia Pomodoro e Piero Grasso) perché aveva capito che a Palermo non avrebbe potuto più portare avanti il suo lavoro, sebbene la promozione a procuratore aggiunto.
Dovendo scegliere tra Palermo e la Roma di Martelli e Andreotti, Falcone decise di provarci: la lotta alla mafia poteva essere fatta anche incidendo sulle leggi con cui i magistrati operavano, nel loro lavoro.
Leggi tese alla specializzazione delle indagini, per cui dovevano esistere magistrati specializzati in indagini finanziarie e altri in indagini sulla droga. Per cui, entro certi limiti, è corretto che ci sia una separazione di carriere tra pm e giudici, per il diverso tipo di lavoro.
Sulla perdita di indipendenza, giova ricordare che nei corpi di polizia esistevano già reparti specializzati nel contrasto alla criminalità, come il Ros dei carabinieri o lo Sco. E carabinieri e polizia erano sottoposti alle dipendenze di ministri ed esecutivo.
Il problema secondo Falcone, resta la specializzazione e lo sfruttamento razionale delle risorse a disposizione: «Se non si riuscirà a compiere un salto di qualità sul piano organizzativo e della professionalità, imposto dalla gravità e complessità della situazione, sarà vano continuare a parlare di riforme legislative destinate a imboccare la strada delle grida di manzoniana memoria».
Leggendo le pagine de l'Assedio, sembra di vederlo Falcone, nel suo lavoro di tutti i giorni, perennemente scortato, e l'amarezza nel leggere gli attacchi di colleghi. O articoli come quello uscito sull'Unità del giurista Alessandro Pizzorusso, membro laico del CSM per conto del PDS (e MD, la corrente di sinistra si dimostrò tra le più ostili per la nomina di Falcone alla DNA):
“Martelli continua instancabile nel tentativo di svuotare il CSM. Il principale collaboratore del ministro non da più garanzie di indipendenza”.

Comunista quando indagava sulla DC di Ciancimino e Lima, poi socialista con Martelli. Falcone troppo legato a Martelli, dunque non più indipendente.
Troppi pregiudizi, troppe malignità anche gratuite contro un magistrato che aveva già rischiato la vita dopo il fallito attentato all'Addaura.
Anche da parte dei magistrati milanesi, ricorda Bianconi, nemmeno loro che stavano indagando sul psi milanese, si fidavano più di lui.
In questo clima di ostilità, di quasi solitudine, usato come strumento di battaglie politiche, Bianconi racconta gli ultimi mesi di vita di Falcone.
Alternando le pagine della sua vita romana, lo scontro tra ministero e CSM, la fine del governo Andreotti, le elezioni anticipate e il ciclone di Mani pulite.
I giochi per il Quirinale, con le ambizioni di Andreotti, per il finale della sua carriera …

Dall'altra parte i mafiosi di Riina che, anziché Roma, decidono di colpire Falcone in Sicilia: “Abbiamo trovato cose più grosse giù”, dice Riina ai suoi.
Uno dei misteri sulla strage di Capaci, ancora senza risposta.
Come ancora poco chiaro il contesto di quei mesi in cui i corleonesi, per dimostrare alle altre famiglie la loro forza, alzano il livello dello scontro.
Tagliando i “rami secchi”, quei politici che non avevano rispettato i patti, bloccando il processo in Cassazione e bloccando l'azione di Falcone al ministero.
Salvo Lima 12 marzo.
E poi il maresciallo Guazzelli, con cui si era confidato il ministro DC Calogero Mannino: “il prossimo sono io” gli aveva confidato.
Le rivendicazioni della Falange Armata, la lettera di Elio Ciolini dal carcere di Bologna in cui anticipava la stagione di attentati, le connessioni tra logge, eversione nera e i famigerati “poteri occulti” per destabilizzare l'Italia, con l'obiettivo di arrivare ad un nuovo ordine.
Dopo il crollo del muro di Berlino.
Dopo la fine dei partiti della Prima Repubblica.

Il 23 maggio 1992, alle 17.56, all'altezza di Capaci, la Croma bianca dove viaggiava Falcone viene investita dall'esplosione di 200 kg di esplosivo (procurato dalle cave e dalle bombe inesplose della guerra).
L'auto davanti della scorta salta per aria e verrà ritrovata più tardi, con dentro i tre corpi carbonizzati di Vito Schifani, Antonio Montinari e Rocco Dicillo.

Il racconto si ferma qui, con le due stragi che segnano la fine della prima repubblica, l'inizio della fine del comando di Riina in cosa nostra, la fine di una stagione della lotta alla mafia.
Un'occasione mancata.
Perché se è vero che gli esecutori della strage sono stati arrestati e condannati, la guerra alle mafie non è stata vinta.
Non solo perché la mafia ha cambiato pelle o perché nel corso degli anni i governi hanno condotto il contrasto alla criminalità organizzata a “correnti alternate” (usando le parole di Falcone).
Molte delle considerazioni del magistrato sono ancora valide: sulla separazione dei ruoli tra azione della magistratura e azioni (di responsabilità, di argine, di prevenzione) della politica e dei partiti.
Ancora oggi l'azione dei magistrati viene strumentalizzata per guerre la cui superficie si intuisce solamente.
Ancora oggi succede a magistrati, a esponenti politici o della società civile succede di ritrovarsi improvvisamente soli, nel gioco grande.

A Falcone la credibilità che i suoi stessi nemici avevano tolto, paradossalmente è stata a lui restituita dalla stessa mafia:
Nello studio della trasmissione Babele, dove presentava il suo libro, una spettatrice in studio citò la frase del suo libro per cui la solitudine precede la morte per mano mafiosa. E chiese a Falcone:
Giacché lei è fortunatamente ancora fra noi, chi la protegge?Il giudice riuscì a reprimere un moto di stizza, e replicò con un'altra domanda: - Questo significa che per essere credibili bisogna essere ammazzati in questo paese?”


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La sentenza della Cassazione
«Non vi è dubbio che Giovanni Falcone fu sottoposto a un infame linciaggio - prolungato nel tempo, proveniente da piú parti, gravemente oltraggioso nei termini, nei modi e nelle forme - diretto a stroncare per sempre, con vili e spregevoli accuse, la reputazione e il decoro professionale del valoroso magistrato. Non vi è alcun dubbio che Giovanni Falcone - certamente il piú capace magistrato italiano - fu oggetto di torbidi giochi di potere, di strumentalizzazioni a opera della partitocrazia, di meschini sentimenti di invidia e gelosia (anche all'interno delle stesse istituzioni), tendenti a impedirgli che assumesse quei prestigiosi incarichi i quali dovevano, invece, a lui essere conferiti sia per essere egli il piú meritevole, sia perché il superiore interesse generale imponeva che il crimine organizzato fosse contrastato da chi era indiscutibilmente il piú bravo e il piú preparato, e offriva le maggiori garanzie - anche di assoluta indipendenza e di coraggio - nel contrastare, con efficienza e in profondità, l'associazione criminale».Dalla sentenza della seconda sezione Penale della Corte di Cassazione. Roma, 6 maggio 2004.

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