16 luglio 2018

Il giorno (mancato) dei sovranisti

Questi in Russia potevano essere come i mondiali del 36, il trionfo di Hitler.
Ma alla fine è mancato il Jesse Owens che rendesse questi mondiali unici.
Il prestigio di Putin comunque si è accresciuto se, come dicono i sondaggi, molti italiani vorrebbero essere governati da lui (certo, quella foto sotto l'ombrello offusca un po' l'immagine da uomo duro).


O dal sosia in minore, il ministro Salvini. Che non è volato in Russia con un volo di Stato, ha tenuto a precisare.
Ma è sempre andato a farsi un fine settimana di piacere sperando nella vittoria della Croazia.

Un po' poco per quel cambiamento che la gente si aspettava.
Perché va bene essere dalla parte dei cittadini. E i produttori delle armi sono cittadini come gli altri.
Ma ci sono anche le vittime delle armi.
Non sono italiani anche loro?

15 luglio 2018

Sabbia nera, di Cristina Cassar Scalia



Incipit
La Muntagna s'era risvegliata quella mattina. Una nube nera densa di cenere incombeva sulla città, avvolgendola. Nei momenti di silenzio, i boati si udivano persino dal mare, a metà tra il rombo di un tuono e il botto di un fuoco d'artificio attutito dalla distanza.La sabbia veniva giù senza requie, formando per terra un tappeto scricchiolante e scivolando sugli ombrelli aperti, rimediati qua e là da venditori ambulanti prontamente apparsi per le strade, come in un giorno di pioggia improvvisa.

E' siciliana anche lei, come il più noto collega Montalbano: di Palermo per la precisione, anche se ora presta servizio alla Mobile di Catania la città dell'Etna, dopo anni a Palermo e una parentesi alla Mobile di Milano. Si tratta del vicequestore di Polizia Giovanna Guarrasi: come Montalbano Ama la buona cucina, ama leggere e ama soprattutto i film ambientati in Sicilia, anche quelli vecchi.
Non apprezza la vita mondana, l'attività fisica e gli atteggiamenti maschilisti che è costretta a subire.
Ma Giovanna Guarrasi non è la versione femminile del commissario di Vigata: è una poliziotta tosta, tenace, con un passato importante, all'antimafia a Palermo e poi contro la criminalità milanese.
Un passato che viene raccontato poco alla volta, un passato che ancora brucia e che non ama tirare fuori.
La morte del padre, ispettore di Polizia. L'attentato contro quel magistrato con cui lavorava e a cui si era legata.
La fuga a Milano prima e, per non rimanere lontano dal mare, a Catania.
Questa è Giovanna Guarrasi, chiamata Vanina (per una citazione cinematografica), ora alla sezione crimini contro la persona della Mobile di Catania.
La sommità dell'Etna assomigliava ad un braciere che vomitava fuoco, sovrastato da una colonna di cenere e lapilli.

E il caso che deve seguire ora, mentre la sabbia nera dell'Etna ricopre la città, è proprio un omicidio: anzi per la precisione è di un cadavere mummificato che si deve occupare.
Si tratta del cadavere di una donna trovata morta in un montacarichi dentro una vecchia villa a Sciara, sopra la città, scoperto per caso da Alfio Burrano, nipote della proprietaria della villa, la signora Teresa Burrano.

«Di scenari raccapriccianti, nella sua carriera, il vicequestore Giovanna Guarrasi ne aveva visti assai: uomini incaprettati e bruciati vivi, cadaveri cementati dentro un pilastro, gente sparata, accoltellata, strangolata e via dicendo. Ma l'immagine che le apparve quella sera si poteva descrivere solo con un termine, da lei vilipeso e definito "da romanzo gotico". Macabra. Abbandonato di sghimbescio sul pavimento di un montavivande di un metro e mezzo per un metro e mezzo, giaceva il corpo mummificato di una donna. Il capo, con ancora i resti di un foulard di seta, era piegato a novanta gradi su un cappotto di pelliccia che copriva un tailleur dal colore indistinguibile; appese al collo, tre collane di lunghezza diversa. Sparsi attorno al cadavere, una borsetta, un beauty case di quelli rigidi che si usavano una volta, una bottiglietta di colonia senza tappo e una scatola metallica che aveva tutte le sembianze di una cassetta di sicurezza».

Uno scenario raccapricciante per un delitto, perché di delitto si parla: difficilmente una persona si infilerebbe dentro un montacarichi da sola, se non costretta, la cui apertura per di più era stata occultata da una credenza.
Ma uno di quei delitti che costituiscono una rogna: dall'analisi dei vestiti della vittima (di lusso e di antica foggia), del contenuto della sua borsetta (l'acqua di colonia e la brillantina), gli investigatori capiscono di trovarsi di fronte ad un corpo rimasto lì per almeno 50 anni.
E non è la sola cosa strana di quella storia: nella stessa villa, nel 1959, era stato ucciso Gaetano Burrano, il marito della signora Teresa, lo zio di Alfio.
Un personaggio ambiguo Gaetano: fimminaro, sempre attorniano da belle donne e in affari con un altro personaggio “ambiguo” se non peggio, Masino di Stefano. Che di quel delitto fu accusato e condannato.
Per una questione di soldi rubati alla vittima, per un affare, quello dell'Acquedotto da costruire nella zona in cui era interessata anche la mafia.

Perché al vicequestore Guarrasi, in realtà, le rogne piacevano. Assai. E più la impegnavano, più le toglievano il sonno, più le divoravano giorni di ferie e domeniche, più lei ci si buttava dentro. Anima e corpo.

Ad altri poliziotti verrebbe subito la voglia di mollare il colpo, chiedere l'archiviazione del caso e occuparsi di altro. Di qualche cadavere più “recente”: ma non è il caso di Vanina che si getta, anima e corpo, in quel caso del passato che la intriga.
Perché, confrontandosi coi suoi collaboratori, come l'ispettore Spano, la mente storica della Mobile, in quel caso c'è qualcosa che non torna.
E' un caso che nella stessa villa, forse a distanza di pochi anni, siano avvenuti due delitti?
Chi era la donna trovata morta e che ci faceva in quel montacarichi, il cui ingresso era stato celato per anni?
Cosa ci faceva quella cassetta di sicurezza vicino al corpo della donna, piena di banconote di vecchio conio (guarda caso di poco antecedenti l'omicidio del 1959) per un valore prossimo al milione di lire dell'epoca?

È un'indagine che la porta lontano nel passato, a fine anni '50: è l'Italia in cui si chiudevano le case di tolleranza (un particolare che avrà importanza nella storia), dove i maschi si mettevano la brillantina in testa e dove la mafia ancora (e per lungo tempo) non esisteva.
Ad aiutarla a districarsi in questa “sabbia nera”, come quella dell'Etna, che avvolge tutto, i delitti per cui è stato individuato troppo in fretta un colpevole, le storie di corna, le speculazioni coi soldi pubblici, saranno proprio due persone anziane.
“zi Mariuccia”, la zia dell'ispettore Spanò e il commissario in pensione Patané, che aveva seguito per primo le indagini per il delitto Burrano, per essere poi estromesso.
C'era qualcosa che rendeva quel ritrovamento più interessante di qualunque omicidio come di cui si fosse occupata negli ultimi tempi.Forse era lo scenario insolito, come aveva detto Adriano, da set cinematografico; o magari si trattava di pura e semplice curiosità per uno di quei casi singolari in cui era nota per sapersi barcamenare, ma che difficilmente le capitavano sotto mano.

In questo noir incontriamo un nuovo personaggio femminile, una investigatrice che viene raccontata in tutti i suoi aspetti, come le sue debolezze, le sue ferite che si porta dentro e che emergono poco alla volta.
Le dinamiche all'interno della sua squadra, i rapporti di fiducia coi colleghi e coi possibili testimoni o indagati. Come Maigret, non si ferma alle evidenze che emergono dall'analisi scientifica (che in questo caso del passato sono di poco aiuto), ma anche all'analisi delle persone che si trova davanti.
Al ragionare sui fatti: c'è un passaggio nel libro che è una bella citazione ad un romanzo di Sciascia “Una storia semplice”

È che io sono abituato a ragionare, ragionare su tutto. È la cosa più importante il ragionamento. Uno può imparare a memoria tutti i codici penali del mondo, ma se non sa ragionare se li può fare fritti.Sembrava pari pari il discorso che Gian Maria Volonté, nei panni di un professore in pensione, faceva a un giovane Ricky Tognazzi poliziotto nel film tratto da Una storia semplice di Sciascia. Il ragionare.

In questo giallo siciliano la mafia c'è ma rimane sullo sfondo, le cause dei delitti si dovranno ricercare nelle piccole meschinità dell'animo umano: viene fuori il ritratto di una borghesia siciliana in tutta la sua decadenza: un mondo chiuso dove ci si conosce tutti e ci si incontra nei salotti per i ricevimenti.

La scheda del libro sul sito dell'editore Einaudi e il pdf del primo capitolo
I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon


13 luglio 2018

I grandi risultati del governo del cambiamento





I grandi risultati del governo del cambiamento si possono riassumere così: la lotta alla casta ha portato all'approvazione (solo alla Camera) di un ricalcolo dei vitalizi di ex parlamentari (chiamato impropriamente taglio ai vitalizi) che farà risparmiare 40 ml di euro ma che potrebbe portare ad una serie di ricorsi da parte degli interessati.
Un segnale di cambiamento che potrebbe portare, all'atto pratico, un misero risparmio. Giusto qualche il selfie e lo spumante di fronte alle telecamere.

La lotta contro gli immigrati va avanti: il ministro (anzi, i ministri) Salvini è andato ad Innsbruck per sentire solo chiacchiere.
Chissà se ha capito che quando parlavano di respingimenti, tedeschi e austriaci si riferiscono agli immigrati che sbarcano in Italia e poi cercano di raggiungere i paesi del nord.
A fare la gara a chi è più estremista, si rischia sempre di trovarne uno più radicale di te.
Ecco perché gli serviva tanto l'immagine dei migranti della Diciotti in catene.

12 luglio 2018

La Repubblica delle stragi - prefazione (da Il Fatto Quotidiano)


Assieme al Fatto Quotidiano, da oggi potrete comprare anche il libro "La Repubblica delle stragi" a cura di Salvatore Borsellino, di cui Marco Travaglio ha scritto la prefazione.

La scheda del libro:
Il 28 Luglio 1993 le bombe romane alla basilica di San Giovanni in Laterano e alla chiesa di San Giorgio al Velarbo sono accompagnate da un blackout telefonico che isola i Palazzi del potere. "Poteva considerarsi un classico ingrediente di colpo di Stato" dirà vent'anni dopo il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano al processo sulla Trattativa Stato-mafia. Per troppo tempo le parole "mafia" e "golpe" sono state tenute rigorosamente distinte, quasi fossero incompatibili.L'idea dell'eversione golpista, intesa come sovversione violenta delle istituzioni costituzionali, è state sempre associata alle bombe fasciste degli anni Sessanta e Settanta. Ma questo libro dimostra come sia possibile compiere un'altra associazione: quella con le strategia di Cosa Nostra. Un filo nero lungo quindici anni, che comincia ad essere tessuto nel 1978 quando pezzi di massoneria deviata targata P2 e mala vita organizzata hanno svolto un'opera di compenetrazione reciproca.Da lì alle stragi degli anni Novanta la strada è ormai tracciata.25 anni dopo le stragi di Roma e Firenze il fratello di Paolo Borsellino, il magistrato ucciso da Cosa Nostra del 1992, rivela un passaggio cruciale del sodalizio scellerato tra istituzioni e cosche.

Qui potete leggere l'intervento di Salvatore Borsellino a Polignano a mare (Ba) per la presentazione del libro

Questa la prefazione del libro

Stragi e trattative per 40 anni: luce nel tunnel della RepubblicaMappa - Un testo fondamentale per districarsi in 4 decenni di storia italiana: perché questa storia – tutta insieme – un senso ce l’ha
Quando ho visto le firme degli autori di questo libro, mi son detto: ecco quello che avrebbe dovuto fare la magistratura e non ha mai fatto: mettere intorno a un tavolo (quello per esempio, della Procura nazionale antimafia, che a questo dovrebbe servire) gli investigatori e i Pm esperti delle stragi e delle trattative succedutesi negli anni 80 e 90 per dare finalmente una lettura integrata e sinottica a un disegno o a un insieme di trame che non possono essere affrontati a compartimenti stagni.
Gli autori de La Repubblica delle stragi, salvo Giovanni Spinosa, non hanno mai indossato la toga. Sono avvocati, giornalisti, scrittori, blogger, attivisti antimafia, parenti di vittime, tutti molto informati dei fatti. E proprio questo sforzo hanno compiuto: mettere insieme le tessere del mosaico stragista per darne una visione complessiva, unire i puntini per far emergere il disegno unitario della lunga stagione stragista-trattativista.
E così hanno colmato il grande vuoto lasciato da tanti, troppi processi, dando un senso a questa storia che – parafrasando Vasco Rossi – un senso ce l’ha, ma è sempre parsa non averne uno. Almeno fino a quando la Corte d’Assise di Palermo, il 20 aprile 2018, non ha trovato il coraggio di mettere nero su bianco le molte verità non solo processuali, ma anche storiche, che tutti conoscevano benissimo da 25 anni e che nessuno aveva osato ammettere: la trattativa Stato-mafia ci fu e, mentre dava l’estrema unzione alla Prima Repubblica, teneva a battesimo la Seconda. Riallacciando un filo rosso sangue che si era appena interrotto con la storica sentenza della Cassazione che il 30 gennaio 1992 chiuse con una raffica di condanne il maxi-processo a Cosa Nostra: il filo rosso sangue dell’eterno ricatto mafioso a uno Stato in parte vittima e in parte complice.
Storica la sentenza del “maxi”, storica 26 anni dopo la sentenza Trattativa, che ha condannato in primo grado uomini di mafia e uomini di Stato per aver rimesso in ginocchio, a colpi di tritolo, le istituzioni e i governi mentre l’Italia – grazie alla ventata di rinnovamento portata da Mani Pulite – si illudeva di poter cambiare in meglio il proprio destino.
Purtroppo sono sempre più rari i magistrati disposti a rovinarsi la vita, la carriera e la reputazione per svelare i crimini di Stato rimasti impuniti. La gerarchizzazione-normalizzazione delle Procure, voluta all’unisono da centrodestra e centrosinistra, e la guerra senza quartiere ingaggiata da istituzioni (su su fino all’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano), governi, Csm e “giornaloni” al seguito contro i Pm che non si accontentano delle false verità di regime hanno ridotto la magistratura – come ha detto di recente Piercamillo Davigo – “in ginocchio”. Pensiamo a quel che è accaduto a Nino Di Matteo e ai suoi colleghi di Palermo che indagavano sulla Trattativa, al Pm Alfredo Robledo che a Milano pretendeva di far luce sulle ruberie dell’Expo 2015, a Henry John Woodcock reo di aver scoperchiato a Napoli il verminaio di Consip e ad altri meno famosi, fermati, intimiditi, insultati, trascinati dinanzi al Csm, sputtanati dalla stampa serva, demansionati dai loro capi nel silenzio complice di “colleghi” pavidi, o carrieristi, o collusi. Perciò oggi, fatte salve le rare e lodevoli eccezioni, la verità sulle stragi e sui tanti delitti che hanno deviato la storia d’Italia devono cercarla e divulgarla storici e giornalisti d’inchiesta. Almeno quei pochi che non hanno ancora ceduto agli amorevoli consigli di direttori ed editori, interessati più a nascondere la verità che a cercarla.
È quel che ha fatto, con il libro che state per leggere, il gruppo coordinato da Salvatore Borsellino: un’opera preziosissima, a metà strada fra memoria e scavo, fra archivi giudiziari e giornalistici, per dissotterrare le verità indicibili. Una controstoria d’Italia senza inutili dietrologie né complottismi d’accatto: solo fatti documentati e raccontati, per la prima volta, con uno sguardo d’insieme che rende il quadro ancor più impressionante. Nessun altro Paese dell’Occidente ha conosciuto un sistema di potere così intriso di devianza criminale e così avvezzo all’uso dello stragismo, del terrorismo e dell’omicidio politico per restare in sella e bloccare ogni vagito di cambiamento.
Gli autori hanno assemblato storie misconosciute o addirittura falsificate dalle versioni ufficiali, come l’omicidio di Umberto Mormile e l’Autoparco della mafia milanese. Hanno scandagliato aspetti solo all’apparenza marginali di vicende ben più note, come la strage di Bologna del 2 agosto 1980 e quella del Rapido 904. Si sono addentrati nei grandi delitti commessi fra il 1989 e il 1994 da Cosa Nostra e non solo da quella (come risulta da fatti oggettivi e inoppugnabili, senza bisogno di ricorrere a fumosi e fantasiosi cospirazionismi). Comprese le – apparentemente – folli scorrerie della banda della Uno bianca e le – apparentemente – inspiegabili rivendicazioni un po’ criminali e un po’ golpiste della Falange Armata.
A chiudere (per ora) la controstoria provvede quella che il libro, con amara ironia, definisce la “pacificazione”: cioè la trattativa Stato-mafia, il pactum sceleris stipulato sul sangue di decine di vittime per stabilizzare i nuovi equilibri (nuovi si fa per dire) che reggono il Sistema da 25 anni. Intanto sono ancora in corso processi per le stragi di Bologna, di Capaci e di via D’Amelio. E sono ancora aperte – sempre fra mille depistaggi istituzionali e talvolta pure giudiziari – indagini come quelle sul duplice omicidio del poliziotto Antonino Agostino e della moglie Ida Castelluccio, o sul presunto suicidio dell’urologo Attilio Manca (chiamato, secondo i familiari, a curare Bernardo Provenzano latitante a Marsiglia).
La forza del libro e l’auspicio degli autori sono proprio questi. Girata l’ultima pagina, a tutti noi lettori viene una gran voglia di prendere una copia de La Repubblica delle stragi e di regalarla ai procuratori della Repubblica competenti, perché raccolgano e sviluppino i preziosi e documentati spunti che contiene. Ogni capitolo fa i nomi dei possibili mandanti e di altri eventuali complici dei crimini che hanno visto condannare soltanto gli esecutori materiali.
Mandanti, complici ed esecutori equamente distribuiti fra criminali professionisti (terroristi extraparlamentari, uomini di Cosa Nostra, di ’ndrangheta e di camorra) e killer, suggeritori, consulenti e depistatori di Stato. Solo gli allocchi possono credere alla favoletta della strage di Bologna decisa in assoluta autonomia da tre o quattro giovani militanti dei Nar. O alla leggenda della campagna stragista contro il patrimonio artistico e religioso del Paese ideata in solitudine dai siciliani Riina, Bagarella e Graviano, noti studiosi dell’Accademia dei Georgofili a Firenze e della basilica di San Giorgio in Velabro a Roma. O alla fiaba della raffinatissima strategia del terrore firmata “Falange Armata” da attribuire in esclusiva a uomini d’onore di Corleone o di Platì. La verità la conosciamo tutti: terroristi e mafiosi furono accompagnati, consigliati e guidati da ben altre menti, nascoste (allora e magari anche oggi: non si butta via niente) nei palazzi del potere.
La Repubblica delle stragi affronta anche il thriller dell’ex poliziotto ribattezzato “faccia da mostro”, scomparso di recente prima che si riuscisse a capire di più dei molti sospetti che gravavano sul suo capo. Ma la vera “faccia da mostro” è quella del doppio Stato e dei suoi troppi apparati “deviati” (sempre che i deviati non siano quelli fedeli alla Costituzione, alla Legge e al Popolo) che da decenni lavorano sottotraccia, nel doppiofondo delle istituzioni, per trasformare la nostra democrazia in un guscio vuoto.

Il cambiamento può attendere

Il ministro dell'Interno Salvini (al plurale, come gli incarichi che ricopre, interni, esteri, trasporti) vuole le manette per gli immigrati recuperati dalla nostra guardia costiera: ha minacciato che non li farà sbarcare, se non ha la certezza dei ceppi ai polsi.
Non importa che, dei migranti recuperati, solo due siano quelli che si sono ribellati al respingimento, ovvero di fronte alla possibilità di tornare in Libia, in quei centri di detenzione che sono la vergogna anche dell'Occidente.
E non importa che anche per i giudici italiani, quelli che finora si sono espressi su questioni inerenti l'immigrazione, abbiano stabilito che la Libia non sia un approdo soiicuro.

Ma per il ministro della sicurezza niente sbarchi, altrimenti si chiudono i porti, anche se questo non è scritto nel contratto col M5S.
A proposito dei 5 stelle: verranno re introdotti i voucher per turismo e agricoltura.
E anche sulla lotta al precariato, anche oggi abbiamo dato.

Chissà cosa ne pensa Di Maio dei due morti sul lavoro di questi giorni: il primo in una cava, era stato assunto con un contratto a 5 giorni.
Il secondo non aveva un contratto formalizzato e, da quanto ho letto, non aveva nemmeno tutte le attrezzature per il lavoro.

Il cambiamento può attendere anche oggi.
PS: chissà se Salvini ha capito che il suo amico Seenhofer i migranti li vuole tenere nei paesi di primo approdo come l'Italia..

11 luglio 2018

Verso il basso

Ieri sera, scendendo dal treno ho incontrato un'amica che, finita l'università, ha voluto intraprendere la strada del giornalismo.
Il giornalismo in Italia è sempre stato un mestiere difficile: oggi lo è ancor di più per il livellamento verso il basso delle condizioni di chi chi lavora in questo settore.
Come la mia amica costretta a lavorare in più posti per arrivare a fine mese una certa somma: un contratto a progetto con una fondazione, per scrivere una biografia nel pomeriggio.
E una finta partita Iva al mattino in un giornale online, con una paga molto bassa: alla domanda di un aumento le è stato risposto "ma questi soldi ti fanno schifo"?
Come si è arrivati a questo?
Stiamo parlando di una persona, laureata, che ogni mattina deve essere presente al lavoro per svolgere un compito, ma non è assunta e nemmeno può fare altre rivendicazioni, perché dietro di lei c'è una fila di persone, giovani e affamate, disposte anche a lavorare gratis.
E' la legge della giungla, che non si applica solo a chi lavora nella logistica, nei servizi.
Ma anche in settori dove sono richieste professionalità e competenze.

Perché questo ci si aspetta da chi scrive un giornale.
Invece oggi sta passando questa tendenza a non voler pagare il lavoro, specie quello dentro l'informazione perché tanto si trova tutto in rete.
Bufale comprese.
E anche articoli di quanti scrivono che la precarietà fa bene, che uffa il posto fisso.
A furia di livellare verso il basso, si sta perdendo tutta la professionalità dentro certi settori, giornalismo compreso.
Settore che sarebbe ancora sindacalizzato, con tanto di ordine dei giornalisti.
Un settore dove però succedono cose strane: come la causa dell'Inpgi, l'Istituto di previdenza dei giornalisti, a diversi giornalisti "colpevoli di aver raccontato vicende del procedimento sulla finanziaria Sopaf, in cui era imputato anche l'ex presidente di Inpgi, Andrea Camporese".

Ci siamo riempiti la bocca con le immagini del film di Spielberg, The Post?
Altri tempi. Pare che oggi quel giornalismo (dove perfino all'ultimo arrivato al Post era concesso il rimborso spese, per andare fino a New York per capire cosa bolliva in pentola nel giornale concorrente) non ce lo possiamo permettere.

10 luglio 2018

Il tabù

Questo numero di Millennium, il mensile cartaceo del Fatto Quotidiano, è dedicato ad un tabù, forse uno degli ultimi rimasti in Italia: il tabù del porno.
"TUTTO QUELLO CHE AVRESTE VOLUTO SAPERE SUL PORNO MA NESSUNO HA MAI OSATO RACCONTARVI" 
Non fate i moralisti! la metà di voi guarda siti porno (donne comprese).Dalla preistoria in poi il sesso disegnato, dipinto e raccontato eccita gli esseri umani.Un viaggio nel mondo del proibito al fianco di storici, sociologi, scrittori e pornostar.
Il porno, quello online, quello alla portata di tutti (e quando dico tutti, intendo anche voi, non fate gli ipocriti), quello che ha rivoluzionato un'industria (quella dei film per adulti), quello che di fatto costituisce la prima forma di educazione sessuale per gli adolescenti (ne aveva parlato Iacona nella puntata di Presa diretta "Utilizzatori finali").
Viviamo nell’era del porno di massa. Tramontati i tempi dei “giornaletti”, dismessi i cinema a luci rosse (e poi le videocassette, e poi i dvd), grazie al web il “proibito” non è mai stato così a portata di mano. Anche di chi, per legge e per buon senso, dovrebbe starne lontano: bambini e ragazzini. In Italia il 73% di loro, tra gli 8 e i 16 anni, ha visitato almeno un sito porno (dati Telefono azzurro/DoxaKids), surrogato poco raccomandabile di un’educazione sessuale carente fra i banchi di scuola. Pornhub (controllato da Mindgeek, sede a Montreal, casa madre anche di RedTube, YouPorn e tanti altri) nel 2017 ha registrato 28,5 miliardi di visite (l’anno precedente furono 23 miliardi). Offre online talmente tanti video che per vederli tutti ci vorrebbero settant’anni filati. La politica del (quasi) tutto gratis, però, ha asfaltato un settore un tempo fiorente e a suo modo glorioso. Produttori, registi, pornostar e aspiranti tali sono costretti a reinventarsi per monetizzare le loro doti. Si aprono nuove nicchie: come il porno “di qualità”, filone nel quale si iscrive la rivoluzione del porno al femminile, pensato e girato da donne per piacere alle donne. Le quali sempre di più invadono un territorio un tempo “per soli uomini”. In Italia, nel 2017 le utenti di Pornhub sono aumentate del 22% sull’anno precedente, lasciando tracce nitide nel motore di ricerca del sito: mentre i maschietti puntano sempre più decisamente sulle mature “Milf”, l’altra metà del porno clicca massimamente la categoria “lesbian”. Fuori dai portali “istituzionali”, emerge il fenomeno del porno blasfemo: roba forte e, a quanto raccontano le operatrici specializzate, ben retribuita.

E' un lavoro molto approfondito, non fate battute o strizzatine d'occhio: i numeri riportati dai giornalisti di Millennium ci dicono che un italiano su due visita normalmente siti per adulti (che formula ipocrita, dichiari tu di essere maggiorenne?) e pure il 73% dei ragazzi tra 8-16 anni (sono le statistiche del Telefono azzurro).
Significa che gli uomini di domani si stanno "educando" al sesso muscolare dei video hard, a certe pratiche (dove la donna è considerata come oggetto).
Siamo puritani, siamo vecchi?
Oltre che cattiva educazione il porno rischia di diventare una malattia che mina la salute delle persone.

Sempre in questo numero si racconta dell'evoluzione dell'industria del settore: oggi molte attrici stanno facendo fortuna grazie ad una webcam e a video "domestici" in cui mostrano la loro vita.
Perché questo, dicono i numeri, cercano le persone da questi siti online: una donna, magari la donna della porta accanto con cui fare quelle cose che hai sempre desiderato e che alla tua ragazza non chiederesti mai.
Un'ultima cosa: la statistica delle categorie più cliccate su pornhub ci dice che al centro sud si cerca molto per "italiana".

Prima gli italiani...

09 luglio 2018

L'italiano medio

Immagino abbiate sentito tutti la notizia della morte del regista Carlo Vanzina.
Come omaggio al suo lavoro, ieri sera sia La7 che Rai1 hanno mandato in onda un suo film.
Mi tocca avere, in questo caso, una voce fuori dal coro: ho apprezzato un solo film del regista "Tre righe in cronaca", un giallo ambientato nella Milano da bere di fine anni '80, tratto da un romanzo di Augias (tra i protagonisti Gian Maria Volontè, Sergio Castellitto, Massimo Dapporto).
Paragonarlo ad altri registri della commedia all'italiana, da Monicelli a Risi, significa non aver capito cosa sia stata quella commedia.
Che metteva alla gogna i tick e i difetti dell'italiano medio.

Mia opinione, chiaro, ma nei suoi film i difetti dell'italiano medio sono stati sdoganati.
Forse sono anch'io radical chic, ma senza Rolex

Succedono tante cose in questo paese

Magliette rosse.
Rolex.
Radical chic.
Porti da chiudere e soldi da recuperare.
Il congresso del PD. 
Abbiamo perso per colpa della minoranza.
Tanto rivinco io.
Dell'Utri scarcerato (il perseguitato, il condannato per un reato inesistente ha scritto Sansonetti).
Berlusconi che richiama l'ex alleato.
Salvini che si crede presidente del Consiglio, nonché ministro di Interno, Difesa e Trasporti.

Succedono tante cose in questo paese senza anche se in realtà sono pochi i movimenti, complice la calura estiva.
All'attivismo anti immigrati del super ministro Salvini ha provato a dare una risposta Libera e altre associazioni, che si sono ritrovate in piazza, unite dal simbolo della maglietta rossa. 
Un simbolo, utile al momento solo per contarsi, per far vedere che questo paese è anche altro rispetto ai "padroni a casa nostra" e a quelli che starebbero riscrivendo la storia (senza averla studiata molto).
Mentre il PD ancora è diviso sulla distribuzione delle colpe, il peso dell'opposizione, frontale, a questo governo è sulle spalle di Roberto Saviano e pochi altri: oggi lo scrittore risponde all'intervista del min Toninelli rilasciata sul Fatto Quotidiano di ieri (intervista scialba, poche domande a risposta facile).

1) L’orientamento del governo di delegare unicamente ai libici la gestione dei salvataggi in mare è folle e criminale, e non a caso si parla di recupero degli accordi stretti tra Berlusconi e Gheddafi: che bel cambiamento!
2) Il legame tra traffico di persone e Ong è da rigettare con forza (non c’è una sola prova di legame fra trafficanti e Ong), in special modo dopo il fallimento giudiziario delle elucubrazioni di Carmelo Zuccaro, ma a Toninelli e al suo burattinaio (Lei lo definisce non a torto “Cazzaro Verde”) fa comodo fare disinformazione e continuare ad alimentare falsi sospetti verso chi salva vite e in più è testimone degli esiti criminali degli accordi tra Italia e Libia
3) (e rispondo su ciò per cui mi si chiama in causa) le Ong hanno più volte effettuato salvataggi in quell’area in passato, anche con il coordinamento del Centro Nazionale di Coordinamento del Soccorso Marittimo di Roma, visto che i libici non erano in grado di farlo e non lo sono neanche adesso.

Se pensiamo di risolvere la questione migranti coi lager libici, non possiamo pensare di affrontare la guerra alle mafie: se bastasse sventolare i numeri di arresti e beni confiscati (come facevano i predecessori Maroni e Alfano), avremmo già vinto.
Serve recidere al sud (e al nord) quel legame tra mafie, colletti bianchi e politici.
Andando oltre alle baronie, ai potentati, alla raccomandazione.

Ma questo significherebbe sacrificare quei pacchetti di voti che certi signori portano in dote.
Significherebbe metter mano veramente a quel cambiamento che, di fatto, nessuno vuole.

08 luglio 2018

Il purgatorio dell'Angelo di Maurizio De Giovanni


Confessioni per il commissario Ricciardi



Tommaso amava l’alba. Non avrebbe saputo spiegarlo bene, faceva il pescatore e si limitava a esprimere concetti semplici e diretti. I pescatori, è noto, parlano poco e, a meno di essere come Carmeluzzo di San Giovanni, che tutti sfottevano chiamandolo ’o Poeta, sia perché cantava sempre sia perché si divertiva a parlare difficile, dicono solo ciò che è necessario, e solo se non possono farne a meno: se parli mentre sei in barca, i pesci non si sentono considerati e vanno via. I pesci vogliono attenzione. 
Nessuno perciò sapeva quanto a Tommaso piacesse, tra tutti, quel momento. Gli piaceva più di quando, in piena notte, si percepiva l’odore del sale e si intuiva il mare dal rumore, una distesa nera che divora e respira come un animale enorme. Più di quando sorgeva la luna nuova, o di quando era piena e faceva male agli occhi per la luce che dava, e rubava l’anima mischiandosi alle canzoni che provenivano dalla terraferma. Più di quando l’aria calda del giorno lasciava il posto alla brezza del Nord e la pelle si apriva per riceverne ristoro.

La confessione dei propri peccati. Di tutto quello che si porta dentro e si vorrebbe tanto condividere con qualcuno.
E poi la vita di ognuno: un inferno per qualcuno o solo un purgatorio, in attesa di un paradiso per tutti i meriti, per tutte le cose buone fatte.

Sono questi i due temi al centro di questo romanzo, il penultimo della serie con protagonista il commissario Ricciardi, che dovrà indagare sulla strana morte di un prete, don Angelo, trovato morto dal pescatore che amava l'alba, su una spiaggia di tufo, a Posillipo (il cui nome significa pausa dal dolore). Una strana morte perché don Angelo era amato da tutti, un angelo di nome e di fatto. Così ne parlano di lui i fratelli della compagnia di Gesù: perché don Angelo era gesuita, insegnava teologia ed era anche un noto confessore di molte famiglie benestanti.
Ma una strana morte anche per il luogo e il modo in cui sarebbe avvenuta: una spiaggia cui si arriva con molte difficoltà, lungo un sentiero pieno di spine.

Come a ricordargli la sua condizione, a pochi metri dal finestrino, in mezzo alla piccola folla che si assiepava alla fermata in attesa del passaggio della carrozza, vide l'immagine traslucida di un'anziana vestita di nero, con pesanti abiti invernali inadatti alla calda giornata di maggio. La donna gettava fiotti di sangue scuro dalla carotide recisa per una caduta su un qualche spuntone di metallo che fiancheggiava il marciapiede. 
Perché il commissario Luigi Alfredo Ricciardi era certo di essere pazzo, e di aver ereditato la sua follia dalla madre..

Di fronte al cadavere, lasciato solo, il commissario assiste al fatto, il triste dono ereditato dalla madre: vedere il morto negli ultimi istanti della sua vita, percepirne le sue ultime parole:
Io confesso, ti confesso, lascialo stare, lascia che viva, io ti confesso. 
Si voltò di scatto. Stagliato contro il mare, appena più lontano dal corpo inerte, il prete lo fissava. Era in ginocchio, le braccia lungo i fianchi, il volto inespressivo, come rassegnato.

Chi stava confessando, quale peso doveva essergli rivelato, così grande da portare alla sua morte?
Le indagini partono da dentro il seminario, andando a chiedere le prime informazioni al padre superiore della comunità che ha sede proprio sopra la spiaggia, e ad altri due fratelli che erano molto legati a don Angelo, padre Costantino e padre Michele.

Una vita esemplare, dedicata all'insegnamento e alla confessione: solo uno screzio avuto a seguito di un testamento, del marchese Berardelli che lasciava i suoi beni compreso un castello a Vietri alla compagnia diseredando il nipote Tullio. Che aveva minacciato don Angelo davanti a tutti.
È questa la causa della sua morte? Oppure una delle altre confessioni raccolte dal gesuita all'interno dell'aristocrazia partenopea?

Tanto il prete quanto il commissario si scoprono simili in questo frangente: entrambi devono raccogliere le confessioni dei colpevoli ed entrambi hanno un proprio purgatorio.
Quello di don Angelo.
E quello di Luigi Ricciardi, barone di Malamonte: “un purgatorio fatto di morti e di dolore e di sussurri e urla”, che forse si chiama inferno.
Ora che la sua storia con Enrica, la dolce Enrica che ha spiato ogni sera, dalla sua finestra, è quasi ad una svolta, Ricciardi si chiede se sia giusto portarla dentro il suo, di purgatorio.
Io confesso, ti confesso, lascialo stare, lascia che viva, io ti confesso. 
E io? 
Io confesserò mai a chi vuol vivere accanto a me, inconsapevole di amare un pazzo, un miserabile pazzo, che dovrebbe essere chiuso in un manicomio, che vedo i morti e che i morti mi parlano?

E' possibile confessare tutto, tutto il male che portiamo dentro e che vorremmo condividere con una persona fidata, oppure ci sono cose che è bene che rimangano dentro di noi?
Se lo chiede Ricciardi e lo chiede anche all'amica Bianca, contessa di Malaspina, conosciuta anni prima per un delitto cui era stato accusato il marito, una delle poche persone con cui ha un rapporto di confidenza

- Tu credi che sia concepibile confessarsi sul serio? Non intendo in senso religioso, ma in senso .. umano. O pensi che ci siano cose che non si possono confessare? 
La contessa era rimasta seduta, e sembrava inseguire chissà quale segreto ragionamento. Le note della tromba si spensero lentamente, lasciando un doloroso silenzio nell'aria. 
- No, non c'è niente che non si possa confessare. Serve solo tanta fiducia. E molto, molto coraggio.

Ci sono confessioni che costano, però. Ne sa qualcosa anche Maione che a distanza di cinque anni si porta ancora dentro la ferita per quel figlio, Luca, diventato poliziotto come lui e morto per una coltellata.
Un figlio che ora sembra ritrovare nella guardia Felice Vaccaro: giovane, esuberante, desideroso di far bene il proprio mestiere.
Assieme, oltre al caso del morto di Posillipo, stanno lavorando su una serie di rapine ai danni di commercianti nella zona di Chiaia. Ladri che si muovono velocemente, rapine mordi e fuggi, che Maione considera come un'onta personale, perché dentro la sua giurisdizione.

Siamo a Napoli a maggio, nel pieno di una primavera fatta di profumi e di colori, che De Giovanni ci descrive in uno degli intermezzi attraverso una rosa che passa di mano in mano, di dolore in dolore:
Perché se volete capire bene, davvero bene una domenica di maggio, non dovete inseguire le onde del mare ancora freddo, né l'alito del vento dolce che sa di sale e d'erba nuova, né le ali di un piccione o le grida di un gabbiano.Non cercate le note di un pianoforte o le parole di una canzone, o il suono delle campane.Se volete capire una perfetta domenica di maggio, seguite il profumo di una bella rosa.

Riuscirà Ricciardi a trovare il segreto dentro l'ultima confessione di don Angelo?
E troverà il mondo di confessare ad Enrica tutto l'amore e tutta la sofferenza che si porta dentro?
Ed Enrica riuscirà a tener testa alla madre, che ancora non è rassegnata al suo no all'ufficiale tedesco Manfred, cui lei aveva detto no davanti tutta la sua famiglia?
E Maione, riuscirà a confessare a Lucia, la donna della sua vita, di quel vuoto che Luca ha lasciato dentro di sé?

Un ruolo importante, per risolvere tutti gli enigmi, lo avranno due personaggi minori, come Bambinella e Nelide, la nipote della tata Rosa. La prima (che incontriamo travestita come Marlene Dietrich ne l'Angelo azzurro, ancora un angelo), andando a raccogliere le voci dai quartieri su quegli strani furti.
La seconda in un'azione di forza, risolutiva, con tanto di dialetti cilentani, per aiutare il suo signorino, il cui destino le è stato affidato da zi' Rosa.

La confessione sarà anche il tema del finale: quella di chi ha tradito la fiducia di una persona vicina. Quella dell'assassino, in cui comprenderemo finalmente il significato delle parole del titolo “il purgatorio dell'angelo”. E anche quella del brigadiere Maione a Lucia e di Ricciardi.
Perché la vita, come la rosa che passa di mano in mano, va avanti. Con le sue gioie e coi suoi dolori.

Lo dico con la morte nel cuore ma arrivati a questo finale, così dolce e tragico, potremmo chiudere, o almeno mettere in pausa, la serie di Ricciardi.

La scheda del libro sul sito di Einaudi
I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

06 luglio 2018

Attacco alla democrazia (o almeno alle istituzioni e alla separazione dei poteri)

Dice Salvini che "Solo in Turchia un partito democratico, votato da milioni di persone è stato messo fuorilegge dalla magistratura".

In Turchia di certo i magistrati sono sottoposti al potere del presidente e molti di loro sono stati arrestati perché sospettati di essere legati ad un (presunto) golpe.
In Italia invece un sottosegretario leghista si permette questa uscita

“Voi sapete a che partito appartengo, cioè la Lega, e mi auguro che la magistratura si liberi dalle correnti”.. “Mi auguro in particolare che si liberi di quelle di sinistra”.
Cercando di mettere una toppa, rivela poi la vera natura “Ho parlato così prima perché come voi sapete il mio partito ha una questione aperta con questi magistrati”.
Non è una gaffe: è una frase che rivela la vera natura di questi politici. 

Se bastasse una bella copertina

Prima era venuta fuori l'idea del fotografo Toscani, una bella foto tutti assieme, Gentiloni Martina Calenda per dire no a questo governo.
Poi è arrivata l'idea del fronte repubblicano di Calenda.
Poi, alle prime uscite di Salvini sui migranti, l'opposizione gli ha rinfacciato di aver fatto le cose che il vecchio governo aveva minacciato (come la chiusura dei porti).
Arrivati al decreto dignità, con le lievi modifiche proposte, hanno difeso il jobs act e il milione di posti di lavoro (ancora non hanno capito che lo storytelling e i dati dell'Istat funzionano solo sui social ma non nella vita reale).
Scoppia lo scandalo dei rimborsi della Lega, Salvini attacca i magistrati e si scoprono difensori della giustizia e dei magistrati (mica sono tutti come Woodcock..)
Ora siamo alla copertina di Rolling Stone.
Tutto bello, certo.

Ma non si fa così opposizione: ci sono le inchieste gionalistiche (vere), come quella de l'Espresso sui rimborsi elettorali della Lega e su quel filo che da Bossi porta a Maroni e Salvini (autori Tizian e Vergine)

Soldi della Lega, ecco i documenti che incastrano Matteo Salvini«È un processo politico, che riguarda fatti di 10 anni fa su soldi che io non ho mai visto». Matteo Salvini si è difeso così dall'accusa di aver beneficiato dei quasi 50 milioni di euro frutto della truffa firmata Bossi e Belsito. La tesi del ministro è quindi semplice: tutta colpa del vecchio leader, io non c'entro niente. I documenti ottenuti da L’Espresso dimostrano invece che esiste un filo diretto tra la truffa firmata dal fondatore e i suoi successori.
Tra la fine del 2011 e il 2014, infatti, prima Maroni e poi Salvini hanno incassato e usato i rimborsi elettorali frutto del reato commesso dal loro predecessore. E lo hanno fatto quando ormai era chiaro a tutti che quei denari rischiavano di essere sequestrati. Il nostro giornale lo aveva già scritto in una lunga inchiesta nell'ottobre 2017. Qui sotto riprendiamo alcuni stralci di quell'articolo e pubblichiamo i documenti che dimostrano quanto da noi ricostruito già dieci mesi fa.

Se bastasse una bella copertina, o una foto, per fare opposizione, saremmo a posto.
E invece non è così: sempre sull'Espresso oggi trovare un articolo sugli operai di Terni che oggi votano Lega.
Ottimo spunto di riflessione sugli oppositori da tastiera che si sentono pure fieri dei loro hashtag.

05 luglio 2018

Quante leghe esistono?

Nel procedimento contro la Lega, per cui la Cassazione ha chiesto il sequestro di quei 49 ml di euro da qualunque parte, il Parlamento è parte civile.
Se siamo di fronte ad un attacco alla democrazia, è un attacco tra pezzi dello Stato (visto che anche la magistratura ne fa parte).
I giudici della Cassazione hanno stabilito che un partito politico non è una società con peculiarità diverse da qualsiasi altra associazione privata.

Il sequestro di quei milioni cancellerebbe un partito (che non è il primo partito) dal Parlamento e dunque minerebbe la democrazia?
Questo dipende dal fatto che i partiti sono ancora corpi ibridi dentro le istituzioni.
Chissà, forse ora c'è modo di pensare alla riforma dei partiti, per attuare la Costituzione.

E forse si riuscirà a rendere un po' più trasparente il come i partiti si finanziano oggi, dopo l'abolizione del finanziamento pubblico.
E magari capiremo quante Leghe esistono: c'è quella per la separazione della Padania, c'è quella di Salvini.. ne esistono altre?

In ogni modo, oggi non stiamo scoprendo nulla.
Anni a fianco di Berlusconi hanno insegnato che buttarla in politica, quando ci sono di mezzo i magistrati, funziona sempre.
Fare la vittima tirando un ballo Erdogan (e non Orban, altro amico del pluralismo democratico) la dice lunga.
Il prossimo passo sarà un'uscita del tipo "solo gli eletto possono giudicarmi". Deja vu.

Deja vu come i voucher e la ruspa, questa volta da sinistra.


04 luglio 2018

Un primo passo in controtendenza

Il decreto dignità è un primo passo in controtendenza, sulle norme nel mondo del lavoro: non sono i cosacchi a San Pietro e nemmeno il PCI degli anni 80 (povera Meloni cosa non si fa per farsi ricordare sui social).
Sono solo piccole norme che riportano al centro le persone e il lavoro: con questo decreto si aumenta l'indennizzo a causa di un licenziamento illecito e si inseriscono le causali per motivare un contratto a termine.
Tutto qua.
Scrivere e raccontare che tutto questo blocca l'industria manifatturiera, blocca le assunzioni, fa fare un salto indietro come dice Confindustria è semplicemente ridicolo.
Il loro, sì, sembra tanto un furore ideologico, per la loro visione di un mondo senza regole e vincoli.
Non è un caso se anche Salvini si è dimostrato freddo nei confronti di questo decreto, perché ha cercato di tranquillizzare Confindustria e la lobby del gioco d'azzardo "tanto si modifica in parlamento".

Certo, prima gli italiani: come gli imprenditori che hanno bisogno di contributi statali per assumere, per fare corsi di formazione, per svecchiare gli asset.
E prima gli italiani anche quando scommettono (abbiamo superato la soglia dei 100 miliardi, spesi dagli italiani nel gioco, nelle sue varie forme), chi se ne frega se poi queste società hanno sede in paradisi fiscali e non sono il massimo della trasparenza (mi parliamo delle ONG).
Ma dietro il gioco online ci sono anche le tasse allo stato: ma il gioco vale la candela, ovvero dobbiamo contare anche gli effetti della ludopatia.

Se ci fosse una vera opposizione si infilerebbe dentro questo decreto dignità (leggete cosa scrive Robecchi), per cercare di rompere l'asse Salvini - 5 stelle, specie ora che Salvini scopre la sua anima berlusconiana parlando di "processo politico".
Certo, servirebbe una opposizione che non si occupasse di popcorn, delle foto di Toscani, che non cercasse un fronte repubblicano su twitter.
Una opposizione che sapesse guardare oltre i numeri dell'Istat, senza irridere alla povertà e ai problemi delle persone.

03 luglio 2018

Il purgatorio dell'angelo - anticipazione del libro


Un estratto del secondo capitolo dell'ultimo romanzo di Maurizio De Giovanni, "il purgatorio dell'Angelo" (Einaudi)

Certo il tram non era il massimo per raggiungere il luogo in cui era stato rinvenuto un cadavere, ma, come aveva detto serafico al commissario Ricciardi (…) si trattava appunto di un cadavere che, per sua natura, non aveva fretta. 
“Io poi mi domando e dico, commissa’. ma queste due macchine mi spiegate che le teniamo a fare? Meglio sarebbe che ci dessero, che so tre o quattro biciclette. O qualche carrozzella coi cavalli, sapete, come ci stavano una volta. Invece abbiamo questi due catorci, uno sempre scassato e l’altro a disposizione del signor questore e della famiglia sua. E ci chiamano pure squadra mobile, ci chiamano”.
Ricciardi, accomodandosi sul sedile di legno del tram, scosse il capo e sorrise tra sé. L’aria della primavera ormai inoltrata gli rallegrava l’umore solitamente cupo e, anche se brontolava, lo stesso Maione gli sembrava euforico, contento. Con loro c’erano due guardie (…), Camarda e Vaccaro (…). Ricciardi si mise a osservare le strade che scorrevano di fianco al tram. In quella primavera del 1933, o anno XI come dicevano i fascisti, la città andava rapidamente cambiando pelle. C’erano cantieri ovunque, e anche prima dell’inizio ufficiale della bella stagione flussi imponenti di turisti scendevano dalle navi ormeggiate nel porto e si addentravano curiosi per vedere le famose bellezze del luogo. (…) Poi il tram si fermò sferragliando e Maione disse: “Commissa’, prego, dobbiamo scendere”.
 
Quando il tram fu ripartito Maione si guardò attorno, allargo le braccia, e disse: “Respirate profondamente, commissa’: questa è aria buona. Ci sta la campagna e ci sta il mare. Posillipo, il posto degli innamorati e della verdura, di contadini e pescatori! (…) Vaccaro si tolse il cappello e se lo sventolò davanti al naso. “Non per contraddirvi, brigadie’, ma io sento solo la puzza dei maiali e delle galline. È inutile, sono proprio un cittadino: non sono fatto per la campagna”. (…) 
Il cammino, seppur agevolato dalla discesa, non fu breve. Ci vollero più di venti minuti per arrivare a destinazione, e a tratti si doveva attraversare una sterpaglia pungente in cui si impigliavano i vestiti. Lanciando un’imprecazione, Maione si lamentò: “Ecco qua, mo’ chi la convince a Lucia che mi sono strappato i pantaloni per lavoro?”.
Alla fine della stradina i ragazzi che li precedevano lungo il tragitto, e che non avevano smesso di cantare e prendersi in giro tra loro, si fermarono di botto come di fronte a uno spettacolo improvviso. I poliziotti si fecero largo e videro una stretta rampa di gradini scavati nel tufo, e una lingua della stessa roccia che si protendeva nel mare color azzurro profondo, fermo come un lago. Il sole era ormai alto, e l’aria era calda. Il ragazzo più grande, portavoce del gruppo, si avvicinò a Maione e disse, solenne: “Brigadie’, noi qua facciamo i ranci e le cozze. Ma mo’ che ci è morto ’o prevete non ci possiamo scendere più?”.
Maione guardò in fondo alla scala, scorgendo una piccola folla di adulti disposti a cerchio attorno a qualcosa che giaceva a terra. Allungò la mano per una ruvida carezza sulla testa del bambino e lo rassicurò: “Non ti preoccupare. Tornerà tutto a posto e potrete pescare di nuovo i granchi”. Poi si avviò, seguendo Ricciardi e precedendo Camarda e Vaccaro. C’erano quattro donne e due uomini.
(…) Il commissario teneva gli occhi fissi sul corpo. Il viso del morto era rivolto al suolo e non si vedeva, i radi capelli bianchissimi e sottili si muovevano appena per la brezza che saliva dal mare.
Sul cranio era evidente una larga depressione insanguinata, e sulla pietra si distingueva una macchia scura, ormai secca. Il vestito era la tunica nera, inconfondibile, di un prete.
Maione chiese: “Chi è che l’ha trovato?”.
 
Uno dei due uomini si fece avanti. Era giovane, bruno, la pelle cotta dal sole e gli occhi circondati da un reticolo di rughe. Indicò con un secco gesto della testa una barca da pesca ormeggiata nei pressi della spiaggia, a una ventina di metri. “Io, brigadie’. Renzullo Tommaso. Pescatore”. 
Ricciardi sospirò piano. Era arrivato il momento. Maione comprese la volontà del superiore e si rivolse agli altri: “Va bene, venite tutti con me”.
Il purgatorio dell'angelo - Confessioni per il commissario Ricciardi

Non gode di buona stampa questo governo



Non gode di buona stampa questo governo: molte delle critiche sono meritate, come l'energica "politica" sui migranti (a cui il ministro Minniti ha spalancato le porte).
Altre nascono dall'aver sposato una linea giornalistica nei mesi passati e ora tocca fatica adeguarsi.
Guardate le due prime pagine de La Stampa e Repubblica, come si somigliano.
Si parla del "decreto dignità", la risposta del M5S alle mosse di Salvini (l'ultima, le 10 navi per la guardia costiera libica): cercare di occuparsi degli ultimi, di quanti hanno votato il movimento (e non il PD) perché parlava di reddito di cittadinanza e non dei numeri dell'Istat.

Ha dentro "cose" di sinistra, tocca la lobby del gioco d'azzardo e nel futuro questo governo si occuperà anche dei ryders.
Non basta a pareggiare i conti con quanto sentito domenica a Pontida, ma visti i tempi (e vista la scomparsa di una forza politica a sinistra)..

02 luglio 2018

Non lasciamoli soli: Storie e testimonianze dall’inferno della Libia, di Francesco Viviano e Alessandra Ziniti



Quello che l’Italia e l’Europa non vogliono ammettere

In Europa si discute mentre nel Mediterraneo si continua a morire – il titolo di una prima pagina de l'Avvenire è quello che meglio di altri descrive quello che sta succedendo qui vicino a noi, alla frontiera sud dell'Italia e dell'Europa, in quel Mediterraneo che separa, per poche centinaia di miglia, due continenti.
Poche centinaia di miglia che si sono trasformate in un enorme cimitero, per tutti i naufragi dei migranti che hanno affrontato quel viaggio della speranza dalle loro terre verso la civile Europa.
Le loro terre insanguinate da guerre civili, scontri tribali, azioni dei terroristi. Ma anche terre affamate dai cambiamenti climatici, da governi corrotti messi in piedi per fare gli interessi delle potenze coloniali europee.

Mentre in Europa si discute, di hot spot, di accoglienza, di mantenere quei diritti civili di cui tanto ci riempiamo la bocca, di blocchi navali e di porti da chiudere, migliaia di persone come noi affrontano un terribile viaggio dall'Africa sub sahariana, verso il Niger, il Ciad, su verso la Libia.
Con la speranza di trovare un futuro migliore qui da noi, in Italia e in altri paesi.
Un lavoro, la possibilità di avere una famiglia.

Anche noi Europa siamo colpevoli di queste migrazioni di massa che pensiamo di respingere innalzando muri (come hanno fatto lungo la rotta dell'est Bulgaria e Ungheria – un paese che sta prendendo una brutta clina anti democratica), respingendo i barconi, criminalizzando le ONG.
Anche noi abbiamo tante colpe nei confronti di questi paesi: fosse solo per questo, per tutte le risorse che abbiamo rubato, non possiamo ora girare la testa dall'altra parte, egoisticamente.

“Ma non possiamo accogliere tutti i disperati dall'Africa” è la risposta che si sente dare, dagli italiani brava gente. Qui non si tratta di accogliere un continente: ma di iniziare a pensare a questi fenomeni globali in modo diverso.
L'ultimo inutile vertice europeo sull'immigrazione si è concluso con un nulla di fatto: sull'immigrazione campano interi partiti nel vecchio continente, che speculano su clandestini, sulla paura di una invasione che non esiste, sull'equazione immigrati = terroristi oppure criminali.
Dalla Lega del ministro Salvini al M5S di Di Maio (che coniò l'espressione “taxi del mare” per le ONG che andavano a salvare i migranti in difficoltà), alla Le Pen in Francia, in Germania c'è la AFD fino all'Ungheria di Orban.

Quest'Europa egoista che si fa spaventare dagli immigrati si sta consegnando mani e piedi ai partiti dell'estrema destra: è un Europa dove si devono rispettare i vincoli di bilancio ma non i diritti civili.
Dove l'Italia e la Grecia sono lasciate sole a gestire gli arrivi di disperati, perché i paesi più prossimi ai porti di partenza (se si esclude Malta, un'isola troppo piccola per gestire tutti gli arrivi).

Il libro dei giornalisti Francesco Viviano e Alessandra Ziniti ci racconta tutto quello che sta succedendo qui, ai nostri confini, anche qui in Italia.
A Lampedusa, la cui storia è raccontata dall'ex sindaco Nicolini nella prefazione: il fatto che non sia stata più eletta sindaco (con colpe anche del suo partito, il PD) è frutto di questo nuovo corso politico.
Dove si criminalizzano gli ultimi, dove si criminalizza la solidarietà, il farsi prossimo, l'essere “buono”.

Anziché pensare e riflettere su quello che sta succedendo in Africa, per quelle guerre spesso alimentate dalle nostre democrazie, per i cambiamenti climatici, si è preferito criminalizzare le missioni di soccorso come Mare Nostrum (voluta dal governo Letta nel 2013 dopo il naufragio di ottobre 2013), le ONG, “che a un certo punto erano diventate l’unico ostacolo alla legittimazione dei «respingimenti»”.
ONG accusate di di costituire un pull factor, un fattore di attrazione in grado di calamitare i gommoni e i barconi del Mediterraneo.

Scrive Giusi Nicolini:
il messaggio trasmesso ai giovani, che invece dovrebbero essere sensibilizzati alla cultura della sacralità della vita e dei diritti, dei valori del volontariato, della cittadinanza attiva, della pratica del principio di solidarietà, necessaria a costruire legami e ad abbattere barriere di ogni genere”.

Anziché aiutare, anziché accogliere, anziché creare un ponte (umanitario) coi paesi africani, si è preferito arroccarsi in difesa.

180.000 arrivi nel 2016, 119.000 un anno dopo, con una flessione del 35 per cento che oggi arriva addirittura al 70, considerata la diminuzione degli arrivi nel primo bimestre del 2018 e il loro quasi azzeramento nelle settimane prima del voto. Questo il risultato della strategia del ministro dell’Interno Marco Minniti”

Si sbandierano come se fossero numero di cui andare fieri, i dati sul calo degli sbarchi, sia da destra che da sinistra. Ma qual è il prezzo di questo calo degli sbarchi, dopo le decisioni politiche del goveno Minniti (centro sinistra)? Il numero dei morti nel Mediterraneo non è calato, gli sbarchi continuano, perché la Libia sa che con questi barconi può mettere sotto pressione i governi europei per chiedere altri soldi.

E c'è poi la vergogna dei campi di detenzione in Libia. Gli autori di questo libro non ci hanno risparmiato nulla delle violenze, dei soprusi, delle torture, dei delitti che accadono in quei centri che chiamiamo hotspot ma che sarebbe più opportuno definire lager.
Ecco: il presente volume serve proprio a questo. A costruire conoscenze e consapevolezze che facciano indignare sempre più persone per la sorte riservata a coloro che fuggono da guerre, persecuzioni e miserie. Costretti a divenire merce nelle mani dei criminali e condannati a morire in mare o a essere salvati, solo per essere riconsegnati ai libici e ricondotti nelle prigioni in cui le donne vengono stuprate e gli uomini torturati o venduti all'asta come schiavi.Tutto questo deve aver fine, al più presto.

Sono storie che fanno accapponare la pelle, che fanno tornare alla memoria storie già sentite, sui campi di concentramento nazisti nell'est europeo.
Lontano dai bravi cittadini tedeschi che non dovevano farsi troppe domande su che fine avessero fatto le famiglie ebree.
E lo stesso oggi: non ci siamo domandati che fine avessero fatto le persone, donne, bambini, uomini partiti dalla Nigeria, dall'Eritrea, dal Sudan che non sono arrivati qui.

La verità sui centri di detenzione in Libia

Le storie raccolte dai giornalisti dovrebbero non solo indignare i politici che hanno sottoscritto gli accordi con i governi e le milizie libiche, ma dovrebbero anche portare al loro annullamento.
Le torture di “Rambo” nel «ghetto» del generale Alì a Sabha, sono le stesse che Wiesenthal raccoglieva nel suo libro “Giustizia, non vendetta”, riportando le violenze degli aguzzini dei lager nazisti.
Nel campo di Sabha finiscono tutti i disperati che i trafficanti di esseri umani raccolgono lungo le strade dei migranti, persone che vengono illuse di essere portare a Tripoli, al porto, per un viaggio verso l'Europa.
E che invece vengono consegnate a Rambo, che poi si chiama John Ogais: la tortura è la normalità, e le grida per il dolore vengono fatte sentire ai familiari per convincerli a mandare loro altri soldi.
Botte sui piedi, cavi elettrici attaccati al corpo, mentre il disgraziato chiede pietà.
Ma non c'è pietà. Rambo continua fino alla fine, per mostrare a tutti cosa è capace.Poi punta la pistola alla tempia di quello che ha osato chiamarlo «fratello» e gli porge un cellulare: «Ora chiama a casa, non dire nulla, di’ solo che ti mandino subito altri soldi se non vuoi fare la stessa fine».Di giorno uccide, di notte stupra, come si conviene ai colonnelli del ghetto.

E questo il vero business dei libici, non più i viaggi della disperazione sui gommoni: spremere i migranti fino a che hanno soldi, per poi ucciderli o venderli all'asta come schiavi, come Samir e Abbas, o Mohamed o Amhed o Jihail (e anche qui, le immagini della CNN delle aste, che reazione hanno portato sulla nostra classe dirigente?).
Qualcuno alla fine riesce anche a scappare, come Segen, un ragazzo eritreo di 22 anni, ritrovato dalla nave spagnola di Open Arms: pesava trentacinque chili quando l'hanno recuperato. È morto pochi giorni dopo, di fame. Morire di fame nel 2018.

Ahmed invece è stato più fortunato: non l'hanno ucciso nel campo, ma l'hanno costretto a fare il becchino “per riempire quelle enormi fosse comuni che si nascondono sotto le dune di sabbia”.
Oggi quelle morti non lo hanno abbandonato:

“La notte non dormo, faccio degli incubi, mi sveglio sudato, pensando a tutti quei morti. Ne ho raccolti quasi tremila in questi tre anni, dal 2014 fino a qualche giorno


L'altro business è quello delle baby prostitute, da usare come merce umana nei campi, da mandare a lavorare poi sulle strade delle città europee.
Ragazze stuprate da mostri come Osman il macellaio che si riteneva il «Dio» di Bani Walid: «Io non sono somalo, non sono musulmano. Io sono il tuo Dio, sono il tuo padrone.»

Herina è una di queste donne, che ha pagato la sua libertà e un gommone verso l'Italia con cinque mesi di violenze.
Ma Herina è una donna forte: quando a Milano si ritrova davanti il suo carceriere, Matamud, non ha dubbi e va a denunciarlo alla polizia.
Le testimonianze raccolte nel processo al “macellaio” hanno portato poi alla sua condanna: un processo di cui si è parlato poco, forse perché disturbava lo storytelling del governo (quello che sbandierava gli effetti benefici degli accordi con la Libia).

Il procuratore aggiunto Ilda Boccassini non è certo un magistrato di primo pelo; eppure, alla lettura delle carte dell’inchiesta condotta dal collega Marcello Tatangelo, ammette: «In quarant’anni di carriera non ho mai visto niente di simile».

L'organizzazione umanitaria Save the Children, nel suo ultimo dossier racconta di un giro d’affari da 32 miliardi di dollari dietro le “schiave del sesso”.
Ragazze come Maryam, che voleva fare il medico o come Osedayne che ha impiegato mesi ad aprirsi ai medici in Italia per raccontare la sua storia

«Ho perso la mia figlia di quattro anni – racconta – e da allora non riesco più a riposare durante la notte, perché la mia mente è affollata da quei pensieri. La rivedo sempre mentre è costretta ad assistere alle violenze sessuali.»

Quello che succede in quei centri, come Bani Walid o il ghetto di Alì e tutti gli altri, non ufficiali, in mano a tribù libiche o milizie con cui abbiamo stretto accordi, è anche una nostra responsabilità.
E nemmeno possiamo farci scudo dalle organizzazioni umanitarie come l'UNHCR, visto che queste possono entrare solo in una parte dei centri.
Il libro raccoglie la testimonianza anche di Giuppa Cassarà, responsabile dell’ambulatorio Vittime di tortura del Policlinico di Palermo:
«La pressione da parte dell’Europa e dell’Italia, gli sforzi per tenere queste persone in Libia e non farle partire per l’Italia ha un effetto devastante. Noi stiamo pagando per tenerli in quell’inferno, per lasciarli nelle mani di bande di criminali,...»

Immagine presa da Repubblica.it

Sono poche le foto di questi campi: una di queste è una foto sgranata che mostra la disperazione di un ragazzo che è stato scelto per il pestaggio

I respingimenti veri e nascosti e la guerra alle ONG

La risposta italiana (e ora anche europea) alla questione dei migranti è stata quella dei respingimenti: i primi cominciati col ministro Maroni nel maggio 2009, quando una motovedetta italiana raccoglie dei migranti in mare e li riporta in Libia, con la disperazione di uno di questi, immortalata in una foto che ha fatto il giro del mondo.

Immagine presa da Fortress Europe e Repubblica

E ora, coi governi di centro sinistra prima e del governo giallo-verde di Lega e M5S siamo tornati alla stessa situazione: non ci sono più nemmeno le ONG a disturbare il lavoro delle motovedette libiche (i qui equipaggi sono stati addestrati da noi). Nessuno strapperà più uno di questi disperati dal suo destino in un centro libico, dove la tortura è la regola.

Anziché ai trafficanti di esseri umani, anziché ai signori della morte nei centri libici, abbiamo invece fatto la guerra alle ONG: sono pagate da Soros, vogliono destabilizzare la nostra economia, li portano solo in Italia, sono colluse coi trafficanti, col loro lavoro contribuiscono all'arrivo di altri migranti (che nella volgata comune sono comunque clandestini, dunque criminali).

Nonostante le morti in mare continuassero, come pure gli sbarchi, le indagini delle procure del sud contro le Ong sono proseguite, facendo trapelare ogni tanto qualche rivelazione ma senza mai approdare a nulla.
Io so ma non ho le prove – peccato che se questa frase può andar bene ad un intellettuale, non funziona per un procuratore che deve parlare con delle prove.
Non è emerso alcun collegamento coi trafficanti e soprattutto è stato fatto notare come l'obiettivo di queste organizzazioni è salvare vite umane, obiettivo in contrasto con quanto succede in Libia.
Gli ultimi capitoli ci fanno riemergere dall'orrore: sono il racconto degli eroi (e in questo caso la parola non mi sembra usata a sproposito) che lavorano per la nostra guardia costiera e che rispondono all'ammiraglio Giovanni Pettorino, sessantadue anni, comandante generale delle Capitanerie di porto italiane.
Sono marinai, devono obbedire agli ordini, anche quelli con cui sono in disaccordo (per esempio riconsegnare i profughi ai libici) e nonostante il clima sfavorevole anche per loro, hanno continuato ad uscire per mare per salvare vite umane

perché quello era ed è il nostro compito, il nostro mestiere: salvare vite umane, di qualunque colore e nazionalità. È la legge del mare, la legge della solidarietà; la guardia costiera lo ha fatto e lo farà ancora.”

Continua l'ammiraglio Pettorino:

“A chi ci rimproverava il fatto che andassimo a prenderli fin sotto le loro coste (alla fine la stessa contestazione che poi è stata mossa alle ong) rispondo che, se non fossimo intervenuti, centinaia e centinaia di persone sarebbero morte”.

Altre storie a lieto fine quelle dei ragazzini recuperati in mare per essere accolti e curati presso “L’orfanotrofio del mare”, una struttura a Menfi, nella valle del Belice.
Sarà dura curare le ferite esterne e ancor di più quelle interne, di questi bambini cresciuti troppo in fretta e che ancora oggi sono scioccati dall'acqua dopo essere stati salvati in mare.
Bambini con cui è difficile parlare, non avendo a disposizione un traduttore.
Ma grazie al lavoro di questo centro e dell'UNHCR, hanno potuto riabbracciare i loro genitori, riannodando quei legami familiari spezzati dalla guerra, dall'emigrazione, da quel lungo viaggio di speranza.

Dobbiamo rassegnarci a tutto questo? L'unica possibilità, per non leggere più notizie di naufragi, sono i ponti umanitari tra l'Italia e l'Europa con i paesi africani come il Niger.
Il Niger è uno dei paesi più poveri del continente nero, ma sta accogliendo molti profughi, in entrambe le direzioni: verso la Libia, nelle fauci dei trafficanti di esseri umani ma anche dalla Libia, riportati qui grazie ai lavori di controllo delle organizzazioni umanitarie dentro i campi.
Proprio in Niger il governo Gentiloni aveva deciso di mandare una missione militare: abbiamo delegato ai militari un lavoro che tocca aspetti sui diritti civili e sociali delle persone.
Padre Mauro Armanino, un prete missionario (anche ex sindacalista) che lavoro come missionario proprio in Niger, ha espresso tutto il suo disappunto per questa scelta, sul suo blog:

Avrò vergogna dei poveri, dei migranti che incontro dal mio arrivo a Niamey, della Chiesa del Niger, dei contadini e degli amici della società civile coi quali lavoriamo assieme per scoprire la dignità nascosta nella sabbia della politica del Paese. Avrò vergogna di passare davanti alla nuova ambasciata del mio Paese di origine, perché le missioni di pace sono condotte da militari, con mezzi e armi. Chi scrive ha scelto di arrivare in questo Paese con le mani nude e col desiderio di camminare assieme a questo popolo che non dovrebbe essere tradito una volta di più. Sappiamo quanto contino gli interessi legati alla mobilità delle persone e in specie il piano di ritagliarsi un posto nella geopolitica del Sahel. Ciò l’ha bene ricordato il Presidente della Repubblica italiana nel presentare l’invio del contingente militare. L’Africa è al cuore dei nostri interessi strategici. Strategie militari e colonialismo sono dei sinonimi. Ecco quanto una persona mi ha scritto: “Rimpiango tutto ciò e ho vergogna di essere italiana… Sapevo bene che non sarei stato il solo”.

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