04 agosto 2016

In vacanza assieme a due grandi

Quest'anno passerò i giorni di vacanza con due grandi della letteratura: Georges Simenon che mi racconterà la storia di Emile e Marguerite che non si parlano più se non attraverso bigliettini ("Il gatto" Adelphi ed).
E Leonardo Sciascia e i suoi scritti lasciati "A futura memoria" Bompiani (se la memoria ha un futuro)”.

Una storia di crudeltà familiari che Simonen ci fa vivere in prima persona.
E le battaglie di un intellettuale come lo è stato Sciascia, contro la mafia negli anni in cui era difficile schierarsi contro, essere anticonformisti.

Due storie per staccarsi dal presente (le banche, l'Isis, le piccole beghe politiche, i rifiuti di Roma ..) che forse permetteranno di vedere e giudicare il presente con la giusta distanza.
Senza farsi prendere dalla frenesia dei titoli dei giornali, col modello usa e getta delle notizie, che spesso ci impediscono di avere un'opinione più completa.

La violenza sulle donne o anche la guerra santa contro le donne, anche da parte di quei “estremisti cattolici” di cui ha parlato papa Francesco la scorsa settimana.
Donne uccide o violentate da uomini e che fanno notizia solo dopo, come un banale dato di cronaca, un numero da aggiungere alla sommatoria del “femminicidio”.
Forse dovremmo cambiare lessico, chiedeva ieri la filosofa Marzano.
E forse dovremmo stanziare più soldiper i centri antiviolenza che oggi, senza risorse sono costretti a chiudere.
Il governo, o meglio Palazzo Chigi quando ancora aveva la delega, aveva stanziato circa 16 ml per le regioni. Soldi che poi, molte regione, non hanno nemmeno speso. Regioni come la Lombardia (ma anche nel Lazio del centro sinistra), che poi apre il call center anti gender o dove poi si scoprono casi di violenza negli asili privati. Perché, grazie ad una legge regionale si può aprire un asilo con una autocertificazione.
Servono fondi per tutelare economicamente le donne e serve un'educazione sentimentale e sessuale dei ragazzi. Non voglio più leggere tweet di cordoglio, ministro Boschi, ma un'azione politica concreta.
E non voglio sentire più nemmeno un Salvini qualunque che insulta in quanto donna il presidente della Camera Boldrini.

L'Italia in guerra: se non ci fossero i servizi, puntuali, del Wall street journal sulle missioni americane in Mediterraneo nemmeno sapremmo (e nemmeno lo direbbe il ministro competente) che già oggi le basi italiane sono usate per missioni militari anti Isis (i famosi droni).
Il governo ha mandato militari lungo il confine turco siriano, ha mandato militari in Iraq e ora la Libia.
Far partire una guerra è facile. Portarla a termine più complicato. Esportare la democrazia con le armi, tirando in piedi governi fantoccio impossibile.

Il rischio Isis. Una notizia che ho sentito questa mattina nella rassegna stampa di Radio popolare: buona parte dei foreign fighters andati in Siria sono partiti dal Kosovo, un paese da nemmeno due milioni di abitanti dove è presente un nostro contingente militare.
Il Kosovo è, come la Libia, qui vicino e il radicalismo islamico si è rafforzato dopo la guerra civile in Bosnia, guerra dove l'Europa è in parte rimasta a guardare.

Le nomine Rai: è così spudorata la storia delle nomine dei direttori dei TG, in agosto, che ho poco da commentare.
Dico solo che cambiano i governi, ma la Rai rimane sempre cosa dei partiti, non servizio pubblico. E il M5S che ha accettato la vigilanza, è pure dentro il sistema.

Staccarsi dai titoli di prima pagina (“pronto il piano del governo”, “ecco il piano contro ...”) dal bombardamento di notizie, iniziare a filtrare cosa è notizia da ciò che solo spot (pro o contro). Iniziare a pensare, riflettere, meditare, ragionare.

E anche a oziare, riposare .. anche questo è importante, no?

03 agosto 2016

Morte dell'inquisitore, di Leonardo Sciascia

Pensa beni a la morti.
Al mondo non c'è niente rimedio.
Averti chi ccà dunanu tratti di corda e...
Sta in cervellu chi ccà dunanu la corda...
Vi avertu chi ccà prima dunanu la corda...
Fu cuntu chi vinisti ora.
Innocens noli te culpare; Si culpasti, noli te excusare; Verum detege, et in D.no Confide.
Fari asino. Mors, ubi est victoria tua?

Innocente non accusarti; se ti accusi, non giustificarti; rivela la verità, e non confidare nel Signore.(Graffito scoperto da Giuseppe Pitré in una delle celle di Palazzo Chiaramonte-Steri, sede dell'Inquisizione di Palermo, e riportato nell'incipit dell'opera)

In “Morte dell'inquisitore” Leonardo Sciascia affronta il tema della santa inquisizione in Sicilia, nel XVII secolo quando era sotto il dominio della cattolicissima Spagna: per questo lavoro ha consultato gli archivi del Sant'Uffizio (gli atti del Sant’Uffizio siciliano vennero fatti divorare dalle fiamme dal marchese Domenico Caracciolo, viceré di Sicilia, il 27 giugno 1783) ricostruendo una storia lunga secoliche, dal 1487 al 1782, portò sul rogo ben 234 persone, senza contare i condannati a pene minori, gli inquisiti e tutti coloro che, per i motivi più disparati, avevano avuto a che fare con gli inquisitori cristiani.

Sciascia parte da un episodio storico: la morte dell'inquisitore Giovanni Lopez de Cisneros, ucciso in cella dal frate Diego la Matina, racalmutese anche lui, mentre era ai ferri, nelle celle dell'inquisizione per le sue idee, eretiche.
L'episodio da il la per raccontare cosa è stata l'inquisizione in Sicilia, “un'offesa alla ragione umana e al diritto”, per raccontare la storia di questo frate entrato, dopo la sua morte, nelle leggende siciliane diventando una sorta di Robin Hood, come tanti altri briganti che rubavano ai ricchi per un desiderio di giustizia:
Il fatto è che l'uccisione dell'inquisitore e l'identità dell'uccisore erano ormai entrati in una leggenda quasi clandestina: con quelle varianti, quegli stravolgimenti, quelle dispersioni di cui sono oggetto, nel trascorrere nel tempo, gli avvenimenti eccezionali. Nella fantasia e nel sentimento del popolo, fra Diego era diventato un brigante: calato nella serie che da secoli dura ininterrotta, fino a Salvatore Giuliano, uno di quegli uomini pacifici cui l'onore familiare o il bisogno arma improvvisamente la mano, e si levano alla vendetta”.

La Matina, agostiniano aveva avuto a che fare con l’inquisizione siciliana in diversi momenti della sua vita: arrestato la prima volta nel 1644, poi nel 1645, poi nel 1646. Dopo pronuncia di abiura fu liberato ma tornò in galera nel 1648 per restarci.

Giustizia, intesa come il desiderio di un mondo più giusto: forse proprio questa
La colpa più grave che costò a frà Diego La Matina i tanti processi, nasceva secondo Sciascia, da questa sua idea di giustizia, intesa come il desiderio di un mondo più giusto.
Questo faceva paura della sua parola, il suo “tenace concetto” che si riassume nell'idea di un Dio ingiusto, ma dove l'accusa non è rivolta al Dio, ma è “ rivolta contro l’ingiustizia sociale, contro l’iniquità, contro l’usurpazione dei beni e dei diritti, egli sia pervenuto, nel momento in cui vedeva irrimediabile e senza speranza la propria sconfitta, e identificando il proprio destino con il destino dell’uomo, la propria tragedia con la tragedia dell’esistenza, ad accusare Dio. Non a negarlo, ma ad accusarlo”.

Non era un uomo rozzo il frate, la sua eresia non era quella dell'ignorate:
disputava coi primi teologi di Palermo; per mesi, per anni, tra le blandizie e sotto la tortura, respinse le loro persuasioni, rispose con le sue alle loro ragioni. E nelle ultime ore della sua vita ne straccò addirittura dieci: dieci dotti teologi, ristorati di tempo in tempo dalla cucina e dalla cantina dell'alcaide, furono straccati da un uomo il cui corpo e la cui mente avevano subìto per quattordici anni durissime e atroci prove; da un uomo che da mesi, e ancora in quel mo-mento, e fino alla morte per fuoco che tra qualche ora avrebbe avuto, stava legato con ceppi di ferro ad una forte sedia di castagnolo”.

Il suo rogo considerato dagli inquisitori “spettacolo generale della fede” avvenne nel 17 marzo 1658, al termine di un processo che concludeva anni di prigionia e di tortura. Dopo la notte passata a sfidare i nove (o dieci) teologi che si alternarono attorno a lui per stroncarne la ragione.
Non nasconde Sciascia la sua ammirazione nei confronti di questo frate: non un eretico dunque “.. noi abbiamo scritto queste pagine per un diverso giudizio sul nostro concittadino: che era un uomo, che tenne alta la dignità dell'uomo”.

L'inquisizione ebbe termine nel 23 marzo del 1782, per mano dell'illuminato vicerè Caracciolo e l'anno successivo, nel giugno del 1783 a finire sul rogo furono gli archivi stessi del Santo Uffizio (solo quelli delle cause di fede):
.. insieme a tutte le denunzie, i processi, i libri, le scritture dell'archivio propriamente inquisitoriale, cioè delle cosiddette cause di fede (mentre un secondo archivio, delle cause forensi, di materia civile o comunque non attinenti alla fede, veniva salvato nell'interesse del re). La distruzione dell'archivio, attesta un aristocratico cronista, incontrò il comune applauso, stante ché se tali memo- rie, che Dio liberi, fosser per avventura venute fuori, sarebbe stato lo stesso che macchiare di nere note molte e molte famiglie di Palermo e del regno tutto, cosi del rango de' nobili, che delle oneste e civili. E pare evidente che il cronista si preoccupasse più per i nomi dei denunzianti, che potevano venir fuori da quelle carte, che per quelli degli inquisiti: poiché il santo tribunale doveva aver avuto una così vasta rete di spie (tra i nobili, tra i civili, tra gli onesti) da fare impallidire al confronto quella dell'Ovra.”

Dunque, il sospetto è che più che a difendere questioni di fede, la Santa Inquisizione fu piuttosto uno strumento politico, per bloccare l'emancipazione intellettuale dell'isola, gli spiriti liberi, laici: il Sant'Uffizio rappresentava “l'inflessibile ferocia di una fede che proclamava di ispirarsi alla carità, alla pietà, all'amore”.
E' un tema, quello dell'inquisizione, che ha molto interessato Sciascia, tanto che nella prefazione del libro scrive che questo “è un libro non finito, che non finirò mai, che sono sempre tentato di riscrivere e che non riscrivo aspettando di scoprire ancora qualcosa”.
Perché l'inquisizione non è finita col rogo del 1783: ancora oggi (dove l'oggi di Sciascia era la fine degli anni '60) “appena si dà di tocco all’Inquisizione, molti galantuomini si sentono chiamare per nome, cognome e numero di tessera del partito cui sono iscritti”.

Parole quanto mai attuali anche oggi, dove viviamo la politica come un qualcosa di dogmatico o, peggio ancora, da tifo da stadio.

La scheda del libro sul sito di Adelphi

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

Without representation

Il governo si appresta a dare l'ok all'ingresso in guerra contro l'Isis in Libia, schierandosi dalla parte del governatore Serraj. Il ministro Gentiloni fa sapere che se chi chiederanno le basi di Aviano e Sigonella daremo l'ok.
Il Parlamento, ovvero i nostri rappresentanti (per modo di dire) verrà avvisato e potrà votare.

Il ministro Delrio ha lanciato la proposta ai sindaci targati PD per creare i comitati del SI (oltre a quelli di Verdini). E i cittadini di quei comuni, magari pure elettori PD che volessero votare no? 

Come ai bei tempi di B. (e diversamente da quanto aveva promesso), la Rai rimane saldamente nelle mani dei partiti, anzi, dell'esecutivo.
Le ultime (proposte di) nomine, in vista della lunga campagna elettorale per il referendum, hanno portato alla sostituzione del direttore del TG3 Berlinguer (e qualche altro direttore, come foglia di fico). E gli spettatori non renziani (non ancora)? No representation.

A proposito di referendum sulla Costituzione, ieri all'improvviso è stata ritirata fuori dal presidente del Consiglio in risposta alle frasi oltraggiose del presidente turco Erdogan: prima ha minacciato di far saltare l'accordo con l'Europa sui profughi, per la questione dei visti. Poi ha minacciato l'Italia di ritorsioni, per l'inchiesta che coinvolge il figlio Bilal, vicenda partita dalla tangentopoli del Bosforo.
Inchiesta insabbiata grazie all'allontanamento dei magistrati.
"I pm italiani rispondono alla Costituzione" dice. La stessa Costituzione che è stata riscritta in peggio dallo stesso governo.

I magistrati rispondono alla Costituzione e non all'esecutivo. A meno che non si occupino di Tempa rossa, dell'Ilva, di Fincantieri, degli ulivi pugliesi, dei guai della famiglia Alfano, di mafia e politica, di trattativa stato mafia. In quel caso devono rispondere ad altri interessi, ad altre ragioni.
E le vittime della mafia, i lucani e i rischi ambientali dell'oleodotto della Total, la salute dei tarantini ...?

No taxation without representation era il motto dei ribelli (agli occhi degli inglesi) americani.
E riguardo alla rappresentazione dei cittadini italiani come siamo messi?

02 agosto 2016

Eppure erano così solide

Strana materia la finanza, specie quella applicata alle banche: lo stress test certifica la solidità delle banche italiane eccetto MPS, ma poi le borse vanno giù proprio per colpa delle banche "solide".
Erano così solide..
E mentre le banche vanno giù, ci tocca assistere anche al battibecco tra i due presidenti del Consiglio che si scaricano a vicenda le responsabilità.

Bologna 2 agosto 1980 - il messaggio della bomba


Quella bomba ha spostato l'asse di rotazione di tutto quello che li circonda e spedito un messaggio che non ha bisogno di interpretazioni. La polvere si alza e prima che si posi, al riparo nel fumo le cose cambiano. All'apparenza in modo impercettibile, in realtà completamente. Basta poco, uno spostamento infinitesimale, perchè due pezzi che prima non combaciavano finiscano per aderire perfettamente. [..]E' successo ogni volta che ne hanno avuto bisogno. La stessa identica reazione, il fragore di una bomba è capace di trasformare il rumore in un silenzio,la confusione in tranquillità.“La paura è il miglior anestetico del mondo” sussurra alla stanza vuota.È l'emergenza che costruisce il futuro, non la collaborazione. Un'emergenza lunga , progressiva, incessante con cui senza sbavature è stato possibile tenere dritto il timone, lasciare che la nave viaggiasse sempre nella giusta direzione e che i fari si accendessero soltanto al momento opportuno, mostrando quello che poteva essere mostrato.Un tempo per l'aggiustamento che era servito, avevano dovuto promettere la testa della democrazia. Insinuare che fosse possibile demolire uno stato debole per sostituirlo con qualcosa di diverso, che avrebbe eliminato ogni ostacolo, tutto il marciume. E fatto diventare i rossi solo un ricordo confuso di giorni che forse non erano esistiti mai.Nessuno lo aveva pensato veramente, se non per un breve periodo. Era più conveniente minacciare che eseguire. Lasciare che il funambolo camminasse sul filo senza rete di protezione, per il più lungo tempo possibile. Che sapesse di poter cadere, piuttosto che procurarne la caduta.Era servito, anche in quell'occasione la paura aveva fatto il suo dovere. Non è necessario costringere la gente, basta incanalarla nella direzione giusta.
Patrick Fogli - Il tempo infranto (la bomba è quella scoppiata alla stazione, alle 10.25 del 2 agosto 1980)

01 agosto 2016

La strage di Bologna - l'intervista di Gianni Barbacetto al giudice Mastelloni

Ad ogni anniversario della strage di Bologna spuntano le rivelazioni su nuove piste e nuovi responsabili per la bomba. Piste e responsabili che spesso si sono rivelati sbagliati o, peggio, dei depistaggi.
Nei giorni scorsi ho scritto e commentato dell'ultimo libro sulla bomba alla stazione: il saggio uscito per Chiarelettere di Rosario Priore e Valerio Cutonilli "I misteri di Bologna".

Oggi sul FQ Gianni Barbacetto (autore tra gli altri del libro "Il grande vecchio" sulle stragi e sui segreti italiani) intervista il giudice Carlo Mastelloni, che nel passato aveva indagato sul disastro di Argo 16 e sui contatti tra Br e Olp per lo scambio d'armi.
Diversamente da Priore, Mastelloni ha pochi dubbi sull'origine della bomba e sui responsabili: sono stati i neofascisti dei Nar, Valerio Fioravanti e Francesca Mambro.
Se quest'intervista cancella la tesi dei due autori del libro, ciò non toglie che il contesto internazionale degli anni a cavallo tra i '70 e gli '80 è ben descritto e contribuisce a chiarire tante altre storie tragiche avvenute in quegli anni (come l'abbattimento dell'aereo dell'Itavia, la strage di Ustica).

E' la più grave delle stragi italiane: 85 morti, 200 feriti. È anche l’unica con responsabili accertati, condannati da sentenze definitive: Valerio Giusva Fioravanti, Francesca Mambro, Luigi Ciavardini. Esecutori materiali appartenenti ai Nar, i Nuclei armati rivoluzionari. La strage di Bologna del 2 agosto 1980, ore 10.25, è anche l’unica per cui sono state emesse sentenze per depistaggio: condannati due uomini dei servizi segreti, Pietro Musumeci e Giuseppe Belmonte, e due faccendieri della P2, Licio Gelli e Francesco Pazienza.
I depistaggi: fanno parte della storia delle indagini sull’attentato di Bologna (come di tutte le stragi italiane, a partire da piazza Fontana) e arrivano fino a oggi, dopo che sono passati 36 anni. Malgrado le sentenze definitive che attribuiscono la responsabilità dell’attentato ai fascisti nutriti dalla P2, sono continuamente riproposte altre spiegazioni, fantasmagoriche “piste internazionali”.

La pista palestinese, più volte presentata in passato, anche da Francesco Cossiga, torna alla ribalta oggi aggiornata dal magistrato che ha indagato sulla strage di Ustica, Rosario Priore. Continua a resistere la pervicace volontà di non guardare le prove raccolte in anni d’indagini e allineate in migliaia di pagine di atti processuali, per inseguire le suggestioni evocate da personaggi pittoreschi e depistatori di professione. Del resto Fioravanti e Mambro, che pure hanno confessato decine di omicidi feroci, continuano a proclamare la loro innocenza per la strage della stazione: non possono e non vogliono accettare di passare alla storia come i “killer della P2”. La definizione è di Vincenzo Vinciguerra, protagonista dell’altra strage italiana per cui c’è un responsabile condannato, quella di Peteano. Ma Vinciguerra ha denunciato se stesso e ha orgogliosamente rivendicato l’azione di Peteano come atto “di guerra politica rivoluzionaria” contro uomini dello Stato in divisa. Su Bologna, sulle 85 incolpevoli vittime, sui 200 feriti, invece, 36 anni dopo restano ancora all’opera i dubbi, le menzogne, i depistaggi.

Non ha dubbi: “Cominciamo a mettere le cose al loro posto: la matrice neofascista della strage di Bologna è chiara”. Carlo Mastelloni è dal febbraio 2014 procuratore della Repubblica a Trieste. Non dà credito alla pista internazionale per l’attentato: il giudice Rosario Priore, in un libro scritto con l’avvocato Valerio Cutonilli, spiega la strage con una pista palestinese.
Non l’ho mai condivisa”, dice Mastelloni. In estrema sintesi, secondo i sostenitori di questa ipotesi, la Resistenza palestinese avrebbe compiuto la strage come ritorsione per l’arresto nel novembre 1979 di Abu Saleh, uomo del Fronte popolare di liberazione della Palestina (Fplp), componente radicale dell’Olp di Yasser Arafat, fermato in Italia con tre missili terra-aria tipo Strela insieme a Daniele Pifano e altri due esponenti dell’Autonomia romana. La strage come vendetta per la rottura da parte italiana del cosiddetto “Lodo Moro”, cioè dell’accordo di libero transito in Italia dei guerriglieri palestinesi, in cambio della garanzia che sul territorio italiano non avrebbero compiuto attentati.
Quella pista”, ricorda Mastelloni, “si basa sul fatto che a Bologna la notte prima della strage era presente Thomas Kram; tuttavia,all’elemento certo di quella presenza si è aggiunto il nulla indiziario”. Kram è un tedesco legato al gruppo del terrorista Carlos, lo Sciacallo. Nuovi documenti, ancora secretati perché coinvolgono Stati esteri, sono stati di recente acquisiti dall’attuale Commissione parlamentare d’inchiesta sull’assassinio di Aldo Moro: proverebbero che gli accordi con la Resistenza palestinese hanno tenuto almeno fino all’ottobre dell’80, assicura lo storico Paolo Corsini, che ha potuto leggere quelle carte in qualità di componente dell’organismo parlamentare.

Racconta Mastelloni: “Quando il vertice del Sismi (il servizio segreto militare erede del Sid) dopo l’arresto di Pifano e degli altri fu costretto a rivelare la persistenza del Lodo Moro a Francesco Cossiga – che già ne era stato sommariamente informato attraverso le lettere inviate da Moro prigioniero nella primavera 1978 – questi andò su tutte le furie.
Soprattutto dopo aver appreso che il transito dei missili era stato accordato al capo dell’Fplp George Habbash dal colonnello del Sid Stefano Giovannone”. La furia di Cossiga, i contatti di Giovannone.
In quei mesi Cossiga era presidente del Consiglio. “Appunto. E si arrabbiò moltissimo. Di qui l’atteggiamento furioso di Habbash che rivendicò i missili e la copertura datogli “dal governo italiano” che lui evidentemente identificava in Giovannone, capocentro Sismi a Beirut. Conosco un po’ la personalità di Cossiga: gli piacevano assai certi intrighi internazionali e poi credeva di avere le stesse capacità strategiche di Moro. Per questo è assai facile che il Lodo abbia tenuto fino a tutto il 1980, almeno fino alla conclusione del mandato di Cossiga. È però da escludere che di fronte a una strage come quella di Bologna il Lodo Moro potesse essere idoneo a coprire il fatto. Mi si deve poi spiegare quale utilità avrebbe mai conseguito il Kgb – che aveva avuto alle sue dipendenze Wadi Haddad fino al 1978, così come nella sua orbita si trovava Habbash e lo stesso Arafat capo dell’Olp – colpendo la rossa Bologna”.
Cossiga arrivò a dire, in un’intervista al Corriere del giugno 2008, che la strage fu la conseguenza un transito di esplosivo finito male. “Non è assolutamente plausibile. L’esplosivo usato per l’attentato poteva esplodere solo se innescato, non per altri fattori accidentali. La strage fu causata dalla deflagrazione di una valigia riempita con circa 20 chili di Compound B, esplosivo di fabbricazione militare in dotazione a istituzioni come la Nato”.
Priore sostiene che l’Fplp di Habbash aveva una così forte influenza su Giovannone e, tramite questi, sul governo italiano, da pretendere che le nostre autorità rifiutassero a statunitensi e israeliani di esaminare i missili Strela sequestrati.
Il dottor Habbash è stato un capo carismatico ma, francamente, penso che i nostri alleati non avessero bisogno di analizzare gli Strela che già conoscevano. Le rivelo che spesi ogni energia –tante missive di richiesta allo Stato maggiore dell’esercito – per avere notizia dei missili sequestrati e poi inviati agli organi tecnici dell’Esercito. Dove si trovavano? Silenzio. Mi fu poi detto nel 1986, dal generale Vito Miceli, che erano stati spediti agli americani per le analisi”. L’ipotesi è che il destinatario ultimo dei missili sequestrati fosse niente di meno che il terrorista Carlos, che stava progettando un’azione clamorosa, un attentato contro i leader egiziano Sadat.
Lo escludo. Nel 1979, Carlos già da anni era stato espulso dal circuito di Fplp. Penso che quei missili fossero in transito e che gli autonomi arrestati si sarebbero dovuti limitare a trasportarli, probabilmente fino al confine svizzero. Si trovava infatti in Svizzera quella che io chiamo ‘la testa del motore’, e cioè la centrale del terrorismo palestinese. Mi pare che proprio in quel periodo a Ginevra fosse in programma un’importante conferenza internazionale cui doveva partecipare Henry Kissinger, da anni obbiettivo del Fplp. Carlos aveva assunto il comando dell’organizzazione poi chiamata Separat, vicina ai siriani, e quindi all’Unione Sovietica. Escludo perciò che Carlos avesse bisogno proprio dei due missili di Habbash così come escludo che quest’ultimo si mettesse ‘nelle mani’ di Carlos per compiere un attentato eclatante nella rossa Bologna” .
È dunque solida, da un punto di vista giudiziario,la matrice fascista della strage di Bologna.
Sì. Ricordiamoci innanzitutto il luogo e il contesto: agli inizi degli anni Ottanta, Bologna era ancora la capitale simbolica del Pci. Finiti gli anni del compromesso storico e degli accordi con la Dc, Enrico Berlinguer riposizionò il Partito comunista all’opposizione”.
Tanti i testimoniche parlano di Giusva
Responsabile della strage, per la giustizia italiana, è il gruppo dei Nar, i Nuclei armati rivoluzionari di Valerio Giusva Fioravanti.
Lo provano le testimonianze di militanti di primo piano dei Nar: da Cristiano Fioravanti a Walter Sordi, da Stefano Soderini a Luigi Ciavardini. Ma decisiva appare nel contesto della strage la vicenda dell’omicidio Mangiameli. Francesco ‘Ciccio’ Mangiameli, leader nazionale di Terza Posizione, fu indicato dal colonnello Amos Spiazzi nell’agosto del 1980 come coinvolto nell’attentato. Nel settembre dello stesso anno, Mangiameli venne eliminato dai fratelli Fioravanti, Francesca Mambro e Giorgio Vale a Roma, dopo essere stato attirato in una trappola. Omicidio inspiegabile, se non con il pericolo che ‘Ciccio’ rivelasse quello che sapeva sulla strage di Bologna ”.
Giusva Fioravanti e Francesca Mambro erano stati a Palermo, da Mangiameli, nel mese di luglio 1980, per pianificare l’evasione di Pierluigi Concutelli, capo militare di Ordine nuovo.
Sì. Ed è proprio per paura di quanto avevano appreso durante quel viaggio in Sicilia che Giusva era deciso a eliminare anche la moglie e la bambina di Mangiameli. Questo lo ha raccontato il pentito Cristiano Fioravanti, fratello di Giusva”.
Cristiano Fioravanti è un personaggio drammatico, grande accusatore del fratello Giusva. È un personaggio credibile?
Certamente sì. In diverse confidenze fatte nel carcere di Palianolo si evince dalle dichiarazioni di Sergio Calore e Raffaella Furiozzi – e in parziali confessioni rese alla Corte d’assise di Bologna, poi ritrattate ma solo su fortissime pressioni del padre dei fratelli Fioravanti, Cristiano ha additato il fratello come responsabile della strage che, nelle intenzioni, non avrebbe dovuto assumere dimensioni così devastanti”.
In aggiunta c’è la testimonianza di Massimo Sparti.
Ed è molto importante. Sparti parla di una richiesta urgente di documenti falsi per Francesca Mambro avanzata da un Valerio Fioravanti molto preoccupato che la ragazza fosse stata riconosciuta alla stazione di Bologna. Inoltre, è assolutamente certo che Giusva e Francesca volevano eliminare Ciavardini per aver fatto incaute rivelazioni il 1° agosto alla fidanzata. Stefano Soderini era già stato mobilitato per l’eliminazione del giovane, allora minorenne e ferito in uno scontro a fuoco durante un’azione dei Nar. Non le pare abbastanza per considerare definitiva la matrice fascista della strage?”.

Quella grande lapide con 85 nomi
Alcuni ritengono però che in tutta la vicenda processuale sia apparsa indeterminata, se nonassente, la figura dei mandanti e la motivazione profonda per la strage.
Resta un buco di ricostruzione storica. Ma nessuno può levarmi dalla testa che le continue e pervicaci campagne volte ad accreditare l’innocenza degli attentatori materiali neofascisti non hanno avuto altro esito – anche dopo la sentenza definitiva della Cassazione – che allontanare ancora di più la ricerca dei mandanti e dei loro scopi”.

Oggi resta intoccabile quella grande lapide (“Vittime del terrorismo fascista”) all’interno della stazione, con i nomi degli 85morti di Bologna. “Sì, e aggiungo una cosa: quella lapide è tuttora scomoda per parecchi ambienti”

La strategia del sommergibile (emerso)

La prima pagina di Repubblica di ieri: "MPS non pagano i cittadini".
E' la sintesi del titolista dell'intervista su Repubblica del presidente del Consiglio:  e per fortuna che voleva inaugurare la politica del sommergibile, sul referendum, per evitare che la sua sovraesposizione (e dei renziani da comunicazione) porti danno alla causa delle riforme.
Nell'intervista c'è dentro tutto l'ottimismo del governo e la sua capacità nel raccontare i problemi del paese nel modo che è più comodo, omettendo gli errori o scaricandoli sui predecessori.
Nell'intervista si toccano tutti i temi delicati, quelli che minano la perfezione dello storytelling di un paese uscito dalla crisi: le banche, la soluzione di mercato per MPS, gli stipendi della Rai, il referendum sulla riforma costituzionale.

Si parte da MPS: nel titolo o hanno sbagliato verbo (volevano dire forse "non paghino i cittadini") o hanno fatto solo una previsione tutta da verificare. E comunque i cittadini senesi e i dipendenti hanno già pagato grazie.
E i banchieri, responsabili della situazione, ancora devono pagare (e non è che il governo o bankitalia si siano mossi in tal senso.

Sul lavoro: i dati forniti dall'Istat a questo mese dicono bene alla propaganda e dunque possono essere tirati fuori.
Aumenta l'occupazione, è vero, ma per contratti a termine, dunque probabilmente per lavoratori stagionali.

Sugli stipendi RAI sarebbe stato meglio stare zitto: Campo dall'Orto l'ha scelto lui e tutti sapevano dei super stipendi e dei pieni poteri.
Il governo ha messo le mani sulla Rai e ogni giorno leggiamo i tweet velenosi dei renziani contro giornalisti (come Berlinguer, Giannini e prima ancora Presa diretta) non completamente allineati. Come ai tempi di Berlusconi.
C'è spazio poi sul referendum ("Personalizzare questo referendum contro di me è il desiderio delle opposizioni, non il mio.... "), sulle minacce per chi vuole votare no e infine sulle missioni militari: il FQ sabato ha scritto delle missioni in Iraq non autorizzate dal Parlamento. O smentisce o ha raccontato una bugia.
Oggi, sul FQ, potete leggere la contro analisi dei giornalisti Stefano Feltri e Marco Travaglio:
Che il premier Matteo Renzi avesse deciso di sparire dalla scena mediatica per tutta l’estate, secondo la “strategia del sommergibile” suggerita dai suoi consiglieri, non lo poteva credere nessuno. Ma si sperava almeno in una moratoria, magari parziale, delle bugie propagandistiche. Speranza andata delusa ieri, con la sua intervista-fiume a la Repubblica.1. Montepaschi. “Ci siamo mossi per dare una risposta tempestiva: la proposta di Atlante ripulisce finalmente e per sempre la questione crediti deteriorati”.Che il problema sia risolto è tutto da dimostrare. La complessa operazione finanziaria che coinvolge il fondo Atlante per liberare Mps da 9,2 miliardidi crediti in sofferenza è soprattutto la risposta a un errore del governo. A novembre, tentando di risolvere la crisi di PopEtruria e altre tre banche, un decreto ha illuso il mercato di poter recuperare 18 euro ogni 100 prestati ai debitori in sofferenza. Questo ha aperto all’improvviso un buco nei bilanci di molte banche che usavano valutazioni molto più ottimistiche. Ora Mps dovrebbe cedere le sue sofferenze a 33 euro anziché a 18, cioè a quasi il doppio. Atlante e Mps devono riuscire a far cambiare opinione al mercato, rimasto fermo al prezzo indicato dal governo. E non è detto che ci riescano. Non si è mai vista un’operazione di mercato a prezzi fuori mercato.
2. Jobs Act. “Dal 2015 abbiamo cambiato verso e invertito la rotta. Il segno del Pil è tornato positivo, il Jobs Act ha portato 599mila posti di lavoro in più e la massa dei crediti deteriorati finalmente cala”. Le sofferenze nette delle banche continuano a crescere, dagli 84 miliardi di aprile agli 85 di fine maggio (ultimo dato Abi). Come ha osservato la Reuters, nel 2015, con il Jobs Act e l’economia in crescita, sono stati creati 110.000 nuovi posti di lavoro. Nel 2014,senza il Jobs Act e con l’e c o n o-mia nel terzo anno di recessione, ne erano stati creati 168.000.

Banche/1. “Con Padoan abbiamo agito all'unisono, incoraggiando una soluzione di mercato. La Bce e il Cda del Monte dei Paschi hanno fatto poi la scelta che hanno ritenuto più solida. A me interessa proteggere il correntista e il risparmiatore”.Per mesi Renzi e il governo hanno fatto scrivere ai giornali amici di essere vicinissimi a una “soluzione di sistema” concordata con la Commissione europea, tramite la ricapitalizzazione delle banche con soldi pubblici e senza chiedere sacrifici ai risparmiatori. Poi di quel negoziato si sono perse le tracce, visto che l’Italia non stava ottenendo nulla. Allora Renzi ha iniziato a presentarsi come sostenitore di una soluzione di mercato, con cessioni di crediti in sofferenza a prezzi stracciati e Mps consegnata di fatto alla banca americana JP Morgan. Visto che l’esito finale è stato diverso, ora prende le distanze. Se le Borse reagiscono male o se tra un anno Mps sarà di nuovo a rischio, nessuno dovrà dare la colpa a lui (che per mesi ha lasciato degenerare la crisi inseguendo soluzioni inapplicabili).
4. Banche/2. “Noi come governo abbiamo messo le mani in una situazione difficilissima con un obiettivo chiaro: via la politica dalle banche”.È stata la politica a scaricare buona parte del peso delle crisi di alcuni istituti sul resto del sistema bancario, forzando quelli sani a farsi carico - anche tramite i contributi al fondo Atlante - dei disastri di PopVicenza, Etruria e Veneto Banca.
5. Etruria. “Su Banca Etruria noi siamo stati di una severità esemplare arrivando al commissariamento e alle doppie sanzioni. Ma chi conosce Arezzo sa che le cause di quella vicenda hanno le radici in un passato lontano e sono ben diverse da come sono state raccontate ”.Pier Luigi Bo-schi, padre della ministra Maria Elena, era membro del Cda e fu promosso vice presidente subito dopo che la figlia entrò nel governo e poco prima che Etruria fosse commissariata da Bankitalia (non dal governo, come fa credere Renzi). E fu Bankitalia, non il governo, a sanzionarlo. Dove sarebbe la severità del governo? Della commissione di inchiesta promessa da Renzi per indagare sulla responsabilità di banchieri e vigilanti nel disastro di Etruria e altre tre banche, si sono perse le tracce.

31 luglio 2016

100 giorni alle elezioni americane

100 giorni ci separano dalle prossime elezioni americane.
Elezioni che potrebbero portare alla Casa Bianca il candidato Repubblicano Donald Trump.
Sabato mattina leggevo la notizia dei malumori, dentro la Casa Bianca, nel condividere dossier non classificati della Cia con Trump: era consuetudine dai tempi di Truman che i servizi segreti mandassero parte dei rapporti ai due candidati usciti dalle nomination.
Giovedì, durante un briefing con la stampa, il press secretary Josh Earnest ha detto che l’amministrazione si fida di Hillary Clinton e confida che l’ex segretario di Stato capisca l’importanza di mantenere il segreto sulle informazioni classificate. Interrogato su Trump, Earnest ha glissato dicendo che si tratta di una decisione che deve prendere il direttore della Cia. “Non posso esprimermi io”, ha detto. Ma secondo i giornalisti presenti, Earnest ha lasciato intendere che l’Intelligence potrebbe operare una selezione tra i candidati nel condividere informazioni classificate.

Questo per dire del clima che si sta vivendo in America.
Dove il candidato Repubblicano ha invitato i servizi di un paese “non amico” come la Russia, di indagare sulla rivale Clinton.
Dove si mormora, vero o falso che sia, che per la campagna elettorale sia stata finanziata da soldi russi, per l'interesse di Putin di far crescere nel resto del mondo i partiti nazionalisti.
Nazionalisti e populisti come Trump: il politico del muro lungo il Messico, quello che andrà a dialogare con Putin ma non andrà a far nulla contro la Turchia di Erdogan.

La Turchia di Erdogan è una delle sconfitte della politica estera dell'amministrazione Obama: come hanno potuto non accorgersi di quello che stava diventando la Turchia di Erdogan, che da alleato strategico in pieno medio oriente, si è trasformata da serpe in seno.
Il contro golpe di Erdogan, che magari ci ha salvato da un nuovo Al Sisi, sta facendo un repulisti nel paese che dovrebbe preoccuparci tanto quanto la visione “trumpiana” dell'America, bianca, estremista, intollerante.
Altrettanto intollerante è la massa che sta occupando le piazze turche per difendere Erdogan, le cui immagini riempiono le facciate dei palazzi (come l'immagine del grande fratello di Orwell, volendo fare un sinistro paragone)
Erdogan che, in una torsione a 180 gradi ha aperto il dialogo con Putin e ora anche con Assad.
E ricordiamoci Assad, il dittatore Assad, è all'origine della guerra in Siria, coi suoi 470mila morti.

Che scenari internazionali si preparano nel mondo, nel prossimo semestre?
Nel 2017 si voterà anche in Germania e poi in Francia, dove i partiti di destra (populisti e nazionalisti) scalpitano da tempo, puntando su immigrati, sicurezza, il prima noi poi gli altri ..

Certo, noi italiani possiamo consolarci con le storie del nostro giardino: il salvataggio di MPS col bollino blu di BCE e Commissione Europea (e nessuno che si chiede come abbia fatto a scendere così in basso la banca più vecchia d'Europa), le crescite da decimali dei posti di lavoro, per lo più di precari stagionali. La conclusione dei lavori sulla Salerno - RC, i cui lavori di ammodernamento  però si fermeranno un pelino prima di Reggio. 
Anche noi abbiamo il nostro Trump, qui in Italia, che si limita però a portare sul palco delle bambole gonfiabili per far ridere il suo pubblico.

Ma nei prossimi mesi, in Turchia, in Siria, in America e anche qui in Europa, ci sarà poco da ridere.


29 luglio 2016

La pista di destra (da I segreti di Bologna)

Le sentenze della magistratura sulla bomba di Bologna parlano chiaro: a compiere l'attentato alla stazione di Bologna sono stati gli esponenti dei NAR Valerio Fioravanti, Francesca Mambro assieme all'allora minorenne Luigi Ciavardini.
La pista “nera” fu imboccata subito dai magistrati e dalle forze dell'ordine, anche il presidente del Consiglio di allora Cossiga, di fronte al Parlamento, parlò di strage nera.
Le bombe che uccidono in modo indiscriminato, per creare tensione e spostare l'asse politico a destra, le mettono i fascisti.
Tutto questo sebbene nel 1980 il progetto di unità nazionale era fallito e non eravamo più ai tempi dell'autunno caldo del 1969.
E le minacce all'Italia da parte del gruppo militare di Habash FPLP (con l'annuncio di azioni terroristiche come ritorsione al lodo Moro)? Gli allarmi lanciati dal direttore del Sismi Santovito a Zamberletti, prima di firmare l'accordo con Malta (che tagliava fuori la Libia di Gheddafi)? E le pressioni, sempre dei servizi, nei confronti dei giudici di Chieti e L'Aquila, per avere clemenza nei confronti degli imputati al processo sui missili di Ortona?
La verifica di una pista di destra per la strage di Bologna è un fatto scontato sotto il profilo investigativo. A suscitare perplessità, invece, è l'immediata esclusione di tutte le restanti ipotesi. Il telegramma della Questura di Bologna lo dimostra in modo inequivocabile. Nell'assenza dichiarata d'indizi, o di rivendicazioni attendibili, si è rinunciato a priori all'indagine a tutto campo. La scelta è incomprensibile, considerato che da diversi mesi Sismi, Sisde e Ucigos hanno certificato il pericolo di un attentato dell'Fplp.Com'è possibile che, proprio quando i fatti sembrano convalidare i timori palesati nelle informative, la pista palestinese scompaia improvvisamente nel nulla?Gli apparati di sicurezza sembrano in preda ad un'amnesia collettiva molto poco convincente. Nessuno ricorda gli allarmi arrivati da Beirut e dalla stessa Bologna.Viene rimossa anche la notizia dell'incontro tra Habash [il rappresentante del gruppo FPLP] e Carlos [lo sciacallo, il terrorista in contatto col FPLP] per concordare un'azione ritorsiva. Cadono nel dimenticatoio le richieste di clemenza inoltrate dagli uomini del Sismi ai magistrati di Chieti e L'Aquila, per scongiurare il rischio di una vendetta del Fronte popolare. Nessuna traccia di questo si troverà nei rapporti giudiziari destinati ai magistrati di Bologna. Anche la sottoscrizione del trattato italo maltese, avvenuta proprio negli istanti in cui la stazione ferroviaria è saltata in aria, sarà tenuta nascosta a lungo.Al ritorno in Italia, Zamberletti, scosso dalla coincidenza temporale e dalla reazione angosciata di Mintoff alla notizia dell'esplosione, chiederà lumi al direttore del Sismi. Il generale Santovito, l'uomo che nelle settimane precedenti lo aveva scongiurato di non grattare la schiena alla tigre, ora sembra tirarsi indietro. Esclude qualsiasi nesso tra il trattato di protezione militare e l'attentato di Bologna, che è stato commesso sicuramente dai neofascisti”.



Va chiarita una cosa: nemmeno gli autori del libro, l'avvocato Cutonilli e il giudice Priore, arrivano alla prova provata di una responsabilità da parte del gruppo di Carlos né di altri membri del gruppo FPLP.
Qui si vogliono solo rivelare delle incongruenze nel come è stata raccontata la storia, nelle indagini e nella spiegazione, dell'atto terroristico, che è stata data al paese.

Gli altri post sul libro:
La strage di Bologna – la pista palestinese
Le due anime della politica italiana (e i venti di guerra della primavera 80)


La scheda del libro “I segreti di Bologna” sul sito di Chiarelettere

Voi dell'ufficio istruzione - Rocco Chinnici l'inventore del pool

«Ma cosa credete di fare all'ufficio istruzione? La devi smettere Chinnici di fare indagini nelle banche, così rovini tutta l'economia siciliana .. ». 
Ad usare queste parole contro l'allora capo dell'ufficio istruzione Rocco Chinnici era il procuratore generale di Palermo nel 1982, Giovanni Pizzillo, che così esprimeva il suo modo di vedere la giustizia e il contrasto alle mafie.
Cari giudici, tenetevi lontano dalle banche che riciclano le immense fortune dei boss.
Anzi, cari giudici, tenetevi proprio lontano dai "processoni" sui mafiosi, sui potenti, sui politici..

Nel suo diario il 18 maggio, Rocco Chinnici annotava:
"Ore 12 vado da Pizzillo … Mi dice chiaramente che devo caricare di processi semplici Falcone, in maniera che cerchi di scoprire nulla perché i giudici istruttori non hanno mai scoperto nulla"

Questi sono i magistrati che piacciono ad una certa giustizia, quella che piange lacrime di coccodrillo ad ogni commemorazione importante, quella che i giudici è meglio che non scoprano niente.
Le vie del denaro mafioso.
I collegamenti con gli istituti finanziari.
I rapporti do ut des con la politica per quella "convergenza di interessi" poi illustrata nella sentenza di rinvio a giudizio del maxi processo. 
Rocco Chinnini, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino erano il nucleo del pool antimafia poi guidato da Caponnetto quando un'autobomba piazzata davanti casa uccise Rocco Chinnici, il portiere del suo stabile oltre al maresciallo dei carabinieri Mario Trapassi, l'appuntato Salvatore Bartolotta, componenti della scorta.

Perché nonostante gli avvertimenti dell'eccellenza pizzillo, il pool di Chinnici aveva continuato ad indagare sui livelli superiori della mafia, nella zona grigia dei professionisti che si mettevano a servizio dei boss.
Aveva portato avanti le indagini sui delitti politici, da Pio La Torre a Mattarella, dal giornalista Mauro Francese all’omicidio Dalla Chiesa con la convinzione che dietro ci fosse una comune regia
Il famoso terzo livello:
Certe cose a Palermo non bisogna dirle. Anzi è consigliabile, per essere «apprezzati», negarle smentirle. Invece Chinnici andava a ruota libera, pensava ad alta voce. E pensava anche – dimostrando in questo un'incoscienza senza pari – che il terzo livello esiste, e che senza il terzo livello la mafia che spara, che fa le stragi, che taglieggia popolazioni intere, non avrebbe motivo d'esistere. Spiegò pochi giorni prima della sua morte: «c'è la mafia che spara; la mafia che traffica in droga e ricicla soldi sporchi; e c'è l'alta finanza legata al potere politico (..) Stiamo lavorando per arrivare ai centri di potere più elevati». Se l'avessero lasciato fare avrebbe certamente raggiunto l'obiettivo.Tratto da Venticinque anni di mafia - Saverio Lodato: capitolo “Beirut? Belfast? No, Palermo”. Pagine 133-134 

Il 29 luglio 1983, alcuni giornali titolavano "Palermo come Beirut": non eravamo in medio Oriente ma in una città europea di una nazione dentro il G7, anni in la mafia ammazzava magistrati, prefetti, uomini delle forze dell'ordine, eppure non era emergenza nazionale.
Chinnici comprese, ben prima di altri uomini dello Stato, dell'importanza di apristi alla società civile, ai giovani soprattutto, per far comprendere loro l'importanza della lotta alla mafia, che significava fare una lotta per la libertà.
"[...] sono i giovani che dovranno prendere domani in pugno le sorti della società, ed è quindi giusto che abbiano le idee chiare. Quando io parlo ai giovani della necessità di lottare la droga, praticamente indico uno dei mezzi più potenti per combattere la mafia. In questo tempo storico infatti il mercato della droga costituisce senza dubbio lo strumento di potere e guadagno più importante. Nella sola Palermo c'è un fatturato di droga di almeno quattrocento milioni al giorno, a Roma e Milano addirittura di tre o quattro miliardi. Siamo in presenza di una immane ricchezza criminale che è rivolta soprattutto contro i giovani, contro la vita, la coscienza, la salute dei giovani.Il rifiuto della droga costituisce l'arma più potente dei giovani contro la mafia".
La magistratura che dialoga con le persone (nel rispetto del segreto delle indagini, certo), che non ha timori di entrare nelle stanze del potere e dell'economia.
Quanto siamo distanti da quanti ancora oggi sostengono che la lotta alla mafia sia solo una questione di repressione, che i magistrati con la loro azione danneggiano l'economia.

28 luglio 2016

Come grattare la schiena alla tigre (da I segreti di Bologna)

Primavera estate del 1980, venti di guerra sull'Europa: la nuova politica del governo Cossiga in direzione contraria a quella filo araba dei governi di solidarietà nazionale e col disconoscimento del lodo Moro.
I tentativi di insurrezione contro il regime di Gheddafi (in cui sono coinvolti anche degli italiani e pezzi dei nostri servizi). La questione di missili americani Cruise in risposta agli SS 20 puntati contro le capitali europee.
E la vicenda dei missili di Tortona, l'intrigo internazionale al centro del libro “I misteri di Bologna” di Priore e Cutonilli: i missili terra aria sequestrati ad un gruppo di italiani, di autonomia, condannati dalla procura di Chieti per traffico d'armi assieme allo studente giordano Abu Saleh. Rappresentate italiano del gruppo militare FPLP.

Il generale Santovito, direttore del Sismi nel 1980

Infine, l'accordo italo maltese per la protezione dell'isola (e del banco petrolifero di Medina) che prevedeva l'allontanamento dei libici. Un'altra questione che oltre ad irritare l'ex alleato Gheddafi (nonché partner commerciale), preoccupava i vertici dei servizi di sicurezza, come il generale del Sismi Santovito, che erano a conoscenza del loro Moro (l'accordo coi palestinesi che consentiva loro il passaggio di terroristi ed armi sul nostro territorio purché fosse risparmiato da attentati):
Santovito cerca di convincere Zamberletti a compiere un passo indietro.Il direttore del Sismi lo avvisa che espellere i libici da Malta è come grattare la schiena alla tigre. Metafora quanto mai efficace per rappresentare l'imminenza di un grave pericolo.Il regime di Tripoli, infatti, ha già reagito in modo negativo alla decisione, non ancora ufficiale ma nota, di collocare i missili nucleari a ridosso delle coste libiche. L'accordo con Mintoff renderebbe colma la misura. Al direttore del Sismi non sfugge l'imbarazzo del governo per gli omicidi dei dissidenti libici avvenuti in Italia nei mesi precedenti. E' turbato anche dalla partecipazione di cittadini italiani al golpe che il governatore della Cirenaica Sheybi sta organizzando con l'aiuto occidentale. Ha motivo di ritenere che, in un contesto simile, la sottoscrizione del trattato maltese porterebbe allo scontro aperto con la Libia. I danni, non solo economici, che possono derivarne non troverebbero compensazione nei vantaggi generati dal controllo italiano su Malta. Santovito tiene a ricordare al rappresentante del governo che la Libia è in stretti rapporti con le principali centrali terroristiche. A Zamberletti non serve uno sforzo d'immaginazione per cogliere l'allusione all'Fplp...

Tutto questo è stato causa della bomba alla stazione di Bologna?
I responsabili (politici, militari) dell'epoca o sono morti (da Gheddafi a Cossiga e Santovito) o hanno scelto il silenzio.
La bomba di Bologna ha un responsabile,per la giustizia, sono i terroristi dei NAR Mambro e Fioravanti.
Difficile però, non pensare al contesto internazionale, alle tensioni sul Mediterraneo, a quell'aereo dell'Itavia abbattuto tra Ponza e Ustica probabilmente in uno scontro con caccia militari.
Sappiamo veramente tutto sulla strage di Bologna?

La scheda del libro “I segreti di Bologna” sul sito di Chiarelettere


Sulla guerra di religione (ma questa non è religione)

A parlare in modo chiaro è stato il papa, con la sua visione (non certo di tutta la chiesa né di tutti i cristiani ) su terrorismo islamico e accoglienza.
Parole chiare, nette, di fronte al presidente polacco, uno dei paesi che dei presunti valori europei accetta solo quelli in euro.
“Abbiamo bisogno di dire questa verità: il mondo è in guerra perché ha perso la pace, parlo di guerra sul serio, non di guerra di religione.C'è guerra per interessi, soldi, risorse della natura, per il dominio sui popoli. Qualcuno parla di guerra di religione, ma tutte le religioni vogliono la pace. La guerra la vogliono gli altri, capito?”. 
Chi vuole questa querra nei territori del Califfato? Chi vuole questo stato di tensione crescente, di paura, nell'attesa del prossimo attentato da parte del terrorista fai da te, quello radicalizzato all'ultimo momento, che nemmeno conosce veramente la religione ma che nell'islamismoha trovato le risposte alla sua rabbia e alla sua frustrazione?
Il terrorismo uccide occidentali cristiani o meno, come anche musulmani in Iraq e Afghanistan, come quello contro la comunità degli Hazara, sciiti, durante un corteo in cui chiedevano al governo la corrente per le loro case.

Si fa la guerra per invadere un territorio, per creare tensione sociale, per dividere anziché unire.
Chi, di fronte agli attacchi di queste settimane dà risposte facili, le solite, non aiuta a risolvere il problema.
Non saremo mai al sicuro di fronte ad attacchi isolati, di gruppi che sfuggono ai servizi o di attentatori pure schedati (e coi braccialetti, quelli sperimentati anche da noi): non possiamo mettere un poliziotto o un militare dietro ogni italiano, dietro ogni francese, dietro ogni tedesco.

Quello che si deve fare è aiutare i musulmani ad aiutarci: le comunità stesse devono denunciare i reclutatori, i giovani ragazzi che arrivano ad ammirare i tagliagole del Daesh: il puntare il dito, il guardare con sospetto le persone di un altro colore, il muro contro muro sulle moschee, sull'accoglienza, non fa che portare acqua a chi fa campagna d'odio.  

In tal proposito, interessante il punto di vista di Gérard Biard , caporedattore di Charlie Hebdo, intervistato da Luana de Micco:
Rispetto a un anno e mezzo fa, gli attentati si fanno sempre più frequenti. Che cosa sta succedendo in Fra n c i a?Si sta concretizzando ciò di cui parlavamo a Charlie sin dal 2006, cioè dalla vicenda delle caricature di Maometto. Siamo entrati in un ciclo, un attentato segue l’altro. I francesi ne hanno preso coscienza, non dopo Charlie, ma dopo il 13 novembre, quando ci si è resi conto che il terrorismo riguarda tutti. Ci stiamo abituando a convivere con gli attentati quotidiani. Pensare di poterli prevedere tutti è impossibile, soprattutto se non ci si trova di fronte a filiere ma a terroristi fai-da-te.
La destra accusa il governo di non fare abbastanza per garantire la sicurezza dei f ra n ce s i ...La paura implica una richiesta forte di sicurezza ma non si può mettere un poliziotto dietro a ogni francese. Il governo ha il dovere di proteggere la popolazione. La questione è: fino a che punto si può spingere? Dopo Nizza la destra ha persino detto che se i soldati fossero stati armati di lanciarazzi si sarebbe evitata la strage. Ma si tratta solo di discorsi elettorali. Il caso di Trump negli Stati Uniti mostra che le idiozie sono i discorsi che funzionano meglio quando in ballo ci sono sfide politiche. 
Come Adel Kermiche, che ha ucciso il prete di Sain-te -Ét ien ne- du- Rou vray, molti jihadisti si sono radicalizzati dopo Charlie.I giovani che oggi guardano i video di Daesh assomigliano ai giovani tedeschi che negli anni 70 attaccavano alle pareti i poster di Andreas Baader (a capo dei terroristi della Baader-Meinhof) e ai giovani italiani affascinati dalle Brigate rosse. Solo che all’epoca a quei ragazzi venivano date delle alternative. Oggi nessuno osa dire loro che non bisogna solo leggere il Corano o, che so, un altro libro sacro. Ci si paralizza quando si tratta di religione.
Che fare?Il successo di Daesh è di essere riuscito a trasformare qualcosa di intimo come la religione in un’ideologia politica. In passato la Francia ha già portato avanti una lotta politica contro il cattolicesimo, prima con la Rivoluzione del 1789 poi la legge del 1905 sulla separazione della Chiesa e dello Stato. Non è stata una guerra contro i cattolici, ma contro il cattolicesimo come forza politica. La Francia dovrebbe portare avanti lo stesso tipo di battaglia contro l’islamismo, in quanto ideologia, ma ha paura. Ma non si può fare una guerra senza dare un nome al proprio nemico.
Quale è il ruolo della satira?La satira deve cercare di fare luce su certe discorsi e situazioni. Si criticano spesso le caricature perché sono provocatorie. Ma un disegno è come un pugno nello stomaco. Se non scatena una reazione forte, se non veicola un’idea, non è un buon disegno. Disegnare una colomba della pace che piange, dopo gli attentati di Nizza, come ha fatto Plantu per Le Monde, per me è penoso. Che cosa dice degli attentati? Nulla.

27 luglio 2016

Un caimano più caimano del caimano

Fa specie vedere il caimano alle prese con un caimano più caimano di lui, per come Vivendì si è comportata sulla vicenda Mediaset Premium.
Son finiti i bei tempi del Caimano che governava e si curava (non in questo ordine) dei suoi interessi: ora c'è un  Berlusconi, convalescente dall'operazione delicatissima al cuore, alle prese con un partito spaccato, costretto a fare opposizione di facciata per placare certi colonnelli ma con la voglia di tornare a sedersi al tavolo del nazareno (come gli chiede Confalonieri) per salvare le aziende di famiglia.
Prima che Bollorè, l'ex amico, se le pappi tutte.

Che fare ora?
Alzare il prezzo con Renzi con un'opposizione estiva alle riforme?

Fabrizio D'Esposito sul Fatto Quotidiano di oggi:
Fedele ci riprova, dopo il No l’obiettivo è rifare il Nazareno 
Nel quadro di questo sorprendente crepuscolo –Bolloré, il Milan, Forza Italia affidata a Stefano Parisi, guarda caso manager della comunicazioneed ex ad di Fastweb –s’inseriscono i ripetuti appelli di Fedele Confalonieri, presidente diMediaset e coetaneo del Condannato, per riapprodare sulla sponda nazarena delle lar-ghe intese con il Pd di Matteo Renzi. A questo punto dell’estate,la tattica berlusconiana è chiara:fingere di dire No al referendum e poi sedersi di nuovo al tavolo in autunno. La nomina di Parisi va in questa direzione, accompagnata dalla speranza di fare piazza pu-lita dentro Fi. Forse anche stavol-ta sta confidando un po’ troppo nella sua forza. Gli anni passano e niente è più come prima. Dopo quello che è successo ieri, quando B. e Renzi si ritroveranno a par-lare potrebbe essere tardi per entrambi.

26 luglio 2016

Le due anime della politica italiana (e i venti di guerra della primavera '80)

Nella seconda parte del saggio “I segreti di Bologna”, Rosario Priore e Valerio Cutonilli si concentrano sui mesi che precedono la strage di Bologna (2 agosto '80) inquadrandoli nel contesto politico internazionale.
Sono i mesi dove si decide l'installazione degli euromissili in Europa (e in particolare in Italia) in risposta agli SS 20 dei russi, puntati sui paesi della Nato.
Sono i mesi del golpe contro Gheddafi (in cui erano coinvolti anche italiani) e la repressione del rais in Europa (e in Italia, con l'aiuto del Sismi, scrivono Priore e Cutonilli nel libro “I segreti di Bologna”).
Gheddafi che si deve guardare dagli oppositori interni ma anche dalla Francia e dall'America di Cater, che in vista delle rielezioni, decide di puntare tutto sulla politica estera e sulle azioni di forza.
Azioni di forza come quelle dei russi, con l'invasione dell'Afghanistan e degli studenti di Komeini, che hanno assaltato l'ambasciata americana a Teheran.
Sono i mesi in cui si passa dal governo di solidarietà nazionale di Andreotti e la sua politica filoaraba (col rispetto del loro Moro) al governo di Cossiga, che quel lodo lo ha messo in discussione.
E che non ha fatto nulla per “proteggere” il militante del gruppo FPLP Abu Saleh dalla condanna dei magistrati di Chieti (è la vicenda dei missili di Tortona):
Per capire cosa è accaduto nelle stanze del potere, occorre fare un passo indietro. Nel febbraio del 1980 il governo sembra arrancare. Cossiga è sostenuto da una maggioranza esigua ed eterogenea che si divide sulle questioni interne e fatica a difendere le scelte di politica internazionale. Non c'è solo l'opposizione, infatti, a contestare l'approvazione degli euromissili o il deterioramento nei rapporti con la Libia.Anche una parte della Dc teme che il nuovo corso stia nuocendo agli interessi italiani nel Mediterraneo. Nei palazzi del potere serpeggia il timore di un arruolamento dell'Italia nella crociata contro Gheddafi che francesi e americani stanno per intraprendere. Attorno alla questione libica è riesploso il tradizionale conflitto tra le due anime della politica italiana. La prima tesa a ribadire l'ineludibilità del vincolo atlantico e di tutti gli impegni che potrebbero derivarne.La seconda volta a tutelare i rapporti economici con il regime di Tripoli. Rapporti ritenuti imprescindibili per via della dipendenza energetica, compensata peraltro dall'ampio volume di esportazioni e di commesse in nostro favore. Lo scontro sulle questioni internazionali sembra riflettersi, in modo simmetrico, sugli affari interni. Sia la sinistra democristiana che la corrente guidata da Andreotti contestano la linea di cossiga, tesa a costituire un asse con il Psi «anticomunista» di Craxi”.

Mettiamo da parte la teoria dell'ex giudice Rosario Priore e del giornalista Valerio Cutonilli, sulla pista palestinese per la bomba di Bologna.
Concentriamoci sull'attentato, sull'abbattimento dell'aereo dell'Itavia sui cieli del Tirreno (Ustica), sulle tensioni internazionali, sulla nostra ambiguità nella politica internazionale.
La moglie americana e l'amante libica.

Ma nel 1980 siamo veramente arrivati ad un passo dal far scoppiare una guerra?

Il mondo impazzito

Ieri era il pacco bomba a Milano per fortuna finto. L'altro giorno era il profughi siriano che si è fatto esplodere ad Ansbach, con tanto di video inneggiante all'Isis, per far arrivare meglio il messaggio.
Oggi la trottola impazzita del terrore e della paura ritorna in Francia, a Ruen, col parroco sgozzato.
Sono gli episodi che ci colpiscono di più, perché vicino a noi e le vittime sono persone che percepiamo come noi.
Non come le vittime degli attentati a Baghdad e Kabul, islamici sciiti dunque invisi all'Isis come i cristiani.
Perché muoiono anche i musulmani, ma forse a noi non interessa questo.
Perché ora, dopo questo ennesimo delitto a sfonso religioso cominceremo a guardare gli altri (quelli con la pelle di un colore diverso, quelli col velo, con la barba) con sospetto.
Non ci sentiremo sicuri da nessuna parte, altro che militari nelle strade.
Questo è quello che vuole l'Isis, instaurare terrore e creare odio e diffidenza, terreno fertile per reclutare poi le persone con dentro tanta rabbia o con problemi mentali.
Il fatto che siano schegge impazzite ci rassicura?
Non credo, come non ci può rassicurare il fatto che i futuri pretendendi al potere, in America come nella vecchia Europa, siano persone altrettanto instabili capaci solo di portare avanti idee sbagliate che acuiranno altre tensioni nei loro paesi.

Ci diranno ancora che siamo in guerra, che questi sono gli effetti dell'immigrazione incontrollata.
E' il sistema che è fuori controllo: il sistema che consente ad un dittatore di rimanere al comando perché tiene lontano da noi i profughi siriani.
Profughi di una guerra che non si riesce a fermare perché bisogna prima mettersi d'accordo con Putin.
E mentre ce la prendiamo con i disgraziati che sbarcano sulle nostre coste, ancora attendiamo una risposta europea sul tema dell'accoglienza.
Si delega tutto a prefetti e al buon cuore dei comuni.
Si scarica sulla povera gente, mettendo contro italiani contro immigrati.
I clandestini, dicono, che si prendono i nostri servizi e i soldi dallo Stato.
E che magari nascondono al loro interno i futuri attentatori.

Anche se non sappiamo come si mettono in contatto questi nuovi terroristi (fai da te, mi verrebbe da dire).
Anche se non sappiamo come vengono reclutati e da chi.

Ma questo è un ragionamento troppo sottile per certi politici.