21 luglio 2019

Le menzogne che faticano a morire


Anni fa era uscito un libro che si intitolava Tutto ciò che sai è falso”: un saggio sulla disinformazione che spiegava come la nostra percezione della realtà fosse distorta.
Reduce dalla lettura del bel libro di Concita De Gregorio, “Nella notte”, mi è tornato in mente e mi ha fatto riflettere su quanto sia vasto il problema della disinformazione e quanto sia paradossale che succeda oggi nel mondo di internet, dei social media, dove l'informazione dovrebbe essere alla portata di tutti.
Ma non è così: basta partire da quanto successo la passata settimana cominciando dai conti ancora aperti col G8 di Genova e la morte di Carlo Giuliani, la morte dell'ex procuratore Borrelli e con i nostalgici della prima Repubblica quelli che parlano del complotto di Mani pulite; l'anniversario della strage di via D'Amelio e il depistaggio di Stato, di cui finalmente si parla.
Per arrivare a quelli che si abbeverano sui social media dove si parla di invasione di immigrati, di porti da chiudere di invasione. E' veramente così?

Tu quello che sappiamo sulle bombe della mafia della stagione 1992 1994 non racconta tutta la verità di quello che è successo, la verità giudiziaria che ci rimane non spiega la genesi della seconda Repubblica e la fine dei partiti politici della prima Repubblica spazzati via dalle bombe, dalla corruzione e anche dal fatto che non avevano più elettori che li votavano.
Il golpe giudiziario, che avrebbe toccato solo i partiti di centro destra e non il PCI (che pure non esisteva più dal 1989) è dovuto al fatto che non c'era più quel “muro” che costringeva l'Italia a mantenere quel blocco di potere attorno alla Democrazia Cristiana.
Con buona pace dei golpisti, Mani pulite ha toccato anche funzionari del PCI a Milano e Torino: eppure ieri, in occasione delle morte dell'ex procuratore Borrelli si è tornato a parlare di golpe, di Craxi esule lontano dall'Italia.

Il 19 luglio invece si è tornati, ma solo per un giorno, a parlare di mafia: torniamo sempre a parlare di quel biennio, 1992-1994, della fine della prima Repubblica e delle bombe della mafia in Sicilia e poi a colpire luoghi d'arte. Lo Stato ha sconfitto la mafia? Abbiamo dato giustizia a tutte le vittime?
Oppure quelle bombe erano il frutto di un dialogo di un pezzo di Stato mafioso e un pezzo di Stato deviato (che vedeva dentro anche pezzi di servizi): la morte di Paolo Borsellino e di Giovanni Falcone serviva a firmare quel patto, spazzar via vecchi residuati politici, l'ala militare mafiosa per dare l'impressione di un rinnovamento che di fatto non c'è stato

Il 20 luglio è stato l'anniversario della morte di Carlo Giuliani, ucciso in piazza Alimonda da un carabiniere: legittima difesa, hanno detto, Carlo stava assaltando la camionetta dei carabinieri.
Ma, come per Mani Pulite, per le stragi di mafia, si dive alzare la prospettiva con cui si guardano le cose e non fermarsi a quello scatto che mostra un un ragazzo alto un metro e 65 cm con un mano un estintore vuoto.

Crediamo di sapere tutto sul G8 di Genova, sulle devastazioni dei Black bloc, sugli scontri di piazza, sulla morte di Carlo Giuliani, ma non è vero.
Bisogna guardare il film di Daniele Vicari per conoscere la storia della macelleria messicana alla Diaz, le violenze psicologiche nel carcere di Bolzaneto.
L'inerzia della polizia nel colpire i black bloc che agivano indisturbati a Genova nei primi due giorni.

Ma, nel caos informativo di questi giorni, chi le racconta queste cose?
Chi racconta che a Milano (e nel resto d'Italia) si faceva la cresta su ogni appalto e non per finanziare il partito? Che le tangenti favorivano i cattivi politici e i cattivi imprenditori, penalizzando le imprese oneste?

A Milano si è stimato che la MM3 sia costata 192 miliardi/km.
Ad Amburgo 45.
I costi per il passante sono stati di 100 miliardi/km per 7 anni.
A Zurigo è costato 50 miliardi.
Negli anni 80 il debuto pubblico è salito alle stelle: si è passati (rapporto PIL/debito pubblico) da 60% nel 1980, al 118% nel 1992.

[Da Blu Notte Tangentopoli]

Chi racconta che è impossibile che funzionari di polizia abbiamo creato da soli la falsa pista Scarantino e che giudici e magistrati l'hanno ritenuta credibile?
Chi racconta che nel 2001 quelli che chiedevano un mondo diverso, i no global, sono stati colpiti e ridicolizzati e che quelli che erano allora i nemici dei No Global oggi sono proprio i sovranisti, diventati no global fuori tempo massimo.
L'irrinunciabile linea del Piave di cui parlava Borrelli nel ultimo discorso da procuratore generale deve essere un monito anche per noi, deve spingerci ad andare a cercare la verità e non fermarsi alle verità di comodo, quelle confezionate da altri e che la macchina della menzogna ha trasformato in verità di comodo.

20 luglio 2019

Depistato, di Sandra Rizza e Giuseppe Lo Bianco



Quella che state per leggere è la storia di una grande bugia di Stato, figlia di una colossale mistificazione che dura da ventisette anni. È una storia che nessuno racconta ..

La storia che nessuno racconta (o che al limite viene solo accennata) è la storia della più grande e grave menzogna della nostra recente: il depistaggio di Stato suiresponsabili della strage di via D'Amelio dove, il 19 luglio 1992, perse la vita il giudice Paolo Borsellino e la sua scorta, Traina, Catalano, Li Muli, Cosina ed Emanuela Loi, la giovane agente che Borsellino considerava quasi come una figlia, troppo giovane per morire:
«Questa ragazza mi sembra un farfalla, potrebbe essere mia figlia. Non voglio morti così giovani sulla coscienza. Intesi, Catalano?»

La storia che i due giornalisti raccontano è la storia di un'indagine che sin dall'inizio è stata messa sui binari della messa in scena, per individuare un responsabile di comodo, Vincenzo Scarantino e per allontanare l'attenzione dai veri responsabili, dai veri mandanti.
In questa storia non ci sono buoni e cattivi, il confine è veramente labile: ci sono agenti in divisa come Gioacchino Genchi, che hanno cercato le tracce dei responsabili seguendo la pista dei cellulari clonati (pista che porta dentro al mondo dei servizi).

E ci sono agenti che hanno costruito un finto pentito, Scarantino, vestito come un pupo e istruito a suon botte e violenze psicologiche affinché imparasse la lezione.
Sono gli agenti della squadra messa in piedi dal Viminale attorno ad Arnarlo La Barbera e che oggi sono stati rinviati a giudizio per la loro condotta, si tratta di Mario Bo, Michele Ribaudo e Fabrizio Mattei (La Barbera nel frattempo è morto).

Un'indagine che è nata attraverso una forzatura, l'assegnazione delle indagini da parte del procuratore Tinebra ad un funzionario del Sisde, Bruno Contrada.
E proprio dal Sisde arrivarono le prime veline su Scarantino e le sue parentele mafiose, che servivano a costruire il personaggio di rango mafioso.

Sembra di rivedere il film di Piazza Fontana e di altri misteri d'italia: solo che in questa storia, Scarantino è stato ritenuto credibile non solo dai magistrati di Caltanissetta (e anche da Ilda Boccassini, almeno nei primi mesi del suo pentimento, finché non parlo anche della strage di Capaci), ma anche dai giudici che ritennero vere le sue rivelazioni, in primo grado fino in Cassazione.

«Il lavoro di questa procura – dice la Boccassini – è stato possibile perché tutti i pezzi dello Stato si sono compattati. Il mio ringraziamento alla dottoressa Liliana Ferraro che non ha mai abbandonato Caltanissetta [..] Ringrazio il collega Di Maggio la cui esperienza, professionalità e il coraggio dimostrato [..]
Senza l’aiuto di Di Maggio, senza la collaborazione del direttore di Pianosa e di tutti gli agenti non sarebbe stato possibile gestire per la prima volta con Scarantino nel carcere di Pianosa gli eccellenti risultati che stiamo ottenendo».

Come è stato possibile?
Come è stato possibile credere che Riina affidasse ad un personaggio (che aveva alle spalle piccoli reati per spaccio) una strage così importante?
Importante per la fretta, per quei soli 57 giorni che la separavano dalla bomba di Capaci.
Eppure questo è successo: ancora oggi i familiari del giudice chiedono conto allo Stato, all'autorità giudiziaria, al CSM e alla Cassazione del depistaggio in atto.
I due autori riportano le dichiarazioni di questi giudici: prima enfatiche, per la soddisfazione di aver dato subito giustizia alle vittime, per il racconto di questo pentito che veniva considerato un novello Buscetta.
Dichiarazioni ai limiti dell'imbarazzo, poi, quando la menzogna venne svelata, dall'ennesima ritrattazione di Scarantino e dall'arrivo delle dichiarazione di Gaspare Spatuzza.
Il libro di Sandra Rizza e Giuseppe Lo Bianco racconta la storia assurda di questi processi, la pista seguita da Genchi sui cellulari clonati usati dai mafiosi, pista poi stoppata, dei rapporti tra Tinebra (il procuratore capo di Caltanissetta) e il Sisde, la pista scartata che portava a “faccia di mostro”, l'agente di polizia che per mesi si è ritenuto responsabile di diversi delitti eccellenti nell'isola (come quello dell'agente Agostino nel 1989).

Troppe domande rimangono ancora senza risposta, ancora oggi, quando sono passati 27 anni da quella bomba: la prima riguarda i poliziotti che hanno messo in bocca a Scarantino quella menzogna.
Difficile che agissero da soli, senza un input superiore. E dunque lecito chiedersi chi ha ideato il depistaggio che tra l'altro mescola anche pezzi di verità che dovevano arrivare da personaggi che hanno partecipato alla strage in prima persona (per esempio, la 126 imbottita di esplosivo, che esce fin da subito dai documenti degli investigatori).

Sia la versione di Spatuzza che quella di Scarantino convergono sulla centralità della mafia: Spatuzza ha raccontato un particolare che alza lo scenario ad altri partecipanti:
L’unico inquietante spiraglio aperto da Spatuzza su scenari inediti, quell’avvistamento nel garage di via Villasevaglios di uno sconosciuto che assisteva al «caricamento» della Fiat 126,

Molte testimonianze raccontano di personaggi dei servizi segreti presenti sulla scena della strage sin dall'inizio: come facevano ad essere presenti lì in così poco tempo? Qualcuno li aveva avvisati prima?
Lo racconta il vicesovrintendente Giuseppe Garofalo, in servizio alla sezione volanti: “il poliziotto nota un uomo in borghese, con indosso la giacca (nonostante il torrido clima estivo) e pochi capelli in testa.”

Ecco dunque lo scenario che si apre a nuovi personaggi, come una macchina da presa che allarga l'inquadratura: non solo il piccolo criminale di borgata, non solo il mafioso di Brancaccio, il killer dei Graviano. Ma anche il mondo dei servizi deviati, per cui è lecito cosa cercassero tra le auto in fumo e i cadaveri carbonizzati: forse quell'agenda rossa dove Borsellino stava annotando tutte le sue scoperte, come quelle sulla strage dell'amico Giovanni Falcone?

Tutto questo ci conduce alla domanda più importante: perché? Perché quella strage, perché così in fretta?
Dopo via D'Amelio lo Stato e il Parlamento dovettero approvare il decreto Falcone che altrimenti sarebbe decaduto. Esso conteneva il 41 bis, una legge che a Riina non doveva proprio piacere.
Chi ha consigliato allora a zu Totò quella bomba?

Quello che Borsellino sapeva, quello che aveva capito, doveva essere messo a tacere per sempre. Per questo non bastava eliminare il giudice

Domanda che porta a quella convergenza di interessi tra boss mafiosi, non dell'ala militare di Riina, politici collusi con la mafia, servizi deviati all'interesse di quest'ultimi e, se vogliamo dare ascolto all'ex ministro Pomicino, anche servizi americani:
Non si può non rilevare, secondo Pomicino, che in quel momento c’è stata una «convergenza di obiettivi» tra Cosa nostra e i servizi segreti atlantici, per provocare in Italia un enorme scossone politico.

Dopo 27 anni, dopo quattro processi, è arrivato il momento di fare luce su tutti questi misteri, aprendo gli archivi della commissione antimafia e anche quelli dell'ex Sisde: dobbiamo pretenderla tutti questa verità, se vogliamo liberare la nostra democrazia da ricatti e segreti (da cui è nata la seconda Repubblica, a cominciare dal partito di Dell'Utri e Berlusconi) e “respirare quel fresco profumo di libertà”.

La scheda del libro sul sito di Chiarelettere
I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

19 luglio 2019

La storia di Paolo Borsellino




La storia di Paolo Borsellino è quella di un uomo dello Stato che credeva nelle istituzioni, di un giudice che credeva nella legge e nella giustizia, nella legge uguale per tutti, non nella legge che tutela solo i più forti.

La storia di Paolo Borsellino è quella di un magistrato coraggioso, che ha fatto il suo dovere fino in fondo, che ha sopportato enormi sacrifici assieme ai colleghi del pool.
Un magistrato che è stato ucciso due volte: la prima volta per mano della mafia (e probabilmente di altra manovalanza) ma su mandati di poteri che vanno oltre la mafia in una strage molto strana, perché seguiva di soli 55 giorni quella del collega e amico Giovanni Falcone, a Capaci.
Strana strage perché Borsellino è stato ucciso una seconda volta dallo Stato, per quell'indegno depistaggio di cui è stato vittima e che fu organizzato dal uomini dello Stato.

..la storia del depistaggio di via D’Amelio: la fabbrica del falso pentito Vincenzo Scarantino, artigiano semianalfabeta, orchestrata dagli investigatori di Arnaldo La Barbera

Ci sono voluti anni e l'autoconfessione di Gaspare Spatuzza affinché si facesse giustizia, di Borsellino ma anche dei balordi condannati (Candura, Orofino e lo stesso Scarantino) per quella finta pista che partiva da un piccolo spacciatore del quartiere di Guadagna che era stato “vestito” come un uomo d'onore da La Barbera e considerato dai magistrati di Caltanissetta (Giovanni Tinebra e i suoi collaboratori, Anna Palma, Ilda Boccassini e Giordano).

Un depistaggio fatto non per conquistare meriti, ma “allo scopo di non individuare i veri colpevoli di quella strage. E i veri responsabili sotto il profilo dei mandanti.”
Sono le parole dell'ex poliziotto Genchi che aveva seguito le indagini seguendo i tracciati dei cellulari dei sospettati.

Non si può, dunque, ricordare Borsellino e non parlare del depistaggio di Stato, della trattativa stato-mafia che ha portato (al momento solo in primo grado) alla condanna di ufficiali del Ros (l'ex capo del Sisde Mori) e di esponenti politici (Marcello Dell'Utri, fondatore del partito Forza Italia).

Ecco perché alla strage di via D'Amelio e alla morte Paolo Borsellino solitamente si dedicano solo poche parole di circostanza: la mafia sconfitta dallo Stato, lo Stato che è stato capace di arrestare tutti i mafiosi colpevoli delle bombe della stagione eversiva di cosa nostra tra il 1992 e il 1993.
Lo Stato ha vinto perché ha sconfitto la mafia militare di Riina e Bagarella .. (e la mafia dei colletti bianchi, la mafia che viaggia a braccetto con la massoneria?)

Meglio non infilarsi in discorsi troppo lunghi, altrimenti gli uomini delle attuali istituzioni, ministri, politici, dovrebbero spiegare come mai Arnaldo La Barbera (su input di chi?) e la sua squadra si inventarono il finto mafioso Scarantino convinto a furia di botte e torture psicologiche a confessare di essere lui dietro l'autobomba in via D'Amelio.
Altrimenti dovrebbero spiegare come mai il magistrato capo di Caltanissetta Tinebra affidò al Sisde di Bruno Contrada le prime indagini sulla strage.
Quel Bruno Contrada poi condannato per concorso esterno in associazione mafiosa su cui la procura di Palermo e Borsellino stesso avevano forti dubbi, per i suoi contatti con mafiosi come Saro Riccobono: contatti che la revisione della Corte Europea dei diritti non ha mai smentito.

Troppe cose non tornano sulla morte di Borsellino: la fretta di quella strage, il fatto incredibile che nessuna bonifica fosse stata fatta sulla via dove risedeva la madre del giudice.
Il fatto che in quei 57 giorni la procura di Caltanissetta non sentì mai Borsellino, non ritenne opportuno convocarlo, nemmeno dopo il suo discorso del 26 giugno a Palermo dove disse, alla folla che lo ascoltava, che i segreti che custodiva li avrebbe riferiti solo all'autorità giudiziaria.
Non torna il depistaggio, certamente: depistaggio che è servito a spostare l'attenzione lontano dai veri responsabili di quella strage, i mafiosi di Brancaccio, per esempio, i fratelli Graviano.
E, dai fratelli Graviano, su su fino ai mandanti a volto scoperto: tutti i politici coinvolti nella trattativa tra stato e mafia (che per anni è stata sminuita, chiamandola “presunta”), nata a seguito dell'omicidio di Salvo Lima e della sentenza del maxi processo, con le condanne definitive all'ergastolo di quel gennaio 1992.
E poi, come in altri delitti eccellenti della mafia (se fu solo mafia) ci sono dei pezzi mancanti: è sempre Genchi ad avere scoperto ma manina che “dopo il «botto» di via D’Amelio, si è incaricata di far sparire il traffico telefonico in entrata sul cellulare di Borsellino. «I tabulati delle chiamate – come ha rivelato Genchi – sono stati sottratti”.

Ci sono poi le telefonate dei tabulati fatti dai mafiosi tramite cellulari clonati:
a utilizzare quei cellulari clonati sono mafiosi, camorristi, ’ndranghetisti collegati a soggetti dei servizi segreti, che Genchi reincontrerà anni dopo in altre inchieste in Calabria.

Cellulari e numeri che partono dai mafiosi (come Gioè e La Barbera) e portano dentro uffici dei servizi, a Roma.
Tra i pezzi mancanti anche la memoria del databank Casio di Falcone, i sigilli rimossi dall'ufficio di Falcone a Roma e l'intrusione sui computer, con la cancellazione dei file.
E poi l'agenda rossa da cui Borsellino non si separava mai e di cui oggi non sappiamo che fine abbia fatto.

Oltre ai pezzi mancanti, c'è anche la memoria di politici e di altri magistrati che è mancata: da Martelli a Liliana Ferraro, che per anni si erano dimenticati di aver parlato col magistrato della trattativa, di cui Borsellino molto probabilmente era al corrente, essendo poi stato informato dagli ufficiali del Ros stesso, Mori e De Donno.
A mancare è stata la memoria dell'ex ministro Mancino (che non si ricorda dell'incontro col magistrato al Viminale, nel giorno in cui Borsellino incontra anche Contrada) ..
Ma la storia della strage va inquadrata in uno scenario molto più ampio e inquietante: la storia delle bombe della mafia del 1992 – 1993 si intreccia alle rivendicazioni della Falange Armata, alla grigia vicenda dei gladiatori che volevano essere messi in pensione senza pagare il prezzo per le operazioni sporche portate avanti in Italia durante la guerra fredda.
Si intreccia con l'esigenza, da parte della mafia (o delle mafie) e dei loro riferimenti politici di un nuovo accordo, di un nuovo equilibrio: occorreva spazzar via tutti i vecchi testimoni della mafia militare, da una parte, e i vecchi politici troppo collusi dall'altra.
Qualcuno dovrebbe spiegare come mai dall'autunno 1993, o dal gennaio 1994, dal fallito attentato allo stadio Olimpico, non sono più scoppiate bombe in Italia.
E forse collegare questo con l'arrivo di Forza Italia, partito fondato da quel compare palermitano di cui Graviano parlava con Spatuzza. Marcello Dell'Utri.

Recentemente si stanno desecretando le audizioni fatte presso la commissione antimafia, nella speranza di fare luce su tutti i misteri insoluti della storia mafiosa.
Forse serviranno a poco ma di certo sentire dalla voce di Borsellino la sua amarezza fa molto riflettere: il sentirsi solo, come molti altri magistrati antimafia, dover arrabattarsi per la scarsità di mezzi e di personale.

Eccolo lo Stato, o almeno una parte dello Stato, che porta avanti un'antimafia solo di facciata: lo stato di quei politici che da una parte parlano di sequestri e arresti di mafiosi ma poi si fanno pochi problemi per le candidature di personaggi poco raccomandabili.
Di quei politici che accettano pacchetti di voti da mafiosi.
Di quegli imprenditori che accettano i servizi di mafia spa per connivenza o perché meno costosi.

No: a 27 anni dalla strage di via D'Amelio non possiamo più accontentarci di una verità di comodo, di una verità dimezzata che si ferma solo ai tre poliziotti della squadra di La Barbera oggi a processo (Mario Bo, Michele Ribaudo e Fabrizio Mattei).
Vogliamo sapere chi c'era sopra di loro e perché è stato organizzato tutta questa messinscena?
Vogliamo sapere perché Borsellino è stato ucciso, perché questa fretta da parte di Riina nell'organizzare l'attentato?

I due giornalisti Lo Bianco e Rizza nel loro libro Depistato spiegano questa fretta con le informazioni che Borsellino aveva sulla strage di Capaci:
Tra i suoi impegni, oltre alla trasferta in Germania, c’era un appuntamento: un nuovo interrogatorio di Mutolo, che gli aveva parlato di Contrada anticipando rivelazioni sui rapporti tra servizi segreti e mafia.

Finché non si farà luce su questi rapporti, su questi segreti e ricatti, lo Stato non potrà essere credibile quando parla di lotta alla mafia.

Tutte le citazioni di questo post sono prese dal libro DepiStato di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza – Chiarelettere

18 luglio 2019

La giornata di Camilleri

Per un giorno, lo scrittore Andrea Camilleri è stato al centro delle notizie: dalla mattina, quando la notizia della sua scomparsa è apparsa sui quotidiani online, fino a ieri sera, con la replica dello spettacolo conversazioni su Tiresia (e oggi su tutte le prime pagine).
Speriamo che tutto questo spinga in molti ad avvicinarsi ai suoi libri che vanno oltre la serie, fortunata, del commissario Montalbano (di cui ora uscirà l'ultimo capitolo).
Ha scritto di tutto il maestro: della Sicilia post unitaria (e se volete comprendere le origini della questione meridionale non avete che da leggere La concessione del telefono), su personaggi storici (come donna Eleonora di Mora, moglie del vicerè spagnolo don Angel de Guzman, come Oskar Kokoschka e il suo simulacro d'amore), fino ai gialli contemporanei senza Montalbano ("La rizzagliata") ma non per questo meno interessanti.

Oggi siamo tutti Camilleri, eppure in quanti commentano la sua vita e parlano dei suoi libri, quanti ne avranno mai letti?
Confesso, sono un pochetto geloso di questo "servo encomio": Camilleri è uno scrittore che ha avuto successo in non più giovane età, grazie al successo televisivo del suo Montalbano.
Ha vinto pochi premi, forse perché "colpevole" di essere molto popolare, di aver raggiunto tanti lettori e di essere anche scomodo, perché non nascondeva le sue idee.
Camilleri è stato capace di inventarsi una nuova lingua che non era dialetto, a creare un personaggio inventato eppure reale, in tutti i suoi difetti.

Un personaggio che dopo il G8 di Genova voleva lasciare la polizia, perché disgustato dal marcio, dalla violenza dei poliziotti che non poteva essere colpa di solo poche persone.
Il marcio arrivava dall'alto, da quei politici che sull'immigrazione hanno costruito la propria propaganda.

Ci sono libri di Camilleri che saranno letti, come dei classici, a scuola: dal Birraio di Preston a La gita a Tindari fino a La concessione del telefono, uno dei miei preferiti.
Domani forse quando questa enfasi cesserà, vedremo quanti parleranno ancora del maestro, della sua scrittura, della sua ironia feroce, del suo stile che ha saputo catturare tanti lettori appassionati.

17 luglio 2019

Grazie maestro


Grazie maestro Camilleri!
Anche se non volevi che ti chiamassero così, per noi lettori sei stato e sarai un maestro, una luce che illumina questo presente così oscuro che tu vedevi invece in modo così chiaro.

Lo voglio ricordare con questo brano tratto da Il giro di boa, che parla di immigrazione, di Bossi Fini e dei politici che strumentalizzano l'immigrazione e che giocano con le paure delle persone:
«Ho solo una breve dichiarazione da fare. La legge Cozzi Pini sta dimostrando funzionare egregiamente e se gli immigrati muoiono è proprio perché la legge fornisce gli strumenti per perseguire gli scafisti, che in caso di difficoltà, non si fanno scrupolo di buttare a mare i disperati per non rischiare di essere arrestati. Inoltre vorrei dire che …». 
Montalbano, di scatto, si susì e cangiò canale, più che arraggiato, avvilito da quella presuntuosa stupidità. Si illudevano di si illudevano di fermare una migrazione epocale con provvedimenti di polizia e con decreti legge. E s’arricordò che una volta aveva veduto, in un paese toscano, i cardini del portone di una chiesa distorti da una pressione accussì potente che li aveva fatti girare nel senso opposto a quello per cui erano stati fabbricati. Aveva domandato spiegazione ad uno del posto. E quello gli aveva contato che, al tempo della guerra, i nazisti avevano inserrato gli ‘omini del paese dintra alla chiesa, avevano chiuso il portone, e avevano cominciato a gettare bombe a mano dall’alto. Allora le pirsone, per la disperazione, avevano forzato la porta ad raprirsi in senso contrario e molti erano arrinisciuti a scappare.Ecco: quella gente che arrivava da tutte le parti più povere e devastate del mondo aveva con sé tanta forza, tanta disperazione da far girare i cardini della storia in senso contrario. Con buona pace di Cozzi, Pini, Falpalà e soci. 
I quali erano causa ed effetto do un mondo fatto di terroristi che ammazzavano tremila americani in un botto solo, di americani che consideravano centinara e centinara di morti civili come effetto collaterale dei loro bombardamenti, di automobilisti che scrafazzavano pirsone e non si fermavano a soccorrerle … di bilanci falsi che a norma di nuove regole non erano da considerarsi falsi, di gente che avrebbe dovuto da anni trovarsi in galera e invece non solo era libera, ma faciva e dettava leggi. 
Da Il giro di boa, Andrea Camilleri - Sellerio

Le parole di Paolo Borsellino

Le parole di Paolo Borsellino alla commissione antimafia non ci aiuteranno, forse, a far luce su tutti i misteri sulle stragi di mafia (e sui perché dei depistaggi di Stato).
Ma ci raccontano della solitudine dei magistrati antimafia come lui, costretti ad usare l'auto personale per tornare a casa, perché c'era una sola macchina blindata in quei primi anni del pool e non poteva bastare a tutti.
Raccontano della carenza di personale, civile per la gestione degli atti e, in un altro audio, di magistrati alla procura di Marsala.
Sono parole che dovrebbero far riflettere sul vero impegno che ci ha messo lo Stato nella lotta alla mafia e su quanti sacrifici sia costata ai giudici del pool che oggi consideriamo delle icone, dei santini intoccabili.
Ma che quando erano ancora vivi erano soggetti ad insulti e a polemiche sterili, per esempio per il fastidio che davano le sirene delle scorte.

Ora, dopo gli atti della commissione antimafia desecretati, tocca ad altri documenti, come quelli dell'ex Sisde di Contrada che, con una procedura irregolare, fu incaricato dal procuratore di Caltanissetta Tinebra di indagare per primo sulla strage di via D'Amelio.
Lo stesso Contrada su cui gli stessi giudici di Palermo, compreso Borsellino, avevano indizi sui suoi legami coi boss mafiosi (come poi emerso dal processo per concorso esterno e che la sentenza della CEDU non ha smentito).

Tra pochi giorni ci sarà l'anniversario della morte di Paolo Borsellino e della sua scorta e so già che ci toccherà risentire le inutile parole di circostanza di ministri e politici sui due eroi, Falcone e Borsellino.
Ministri e politici che non si fanno problemi a frequentare (e chiedere voti) a personaggi equivoci, prestanome di mafiosi.

16 luglio 2019

Nella notte, di Concita De Gregorio



Antefatto. 
Il funerale 
(Pisa, giardino della Villa comunale. Principio dell'estate) 
Siccome ero ragazza, ne ero sicura. Alice sarebbe arrivata. Era il tempo in cui pensavo che se una cosa la vuoi davvero succede. Che se ami qualcuno non puoi dirgli ti penso: devi andare. Perché in questo consiste l'amore, credevo: nel darsi il tempo anche quando non c'è tempo.[..]Invece Alice non venne.Se ci ripenso adesso, credo che sia stato quello il momento n cui una stagione della mia vita si è chiusa, come una porta senza maniglia, alle mie spalle. Basta, finito.

Lo scandalo del governatore del Lazio Marrazzo, il ricatto dai due agenti, l'appartamento in uno stabile dove si trovavano appartamenti ad uso dei servizi.
Gli incontri del presidente del Consiglio Berlusconi con la minorenne Noemi Letizia e lo scandalo delle escort a Palazzo Chigi.
Il metodo Boffo, le velate minacce al direttore dell'Avvenire per ammorbidire le sue posizioni e i suoi attacchi a Berlusconi.
Ve li ricordate ancora gli anni tra il 2009 e il 2013?

La guerra dei dossier, di pezzi di sentenze, di video e foto ricattatorie, in una guerra per bande che coinvolgeva escort, trans, agenti e forse pezzi di servizi. E quello che rimaneva dei partiti della seconda repubblica, prima che si arrivasse alle larghe intese.
Una guerra che segnò la fine del centrodestra berlusconiano, la fine della ditta del PD, la fine dei partiti storici: “Sembrava la fine di un'epoca. Invece era solo l'inizio”.
Una guerra che ha fatto molte vittime, delle quali molte rimaste nel silenzio, perché delle vittime ci si dimentica

Dopo un po' ci si dimentica di loro, e non di rado le vittime stesse hanno interesse a non apparire tali. [..] la colpa, in politica – è sempre della vittima.

Il romanzo di Concita De Gregorio racconta questi anni di transizione della nostra Repubblica, che si scopre fragile e ostaggio di ricatti e congiure, attraverso gli occhi di Nora: giovane laureata con un dottorato sulla congiura che fece fuori il candidato presidente della Repubblica, Onofrio Pegolani, su cui dovevano convergere i voti dei due grossi partiti di centrodestra (Partito delle Vestaglie) e di centro sinistra (Partito dei Giusti). Candidatura che sfumò, in quella notte dove tutto si decise, non nelle stanze del potere, nelle stanze dove secondo le regole delle istituzioni si dovrebbero prendere le decisioni.

No. Nella sua tesi molto accurata, ben fatta, costruita andando a raccogliere testimonianze delle persone coinvolte, Nora ci racconta delle strategie, dei machiavellismi dei leader politici che si ritrovano nelle stanze oscure dei palazzo romani o all'interno di un ristorante di grido, concesso apposta dal suo proprietario al giovane leader di una corrente del Partito dei Giusti.

In questa notte si è deciso il destino della nostra Repubblica: una strana notte di vestiti fatti confezionare in fretta e furia per la cerimonia e di uno strano delitto, di un ex tossicodipendente che lavorava in una comunità vicina alla curia e al Viminale.

Per questa sua tesi, il suo docente le trova un impiego in un centro studi a Roma, dove le sue doti potranno essere messe a frutto. Ma non è un centro studi dove si fanno ricerche di archivio, per una buona politica.
Nora si trova dentro quella che oggi chiamiamo la “macchina del fango”: raccogliere le informazioni, classificarle secondo un certo criterio e poi confezionare per i clienti del centro studi, articoli e ricerche che servano a condizionare le opinioni nelle persone.
Non un racconto della verità, non la ricerca di notizie e scoop per fare da cane da guardia al potere: perché – come racconta a Nora il capo di questo centro – la verità non esiste. Esistono falsità verosimili:
Noi facciamo questo, qui. Cataloghiamo, archiviamo, selezioniamo e infine contribuiamo a creare e diffondere la verità. Ma tu sai bene, Nora, che la verità non esiste: chi si ostina a cercarla merita il castigo di trovare la peggiore possibile. Di trovarne una, intendo, che punisca la sua presunzione.Le verità sono fatte di trame verosimili, ma prima di ogni altra cosa devono essere credibili e dunque credute. A cosa serve una verità a cui nessuno crede, dimmi.A cosa serve sapersi innocenti di un delitto se le prove e i giurati dicono il contrario, se l'opinione pubblica ti condanna, A cosa se non puoi fare in modo che la tua reputazione pubblica corrisponda alla tua privata certezza ..

Tutto ruota attorno a due parole chiave: sesso e potere. Attraverso il sesso puoi ricattare, puoi attrarre l'interesse delle persone, costruire una rete di dipendenze.
E col denaro e col ricatto si possono condizionare, piegare al tuo volere le persone: sesso e informazioni sono merce di scambio oggi. In un mondo dove tutto ha un prezzo e dove tutto è mescolato, pezzi di verità e pezzi di menzogna. L'importante è che la gente lo creda verosimile.
Dunque, vedi. Non è importante cosa è vero: è importante cosa la gente crede. Perché la gente vota, e dunque decide se attribuirti o no il potere. Perciò per vincere devi prima convincere, e devi farlo nel ritmo del tempo: leggero, veloce, efficace. Noi abbiamo la materia prima di cui è fatto il consenso. Abbiamo i fatti da mettere in campo, ancora meglio: abbiamo quelli da occultare. Rendiamo un servizio al paese, facciamo una selezione. Noi siamo la fabbrica della verità.

In questo centro studi Nora incontra una sua giovane amica, che non vedeva da anni (e il cui mancato incontro al funerale del padre fu una prima svolta della sua vita): tanto Nora è disgustata del lavoro che si fa in questo centro studi, tanto Alice è disincantata, consapevole che così è il mondo.
Il mondo dei ricatti e anche il mondo, il magma, che si cela dietro la bella facciata della rete.
Il web, i social media, il mezzo preferito dai nostri politici (e da tutti i novelli opinionisti di giornata) per inondare la loro rabbia, la loro superficialità di fronte ai loro follower, non più cittadini consapevoli, ma inconsapevoli consumatori di questa rabbia, senza alcuno strumento per comprendere e discriminare cosa è vero e cosa sia falso.
Solo cattiveria e cinismo: alziamo i forconi, cavalchiamo la schiuma della rabbia, ma per andare dove?

Nel suo primo incarico di archivista, Nora lo vede coi suoi occhi, di cosa è fatta questa “macchina del fango”: pezzi di intercettazioni in qualche modo usciti dai fascicoli dei magistrati, foto compromettenti, video, conversazioni private. Tutto materiale che viene conservato, categorizzato, pronto all'uso, alla bisogna, quando ci sarà da far piegare la testa a questo o quel potente:

Materiale privato di chi aveva occupato quella postazione prima di me. Invece no. Invece erano la scatola nera.
Informative anonime. Trascrizioni di chat. Screenshot. Corrispondenze mail. File audio.Frammenti di vita spiati, rubati. Il pozzo dei ricatti possibili.
 
Esempi. 
Trascrizione chat telefonica numero 34 
M: Sono incinta. 
R: Cosa stai dicendo? 
M: Sono due parole. Qual è quella che non capisci? 
R: Ma come è successo? 
M: Hai altre domande o le prime due sono le migliori? 
(Conversazione avvenuta alle 7.38 del 4 febbraio 20xx fra il ministro R. e la signorina M. Posizione in archivio: cartella Mario).

Ma Nora non si lascia né condizionare né spaventare da quello che ha visto: ha deciso di fare luce sino in fondo ai misteri di quella notte, della notte del complotto contro il candidato presidente.
Per un dovere verso sé stessa e, forse anche ingenuamente, per un dovere verso il paese intero: decide di portare avanti una sua inchiesta personale, andando a colmare tutti i buchi del suo lavoro originario.
Io penso che fra il 2009 e il 2013 in questo Paese siano successe cose che hanno cambiato il corso della storia. La nostra storia, quella che ci tocca vivere adesso e che per molti anni sarà faticosissimo riportare a ragione. E credo anche che se non andiamo a scavare in quel che è successo in quegli anni – chi ha fatto cosa, perché, con la complicità di chi – non abbiamo nessuna possibilità di uscire dal pantano epocale e pericolosissimo in cui ci troviamo. La sinistra, il sindacato, la destra. La responsabilità e gli errori di tutti. E le trame occulte, la pista degli interessi, i soldi che continuano a correre per alcuni, solo per loro, e le menzogne, la propaganda, l'ignoranza come garanzia di potere. Cosa diremo a chi viene dopo di noi se non proviamo, almeno proviamo, a raccontare la storia com'è?

Nora va ad intervistare il portavoce del ministro, un banchiere che consolida la sua rete con finanziamenti, una escort che frequenta quei palazzi e che racconta la differenza tra i suoi clienti di destra e sinistra
.. fra quello ricco e fascista che mi regala un appartamento e quello povero e comunista che mi regala un ciondolino d'argento, preferisco il primo. Il mio lavoro sta sul mercato. Il primo indizio che il mondo era già finito, travolto dai soldi, è stato questo: la differenza tra un appartamento e un ciondolino. Cioè: che non ci fosse nessun'altra differenza fra gli uni e gli altri a parte quanti soldi avevano da offrire, intendo. E che non ci fosse alternativa ad entrambi.

Racconta di come funziona il meccanismo della corruzione in questi tempi, niente più bustarella coi soldi dentro, ma un posto di lavoro, una consulenza, una casa, un fido bancario.
Di modo che il corrotto non si senta sporco, di modo che la corruzione non lasci tracce.
Infine, la rivelazione più grande: il mondo del web, in mano ai giganti della rete che di fatto hanno sostituito le democrazie, condizionando la politica, condizionando le elezioni politiche, condizionando la nostra vita.
E il tutto grazie al nostro contributo, grazie a quei like che mettiamo sui tweet, a tutte le informazioni della nostra vita, le nostre passioni, alle emozioni che certe storie suscitano e che noi comunichiamo in rete.
I giganti del web ci fanno vivere in una bolla virtuale, dove troviamo solo le informazioni che ci piacciono, come i non viventi di “matrix”:
Chi detiene il mercato in posizione di monopolio usa “bolle di filtri” e “biscotti” per carpire informazioni su di te, e darti sempre quello che ti piace già. A un certo punto, qualcuno decide di usare quelle informazioni non più per darti quello che piace a te ma quello che piace a lui.[..] qualunque cosa tu faccia da un computer, in qualunque momento, non sei tu che entri in Rete: è la rete che entra in te.

Come se ne esce da questo mondo, che non è nemmeno un futuro distopico perché è semplicemente il nostro presente?
A fine lettura, troveremo una risposta, prendere in contropiede il sistema, costringendo le persone a dare attenzione a quello che si legge, per uscire dal buio di questa notte.

Nel personaggio di Nora, la scrittrice Concita De Gregorio ha proiettato dentro la passione per un mestiere, quello del giornalista, forse un po' ingenuo, ma non calcolatore, cinico, spregiudicato. Un professionista che non scrive quello che la gente vuole sentirsi dire, ma quello che vede, quello che ha imparato, quello che ha compreso di un fenomeno.
Ma in questo romanzo troviamo anche una chiave di lettura per comprendere come la nostra coscienza e conoscenza del mondo sia condizionata dal linguaggio del web e dal mondo del web.
La massa di informazione che ci circonda e che ha volte ci soffoca non ci sta rendendo più consapevoli e liberi: siamo pedine dentro un gioco più grande.
Un gioco che rischia di minare profondamente e irreversibilmente la nostra democrazia, che ancora non ha dimostrato di avere gli anticorpi per sconfiggere questa nuova malattia.
Perché sta a anche a noi, sta soprattutto a noi, compiere nuovi gesti rivoluzionari: come leggere dei giornali diversi per confrontare la stessa storia, come aprire un libro e mettersi a leggere.

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I due governi e i mille problemi

Arrovellarsi se abbia fatto bene o fatto male il sindacato (le tre sigle confederali) ad accettare l'invito di Salvini è cosa poco utile: certamente Salvini lo ha fatto per conquistarsi un altro pezzettino di governo, per mettere in difficoltà l'alleato (?) Di Maio, per distogliere l'attenzione dal caso Savoini.
Se è stata una scorrettezza istituzionale, Di Maio dovrebbe chiarirla prima di tutto con Salvini: a chi titolo ti permetti di aprire tavoli su questioni non di tua competenza (e non sui roghi nei siti di stoccaggio rifiuti, per esempio), portandoti pure dietro l'indagato Siri?

A chi punta il dito contro il sindacato (che a Renzi non facevano passare nulla! - dicono), va risposto che Landini ieri sera nella trasmissione In Onda ha ripetuto quanto detto a quel tavolo: la contrarietà alla chiusura del porti, la contrarietà a condoni e flat tax.

Quanti governi abbiamo in questo momento in Italia? Uno solo oppure i due governi Salvini + Conte Di Maio?
E di cosa si stanno occupando, i due governi?


15 luglio 2019

Succede nell'Italia sovranista

Nell'Italia del sovranismo, del prima gli italiani e del fora di ball per chi non rispetta le regole, succede che il consiglio comunale di una città brianzola (Erba - Como) si decida di intitolare una al podestà fascista, Alberto Airoldi, per i suoi meriti culturali.
Caso vuole che sindaco della cittadina sia na nipote di tanto podestà che, dopo l'approvazione delle leggi razziali, aveva scritto un bel libro, "Elenco di cognomi ebraici", da additare al pubblico ludibrio.
A furia di sdoganare, di non voler vedere il ritorno del fascismo, si arriva a questo.
Ma quale fascismo, il fascismo è morto.
Peccato poi che un'operazione della Digos contro formazioni di estrema destra abbia portato ad un sequestro di armi, tra cui anche un missile terra aria..

Sempre in questa Italia succede che un pregiudicato, ex carabiniere, condannato per stalking nei confronti della ex moglie, si presenti nel suo locale e le spari diversi colpi, uccidendola. Prima di spararla le ha detto "Ti ricordi di me?" (ora, dopo la fuga è stato arrestato).

Succede, sempre in questa Italia sovranista, che non sopporta più le violenze e i reati degli immigrati, che un partito di governo sia coinvolto in una (presunta) questione di finanziamento illegale dalla Russia, facendo la cresta su una fornitura di petrolio.
Succede che il ministro del prima gli italiani, del rispetto delle regole, prima cerchi di buttare la cosa in caciara - non ho rubli da nascondere - poi disconosca l'intermediario (sempre presunto) di questa operazione - Savoini chi?, sconfessato dai suoi stessi post in rete.

In questa Italia si può essere sovranisti e allo stesso tempo legati, mani e piedi, agli interessi russi e americani.
Succede che il ministro, sempre quello della sicurezza, risponda stizzito, che lui non ha tempo per occuparsi dei rubli e di questo gossip: lui deve combattere la mafia, deve difendere gli italiani, garantire loro la sicurezza.

Certo, non la sicurezza di Deborah Ballesio e delle altre donne uccide da regolari possessori di armi da fuoco, nonostante le denunce delle donne perseguitate e perfino delle condanne.
Non la sicurezza dei due ragazzini investiti e uccisi da un Suv a Vittoria: il guidatore era ubriaco (e che si è pure permesso di minacciare il giornalista di Repubblica Paolo Borrometi, colpevole di aver denunciato che i funerali affidati a una ditta legata a chi era in auto al momento dell'incidente).

Forse ci meritiamo di meglio di un ministro sovranista che passa più tempo sui social che non al lavoro.

14 luglio 2019

Chi di social ferisce

Non c'è altro che urla e menzogne, e violenza e giudizi sommari e cattiveria, sì, cattiveria e cinismo. E gente sempre più priva di scrupoli che ha investito sull'ignoranza collettiva come se fosse la sua polizza di vita, e lo è. Perché solo così possono garantirsi: lasciare chi non sa nell'ignoranza, togliere la conoscenza dopo aver tolto il lavoro, farne persino vanto e bandiera, alzare i forconi ridendo sguaiati. Cavalcare la schiuma della rabbia e surfare sull'onda. Ma per andare dove, Alice? 
Nella notte, Concita De Gregorio - Feltrinelli


Il contrappasso dantesco perfetto: chi ha costruito la sua popolarità (e il suo successo politico, almeno al momento) tramite un uso sconsiderato e spregiudicato dei social, oggi proprio dai social trova le prove che lo incastrano dentro un'inchiesta che parla di soldi e finanziamenti dalla Russia.

Povero Salvini, con tutti i selfie che fa, come fa a ricordarsi di tutti?
Savoini chi?
Eppure ci sono i tweet, gli articoli, le foto.

12 luglio 2019

L'Italia dei dossier e degli scoop






Noi facciamo questo, qui. Cataloghiamo, archiviamo, selezioniamo e infine contribuiamo a creare e diffondere la verità. Ma tu sai bene, Nora, che la verità non esiste: chi si ostina a cercarla merita il castigo di trovare la peggiore possibile. Di trovarne una, intendo, che punisca la sua presunzione.Le verità sono fatte di trame verosimili, ma prima di ogni altra cosa devono essere credibili e dunque credute. A cosa serve una verità a cui nessuno crede, dimmi.A cosa serve sapersi innocenti di un delitto se le prove e i giurati dicono il contrario, se l'opinione pubblica ti condanna, A cosa se non puoi fare in modo che la tua reputazione pubblica corrisponda alla tua privata certezza .. [Nella Notte - Concita De Gregorio] 

Ma allora, la storia dei rubli russi a Salvini, per finanziare la campagna elettorale (e le campagne elettorali costano) è vera oppure è solo un complotto per colpire il leader sovranista e bloccare l'azione del suo governo (e il volere di 22 milioni di italiani, come scrive Libero)?
Sto leggendo il libro di Concita De Gregorio, Nella notte, dove si parla di un centro studi che in realtà è una fabbrica di dossier, dove si costruiscono verità credibili anche se non vere.
Verità usate per condizionare l'opinione pubblica, per distogliere l'attenzione da questioni più importante o per portare avanti guerre nascoste tra gruppi di potere o tra partiti.

Il libro della De Gregorio parla della guerra dei dossier del 2009: gli articoli di Feltri su Boffo, il ricatto all'ex governatore Marrazzo e, dall'altra parte della barricata, le giovani vergini che si consegnavano a Berlusconi, dalla D'Addario agli incontri con Noemi Letizia..

Siamo anche passati alla terza repubblica (almeno così l'hanno battezzata i nuovi governanti del governo del cambiamento), ma l'Italia dei dossier non è cambiata.

Riporto un passaggio del post di Alessandro Gilioli di oggi, su questa vicenda

Però è curioso che su quei "pettegolezzi giornalistici" la Procura di Milano abbia invece aperto un fascicolo - e non in questi giorni ma cinque mesi fa, quando uscì l'inchiesta di Tizian e Vergine.
Però è curioso che la presidente Casellati sia così avvelenata con L'Espresso: forse la cosa ha qualcosa a che fare con questa recente inchiesta in cui appare pure lei?
 
Però è curioso come oggi Salvini si riferisca a Gianluca Savoini parlando di "qualche millantatore", a voi non ricorda Craxi che parlava di "qualche mariuolo"? Comunque Savoini è amico e stretto collaboratore di Salvini da quasi trent'anni - lo dice lui, Savoini, mica io. 
Però è curioso che Salvini non abbia mai smentito una parola di quell'inchiesta dell'Espresso né abbia dato seguito alla minaccia di querela. La farà davvero ora, una querela? E per cosa querelerà poi, per diffusione di notizie vere e documentate? 
Però è curioso che quando uscì l'inchiesta di Tizian e Vergine il 99 per cento della politica (Pd incluso) e il 90 per cento dei media abbia ignorato la cosa, pur essendo tutto riscontrato,  documentato e ulteriormente documentabile. C'è voluto un sito straniero per smuovere le cose - e questa è cosa tipica della melma italiana, in cui si mescolano piccole invidie professionali e grandi provincialismi. 
Però è curioso che quando L'Espresso ha rivelato i gigli neri del Pd quelli del M5S si siano scatenati mentre adesso se ne stanno così prudenti, al massimo bofonchiano un "serve trasparenza" (Di Maio), un "ho fiducia sia nella magistratura sia in Salvini" (Conte). E comunque ieri si sono bevuti muti muti una Casellati uguale a quando sosteneva che Ruby era la nipote di Mubarak. 
Però sono curiosi quelli che "anche il Pci prendeva i rubli": sì, certo, 60 anni fa, quella è storia, c'era la Guerra fredda, Washington che finanziava la Dc eccetera. Ora il Pci non esiste più e l'Unione sovietica nemmeno, mi pare. E qui si parla non del 1958 ma dell'ottobre 2018, e di un nazista amico del vicepremier che va a trattare finanziamenti per la Lega con un autocrate orgogliosamente illiberale. Sempre nel 2018. Non so, vedete voi se i rubli dell'URSS a Togliatti c'entrano qualcosa.





PS: un aggiornamento, pare che Savoini fosse presente al tavolo con Putin ma a "sua insaputa" (sua di Salvini).
Anche qui, una vecchia scusa che funziona sempre

11 luglio 2019

Sventurata la terra

Sventurata la terra che ha bisogno di eroi - Brecht

Nell'anniversario dell'omicidio di Giorgio Ambrosoli, commissario liquidatore della banca di Sindona fatto uccidere da quest'ultimo perché si opponeva al suo piano di salvataggio, non può non tornare in mente l'aforisma di Brecht.
Siamo un paese sfortunato perché bisognoso di eroi a cui aggrapparci, ma che allo stesso tempo insegue il capetto del momento, l'uomo forte, vincente.
L'uomo che ha la ricetta facile per tutti i problemi: colpa dei comunisti (o dei giudici comunisti), colpa dell'Europa, colpa dei migranti (la variante moderna).

Paragonato ai quaquaraqua di oggi, una persona integerrima, dalla schiena dritta come Ambrosoli, appare un gigante.
Non si era fatto intimidire dalle pressioni, che erano tante, per assecondare Sindona, il salvatore della lira, con tutte le protezioni che aveva (fino ad Andreotti, il sette volte presidente del consiglio, condannato per mafia).
Avrebbe potuto salvare la banca privata con soldi pubblici e invece ci ha lasciato un esempio, estremo per il sacrificio che gli è costato: lo scrive alla moglie in una lettera in cui traspare la consapevolezza del destino che lo attende

I nemici comunque non aiutano, e cercheranno in ogni modo di farmi scivolare su qualche fesseria, e purtroppo, quando devi firmare centinaia di lettere al giorno, puoi anche firmare fesserie. Qualunque cosa succeda, comunque, tu sai che cosa devi fare e sono certo saprai fare benissimo. Dovrai tu allevare i ragazzi e crescerli nel rispetto di quei valori nei quali noi abbiamo creduto [..] Abbiano coscienza dei loro doveri verso se stessi, verso la famiglia nel senso trascendente che io ho, verso il paese, si chiami Italia o si chiami Europa. Riuscirai benissimo, ne sono certo, perché sei molto brava e perché i ragazzi sono uno meglio dell'altro.. Sarà per te una vita dura, ma sei una ragazza talmente brava che te la caverai sempre e farai come sempre il tuo dovere costi quello che costi 
Sfortunato il nostro paese dove il discorso politico sembra un disco rotto, monopolizzato da chi urla più forte su migranti, ONG, buonisti nemici dell'Italia.
Sfortunato questo paese pieno di sovranisti che però non difendono gli interessi di questo paese.
Sfortunato il nostro paese dove, letteralmente, continua a piovere sul bagnato, perfino a Taranto.

Mamma li russi

Salvini non ha convinto l'alleato americano, nonostante il recente viaggio in America (dove però non c'è stato nessun selfie con Trump) e nonostante l'abbuffata al buffet per il 4 luglio.
Gli americani non sono del tutto convinti della fedeltà di un ministro sovranista che è stato legato ai russi per quanto riguarda i finanziamenti.
L'articolo su Buzzfeed è solo un segnale, non c'è alcuno scoop vero, l'Espresso aveva parlato di questi incontri mesi fa.

Una trappola contro Salvini?
Forse, ma è una trappola in cui si sono infilati tutti perché riguarda i finanziamenti ai partiti (e ai non partiti) oggi in Italia.