04 dicembre 2016

Il giorno del giudizio universale




E alla fine ci siamo arrivati al giorno del Giudizio universale.
Tranquilli, la chiamata non sarà in ordine alfabetico.
E forse, come nel film, questo giudizio universale che fa tanta paura, nemmeno ci sarà.
Sia per quelli che nemmeno ci pensano al giudizio (da dare sulla riforma, tramite il referendum), sia per quelli che su questo giudizio han fatto battaglia. Per mesi.

Il film di De Sica finisce con un gran ballo, tutti assieme.

Mentre temo che la realtà, per questo giudizio, sarà diversa: ci si continuerà a scannare accusandoci l'un l'altro, per molto tempo ancora.

La nuova identità di Milano (da Omicidi all'Isola di Filippo Fornari)

Era stabilito. Per inscenare la sua prematura dipartita avrebbe seguito una nuova strategia. Il suo sarebbe stato un suicidio esagerato, e si sarebbe attuato attraverso tre fasi progressive.Prima il suicidio famigliare, poi sociale e infine fisico. In pratica, un triplice suicidio.

Curzio Malanotte (uno dei protagonisti del libro di Filippo Fornari) è un aspirante suicida: ma il suo suicidio non deve essere qualcosa di banale.
No: tutti, in particolar modo la sua famiglia, se ne devono ricordare.
E per questo, per trovare spunti per la sua discesa sociale e fisica, gira di notte le strade di Milano. La Milano che si sta preparando all'Expo, con i cantieri e le gru che si alzano in cielo per costruire il nuovo volto della città. Una nuova identità. Si ma qual è, questa identità? 



La Milano dei contrasti tra questi grattacieli del lusso, della moda, del design, con la prostituzione di vario genere, nelle strade attorno alla stazione Garibaldi.
Curzio decise di ripassare più tardi e nel frattempo di farsi un giro. Si diresse verso la stazione Garibaldi e il grattacielo Unicredit. La sua guglia a spirale, eccentrica rispetto all'edificio, aveva attirato durante le complesse operazioni di montaggio legioni di pensionati che scommettevano su quanto avrebbe retto e di che colore si sarebbero illuminati i led di cui era ricoperta: chi sosteneva il verde Padania sarebbe stato bellissimo, chi suggeriva che il rosso del garofano socialista sarebbe stato più appropriato, chi addirittura affermava che un giorno la guglia avrebbe eruttato petrolio, in onore della famiglia dell'ex sindaco recentemente trombato alle elezioni.Curzio doveva ammettere che di notte la sagoma avveniristica del grattacielo, delle due alte torri che l'affiancavano e della piazza sopraelevata di sei metri avevano un impatto visivo impressionante. Per non parlare del nascituro Bosco Verticale, le altre due torri residenziali del progetto Porta Nuova, novemila metri quadrati di terrazze con novecento diverse specie arboree. I lavori erano ormai in dirittura di arrivo, anche se le gru ancora svettavano sull'Isola , sugli spazi incolti dove una volta c'erano le cascine e i vivai e sulle vecchie fabbriche dismesse o riqualificate, per usare un termine che in realtà mascherava la trasformazione di un quartiere popolare e operaio in qualcosa ancora in cerca di una nuova identità.La vecchia Stecca degli Artigiani, un tempo ospitata in un capannone industriale, ora si chiamava incubatore dell'arte e aveva sede in un nuovo edificio in cui si trovavano laboratori di attività artigianali e artistiche che cercavano di resistere, con l'inventiva e il recupero di antichi mestieri, alla crisi economica.Che poi qualcuno dei vecchi abitanti della zona, che forse cominciava ad essere affetto da demenza senile, si lamentasse perché uscendo di casa non riconosceva più il luogo in cui era cresciuto, si era sposato ed era diventato padre e nonno, era inevitabile. Questa era la nuova realtà urbana, come lo erano gli accampamenti dei rom che vivevano di elemosine e furti nella metropolitana e dormivano sui cartoni sotto i cavalcavia nei pressi dei nuovi grattacieli del Centro Direzionale, una crudele contrapposizione tra i primi e gli ultimi a cui la città pareva indifferente.Il progresso è progresso, e il business è il business, e pazienza se c'è chi non si adatta o romane indietro.


Omicidi all'Isola, nevrotico erotico blues" di Filippo Fornari – Todaro editore

02 dicembre 2016

Il no innovativo (la risposta di Zagrebelski a Scalfari)

I tre leader europei questo agosto a Ventotene

Zagrebelsky risponde a Scalfari, sempre su Repubblica, sul referendum: si parla di riforme,di Ventotene, dei principi della Costituzione e del perché voterà no al referendum:
Vengo, caro Scalfari, a quella che tu vedi come un'ostinazione. Mi aiuta il riferimento che tu stesso fai a Ventotene e al suo "Manifesto", così spesso celebrati a parole e perfino strumentalizzati, come in quella recente grottesca rappresentazione dei tre capi di governo sulla tolda della nave da guerra al largo dell'isola che si scambiano vuote parole e inutili abbracci, lo scorso 22 agosto. C'è nella nostra Costituzione, nella sua prima parte che tutti omaggiano e dicono di non voler toccare, un articolo che, forse, tra tutti è il più ignorato ed è uno dei più importanti, l'articolo 11. Dice che l'Italia consente limitazioni alla propria sovranità quando - solo quando - siano necessarie ad assicurare la pace e la giustizia tra le Nazioni. Lo spirito di Ventotene soffia in queste parole. Guardiamo che cosa è successo. Ci pare che pace e giustizia siano i caratteri del nostro tempo? Io vedo il contrario. Per promuovere l'una e l'altra occorre la politica, e a me pare di vedere che la rete dei condizionamenti in cui anche l'Italia è caduta impedisce proprio questo, a vantaggio d'interessi finanziario-speculativi che tutto hanno in mente, meno che la pace e la giustizia. Guardo certi sostegni alla riforma che provengono da soggetti che non sanno nemmeno che cosa sia il bicameralismo perfetto, il senato delle autonomie, la legislazione a data certa, ecc. eppure si sbracciano a favore della "stabilità". Che cosa significhi stabilità, lo vediamo tutti i giorni: perdurante conformità alle loro aspettative, a pena delle "destabilizzazioni" - chiamiamoli ricatti - che proprio da loro provengono.
Proprio questo è il punto essenziale, al di là del pessimo tessuto normativo che ci viene proposto che, per me, sarebbe di per sé più che sufficiente per votare No. La posta in gioco è grande, molto più grande dei 47 articoli da modificare, e ciò spiega l'enorme, altrimenti sproporzionato spiegamento propagandistico messo in campo da mesi da parte dei fautori del Sì. L'alternativa, per me, è tra subire un'imposizione e un'espropriazione di sovranità a favore d'un governo che ne uscirebbe come il pulcino sotto le ali della chioccia, e affermare l'autonomia del nostro Paese, non per contestare l'apertura all'Europa e alle altre forme di cooperazione internazionale, ma al contrario per ricominciare con le nostre forze, secondo lo spirito della Costituzione. Si dirà: ma ciò esigerebbe una politica conforme e la politica ha bisogno di forze politiche. E dove sono? Sono da costruire, lo ammetto. Ma il No al referendum aprirà una sfida e in ogni sfida c'è un rischio; ma il Sì non l'aprirà nemmeno. Consoliderà soltanto uno stato di subalternità.
Questa, in sintesi, è la ragione per cui io preferisco il No al Sì e perché considero il No innovativo e il Sì conservativo.
Ti ringrazio dell'attenzione. A cose fatte avremo tempo e modo di ritornare su questi temi con lo spirito e lo spazio necessari.
E' la risposta anche all'intervista del presidente del Consiglio sul Corriere, dove Renzi parla dei figli, che vorrebbe che non crescessero assistendo a talk dove si parla di casta (lo dica anche ai sostenitori del si) e che, è vero, se non passa il si, ha paura per la povera gente, per il potere d'acquisto, per il risparmio. Per il governo tecnico che potrebbe arrivare, per gli allarmi che arrivano dai mercati...

Una politica che gioca sulla paura, che tratta i giovani a colpi di bonus, non è una politica riformista.

Il quesito non è si o diluvio

Il quesito che troveremo sulla scheda referendaria non è si oppure "un salto nel buio e poi mi rimpiangerete".
Sulla scheda troveremo un si o un no, una risposta semplice (forse troppo semplice) ad un quesito complesso (il DDL Boschi che modifica 47 articoli della Costituzione).
Non si vota su altro e siamo arrivati al referendum perché la riforma non ha superato i due terzi del Parlamento.

In teoria non si vota sull'esecutivo né sul presidente del consiglio.
Legare questo voto al governo è sbagliato, sia dalla parte di chi vota sì (se perdo me ne vado via, come i bambini nei campi da calcio dell'oratorio) sia per quella parte del fronte del no che grida "mandiamolo a casa".
Niente ricatti e niente ribaltoni.
Ecco, tutto qua.

01 dicembre 2016

Bastardi, fuori dai piedi! da Pane di Maurizio De Giovanni

Sul Fatto quotidiano del 29 novembre è uscita un'anticipazione del nuovo romanzo della saga dei Bastardi di Pizzofalcone di Maurizio De Giovanni, "Pane":

"Bastardi, fuori dai piedi!" da Pane di Maurizio De Giovanni 
Quella notte sullo scomodo lettino c’era l’ispettore Lojacono, detto il Cinese per gli occhi a mandorla e la calma imperturbabile che ostentava in qualunque situazione. Stava riposando poco e malissimo, in verità. E per un sacco di motivi. (…)Lojacono si destò di scatto e (…) incrociò lo sguardo strabico dell’agente Ammaturo Gerardo, di servizio all’ingresso del centralino, che ripeteva concitato: “Ispetto’… ispetto’… svegliatevi. È arrivata una chiamata, dice che hanno sparato a uno”.Il fatto era accaduto a poche centinaia di metri del commissariato, perciò Lojacono decise di recarsi sul luogo a piedi. Anche di mattina presto non gli piaceva girare in automobile per la città (…).
Stava per controllare l’indirizzo sul foglietto che gli aveva scritto Ammaturo quando notò un piccolo assembramento all’imboccatura di un vicolo; era arrivato. Un agente teneva lontane le persone; la questura aveva mandato una macchina che era in sosta sulla via principale. Lojacono osservò che il portone del palazzo d’angolo era adiacente a una panetteria con la serranda abbassata. Si qualificò e l’agente lo fece passare.
La viuzza era larga non più di tre, quattro metri, e non aveva uscita (…). A destra, un palazzo senza ingressi su quel lato, con tre file di finestre al momento chiuse. A sinistra, un’unica porticina alla quale si accedeva salendo tre gradini di pietra scura. Su questi era riverso un corpo.
Era un uomo magro, vestito di bianco e con un grembiule legato da una fettuccia all’altezza del bacino. Non se ne scorgeva il volto. I piedi, che calzavano degli zoccoli, erano sul primo scalino; il braccio sinistro stava sotto il busto e quello destro disteso sulla strada. Vicino alla mano c’era qualcosa. L’ispettore si avvicinò, attento a non mettere i piedi sul selciato che forse l’uomo aveva percorso prima di cadere: un pezzo di pane, un panino per l’esattezza, col segno di un morso. Il palmo del morto era sporco di farina, come i pantaloni e la parte di grembiule visibile. Una macchia di sangue si allargava all’altezza della scapola sinistra. Mentre Lojacono era lì che osservava, giunse trafelato Francesco Romano, il suo collega cui toccava le reperibilità. “Mi ha avvertito Ammaturo, sono venuto di corsa, ma al solito non trovavo un posto per la macchina. Chi è?”. Il nuovo arrivato era un uomo massiccio, dall’aria un po’ torva, che dava l’idea di un carattere non facile; come in effetti era.
Lojacono gli rispose: “Non so ancora niente, sono qua da pochi minuti. Colpito alla schiena, forse stava entrando da quella porta. Sentiamo un po’”.
Si rivolse all’agente della questura, che fissava la scena in silenzio: “Chi ha chiamato?”.
Prima che il poliziotto potesse rispondere, si fece avanti un uomo di mezz’età, vestito come il cadavere, che tormentava tra le dita un cappellino a busta. Lojacono notò che evitava di guardare in direzione del morto. “Io. Ho chiamato io, dotto’”.
L’ispettore e Romano si avvicinarono. “Il suo nome?”.
Quello si schiarì la voce, coprendosi la bocca con la mano tremante. “Mi chiamo Strabone, dotto’. Strabone Mario. Sono… Lavoro qua al forno da tanti anni. Lui, Pasquale, era uscito per mangiarsi un panino. Glielo avevo dato io, come ogni giorno, ma stavolta non rientrava. Allora Christian, ’o guaglione, è andato a vedere, ed è rientrato bianco bianco che pareva un fantasma. Ha detto: Strabo’, vieni, mi pare che Pasquale non sta bene. Così io…”.
Romano lo interruppe: “Piano, piano. Fatemi capire. La vittima si chiama Pasquale? Pasquale come? Lo conoscete? Lavora con voi? E chi è questo guaglione?”.
L’uomo prese un respiro profondo e scosse il capo. Per la prima volta si girò verso il cadavere; Lojacono si accorse che aveva gli occhi pieni di lacrime.
“Sì. dotto’. Si chiama Pasquale. Granato Pasquale. È il proprietario. Uno dei proprietari, cioè, l’altro è il cognato, Marino, che mo’ non ci sta perché col furgone va a fare le consegne delle brioche nei bar. E il ragazzo, Christian, sta dentro che piange. Ve lo faccio venire?”.
La replica dell’ispettore fu stoppata dallo stridio delle gomme di due volanti, che frenarono bruscamente sulla strada principale. Ne scesero otto uomini; sei, in divisa, si disposero attorno all’ingresso del vicolo, presidiandolo, mentre due, in borghese, si avviarono verso Lojacono, Romano e Strabone. Il più giovane li oltrepassò come se non li avesse visti e si accovacciò vicino al cadavere.
Lojacono ne seguì i movimenti, poi, quando costui allungò la mano verso il corpo, disse ad alta voce: “Non tocchi niente. E si allontani da lì, per favore”.
Il secondo personaggio arrivato con le volanti gli mise una mano sul braccio. “Collega, stai tranquillo. È un magistrato”. (…)
“Qualificati, se sei un collega. Altrimenti vattene subito o ti faccio passare un guaio”.
“Tutti nello stesso canile vi hanno messo, eh? I famosi Bastardi di Pizzofalcone. Tu devi essere Lojacono, quello che chiamano il Cinese. Io, per tua norma, sono il vice commissario Lamagna, della squadra Mobile. Quanto al magistrato, pensavo lo avessi riconosciuto: è il dottor Buffardi. Quel dottor Buffardi. Lo avrai visto in televisione”.
“Io la televisione non la guardo”, rispose. (…)
“Io sono il sostituto procuratore Buffardi, della Direzione distrettuale antimafia. Il morto è persona nota a me, perché rientra in una nostra indagine della quale tu non sai niente e niente devi sapere. Stabilito ciò, ed essendo questo un delitto evidentemente connesso all’indagine di cui sopra, ti sarei molto grato se alzassi il culo e ti levassi dalle palle tornando alle tue contravvenzioni per divieto di sosta. Sono stato chiaro?”.


Pane per i Bastardi di Pizzofalcone, di Maurizio De Giovanni, Einaudi

Sulle bufale

Cala la disoccupazione - scrivono i giornali: ma cosa volete ancora.

Lo dice l'Istat e se uno legge solo i titoli dei giornali pensa che vada tutto bene: leggendo i dettagli però si capisce che le cose sono più complicate
"Il tasso di disoccupazione scende dello 0,1% perché aumentano gli italiani che hanno smesso di cercare un posto: non ci sperano più". 


Altro giro altro spot: con la riforma avremo più soldi per la sanità, se voti no, invece, i soldi li lasci ai politici (e l'immagine è eloquente, finiscono nelle tasche dei politici).
Dal che si capisce che chi ha fatto la riforma non è un politico, che a Roma (dove si accentreranno - forse - le competenze) non ci sono politici e dove si decide solo per il bene degli italiani.

Ecco perché De Luca chiedeva ai suoi sindaci di fare come Alfieri, che fa un clientelismo come Cristo comanda, che se porti i voti arrivano i soldi alla sanità regionale, privata.
Ma De Luca non è un sindaco.

Non mi piace ma voto si

Anche Prodi si aggiunge al fronte del "non mi piace ma voto si", sulla riforma.
Posizione legittima, ci sta a votare turandosi il naso, l'abbiamo sempre fatto, specie nel 2006 col secondo governo Prodi della coalizione che partiva da Bertinotti e arrivava fino a Mastella e Dini.

La riforma è modesta, non ha la profondità e la chiarezza necessaria, ma voterà si. Come Cacciari, come Benigni.
Non è perfetta, non chiarisce come verrano scelti i senatori (né cosa faranno) ma siccome è un cambiamento votiamo si.
Un altro tassello per quelli che basta un sì, dopo i 50 euro ai pensionati, gli 85 euro agli statali (ma è solo un accordo politico), il miliardo è passa per Taranto (ma l'accordo coi Riva non è stato ancora ufficializzato), i 500 euro ai diciottenni e le fritture di pesce per le clientele del sud.

Gli altri, che si arrangino.
Come i risparmiatori di Banca Etruria: i vertici della banca, dice il GUP, non hanno ostacolato la vigilanza, smentendo di fatto la stessa relazione degli ispettori di Bankitalia.
Cosa dobbiamo pensare?
Che i pm hanno sbagliato a formulare l'accusa?
Oppure che i risparmiatori han fatto tutto da solo?

Tanto, basta un sì e sarà tutto più bello e semplice.

30 novembre 2016

Il rumore della pioggia, di Gigi Paoli

Le prime righe:
Lo schiaffo del vento lo colpì.Poi, fredda e affilata, arrivò la pioggia.E questa sarebbe la città più bella del mondo?L'uomo scosse la testa ed estrasse il piccolo ombrello che spuntava dalla sua valigetta.Alzò lo sguardo.Tutto opaco e grigio. In cielo e in terra. Alle sette e un quarto di quella mattina di novembre, neanche i turisti si facevano vedere in giro.Con quel tempo, poi.Ci mancava pure la pioggia.E quel piccolo, maledetto ombrello non avrebbe mai impedito che i pantaloni, di lì a poco, diventassero fradici.Girò l'angolo sul Ponte Santa Trinità e alzò automaticamente la testa, incrociando lo sguardo muto della statua della Primavera e il suo collo troppo lungo.Te l'avevano staccata la testa, eh, bella signora?, sogghignò ansimando mentre risaliva il ponte, ai cui angoli campeggiavano le statue delle quattro stagioni. Tutti i giorni da più di trent’anni, lui sfilava accanto alla Primavera, ripescata dall’Arno dopo la guerra come le sue sorelle di marmo. Lei, però, fu ritrovata senza testa. Solo anni dopo, quando un pescatore la scoprì per caso nel fiume e la riportò a galla, gliela riattaccarono. Proprio una bella schifezza come trapianto, pensò ...

Chi l'avrebbe mai detto che Firenze, la città più bella del mondo, la città delle opere d'arte, del Rinascimento, in realtà nasconde un'anima nera, gotica e grigia come il cielo in una giornata di pioggia?
Forse chi ci vive, chi ci è nato, la conosce questa anima cattiva, dentro la città, sa che bisogna andare oltre le immagini da cartolina buone per i turisti.
Sicuramente quest'anima cinica, cupa, la conosce bene Carlo Alberto Marchi, giornalista di cronaca giudiziaria del Nuovo Giornale, uno di quei giornalisti che sa muoversi per la città, per le aule del Palazzo di Giustizia, spostato fuori dal centro:
Per me Firenze era diversa, fors'anche perché, negli anni, ne avevo conosciuto i suoi lati più oscuri. Il Palazzo di Giustizia era una cattedrale gotica di una città gotica”.

E' lui che ci racconta, in prima persona, dell'indagine per l'omicidio di un vecchio commesso di un negozio di antiquariato, Vittorio Stefani, che dopo la morte del proprietario (Loris Stefani) aveva deciso di mandare avanti comunque l'attività.
Siamo in via Maggio, la via degli antiquari, trafficata da turisti nonostante la pioggia battente e piena di telecamere che inquadrano le persone sui marciapiedi.
Eppure, questo sembra un delitto compiuto da un fantasma: il commesso è stato ucciso da 23 coltellate da un assassino che non ha lasciato tracce, che si è dileguato in fretta senza che nessuno l'abbia visto, nemmeno padre Bruno Martelli, l'economo della Curia (i cui uffici erano nello stesso palazzo), il primo a scoprire il cadavere.

Potrebbe essere un omicidio come tanti. Se non ci fossero quei misteri, l'assassino fantasma (come inizia a scrivere la stampa), l'assassino invisibile, le 23 coltellate che fanno pensare ad una vendetta, l'assenza di segni di una colluttazione. E l'interesse dei vertici dei carabinieri affinché il caso sia seguito in prima persona dal nucleo investigativo del reparto operativo, il fiore all'occhiello degli investigatori dell'arma, e dal suo comandante, il tenente colonnello del RONO, Umberto Lion. Che pure lui, come il giornalista Marchi, in quella mattina di un lunedì piovoso, riceve una telefonata sul delitto dal suo generale.

Il Nuovo giornale segue il caso, coi suoi due cronisti, Alessandro Della Robbia, detto l'artista, che segue la cronaca nera e Carlo Alberto Marchi alla giudiziaria (la nera del giorno dopo): li seguiamo mentre sondano i loro contatti nel palazzo di Giustizia, Gotham (come la città avveniristica dei fumetti), nelle forze dell'ordine, nei carabieri e in Questura.
C'è una pista che, partendo da quel negozio e da cimeli religiosi, porta alle messe nere, ad una vecchia inchiesta che aveva coinvolto dei giovani della Firenze bene.
Ma l'indagine dell'anatomopatologo (sul corpo della vittima) da una parte e del Ris (sul cellulare) dall'altra indirizzano l'inchiesta verso una ben specifica direzione: le amicizie disinvolte della vittima, che riportano dentro alla stessa curia ..
Caso risolto?
Forse.
Ma Carlo Alberto Marchi è uno di quei giornalisti che la notizia se la vanno a cercare, che non si accontentano delle dichiarazioni ufficiali che escono “dagli organi di indagine”. Così, partendo da un vecchio caso che aveva coinvolto il vecchio proprietario del negozio, arriva ad imbattersi nella Massoneria:
Certo che lo sapevo cosa fossero le messe nere.Questa città ne aveva viste di storie sull'argomento e ogni volta che ne spuntava una, pensavo che avevo ragione io. Altro che rinascimentale e solare, il Cupolone, l'Arno, ponte Vecchio e tutta quella roba per cui impazzivano i turisti. Questa città era gotica, terribilmente gotica. Le stradine piccole e strette su cui sembravano precipitare quei palazzi enormi, come giganti pronti a muoversi e colpire. Quelle strade che finivano in altre strade, ad angolo, a incrocio, dove vedevi a malapena uno spicchio di cielo, non capivi più nemmeno dove eri. Anche l'acqua era grigia. Come i palazzi, come il vento, come la pioggia.

Scopre, sull'ultima pagina del diario del morto, una misteriosa locuzione latina: «Audi, vide, tace, si vis vivere in pace».
Che significa “ascolta, guarda e stai zitto se vuoi vivere in pace”. Forse una coincidenza, o forse no. Quella frase, nell'ultimo suo giorno di vita terrena.

Così, mentre la pioggia continua a battere la città, rendendo il clima più cupo, Marchi si ritrova a girare in modo frenetico per Firenze, che non è solo la città dei monumenti, Palazzo Pitti, ponte Santa Trinità il palazzo Nonfinito.

Fino al colpo di scena finale.
Camminando a testa bassa, immerso nel bavero alzato del soprabito, mi accorsi solo dopo un po' che mancava qualcosa.Alzai la testa.Ecco cosa mi mancava.Mi mancava il rumore.Il rumore della pioggia.

Il rumore della pioggia è un buon giallo che racconta come funziona il mondo della cronaca giudiziaria: i rapporti che si instaurano tra giornalisti e magistrati, le strade per avere qualche informazioni in più sui casi, sulle inchieste. Sapere con quali magistrati parlare e quali evitare.
Come funzionano le dinamiche tra magistrati e forze dell'ordine e tra le stesse forze dell'ordine (le gelosie tra l'arma e la polizia).

Ma nel racconto c'è spazio anche per raccontare dinamiche e conflitti più familiari: come quelle tra Carlo e Donata, il papà e la figlia undicenne, che deve cresce da solo per la separazione dalla moglie.
Stava crescendo, sotto i miei occhi e io sapevo già che avrei rimpianto tutti quei giorni e tutte quelle sere passate al giornale o in tribunale invece che essere sul divano a guardare X-Factor.

Se è dura infilarsi nelle porte giuste del palazzo gotico dove si svolge il rito della giustizia, è altrettanto duro conciliare il lavoro di reporter con quello di padre: “volevo essere Tutti gli uomini del presidente ed ero finito a fare Mrs. Doubtfire” si trova a pensare il protagonista.
I sensi di colpa per non riuscire a trascorrere più tempo con la figlia da una parte e il senso di responsabilità nei confronti di un mestiere che non si può fare rispettando gli orari d'ufficio, dove l'emorragia dei lettori porta ad avere giornali con meno pagine, meno giornalisti, meno cura nell'informazione.

Attorno, una Firenze che, leggendo le pagine del libro, vien voglia di girare a piedi, anche sotto la pioggia..

La recensione del libro sul sito de La Nazione (di cui Gigi Paoli è capocronista).
La scheda sul sito di Giunti e un estratto dal libro.

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

Non disturbiamo

Questa mattina ho avuto una discussione sul referendum con un altro pendolare: il tutto è partito dai ritardi, dalle nuove norme sulla velocità dei convogli, che è stata limitata in assenza dei controlli per la sicurezza sulla nostra linea (Trenord, la società mista Trenitalia e regione Lombardia, quella che investe miliardi in autostrade).
Certo, se poi noi votiamo no per tenerci il Senato e continuare a spendere i soldi ...

Posso accettare tutte le critiche, ma non quelle false e nemmeno la gente che ti mette le parole in bocca.
Tu voti no perché vuoi far cadere Renzi ..
Non esiste altra nazione con un Senato come il nostro ..
Se per te la governabilità non è un valore ..
Si vota sulla riforma e non sul governo ..
Ma il Senato non c'è più ..
Ma il Senato non si occuperà più di leggi importanti ..

Tutti argomenti che, per essere smontati necessitano di una argomentazione e, soprattutto, di gente disposta ad ascoltarti.
Se però la gente ti ripete, senza ascoltarti, senza voler capire (che è stato Renzi a personalizzare, a legare riforma e governo, che il Senato rimane e si occuperà pure di leggi importanti, che la governabilità l'aveva anche Berlusconi e Monti e ora stiamo sacrificando la rappresentatività degli elettori ..), rischi pure di far la figura del passionario.
Di quello che si infervora. Che diventa rosso per la rabbia.

Di quello che sa dire sempre di no. Che non gli va mai bene niente. D'altronde uno che legge Il fatto quotidiano, il giornale di Travaglio.
La "conversazione" è proseguita saliti sul treno, finché una signora, sul sedile dietro si è girata è a detto "Che palle .. potete parlare a bassa voce ?".

Non stavamo gridando ma solo parlando ad un tono normale. Che dava fastidio alla signora e alle altre persone.
Allora ho preferito riprendere in mano il libro che sto leggendo "Il rumore della pioggia" di Gigi Fiore.
E ho lasciato la signora a leggersi Repubblica, l'articolo sulla triste vicenda di Lapo Elkann.
Non disturbiamo ..

Mancano pochi giorni ancora.

PS: parliamo di questo, della complessità del descrivere come saranno eletti i nuovi senatori (oggi ci prova Gilioli con lungo e dettagliato post) quando sai che dall'altra parte ti rispondono ma allora non vuoi cambiare .. vuoi lasciare le cose così ..

29 novembre 2016

Anti bufale

La riforma farà risparmiare 500 ml (altro che gli 80 ml restituiti dal M5S).
Per le pensioni basse daremo dai 30 ai 50 euro.
Se non si fanno le riforme ora, non le faremo mai più.

E per fortuna che stanno distribuendo il kit anti bufale.

Sempre dalla home dell'Unità, Rondolino fa le pulci ad un'intervista di Zagrebelsky "noista".
Come un grillino qualsiasi, il Noista emerito torna infatti a sostenere una tesi che non ha, non può avere alcun fondamento: “E’ stato violato l’articolo 1. […] La riforma è stata approvata da un Parlamento eletto con una legge incostituzionale. […] C’è stata un’usurpazione della sovranità popolare. La riforma è viziata ex defectu tituli”. Ma ancora qui stiamo? Ancora a discutere di illegittimità delle Camere?Com’è noto anche ai sassi la Consulta, bocciando una parte del Porcellum, ha contestualmente ribadito la piena legittimità del Parlamento in carica. Del resto, non avrebbe potuto fare altrimenti: con il Porcellum sono stati eletti non uno ma tre Parlamenti, e se fossero illegittimi sarebbero illegittime anche tutte le leggi approvate dal 2006 ad oggi, nonché i cinque governi che si sono succeduti, nonché i presidenti della Repubblica eletti negli ultimi dieci anni, nonché i due terzi della stessa Corte Costituzionale, che sono stati eletti dal Parlamento o nominati dal Capo dello Stato.Perché il Noista emerito insiste in questa falsificazione della realtà, in questa delegittimazione sistematica dell’ordinamento costituzionale, giuridico e civile del Paese, in questo vero e proprio attentato al sistema democratico? E perché insulta Sergio Mattarella accusandolo esplicitamente di “far finta di niente” e “tacere”?I cattivi maestri sono più pericolosi dei loro peggiori allievi, perché giocando con le parole confondono le menti e seminano sfiducia e rabbia. E’ davvero un peccato che Zagrebelsky abbia scelto di concludere così la sua carriera pubblica.
Non solo noista, pure cattivo maestro (che a me fa subito pensare ad altri scenari) il presidente emerico della Consulta.
Le Camere sono pienamente legittime, ma queste sono composte in base ad un premio di maggioranza che la Consulta ha dichiarato illegittimo.
Falsificare la realtà è raccontare che questo governo e questa maggioranza sono legittimati a fare quello che vogliono a colpi di maggioranza (non pienamente legittima), senza nemmeno avere un mandato popolare.
Visto che alle passate elezioni nel programma del PD (almeno in quello) non si parlava di rendere i senatori non più eleggibili da noi.

20 anni di Report (e altri cento)

Questa mattina quando sono uscito dalla fermata del metrò mi sono trovato di fronte la camionetta dell'esercito, parcheggiata sul marciapiede.
Con due soldati che imbracciavano un mitragliatore.
No, non mi sono sentito più sicuro, anzi.
I soldati nelle strade mi hanno fatto venire in mente le immagini di Palermo dopo gli attentati a Falcone e Borsellino.
Le immagini in bianco e nero dei posti di blocco dopo il sequestro Moto.

Altri tempi.
Riccorrere ai militari per funzioni di presidio di strade e piazze è una risposta sbagliata ad un problema reale di sicurezza, in cui si mescolano problemi concreti nella vita delle persone, con altri più legati alla percezione del reale.
Ci sono problemi che non si risolvono con l'esercito e con lo slogan strade sicure: la precarietà, le case occupate, la crisi, un sistema del welfare che non copre tutto.

E ci sono altri problemi, le gang giovanili, lo spaccio, la microcriminalità, per cui la presenza dei militari può avere un effetto dissuasivo.
Ma non possiamo avere dei militari in ogni strada, non possiamo avere una pattuglia ad ogni fermata del metrò.
Mentre possiamo pretendere che l'informazione non distorca la percezione di sicurezza di questo paese.
Dobbiamo pretendere che i nostri governanti si occupino della nostra sicurezza anche in termini di trasporto pubblico, di inquinamento dell'aria e dell'acqua, di tutele nel mondo del lavoro, di tutele in termini di sanità e welfare. I soldi per le scuole, per i bambini disabili, per i bambini di Taranto e non solo per le fritture di pesce.

Per questo dovremmo essere grati al lavoro di Milena Gabanelli e dei giornalisti di Report.
Ieri Milena Gabanelli lasciava la conduzione del suo programma dopo 20 anni, affidandola a quella del suo coautore Sigfrido Ranucci.
Se in questi anni siamo stati cittadini più consapevoli e meno vulnerabili alle promesse che ci hanno raccontato, lo dobbiamo a queste persone.
Ieri, per la cronaca (mentre nei bar ci si accusava su casta, risparmi e riforme), Report ha raccontato come sono andate a finire le inchieste su Anas, sugli investimenti in diamanti, sui gettoni della Rai e la zecca, il marchio Ferrari, sulle antenne abusive piazzate sopra una torretta a Verona (patrimonio dell'umanità, le torri non le antenne) e sul modello per gestire l'immigrazione.

28 novembre 2016

Meno sei giorni al diluvio

Una premessa: era l'estate del 2011 e la BCE (e forse qualcuno a Roma) ci scriveva la lettera con le riforme da fare. Quelle che poi i governi Monti (e poi Renzi) avrebbero fatto.
Era l'avvento della tecnocrazia, lo spauracchio della troika.
L'allora sindaco di Firenze, mentre preparava la Leopolda, raccontava
Non mi ha risposto, concorda con le riforme che chiede l'Europa? E il Pd è in grado di sostenerle? Mi ritrovo nella lettera della Bce. E non condivido l'atteggiamento prevalente del Pd che invoca l'Europa quando conviene e ne prende le distanze se propone riforme scomode. Dobbiamo essere coerenti: sulle pensioni è stato un errore del Governo Prodi abolire lo scalone-Maroni. Ora ci ritroviamo al punto di partenza. Sono per estendere a tutti il contributivo: non è pensabile che a fronte di un allungamento della aspettativa di vita non si faccia nulla.
Per cui, quando uno legge: "C'è il rischio del governo tecnico, solo il Sì può scongiurarlo" dallo stesso politico, viene da chiedersi se siamo in presenza di uno sdoppiamento di personalità o cosa.

Premesso ciò, prepariamoci all'ultima settimana prima del voto.
La cosa buona è che forse, dopo, parleremo d'altro (i fiumi che esondano, la disoccupazione giovanile, le mafie) e forse si riuscirà a vedere il clientelismo con occhi diversi.
Non un "così fan tutti" (leggete quello che scrive Lavia su De Luca), ma una delle palle al piede che impedisce al sud di uscire dall'arretratezza di cui questa classe politica è responsabile.


La vignetta di Disegni del 27 novembre - Supporters
La cosa cattiva è che ne sentiremo altri di insulti. E quelli vanno condannati (guardatevi la vignetta di Stefano Disegni sul FQ di ieri).
Il problema sono anche le balle che raccontano: la sanità che, dopo la riforma, permetterà di curare il cancro e l'epatite C allo stesso modo e in tutte le regioni.
Falso, perché i livelli essenziali di assistenza sono regolati da una legge del 2003 e non vengono toccati dalla riforma.
Se in alcune regioni non si hanno le stesse cure è colpa dei governatori delle regioni, come sono organizzate, in che modo erogano i fondi e come controllano il loro utilizzo.

I risparmi della riforma, stimati in 500 ml, quando sappiamo che tagliando le indennità, si arriva ad un risparmio di 48 ml.
Falso affermare che è il bicameralismo perfetto che blocca questo paese, che rende troppo "burocratico" l'iter di approvazione delle leggi.


La vignetta di Staino sulla Consulta
Falso raccontare agli italiani che la Consulta ha bocciato la riforma Madia salvando i furbetti del cartellino. La riforma Madia e i decreti attuativi non rispettavano il principio di leale collaborazione tra stato e regioni. Anche sulle nomine dei dirigenti. E la riforma Boschi non tocca questo punto.
E i furbetti potevano essere licenziati anche prima della riforma,

Così come le altre bufale sui senatori che saranno ancora nominati, sulla riforma che non tocca i poteri dell'esecutivo (non considerando la legge elettorale), che se non passa il si non faremo altre riforme (come a dire, adesso la ministra Madia se ne torna a casa?).
Sono tutti slogan per la pancia del paese (la stessa che invoca Grillo per l'altro canto del tifo). Quella che tuona contro l'Europa.
Quella che contenta le paure del paese, che essa stessa alimenta (le banche che crollano, l'arrivo del governo tecnico) con i soldati per strada.

Report, come è andata a finire – la stagione 2016

Chiude anche questa stagione di Report, l'ultima con Milena Gabanelli che lascia la conduzione a Sigfrido Ranucci, ma continuerà ad occuparsi di giornalismo:
Se c’è una cosa di cui sono orgogliosa è la squadra bella e fortissima che si è creata nel corso di questi anni – aveva detto Milena Gabanelli al Tg1 annunciando la scelta di lasciare – ora è arrivato il momento di premiare la loro professionalità, aiutandoli a diventare più protagonisti anche di una rigenerazione. Per questo ho deciso che sarà la mia ultima stagione alla conduzione di Report”.

Si chiude una stagione e, come consueto, Report tira le somme di alcune delle inchieste portate avanti in questi anni.

Si comincia dai lavori di ricostruzione dell'Anas, nel nuovo corso intrapreso dall'amministratore Armani. Sono cambiate veramente le cose, dopo che se ne ne è andato Ciucci (quello che aveva assicurato “da noi non ci sono tangenti”, infatti si chiamavano ciliegie) o siamo ancora con gli stessi problemi (anche alla luce del crollo del ponte sulla statale 36 ad Annone)?
Anas per l'Italia, di Giovanna Boursier:
Ritorniamo su Anas, a un anno di distanza e dopo le dimissioni dell'allora presidente Pietro Ciucci, sostituito da Gianni Armani. Un mese fa crolla un cavalcavia ad Annone Brianza, c'è un morto. Si scopre che ad autorizzare i trasporti eccezionali in Lombardia è la Provincia su delega della Regione, ma può anche essere quella dove ha sede la ditta del trasporto, non necessariamente quella dove transita il trasporto. Mentre non si capisce bene di chi è quel ponte, è chiaro che la manutenzione spetta ad Anas.
Lo dichiara il presidente Armani a Report e il capo compartimento Anas di Milano dice: “Quel camion era troppo pesante e noi non sapevamo che su quel cavalcavia passassero carichi eccezionali".
Adesso i viadotti li stanno controllando tutti, ne hanno chiusi alcuni in Lombardia e su altri hanno limitato il peso dei camion. Anche noi ne abbiamo segnalati al presidente Armani, che sta provvedendo.

Gli investimenti in diamanti, consigliati dalle banche italiane, che tanto trasparenti non lo sono. Per i risparmiatori (e non per le banche): Consob deve vigilare o se ne deve stare a guardare?
Occhio al portafoglio, di Emanuele Bellano:
Le banche propongono ai risparmiatori di investire i risparmi acquistando diamanti. A venderli, in collaborazione con le banche, sono due società private: Idb Intermarket Diamond Business e Dpi Diamond Private Investment. Un mese fa Report denunciava che questi diamanti sono venduti a un prezzo doppio rispetto al loro valore di mercato. Da allora tanti risparmiatori sono tornati in banca con l'obiettivo di rivendere i diamanti acquistati. Delle tante persone però che si sono rivolte alle associazioni dei consumatori e dei gioiellieri nessuna finora è riuscita a disinvestire il proprio diamante. A controllare dovrebbe essere Consob che nel 2013 però ha detto che le banche possono vendere diamanti senza l'obbligo di fornire ai clienti la garanzia del prospetto informativo. Eppure, proprio alcuni mesi prima della decisione di Consob, la Corte di Cassazione aveva analizzato il caso di un'altra società che proponeva un investimento in diamanti stabilendo che in quel caso si trattava di prodotto finanziario e punendo quindi l'assenza di prospetti informativo. Dopo il servizio di Report Consob ha annunciato che analizzerà di nuovo il caso. Cosa farà?

La mezza frode dei gettoni d'oro della Rai: non è tutt'oro quello che luccica, specie i gettoni che arrivano dalla banca Etruria (sempre lei).

L'anteprima su Reportime:


A caval donato, di Sigfrido Ranucci:
A distanza di sei mesi si torna a parlare dei gettoni d’oro dalle Rai prodotti dalla Zecca. Ad aprile scorso avevamo scoperto che a una vincitrice di Perugia la Zecca dello Stato aveva coniato come oro puro 999,9 dei gettoni che invece, fatti analizzare da un laboratorio legale, erano risultati sotto titolo: 995. Si tratterebbe di frode in commercio, e a essere frodati sarebbero la Rai, che dalla Zecca compra oro 999, e i vincitori. Report ha scoperto un’altra frode che se confermata sarebbe di ben altre dimensioni.

Il modello per l'integrazione dei migranti proposto da Report: chi si sta opponendo? i sindaci lo vogliono o no?
La via d'uscita, di Claudia di Pasquale:
È in atto la più grave crisi migratoria dal secondo dopoguerra, la risposta dell'Europa è stata quella di firmare un accordo con la Turchia per bloccare la rotta balcanica, mentre i vari stati europei hanno chiuso le frontiere. Qual è stato l'effetto di queste politiche per l'Italia? L'aumento dei migranti che sbarcano e restano nel nostro paese.Per evitare l'instabilità, nella scorsa edizione abbiamo provato a costruire un progetto pragmatico a gestione pubblica e con supervisione europea, che consenta di organizzare in modo rigoroso l'identificazione, la formazione e lo screening dei richiedenti asilo. Cosa ne pensano i sindaci? Ne abbiamo parlato con sia con quelli che "accolgono" che con quelli che in questi mesi si sono opposti all'arrivo dei migranti nei loro territori.

La storia della torretta storica di Verona, riempita da ripetitori tv abusivi.
Telescrocco, di Sigrido Ranucci e Giulio Valesini
Report torna dopo un anno a Verona per occuparsi ancora dell'incredibile storia di abusivismo delle Torre Massimiliana occupata da circa quaranta antenne di ripetitori radio-televisivi. Chi li ha installati ha violato il vincolo di tutela per i beni storici e culturali e non ha mai chiesto un'autorizzazione al demanio, proprietario dell'importante monumento. Tra gli abusivi c’è il gruppo Athesus, presieduto da Gianluca Rana, figlio di Giovanni, e di proprietà dei più importanti industriali di Verona e Vicenza e Telenuovo tra le più importanti realtà editoriali della provincia di Verona. A oggi una soluzione per liberare il monumento dalle antenne abusive ancora non è stata trovata e nessuno degli editori ha ancora pagato gli indennizzi richiesti dal Demanio.

La guerra dei brevetti di Luca Chianca:

Dove c'è un marchio riconducibile al Made in Italy c'è Luca Cordero di Montezemolo. Lo troviamo ospite ai convegni che promuovono il brand Italia, presidente del comitato promotore per la candidatura alle olimpiadi di Roma 2024. E come dimenticare Italia '90 e i suoi 19 mondiali vinti con la Ferrari. Ma da presidente della Ferrari, oltre alle vittorie della Formula 1, come ha gestito il marchio del Cavallino rampante, dal valore di oltre quattro miliardi di dollari? Nel 2002 lo ha affidato al cognato Lorenzo Bassetti che ha aperto fino a 18 punti vendita in tutta Europa ma dopo 14 anni di contratti qualcosa è andato storto. In ballo c'era la fusione tra Fiat e Chrysler e Ferrari voleva risolvere tutti i contenziosi e a scoperchiare le carte di questa storia c'è una causa civile presso il tribunale di Milano in cui l'avvocato Giulio Azzaretto, che ha portato a conclusione la chiusura dei contratti con il cognato di Montezemolo, fa causa proprio alla Ferrari per il mancato pagamento di ben 2,7 milioni di euro per il lavoro svolto.

27 novembre 2016

La paranza dei bambini, di Roberto Saviano

L'incipit
– Me staje guardanno?  
– Neh, ma chi te sta cacanno.  
– E che guard’a fà?  
– Guarda, frate’, che mi hai preso per un altro! Io nun te penzo proprio. 
Renatino stava tra gli altri ragazzi, era da tempo che lo avevano puntato in mezzo alla selva di corpi, ma quando se ne accorse lo avevano già circondato in quattro. Lo sguardo è territorio, è patria, guardare qualcuno è entrargli in casa senza permesso. Fissare qualcuno è invaderlo. Non voltare lo sguardo è manifestazione di potere.Occupavano il centro della piazza. Una piazzetta chiusa tra un golfo di palazzi, con un’unica strada d’accesso, un unico bar nell’angolo e una palma che da sola aveva il potere di imprimerle un marchio esotico. Quella pianta ficcata in pochi metri quadri di terriccio trasformava la percezione delle facciate, delle finestre e dei portoni, come se fosse arrivata da piazza Bellini con un colpo di vento.Nessuno di loro superava i sedici anni. Si avvicinarono respirandosi i fiati. Erano ormai alla sfida. Naso contro naso, pronta la testata sul setto nasale se non fosse intervenuto ’o Briato’. Aveva frapposto il suo corpo, un muro che delimitava un confine.  
– Ma ancora nun te staje zitto! Ancora vai parlanno! ’Azzo, e manco abbassi gli occhi.
Il titolo La paranza dei bambini deriva da un'inchiesta del procuratore Woodcock, sulle nuove leve della criminalità, ragazzini che imbracciano armi da guerra, in una guerra per contendersi le piazze. Ragazzini che a mala pena hanno l'età per guidare un motorino, che conoscono il mondo solo attraverso youtube, hanno ricevuto l'educazione sessuale su youporn, mandano cuoricini alle fidanzate che le aspettano dopo una “stesa”.
"Fare le stese" significa correre sui motorini e sparare a tutto e tutti, che si buttano a terra, stesi, perché terrorizzati, pietrificati. Poi se qualcuno lo stendi davvero, se lo ammazzi, è un danno collaterale che se possibile è da evitare, perché le stese riuscite meglio non dovrebbero provocare danni collaterali. Ma se accade, accade.
Dopo tante inchieste, Roberto Saviano esordisce con un romanzo che è duro alla stessa maniera: dopo una pagina introduttiva sulle paranze (le banche che escono la notte per pescare attirando i pesci in superficie con la luce artificiale), sbatte il lettore dentro il mondo di questi ragazzini napoletani, per lo più figli della borghesia, con dei soprannomi che fanno quasi ridere (Maraja, Dentino, Biscottino, Lollipop, ..).
Ma passa subito, la voglia di ridere, giusto alle prime pagine, con l'episodio di bullismo nell'incipit: la tremenda umiliazione cui è costretto un coetaneo, colpevole di aver messo dei like sulla pagina della ragazza del capo. Nicolas, detto 'o Maraja.
Roberto Saviano ci accompagna nelle strade dei quartieri di Napoli, da Forcella (dove questi ragazzi vivono) a Gianturco, il quartiere dei cinesi, da Ponticelli alla Sanità. Ci butta dentro questo mondo, senza risparmiarci niente, senza darci modo di prepararci alla caduta. Come i “paranzini”, anche al lettore non è dato tempo di imparare a conoscere il mondo.

“A Napoli non esistono percorsi di crescita: si nasce già nella realtà, dentro, non la scopri piano piano”.
E questo è un mondo dove agli adolescenti è stato tolto il tempo, il tempo passato e il tempo futuro: solo un eterno presente in cui attraversano i momenti della loro quotidianità, la scuola, la cena in famiglia, le uscite con le ragazze senza che questi lascino loro qualcosa addosso. Non c'è spazio per pensare ad un futuro: questi ragazzi hanno imparato subito che è inutile impegnarsi nello studio e nella vita, l'importante è fare i soldi, ora e adesso. Sanno che se pensi che alla fine dei giorni otterrai qualcosa, sbagli. La paranza è la metafora giusta, lo ha raccontato l'autore in una intervista
“i ragazzini che vanno a sparare, ad ammazzare, anche loro vengono ingannati, come i pesci pensano che quella luce che vedono in fondo sia per il cibo, quindi per arricchirsi, in realtà vanno a morire”.
E, ancora:
“Il loro pensiero è: 'non raccontiamocela, è impossibile che io possa realizzarmi con le mie forze. Ci sarà sempre un raccomandato, un protetto che ce la farà. E allora meglio sparare prima di essere sparati. E questo è quello che sta accadendo in queste ore, Napoli è una grande metafora del mio tempo”.
Non c'è futuro, non c'è un'idea di speranza.
Nel racconto la vediamo nascere questa paranza, composta da questi “muccasielli”, come vengono chiamati dagli adulti: la prima pistola comprata dai cinesi, un ferro per poter far paura
“Un evento importante è una corda che ti si lega intorno e stringe a ogni movimento di più, sfrega e lacera, e alla fine ti lascia sulla pelle segni che tutti possono vedere. E Nicolas si trascinava dietro, legato ai fianchi, una corda ancora annodata al garage dei cinesi a Gianturco. Alla sua prima pistola”.
Da una parte il desiderio di un motorino più grosso, le macchine, i vestiti più costosi, le donne, un posto nel privè del Maharaja, un locale famoso dove incontrare i vip e i boss della zona. E dove sentirsi un re:
- Stare nella reggia a fianco a chi comanda vale la pena sempre, io voglio stare vicino ai re, mi so' rotto di stare vicino a chi non conta 'nu cazzo.
Davanti, solo le parole di Machiavelli, imparate a scuola ma declinate presto nella legge della strada, quella che insegna che devi far paura agli altri se vuoi essere rispettato, se vuoi comandare:

- Mi piace Machiavelli- E perché? 
- Pecché te 'mpara a cummannà.
Perché il mondo si divide in fottuti e fottitori, quelli che si fanno comandare e quelli destinati a comandare, altro che legge uguale per tutti. 
Seguendo Nicolas e i suoi paranzini, assistiamo alla prima rapina, la prima estorsione (“era stato tutto così facile, tutto così veloce, come una botta di quelle buone”), gli scontri in famiglia (il padre, che non aveva saputo farsi rispettare) con quel fratellino cresciuto nell'adorazione del fratello più grande.
E poi l'occasione per conquistarsi un posto nel “Sistema”: usare la loro spregiudicatezza nel crearsi nuove alleanze per mettersi al servizio di un boss in declino, don Arcangelo, cui mettere a disposizione la loro ferocia in cambio delle armi. È la Camorra 2.0, quella che non tiene conto del sangue, dell'appartenenza, delle tappe per crescere e delle gerarchie, ma quella per cui il nemico del nemico è alleato: in una casa di un pentito, i paranzini giurano col loro sangue, ragazzini cresciuti nel nuovo millennio che giurano secondo il rito del film su Cutolo “Il camorrista”.
Antico e nuovo, la paura e il rispetto, il cero per ingraziarsi la Madonna a S Maria Egiziaca e la chat per comunicare. Le ali tatuate sulle spalle per simboleggiare il desiderio di volare, gli abiti firmati, i giochi “spara spara”, i video su Youtube per le lezioni di tiro ... 
Vecchio e nuovo. Figli contro genitori:

“Pensavano ai portafogli smunti dei genitori che faticavano tutto il giorno, che si dannavano coi lavori e lavoretti spezzandosi la schiena, e sentivano di aver capito come si sta al mondo più assai di loro. Di essere più saggi, più adulti. Si sentivano più uomini dei loro padri”.
E un arsenale che ora è nelle mano di un esercito di bambini. Che ora possono prendersi le piazze. 
Sparare sui neri, i “pocket coffee”, per farsi 'nu piezzo, perché bisogna far paura, se vuoi comandare. E sparare contro la pantera della polizia, per aiutare la fuga della paranza.
“Veloce si nasce in mare, veloce si è pescati, veloce si finisce nel rovente della pentola, veloce si sta tra i denti, veloce il piacere”.
Ancora la metafora della paranza, la frittura del pesce di paranza: questi ragazzi bruciano tutto in fretta. 
Vuoi comandare? E allora devi far paura. Come l'Isis, come quelli con le barbe lunghe ..
E' la stagione delle stese, le stagione del terrore nelle piazze e nelle strade. Le estorsioni nei negozi e nei confronti degli ambulanti. Altri soldi che come entravano nelle loro tasche, subito uscivano:
“L'idea di metterne da parte non li sfiorava: fare soldi subito era il loro pensiero, il domani non esisteva. Appagare ogni desiderio, al di là di qualsiasi bisogno”.
Per arrivare alla vendita della droga, il business che fa fare i veri soldi. Per vendere la droga devi controllare le piazze:
- La paranza non sta mai sotto a nisciuno, - disse Nicolas.- Ho capito, Nicò, ma mo' ci sta isso, e se ci sta isso e perché 'o micione ha deciso così.- E noi ci pigliamo le piazze. Ce le pigliamo tutte.Il meccanismo non aveva bisogno di essere imparato. Né tantomeno andava andava spiegato. Ci erano cresciuti. Quel sistema in “franchising” era vecchio come il mondo, aveva sempre funzionato e per sempre avrebbe funzionato. I titolari delle piazze erano volti che sapevano distinguere tra mille, amministratori unici della merce che avevano un solo obbligo: pagare, ogni fine settimana, la quota stabilita dal clan che controllava quella zona.
Anche qui, un'altra rottura col passato, vendere quasi in perdita la roba, per crearsi un mercato che poi non potrà fare a meno di te. Come Google:
- Secondo voi, don Vittò, perché tutti usano Google?- Che ne saccio, boh, perché è bbuono..?- Perché è buono e perché è gratis.
Fino alla sfida al nuovo boss di Forcella, Roipnol:
Muccusiè, ma come ti permetti? [..] E ti pare che io mi metto paura di un bambino come te? 
Io per diventare bambino c’ho messo dieci anni, per spararti in faccia ci metto un secondo.
Ci riusciranno i paranzini di Nicolas, 'o Maraja, a conquistarsi il nome, i titoli dei giornali, il rispetto.
- Guagliù, disse ai suoi che gli stavano vicino, - ci hanno battezzato: simmo la paranza dei bambini.
Ma è metafora della paranza, dove la luce della gloria brucia in fretta i pesci piccoli, bruciati in fretta da una vita che è solo l'oggi, solo il presente. Nessun futuro. 
C'è qualche speranza per questa Napoli, che non è solo Napoli ma tutte le città del sud del mondo?
Un mondo che sembra ai margini dell'apocalisse, dove sono solo i gruppi criminali quelli che investono nei giovani. 
Un mondo dove si lega tutto assieme: i riferimenti per questi ragazzi vanno dai rich kids di Instagram, ai mujaeddin dell'Isis che si fanno ammazzare per un loro ideale, da Walter White di Breaking Bad a Cutolo, fino ai giochi su Playstation. Una convivenza paradossale tra vecchio e antico, dove si sono persi certi valori come l'onestà, il merito, l'educazione.
Non è un caso che, in tutto questo romanzo, dove si alternano dialetto e lingua italiana, manca lo Stato, le istituzioni, i rappresentanti dei cittadini, la politica. 
Come ha spiegato l'autore a Che tempo che fa, c'è dentro anche quello che ha insegnato l'elezione di uno come Trump in America. Ovvero la vittoria del principio che si è più credibili nelle persone se si è maleducati, se si insulta l'avversario, se si è scorretti. Se invece sei educato, vieni percepito come ipocrita, come perbenista. 
Anche questi giovani che si bruciano presto, sono vittime colpevoli di un sistema che sembra non avere vie d'uscita. 

Forse ci salveranno le donne, che nel romanzo hanno un ruolo secondario: fidanzate che portano il broncio ma anche ragazze coraggiose. E madri determinate. Forse perché hanno un altra percezione del tempo, come la Madonna sulla copertina, che è una madre che protegge il bambino che ha in braccio.
Per come finisce la storia, dobbiamo aspettarci un seguito a questo racconto. 
La paranza dei bambini ha appena cominciato.

La scheda del libro sul sito di Feltrinelli
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