22 maggio 2018

Falcone e la pista Gladio - l'articolo di Antonella Mascali

Antonella Mascali è autrice di diversi libri sulla mafia e su Giovanni Falcone, tra cui "Vi aspettavo" e "Le ultime parole di Falcone e Borsellino" ha scritto oggi un articolo sul Fatto Quotidiano dove si parla di una pista che Falcone stava seguendo e che portava a Gladio

“Falcone seguiva la pista di Gladio”: le indagini top secret di BorsellinoLe audizioni al Csm dei magistrati di Palermo all’indomani di Capaci e via D’Amelio: “Allarmi inascoltati” 

Ci sono testimonianze inedite dei magistrati di Palermo che hanno lavorato fianco a fianco con Giovanni Falcone e Paolo Borsellino sulle settimane precedenti alle stragi di Capaci e via D’Amelio a Palermo, avvenute il 23 maggio e il 19 luglio 1992. Sono racconti drammatici sulla strada sbarrata a Falcone che voleva la verità sugli omicidi politico-mafiosi e i possibili legami con Gladio; sulla diffidenza di Borsellino nei confronti di alcuni colleghi, a cominciare dall’allora procuratore di Palermo Pietro Giammanco. Borsellino stava conducendo indagini in gran segreto sulla morte di Falcone, ma anche su vicende indicate dallo stesso magistrato nei suoi diari pubblicati dopo Capaci. Sugli allarmi ignorati che, forse, avrebbero potuto salvare le vittime delle due stragi. Alfredo Morvillo, Roberto Scarpinato, Vittorio Teresi, Ignazio De Francisci, Antonio Ingroia, sono alcuni dei pm di allora alla Procura di Palermo che sono stati ascoltati dal comitato antimafia del Consiglio Superiore della Magistratura tra il 28 e il 30 luglio 1992, una decina di giorni dopo la strage di via D’Amelio. Sono i pubblici ministeri che avevano firmato assieme a Teresa Principato, Antonio Napoli e Giovanni Ilarda (tra i contrari Giuseppe Pignatone, Guido Lo Forte e Gioacchino Natoli ) un documento in cui presentavano polemicamente le dimissioni per l’assoluta mancanza di sicurezza e per la gestione della Procura da parte di Giammanco. Il procuratore, com’è noto, su sua richiesta sarà trasferito nell’agosto successivo, i pm ritireranno le loro dimissioni e alla guida della Procura arriverà Gian Carlo Caselli. Le deposizioni dei magistrati non sono mai state rese pubbliche. Stranamente, il Csm non le ha incluse negli atti desecretati su Falcone e Borsellino in occasione del venticinquesimo anniversario della strage, l’anno scorso. Al Fattorisulta che queste testimonianze, di recente, siano state acquisite dalla Procura di Caltanissetta che è tornata a scandagliare i buchi neri delle indagini su chi ha voluto la morte di Falcone e Borsellino.
 
Roberto Scarpinato
(Ex pm e ora procuratore generale di Palermo – audizione del 29 luglio 1992)
Dinanzi alla bara di Giovanni Falcone, Paolo Borsellino disse: ‘Ciascuno di noi deve avere la consapevolezza che se resta, il suo futuro è quello’ e indicò la bara di Falcone. Paolo Borsellino sapeva che doveva morire. I carabinieri avevano segnalato che si stava organizzando un attentato, sapevamo che era arrivato il tritolo, sapevamo che il prossimo della lista era Paolo Borsellino. Ecco perché è una strage in diretta. Borsellino è morto per il tritolo e per l’incapacità di questo Stato di proteggere i servitori dello Stato. Mi è venuto in mente che era stato abolito il servizio di elicotteri per sorvegliare le autostrade di Punta Raisi perché ogni volo costava 4 milioni, e che Giovanni era addolorato di questo fatto. (…).
C’è una riunione alla quale partecipa il Procuratore Giammanco, Falcone dice in tono acceso a Giammanco: ‘Io non condivido il tuo modo di gestire l’ufficio’ (con riferimento al processo per gli omicidi politici di Michele Reina, Piersanti Mattarella e Pio La Torre, ndr) . I problemi con Giammanco si ponevano quando si passava in materia di mafia a livelli superiori. Per esempio il caso Gladio. Accade in particolare che un estremista di destra, di Palermo, dichiara alla televisione che lui faceva parte di un’organizzazione clandestina che era simile a quella di Gladio, che aveva avuto il compito di seguire alcuni personaggi politici siciliani (tra cui Mattarella, ndr).
( …) La posizione di Falcone e mia era quella di acquisire tutti gli atti di Gladio (…). Le resistenze erano talmente avvertite da Falcone che disse: ‘A questo punto io vi rimetto la delega, occupatevene voi’. Alla fine si decide che Falcone sarebbe andato nella sede dei servizi segreti a guardare gli atti e a verificare se per caso c’era qualcosa che ci poteva interessare. Si decise di affiancarlo con il collega Pignatone ( l’attuale procuratore di Roma, ndr) fatto che lui visse come una specie di mancanza di fiducia e ricordo che io rimasi insoddisfatto perché dissi: ‘Come si fa nell’arco di pochi giorni a visionare tutti questi atti, a memorizzarli e a prendere in considerazione tutti i fatti che ci possono essere utili in questo processo. Può darsi ché un nome che in quel momento non dice assolutamente niente, tra 15 giorni può essere rilevante (…).
C’è un fatto che mi ha molto inquietato e cioè che Paolo Borsellino conducesse delle indagini su fatti di grande rilevanza all’insaputa del Procuratore (Giammanco, ndr). Mi chiedo, ma cosa sta succedendo in questa Procura? Mi inquieto perché Paolo Borsellino è una persona che gode della mia assoluta stima e fiducia. Perché se fosse stato qualsiasi altro magistrato avrei potuto pensare a qualche cosa di deteriore. Paolo Borsellino si comporta così. Mi vincolò al segreto. E su queste indagini, naturalmente, non posso dir niente per motivi di ufficio. Diciamo che questa situazione, credo di non sbagliare, almeno, io l’avevo conosciuta un mese prima (della strage di via D’Amelio, ndr). Ecco, il fatto che lui l’abbia confidato a me è stato un gesto di grande fiducia. Però di grande responsabilità (…). Questa circostanza è nota soltanto a me, al sostituto Ingroia, e forse a uno o due altri sostituti, le persone che godevano dell’assoluta fiducia di Paolo Borsellino. Paolo riferiva tutto e sempre (a Giammanco, ndr) ecco perché io vengo colpito (…) proprio perché la normalità era quella, se così non fosse stato non sarei rimasto colpito. Ma quei fatti, fatti che non vi posso riferire, ma che sono di grandissima rilevanza e che riguardano determinati livelli, su quei fatti Paolo Borsellino raccomandò la segretezza.
 
Antonio Ingroia(Avvocato. Ex pm di Palermo, ex coordinatore dell’inchiesta sulla trattativa – audizione del 31 luglio 1992)
Borsellino una volta, eravamo a casa sua a Marsala una sera, quindi prima ancora che arrivasse a Palermo, lo ricordo con esattezza anche se non mi diede spiegazioni precise in merito, mi disse testualmente: ‘Giammanco è un uomo di Lima’ (Salvo Lima, ex ‘proconsole’ di Giulio Andreotti in Sicilia, ndr), affermazione per la quale io evidentemente rimasi turbato. Dopo la morte di Giovanni Falcone, oltre a occuparsi delle sue indagini, oltre ad avere interesse per l’indagine Mutolo (il pentito Gaspare Mutolo, ex pupillo di Riina, ndr) oltre ad avere interesse per l’indagine Falcone, faceva numerose indagini per conto suo. Chiamiamole approfondimenti sulle questioni indicate nei diari di Falcone. Chiese un colloquio con Scarpinato per quanto riguarda la questione Gladio, la questione del rapporto dei carabinieri sugli appalti . Il discorso è che non si fidava del dott. Giammanco. (Non approfondii, ndr) Paolo era per me quasi Vangelo.
 
Vittorio Teresi(Pm di Palermo, coordinatore dell’inchiesta sulla trattativa – audizione del 28 luglio 1992)
In un’indagine che conduco io e che conducevo assieme a Paolo Borsellino a un certo punto Paolo mi comunicò una notizia molto riservata che aveva appreso da un organo di polizia e riguardava un politico, riguardava un grosso mafioso eccetera, era una notizia ovviamente tutta da controllare, da verificare ma comunque era una delle tante ipotesi di lavoro. Paolo disse espressamente di non parlarne in giro perché temeva che finisse all’orecchio di Giammanco. Qual è l’indagine non lo posso dire, questa non era affatto notizia confermata, era semplicemente una pur fondata confidenza di un organismo di polizia, però era molto scottante, era molto delicata.
 
Alfredo Morvillo(Ex pm di Palermo, oggi procuratore di Trapani. Fratello di Francesca Morvillo Falcone – audizione del 28 luglio 1992)
Quello che è successo a Borsellino, quello che è successo a Falcone, credetemi, non è una qualche cosa di imprevedibile e di inevitabile, perché io vorrei sapere per quale motivo si dica che Falcone era l’uomo più scortato del mondo, il che non è affatto vero e vi dico perché: a Falcone, negli ultimi tempi, avevano diminuito le misure di protezione. Lo sapevano tutti a Palermo che Falcone ormai non aveva più l’auto di staffetta e l’elicottero. Ma non gliene frega niente a nessuno! I ragazzi della scorta, che sono venuti a trovarmi, mi hanno detto che avevano chiesto anche la possibilità di avere a disposizione, a Punta Raisi che è sul mare, di una pilotina per eventualmente utilizzarla per ritornare via mare, una pilotina, una barca della polizia per tornare via mare. La verità è questa, che persino nei confronti di Giovanni Falcone si adopera la mentalità del rilassamento burocratico! Falcone, signori miei, diciamolo, siamo chiari, in certe situazioni, contava molto poco. Falcone, al di là delle parole che tutti noi possiamo essere bravissimi a dire (…) Falcone non coordinava niente! (…). Dopo la strage del 23 maggio arriva un anonimo con chiare minacce per alcuni colleghi, con le fotografie di Borsellino, De Francisci, Teresa Principato… nonostante sia successo quello che è successo il 23 maggio, in questa riunione mi dicono i colleghi (io non c’ero per i noti fatti) ancora una volta sottovalutazione. Giammanco: ‘È una stupidaggine, che fa, la stracciamo?’. La stracciamo? Arriva l’anonimo, dopo quello che è successo a Palermo, per i colleghi del tuo ufficio che sono come, a volte, lui stesso ha detto, ‘tuoi figli’ e tu che fai? ‘Lo stracciamo!’. E allora lo mandiamo, per competenza, a Caltanissetta. Al Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica, mi dicono i colleghi, che, fra l’altro, non hanno avuto nessuna protezione dopo questo fatto (fino alla strage di via D’Amelio, ndr).
 
Ignazio De Francisci(Ex pm di Palermo, procuratore generale di Bologna – audizione del 29 luglio 1992)
Questa lettera era un collage fotografico: c’era la foto di Paolo, c’era quella mia e quella della collega Principato. Tra l’altro era una strana fotografia perché io non ricordavo di averla vista mai, non è che io spunti molto su i giornali, quindi la cosa mi colpì… Sono andata da Giammanco e io gli ho detto: ‘Senti Procuratore, io non me la terrei né la cestinerei’. Ricordo che il Procuratore mi disse: ‘Mah!’, Cioè era dubbioso sull’opportunità o meno di inviarla (agli organi preposti, ndr). Dopo ne parlai con Borsellino e ricordo che lui era già un po’ incupito anche se dal punto di vista personale mi disse una frase del genere: ‘Noi non ci dobbiamo far spaventare per una lettera’. (…) Ora mi hanno dato una specie di scorta composta dalla macchina blu con le insegne dei carabinieri. L’Arma ha fatto levare in volo l’elicottero che ha seguito la mia autovettura da casa sino all’aeroporto di Punta Raisi. La polizia prima l’aveva dato a Giovanni Falcone per anni e poi gli era stato tolto. Quando sentivo questo elicottero non potevo non ricordare l’amarezza di Giovanni Falcone quando glielo tolsero. Voi lo conoscevate, non è che parlasse molto di queste cose; non ne parlava in maniera enfatica, però, mi ricordo che una volta che io partii con lui notai l’assenza dell’elicottero, glielo dissi e lui mi rispose: ‘Che ci vuoi fare?’, insomma con una frase un po’ fatalista. (…).
 
Io ho avuto la netta sensazione che il Procuratore, nella gestione dell’ufficio, avesse una corsia differenziale sulla quale passavano o potevano passare soltanto alcuni colleghi. Quello che io sinceramente non ho mai capito è perché lui si fidasse soltanto di due, tre persone e passasse con loro le grosse decisioni dell’ufficio: Guido Lo Forte, Giuseppe Pignatone, in prima istanza Giustino Sciacchitano. Ecco, il fatto che specialmente Lo Forte e Pignatone siano tecnicamente bravissimi e abbiano una innata dote di prudenza, anche abilità nel gestire tutte le seccature che un grosso ufficio comporta, questo secondo me, in assoluta serenità di spirito, non consentiva (a Giammanco, ndr) di accentrare attorno a queste persone tutte le decisioni, se vogliamo anche strategiche o comunque le pre-decisioni dell’ufficio, per poi venire alle riunioni con una sensazione che almeno io avevo di minestra già fatta (…) . L’arrivo di Borsellino aveva ridato impulso alle indagini (…) Ebbi la sensazione che nei confronti.di Paolo si riproponessero le stesse difficoltà di cui mi aveva parlato Giovanni.

Report – un popolo di navigatori e santi

L'erosione delle coste italiane: Quanto ci erode? (Lucina Paternesi)

L'Italia rischia di vedersi sparire le coste per colpa dell'erosione: si parla di 1200 km di coste, rovinate dal cemento dei lungomare, di porti e stabilimenti balneari costruiti senza criterio.
A rischio sono il 42% delle coste: a questo problema si cerca di porre rimedio spostando la sabbia da un posto all'altro, ma un palliativo che ingrassa solo le aziende del settore.

Lucina Paternesi ha girato il paese per vedere la situazione delle spiagge, cominciando da Eraclea ad Agrigento: qui le mareggiate si sono mangiate la spiaggia e ora a rischiare è anche il centro abitato.
È stato costruito un porto sbagliato che sta mangiando la spiaggia, mentre la sabbia si ferma laddove dovrebbero esserci le barche: perché è stato costruito il porto a Siculiana senza nessun controllo, senza perizie. E senza che sia mai entrato in funzione.

A Marina di Rodi Garganico le ruspe spostano la sabbia continuamente dal porto, verso la spiaggia dove se ne era andata, per colpa del lungomare.
Un porto bellissimo ma poco funzionale, costato 14ml di euro al privato che ha goduto una concessione da 30 anni.
Mentre il comune deve pagare un mutuo a CDP per diversi anni: ora l'azienda privata se ne è andata e il problema dei costi e delle costruzioni rimaste è sul groppone del comune.

In Emilia hanno speso 40ml di euro dal 2002 per sistemare le coste: nel 2016 si sono spesi 1,2 ml per un progetto internazionale in cui si intendeva spostare la sabbia dal mare verso le coste.
A Ferrara stanno tamponando con sacchi e pali infilati nel terreno: anche qui un intervento non a lungo termine.

Si pagano carenze progettuali, per i porti, carenze nel controllo delle coste e delle spiaggie: servirebbero 2 miliardi di euro per sistemarle e tenere in vita le imprese del settore.
Quando manca la visione..
Eppure siamo stato un popolo di navigatori.

Lo scandalo finanziario dei frati minori: I poverelli (Nerazzini)

Il mistero dello scandalo dei frati minori parte a Lurago D'Erba, a Como, dalla villa del signor Leonida Rossi. Era il broker dei frati minori che si è suicidato nella sua villa.

Ma è tutto qui? Alberto Nerazzini ha fatto domande, ha cercato di capire dove siano spariti i 50ml di euro del tesoro dei francescani. Una spy story di soldi, strane morti e tanti silenzi.
Frati che più che al paradiso in cielo erano interessati ai paradisi fiscali.
Soldi che passano per Lugano, passando per banca Intesa, e che sembrano indicare operazioni di riciclaggio (così ipotizza il dottor Bellavia).
Uno strano suicidio, quello del signor Rossi, proprio nel giorno in cui la Finanza doveva fare una perquisizione nel suo studio.

Ma chi era questo Leonida Rossi, sepolto a Lurago D'Erba?

Al centro della mappa – Michele Buono

Il nostro paese ha la conformazione di un porto, abbiamo le competenze, i soldi (ora dormienti): cosa ci manda per diventare un enorme hub per collegare l'Italia alle reti globali che collegano il mondo?
Una visione.
Come vogliamo stare nella mappa dei collegamenti dei traffici delle merci? La gran parte delle merci passano via mare, dai grandi porti come Rotterdam, che accoglie merci da e per tutto il mondo.
Le merci passano anche vicino all'Italia ma i nostri porti non sono attrattivi: perdiamo soldi, per il gettito fiscale che non incassiamo per i container che non si fermano da noi.
Il 40% delle navi che passano da Suez non si fermano qui: perdiamo 1,5 ml di contenitori, una perdita tra i 2-3 miliardi di euro per le imprese.

In Olanda navi e terminal lavorano assieme al porto in un sistema connesso: un giro d'affari per le imprese nella filiera da 20 miliardi di euro, che ha anche un impatto nell'occupazione.
Tutto questo con un solo porto lungo 40km: perché non uniamo tutti i nostri porti nel Mediterraneo in un unico sistema?
Dalla Calabria, da Gioia Tauro, su fino al nord, verso il resto dell'Europa: la Calabria dovrebbe integrarsi nel resto del paese, e il resto del paese avrebbe compiti di logistica per lo spostamento delle merci.
Cosa manca a Gioia Tauro? Il collegamento ferroviario, per esempio; un'attività di riparazione delle navi, che sarebbe concorrenziale.
Da Gioia Tauro a Sibari e poi su, sulla linea Adriatica, fino alla Pianura Padana, fino a Germania e Francia: si deve adeguare la dorsale per consentire treni più lunghi. Poi va potenziata la linea tra Napoli e il suo porto e Bari, con una linea diretta.
Si creerebbero posti nella logistica, nella manutenzione, nel porto.

Genova deve diventare la porta dell'Europa: serve che l'arteria del terzo valico sia funzionante, per collegare Genova alla pianura Padana.
All'interporto di Novara, stimano una occupazione di 5 addetti per container: se l'interporto fosse concorrenziale potrebbe espandersi e dunque, creare altri posti di lavoro.
Altro porto da collegare Trieste, che è anche zona franca, ovvero niente tasse per le merci che arrivano e vengono lavorate.
L'Italia potrebbe diventare un'enorme piattaforma logistica, collegata: occorre che le informazioni si muovano più veloci delle navi, a Rotterdam ad esempio hanno una piattaforma digitale per controllare navi e merci.
Anche quello della digitalizzazione dei servizi è un settore che crea occupazione: a Treviso hanno sviluppato Ismael, alla DBA Group, per gestire con una piattaforma digitale un intero porto.
Le correnti, l'inquinamento, il controllo dei container, i documenti di carico, le banchine nel porto: ora questo sistema che si basa su sensori, telecamere e realtà aumentata con modellini 3D, è sperimentato solo a Bari.

Potremmo usare questo sistema in tutto il paese: sia per la gestione dei porti sia per le aziende di manifattura che possono controllare le loro merci senza troppi sforzi.

Sistema integrato significa anche gestione intelligente delle emissioni delle aziende attorno al porto, teleriscaldamento, rifiuti nell'area che vengono raccolti per trasformarli in mattonelle.
Aziende, startup, università: tutti lavorano assieme nel porto di Rotterdam, fianco a fianco.
Nella Ramlab costruiscono eliche con stampanti 3D.
Skel Ex è una startup indiana che produce esoscheletri per rendere più semplice il lavoro manuale.

Sono solo alcuni esempi di progetti che sono inseriti in un database, nel programma RDM: Rotterdam non è un solo un porto di merci, ma anche un porto di idee.

A Gioia Tauro potremmo usare l'area dietro il porto per personalizzare le auto, in arrivo e in partenza.
Nel retroporto lavora anche Callipo: ha avuto coraggio a rimanere in Calabria e col suo esempio sta richiamando altri imprenditori, nel mondo dell'agricoltura, dei ricambi ..

Potremmo collegare le città del sud, vicine ai porti, in macro città, grazie a veloci collegamenti ferroviari: vuol dire altro lavoro, stimoli per servizi, per accogliere altra popolazione.
Con le città policentriche, del professor Canesi del politecnico di Milano si immaginano le imprese e i poli industriali del futuro.

Una leva finanziaria potrebbe arrivare dal fondo per le aree a fiscalità avvantaggiata: il professor Minnenna immaginava anche un fondo sovrano in cui convergere i 1000 miliardi del risparmio privato degli italiani.
Immaginiamo un fondo di investimento da 100 miliardi, investimenti pubblici per infrastrutture, impresa, lavoro.

È un qualcosa di simile a quanto è stato fatto in Marocco, col porto di Tangeri: un porto moderno collegato a 174 destinazioni, questo era il progetto presentato anni fa agli investitori.
Un porto avanzato, collegato alle reti per tutto il mondo e che ha attirato imprese da tutto il mondo, venute qui (come Renault) perché conveniva essere vicini ad un porto per poi spostare i loro prodotti.
A queste aziende sono stati concessi sconti in cambio dei posti di lavoro creati.
Si punta molto sulla formazione, per i lavori nel porto e nelle aziende costruite vicino: formazione, lavoro, scuole, istruzione, PIL che cresce..

Il finale di Sigrido Ranucci: Rotterdam da sola movimenta un numero di containers superiore a quello di tutti i porti italiani, con un impatto economico importante che va al porto e al resto del paese.
Perché non farlo anche in Italia? Cari governatori del sud, mettetevi d'accordo, presentate questo progetto integrato su porti e infrastrutture al prossimo governo e all'Europa, altrimenti nel futuro sui nostri porti arriveranno solo i disperati dall'Africa.

21 maggio 2018

Il ruolo della stampa

"La stampa serve chi è governato, non di chi governa": il momento clou del film di Steven Spielberg "The Post" è quello in cui il NY Times e il W. Post vincono in giudizio contro l'ingiunzione dell'amministrazione Nixon che chiedeva loro di non pubblicare i "Pentagon papers".
Per questione di sicurezza nazionale, questa la scusa: in realtà si intendeva nascondere l'ipocrisia sulla guerra in Vietnam delle varie amministrazioni, da quella di Kennedy a quella di Nixon.
Si sapeva già dal 1966 (dal lavoro di analisi fatto dall'ex ministro McNamara) che la guerra in Vietnam non poteva essere vinta ma nonostante questo venivano mandati a combattere e morire altri ragazzi e a spendere altri soldi (per favorire l'industria degli armamenti).

La Corte Supera americana assolve i due giornali dalle accuse (violare la sicurezza, oltraggio alla corte) con una motivazione che fa storia: "La stampa serve chi è governato, non di chi governa".

Ecco pensavo a questa scena, alla passione con cui Ben Bradlee difendeva il suo diritto di fare informazione e fare domande al potere: "se non le facciamo noi, chi le fa?".
E mi veniva in mente quello che è successo in Italia nell'estate del 2012, quando l'ex ministro Mancino telefonà all'ex presidente Napolitano e al suo consigliere D'Ambrosio, per parlare del processo sulla trattativa: processo in cui Mancino era imputato (e da cui è uscito prosciolto).

Quei nastri sono finiti bruciati, su ordine diretto del presidente della Repubblica.
Nessun diritto all'informazione, nessun emendamento da far valere: l'opinione pubblica non doveva sapere, in special modo non doveva e non deve sapere cosa è successo in Italia tra la primavera del 1992 e quella del 1994.
Quando la democrazia in Italia è finita sotto attacco, sotto ricatto delle bombe, del piombo, da parte di quanti intendevano bloccare il processo di cambiamento in questo paese.
Dopo la caduta del muro di Berlino. Dopo la crisi dei partiti. Dopo la fine di Jalta.

Ecco, ricordatevi di questo quando mercoledì i signori delle istituzioni celebreranno l'anniversario della morte di Giovanni Falcone.

Un popolo che era di navigatori e santi – le inchieste di Report


La simulazione di Report. Se il porto di Gioia Tauro si trasformasse in quello di Rotterdam ci sarebbe un impatto economico nazionale. Dai porti alle nuove imprese, volumi di affari triplicati, crescita e posti di lavoro. Inoltre: eravamo un popolo di navigatori e santi, lasciamo un po' a desiderare. che fine hanno fatto le decine di milioni di euro spariti dalle casse di San Francesco?

Eravamo un popolo di Santi, navigatori e poeti.
Oggi è sparita la poesia (e anche la lettura in generale), sempre più rari i santi (e nemmeno puoi fidarti degli ordini religiosi) ed è sempre più difficile fare i navigatori.
Battute a parte, i servizi di Report di questa sera toccheranno due argomenti diversi: lo scandalo dei poverelli di Assisi e come rilanciare il porto di Gioia Tauro, rilanciando l'economia e l'occupazione.

Nell'anteprima, si parla delle coste: delle coste che c'erano una volta e che costituivano il fiore all'occhiello per il turismo nel nostro paese e che oggi stanno sparendo metro per metro.
Colpa dei cambiamenti climatici e colpa anche del poco rispetto da parte degli amministratori locali e dei politici nazionali che hanno consentito anni di scempi.
Fiumi dirottati o con l'alveo cementificato, il cemento che si prende pezzi di mare stravolgendone gli equilibri.

Su 7600 km di coste le spiagge in via di erosione sono 1200, abbiamo perso 35kmq in 50 anni, con un arretramento delle coste che va dai 25 ai 200 metri: colpa dell'erosione, un fenomeno cui ha contribuito la costruzione di porti e strade a ridosso delle coste.
Per cercare di frenare il fenomeno, si spendono milioni nel rimettere la sabbia al largo, ma basta una mareggiata per far tornare tutto come prima.
Ci guadagnano solo le ditte incaricate di buttare sabbia, ma è come svuotare il mare con un cucchiaino.


Stessa spiaggia, stesso mare? A ritrovarla la spiaggia! Lungo gli oltre 8.350 chilometri di costa oggi il fenomeno dell’erosione rischia di far scomparire alcune tra le spiagge più amate dai turisti stranieri e italiani: Eraclea Minoa, in Sicilia, per esempio, e quelle lungo tutta la dorsale adriatica.Secondo i dati del ministero dell’Ambiente l’Italia in cinquant’anni ha perso più di 35 chilometri quadrati di coste. Le cause sono diverse: le correnti che mutano per effetto dei cambiamenti climatici e dell’innalzamento del livello dell’acqua, ma è soprattutto l’uomo causa dei suoi mali. La costruzione di moli, le opere civili lungo i litorali italiani mutano il flusso delle correnti. E il rinascimento è diventato un business milionario che ingrassa le ditte che operano in emergenza. Tra progetti a macchia di leopardo e pianificazioni mancate servirebbero oltre quattro miliardi di euro per rimettere a posto le coste italiane. Ma esiste un modo per risolvere il problema una volta per tutte? 

C'erano una volta i poverelli

Che fine hanno fatto le decine di milioni nelle casse di San Francesco?
Dopo aver inseguito i soldi dei furbetti nei paradisi fiscali, Alberto Nerazzini andrà sulle tracce dei soldi donati all'istituto di San Francesco oggi spariti nel nulla.

La scheda del servizio: I poverelli di Alberto Nerazzini
Cosa si nasconde dietro lo scandalo che coinvolge uno degli istituti religiosi più importanti della Chiesa? Decine di milioni di euro, frutto di lasciti, donazioni e rendite immobiliari sono spariti nel nulla, affidati, tra il 2007 e il 2014, a un faccendiere che si muove tra Italia, Africa e Svizzera. Lo scopo, più che servire le opere pie, sembrerebbe quello delle speculazioni finanziarie.Quando i nuovi vertici dei Frati Minori si accorgono del buco nelle loro casse, denunciano e comincia una storia dove a confondersi non sono solo il bene e il male, ma anche le strategie, i personaggi, gli interessi. Il piano religioso s’intreccia a quello giudiziario: una Procura che vuole archiviare, un giudice che invece respinge e ordina il processo per i tre economi dell’ordine, il misterioso uomo di fiducia dei frati trovato impiccato nella sua villa.Alberto Nerazzini ha seguito le tracce dei soldi e le orme dei francescani e ne emerge una spy story, dove la realtà dei fatti supera la fantasia.


Come rilanciare il porto di Gioia Tauro

L'inchiesta di Michele Buono lunedì alle 21.15 su Rai3.
Se l'Italia con tutti i suoi porti diventassi una grande Rotterdam? Ci sarebbe un impatto economico nazionale: nuove imprese, volumi di affari triplicati, crescita e posti di lavoro.


Un grande polo logistico in mezzo alle rotte di merci e beni: questo lo scenario che ci racconterà Michele Buono questa sera.
Riusciremo ad afferrare questa opportunità, questa ricchezza che ci passa sotto il naso?
Oppure vogliamo continuare a tenere il sud e la Calabria abbandonate a sé stesse, in mano ai capibastone dei partiti, ad imprenditori che vivono coi soldi pubblici e vicini alle ndrine?

Le merci, le informazioni si spostano per il mondo e l'Italia è su una rotta che è diventata centrale: una rotta che parte dal sud e dall'est e che per arrivare nel nord Europa passa proprio per l'Italia.
Suez ha raddoppiato la sua capacità, cosa stiamo aspettando per rendere il nostro porto la porta d'ingresso per l'Europa?

La prima anticipazione su Raiplay:

Ad oggi le navi preferiscono fare migliaia di km in più per arrivare ai porti del nord. Eppure basterebbe migliorare le infrastrutture, togliere di mezzo le infiltrazioni mafiose e le inefficienze.
Si rafforzerebbe l'Italia e l'Europa, perché potremmo fare vera concorrenza mondiale come un immenso continente logistico unitario, spiega Bart Kuipers, docente di economia proprio all'università di Rotterdam.
Si tratta di legare il porto alle attività di filiera alle spalle: servono collegamenti veloci tra il porto alle stazioni, su verso il nord, da Gioia Tauro a Bari, da Napoli (l'altro porto del sud del paese) a Bari. E da Bari verso l'Oriente.
La seconda anticipazione:


A Bari stanno sperimentando un sistema innovativo di monitoraggio dell'aria e dell'acqua, di previsione delle condizioni meteo, basato su tre punti diversi del porto: obiettivo è ridurre l'inquinamento nel porto e ottimizzare l'attracco delle navi nelle banchine.
In questo sistema si utilizzano forme di “realtà aumentata” per vedere le quantità di merce in una nave, per simulare le manovre di attracco delle navi: l'intero porto è monitorato da delle telecamere virtuali che permettono tutti i controlli senza aprire le stive delle navi.

Anche questo sistema, Ismael progettato dalla DBA Lab di Treviso, è un pezzo della filiera dei trasporti e della logistica:

Le potenziali applicazioni di “Ismael” sono i siti portuali e le filiere logistiche. Sensori distribuiti sul territorio raccolgono dati relativi alle condizioni meteorologiche, alle concentrazioni di sostanze inquinanti, al transito di veicoli nell’area d’interesse, e così via. Una piattaforma software, funzionante sulla base di paradigmi innovativi come l’Internet of Things e i Big Data, raccoglie i dati provenienti dai sensori e quelli generati da sistemi informativi portuali, come gli spostamenti delle navi. Il risultato è la creazione di sofisticati modelli in grado di predire i fenomeni studiati. “E’ così, Ismael predice il verificarsi di fenomeni ambientali diversi”, ha detto Francesco De Bettin, “e offre quindi la soluzione per ottimizzare l’attività portuale. Ciò è reso possibile dalla presenza di un centro di calcolo dedicato, presso il quale i modelli predittivi saranno addestrati ed eseguiti”.
Ismael” è una assoluta novità sul mercato perché mette insieme i Big Data, la loro raccolta e la loro elaborazione con la rappresentazione per immagini del fenomeno monitorato. È possibile infatti vedere la banchina del porto con l’accumulo di container, la nave che sta arrivando e l’ingorgo provocato dal traffico o da un semaforo in tilt sull’arteria che deve essere percorsa dai camion in entrata o uscita dal porto. “Forse”, ha detto il presidente Francesco De Bettin, “occorre più fantasia per individuarne gli innumerevoli campi di applicazione che per progettare Ismael. Infatti si possono affidare a Ismael anche la predizione dei cedimenti di una trave su un viadotto autostradale, il calcolo dell’accumulo di sabbia che blocca l’accesso al porto e, in prospettiva, il monitoraggio di altri siti d’interesse”. Il progetto coinvolge importanti università e centri di ricerca nazionali e, grazie alla collaborazione con l’Autorità di Sistema Portuale del Mare Adriatico Meridionale, verrà realizzato in forma sperimentale presso il Porto di Bari.


La scheda del servizio Dentro la mappa di Michele Buono
Se Gioia Tauro si trasformasse in Rotterdam? Una simulazione in forma d’inchiesta per calcolare l’impatto economico di un sistema portuale nazionale integrato, dalla Calabria al resto d’Italia.Il grosso dei flussi della ricchezza globale passa dal mare e i porti sono le postazioni migliori per prendere e restituire ricchezza. Nel Mediterraneo ci passa sotto il naso la maggior parte delle rotte commerciali via nave che, attraverso il Canale di Suez, collegano l’Oriente con il Nord Europa e la costa atlantica americana. Rotterdam da sola movimenta ogni anno un numero di container superiore a quello che movimentano tutti i porti italiani messi insieme, con un impatto economico e sull’occupazione che dal porto si irradia a tutto il paese. L’Italia ha 7.600 chilometri di coste, piene di porti, nel centro del Mediterraneo. Solo a qualche migliaio di chilometri da noi c’è il canale di Suez che ha raddoppiato la sua capacità. Quindi, l’Italia si trova ora su una strada che da periferica è diventata centrale. È come se si fosse capovolto il mondo.Se Gioia Tauro si integrasse con il resto dei porti italiani, l’intera penisola diventerebbe un immenso retroporto; ci sarebbe un impatto economico nazionale: nuove imprese, volumi di affari triplicati, crescita e posti di lavoro. 


20 maggio 2018

Non siete credibili

Ieri mattina leggevo quanto scriveva il direttore del Fatto Quotidiano sull'accordo o contratto tra Lega e M5S, sostenendo che non fosse un programma di destra, perché conteneva aspetti su giustizia, sull'annullamento del TAV, su nuove carceri, sul salario minimo, sull'acqua pubblica..


Cosa c'è di reazionario su queste riforme?

Nulla, se non che non è credibile che la Lega di Salvini le voglia fare veramente mettendoci la faccia e mettendo a rischio pure l'alleanza con Berlusconi.
La Lega è quella che ha contribuito al decreto Ronchi che portava alla gestione privata del servizio idrico.
Nei suoi anni di governo ha contribuito alle leggi ad personam, che hanno ingolfato la macchina della giustizia.
Faccio fatica a credere che Salvini sforni una legge che blocca la prescrizione al rinvio a giudizio (o alla condanna in primo grado).

Ma non è credibile nemmeno l'opposizione: il pd è lo stesso partito del piano Minniti per bloccare la percezione di insicurezza, dei daspo, degli sgomberi, del piano con le milizie libiche.
Il partito del piano casa che toglieva a chi occupava le case luce e acqua.
Il partito che aveva presentato una sua legge sulla legittima difesa.

Nessuno è credibile ora.
Ma attendo di essere smentito.

Il fuggiasco, di Massimo Carlotto



Introduzione

Ho un passato ingombrante. Per metterlo da parte e pesare finalmente ak futuro ho dovuto usare cinque grandi casse di legno. In una settimana di meticoloso lavoro, ho archiviato novantasei chili di atti giudiziari, migliaia di lettere e di telegrammi, centinaia di articoli di giornale, decine di videocassette di programmi televisivi – da Telefono giallo a Portobello, da Mixer a Il coraggio di Vivere. Le cinque casse, che adesso stanno in cantina, conservando la documentazione die miei ultimi diciotto anni di vita. Quasi metà della mia esistenza.Sono un caso giudiziario, il «caso Carlotto».

Avevo comprato questo libro da tanto tempo, Il fuggiasco di Massimo Carlotto, ma per tanti motivi non mi ero mai messo a leggerlo.
Sono stato spinto dalle polemiche dellasettimana passata, dopo che era uscita la notizia che l'autore avrebbe presentato un programma in Rai.
Scandalo, orrore, una persona condannata per un omicidio non può andare in Rai: si dimenticavano, i giornalisti e i politici che hanno poi cavalcato questa polemica, di ricordare tutta la vicenda giudiziaria (e personale) dello scrittore padovana, cominciata in quel 20 gennaio 1976, con la scoperta del corpo dell'amica colpita a morte da diversi colpi di coltello.
E terminata, diciassette anni dopo, il 7 aprile 1993, con la grazia concessa dal presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro.
Strano questo paese.
Riesce ad accettare un pregiudicato al Quirinale, a discutere di ipotesi di governo col Presidente della Repubblica ma non uno scrittore che è stato condannato in un processo che è andato avanti e indietro tra i vari gradi di giudizio: condanna arrivata per una serie di circostanze “strane”, di quelle che fanno pensare che non è vero che la legge sia uguale per tutti.
Perizie e prove sparite.
Una corte che ha rimandato il giudizio di colpevolezza alla Corte Costituzionale, perché non sapeva se dover applicare il nuovo codice (eravamo a cavallo della riforma del codice di procedura penale) o il vecchio.
Una storia che ha mobilitato una grande massa di amici, intellettuali, scrittori, persone che si sono appassionate a questa storia.
Eppure.

Eppure siamo sempre rimasti lì, a giudicare in base ad un giudizio sommario (come capitato a Carlotto), senza voler capire, leggersi le carte, informarsi.
Di errori giudiziari è piena la storia italiana, di condanne frettolose anche (vi ricordate ancora la storia di Enzo Tortora, vero?).
Ma basta, non vorrei aggiungere altro riguardo i processi che ha dovuto subire: questo romanzo colma una lacuna nella sua storia personale, almeno da parte mia.
Lo conoscevo Massimo Carlotto, anche personalmente, per averlo incontrato in diverse presentazioni di suoi libro. Ma non conoscevo gli anni della sua vita passati da latitante quando, dopo la condanna in Appello, confermata dalla Cassazione, decise di sfuggire al carcere andando in Francia, a Parigi, un paese che aveva accolto tanti altri italiani, su cui pendeva una condanna per reati di terrorismo.
Carlotto divenne “latitante per caso”, per una scelta istintuale: spiega così la sua scelta, di ragazzo poco più che ventenne.

Accettare di scontare la pena adoperandosi per renderla più breve possibile sarebbe stata una mossa furba per il futuro della mia vita, ma avrebbe significato dare legittimità alla sentenza della mia condanna. Avevo preferito invece un atto di assoluta rottura come la fuga per dividere in modo netto e inequivocabile la verità dalla menzogna, la giustizia dall'ingiustizia e il diritto dall'arbitrio.

Cosa si prova ad essere latitante? – in tanti gli hanno posto questa domanda: “la latitanza è come il blues, uno stato dell'anima”, è la risposta che più mi piace e che credo sia la più naturale conoscendo il personaggio.

Questo libro racconta la vita di latitante, in quegli anni, nel modo più onesto possibile: come ha recitato quel ruolo nel palcoscenico umano, adottando look sempre diversi, dallo studente, all'impiegato anonimo.
L'importanza di spiare la vita dei vicini, quando si entrava in una nuova casa, per comprenderne le abitudini, per capire se c'era qualcuno un po' troppo interessato alla sua presenza.
I tanti lavoretti cui si è dedicato per sopravvivere, principalmente le traduzioni dall'italiano, sebbene poi il suo sostentamento è in gran parte arrivato dalla famiglia, che l'ha sempre aiutato.
L'incontro in Francia con gli esuli cileni dopo il terribile golpe del 1973 (l'altro 11 settembre).
L'ansia che sopraggiunge per la lontananza da casa, dalla famiglia, per la paura di essere bloccato dalla polizia (da cui spesso si è salvato grazie al “Dio protettore dei latitanti”): un ansia da cui ha cercato di anestetizzarsi col cibo, diventando in quegli anni bulimico.
Da Parigi al Messico, grazie ad un libro e ad un desiderio di Alessandra, la sua fidanzata di quegli anni: i capitoli dedicati a quel periodo sono un racconto interessante perché descrivono un mondo per noi lontano, di cui sappiamo poco.
La sinistra divisa in perenne conflitto tra loro; il caotico mondo di Città del Messico, una metropoli in cui perdersi (e in cui ogni anni scomparivano migliaia di bambini, in un gorgo di pedofilia, traffico degli organi).

A Carlotto è capitato di dover trascorrere dieci giorni in una stazione della metropolitana alla ricerca del figlio di un'amica:
.. un'esperienza che mi ha segnato per tutta la vita. Non solo per l'angoscia che mi attanagliava ogni ora del giorno, ma soprattutto per il senso di impotenza di fronte ad una città talmente grande da ingoiare qualsiasi cosa, senza una spiegazione, come se non fosse mai esistita. Nella più completa indifferenza. Anche un bimbo che avevi visto giocare fino a poche ore prima”.

La città delle baracche, dell'enorme fame, dell'inquinamento che uccideva persone come fossero in guerra (Carlotto cita l'episodio dell'esplosione della centrale della Pemex (Petroleum Mexicanos), coi suoi 2000 morti, molti di cui seppelliti in fosse comuni).
Scappare dalla tela di ragno della giustizia (o ingiustizia) italiana per finire in mezzo agli ultimi della terra, con la scoperta della rivoluzione zapatista.

Infine, la non meno importante questione dei rapporti affettivi, con Alessandra e, dopo la fine della loro relazione, con altre ragazze incontrate: rapporti difficili per la sua condizione eppure rapporti importanti, per sentirsi ugualmente vivo
Un essere umano privato della libertà o costretti ad abbandonare il proprio paese, si trova ad affrontare un'esperienza drammatica e si aggrappa disperatamente al rapporto affettivo, non solo mosso dall'amore ma anche per garantirsi un minimo di continuità col passato.

L'esordio del racconto coincide in realtà con la fine della della sua latitanza, per il tradimento dell'avvocato che avrebbe dovuto aiutarlo ad ottenere i documenti per una nuova identità.
Era il 1985 e da cui inizia la seconda parte della vita da latitante non più latitante: espulso dal Messico e auto costituitosi di fronte alle autorità italiane (che, paradossalmente, non avevano ancora spiccato contro di lui alcun mandato di arresto).
Da qui la revisione del processo, la nascita dei comitati in suo favore, il supporto di amici, scrittori come Jorge Amado e intellettuali come Norberto Bobbio.
I processi a cavallo della riforma del codice penale e la corte d'Assise d'Appello di Venezia che rimanda tutto alla Corte Costituzionale che sentenzia come per Carlotto dovesse valere il nuovo codice, secondo cui avrebbe dovuto ottenere l'assoluzione.
E invece arrivò la condanna, e con lei la malattia.

Non tralascia nulla di quei mesi, l'ex latitante Carlotto, compreso l'idea del suicidio, come estremo atto di ribellione all'ingiustizia.
La grazia di Oscar Luigi Scalfaro ha risparmiato questo atto estremo e ci ha consegnato uno scrittore che oggi è considerato uno dei migliori narratori del paese, della sua anima nera, della sua anima ambigua, né bianca né nera.

Scorrendo tutte le storie, si comprendono le origini dei suoi personaggi: il Calvados, il liquore preferito dell'Alligatore, la passione per il cibo, la denuncia contro i poliziotti corrotti..

La scheda del libro sul sito dell'editore Edizioni E/O
Il blog dell'autore
I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

18 maggio 2018

Palazzo Chigi non vale la messa

Ma vale veramente la pena, per il M5S, tutto questo compromesso nei temi da inserire nel contratto di governo (il lavoro, la TAV che non si ferma, il sud) pur di entrare a Palazzo Chigi?
Al prossimo giro elettorale, che a questo punto non sembra così lontano, rischiate di perdervi tutti i delusi di sinistra.
Il sondaggio pubblicato oggi sul corriere indica come, a due mesi dalle elezioni, solo la Lega è cresciuta.
Che ora, nel contratto definitivo, ottiene la legittima difesa, un po' di flat tax, una stretta sugli immigrati (una cosa ben diversa dalla proposta fatta da Report e da Milena Gabanelli), il ritorno dei voucher, il made in Italy, il superamento della fornero.. Tutti temi da sventolare di fronte al paese.

Certo, ci sono dentro norme interessanti su giustizia, risanamento dell'Ilva. Ma nel primo caso si rischia di finire impantanati in Parlamento nel secondo caso ci sono di mezzo gli indiani.
Ne vale la pena? Ne valeva la pena farsi prendere in giro, dal centro destra e anche dal Pd che ora si sta godendo i popcorn, mentre il paese aspetta.

17 maggio 2018

Preludio a un bacio, di Tony Laudadio



Intro


La parola è sorella stronza della musica. È invidiosa, perfida, ti convince a fidarti di lei mentre parli, e dopo ti accorgi di aver fatto un disastro. Anzichè aiutarti a costruire ponti, si affanna a distruggerli. È disonesta, la parola, e per questo spesso taccio.

Un racconto a ritmo di jazz, con note musicali al posto delle parole, per esprimere meglio le emozioni e le sensazioni, laddove la parola non arriva: è la storia di Emanuele, un uomo arrivato ai cinquant'anni con una storia alle spalle di musicista jazz col suo sax, tanti amori, nessuno sbocciato in qualcosa di serio, tante ambizioni e troppe delusioni.
E un presente vissuto per strada, sempre assieme al suo jazz, che suona nella sua piazzetta utilizzata come palco, per raccogliere quei pochi spiccioli dalla generosità delle persone che passano e magari battono il piede al ritmo delle sue canzoni.
Perché Emanuele è un barbone, una di quelle persone che vediamo fermi, ai margini delle strade e delle piazze (e anche della vita) e a cui non concediamo che pochi attimi della nostra attenzione.
Eppure Emanuele è una persona istruita, amante della musica e anche delle buone letture:
"Ho fatto un buon liceo, niente di più, ma ho sempre avuto una passione per i libri, e le librerie sono un luogo ideale dove passare il tempo... Negli ultimi anni ho trascorso quasi ogni giorno almeno un paio d'ore a leggere a sbafo sulle poltroncine di quella sul corso..."

Sarebbe anche una bella persona, senza quella barba, l'aria sfatta, di chi dorme in uno scantinato (che doveva essere solo una sistemazione temporanea) e che si consola solo con la musica e l'alcol.
Finché un giorno Emanuele non viene aggredito per strada, da un ladro forse più disperato di lui.
«Lei è rimasto in coma per quattro giorno. E' stato aggredito. L'hanno colpita con una sbarra di ferro, suppongo per rapinarla».«Per rapinare me? Dovevano essere proprio disperati».

Il suo sax si è salvato assieme a poche altre cose (no i documenti no, quelli li aveva persi da tempo): gli fa compagnia nel letto d'ospedale dove viene curato
Il sassofono è quantomeno un suono amico, una frase consolatoria, il ricordo di un'umanità scomparsa: la mia. Lo guardo e mi fa l'impressione di un gatto acquattato sotto un'automobile per paura, gli occhi sbarrati e attenti, in una posizione che pare raccolta e pronta all'azione. Ed è solo un gattino indifeso.

In ospedale incontra un poliziotto scocciato di dover seguire il suo caso (chi avrebbe voglia di investigare sull'aggressione ad un barbone?)
Erano le nove di sera circa ed ero completamente solo, però avevo gli occhi chiusi. Stavo suonando un pezzo di Duke Ellington che amo molto, Prelude to a kiss (ma che differenza farebbe, mi chiedo), gli faccio lo spelling perché ovviamente non lo sa scrivere.

Soprattutto, al risveglio dal trauma, incontra Alessandra, la dottoressa che dimostra empatia per lui, per la sua storia, per la sua cultura. Forse anche per la sua persona. Perché i pochi giorni di ospedale hanno tirato fuori un altro Emanuele, più curato: una volta fuori, però, rischia di finire nuovamente nei guai, sfrattato dal suo tugurio di fortuna, aggredito da un altro barbone a cui ha conteso un anfratto da cui cercar riparo in queste fredde notti di dicembre.

Ma il destino ha in mente altro per Emanuele: da questa aggressione viene salvato da Maria, la barista del Blue Bird, un locale antistante la sua piazzetta dove entrava per cercare riparo dal freddo o per bere quel bicchiere che ti da la forza di andare avanti.

Maria non è una ragazza qualunque, una con cui scambiare qualche parola tra una suonata e l'altra: fa parte del suo passato, di quei rimpianti che si porta dentro.
Maria è sua figlia, nata da una relazione durata solo un'estate di 25 anni prima, con una bella ragazza bionda che veniva ai suoi concerti, lo osservava, lo guardava con quello sguardo che hanno le donne quando vogliono catturarti.
Maria è nata da quell'incontro, troppo breve, tra Emanuele e Angela, questo il nome della ragazza: poi le loro vite si sono separate costringendolo ad un ruolo di osservatore della vita di sua figlia.

E ora è lei che lo salva, che lo cura e che lo ospita a casa sua.
Forse è questa l'occasione per cercare di cambiare vita, di provare a vedere la vita con occhi diversi: basta alcol, basta autocommiserazione, basta piangersi addosso.
In genere, quando nella vita mi trovo davanti a momenti decisivi, ho due possibilità: razionalizzare o ubriacarmi, la seconda più spesso della prima. Siccome non ho alcolici, stavolta respiro e faccio elenchi, una delle mie passioni.Dunque vediamo: ho cinquantun anni, nemmeno un euro in teca, un trauma cranico e una cirrosi epatica quasi conclamata, niente casa, niente lavoro se non suonare per strada. Mi sto deprimendo velocemente. Ma visto che ormai ho cominciato, mi faccio coraggio e proseguo. Tutto quello che possiedo, a parte lo strumento, è,. nell'ordine: un borsone sportivo, una coperta, un cappotto con diverse macchie di sangue, tre mutande, tre paia di calzini, quattro magliette di cotone a maniche corte, due pantaloni invernali, tre maglioni di lana, un paio di stivaletti (con la suola quasi del tutto consumata), un pigiama stinto, uno spazzolino da denti, una collezione di campioncini di profumo da donna, una saponetta, un rasoio usa e getta, due scatole di medicinali, un libro, un berretto di lana, un paio di occhiali da sole graffiati, il mio quaderno di appunti e un paio di matite.

Ecco, per Emanuele è arrivato il momento di saldare tutti i debiti con le persone del suo passato, da quelli che lo hanno ospitato, dato un pasto, aiutato in qualche modo.
Saldare i debiti e cominciare a vedere il mondo là fuori con occhi sobri. Vedere le persone con un occhio meno sfuocato.
Quanti conti ho in sospeso? Quanti ne abbiamo tutti?Come venature nel armo percorrono la nostra esistenza, ne sono parte integrante e pesano sulla bilancia dei nostri meriti. Il dare e l'avere, ciò che ho potuto fare grazie a ciò che ho ricevuto, ciò che sono stato grazie agli altri.. Quanto c'è di mio e quanto c'è degli altri, in me. E qui, come il lago che placido attende l'inevitabile arrivo del fiume, il pensiero sfocia alle donne. Le mie donne, Maria soprattutto, e sua madre Angela, l'unico mio amore vero, e mia madre e infine Alessandra, la dottoressa del mio risveglio. Quanto devo a loro, quanto di me è una proiezione della loro presenza nella mia vita?E così decido la frase che metterò sul cartello di oggi:
DI COS'ALTRO PUO' SCRIVERE UN UOMO SE NON DI UNA DONNA?

Il protagonista scopre così che esiste un mondo, la fuori, anche se non sempre ce ne rendiamo conto.
Un mondo di persone, di relazioni e di sentimenti.
Un mondo in cui non siamo estranei, di cui noi (io, tu, Emanuele) ne facciamo parte.
Un mondo che Emanuele incomincia a scoprire piano piano.
E ora mi sembra che tutta la musica che ho suonato negli ultimi venticinque anni sia stata solo un preludio a questo bacio.

Un preludio ad un bacio cui Emanuele cerca di sfuggire e ad un bacio che invece ha atteso da troppi anni, per le due donne che ora si trova accanto e che ama, in modo diverso.

I concerti nella piazza di fronte al Blue Bird diventano dei piccoli eventi, ci sono persone che lo aspettano, che iniziano a confidargli i propri problemi. Che iniziano a chiedergli dei consigli, a lui, che fino a poche settimane prima non aveva casa né famiglia.
Una donna con problemi col marito.
Una ragazza che ama un altra persona e non sa come dirlo al fidanzato.
Un signore sposato che ama da anni una collega con cui non riesce nemmeno a parlare.

Non siamo un'isola nel mare: persone, relazioni, amori e speranze. C'è un filo di sentimenti che lega le persone una all'altra, come tessere di un puzzle che alla fine mostra un disegno bellissimo, che si intuisce ma che non si riesce a descrivere con le parole. Queste stronze di parole.
Lo vede davanti a sé, Emanuele, questo disegno, nel concerto che tiene davanti il suo pubblico, radunato nel suo palco all'aperto, in attesa della sua musica e della sua frase del giorno:
Il pubblico è al completo. Vederlo in un unico colpo d'occhio provoca qualcosa dentro di me. Sotto il mio sguardo si materializzano i collegamenti, le relazioni, i rapporti umani. Mentre suoniamo mi guardo intorno, il disegno finora solo intuito prende finalmente forma. Eppure ..Eppure, nonostante questo disegno sia lì, davanti ai miei occhi, mi accorgo di non capirlo affatto.

Preludio a un bacio è un libro pieno di vita, di umorismo fine, di buona musica e di storie. Storie in cui ciascun lettore non farà fatica a riconoscersi.
Un libro estremamente positivo, pieno di speranza, dedicato alle persone che pensano che il proprio destino non è scritto da nessuna parte e che ogni giorno è pieno di colori, sapori, suoni, un quadro di cui noi siamo gli autori. E che non possiamo passare la nostra vita con la testa rivolta all'indietro, pensando alla propria infelicità, ai rimorsi.
C'è sempre spazio per un sorriso, per l'incontro con altre persone, che non aspettano altro che chiederti o sentirsi chiedere, di parlare di loro e chiederti di te.
«Vedi, ho ascoltato tutte queste persone, in questo ultimo mese...» Le indico con lo sguardo la folla che ancora festeggia me, la Befana, il nuovo anno, la vita. Maria ci osserva di sottecchi ma distoglile lo sguardo quando incrocia il mio.«Mi parlavano, si confidavano con me. Conosco i loro segreti. Potrei raccontarti tutti i legami che uniscono questa che sembra semplicemente una folla. Cosa vogliono dimostrare? Non lo so, li guardo e vedo che sono tutti collegati, come se fossero attraversati da fili luminosi. so che questo significa qualcosa, vorrei dirlo a ognuno di loro, dire che anche se non lo sanno, sono un unico insieme e acquistano senso solo se ne sono consapevoli .. però non so spiegarlo, non so neanche se sarebbe utile, cioè non so dire se..».Mi interrompo. Sospiro. Non c'è niente da fare, le parole sono inadeguate (e stronze). «Mah. Ti sembra di capirci qualcosa?» chiedo, sconsolato.Alessandra mi fissa con un bel sorriso, poi scoppia a ridere.«No, Emanuele, non ci capisco proprio niente».

Please don't talk about me when I'm gone

Il booktrailer:


Sul blog Paginadodici ho trovato la colonna sonora del libro su spotify

La scheda del libro sul sito dell'editore NNEditore
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