03 novembre 2024

Anteprima inchieste di Report - il laboratorio di Israele e le prossime elezioni americane

Stasera Report si occuperà della destra mondiale: quella di Israele, “come laboratorio della destra internazionale”, e di Gaza “usata come laboratorio per testare le armi”. Poi la destra di Trump e le elezioni americane, con un racconto dei rapporti inediti del candidato repubblicano con gli italo americani.

La guerra di Israele a Gaza

Per mesi abbiamo sentito dire, dai giornalisti, gli opinionisti, quelli che ne sanno insomma, che quella di Israele a Gaza era una guerra legittima, in risposta all’attacco terroristico di Hamas del 7 ottobre 2023, con la morte di migliaia di persone e il rapimento di 250 ostaggi.

E le morti civili? Da imputare ad Hamas, questo dicevano nei talk, se liberasse gli ostaggi finirebbe tutto.

Poi, di fronte alle immagini delle macerie, al numero di morti civili crescente, donne e bambini, questa narrazione tossica è diventata insostenibile.
A Gaza, se non è un genocidio, parola tabù fino a poco tempo fa, sta accadendo qualcosa di grave.
“Ho ordinato un assedio totale sulla striscia di Gaza, non ci sarà elettricità, benzina, cibo, chiuderemo tutto, stiamo combattendo contro animali umani e agiamo di conseguenza”: così parlava all’indomani della strage il ministro Gallant con l’annuncio dell’operazione Spada di ferro, l’operazione più sanguinosa messa in atto dall’esercito israeliano, partita con bombardamenti indiscriminati su Gaza e poi passata ad una invasione di terra che sembra non arrestarsi mai. Come aveva detto il ministro, i bombardamenti non stanno distinguendo civili e miliziani di Hamas. Siamo arrivati a 41mila vittime, secondo il ministero della salute di Gaza, la stragrande maggioranza di questi è gente comune, quasi 17 mila sono bambini e, tra questi, quasi duemila avevano meno di due anni.

La parola genocidio è stato un tema divisivo nel dibattito politico dei singoli paesi europei non solo in Italia: Giorgio Mottola ha intervistato il professor Raz Seagal - professore di storia dell’Olocausto, che racconta come gli attacchi contro di lui sono arrivati dopo un articolo sull’attacco di Israele a Gaza, definito un “caso da manuale di genocidio”.
Dopo questo articolo è scoppiato uno scandalo perché alcune associazioni ebraiche del Minnesota lo hanno attaccato sostenendo che la sua posizione sull’attacco lo rendeva incompatibile con l’incarico di direttore del centro studi per l’Olocausto, così pochi giorni dopo il rettore dell’università gli ha scritto ritirando l’offerta di lavoro.



Eppure le posizione di Raz Seagal, presentate nei suoi articoli scientifici sono condivise tra i sessanta più importanti studiosi di Olocausto. Lo scorso dicembre hanno pubblicato un documento in cui spiegano perché a Gaza si stia compiendo un genocidio.
La Convenzione Internazionale delle Nazioni Unite definisce come autore di un genocidio chiunque compia almeno una di queste cinque azioni, con l’intento di distruggere nella sua interezza o in parte un gruppo etnico o religioso:
- se ne uccide i membri

- se li danneggia fisicamente o psicologicamente

- se infligge condizioni di vita tali da causarne la distruzione

- se ne limita la procreazione

- se ne deporta i figli

A Gaza si assiste alla dinamica della violenza genocida declinata secondo queste cinque azioni : i massimi livelli militari e istituzionali del paese lo hanno annunciato fin dall’inizio in modo chiaro che il loro intento è distruggere Gaza. Sono partiti subito bombardamenti indiscriminati, Israele ha usato le proprie bombe più potenti nel sud di Gaza, nelle aree che aveva indicato come sicure. Migliaia di rifugiati erano adnati lì perché Israele aveva detto ‘andate lì’ e l’esercito poi li ha bombardati. E questo è proprio uno dei casi descritti dalla Convenzione internazionale, creare le condizioni per distruggere fisicamente un gruppo etnico, nella sua totalità o in parte. Non dimentichiamo che il ministro della difesa israeliano ha definito gli abitanti di Gaza come animali, l’indicazione di una intera popolazione civile come nemica è alla base di qualsiasi meccanismo genocidiario. ”
La posizione del professor Seagal e degli altri accademici è stata contestata da una larghissima parte del mondo ebraico e dell’occidente filo-israeliano. L’accusa di genocidio contro Israele viene infatti considerata come un pericoloso segnale di recrudescenza dell’antisemitismo internazionale.

Per mesi ci si è scontrati, anche qui in Italia sulla parola “genocidio”: “certo che non è genocidio, perché chi lo dice fa antisemitismo perché paragona Israele al nazismo” – queste le parole di Fiamma Neirenstein, per anni giornalista ma con anche un’esperienza politica nel Popolo della Libertà, oggi consulente del governo di Israele nella lotta contro l’antisemitismo.
Ci sono stati altri genocidi nel mondo ma – spiega la giornalista – “se lo si riferisce agli ebrei è chiaro che si tratta di criminalizzazione dello stato di Israele e la criminalizzazione degli ebrei è assimilabile all’antisemitismo”.
A spaventarla non sono solo gli episodi di antisemitismo, aumentati del 400% dopo il 7 ottobre, ma anche le manifestazioni in piazza a favore della Palestina.
In queste manifestazioni, spiega al giornalista di Report, si esprime anche odio verso gli ebrei: esprimere una critica allo stato e al governo di Netanyahu è antisemitismo, “sono vent’anni che spiego che l’antisemitismo che prima era religioso, poi è diventato razzista e poi è diventato odio per lo stato di Israele.”

Il servizio di Giorgio Mottola ha ricostruito l’attacco di Hamas del 7 ottobre, preparato con cura e che ha colto di sorpresa le forze militare che presidiavano i varchi delle recinzioni erette nel 2007 che rinchiudono il territorio di Gaza: è stata molto più che una azione terroristica – racconta il giornalista – alle 6 del mattino un migliaio di miliziani iniziano ad attraversare il confine occidentale della striscia, neutralizzano le difese israeliane, i carri armati di giardia e le torrette di avvistamento. Altri miliziani sono arrivati via mare, altri dal cielo con i deltaplani: dapprima attaccano le basi militari, sparando per uccidere i militari e prendendo i superstiti come ostaggi. Poi i miliziani si sono diretti verso sei centri urbani, uccidendo chiunque incontrassero per strada, una volta arrivati nei centri residenziali hanno iniziato a sparare contro le case, senza risparmiare nessuno, donne e bambini. L’obiettivo civile più importante è il Nova Fest, il rave party dove si erano radunati migliaia di giovani. È la mattanza dei ragazzi e delle ragazze, uccisi sul posto o rapiti. 1151 persone uccise di cui 274 i soldati e 859 i civili, tra loro 2 neonati e 46 sotto i diciannove anni. Gli ostaggi catturati sono stati 251 nascosti nei bunker di Hamas a Gaza.
LA risposta di Israele è arrivata subito, annunciata dalle parole del ministro Gallant, con l’operazione Spade di ferro, con una delle operazioni più sanguinose del paese. Coi bombardamenti, coi droni militari, con l’invasione dell’esercito per cancellare Hamas ed eliminare tutti i suoi miliziani. Ma al momento, ad essere cancellata, sembra essere la Striscia di Gaza, con bombardamenti che non discriminano miliziani e civili.


Uno dei passaggi più importanti del servizio riguarderà le armi che Israele usa a Gaza diventata laboratorio bellico della difesa israeliana: armi sperimentate sul campo, sulla pelle dei civili e che poi vengono vendute ad altri paesi, come l’Italia. Ad esempio l’intercettore mostrato nell’anteprima del servizio. Giorgio Mottola ha incontrato ad una “fiera delle armi” un rappresentante dell’ufficio stampa della Elbit System che lodava questo sistema antimissile che consente di localizzare da dove viene l’attacco e lanciare in risposta un missile intercettatore, ora stanno provando a venderlo all’Italia, caso mai anche noi venissimo attaccati, chessò, dalla Francia o dall’Austria. Negli ultimi dieci anni l’industria bellica israeliana ha aumentato del 100% le esportazioni, raggiungendo nel 2023 la cifra record di 12 miliardi di euro, quasi il doppio dell’Italia che è però un paese dieci volte più grande. Israele è il nono esportatore in armi nel mondo, ma in rapporto al numero di abitanti risulta il paese che guadagna più al mondo dall’export di armi (siamo a 1300 euro per abitante, mentre in Italia il rapporto è a 100 euro pro capite).
Shir Hever – economista del movimento BDS (il movimento europeo per il boicottaggio di Israele) racconta a Report come in molti paesi europei il rapporto dell’import export delle armi è 80-20, 80% per uso domestico e 20% per esportazione, in Israele è l’opposto, il 20% delle armi prodotte è per uso domestico, il resto è venduto all’estero.
“Secondo le convenzioni internazionali è vietato vendere o acquistare armi da paesi che sono sospettate di compiere crimini di guerra o peggio ancora che sono accusate di genocidio. Perciò formalmente è illegale comprare armi da Israele ”.
Nonostante questo alla fiera d’armi più grande d’Europa sono esposti pronti per essere venduti i prodotti delle principali aziende israeliane del settore della difesa, come SmartShooter, azienda che usa l’intelligenza artificale per potenziare le armi usate in guerra. Come i fucili montati di telecamera per garantire la massima precisione del tiro, per uccidere le persone. “Si può centrare l’obiettivo al primo colpo” viene garantito: sono armi vendute all’esercito di Israele che vengono usate a Gaza come a dire, sono armi provate sul campo, nel corso di un esercizio bellico reale. Sono armi vendute anche all’Italia: per i clienti è importante sapere che queste armi sono state testate con successo su un vero campo di battaglia: “se vai alla BMW e chiede se la loro macchina è la migliore ti diranno ‘certo è la migliore’, qui in questa fiera ognuno dira che il suo prodotto sia il migliore ma se un esercito l’ha sperimentato sul campo è come avere una recensione indipendente. Se l’esercito israeliano dice usiamo quest’arma sul campo, è fondamentale. Il miglior spot commerciale”.
L’operazione militare a Gaza costituisce il miglior spot commerciale possibile per la maggior parte dei produttori israeliani che stanno rifornendo armi all’esercito di Tel Aviv.
Non ho parole per commentare questa deriva bellicista.

Un altro passaggio del servizio riguarderà lo stretto rapporto tra la destra italiana e i movimenti a supporto dell’attuale governo di Tel Aviv come anche lo stretto rapporto tra la destra italiana con la destra europea: Nazione futura, think tank d’area di Fratelli d’Italia e dell’orbaniano Danube Institute sono, assieme alle fondazioni americane e israeliane, i promotori degli eventi europei dei movimento nazional conservatore che nel 2020 ha avuto il suo battesimo in Italia quando a fare gli onori di casa c’era Giorgia Meloni.

Nell’ultimo caso di “spionaggio”, l’inchiesta su Equalize l’agenzia de security milanese con forti agganci negli apparati di stato e con la politica, è emersa la collaborazione dei servizi israeliani: Report torna ai tempi del governo Renzi, quando l’ex presidente aveva proposto la creazione del’agenzia si cybersecurity nazionale, che doveva essere affidata a Carrai, amico e collaboratore di Renzi e anche console onorazio di Israele, “perché Israele ha tante cose sulla cybersecurity ha tante cose che potremmo copiare”.


Renzi aveva chiesto esplicitamente a Carrai come avrebbe gestito lui questa agenzia, dove avrebbe speso i primi fondi: quest’ultimo replica che la prima cosa da fare è l’adozione di software israeliani per il riconoscimento facciale che analizzando i dati delle telecamere riescono a capire se una persona sta per compiere un reato. Come quelli usati in Cisgiordania. Non è una richiesta casuale, all’epoca il cuore delle aziende di sicurezza di Carrai era in Israele, come israeliani erano i suoi soci, molti dei quali arrivavano dagli apparati di sicurezza.
“Marco Carrai, prima che diventassi presidente, collaborava coi servizi segreti italiani [non israeliani]” ha risposto l’ex presidente Renzi: è una notizia quella che da a Report, ma agli atti (delle inchieste su Renzi) risultano solo i rapporti tra l’imprenditore e dirigenti di Aisi e Aise, come il generale Luciano Carta e il dirigente Beniamino Nierenstain, figlio di Fiamma Nierenstain (nel corso del 2015).
Ma in base ai documenti di cui Report è in possesso, Carrai aveva rapporti stretti anche con Yossi Cohen, una delle figure apicali dei servizi segreti di Israele.
No – spiega Renzi – Cohen era nello staff di Netanyahu non era ancora capo del Mossad e l’ho incontrato io: quando nel 2016-17 è diventato capo del Mossad ha collaborato coi governi Gentiloni, Conte e Draghi.
Cohen, come riporta Il Guardian, avrebbe fatto delle pressioni e rivolto minacce contro un giudice della Corte Penale Internazionale che stava per chiedere l’arresto del premier israeliano per crimini di guerra.

Diversamente da come ricorda Renzi, Cohen era già direttore del Mossad quando Carrai va ad incontrarlo nel periodo della trattativa per diventare capo dell’agenzia di cybersecurity in Italia e il rapporto con Cohen va avanti anche negli anni successivi.
Nel 2019 Carrai scrive a Renzi una mail in cui Cohen, mentre ricopriva l’incarico di direttore del Mossad, si proponeva come intermediario con l’India per le aziende italiane.

La scheda del servizio: Il laboratorio di Giorgio Mottola

Collaborazione di Silvia Scognamiglio e Greta Orsi

Immagini di Omar Awwad, Chiara D’Ambros, Carlos Dias e Alfredo Farina

Montaggio e grafiche di Giorgio Vallati

Report ricostruisce come Israele si sia trasformato nel laboratorio politico dell'estrema destra internazionale

Dopo l'attacco terroristico di Hamas contro postazioni militari e insediamenti civili israeliani il 7 ottobre dello scorso anno, in cui sono morte circa 2000 persone, il governo di Benjamin Netanyahu ha lanciato una campagna a tappeto per colpire Hamas nella Striscia di Gaza. A pagare sono stati soprattutto i civili: secondo le fonti sanitarie di Gaza i morti al momento sono oltre 43.000, almeno 17.000 sarebbero minori. La Corte internazionale di giustizia ha avviato un procedimento in cui lo Stato di Israele è accusato di genocidio. Report ha ricostruito come negli ultimi vent'anni Israele si sia trasformato nel laboratorio politico dell'estrema destra internazionale mentre a Gaza le industrie belliche e della cybersecurity israeliane testano le loro armi e i loro prodotti, che vengono poi rivenduti all'estero e anche in Italia.

I sostenitori italiani di Trump

Martedì si vota e mercoledì in Italia sapremo il nome del prossimo presidente americano: potrebbe esserci, nonostante i processi, nonostante le accuse sulle responsabilità per l’assalto al Campidoglio il giorno dell’insediamento di Biden, il ritorno di Donald Trump. Tra l’altro, l’ideologo della sua passata campagna elettorale e anche l’ideologo della nuova destra mondiale, Steve Bannon è stato rilasciato e ora potrà riprendere la sua campagna elettorale per i repubblicani. Potrebbero vincere loro, prendendo voti perfino dalla comunità afroamericana, sicuramente i voti arriveranno dagli italo americani: una volta erano il serbatoio di voti dei democratici, oggi, come racconterà il servizio di Report, in tanti nella comunità italiana votano per Trump (almeno ad ascoltare gli umori della piazza dove si festeggiava il Columbus Day). Un paradosso se si pensa che sono i figli e i nipoti di quanti, tanti anni fa, sono emigrati dal nostro paese per cercare fortuna “all’America”. Un po’ come oggi succede agli emigrati che dal sud del continente vogliono arrivare negli Stati Uniti dovendo affrontare il muro e le tante milizie sovraniste, pronte anche a sparare.
“Trump fa avere rispetto all’America, agli italiani a tutto”, dicono: ma il legame con la comunità degli italiani nasce molto prima di quanto l’ex presidente si buttasse in politica. Risale ai tempi in cui The Donald era un giovane palazzinaro e le famiglie mafiose italiane controllavano il business delle costruzioni.
Lo racconta a Report il giornalista investigativo David Cay Johnston: le relazioni con la mafia iniziano con sui padre, Fred Trump, che dopo la guerra ottenne enormi prestiti governativi per costruire complessi residenziali nei quartieri periferici di New York City. “All’epoca aveva bisogno di molto aiuto da parte dei mafiosi” continua il racconto “perché l’industria delle costruzioni era, e in una certa misura lo è ancora, controllata dalla mafia. Stringendo un’alleanza con Willie Tomasello, associato delle due più grandi famiglie mafiose di New York, i Genovese e i Gambino, Fred Trump riuscì a garantire che i suoi progetti fossero realizzati senza problemi coi sindacati delle costruzioni che erano sotto il controllo della mafia. E in cambio Fred Trump li pagava.”
A fare da ponte con la mafia sarebbe stato il suo avvocato Roy Cohn, all’epoca difensore di fiducia dei più grandi boss di N.Y. tra cui Antony Salerno.

A raccontare dei rapporti tra Trump e la mafia di N.Y è anche Murray Richman l’avvocato che per sessant’anni ha difeso tutte le famiglie mafiose della città e ha avuto a che fare coi principali boss della grande mela, proprio come Salerno, boss della famiglia Genovese in passato guidata da Lucky Luciano.
Trump era solito andarlo a trovare – racconta a Report Richman – Trump e Tony Salerno si conoscevano, l’avvocato Roy Cohn li ha messi in contatto.

Nel servizio verrà intervistato John Alite “ex killer della più potente famiglia mafiosa di New York, i Gambino di John Gotti, con alle spalle almeno 7 omicidi e un centinaio di pestaggi ”: anche lui è uno dei supporter dell’ex presidente Trump, aveva anche preso parte all’assalto di Capitol Hill.
Sta con Trump perché sa di avere una sua influenza politica, per quel milione di visualizzazione dei suoi video su Tik Tok.
Lo ammette candidamente, i pestaggi, l’aver sparate a delle persone poi dalla vocazione per i pestaggi è passato alla vocazione politica, con l’assalto al congresso nel 2020 dopo la vittoria di Biden. Cosa succederà se Trump non dovesse vincere? “Vedrai proteste in tutte le strade, come protesteranno queste persone? Alcune in modo violento, altre semplicemente protesteranno per strada, ma non sarà tutto a posto perché sarà la fine della libertà”.
Gira una foto di Alite con Trump che ha causato qualche imbarazzo a Trump, che si è difeso dicendo di non conoscere l’ex killer, ma non è vero. Alite ha incontrato Trump la prima volta negli anni 90, nei suoi casinò, si sono incontrati decine di volte, è stato persino nella villa di Mar-A-Lago.

Un altro sostenitore di Trump è Joe Merlino ex boss della mafia di Philadelphia, oggi influencer e podcaster. La gente lo ama, si fa fotografare con lui, è uno capace di influenza le scelte delle altre persone, per esempio a votare Trump “a tutti i costi”, “il più grande presidente degli Stati Uniti”, se dovesse perdere potrebbe tornare in Italia.
Nei suoi podcast parla di politica, di cibo e di “rats”: chi sono queste persone? Sono quelli che parlano e che lui cerca di smascherare. Si ritiene in ex mafioso? Assolutamente no, “non so niente della mafia, fbi è la mafia..”
Alla domanda del giornalista sugli affari di Trump nelle costruzioni e dei rapporti con le famiglie mafiose l’influencer inizia a cambiare tono, “ti ho detto che non volevo parlare di questa roba”.
Lasciate stare in pace Trump, ripete al giornalista di Report che, come si capisce dal video, non è persona gradita da questo gruppo di sostenitori del candidato repubblicano (con tanto di insulti..).
Un mafioso non perde il vizio di fare intimidazioni, una volta mafioso, sei sempre mafioso, a meno che diventi un pentito: “devo dirtelo, quello che hai fatto è molto poco professionale.. perché parlavi della mafia, cosa c’entra la mafia con tutto questo .. scopriremo chi sei e cosa stai facendo .. se c’è un modo per rovinarti lo faremo. Che ne dici?”.
Insomma, parlare di certi argomenti è tabù, tra i supporter di Trump: le minacce sono il prezzo per aver posto domande scomode agli influencer come Merlino.

Giampiero Calapà sul Fatto Quotidiano ha pubblicato una anticipazione del servizio

Report: l’impero di Trump costruito coi soldi della mafia

alle 20.30 in tv - “Incontrò il boss Tony Salerno”

Di Giampiero Calapà

Donald Trump ha sempre negato di aver incontrato e intrattenuto rapporti con le famiglie mafiose italo-americane di New York City. È una storia di cemento, acciaio, grattaceli, casinò, gangster e soldi, molti soldi, quella che racconta Report – stasera alle 20.30 su Rai3 – riscrivendo parte dell’epopea di The Donald proprio nell’imminenza del voto americano per la presidenza degli Stati Uniti.

Sarebbe già diventato presidente sconfiggendo Hillary Clinton, Trump, se non avesse avuto alle spalle un impero immobiliare da 3,9 miliardi di dollari? domanda Report, fornendo qualche risposta: “Una fortuna che nasce con il padre Fred che ha fondato la Trump Organization, maturata grazie anche ai proventi dei tre casinò costruiti negli anni Ottanta: Harrah’s at Trump Plaza; il casinò di Hilton; l’ultimo nel 1990, il Trump Taj Mahal, il casinò più grande al mondo realizzato con un investimento di un miliardo di dollari. Oggi tutti falliti, ma all’epoca furono la chiave delle fortune di Trump. Con il contributo di chi?”.

Il servizio di Sacha Biazzo fornisce alcune risposte. Al microfono della Rai parla il giornalista investigativo David Cay Johnston, già premio Pulitzer: “La relazione con la mafia italiana a New York iniziò con suo padre, Fred Trump. Dopo la guerra ottenne enormi prestiti governativi per costruire complessi residenziali nei quartieri periferici di New York. All’epoca aveva bisogno di un grande aiuto da parte dei mafiosi, perché l’industria delle costruzioni a New York era, e lo è ancora, controllata dalla mafia. Fred Trump strinse un’alleanza con Willy Tomasello, un associato delle due più grandi famiglie mafiose di New York, Genovese e Gambino. E così riuscì a garantire che i suoi progetti venissero realizzati senza problemi con i sindacati delle costruzioni che erano sotto il controllo della mafia. In cambio Fred Trump pagava la mafia”.

La scheda del servizio: Make America Italian Again di Sacha Biazzo

Montaggio e grafica di Monica Cesarani

I collegamenti tra Donald Trump e la mafia italo-americana

Report ha rintracciato una serie di possibili e mai esplorati collegamenti tra Donald Trump e la mafia italo-americana, attraverso nuove testimonianze di ex boss della mafia, investigatori, legali, e alcuni strettissimi collaboratori che in passato lavoravano con l'attuale candidato alla Casa Bianca. L'inchiesta svela come, dai tempi della costruzione della Trump Tower ad oggi, Trump non avrebbe mai smesso di dialogare, direttamente o indirettamente, con boss ed ex killer della mafia italo americana. Sarà proposta una prospettiva senza precedenti su come Trump, dai suoi primi affari a Manhattan fino all’attuale corsa elettorale, possa essere rimasto legato a figure di spicco delle famiglie mafiose. Un'inchiesta che porterà a interrogarsi sulla possibile influenza della mafia italo-americana nel determinare il futuro presidente degli Stati Uniti.

L’influenza dei social media sulla democrazia

I social in queste elezioni hanno un ruolo importante: Report racconterà del lavoro di Tanisha Long e della sua associazione, “Abolition Law Center” che si occupa di dare supporto alle persone che escono dal carcere, a Pittsburgh. Qui le persone finiscono direttamente dal Tribunale al carcere, senza vedere la luce. Il suo gruppo si batte da anni contro le terribili condizioni di vita dei detenuti del carcere di Allegheny, offrendo supporto e assistenza a chi non può permettersi la tutela legale e a chi, dietro le sbarre, ha subito abusi e violenze e cerca di ricostruirsi una vita una volta fuori.
“Questo carcere ha il più alto tasso di morti in carcere del paese, nella nostra contea i neri sono il 13% della popolazione, ma rappresentano il 60% dei detenuti”.
È fondamentale sensibilizzare i giovani su questi temi e per questo usano i social network, come Facebook: i contenuti postati prendono pochi like, da pochi mesi – racconta Tanisha – Meta filtra i contenuti con l’intelligenza artificiale tramite immagine e parole. Anche nelle foto, dove lei indossa la Kefiaf riceve meno like del solito, è una sorta di censura.
La nuova policy di Meta che limita la diffusione di contenuti politici penalizza gli attivisti social come Tanisha: su Facebook e Instagram ha portato avanti per anni le raccolte fondi per aiutare chi usciva di prigione.
Un giorno, mentre cercava di raccogliere tremila dollari per un suo assistito, il figlio era morto in prigione e volevano procurargli una lapide. Quando ha pubblicato un post dove spiegava che ra stata la polizia ad ucciderlo, nessuno donava. Allora ha cambiato strategia, creando un post dove invitata i follower a leggere un libro nella didascalia successiva c’era la raccolta fondi e ha funzionato: “i social media ci hanno aiutato ad aumentare il coinvolgimento delle persone anche fuori dalla nostra città”, come successo anche col video della morte di George Floyd.

La scheda del servizio: Meta-Politica di Lucina Paternesi

Collaborazione di Roberto Persia

Immagini di Alessandro Spinnato

Ricerca immagini di Tiziana Battisti

Montaggio di Francesca Pasqua e Michele Ventrone

Grafiche di Michele Ventrone

Meta ha deciso di tagliare la politica dai propri social network.

Da febbraio di quest’anno Meta ha deciso di implementare una nuova limitazione sui contenuti di tipo politico su Instagram e Threads, l’ultimo social nato in casa Zuckerberg. Dopo lo scandalo Cambridge Analytica e l’assalto a Capitol Hill fomentato dalle fake news che circolavano su Facebook, Meta ha deciso di tagliare la politica dai propri social network. Ma chi decide cosa è politica? E quali sono le voci che rischiano di sparire dal dibattito pubblico? Viaggio in un’America spaccata in due che si appresta a scegliere il nuovo Presidente tra attivisti, influencer e giovani che reclamano spazi fisici e digitali per esprimere il proprio dissenso.

Fratelli, sorelle e parenti vari d’Italia

Report tornerà ad occuparsi della gestione del ministero della cultura col ministro Giuli: nei giorni passati il ministro ha nominato il suo nuovo capo di Gabinetto, sarà Valentina Gemignani a prendere il posto di Francesco Spano. Moglie del deputato catanese Basilio Catanoso con precedenti incarichi alle spalle nella pubblica amministrazione nel ministero delle Finanze.
Nel servizio si parlerà anche dell'incarico affidato ad Antonella Giuli, che per anni si è occupata della comunicazione del partito e a gennaio è stata assunto all'ufficio stampa della Camera. 

La scheda del servizio: La Sorella d'Italia di Giorgio Mottola

Collaborazione di Greta Orsi

Immagini di Fabio Martinelli

Montaggio e grafiche Giorgio Vallati

Report torna con novità importanti sulle vicende che hanno coinvolto la recente gestione del Ministero della Cultura.


Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

01 novembre 2024

Il passato è un morto senza cadavere di Antonio Manzini

 

Incipit (grazie a incipitmania)

«Rocco? Sali che è pronto».

«Mo vengo, ma’».

«Mo vengo è adesso! No fra due ore».

«Sto a aggiusta’ la bici».

«Quale bici? Tu non ce l’hai ’na bici!».

«Quella de Furio. Ha bucato».

«E se è de Furio, falla aggiusta’ a lui e vieni su che la pasta se scoce!».

«A ma’?».

«Che c’è?».

«Pò magna’ pure Furio da noi?».

«Pò magna’ sì. A Patrizia dopo la chiamo io».

«Signo’, so’ Furio. Mamma a casa non c’è. È annata al San Gallicano, dice che prima delle tre nun rientra».

«E allora vie’ su co’ Rocco, fijo, che magnamo subito. Lasciate giù la bicicletta, forza un po’!».

«A ma’, se lasciamo giù la bici nun ce ritrovamo manco la gomma bucata».

«E allora portatela su, che ve devo di’? Sul pianerottolo però, sinnò se entra la bici uscimo noi».

«Va bene, ma’… salimo».

«Va bene signo’. Grazie».

«E de che, Furio? Addo’ nun se magna in tre, nun se magna manco in quattro».

Onestamente, non mi ricordo più a che numero siamo nella serie di Antonio Manzini con Rocco Schiavone, ma poco importa: quest'ultimo conferma la direzione che l'autore ha voluto dare alla sua creatura, un uomo che vive col ricordo del suo passato che riesce ad abbandonarsi alle spalle e con un futuro davanti che non vuole vedere.

Sin dall'inizio si viene proiettati in questa dimensione dei ricordi della sua gioventù romana, altri ricordi faranno capolino qua è la nelle pagine di questa nuova indagine che, da lettore, sembra non finire mai, quanto è intensa è lunga.

Un'altra giornata ad Aosta stava per cominciare e Rocco aveva solo voglia di spararsi un colpo alla tempia per non vedere più albe così belle.

Ecco, questo è il sentimento in questo novembre per il nostro Rocco: i ricordi, Marina che viene a trovarlo ogni tanto, ricordandogli che deve vivere, non cullarsi nel passato. "Nazireo" è la parola che gli lascia, in quel loro gioco privato sulle parole sconosciute.

Ma non è facile lasciarsi tutto alle spalle: la fine di Marina, la fine del rapporto con Sebastiano, tutto quel fango dentro cui è costretto a sguazzare. E anche il presente non invoglia a sentirsi leggeri: l'ultima indagine in cui si era imbattuto in questi attivisti dell'ambiente, ELP, aveva acuito quel velo pessimismo sul suo futuro e, in generale, su quello di questo mondo.

La fine del pianeta lo amareggiava più dell'idea della sua morte. Non si era mai sentito necessario, ma un ospite di passaggio il cui unico compito era lasciare tutto in ordine pulito come l'aveva trovato, il leitmotiv dei cartelli appesi nei cessi degli autogrill.

A peggiorare le cose sarà l’arrivo dell'ennesima "rottura" del decimo livello - secondo quella che la sua personale classificazione degli eventi peggiori che possono capitargli, ovvero un omicidio da risolvere.

Si tratta di un ciclista che viene trovato in fondo ad una scarpata, investito da un'auto pirata che non si è fermata a soccorrerlo.

No, non è un incidente come tanti altri (sempre troppi): non ci sono tracce di frenate, non c'erano problemi di visibilità in quel tratto di strada e, come gli conferma Michela Gambino, la responsabile della scientifica, l'auto ha cambiato corsia per impttare la bici. Si tratta di omicidio.

E non sarà un caso semplice: il morto si chiamava Paolo Sanna, non si capisce che lavoro faceva per vivere, aveva dei parenti, ma lontano da Aosta, una fidanzata a Mestre da cui si era lasciato. Aveva girato diverse città, negli anni.

E, cosa che colpisce Rocco, la sua casa sembra quella di un residence: impersonale, vuota, fredda.

Cosa aveva davanti? Un uomo che sembrava non abitare la sua casa, non avere un lavoro, che cambiava spesso residenza, città, a volte paese. Sportivo, ma neanche troppo. Una specie di ectoplasma che viveva ai margini della società, slegato da rapporti sociali o amorosi, e al contrario degli altri esseri umani, non aveva voglia di lasciare traccia del suo passaggio.

Tocca iniziare un'indagine partendo dalle poche tracce lasciate: i parenti, la fidanzata, quegli strani (perché particolari e fatti tanti anni prima) tatuaggi sul corpo, un pugnale e una scritta in latino che recita più o meno "su ciò che è stato fatto non puoi tornare indietro".

A cosa si riferiva questo Paolo Sanna? A quale "fatto" del suo passato?

A questa indagine parteciperà tutta la squadra, perfino Caterina Rispoli dal ritorno dal matrimonio con quello che Rocco ha definito come lo “gnu” (Rocco deve trovare per ogni persona l’equivalente animale). E poi tutti gli altri, Scipioni, Deruta, Casella (e il figlio di Eugenia abile coi commputer e nelle ricerche ai limiti della legalità). E poi D'Intino, bruciato dall'esperienza con Pupa e che ora, per trovare una compagna, si decide ad iscriversi ad un sito di incontri.

Ma serve una scheda con cui presentarsi, con tanto di hobby:

«Hobby?» chiese spiazzato D’Intino.

«Sì, che ti piace fare?»

«L'amore!» e preso un altro calzoncello.
«Madò… Sei fesso? Se a una le scrivi così pari un maniaco sessuale. No, che ti piace, tipo lo sport? Il cinema? I libri?»

«Mettici ferramenta» rispose a bocca piena.

Casella storse un poco il capo. «Un negozio?».

«Mi piace andare a guardare gli attrezzi nei ferramenta, senza accattà niente, però.»

Partendo dai numeri di telefono lasciati sulla sua rubrica e su altri “strani” numeri, l'indagine su questo fantasma porterà Rocco in giro per il nord Italia, Udine, Ancora, Vercelli. Fino a l’Aquila, la città del terremoto del 2009, la città dove le persone non si sono dimenticate di quello che è successo nella notte del 6 aprile. La gente qui ha la testa dura, ancora ha voglia di ricordare:

«Ricordare che cosa?»

«Chi ci ha lasciato la buccia, chi ha costruito con la sabbia del mare, eppure a ricordasse che il settimo paese più industrializzato del mondo in tanti anni ancora non è riuscito a ricostruire una delle più belle città d'Italia. Fanno bene alla memoria cose così.»

Questo fantasma era un uomo che aveva paura, si stava nascondendo da qualcuno che aveva a a che fare col suo passato (ancora una volta viene fuori questo tema) e con quello delle altre vittime di una mano omicida che sembra seguire un filo comune. Un filo che lega queste morti e che porta ad un cimitero in un paesino sperduto nel Friuli, Erbacore, sopra Cividale.

La veda come una collana o tutte le pietre che sono i sei cadaveri mi manca il filo di collegamento che le tiene unite.

Ma c’è un’altra indagine che Rocco è costretto a seguire, anche facendosi aiutare dai suoi due amici, gli ultimi fratelli che gli sono rimasti, Furio e Brizio: riguarda la sparizione della giornalista Sandra Buccellato. Cosa è stato quello con Sandra, un rapporto finito troppo presto, una storia che non è mai sbocciata per colpa della paura di lanciarsi nel vuoto da parte sua?
Di certo Sandra non è stata solo una delle tante, altrimenti vederla assieme a quello strano personaggio nel ristorante di Ettore l’avrebbe lasciato indifferente. Invece no: è un campanello d’allarme quello che inizia a suonare nel suo cervello, quell’uomo – con la faccia da rana, sempre per il suo gioco di paragonare le persone ad animali – ha qualcosa che lo inquieta.

Campanello d’allarme che, quando Sandra sparisce per diversi giorni, diventa quasi una questione personale.

Tocca muoversi, per salvare Sandra, la principessa che col bacio avrebbe potuto salvare Rocco, nelle vesti del bello addormentato e in questa ricerca frenetica e feroce, non c’è tempo per rispettare le leggi e nemmeno per perdersi dietro i discorsi filosofeggianti di un amico della famiglia Bucellato che sembra sapere tante cose della sparizione della giornalista.

Come finirà la caccia al fantasma Paolo Sanna? E come finirà la ricerca di Sandra Bucellato? Riuscirà Rocco a liberarsi da quel fardello pesante, quel passato che lo costringe a vivere con la testa perennemente voltata indietro?

Sto dicendo che la tua paura di vivere ammazza anche gli altri. Facci i conti, una volta per tutte. Io, francamente, sono stanca di ripetertelo?

Lascia stare i morti – gli dice Marina in quell’ultimo incontro – parla coi vivi che stanno accanto a te e richiedono il tuo amore.

C’è il peso del passato in questo romanzo, ma anche lo sguardo duro e disincantato di Rocco sul presente: un paese che non sa pensare al domani, che non ha mai avuto una vera rivoluzione e dove, anzi, a parlare di rivoluzione è stato il fascismo ma in modo reazionario e il terrorismo rosso, coi suoi cattivi maestri

Un paese che sembra non volersi interessare alle cose importanti, un po’ come Rocco che, in un finale molto dolce e molto malinconico, si trova a camminare solitario per le strade deserte di Aosta.

La poesia di D'Intino

A Natale so' vinte tutte le tombole e tu sì cchiu bona della pasta 'nghe le vongole”

Domenico D’Intino, agente di polizia e poeta

La scheda del libro sul sito di Sellerio

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon


27 ottobre 2024

Anteprima inchieste di Report - il sistema Genova, dentro il MIC, la candela di Sgarbi e l’altra Cutro

La stampa serve chi è governato, non chi governa”  - così si concludeva la sentenza della Suprema Corte degli Stati Uniti nella vertenza tra l’amministrazione Nixon e i giornali New York Times e Washington Post per la vicenda dei Pentagon Papers.

Sono passati più di 50 anni e ancora siamo a dover difendere questo principio: non deve essere Report (o Presadiretta o le altre poche voci libere dell’informazione) ad aver paura della politica, ma il contrario, deve essere la politica a temere delle inchieste giornalistiche, sempre che abbia cose da nascondere.
Sono uscite da pochi giorni le anticipazioni dei servizi della prima puntata di questa stagione di Report e la politica è in fibrillazione: sono partiti gli attacchi, la richiesta di vedere “tutto il girato” (manco fosse una manifestazione dei giovani di FDI).
I temi che toccheranno i servizi sono quanto mai attuali, specchio di questa classe dirigente incapace di essere trasparente: la campagna elettorale a Genova e i voti raccolti dalla mafia. Uno sguardo dentro il Ministero della Cultura in questi mesi con la gestione Sangiuliano. Un servizio sull’altra Cutro, una strage di migranti tenuta nascosta dopo il tragico eventi davanti le coste calabre per non mettere in imbarazzo il gove
rno. Infine il quadro di Sgarbi: chi aveva ragione?
La novità di quest’anno è la mezz’ora in più che verrà dedicata ai giovani, “sarà un laboratorio, formare giornalisti per la Rai, con la dedizione all’inchiesta, con lo spirito del servizio pubblico, col rigore proprio di Report” racconta il conduttore Sigfrido Ranucci nell’intervista a Gli imperdibili: “l’informazione indipendente è un dovere del servizio pubblico, più ancora del pluralismo perché è nell’indipendenza il pluralismo, è una maggiore garanzia.”

Report Lab

Report è andata a Vasto a raccontare dei Trabocchi dentro la riserva marina di Vasto istituita nel 1988: oltre al vincolo ambientale, uno di questi (quello di Punta Aderci) è pure vincolato dal punto di vista monumentale, “è un patrimonio che rappresenta l’Abruzzo in modo importante” racconta a Report Raffaella De Francesco – titolare del Trabocco di Punta Aderci.
La comunità di Vasto ci tiene veramente al mantenimento di questo ecosistema, di cui i Trabucchi ne fanno parte: sono stati loro, da soli, a salvare un branco di capodogli che si era arenato sulla spiaggia di Punta Penna. In tanti sono accorsi lì per dare una mano, anche solo portando bacinelle, per tenere bagnati i cetacei spiaggiati, alcuni tra i più intraprendenti hanno spinti fisicamente gli animali in mare.

Abbiamo fatto una cernita su quali animali da salvare per prima e abbiamo scelto il più piccolo” racconta a Report Fernando Sorgente.
I capodogli avevano capito cosa stavano facendo le persone attorno a loro.

La scheda del servizio: Vasto. Esempio di solidarietà di Chiara De Luca

di Chiara De Luca

Collaborazione di Greta Orsi

Immagini di Chiara D'Ambros,

Ricerca immagini di Eva Georganopoulou

La riserva di Punta Aderci è la vetrina dell’Abruzzo costiero. ​​​​​

La riserva di Punta Aderci fu istituita nel 1988 dalla Regione Abruzzo, a gestirla dal 2006, per conto del Comune di Vasto, è la cooperativa Cogcstre che riceve ogni anno da Regione e Comune rispettivamente circa 40 mila euro. La riserva e tutti gli habitat presenti sono sottoposti a tutela, lo scenario unico che la contraddistingue è lo sfondo di una storia di altruismo e solidarietà i cui protagonisti sono i cittadini di Vasto che hanno unito tutte le loro forze per soccorrere sette capodogli spiaggiati sulla costa di Punta Penna. Una testimonianza di quello che è in grado di fare una comunità quando è unita. Le istituzioni invece sono state in grado di valorizzare la riserva e i suoi habitat?

La candela di Sgarbi

Chi ha ragione allora, Sgarbi o la procura di Macerata, sulla vicenda del Manetti che, come ha ricostruito Report in diversi servizi, è “molto uguale” ad un’opera rubata in un castello a Buriasco?

Il servizio di Report, dove parla di un frammento di tela rimasto incastrato nel telaio dopo il furto dell’opera, è stato acquisito per la perizia della Procura, “la chiave per ricostruire il mistero del dipinto” l’aveva definito il critico d’arte Alessandro Bagnoli. Un pezzo di puzzle che si incastra perfettamente nel lavoro fatto dal restauratore incaricato dall’ex sottosegretario.
Cosa dice la perizia? Che l’analisi dell’opera sottoposta a sequestro coincide con quella del frammento consegnato dalla signora Buzio e “si ritiene pertanto che sia lo stesso dipinto provento di furto e oggetto di denuncia.”
Prosegue la perizia che nella parte superiore sinistra sono stati realizzati, con pigmenti industriali, nuovi elementi sulla tela originale: la fiaccola accessa, il chiarore attorno ad essa e le stesure che definiscono il contorno della colonna. Tutte aggiunte non originali.
Ma chi ha aggiunto sulla tela quel lume? Si chiama Lino Frongia e Report e andata a chiedergli una sua versione dei fatti: quel lume l’ha messo lui su una tela che gli era stata portata da Sgarbi, non sapeva nulla della provenienza. Era stato invitato dal restauratore Mingardi a Brescia, fu Sgarbi a chiedergli di aggiungere un particolare “l’idea di aggiungere un particolare per far passare altro il quadro mi sembrava demenziale, io non mi faccio pagare per fare ste cose, faccio il pittore”.

La scheda del servizio: Rimetta a posto la candela

di Manuele Bonaccorsi

Collaborazione di Thomas Mackinson e Madi Ferrucci

Riciclaggio, autoriciclaggio e contraffazione di opere d’arte.

La procura di Macerata ha chiuso le indagini su Vittorio Sgarbi, ex sottosegretario alla Cultura del governo Meloni, accusato di aver esposto in mostra e contraffatto un’opera del Seicento su cui pendeva una denuncia di furto. Si tratta della Cattura di San Pietro, del caravaggista Rutilio Manetti, che risultava rubata nel 2013 al castello di Buriasco, in provincia di Torino. Sgarbi aveva esposto a Lucca nel 2021 un dipinto del tutto identico, escluso un particolare: una fiaccola in alto a sinistra. L’inchiesta giudiziaria era nata a partire da un’inchiesta realizzata da Report e dal Fatto Quotidiano nel dicembre del 2023. Nella puntata in onda il 27 ottobre Report rivelerà gli ultimi aspetti ancora sconosciuti della vicenda, emersi dalle indagini condotte del Nucleo di Tutela dei Beni Culturali dei Carabinieri. L’opera rubata a Buriasco e quella di proprietà di Sgarbi sono due diverse copie dello stesso soggetto – come sosteneva Sgarbi – o sono la stessa opera? Qualcuno ha aggiunto la candela? E su ordine di chi?

Il sistema Genova e Liguria

Chi ha portato i voti a Toti alle regionali del 2020?

Il capo di Gabinetto di Toti chiese i voti alla comunità riesina di a Genova, contattando i fratelli Testa, due gemelli che vivono in provincia di Bergamo ma che nel quartiere Certosa di Genova sono di casa.

Uno dei due fratelli (entrambi detenuti al 41 bis) è indagato per voto di scambio aggravato per aver agevolato la mafia: è a loro che Cozzani, il capo di gabinetto, chiede i voti per la lista di Toti.

Siccome a Genova non avevano una casa, l’ex consigliere totiano, oggi candidato con Bucci, mette loro a disposizione una stanza all’hotel Mercure: qui sono stati spesati dall’associazione ciclistica, che ha anticipato i soldi per la permanenza dei fratelli ad Anzalone.

In quei giorni a Genova c’era il giro ciclistico dell’Appennino e Anzalone ha fatto ricorso al tesoriere dell’associazione sportiva per sistemare i Testa a spese dell’associazione. Si è arrivati così ad un conto da 700 euro, per una settimana in hotel.
L’influenza della comunità riesina a Genova è tale da aver importato nel quartiere di Certosa la festa della Madonna della catena: a Riesi questa celebrazione raccoglie migliaia di fedeli dalla provincia per vedere questa Madonna che libera gli uomini dalle catene di ogni oppresione.
Nel quartiere di Certosa questa festività ha scalzato quella del vecchio santo, San Bartolomeo: oggi – racconta Cristian Abbondanza della casa della legalità – quella festività non si celebra più perché, lo ha spiegato lo stesso parroco, veniva usata per incontri di mafia.

L’amministrazione di Toti si è distinta nell’attrarre i turisti, ricorrendo anche a forme pop di comunicazione che, come racconta modo ironico il giornalista Mimmo Lombezzi, andrebbero messi in un museo. Come l’enorme pestello per fare il pesto esposto a Londra nel 2023: un gonfiabile di 6x8 metri che lo scorso anno ha solcato le acque del Tamigi, per promuovere il pesto ligure nel mondo.

Ma a far discutere sono stati anche i 100mila euro dati ad Elisabetta Canalis che, dagli Stati Uniti, ha promosso il mare ligure in uno spot andato in onda durante Sanremo nel 2022, costato in tutto 204mila euro. Una star di Mediaset che da Las Vegas ricorda di essere andata in vacanza in Liguria.
Il servizio sulla Liguria di Toti si occuperà anche della diga foranea, la grande opera davanti al porto di Genova che consentirà l’arrivo di navi sempre più grandi che consentirebbe maggiori guadagni ai terminalisti come Spinelli: è l’opera più importante su cui ha puntato il sindaco Bucci, del valore di 1,3 miliardi di euro.
Soldi pubblici per interessi anche privati di cui Toti e Spinellli parlavano al telefono: il primo rassicurava il secondo in una intercettazione, “la diga è fatta, è già in gara, sappiamo anche chi la fa..”. C’è la gara, per rispettare almeno un po' le regole, ma poi “secondo me vince Salini-Fincantieri” continua al telefono l’ex governatore Toti che sapeva in anticipo il vincitore della gara pubblica, il consorzio guidato da We Build, cioè Salini.



Oggi, dopo l’inaugurazione dello scorso maggio, sembra tutto fermo: un operaio che ha lavorato lì tutta l’estate ha documentato lo stato dei cassoni sul fondale. Già si vedono dei cedimenti strutturali – racconta – “a occhio nudo già si vede che si sta sgretolando.”
Questo servizio è stato accusato di fare propaganda per il centrosinistra, in quanto andrà in onda nel giorno delle elezioni regionali (dopo l’inchiesta su Toti e il patteggiamento col Tribunale): ma Report parlerà anche dei rapporti tra gli imprenditori del porto ed esponenti locali del PD. Ancora una volta viene fuori il gruppo Spinelli: nel 2021 quando chiama Toti e Bucci per farsi rinnovare la concessione per il terminal Rinfuse, Spinelli decide di ospitare sul suo yacht anche l’ex governatore Burlando, assieme al neo eletto consigliere PD Armando Sanna. Report ha incontrato Burlando a Genova all’iniziativa del candidato Orlando, candidato alla presidenza.

Non avrai il mio scalpo” è stata la risposta di Burlando alla domanda sul perché di quegli incontri: “non insista perché mi sta rompendo le palle”, l’ex presidente non ne vuole parlare, l’ho spiegat tante volte.. Se questa è l’alternativa a Toti siamo a posto.
Cosa sia stato il sistema Burlando (che ha sempre avuto buoni rapporti con gli imprenditori portuali) l’ha spiegato bene il giornalista Marco Grasso del Fatto Quotidiano: “il fatto che non sia ben chiaro il ruolo che ha avuto in questa storia è esattamente quello che poi mette in imbarazzo il PD”.
“Io non penso che il PD abbia un conflitto” spiega il candidato Andrea Orlando a Report “il PD dopo questa vicenda deve cambiare anche alcune prassi che secondo me, in un altro contesto potevano anche essere accettate e tollerate ma che oggi sono diventate pericolose..”
Certo, in un altro contesto.

La scheda del servizio: Liguria nostra

di Luca Chianca

Collaborazione di Alessia Marzi

Immagini di Alfredo Farina e Fabio Martinelli

Ricerca Immagini di Tiziana Battisti

Montaggioe grafica di Giorgio Vallati

A maggio scorso Giovanni Toti è stato arrestato per corruzione e finanziamento illecito.

Con Toti finiscono in manette anche l’ex presidente dell'autorità portuale Emilio Signorini e uno dei più importanti terminalisti del porto, Aldo Spinelli, che in cambio di soldi al comitato elettorale di Toti ha ottenuto, secondo la procura, il rinnovo di alcune concessioni. Un terremoto giudiziario che ha portato la Regione Liguria a nuove elezioni. Per capire i nuovi equilibri politici e i nuovi candidati, Report è ripartita dalle ultime regionali del 2020, ripercorrendo, attraverso interviste esclusive ai protagonisti sui rapporti tra la criminalità organizzata e il partito di Toti. A sinistra invece, si deve fare i conti con i rapporti che alcuni esponenti hanno con alcune società del Porto di Genova guidate dall'imprenditore Mauro Vianello indagato anche lui nell'inchiesta su Toti, con l’accusa di aver corrotto l'ex presidente dell'Autorità Portuale Signorini.

Dentro il ministero della Cultura

Cosa è successo dentro il ministero della Cultura in questi ultimi mesi? Si tratta di un ministero sensibile, perché abbiamo il patrimonio culturale più importante al mondo.
Report ha intervistato lo storico dell’Arte Alberto Dambruoso che ha vissuto una storia simile a quella di Maria Rosaria Boccia, la consulente (o forse no) dell’ex ministro Sangiuliano: “ho ricevuto anch’io un incarico che di fatto non è stato poi formalizzato, io non ho avuto il contratto”.
Alberto Dambruoso insegna storia dell’arte all’Accademia di Frosinone, Sangiuliano gli aveva affidato la co-curatela della mostra sul Futurismo anche se, fino a quel momento, non aveva mai avuto rapporti con lui. Tutto nasce da un articolo pubblicato su Il Tempo, il giornale della famiglia Angelucci: la scintilla è la recensione che il critico d’arte Simongini scrive sull’ultimo libro di Dambruoso che ha come tema il futurista Boccioni. Aveva chiesto una recensione su Il Tempo perché questo è un giornale d’aria, di orientamento di destra, perché questo avrebbe potuto facilitare un contatto tra Simongini e il ministro, cosa che effettivamente è avvenuta.
Si arriva così alla possibilità di curare la mostra del Futurismo a Roma, ma costi e scelte artistiche non vanno giù a Sangiuliano – spiega nell’anteprima del servizio Giorgio Mottola – che organizza quindi un comitato organizzatore di cui ne fanno parte il direttore dei musei Massimo Sanna, la direttrice della gallezia nazionale Mazzantini e il presidente del Maxxi Alessandro Giuli. Ma il comitato organizzativo commissaria il curatore e co-curatore: hanno praticato un taglio drastico di oltre 300 opere, con una decisione presa dal comitato organizzatore. Quello che doveva essere il più grande evento culturale del governo Meloni si è rivelato un pasticciaccio infarcito di gaffe farcito da conflitti di interesse e scandali.

L’origine politica del neo ministro Giuli è stata raccontata a Report dal neofascista Rainaldo Graziani, a partire dalla militanza in Meridiano zero, quelli che ogni tanto davano qualche schiaffone a chi gli rifiutava i volantini che tanto non denunciavano perché se lo meritavano (parole di Graziani). In questa rivista l’esperienza neofascista si accompagnava a quelle esoteriche a cominciare dal simbolo, una runa celtica simboleggiante la lotta del bene contro il male. Direttamente dalle SS derivano dei culti arrivati fino a questa rivista, in stile neo pagano come il festeggiamento del solstizio di inverno, “una pratica tuttora in voga” secondo Graziani.
Giuli era una delle figure brillanti – ricorda oggi il fondatore di Meridiano Zero – altrimenti non sarebbe arrivato al ministero.

Ma in base a quali meriti è arrivato fino al ministero della Cultura? Come è stata la sua gestione al Maxxi? Il museo è stato aperto nel 2010, nel corso di una decina d’anno è riuscito ad affermarsi come uno dei più importanti musei dell’arte contemporanea in Italia, arrivando nel 2022 a staccare 300mila biglietti. Numeri che sono crollati durante la presidenza di Alessandro Giuli, nel 2023 gli incassi dei biglietti sono diminuiti del 30% rispetto al 2022 quando la presidente era Giovanna Melandri. Ancor più grave il bilancio delle sponsorizzazioni, i soldi dei privati dati al Maxxi per pagare mostre ed eventi, passati da 1,2 ml nel 2022 a 600mila euro nel 2023 con Giuli.

I conti si fanno alla fine” ha risposto il ministro alla domanda di Mottola aggiungendo che “al momento del mio insediamento ho ricevuto una programmazione che ho lasciato andare fino a conclusione, come diceva qualcuno i conti si fanno alla fine.”

Nelle anticipazioni del servizio si è parlato (e lo ha fatto lo stesso conduttore) di un altro caso Boccia: è la storia del capo di Gabinetto, che si è dimissionato pochi giorni fa, Spano, che ai tempi del governo Renzi (dove era capo dell’ufficio anti discriminazione) era finito indagato dalla Corte dei Conti per essere poi definitivamente assolto. Era stato aiutato nella sua battaglia dall’avvocato Carnabuci, poi diventato suo compagno, che è anche stato assunto come consulente legale dal museo Maxxi (da sei anni, prima della gestione Giuli). Una situazione da conflitto di interesse non dichiarata.
L’avvocato Carnabuci ha preferito non rispondere alle domande del giornalista.

La scheda del servizio: Da Boccia a Boccioni

di Giorgio Mottola

Collaborazione di Greta Orsi

Immagini di Alfredo Farina, Carlos Dias e Cristiano Forti

Ricerca immagini di Alessia Pelagaggi

Montaggio e grafica di Giorgio Vallati

Conflitti di interesse, pressioni, scandali: come se la passa la politica culturale del governo Meloni

Si è dimesso, dopo l’annuncio della puntata di Report, il capo di gabinetto del ministero della cultura Francesco Spano, che era stato l’eminenza grigia nella gestione del Maxxi di Roma durante la presidenza di Alessandro Giuli. Mentre l’attuale ministro della Cultura ne era al vertice, il Museo non ha perso solo migliaia di visitatori ma, come riveleremo in esclusiva, anche milioni di euro di finanziamenti pubblici. A far acqua da tutte le parti sembra essere l’intera politica culturale del governo Meloni, come dimostra la vicenda della mostra sul futurismo. Doveva essere l’evento culturale più importante dell’esecutivo in carica, si sta rivelando un pasticciaccio infarcito di pressioni, conflitti di interesse e di scandali.

L’altra Cutro – la strage nascosta

Dopo la disastrosa e imbarazzante conferenza stampa a Cutro, la presidente Meloni non ha fatto altri incontri coi giornalisti, con domande aperte (a meno delle ospitate a Mediaset in territorio amico). Meglio evitare domande scomode, specie se fatte ad una politica che si dichiara madre e perfino cattolica.

Report è venuta a conoscenza di una seconda strage di migranti avvenuta pochi mesi dopo quella del febbraio 2023 a Cutro, tenuta nascosta per evitare ulteriori imbarazzi: 65 persone morte nel tentativo di attraversare quel bacino d’acqua tra noi e l’Africa.
Sul sito di Report potete trovare un’anteprima del servizio: è il racconto del giornalista di Radio Radicale Sergio Scandura, la sera del 16 giugno, vede uscire una nave della Guardia Costiera italiana dal porto di Roccella Jonica ma, da un certo punto in poi, “non abbiamo ricevuto più nessun aggiornamento”.
Aggiunge Yasmine Accardo, attivista di “Memoria Mediterranea”: “cala il silenzio immediato su questo tipo di strage, noi quando siamo arrivati sul posto non c’era assolutamente nessuno a Roccella Jonica, anche rispetto a Cutro io ricordo migliaia di giornalisti che provenivano da tutto il mondo, in quella situazione era il nulla totale.”
Nemmeno gli operatori presenti al porto di Roccella Jonica sapevano esattamente quello che stava succedendo.
“Ci viene comunicato tramite messaggio che dodici persone erano in arrivo al porto di Roccella Jonica” spiega a Report Cecilia Momi di Medici senza frontiere “di solito ci avverte la Prefettura o la Capitaneria di Porto, quello che scopriamo una volta in banchina è che le persone non erano state soccorse da una imbarcazione in situazione di sicurezza ma erano sopravvissute ad un naufragio .. ”.
Non erano arrivati preparati a gestire quello che poi hanno trovato: “nessuno era preparato, nessuno aveva le informazioni su un naufragio.”
Commenta Sergio Scandura: “tutta l’informazione ormai è blindata, la vita e la morte, il soccorso delle persone in mare è trattato come un segreto di Stato.”
Chi ha deciso questa strategia? Arriva dal Viminale – spiega l’ammiraglio Vittorio Alessandro, “che ha un ruolo politico di controllo e di informazione.”

Come sono andate le cose quella sera del 16 giugno 2022? Quelle morti si potevano evitare? Come mai una barca è rimasta in balia del mare per cinque giorni per essere poi salvata da un diportista francese? Come mai quei naufraghi non sono stati visti da nessuno? Non è facile ottenere risposte, si capisce che c’è una certa tendenza a nascondere le informazioni, sia da parte di Frontex che da parte della Guardia Costiera di Roccella.

La scheda del servizio: La strage nascosta

di Rosamaria Aquino

Collaborazione di Norma Ferrara ed Enrica Riera

Immagini di Chiara D'Ambros, Dario D'India e Marco Ronca

Ricerca immagini di Tiziana Battisti e Eva Georganopoulou

Montaggio di Sonia Zarfati

Grafiche di Michele Ventrone

Una strage, successiva a quella di Cutro, che è stata tenuta nascosta: è il naufragio di Roccella Jonica.

È la notte tra il 16 e il 17 giugno 2024. Una barca a vela di turisti francesi soccorre un’altra barca a vela, quasi affondata, a 120 miglia dalle coste calabresi. A bordo c’erano 12 migranti, solo una piccola parte di un gruppo di 76 persone, un terzo dei quali bambini, imbarcatosi una settimana prima da Bodrum, in Turchia. Una strage. È il naufragio di Roccella Jonica, dal porto dove i superstiti verranno trasportati dalla Guardia Costiera. Da quel momento inizia a calare uno strano silenzio su quelle operazioni. Non tornano i numeri delle salme recuperate, le operazioni di trasporto dei cadaveri recuperati in mare si svolgono di notte in porti distanti tra loro centinaia di chilometri, rendendo difficile alla stampa di documentare il naufragio. I parenti che devono riconoscere i corpi, recuperati nei giorni successivi in mare, sono costretti a fare la spola tra diversi ospedali, ma anche i vivi vengono ricoverati in posti diversi, persino in altre province. Nessuna cerimonia comune, nessun messaggio di cordoglio, nessun comunicato in quei giorni dal Governo. Si voleva evitare l’effetto Cutro? Report, con testimonianze inedite, ripercorre tutte le fasi di quel naufragio, dal primo allarme lanciato da Alarm Phone alla gestione dei superstiti e dei rimpatri.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

24 ottobre 2024

La badante e il professore di Bruno Morchio

C’era questa Natalia che da qualche mese frequentava il Caffè della Posta. Alle due spaccate entrava, si sedeva al tavolo d’angolo, ordinava un cappuccino con tanta schiuma, apriva un libro scritto a caratteri strani e cominciava a leggere senza dare confidenza a nessuno.

Questo La badante e il professore è un ritorno al giallo per lo scrittore ligure Bruno Morchio, autore di una fortunata serie di noir con protagonista il detective dei carrugi, Bacci Pagano.

In questo libro invece l'investigatore, se lo vogliamo chiamare così, è un ragazzetto di 12 anni, Filippo Sarzana, che vive in un piccolo paese sui colli attorno Genova che ogni settimana prende lezioni di italiano da un ex insegante di liceo, il professor Canepa.

A essere sincero, l’idea che il professore avesse accettato di darmi ripetizioni gratis perché la nostra era una famiglia disgraziata non mi riempiva di orgoglio.

A Filippo, chiamato da tutti Sarzanetto, piace andare da questo professore, una specie di istituzione in questo piccolo paese, capace di farlo appassionare ai grandi della letteratura italiana, come Ariosto e i suoi versi per Angelica, come anche le vicende del suo passato, il sessantotto, la contestazione, l'occupazione delle scuole.

Sono anche momenti di distrazione, per sfuggire alla vita familiare difficile dentro cui è cresciuto: un padre perso, caduto in tutti i sensi da un ponteggio, una madre costretta a sgobbare per far studiare i figli e una sorella maggiore, la "secchiona", che ora studia all'università.

Ma in quella casa, del professor Canepa, Filippo incontra anche la "governante" ucraina, Natalia: scappata dalla guerra nel suo paese, aveva trovato lavoro qui, come tuttofare per il professore che si ostinava a chiamarla governante e non badante.

Nonostante quell'aria dimessa, quel voler nascondersi anziché apparire, Natalia aveva qualcosa che faceva ribollire gli ormoni del piccolo Sarzanetto, "certo non era brutta, ma la sua era una bellezza sbiadita, incolore, quasi timorosa di suscitare negli altri una qualunque forma di interesse".

Ma un giorno, di ritorno da una pausa ciottolata nel bar del paese, Natalia e Filippo si trovano davanti il corpo del professore: ucciso da un colpo alla testa col busto di Leopardi.

Chi può aver ucciso questa persona stimata da tutto il paese, da cui erano passati diverse generazioni di studenti?

Filippo si ritrova di fronte, per la prima volta nella sua vita, alla morte, alla consapevolezza di aver perso, e in modo definitivo, qualcuno di importante. Non solo, per la prima volta si trova di fronte alla legge: di questo delitto si occupa il vice questore Lojanocono che, sin dal primo interrogatorio, insinua, nelle domande che pone al ragazzo e a Teresa, la sorella, il dubbio che dietro il delitto ci sia la stessa Natalia.

«Come lo chiamava?» 

«In che senso?» 

«Hai detto che gridava, cosa gridava?» 

«Il suo nome. Ripeteva “Carlo, Carlo, Carlo”...» 

«E quello era il modo in cui lo chiamava di solito?» 

«No, di solito diceva Professorecanepa..»

Anche in paese, un piccolo paese chiuso dove le chiacchiere iniziano a girare e non sempre ispirate a buoni principi, in tanti iniziano a parlare alle spalle di Natalia: eh, le donne dell'est, sono tutte uguali..

No, la sua Natalia, quella donna che gli aveva fatto delle confidenze anche intime, che gli faceva bollire il sangue, non poteva essere l'assassina.

Doveva essere lui a dimostrare la sua innocenza, non poteva lasciarla nelle mani della macchina della giustizia.

Spinto da questo anche ingenuo, ideale di giustizia, inizia così a seguire Natalia nelle sue passeggiate a Genova, la grande città. Cerca una sponda nel cronista locale, Serafino Costamagna, il Costa: un ragazzo vestito in modo "scarmigliato", uno che lavorava per il giornale locale sempre in attesa della grande notizia da seguire. 

Eccola ora servita su un piatto d'argento: la morte di un anziano signore per mano di un assassino da scoprire.

Questa indagine, che ci viene raccontata in prima persona dalla voce di Filippo, costituirà anche un suo percorso di iniziazione, spazzando via quelle illusioni che aveva fino a poco tempo prima: perché la vicenda si mostrerà più torbida di quanto immaginasse, anche l'immagine della sua Natalia verrà sporcata e non dai pettegolezzi della gente della vallata, una zona dell'entroterra genovese spogliata del suo passato industriale.

Chi ha letto i precedenti romanzi di Bruno Morchio potrebbe trovare leggermente spiazzato: in quest'ultimo si fa largo uso dell'ironia, specie per descrivere certi personaggi da "bar" che potremmo trovare in tanti paesi della provincia italiana.

Il baby pensionato che pensa di sapere tutto e che su tutto deve pontificare. Il giornalista che vive solo e la cui macchina è una discarica, chiamato gentilmente dai paesani "scorreggione".

Il razzismo latente nei frequentatori del bar. Il burbero vicequestore di polizia, con la barba sfatta e l'aria stanca.

C'è però, come in altri romanzi, penso a Dove crollano i ponti, il racconto della periferia di Genova, abbandonata a sé stessa dalla fine dell'era industriale, una zona dove non solo crollano i ponti ma anche le aspirazioni e le illusioni delle persone.

E poi c'è Genova, con i suoi tesori tenuti ben nascosti nei palazzi della borghesia bene. 

Lo ha raccontato domenica scorsa Bruno Morchio alla Passione per il delitto: diversamente dagli altri centri storici, a Genova è difficile riconosce il censo delle famiglie dentro un palazzo guardando la facciata. Bisogna andare oltre la facciate dei palazzi, cercare di varcare i loro portoni, farsi invitare dentro per ammirarne le bellezze:

«Quello che invece mi ha sempre colpito della città vecchia è il suo pudore.» 

«Il suo pudore?» 

«Esatto: è piena di bellezze, che però non si lasciano vedere. Dietro portoni che ricordano quelli di una stalla si aprono scale di marmo e pareti decorate con meravigliosi azulejos. [..]»

«Solo che, per vederle» ha proseguito, «bisogna sapere che esistono. La mia idea è che le famiglie aristocratiche avevano paura dell’invidia dei poveri e perciò evitavano di mettere in mostra le bellezze che possedevano.»

Il badante e il professore è una storia di tradimenti, di rancori all'interno della cerchia familiare, rancori e avidità. Ma anche di protezione, prendersi cura tra fratelli, capirete alla fine il perché.

Attenzione, arrivati alla fine non ci sarà una verità consolatoria ad attendervi: alla fine si scoprirà che tutti hanno ingannato e sono stati ingannati, a parte il lettore.

La scheda del libro sul sito di Mondadori e la presentazione dell'autore.

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon