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12 gennaio 2025

Anteprima inchieste di Report – le questioni aperte sulla mafia e il potere delle lobby israeliane

Si torna a parlare di mafia, a Report e non nell’agenda del governo: a due anni dall’arresto di Matteo Messina Denaro (la pupiata) quali conti ancora da saldare ci sono? – si chiede il conduttore Sigfrido Ranucci nell’anteprima della puntata.

Poi il grande tabù italiano, il rapporto mafia e politica: quanti soldi sono stati trasferiti da Berlusconi a Dell’Utri, il fondatore di Forza Italia condannato per mafia. Poi un servizio sulla situazione a Gaza.

Reportlab – la città sottoterra

Coober Pedy è una piccola cittadina vicino Adelaide, in Australia, dove la gente vive sottoterra, a più di 70 metri sotto la superficie.

La scheda del servizio: Una vita sottoterra di Alessandro Spinnato

Collaborazione di Celeste Gonano

Coober Pedy, la cittadina dell’Australia dove la vita si svolge sotto terra.

Sperduta nel deserto dell’Australia meridionale, a circa 850 chilometri da Adelaide, nel mezzo del nulla, sorge Coober Pedy, una piccola cittadina dove la gente vive e lavora sottoterra. Fu scoperta nel 1915 da due cercatori d’oro che, scavando a profondità relativamente basse, trovarono una grande quantità di Opale nobile, una pietra preziosa molto rara e ricercata. Inizialmente luogo di rifugio dei reduci della Seconda guerra mondiale, negli anni cinquanta diventa la meta dei minatori di tutto il mondo ma anche di coloro che scappavano da stili di vita nei quali non si riconoscevano. È uno dei posti più torridi al mondo. Per sfuggire al caldo e alle fredde notti invernali, i suoi abitanti hanno deciso di costruire delle case scavando nel sottosuolo. Si vive sottoterra, si lavora sottoterra e sempre sottoterra si va in chiesa. Con le telecamere di Report siamo scesi a 70 metri di profondità per capire come lavorano i cercatori di opale, conoscere le loro difficoltà ma anche il loro stile di vita.

I conti aperti con la mafia

Al funerale di Berlusconi, due anni fa, tanti politici erano lì in Duomo, ad ascoltare l’omelia dell’arcivescovo su questo uomo politico, tanto potente quanto divisivo. Ancora oggi. Lo si ama o lo si odia.

Nonostante i processi, uno aperto come mandante per le stragi di mafia del 1993, nonostante la condanna per frode (scontata coi lavori sociali), nonostante l’aver governato il paese come una sua azienda, a Berlusconi sono stati concessi funerali di Stato, un francobollo, l’aeroporto di Milano.

Chi lo ama gli ha perdonato tutto, anche di aver scelto come fondatore del suo partito un manager come Dell’Utri, il ponte con la mafia.


Nonostante il costante tentativo della politica di cancellare i fatti avvenuti in Italia nella stagione 1992-93, le indagini sono ancora aperte come aperti sono alcuni punti su queste stragi: per esempio la donna che è stata vista nei luoghi delle stragi di Firenze e Milano, presenze che non c’entrano coi mafiosi
In via dei Georgofili una donna è stata vista da testimoni oculari abbandonare il veicolo che esplode – racconta a Report il procuratore di Lagonegro Gianfranco Donadio e a via Palestro a Milano più di un teste descrisse l’allontanamento di una donna dalla Fiat Uno che esplose, “questa pista appare ovviamente alternativa alla presenza esclusiva dei mafiosi nella campagna stragista del 1993-94”.
Nel 2023 nuovi collaboratori di giustizia parlano di Dell’Utri: il calabrese Girolamo Bruzzese racconta che il contatto con la cosca dei Piromalli per Silvio Berlusconi ce l’aveva Marcello Dell’Utri mentre Emanuele Celona di Gela rivela che Pippo Scaduto nel 2000 e i fratelli Manuello nel 1996 hanno indicato in Dell’Utri la persona dietro a cosa nostre in relazione alle stragi del 1993-94.

E’ possibile dire che dietro le trame che hanno provocato le stragi del 1993 non ci sono solo mafiosi ma anche soggetti diversi: secondo il pm Luca Tescaroli i soggetti esterni a cosa nostra hanno fortemente voluto quelle stragi, soggetti appartenenti al mondo imprenditoriale, finanziario, economico e politico – istituzionale.
Nel giugno 2023 l’ex generale Mario Mori è stato interrogato dai pm fiorentini (che hanno riaperto il fascicolo sulla strage di Firenze) ma si è avvalso della facoltà di non rispondere, su Dell’Utri ha sempre avuto parole di comprensione. In una intercettazione del 9 maggio 2012 il colonnello DE Donno, ex collaboratore di Mori al Ros, chiamava Dell’Utri, poche ore prima la Cassazione aveva annullato la sentenza della Corte d’Appello che lo condannava a sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Il colonnello è felice: “nonostante tutto in questo paese c’è ancora speranza, senatore”. Lo stesso DE Donno il giorno dopo chiama Mori che sulla sentenza della Cassazione commenta “è una mazzata terrificante per loro, son contento per lui”, De Donno risponde “alla faccia dei palermitani” (intendendo i pm dell’accusa).
Dell’Utri verrà poi condannato due anni dopo ma nel 2023, assieme a De Donno e Mori, è stato invece assolto nel processo sulla trattativa stato-mafia, alla faccia del pm palermitano Nino di Matteo.
Che a Report commenta: “questa assoluzione non significa come alcuni organi di stampa vogliono far credere che è stata riconosciuta l’estraneità di Dell’Utri dal contesto mafioso. Dell’Utri ha scontato una pensa per concorso esterno in associazione mafiosa e quel concorso è consistito proprio, secondo la sentenza definitiva di condanna, nella sua intermediazione costante fattiva e importante dei rapporti tra i vertici di cosa nostra e Silvio Berlusconi.”
L’evento che aiuta a comprendere la portata dell’accusa – continua Di Matteo – ed è il decreto Biondi del 1994 che portò alla scarcerazione di diversi mafiosi.

Lo scorso ottobre, intervistato dal settimanale Sette, Dell’Utri raccontò che poco prima di morire Berlusconi lo convocò ad Arcore chiedendogli di rifondare Forza Italia “e tu mi devi dare una mano a selezionare i candidati”, come 30 anni prima, come se non fosse successo nulla nel frattempo.

In una recente intervista durante l’inaugurazione di un Mondadori store a Roma l’ex senatore spiegava di non seguire più la politica e di non poter dare un giudizio su questo governo. Lo scorso luglio Piersilvio Berlusconi alla presentazione dei palinsesti aveva detto che un conto era avere una FI di resistenza un altro conto un partito di sfida. Un messaggio duro a Tajani: ma il giovane Berlusconi vuole entrare in politica? Paolo Mondani lo ha chiesto all’ex deputato Cicchitto “non glielo consiglierei, anche un partito personale e anche un partito espresso da un business poi scendendo in politica diventa un partito e quindi deve sempre equilibrare il quadro, non è possibile in Italia un governo di estrema destra ma anche un governo spostato a destra deve avere un centro fortissimo. Questa è l’intuizione di Piersilvio Berlusconi.”
Tradotto, Piersilvio vuole riconquistare i voti del centro regalati a Fratelli d’Italia ma per svecchiare il partito userà le conoscenze di Dell’Utri, consigliere del padre, che ha sofferto per lui tanto da provare a volerlo graziare dal presidente della Repubblica.
La procura della Repubblica di Firenze ha interrogato l’ex ministro (ed ex presidente dell’ARS siciliana) Micciché nel 2023 a proposito di un incontro avvenuto col leader di Italia Viva Matteo Renzi a Firenze il 15 ottobre 2021.
Berlusconi aveva chiesto più volte a Renzi di votare per un presidente che avesse concesso la grazia a Dell’Utri e ad ottobre 2021 ci si preparava alla successione di Mattarella (poi rieletto presidente). Micciché mette a verbale che Renzi sembrava disponibile a questa richiesta e riferì la buona novella a Dell’Utri. Né Renzi né Micciché hanno voluto rispondere alle domande di Report su questo punto.
Ma ne ha voluto parlare Cicchitto, che è stato coordinatore di FI prima di Micciché: “Berlusconi aveva una singolare illusione, se eleggeva Giuliano Amato questo gli avrebbe potuto portare alla grazia o nei confronti di Dell’Utri o nei confronti di sé stesso. Io gli dissi sempre che era sbagliato, la cultura e la preparazione di Giuliano Amato erano in proporzione inversa rispetto al suo coraggio, ma la grazia non l’avrebbe mai concessa..”

La scheda del servizio: IL SIGNOR D di Paolo Mondani

Collaborazione Roberto Persia

Nuovi retroscena emergono dalla storia recente italiana, rivelando l'intreccio tra politica, crimine e affari che ha segnato il nostro paese. Attraverso le indagini della Procura di Firenze sulle stragi e gli attentati del 1993-1994, emergono nuovi dettagli sul ruolo di Marcello Dell’Utri, ancora sotto inchiesta per strage. Al centro della vicenda anche una "montagna di denaro" che getta nuova luce sulle origini dell'impero del Cavaliere. Una storia densa di misteri, potere e denaro, che ha cambiato per sempre il volto dell’Italia.

La situazione a Gaza

Non dobbiamo abituarci a quanto sta succedendo a Gaza: i bambini che muoiono per il gelo e per l’assenza di cure, le morti civili, in maggior parte donne, anziani e bambini. I bombardamenti di scuole e ospedali col pretesto che nascondano dei terroristi.



Non è la popolazione civile colpevole della strage del 7 ottobre in territorio di Israele compiuta da Hamas: possiamo chiamarlo come ci pare, ma queste stragi di civili, comprese quelle di Hamas, non sono più accettabili.

Report torna ad occuparsi di Gaza dove oggi buona parte della popolazione è bloccata dentro campi profughi, vive dentro le tende che non sono nemmeno attrezzate per l’inverno e dove nemmeno sono al sicuro dalle bombe dell’esercito israeliano.

Come a Deir Al Balah dove i bambini giocano nel fango, letteralmente, dove le persone sono alle prese con tende da cui filtra l’acqua, molte nemmeno sono più utilizzabili. Dove mancano le coperte per riscaldarsi.

Qui, nelle condizioni mostrate dal servizio di Report, vivono da mesi decine di migliaia di palestinesi: con la pioggia si rischia anche di rimanere annegati dentro queste strutture provvisorie – è la testimonianza di una donna di questo campo che vive in tenda con tre bambini – “di notte fa freddissimo, tutte le coperte sono fradicie di pioggia”.

Oltre al fango e al freddo nelle tendopoli i palestinesi di Gaza devono combattere contro i bombardamenti dell’esercito israeliano che sono proseguiti anche dopo capodanno in modo indiscriminato.

Sono circa 45 mila le vittime civili palestinesi, ma una stima di The Lancet parla di almeno 70 mila vittime, la stragrande maggioranza dei quali civili inermi. Per queste morti il Tribunale internazionale ha emesso un mandato di arresto per il premier israeliano Netanyahu con l’accusa di crimini contro l’umanità. La Corte internazionale di Giustizia ha invece avviato un procedimento contro Israele per genocidio. Le scene che verranno mostrate dal servizio di Report di bambini feriti si ripetono da più di un anno e non trovano parole per commentarle.

Il governo israeliano continua a sostenere che in questa guerra si stiano colpendo quasi esclusivamente soggetti legati ad Hamas, quindi guerriglieri: “tra i pazienti che assisto io ogni giorno no” racconta l’infermiera di Medici senza frontiere Cristina Contù che lavora al Nasser Hospital “io vedo tantissimi bambini, tantissime donne, persone normali che abitavano in abitazioni come le nostre e che si ritrovano a vivere in condizioni disumane.”
Le cose rispetto a qualche mese fa le cose stanno peggiorando: “la popolazione non ha accesso all’elettricità e nemmeno all’acqua potabile, non hanno più pane né farina. Io ho lavorato anche in altre zone di guerra ma credo che questo sia un contesto unico e particolare.”
Il peggior contesto bellico a cui Cristina Cont
ù ha assistito: “le persone non hanno via di fuga, sono rinchiuse qui dentro e oltre ai blocchi umanitari, Israele ci impedisce l’evacuazione medica, abbiamo chiesto l’evacuazione medica di 8 bambini poche settimane fa e c’è stata rifiutata.”

L’infermiera prosegue il suo racconto: “i bombardamenti sono all’ordine del giorno, anche qui nella zona umanitaria che dovrebbe essere la zona dedicata alla popolazione, dovrebbe essere considerata la zona più sicura. Mentre noi continuiamo a ricevere pazienti vittime di questi attacchi, pazienti con fratture, bambini che arrivano e a cui dobbiamo amputare gli arti, gambe, braccia. E con il materiale che scarseggia a volte non riusciamo neanche a garantire gli interventi a tutti i pazienti. La rabbia che abbiamo è che le nostre forniture sanitarie sono a pochi km di distanza perché sono purtroppo bloccate alla frontiera.. garze bende, paracetamolo, antibiotici, tutto il materiale di cui abbiamo bisogno per garantire le cure sanitarie adeguate.”
Chi blocca queste forniture?
“I blocchi sono causati da Israele: bloccano anche dispositivi medici come i concentratori di ossigeno o anche solo le pompe per potabilizzare l’acqua che vengono considerati articoli a doppio uso, quindi non solo ad uso medico ma che potrebbero essere usati anche per altri scopi e quindi Israele non ce li fa arrivare.”

Come è possibile che tutto questo avvenga sotto i nostri occhi, senza nessuna presa di posizione netta contro il governo di Israele, se si escludono poche minoranze, tra cui il papa?
La risposta sta nel potere delle lobby che difendono gli interessi del governo di Israele: una di quelle più importanti, che si è insediata anche a Bruxelles di cui si occuperà il servizio di Giorgio Mottola è il
Transatlantic Institute, costola della statunitense American Jewish Commitee.



Marco Scurria, senatore di FDI è presidente del Transatlantic Firends of Israel: “l’American Jewish Commitee è una associazione che promuove questo gruppo nei luoghi decisionali, ma non è la stessa cosa”.
Una lobby dunque, un gruppo di pressione come ne esistono altri: ma il Transatlantic Institute è molto più di una associazione, è iscritto nel registro delle lobby di Bruxelles e incontra regolarmente rappresentanti delle istituzioni europee, lo scorso anno ha gestito ufficialmente un budget di 700mila euro, non dichiara da dove arrivino i soldi ma dai bilanci americani le entrate sembrano dipendere essenzialmente dalla casa madre statunitense,
l’American Jewish Commitee.
Chi finanzia questa lobby americana? Il presidente Scurria non ha avuto interesse a chiarire questo aspetto, “è American quindi non mi interessa”, anche se poi questi finanziamenti arrivano al ramo europeo ovvero Il Transatlantic Institute.
L’AJC ha inviato lo scorso anno in Europa 3,3 ml di euro per attività di advocacy: da quando ha aperto nel 2005 gli uffici della filiale a Bruxelles l’organizzazione americana ha finanziato finora attività lobbistiche in Europa per 44,5 ml di dollari, cifre destinate a salire visto che l’AJC possiede beni per oltre 250ml di dollari e dichiara entrate per 80 ml di dollari che dipendono soprattutto da fondi di beneficenza dai miliardari americani ebrei.

David Cronic è un giornalista ed autore del libro “The Israel lobby and European Union”: “è stato dopo l’attacco alle Torri Gemelle che le lobby filoisraeliane si sono rese conto che dovevano estendere la loro area di influenza anche oltre oceano e così molte organizzazioni che sostengono Israele hanno iniziato ad aprire, quasi contemporaneamente, uffici a Bruxelles e nelle principali capitali europee. L’AJC è stata la prima a capire chiaramente che sarebbe stato fondamentale essere presenti a Bruxelles.”

La scheda del servizio: QUESTIONE DI LOBBY di Giorgio Mottola

Collaborazione Greta Orsi, Silvia Scognamiglio

Mentre prosegue il massacro di palestinesi nella striscia di Gaza, l'Europa ha assunto una posizione di aperto appoggio a Israele. Il rapporto tra le istituzioni europee e il governo dello Stato ebraico è molto cambiato a partire dagli anni 2000 quando a Bruxelles hanno aperto la propria sede molti gruppi di pressione a favore di Israele che in breve tempo sono riusciti a mettere radici nel Parlamento e nella Commissione europea.

Come si vive a Caivano

Al parco Verde di Caivano sono stati trasferiti alcuni abitanti di alcuni quartieri di Napoli dopo il terremoto dell’Irpinia: doveva essere una sistemazione provvisoria e invece queste persone vivono ancora dentro queste abitazioni che avrebbero bisogno di manutenzione. Per togliere le infiltrazioni di umidità dai muri, dal tetto. Tutti lavori a carico delle famiglie.

La scheda del servizio: PROMESSE MANCATE di Luca Chianca

Collaborazione Alessia Marzi

Alla fine di novembre nel Parco Verde di Caivano 36 famiglie vengono sgomberate dalle case che avevano occupato da decenni senza diritto. Costruito negli anni '80 dopo il terremoto dell'Irpinia, il Parco diventa un caso nazionale solo dopo l'ennesima tragedia che si è consumata poco distante dal quartiere. I genitori di due cuginette di 10 e 12 anni denunciano ai carabinieri che le bimbe sono state violentate per mesi da nove ragazzi del posto, sette dei quali minorenni. Don Patriciello, parroco del Parco verde, lancia un appello a Giorgia Meloni che in breve tempo interviene facendo di Caivano un modello che vorrebbe esportare nelle altre zone degradate dell’Italia. Siamo andati a vedere cosa è stato fatto e se il modello funziona davvero.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

23 luglio 2014

Colpo di sole (reloaded)

Il presidente della repubblica è stato chiaro nel suo monito alla stampa: non c'è nessun rischio autoritario dentro le riforme.
"Non vado oltre sul tema, per rispetto verso i lavori, ormai in fase avanzata, dell’Assemblea del Senato. Ma rivolgo un pacato e fermo appello a superare un’estremizzazione dei contrasti, un’esasperazione ingiusta e rischiosa – anche sul piano del linguaggio – nella legittima espressione del dissenso. E per serietà e senso della misura nei messaggi che dal Parlamento si proiettano versi i cittadini, non si agitino spettri di insidie e macchinazioni autoritarie. Né si miri a determinare in questo modo un nuovo nulla di fatto in materia di revisioni costituzionali".

Non solo non si disturbi il manovratore verso il governo del primo ministro, ma il presidente ha pure sdoganato la riforma della giustizia da fare assieme a B, definito "interlocutore significativo" perché ha elogiato i magistrati che l'hanno assolto in appello per il processo Ruby.
E se veniva (ri)condannato? Diventava interlocutore ancora più significativo?

Nel frattempo i magistrati di Palermo depositavano nuovi atti per il processo sulla trattativa.
I dialoghi tra Fede e il personal trainer Gaetano Ferri dove si parla dei rapporti tra Dell'Utri e Berlusconi, i soldi dati da quest'ultimo all'ex senatore, i conti esteri, la mafia

"Guarda a Berlusconi cosa gli sta mangiando. Perché lui è l'unico che sa... Ti rendi conto che ci sono 70 conti esteri, tutti che fanno riferimento a Dell'Utri?".

"C'è stato un momento in cui c'era timore ... - racconta Fede - Che loro hanno messo Mangano (il boss morto in carcere noto come lo stalliere di Arcore, ndr) attraverso Marcello (Dell'Utri, ndr)". "La vera storia della vicenda Berlusconi - prosegue - ...mafia, mafia ...soldi, mafia, soldi...Berlusconi". "Sì, sì - aggiunge Fede - Dell'Utri era praticamente quello che investiva... Chi può parlare? Solo Dell'Utri". "Mangano era in carcere. Mi ricordo che Berlusconi arrivando - dice Fede riportando una sorta di dialogo tra Berlusconi e Dell'Utri - ..'hai fatto?'...'sì sì..gli ho inviato un messaggio..gli ho detto a Mangano: sempre pronto per prendere un caffè". "Era un messaggio per rassicurare lui su certe cose che non so..- spiega a Ferri - E devo dire che questo Mangano è stato un eroe. E' morto per non parlare".

E poi ancora le cene eleganti, Ruby:

«Lui (Berlusconi) lo sa che gli voglio bene, non può pensare che io lo tradisco... Io so tutto di lui, quando scopava, dove scopava, con il dito... Mi chiamava all'una e mezza di notte...».

Agli atti depositate anche le intercettazioni di Riina nel carcere di Opera dove il boss spiega che Borsellino era intercettato:

“Sapevamo dove dovevamo andare… perché lui gli ha detto… domani, mamma, domani vengo”. Nel cortile del carcere di Opera, conversando con il suo compagno di “aria” Alberto Lorusso, il boss Totò Riina alza il braccio sinistro e lo porta tra la bocca e l’orecchio, mimando il gesto di prendere il telefono: “Gli ha telefonato… va bene… Sapevo che ci doveva andare alle cinque”.
E viene fuori una vecchia indagine che aveva coinvolto un tecnico dell'Elte, processo poi finito con delle assoluzioni.

Sempre per il processo sulla trattativa, anche nuovi documenti sul generale Mario Mori e il suo passato negli anni della strategia della tensione:

"Il ruolo del generale Mori L’amicizia con Vito Miceli, il suo allontanamento dal Sid per ordine di Maletti con il divieto di restare a Roma “fino alla fine del processo sul golpe Borghese”, il ritorno nella capitale a capo dell’antiterrorismo il giorno del sequestro Moro. In mezzo l’inchiesta sulla “Rosa dei Venti” del pm Giovanni Tamburrino che chiede ai colleghi romani una fototessera di Mori che non riceverà mai, per l’avocazione dell’indagine a Roma, fatta da Claudio Vitalone. Chi è davvero Mario Mori? È il geniale investigatore al quale storici, politici e una certa antimafia attribuisce la fine dello stragismo oppure è un enigmatico ufficiale dell’Arma che nasconde nel suo passato i buchi neri della strategia della tensione?"
Ma tanto adesso Renzi ha desecretato le carte sui misteri italiani, no? Adesso il governo si impegnerà a fare luce sulla strage di via d'Amelio.
O forse no, perché è troppo impegnato nell'approvazione della grande riforma che nno si può criticare, per cui ha precettato i senatori dalle 9 a mezzanotte.
Sempre che, alla fine, non si decida di mettere la ghigliottina. O arrivare alle elezioni anticipate.

Si, ha ragione ministro: abbiamo tutti preso un colpo di sole.

15 settembre 2008

Blu notte: mafia e politica

Blu notte: mafia e politica
La storia di un mostro che muta, cambia aspetto, che si introduce in un organismo e ne sfrutta le debolezze.
La mafia, che si è innestata nel punto debole del nostro sistema, la politica.

Il lungo rapporto tra mafia e politica (una serve all'altra come il pesce con l'acqua ebbe a dire l'ex boss Nino Giuffrè): una storia iniziata col primo omicidio politico eccellente, quello del marchese Emanuele Notarbatolo il 1/2/1983.

Ucciso dal capomafia di Villabate su commissione dell'onorevole Salvatore Palizzolo.
Perchè? Perchè era un politico (esponente della destra storica) "con cui non si poteva trattare", intransigente a corruzioni e ruberie. Altri politici faranno la stessa fine (Piersanti Mattarella, Giuseppe Insalaco, o magistrati come Rocco Chinnici ..) perchè persone con cui non si può parlare.

Di mafia parla per la prima volta la relazione di Franchetti e Sonnino: "la mafia è una istituzione sociale a se stante .. con stretti rapporti con uomini politici". Sembra scritto oggi.
E di mafia se ne occupa con metodo militari, il prefetto di ferro Cesare Mori, inviato da Mussolini sull'isola per debellare la mafia.

Arriva a fare numerosi arresti, scioglie il fascio di Palemo ma, quando vuole affrontare il capitolo mafia e politica (fascista), viene deposto nel 1929.
Nel 1943 gli alleati sbarcano sull'isola con l'aiuto dei mafiosi siciliani, che ritornano nei loro paesi dal confino.

Di OSS, Cia e dei legami con la mafia Lucarelli ne ha parlato in un altra puntata di Blu notte.
I mafiosi usati, come Salvatore Giuliano, come mano militare dall'esercito separatista. La strage di Portella della Ginestra ...

L'ingresso nella DC.
Ottenuto lo statuto speciale per la Sicilia la mafia sceglie di entrare nelle varie correnti della DC.I personaggi che fanno da legame tra stato e antistato sono Vito Ciancimino, legato alla famiglia dei Corleonesi.
E Salvo Lima, legato ai mafiosi di Stefano Bontade, che nel 1968 entra nella corrente andreottiana della DC.Che Lima avesse legami con la mafia "lo sapevano tutti". Come dei rapporti con i mafiosi dei cugini Salvo, i signori del 10%.Viene nominato parecchie volte dalle relazioni della Commissione Antimafia.
Paolo Sylos Labini, che non voleva lavorare a fianco di quesro personaggio, diede un aut aut a Moro: Moro rispose che "non se la sentiva di sostituire Lima. E' troppo forte e troppo pericoloso".

Negli anni 60 inizia, in seguto alla speculazione edilizia a Palermo ("il sacco di Palermo") la prima guerra di mafia. Una guerra, per la gestione degli appalti edilizi, che lascia sul terreno un centinaio di morti.

Morti non solo tra i mafiosi, come testimonia la strage di Ciaculli del 30/6/1963.
Strage che darà impulso alla nascita della prima Commissione Antimafia e ai primi processi ai boss. Processi che porteranno alla assoluzione dei mafiosi: "la mafia non esiste", si dice a Bari nel 1969, nè sulle strade nè in politica.Eppure esiste il voto mafioso: basterebbe controllare la percentuale di schede nulle o bianche nei seggi attorno a Palermo ..

Nel 1968, Salvo Lima entra nella corrente di Andreotti: con lui entra la mafia di Salemi.Andreotti è stato 7 volte presidente del Consiglio, 8 volte ministro della Difesa: per lui è stata questa l'autorizzazione a procedere ben 27 volte.
Tommaso Buscetta parla, nel 1984, di legami con uomini politici della mafia. Con Falcone non fa il nome di questo uomo "di primo piano". I tempi, dice, non sono ancora maturi.
Buscetta farà il nome di Andreotti, come referente politico di Cosa Nostra, solo nel 1992: dopo che è caduto il muro di Berlino, sono mutati gli equilibri internazionali (l'anticomunismo non è più all'ordine del giorno); ci sono stati gli attentati a Falcone Borsellino (e alle loro scorte).
C'è stata Tangentopoli.
C'è stata la seconda guerra di Mafia: la Mattanza, il colpo di stato interno dei corleonesi.
E Buscetta parla: dei legami di Andreotti con Bontade; con Michele Sindona per il riciclaggio del denaro; del tentativo di bleccare la sentenza del maxi processo; dell'omicidio di Piersanti Mattarella; del rapimento Moro; dell'omicidio di Mino Pecorelli.
Altri pentiti dicono che Andreotti è "punciuto" e parlano del bacio con Riina ...

Ce ne sarebbe abbastanza per decretare la fine politica: nel 1994, arriva il rinvio a giudizio a Palermo.
E inizia il processo del secolo: dopo i tre gradi di giudizio si arriva nel 2004 alla sentenza di Cassazione.
Che non parla di assoluzione, come falsamente si afferma.

Almeno fino alla primavera del 1980, la sentenza parla di continuativi rapporti con la mafia, cui Andreotti diede disponibilità politica.
Per il resto, Andreotti viene assolto con formula dubitativa (ex insufficienza di prove).Andreotti ha incontrato mafiosi; ha avuto rapporti con Michele Sindona; sapeva che Lima, i cugini Salvo e Cianciminoo fossero mafiosi; sapeva dell'omicidio in programma di P.Mattarella ....
Questo è Giulio andreotti.

La guerra allo stato.
Dopo il 1993 cambia lo stato e di riflesso cambia la mafia. Lo Stato inizia una seria opera di opposizione alla mafia: era iniziata negli anni 80 con le nuove leggi di contrasto; con i pentimenti che portarono al maxi.La mafia, i corleonesi, reagiscono con le bombe: le stragi del 1993 hanno una doppia valenza, spiegava il magistrato Scarpinato.Sono un messaggio politico, per la trattativa con lo stato.Sono anche un tentativo terroristico di destabilizzare il paese in vista delle elezioni.
La mafia cerca inizialmente di diventare anche soggetto politico, con i vari movimenti per l'autonomia (la Lega Meridionale di Bagarella), sulla scia di quanto accadeva al nord con la Lega.

D'altronde, in quegli anni il politologo della Lega Miglio sosteneva che "andava istituzionalizzata la mafia".E la stessa cosa pensava la mafia.
Ma in quegli anni muta anche lo scenario politico, con la nascita di nuovi partiti. Come Forza Italia dell'imprenditore Silvio Berlusconi.Dietro il partito ci sono personaggi come Marcello Dell'Utri: siciliano trapiantato a Milano; amico del boss Gaetano Cinà.

Nel 1974 Dell'Utri arriva a Milano, su invito dell'allora costruttore Berlusconi, che sta costruendo Milano 2.
A Milano, Dell'Utri porta con se Vittorio Mangano, come fattore per villa S. Martino a Arcore.Vittorio Mangano, di cui Blu Notte si è già occupata con la "Mafia del nord" lavora nella villa fino al 1976.
Vittorio Mangano, non è una persona normale: frequenta a Milano personaggi come Gerlando Alberti; sospettto di essere mafioso, legato al traffico di droga.

Mangano è stato condannato nel maxi-processo per traffico di stupefacenti e nel 1999-2000 subisce altri 2 ergastoli.Interrogato dai magistrati di Palermo, nel processo a Dell'Utri e Berlusconi ha "eroicamente" resistito, senza fare il nome del suo ex datore di lavoro.
Un eroe?

Capita anche questo, nell'Italia di oggi.Il processo a Dell'Utri, ritenuto dai magistrati di Palermo come il nuovo riferimento per la mafia nel nord, inizia nel 1996: la procura ritiene che Dell'Utri sia organico alla mafia da 30 anni; sia stato usato dalla mafia per infiltrarsi nel tessuto economico del nord; ha avuto relazioni con boss mafiosi, i bontade prima, i corleonesi poi.

Il gruppo Fininvest subì degli attentati, intimidazioni da parte della mafia: una bomba scoppiò sotto la sede a Roma.In una intercettazione tra Dell'Utri e Berlusconi, parlano di "una bomba collocata con grande rispetto, quasi con affetto".La mafia cercava di usare F.I. come nuovo riferimento politico.
Il processo a Dell'Utri, termina in primo grado nel 2004 con la condanna a 9 anni.

I nuovi Vicerè.
Ultimo politico in questa lunga carrellata è Totò cuffaro, ex presidente della Regione Sicilia, condannato per l'inchiesta sulle talpe alla Dia, a 5 anni.
Un ex presidente del Consiglio.L'attuale presidente, il fondatore del suo partito.Un ex presidente di regione.Ma ci sono anche giudici di Cassazione come Corrado Carnevale; agenti dei servizi come Bruno Contrada; altri politici come l'ex DC Mannino.

Un lungo viaggio, in realtà un lungo incubo, che potrebbe essere spezzato se le sentenze in Appello o in Cassazione ribaltassero le condanne di primo grado.
Almeno per Dell'Utri e Cuffaro. E scoprissimo che in realtà era solo un brutto sogno. Tra la Cosa nostra e politica italiana, non esiste nessun rapporto.
Technorati: ,

22 maggio 2007

Sofri vs. Luttazzi

Galeotta fu un'intervista della moglie di Luca Sofri, Daria Bignardi, al senator Marcello Dell'Utri.
Nella quale, tra le altre cose, diceva che "che il suo giornalista preferito è Luca Sofri."

Fin qui nulla di male.

Luttazzi fa notare che nell'intervista, D'aria cominciò dicendo:-Non parliamo dei suoi processi.- Fammi capire: chiami Dell'Utri per non fargli l'unica domanda che gli devi fare?

Sofri risponde in modo eloquente: "Scemo e più scemo" intitola il suo post:
"Scusate se vi annoio, ma siccome quel fesso di Travaglio e il suo amico (ex mio) Luttazzi (delle cui perdite di equilibrio non smetto di rammaricarmi) vanno scorgendo losche trame in una battuta di Marcello Dell'Utri di un anno fa di cui ridiamo da allora anche in famiglia".

Nel post ridimensiona la vicenda del giornalista preferito di Dell'Utri. D'accordo.
Ma non dimentichiamoci che il tutto nasce dalla lettera di Travaglio a Beppe Grillo (scemo pure lui?), nella quale si segnalava il fatto che la condanna a 2 anni per tentata estorsione al senatore (e fondatore di Forza Italia) fosse passata sotto silenzio.
Parafrasando una vecchia pubblicità, "Dell'Utri: L'uomo di cui è meglio non chiedere mai".

24 aprile 2012

Il mediatore con la mafia


Il senatore Marcello Dell'Utri è stato il «mediatore» dell'accordo protettivo per il quale Berlusconi, in «posizione di vittima», pagò alla mafia «cospicue somme» per la sua sicurezza e quella dei suoi familiari. Lo ha scritto la Corte di cassazione nelle motivazioni della sentenza che ha annullato con rinvio la condanna per concorso esterno in associazione mafiosa al politico palermitano.
E ancora:
secondo la Cassazione i giudici della Corte d'appello di Palermo hanno valutato in maniera «corretta» le «convergenti dichiarazioni» di più collaboratori sul tema «dell'assunzione, per il tramite di Dell'Utri» dello stalliere Vittorio Mangano «ad Arcore, come la risultante di convergenti interessi di Berlusconi e di Cosa Nostra». Viene ritenuta provata anche la «non gratuità dell'accordo protettivo, in cambio del quale sono state versate cospicue somme da parte di Berlusconi in favore della mafia». Ancora, si legge, che l'ingaggio di Mangano «indipendentemente dalle ricostruzioni dei cosiddetti pentiti, è stato congruamente delineato dai giudici di merito come indicativo, senza possibilità di valide alternative, di un accordo di natura protettiva e collaborativa raggiunto da Berlusconi con la mafia per il tramite di Dell'Utri che, di quella assunzione, è stato l'artefice grazie anche all'impegno specifico profuso da Cinà». [corriere online]



Parliamo di Marcello Dell'Utri, senatore della repubblica, e di Silvio Berlusconi, ex presidente del Consiglio nonchè presidente del Pdl (e sempre in senato, c'è il presidente Schifani indagato per concorso esterno).
Non ho altre parole da aggiungere.

16 marzo 2012

Servizio pubblico - la verità

Quanti cittadini (al di sopra di ogni sospetto) hanno avuto a che fare con la mafia ? - l'esordio della scorsa puntata di Servizio pubblico sulla strage di via D'Amelio.
Il riferimento era alla sentenza della Cassazione sul processo Dell'Utri: in risposta a Ferrara, Santoro ha ricordato che quando si tratta di condannare uno, si deve capire cosa ha fatto e perchè. Ma Riina e Dell'Utri devono essere trattati, nel processo allo stesso modo, secondo gli stessi criteri.
Santoro ha poi ricordato le parole di Libero Grassi, ucciso perchè lasciato solo nella sua denuncia delle complicità tra mafia e politica.
"Come si riconosce un buon politico? Basta vedere come ha raccolto i voti"

"Libero Grassi avrebbe voluto due cose: che ci fosse una legge che punisse chiunque avesse delle relazioni sistematiche con i mafiosi e che ci fosse una politica con delle regole per espellere i politici collusi"
Santoro, a proposito delle prove di colpevolezza contro Dell'Utri ha ricordato le parole del finanziere Rapisarda, presso cui lavorò per qualche anno Marcello dell'Utri e il fratello.
E parlò ai magistrati degli incontri di Dell'Utri con Stefano Bontade, parole a cui il senatore PDL ha risposto dicendo che nel palazzo di via del Perdono a Milano era Rapisarda ad incontrare la mafia.
E dove si è fatto il primo circolo di  Forza Italia? Proprio in via del Perdono. In un altro paese sarebbe stato il putiferio. In Italia l'opinione pubblica ha scelto proprio di votare Dell'Utri al Senato.
Il problema è che in Italia non esiste una stampa e dei TG indipendenti dalla politica e così la storia sono i Ferrara, mentre il servizio pubblico siamo noi, sfigati e poveretti.

La verità sulle stragi, la verità sulla trattativa stato mafia.

Le parole della moglie di Paolo Borsellino, sulle immagini del fumo di via D'Amelio

“Spesso usciva da solo per passeggiare o comprare le sigarette. Non volevano che fossero colpiti i suoi angeli custodi, la sua scorta. Ritengo che mio marito sia stato abbandonato al suo destino di morte. Quando andò a trovare sua madre, dissi che volevo andare con lui, ma mi rispose che era tardi e andava di fretta. Ci salutò come se stesse partendo. Perdono – dice Agnese Borsellino – solo coloro che mi dicono la verità. Dicano quel che sanno, abbiano il coraggio di dire perché hanno ucciso mio marito. Di fronte al coraggio io mi inchino: ho rispetto per chi si redime”.


In studio a parlare di Cosa nostra e stato, della trattativa e delle morti di Falcone  e Borsellino (e delle rispettive scorte), Salvatore Borsellino, Claudio Martelli, Walter Veltroni e in collegamento il magistrato Antonio Ingroia.

Salvatore Borsellino
“Da anni che dico che mio fratello è stato ucciso perché si è messo di traverso su una scellerata trattativa tra Mafia e pezzi di Stato. Quando si avvicina alla verità aumentano gli ostacoli e la resistenza affinchè la porta della verità venga aperta”.

E ancora: oggi i magistrati stanno cercando di togliere il velo nero che copre la verità e sentono la resistenza affinchè la porta rimanga chiusa: su tutte le stragi di stato si vede lo stesso meccanismo, depistaggi, coperture.
Io ho paura dell'incolumità fisica di questi magistrati che si occupano di quei fatti. Sento un clima pesante. È un momento in cui si passa da un potere a un altro.

Il fumetto di Walter Molino sui giorni della trattativa, da Capaci, al primo incontro tra Massimo Ciancimino e De Donno, le lacrime con i colleghi di Trapani "non ci posso credere, sono stato tradito da un amico", fino alla bomba in via D'Amelio il 16 luglio.

Veltroni, nel suo intervento, è partito dalla falsa confessione di Scarantino: "perchè si sarebbe autoaccusato della strage, perchè si è fatto 19 anni di carcere? Perché se l’ha spinto qualcuno dello Stato, la vicenda assume un’altra connotazione".
Veltroni ha messo in fila i fatti: l'agenda rossa rubata dall'auto del magistrato, gli attentati all'Addaura a Falcone, e poi la strage di Capaci (l'autostrada fatta saltare con 600 kg di esplosivo). La prima trattativa, la morte di Borsellino e la seconda parte della trattativa.
Le bombe del 93, che hanno un colore politico, perchè fuori dalla Sicilia e perchè è qualcuno a suggerirle a Cosa nostra.
Infine l'ultimo attentato, fallito forse o stoppato, allo stadio Olimpico il 23 gennaio 1994. Pochi giorni prima della discesa in campo di Berlusconi e dell'arresto dei fratelli Graviano (la famiglia responsabile delle bombe, secondo il racconto di Spatuzza).

Ingroia in collegamento da Chicago: “Dal buio e dal sangue di quella stagione non ci siamo ancora affrancati e non lo faremo finché non conosceremo la verità. Però la verità, quando è così difficile, quando non viene fuori, questo è dovuto al fatto che si tratta di una verità imbarazzante. Quindi non bastano i Magistrati per far uscire fuori la verità ma è il Paese che deve dimostrare di volerla sapere e finora ha dimostrato di non volerla sapere”.
Ingroia, in un momento così delicato per il paese e per l'indagine, ha voluto ribadire così la sua volontà di parlare, quasi un richiamo al paese affinchè non si dimentichi che la mafia esiste e anche la politica che con la mafia va a braccetto.

L'ex ministro Claudio Martelli, ha tirato in ballo l'ex ministro Conso, che si è assunto da solo la responsabilità di aver tolto a quasi 500 mafiosi il 41 bis, a soli 8 mesi dalle bombe di Falcone e Borsellino.

Conso ha agito da solo? Per assecondare l'ala moderata dentro Cosa Nostra? E chi glielo ha detto al ministro che esisteva un'ala moderata, favorevole alla trattativa?

Eppure pezzi dello stato, pochi mesi dopo le bombe, decisero di togliere il 42 bis: Martelli cita la riunione tra Mancino, Parisi, Amato (DAP), in cui lo stato decideva in modo unilaterale di autodisarmarsi.
“Due cose avevano il potere contro la mafia: la legge sui pentiti per garantire chi tradisce la mafia e il carcere duro. Eliminare il 41 bis significherebbe disarmare lo Stato con coseguenze gravissime”.

Santoro, durante la puntata, trasmette la deposizione audio che la moglie di Borsellino rilasciò ai magistrati di Caltanissetta il 27 gennaio 2010 e fa conoscere la figura dell’ex generale dei Ros, Antonio Subranni. Era il 15 luglio 1992, quattro giorni prima della strage. Paolo Borsellino e sua moglie Agnese, parlano sul balcone di casa, a Palermo. “Mio marito era sconvolto e mi disse testualmente: ‘Ho visto la mafia in diretta, perché mi hanno detto che il generale Subranni era punciutu’. […] E tre giorni dopo – continua Agnese – Paolo durante una passeggiata sul lungomare di Villagrazia di Carini mi disse che non sarebbe stata la mafia a ucciderlo, della quale non aveva paura, ma sarebbero stati i suoi colleghi e altri a permettere che ciò potesse accadere”. [presa da Il fatto quotidiano]

Nel secondo suo intervento, Ingroia ha commentato le sue parole, relative alla sentenza della Cassazione che ha annullato il processo d'Appello a Dell'Utri: "il problema non è il processo, ma l'imputato".

“I magistrati sono bravi solo o quando sono morti o quando si occupano di giustizia militare. Quando invece l’imputato è un personaggio più potente, contro di loro si scatena il diluvio”.
Questo è quanto successe anche a Falcone e Borsellino quando, dopo il maxi, alzarono il tiro sull'imprenditoria mafiosa e sui politici.
Oggi in carcere ci sono molti imputati per concorso esterno che sono piccoli imprenditori, piccoli amministratori e alla Cassazione è andato bene: solo quando l'imputato è potente, iniziano le polemiche.
E ancora: “Il rinvio della cassazione a Dell’Utri non significa che è innocente. In questo caso il procedimento si sarebbe chiuso definitivamente. Il rinvio è stato fatto solo perchè la motivazione non era valida. Si torna così alla condanna in primo grado a 9 anni di carcere, non a una dichiarazione di innocenza!”

Veltroni è tornato alla storia passata, forse in parte da riscrivere, da Piazza Fontana alle stragi di mafia del 92-93.
“Io non sono un dietrologo, ma più vado avanti più vengono fuori delle cose della storia d’Italia che mi fanno pensare di aver vissuto in un truman show in cui ci hanno raccontanto un sacco di balle”.

La mafia è sempre stata un pezzo del potere italiano: la crisi dei partiti, dopo la caduta del muro l'inchiesta di Mani Pulite, mise in crisi anche Cosa nostra, che cercò nuovi interlocutori.
Prima nei movimento locali delle leghe, e poi .. poi venne l'uomo nuovo, il partito nuovo. Quello che in Sicilia vinse 61 a zero.

Martelli, in risposta e in continuità con le parole di Veltroni sul ruolo dei servizi
“Nell’agosto 88 è certo che ci sia stata la combutta dei servizi segreti per l’attentato non riuscito a Falcone”.
Servizi e anche uomini della Questura di Palermo.
Che portarono a quella verità di comodo con la confessione pilotata di Scarantino, che portava lontano dai fratelli Graviano e i loro incontri milanesi.

E ora vogliamo la verità, anche dalla politica che ancora oggi sta pagando le cambiali di questi accordi con la mafia. Una cambiale, secondo Borsellino, pagata da sinistra e destra “Dopo la morte di Paolo, con i Governi che si sono succeduti sia di destra che di sinistra non abbiamo fatto altro che pagare delle cambiali, come la strage di Via dei Georgofili che è servita per alzare il prezzo della trattativa”.

L'intervista ad Angelo Provenzano.
Più intelligente di quello che vorrebbe apparire: cita la strage di  Portella e, come Riina, tira in ballo le responsabilità dello stato, per alzare un polverone che nasconde responsabilità e colpe.
Figlio di un mafioso, non riesce a pronunciare la parola mafia.



L'intervento di Marco Travaglio.

16 dicembre 2012

Il dossier Eni

Report, con l'inchiesta "Ritardi con Eni" prova ad entrare nel mondo dell'Eni, l'ente nazionale idrocarburi creato da Enrico Mattei, di cui si diceva che faceva la vera politica estera (e industriale) del paese, al posto del governo.
E forse è ancora così: per tutti i rapporti nei vari paesi nel mondo in cui l'Eni lavora. Lo stesso Geronzi, nel libro Confiteor, scrive che un'eventuale Monti bis “potrebbe comportare la nomina di Paolo Scaroni dell'Eni come ministro degli affari esteri”.
Che forse, per il tipico modo che hanno i potenti di parlare, potrebbe essere un modo di bruciarne la candidatura.
Oggi Paolo Mondani prova, anche partendo spunto dalle rivelazioni fatte da Assange su Wikileaks, a rispondere ad alcune domande sull'Eni. Un ente strategico per il nostro paese.
Di cui però ancora non sappiamo quanto paga il gas al governo Russo di Putin: il nostro paese consuma 78 miliardi di metri cubi di gas all'anno, 20 dei quali ci arrivano a carissimo prezzo dalla Russia.
Sappiamo però, perché l'ha detto Scaroni stesso al Senato, che l'opzione Take or pay con la Russia, ci costringe a pagare lo stesso il gas prenotato anche se non viene rititrato. Questa scelta dell'Eni costa 1,5 miliardi di euro e Scaroni ha proposto che parte di questa cifra gravi sui conti dello Stato.

Non sappiamo quanto corrisponda al vero quanto scritto nella relazione che l'ambasciatore Usa in Italia aveva inviato al suo governo e che Wikileaks ha pubblicato nel 2010:
"Vari membri di partiti politici di entrambi gli schieramenti ci hanno riferito che l'Eni è uno dei principali finanziatori di fondazioni e gruppi di pressione".
Cioè, se questo fosse vero, gli automobilisti italiani avrebbero finanziato Putin e il regime antidemocratico: il Parlamento italiano lo sapeva? E' d'accordo?
Sappiamo tutti dell'amicizia tra l'ex premier Berlusconi e Putin stesso: quanto questa amicizia ha influito sulla politica estera dell'Eni in Russia?

Dal sito Wikileaks ospitato su Repubblica:

La Clinton chiede ancora informazioni sui rapporti Italia-RussiaIl segretario di Stato Usa, in questo dispaccio classificato 'segreto' e risalente al 28 gennaio 2010, chiede maggiori informazioni sulla relazione tra i due paesi e in particolare sui rapporti "tra il primo ministro italiano Silvio Berlusconi e il primo ministro russo Vladimir Putin o il presidente russo Dimitry Medvedev". La richiesta, si scopre leggendo il dispaccio, è molto specifica: la Clinton chiede se ci sono "investimenti personali" (di tipo economico, ndr) di Berlusconi e Putin negli affari Italia-Russia, chiede quali sono le posizioni dei leader politici e dei ministri sulla politica estera ed energetica dell'Italia e dei rapporti tra l'amministratore delegato dell'Eni Scaroni e il premier Berlusconi
A. (U) FOREIGN AND ECONOMIC POLICY:
1) (C) PLEASE PROVIDE ANY INFORMATION ON THE PERSONALRELATIONSHIP BETWEEN RUSSIAN PM VLADIMIR PUTIN AND ITALIAN PMSILVIO BERLUSCONI. WHAT PERSONAL INVESTMENTS, IF ANY, DO THEYHAVE THAT MIGHT DRIVE THEIR FOREIGN OR ECONOMIC POLICIES?

L'inchiesta di Mondani tira in ballo due personaggi vicini a Berlusconi anche loro coinvolti nell'affare idrocarburi: Marcello Dell'Utri e Antonio Fallico, manager Fininvest ed ex compagno di scuola.

In questo articolo del Fatto quotidiano, lo si definiva “L'uomo del gas”:
“Per accordarsi con Gazprom serve un ‘prete’, uno che fa conoscere le persone e le porta al tavolo della trattativa. In maniera serena e ben predisposte”. Lo diceva Massimo Ciancimino, figlio di Don Vito, in un’intervista a RaiNews24 nel giugno del 2006. Ciancimino è uno che di gas se ne intende. Tra il 2002 e il 2005 aveva provato a farlo lui un accordo con Gazprom per portare il gas direttamente in Italia, scavalcando l’Eni. Poi tutto era saltato a causa delle indagini della procura di Palermo e il sequestro della Fingas: la società siciliana che avrebbe dovuto guidare lo sbarco dei russi .Il “prete” però Massimo Ciancimino lo aveva trovato davvero. La persona che gli aveva spiegato a quale porte bussare e soprattutto quanto fosse importante finanziare anche con piccole cifre una fondazione vicina a Vladimir Putin (“era un biglietto da visita, un modo per farsi accettare”, spiega oggi Ciancimino junior al Fatto Quotidiano), si chiama Antonio Fallico, è un’amico d’infanzia di Marcello Dell’Utri e, a partire dalla metà degli anni ’80, è stato consulente della Fininvest in Unione sovietica. Così oggi, mentre Silvio Berlusconi e Putin, discutono in segreto di politica, di energia e di affari in una dacia, dietro a loro si allunga l’ombra di quest’uomo piccolo e silenzioso che è presidente di Banca Intesa a Mosca e “ambasciatore” delle imprese italiane in Russia.
L'anteprima del servizio su ReportTime:



Mondani si occupa poi delle strategie di investimento dell'Eni in Italia: come il raddoppio dell'estrazione in
Val d'Angri. Raddoppio contestato dagli abitanti della zona, perché gli impianti sono vicini agli abitati e alle coltivazioni (ma tanto, basta non parlarne sui giornali ..).
E c'è anche la scelta di trasformare l'Italia in un grande Hub del gas, proveniente dal nordafrica e dall'Azerbaigian. Ma non dovevamo puntare sull'energia pulita (vento e sole)? Come mai si sta puntando sulla costruzione di Hub? Che interessi ci sono dietro?

Il sinossi dell'inchiesta:
Nel 2010 Wikileaks rivela il contenuto della relazione che l'ambasciatore Usa in Italia invia al suo governo. Oggetto: relazioni Italia-Russia: "Vari membri di partiti politici di entrambi gli schieramenti ci hanno riferito che l'Eni è uno dei principali finanziatori di fondazioni e gruppi di pressione". L'Eni è la più grande azienda del paese controllata dallo Stato, ma il mondo degli idrocarburi per sua natura è un mondo opaco. Alla guida dell'Eni da sette anni Paolo Scaroni. Guarda il promo
ENI GESTIONE SCARONI

Eni è la prima impresa italiana, tra le prime dieci compagnie petrolifere del mondo.
L'estate scorsa ha inventato lo scontone su benzina e gasolio: 20 centesimi in meno al litro ma solo per il weekend. L'Eni ha speso decine di milioni di euro per la pubblicità della campagna estiva di sconti, con quali risultati?
Quanto ha pesato sui risultati dell'Eni l'amicizia fra Berlusconi e Putin? E qual è stato il ruolo di Antonio Fallico e Marcello Dell'Utri negli affari sugli idrocarburi?
Il nostro paese consuma 78 miliardi di metri cubi di gas all'anno, 20 dei quali ci arrivano dalla Russia. E ci costano molto. Tra i principali imputati i contratti di lungo termine con la Russia, i cosiddetti take or pay. Il 10 ottobre scorso Paolo Scaroni ha comunicato al Senato che il take or pay, la clausola per cui prenoti il gas ma se non lo ritiri lo paghi lo stesso, costa all'Eni 1,5 miliardi di euro e ha proposto che parte di questa cifra gravi sui conti dello Stato.
Nello scorso aprile l'Eni ha ottenuto il raddoppio dell'estrazione in Val D'agri. Nello stesso periodo, il ministro Passera ha annunciato di voler fare dell'Italia l'hub europeo del gas. La Basilicata si troverà proprio nel mezzo dei gasdotti che vengono dall' Algeria e dalla Libia e dei tubi che porteranno gas dalla Turchia e dall'Azerbaigian.
Fare l'hub è un affare per l'Italia?
Amazon.it.
Giovanna Boursier invece ci parlerà di Amazon, il sito di ecommerce che vende libri, dvd, musica:

La scheda della puntata:
La multinazionale americana Amazon, colosso del commercio on line, vende di tutto. In Europa ha il quartier generale in Lussemburgo, la Amazon Eu Sarl, che controlla anche le 2 società italiane: la Logistica, con il magazzino di Castel San Giovanni dove 400 dipendenti spediscono gli ordini, e la Corporate a Milano, con circa 200 dipendenti che negoziano i contratti con editori e distributori per mettere libri ed ebook on line. Ci chiediamo: siccome gran parte dell'attività commerciale sembra sia qua, perché anziché pagare le tasse in Italia Amazon le paga in Lussemburgo dove conviene? La stessa domanda l'ha fatta il 12 novembre scorso la Commissione sui conti pubblici del Parlamento inglese, ad Andrew Cecil, capo delle relazioni esterne di Amazon, che in Gran Bretagna sarebbe sotto inchiesta per evasione fiscale.
L'anteprima su ReportTime.

22 ottobre 2013

Report - bianco rosso e verdini

Il sistema Verdini a Report: un sistema dove non si capisce (e non lo capisce nemmeno l'interessato) dove termina il bachiere e dove inizia il politico. Non un politico qualunque, ma il coordinatore di un partito che sta nella maggioranza, che non mette mai piede in parlamento perché "ci sono tanti modi di far politica".

Il banchiere che concede prestiti ad un gruppo ristretto di imprenditori, anche senza garanzie, anche senza fare troppi controlli (lo dice la Banca d'Italia). Un banchiere che si butta in qualunque tipo di affari, ma in particolar modo nell'editoria (per prendere i contributi statali, magari gonfiando le vendite) e nell'immobiliare (come a Lucca).

E in questi affari si presenta nella doppia veste di banchiere e politico: perché in questi incontri dove si discute di ristrutturazioni, edilizia, si siede a fianco di sindaci e amministratori scelti dal suo partito, con imprenditori finanziati dalla sua banca.

Qualche problema? Nessuno, nemmeno per i soldi in neri che ha preso da un contadino siciliano (Arnone): sono 800000 euro, ma sono cose che "per fortuna" sono capitate tanti anni fa.
Nessun problema nemmeno per i procedimenti giudiziari in corso, la P3, il fallimento della sua banca (il Credito cooperativo fiorentino), le accuse di finanziamento illecito ad un politico.
Tutte balle, pippe dei magistrati.

Un animale da palcoscenico, come racconta l'esibizione assieme a Fiorello per i 100 anni della banca, ma anche un politico con pochi problemi di coscienza.
L'inchiesta di Sigfrido Ranucci ha raccontato un sistema dove alla fine, tirando le fila del discorso, si incontravano i soliti personaggi.
Il fido a garanzia di Berlusconi per la sua banca, i soldi a Carboni (per finanziare il giornale di Verdini, ma forse per l'affare dell'eolico in Sardegna), un finanziamento a Dell'Utri per un resort sul lago di Como.
Le pressioni sulla Corte costituzionale sul lodo Alfano, sulla Cassazione per le nomine dei magistrati.

Sappiamo, sempre dall'inchiesta, del patto del Pantheon con il governatore Martini per partorire la legge elettorale attuale, il Porcellum.
Il delitto perfetto della democrazia, quello grazie a cui Verdini (e non solo) ha potuto selezionare i suoi candidati da mandare in Parlamento.

Ma sappiamo anche un'altra cosa: il buco del credito l'hanno risanato i risparmiatori delle altre BCC, per 150 milioni.

L'articolo di Carlo Tecce sul Fatto quotidiano (ripreso qui):

LA CARRIERA DELL’EX MACELLAIO: DAI FINANZIAMENTI DELLA BCC FIORENTINA A CARBONI E DELL’UTRI.

L’inchiesta Bianco, rosso e Verdini di Sigfrido Ranucci, trasmessa ieri sera da Report, ci consegna un copione per una serie televisiva, anche a puntate, più documentario che finzione. Il protagonista è un ragioniere, settore macelleria, di Campi di Bisenzio, paesone in provincia di Firenze: “Quelli che sono bravi a scegliere le parti migliori di una bestia”. Un signore con la scorza dura e le maniere dure che, in vent’anni o poco più, è diventato un uomo d’affari, un banchiere ricercato, un editore multiplo, un politico influente, coordinatore Pdl e selezionatore di candidati.

E IN VENT’ANNI o poco più ci sono milioni di euro che girano, passano di mano e in mano e tornano al mittente; 800.000 euro in nero da un costruttore siciliano emigrato (e lui ammette), Ignazio Arnone; 800.000 euro di un faccendiere Flavio Carboni per il giornale (in realtà, l’eolico in Sardegna), che taglia di sbieco la storia d’Italia; le solite garanzie finanziarie di Silvio Berlusconi (7,5 milioni), una fideiussione; il soccorso di Angelucci (10 milioni). E ancora: lo scoperto infinito sui conti di Marcello Dell’Utri, centinaia di milioni di euro distribuiti tra i soliti imprenditori di area, e soprattutto a Riccardo Fusi per le sue operazioni immobiliari nei comuni toscani. Il teorema Denis Verdini è semplice: da banchiere seleziona gli imprenditori da finanziarie e li porta agli amministratori che da politico ha fatto eleggere. E poi se c’è un affare ci si infila. Il Giornale della Toscana e il Credito Cooperativo Fiorentino sono falliti, ci sono dei processi in corso. E non stupisce che, soltanto 4 anni fa, per i 100 anni di una banca creata per offrire liquidità ai toscani, ci fosse l’ignaro Fiorello a spegnere le candeline con Verdini, allora insospettabile, allora come oggi, un potente. A cantare, a scherzare, a subire una battuta che rende benissimo il personaggio Denis: “Grazie a Fiorello. Vedrà quando l’assegno è scoperto! Ride meno! Noi a volte lo facciamo, agli amici, solo agli amici”. La genesi di Denis, racconta Ranucci: “L’ascesa politica di Verdini comincia nel ‘90, quando da semplice commercialista, diventa presidente del Credito cooperativo fiorentino, una banca nata a Campi Bisenzio nel 1909, come cassa rurale. Verdini in poco tempo apre filiali, anche a Firenze, che vengono inaugurate dall’allora presidente del Senato, Giovanni Spadolini”.

LE ACCUSE DI BANCA d’Italia: 100 milioni di euro di finanziamenti senza adeguate istruttorie. Risposta: “Una cazzata”. Tra i sindaci che dovevano controllare c’erano i legali e il commercialista di Verdini. La fonte di Ranucci rivela la natura dei legami tra Verdini e Giuliano Ferrara e tra Verdini e Marcello Dell’Utri. L’ex senatore Pdl, l’amico Marcello del Cavaliere, voleva fare un centro benessere: “Una legittima aspirazione che s’infrange, però, contro l’ennesimo procedimento penale. Dell’Utri è rimasto coinvolto nel crac della banca di Verdini. Il coordinatore Pdl gli ha concesso un fido di oltre 3 milioni di euro, nonostante fosse esposto con il sistema bancario per oltre 7 milioni. Ma perché Verdini invece di far credito agli imprenditori toscani, aiuta l’ex senatore che ha interessi a Milano?”. Aveva aiutato anche Ferrara per la candidatura al Mugello nel 1996 e aveva adottato il Foglio. Il Credito Cooperativo Fiorentino raccoglieva 418 milioni di euro e ne erogava 410. Ma non per sollevare l’economia locale: no, i soldi erano divisi tra 50 (e fortunati) nomi. Per avere credibilità e nobiltà, Verdini ha coinvolto nell’impresa editoriale il principe Strozzi. L’incontro tra Ranucci e la principessa Irina è meraviglioso, una via di mezzo tra Fantozzi e Woody Allen. A Irina Strozzi quel Denis non piaceva, non voleva che il padre e le loro diagonali generazionali con Guicciardini e la Gioconda si confondessero con l’ex macellaio. La carta, finché non l’hanno inquisito, era l’eldorado di Verdini: “Il banchiere Verdini ha finanziato il Verdini editore per circa 12 milioni di euro. Per accedere al massimo dei contributi statali, avrebbero gonfiato fatture e tiratura così per 10 anni avrebbero ingannato la presidenza del Consiglio, raccogliendo circa 22 milioni di euro”.

VERDINI FORGIA gli uomini per la Toscana, il collaboratore Massimo Parisi è stato spedito a Montecitorio e pare che il porcellum, esportazione toscana, fosse un patto tra la sinistra e la destra che condizionava pure le nomine al Monte dei Paschi. Anche la parte di Ettore Verdini, il fratello, è sublime: gestisce un patrimonio immobiliare per circa 30 milioni di euro, a Prato, ne affitta uno a Equitalia per 220.000 euro l’anno. Verdini ha esteso i suoi interessi, tre appartamenti a Crans Montana. I prelievi e i bonifici sono frequenti, dà segnalare 166.000 euro per le perdite del Foglio. Ma chi paga la morte del Credito Cooperativo? Parla Augusto Dell’Erba, presidente del fondo di garanzia Bcc: “Noi ci siamo accollati 15 milioni di sbilancio patrimoniale, 78 milioni di partite anomale (…) abbiamo anticipato 25 milioni di imposte differite che sono crediti fiscali (…) e poi abbiamo dato garanzie alla banca cessionaria per un pezzo di certi crediti di incerta definizione per 32 milioni”. Verdini è ancora lì, a palazzo Grazioli, a fare e rifare i conti. E spesso, come nel giorno della sfiducia a Enrico Letta, gli riescono male.

Da Il Fatto Quotidiano del 22/10/2013

31 luglio 2017

Il nero futuro

Ieri tra Repubblica e l'Espresso, veniva tracciato il futuro nero di questo paese.
Si comincia con Repubblica e l'intervista a Berlusconi di Carmelo Lopapa: il futuro federatore (non più candidabile presidente grazie al cielo) rassicura (o minaccia) "non mi faccio da parte proprio ora".
Da parte abbiamo messo la nostra memoria: gli anni con la crescita all'italiana, dei governi delle leggi vergogna e delle leggi ad personam. Dei condoni fiscali, dello smantellamento del servizio pubblico, delle minacce alla stampa critica e ai magistrati che osavano applicare il principio della legge uguale per tutti.

Ci siamo dimenticati la condanna per frode fiscale (con un pezzo di nero finito prescritto), delle società nei paradisi fiscali costruite dall'avvocato Mills (prescritto) e, infine, di quanto emerso dalla condanna per mafia di Dell'Utri. Quest'ultimo era il mediatore tra Berlusconi e la mafia, si proprio quella mafia che ad ogni 19 luglio (o 23 maggio) condanniamo.
“In virtù di tale patto i contraenti (Cosa nostra da una parte e Silvio Berlusconi dall’altra) e il mediatore contrattuale (Marcello Dell’Utri), legati tra loro da rapporti personali, hanno conseguito un risultato concreto e tangibile, costituito dalla garanzia della protezione personale dell’imprenditore mediante l’esborso di somme di denaro che quest’ultimo ha versato a Cosa nostra tramite Marcello Dell’Utri che, mediando i termini dell’accordo, ha consentito che l’associazione mafiosa rafforzasse e consolidasse il proprio potere sul territorio mediante l’ingresso nelle proprie casse di ingenti somme di denaro”.

Passiamo all'Espresso il cui ultimo numero era in buona parte dedicato ai nuovi fascisti: che gli eredi del fascismo, i nostalgici di un dittatore che ha mandato l'Italia alla rovina, partiti nati dallo stesso terreno politicodello stragismo degli anni '70, si considerino i difensori della patria è quasi paradossale.
Su l'Espresso un articolo di Biondani parlava delle impunità dell'estremismo nero, delle protezioni dei servizi, di come siano rimasti impuniti dai processi per le stragi di Bologna e Milano.
Basterebbe qualche libro di storia per ricordare cosa sia stato il fascismo: altro che difesa della patria, difesa degli italiani. 
Certo il fascismo ha fatto cose buone: 
"Ha fatto delle cose buone"! Ma dico, se neanche di Mussolini si può parlar male, ma che deve fare uno perché si possa parlarne male? Deve stuprare le capre in via Frattina? Che deve fare? Dice "Ha fatto delle cose buone", certamente: anche Adolf Hitler o Stalin, un ponte, una strada l'avranno fatta! Anche il Mostro di Firenze l'avrà detto "Buongiorno" a qualcuno qualche volta"
Benigni - una battuta dello spettacolo Tutto Benigni del 1995

E le BR? E i crimini del comunismo? E i soldi della Russia al PCI? ..
E il PD? E la Raggi a Roma? ...


Se questo è il futuro che ci aspetta, il ritorno del caimano grazie al lavoro dell'estrema destra, siamo proprio a posto.

21 febbraio 2006

Non è una bella cosa

Il ministro dell'Interno è venuto a Bologna per rendere omaggio a Dell'Utri, condannato in primo grado, dai Giudici di questa Repubblica, per mafia. E non è una bella cosa.
Il ministro dell'Interno fa parte di un governo nel quale agisce un suo collega razzista che provoca pericoli in Italia e danni nel mondo, che definisce suo amico. E non è una bella cosa.
Il ministro dell'Interno fa parte di uno schieramento elettorale composto, tra le altre perle, da figuri neofascisti che creano costantemente pericoli all'incolumità delle stesse Forze di Polizia e pronunciano orridi slogan nazifascisti. E non è una bella cosa.
Il suo dicastero ha offeso pubblicamente un onesto e valoroso collaboratore governativo, non gli ha assicurato la scorta che gli avrebbe salvato la vita, si è costituito parte civile e non si è presentato per sanare altrettanto pubblicamente quella atroce ferita e testimoniare l'esistenza di un danno morale per quella morte che potesse giustificare la sua presenza nel processo; è invece venuto a Bologna per rendere omaggio a Dell'Utri ed inveire contro il giudice che ha condotto il processo agli assassini del professor Marco Biagi.


Questa la poco diplomatica risposta del giudice di Bologna Libero Mancuso, presidente della corte di Assise che condannò i brigatisti colpevoli dell’omicidio Biagi.
La dichiarazione è in risposta a quella fatta, sabato scorso a Bologna, dal ministro Pisanu, che aveva attaccato i giudici che "fanno politica".
"Se si candidano e vengono eletti e fanno politica la cosa non mi scandalizza – aveva detto il ministro - mi preoccupo quando i giudici fanno politica con le sentenze e qui da anni, a proposito del mio amico Berlusconi e di Dell'Utri, potrei fare tanti esempi".

Un ministro che si vanta di essere amico di un mafioso, per attcare un giudice. NON E' UNA BELLA COSA.

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15 luglio 2012

Due anni di stragi. Vent'anni di trattativa.

19 luglio 1992, 19 luglio 2012 Due anni di stragi. Vent'anni di trattativa (libro + DVD in vendita col Fatto quotidiano).
Per vent'anni abbiamo visto la fine della storia: il cratere di Capaci, via D'Amelio a ferro e fuoco. Stragi terroristiche ad alto potenziale motivo, spettacolari come un film dell'orrore girato nella realtà . Ma quando ci chiedevamo perchè mille tonnellate di tritolo quando ne bastavano dieci, perchè prendere di mira città d'arte e sfregiare monumenti e persone, perchè bloccare il centralino di Palazzo Chigi, perchè preparare la carneficina dello Stadio Olimpico per poi bloccarla, una risposta vera non c'era. Conoscevamola fine della storia. Adesso è più chiaro l'inizio. Adesso sappiamo dove tutto cominciò. E come. E chi. Ma soprattutto, perchè. È la narrazione puntuale e tragica di come nella storia italiana il bianco e il nero non siano mai separati ma convivano in una eterna e gigantesca zona grigia. Un giorno, gli uomini dello Stato e gli uomini della mafia strinsero un patto. Il racconto può cominciare.

Dalla prefazione di Antonio Padellaro,
“L'inizio della storia”. 



Le ultime vicende giudiziarie (la sentenza di condanna al boss Tagliavia, le confessioni di Spatuzza sulle stragi del 1992-93, la sentenza della Cassazione su Dell'Utri, che lo indica come cerniera tra la mafia e il Berlusconi imprenditore), e gli ultimi fatti di cronaca (le telefonate tra Mancino e il Quirinale) hanno portato a questa specie di riedizione riveduta e aggiornata delle due videoinchieste uscite negli anni passati col Fatto Quotidiano: “19 luglio 1992. Una strage di stato” (di Marco Censtrari e Salvatore Borsellino con l'associazione delle agende rosse) e Sotto scacco (di Udo Gumpel e Marco Lillo) con interventi di Marco Travaglio, gli articoli del Fatto e le foto in esclusiva dell'album di famiglia di Paolo Borsellino. 



Il lungo racconto parte dalla conferma del maxi processo da parte della Cassazione nel 1992, e la prima risposta di Cosa Nostra, con l'omicidio del loro referente, il DC Salvo Lima.

Da qui partirebbe la prima trattativa: dal timore degli altri notabili DC dell'isola di fare la stessa fine, cadavere sul selciato. Cosa Nostra lancia un secondo segnale, un segnale mediaticamente forte: la bomba a Capaci non è il solito delito eccellente di mafia. E un atto di eversione, di terrorismo.



Dopo Falcone, tocca a Borsellino: in quei 57 giorni il giudice capisce il gioco che è in corso, con la trattativa e i contatti tra i boss e i vertici del Ros (e sicuramente qualche sponda politica). Sono i mesi del governo tecnico, del decreto Falcone che verrà approvato solo dopo la bomba in via D'Amelio.

Borsellino sapeva della trattativa (lo dicono l'ex ministro Martelli e Liliana Ferraro d.g. Dell'ufficio affari penali) ed è presumibile che per questo sia stato ucciso.


Che convenienza poteva averne, direttamente Cosa Nostra?

“Sono stato tradito da un amico” confessa Paolo ai colleghi di Palermo. Un carabiniere, un uomo dello stato, lo stesso stato di cui faceva parte quel Contrada di cui il pentito Mutolo gli aveva parlato.



Che quella di Borsellino sia una strage anomala, non solo di mafia, lo si capisce anche da fatto che le rimostranze della scorta sulla mancata bonifica di via D'Amelio, dalla sparizione dell'agenda rossa (come era già avvenuto per i documenti di Dalla Chiesa, del palmare di Falcone ..). Sulla strana indagine del gruppo Falcone che portò alla pista Scarantino (e le condanne arrivate in Cassazione), oggi ribaltate dalle rivelazioni (anche queste tardive) di Gaspare Spatuzza. Rivelazioni che portano ai fratelli Graviano, alle parole dei boss che tirano in ballo Berlusconi (quello di canale 5) e il loro paesano Dell'Utri (ci avevano messo il paese in mano).

Il papello di Riina e via D'Amelio preparano la seconda trattativa: sono i mesi dell'avvicendamento al Dap di Niccolò Amato sostituito da Adalberto Capriotti, delle lettere dei familiari dei boss finiti al 41 bis che si lamentavano delle condizioni del carcere duro (lettera spedita anche al vescovo di Firenze e al papa .. Roma e Firenze, dove scoppiarono le bombe del 1993).

Sono i mesi in cui, in assoluta solitudine, il ministro della giustizia Conso revoca il 41 bis a 47 detenuti (tra cui una cinquantina di boss mafiosi). È una prima risposta al papello?

Massimo Ciancimino, il figlio dell'ex sindaco mafioso Vito Ciancimino, fa intendere che dopo l'arresto del padre, tra il 1992 e il 1993, la trattativa stato-mafia viene portata avanti da “Sicilia libera” (ed è tutto un fiorire di partitini secessionisti, di contatti tra mafiosi e massoni). Anche al nord è iniziato un progetto per la costruzione di un nuovo partito, l'operazione Botticelli di cui ha parlato l'ex deputato Ezio Cartotto. Operazione che porterà a Forza Italia e alla discesa in campo del gennaio 1994.

Cosa nostra alza la posta in gioco nel 1993, per dare una scossa alla trattativa: servono altre bombe, serve un'altra dose di terrorismo, di bombe e di sangue. Anche queste non sono bombe solo di mafia (Che ne sapevano Bagarella e Graviano del Velabro e dei Georgofili?).


Le bombe cessano col fallito attentato allo Stadio Olimpico nel gennaio 1994: una strage che oggi sappiamo essere stata fermata proprio dai boss, come era stato fermato il tentativo di uccidere Falcone a Roma e Mannino ad Agrigento.

La prima repubblica lasciava il passo alla seconda repubblica, nata con il ritornello del “miracolo italiano” e di Forza Italia. Sono i mesi in cui avvengono i contatti tra Vittorio Mangano e Dell'Utri. Per accogliere le richieste dei boss? Richieste, quelle del papello, che piano piano trovavano risposta da parte dello stato (legge sui pentiti, il giusto processo ..) e iniziava il periodo di “silenzio” della mafia.

La storia della trattativa deve ancora essere scritta. Aspettiamo di vedere che strada prenderà il processo di Palermo sulla trattativa, il processo d'Appello a Marcello Dell'Utri (ricordatevi le parole di Borsellino del 1989). Vediamo se lo Stato, tutto lo Stato, ha veramente voglia di fare luce su questa storia.  


Il programma della tre giorni di Palermo del 17-19 luglio 2012.
Il documentario (inedito) sull'intervista al tg1 del giugno 1992 a Paolo Borsellino: 




Le leggi sembrano fatte apposta per difficultare i processi di mafia”. Lo dice Paolo Borsellino davanti alle telecamere del Tg1 il primo giugno 1992, nove giorni dopo la morte di Giovanni Falcone e meno di due mesi prima della strage di via D’Amelio. Il giudice auspica che finalmente lo Stato si svegli. In direzione esattamente opposta a quella che poi, molti anni più tardi, passerà alla cronaca come “la trattativa”. “Mi impongo di credere che la morte di Falcone sia un fatto così dirompente e drammatico che, bandendo ogni sofisma, ogni ipocrisia e ogni compromesso, il potere politico abbia la forza di prendere decisioni ordinarie, ma drastiche, perché i magistrati possano lavorare”.
Perché troppo grande è il divario “tra quello che sappiamo della mafia e quello che riusciamo a dimostrare in tribunale”, tanto che a volte viene voglia “di alzare le mani”, di arrendersi.