09 ottobre 2019

Vajont – il nodo al fazzoletto


Ecco la valle della sciagura: fango, silenzio, solitudine e capire subito che tutto ciò è definitivo; più niente da fare o da dire. Cinque paesi, migliaia di persone, ieri c'erano, oggi sono terra e nessuno ha colpa; nessuno poteva prevedere. In tempi atomici si potrebbe dire che questa è una sciagura pulita, gli uomini non ci hanno messo le mani: tutto è stato fatto dalla natura che non è buona e non è cattiva, ma indifferente. E ci vogliono queste sciagure per capirlo!... Non uno di noi moscerini vivo, se davvero la natura si decidesse a muovere guerra...Giorgio Bocca Il Giorno", l'11 ottobre 1963 (link)

Un sasso è caduto in un bicchiere colmo d’acqua – scriveva Dino Buzzati sul “Corriere della sera”, l’11 ottobre 1963 – e l’acqua è caduta sulla tovaglia. Solo che il bicchiere era alto centinaia di metri – continuava lo scrittore e giornalista – il sasso era grande come una montagna e sotto, sulla tovaglia, stavano migliaia di creature umane che non potevano difendersi.Dino Buzzati - Il Corriere 11 ottobre 1963 (link)
 
Sciacalli!
Indro Montanelli sul Corriere della Sera (rivolto ai giornalisti e a quanti parlavano di tragedia annunciata e delle colpe della Sade)

Chissà se a Giorgio Bocca sarà mai ricapitato di ripensare a quanto aveva scritto all'indomani della tragedia del Vajont.
Bocca e anche Dino Buzzati, contribuirono alla narrazione della "povera Longarone, povera Longarone" (prendo in prestito la formula usata dal suo teatro della memoria): nessuno poteva prevedere, l'opera era ed è espressione dell'ingegno umano, fatta a regola d'arte, tutta colpa della natura cieca e indifferente.


Peccato non fosse vero, come stabilì anche il processo anni dopo e come aveva invano cercato di raccontare la giornalista de l'Unità Tina Merlin: nei suoi articoli (che le costarono anche una querela, poi archiviata) e nel suo libro "Sulla pelle viva", ha raccontato la guerra contro la diga del Vajont, la grande opera dell'Italia del boom economico, opera di grande ingegneria, vero, ma anche opera costruita su una frana antica, dove non si doveva costruire, opera realizzata andando sopra ai controlli, alle verifiche.
Perché bisognava costruire, non si poteva fermare il progresso (e i profitti) solo per i scrupoli di qualche geologo.

Tina Merlin aveva raccontato, facendo vero lavoro di giornalismo (che non è solo l'alta prosa di Buzzati), la guerra tra la Sade, la società privata che realizzò la diga, e i montanari dei due paesini abbarbicati sulla montagna che si affacciava al fiume Vajont, Erto e Casso.

Una guerra cominciata alla fine della seconda guerra mondiale, con gli espropri per il progetto grande Vajont, con un paese finito nelle mani di questa Sade, uno stato nello stato (sono parole di Da Borso, presidente DC della provincia di Belluno) e terminato con l'apocalisse del 8 ottobre 1963.
« Duecentosessanta milioni di metri cubi di roccia cascano nel lago dietro alla diga e sollevano un’onda di cinquanta milioni di metri cubi. [...] Solo la metà scavalca di là della diga, solo venticinque milioni di metri cubi d’acqua... Ma è più che sufficiente a spazzare via dalla faccia della terra cinque paesi: Longarone, Pirago, Rivalta, Villanova, Faè. Duemila i morti. »

Ogni anno, grazie al teatro civile di Marco Paolini, ci tocca ricordare la storia di una delle più gravi tragedie civili del nostro paese: duemila morti, di cui mille senza nemmeno un corpo su cui piangere.
Duemila persona morte per quella tragedia che poteva e doveva essere prevista: una frana era già avvenuta pochi anni prima dal TOC; la Sade era consapevole dei rischi che i paesi attorno alle sponde del lago correvano (sia per la perizia del geologo Edoardo Semenza, figlio del progettista Carlo Semenza, sia per le simulazioni della frana fatte dal professor Ghetti (che la Sade tenne ben chiuse nel cassetto, finché non furono rubate da un suo assistente che le rese pubbliche).
Da quell'ottobre del 1997, quando in Rai in prima serata andò in onda il teatro civile di Paolini, ci siamo fatto quel nodo al fazzoletto che ci impegna a non dimenticare: dimenticare la superbia e il cinismo di questa società privata che si riteneva superiore alle leggi e ai “contadin 'gnoranti” che chiedevano solo il rispetto della valle, l'essere trattati con dignità.

Oggi il Vajont per molti è solo la tragedia della povera Longarone, buona per un servizio da pochi minuti con quelle immagini della valle devastata dall'acqua e dal fango, di gente disperata alla ricerca di qualcosa da portarsi via, di qualcosa dei morti. Come se fosse scoppiata una bomba atomica (l'effetto fu quello, sulle case, sulle persone, un fall out pari a due Hiroshima).

Eppure la storia del Vajont, di quella diga e della guerra combattuta nella valle che si affaccia sul Piave tra il 1956 (quando apre il cantiere) e il 1963 (quando crolla la frana) è una storia italiana.
Una storia di conflitti di interesse, quelle del conte Volpi, ministro e proprietario della Sade. Una storia di regole non rispettate, per pericoli e rischi tenuti nascosti, di soldi pubblici spesi male (la diga pagata due volte, la prima dallo Stato come finanziamento a fondo perduto al privato in concessione, la seconda per la statalizzazione degli impianti voluta dal centro sinistra).
Una storia di collaudi fatti di fretta, per poter vendere (dal privato Sade al pubblico Enel) un impianto come se fosse a norma.
Una storia del più forte contro il più debole, perché il più forte rappresentava il progresso, il profitto e il debole erano quei contadini di cui quell'Italia sembrava non aver più bisogno.

Una storia comune con molti tratti dell'Italia di oggi: la fame di cemento e di grandi opere, il finto ambientalismo, il giornalismo che fa da portavoce agli interessi dei privati, il saper solo piangere dopo le tragedie e la mancanza di una politica di prevenzione.

Cronistoria della guerra del Vajont:

1929 prime analisi di Dalpiaz e Semenza in valle e prima relazione di Dalpiaz (1937)
1944 ottobre, progetto Grande Vajont approvato al ministero a Roma
1956 arriva la Sade in valle: primi espropri
1957 variante in corso d'opera
1958 commissione di collaudo
1959 prove d'invaso alla diga di Pontesei, frana e morte di Arcangelo Tiziani/guerra di perizie (relazione del geologo Muller vs relazione del geofisico Caloi)/prima commissione di collaudo sulla diga (primo assegno a fondo perduto per la diga). Fine lavori alla diga
1960 Prima prova di invaso e prima frana del Vajont
1961 Galleria di sorpasso
1962 Seconda prova di invaso/modello idraulico del professor Ghetti/nascita dell'Enel, nazionalizzazione dell'impianto
1963 Terza prova di invaso, arrivo dell'Enel in valle

La costruzione della diga, 261 metri di altezza, la prima diga a doppio arco di quelle dimensioni in Italia e nel mondo, costò 10 morti, che non vengono mai inseriti nel computo delle vittime.

08 ottobre 2019

La sentenza della CEDU sull'ergastolo ostativo

La sentenza della Corte dei diritti umani di Strasburgo (sull'ergastolo ostativo) ci dice due cose: che i diritti, anzi il diritto di vedere la pena ridotta in caso di ravvedimento, valgono per tutti, compresi i mafiosi, i terroristi. Compresi i mafiosi che non si pentono di essere stati mafiosi.
Ma dice anche altro, purtroppo: che questa Europa i diritti li fa valere solo per gli europei, non per le persone che dall'Africa sperano di trovare nella civile Europa una terra dove migliorare il loro futuro.

Per molti questa è la civiltà. Sottovalutare il pericolo delle mafie, che abbiamo in casa e avere paura dell'uomo che arriva dall'altra parte del mare.

Presadiretta – Italia spaccata

Italia spaccata in due per la sanità, per la scuola, per le infrastrutture, per gli investimenti.

L'inchiesta di Presa diretta parte dalla storia di Tiziana Lombardo, morta all'ospedale di Vibo Valentia durante il parto: all'archiviazione della procura si è opposta la famiglia che denuncia le carenze di personale, difficoltà logistiche, come lo spostamento delle barelle nei reparti.
La sala parto non è allo stesso piano della degenza, costringendo i medici a fare delle gimcane: si aspettano anni per la nuova sala parto, che sarebbe pure allo stesso piano.
Si aspettano anni anche per il nuovo ospedale e nel frattempo mancano fondi per ristrutturare la struttura di Vibo Valentia.

Dal 2012 la sanità della Calabria è in rientro dunque niente turn over: significa carenza di infermeri e medici, significa che la sala parto dell'ospedale di Vibo è ancora inagibile e che, di fatto, in Calabria si ha meno diritto di nascere in sicurezza.

In Emilia l'altra Italia: quella dove il neonato è seguito fin dall'inizio, dove le madri sono ascoltate, vengono visitate, vengono supportate anche psicologicamente.
All'ospedale “Casa della salute” di Parma le donne vengono accudite, si crea una rete attorno alle mamme: c'è un progetto integrato che mette assieme ospedali, psicologi, a supporto delle madri, nei primi giorni della nascita, e dei bambini.

Il tasso di mortalità infantile è al sud al 3,5% mentre al nord siamo al 2%.
L'offerta sanitaria di Campania e Calabria è al di sotto dei LEA, i livelli minimi.

Lo dicono i numeri, lo dicono le testimonianze delle persone.

Le due scuole: non solo per la sanità, anche nell'offerta scolastica l'Italia è spaccata.
Il giornalista di Presadiretta ha raccontato la storia delle due scuole: quella di Taranto, quartiere Paolo VI e quella di Melzo. Entrambe dedicate ad Ungaretti: la prima, poco dopo essere inaugurata, per problemi di infiltrazione, è stata chiusa, per inagibilità. I lavori per riparlarla non sono stati fatti e oggi è abbandonata a sé stessa.
Qui insegnava il professor Leogrande: per evitare che i vandali distruggessero del tutto l'istituto, ci passava dentro la notte.
Oggi gli studenti e le insegnanti sono state trasferite all'istituto Giovanni Falcone e stanno facendo di tutto affinché non si ripeta la storia della Ungaretti: “la scuola non si tocca”.

A Melzo si trova un'altra scuola Ungaretti: qui gli studenti lavorano con computer, con robot, con la realtà virtuale, creano cortometraggi.
LA scuola era stata progettata dal Politecnico di Milano, con appalti trasparenti ed è stata finanziata dal comune: oggi è la scuola più innovativa d'Italia, gli studenti sono preparati allo studio dell'inglese, a vivere in un mondo proiettato nel futuro.
Ed è una scuola pubblica, dove l'amministrazione comunale di Melzo ha contribuito a tutte le spese, come un investimento per il futuro.

Non tutte le scuole di Taranto sono disastrate e non tutte le scuole di Melzo sono all'avanguardia: la lezione che impariamo è che nelle scuole si deve investire.
Su Taranto arriveranno 3.5 milioni di euro, tra regione e Miur, per ristrutturare i 55 plessi scolastici della città che hanno bisogno di lavori: è uno degli obiettivi primari di questa amministrazione, spiega l'assessore all'istruzione.

A Melzo, l'assessore al patrimonio parlava degli investimenti fatti nella scuola: 100mila euro per la formazione dei docenti.
Mentre a Taranto Arcelor Mittal e i Riva non hanno messo un euro per le scuole della città.

Il ministro Giuseppe Provenzano è uno di quelli senza portafoglio: si dovrà occupare della rinascita del mezzogiorno e della coesione territoriale del paese.

“Ho provato rabbia vedendo queste immagini” ha raccontato il ministro: la tua vita non può dipendere dal tuo codice fiscale, questo nega i principi della nostra Costituzione.
La prima visita il ministro l'ha fatto ad una scuola di Palermo, dove non c'erano i mezzo della scuola di Melzo ma che comunque costituiva un mezzo di coesione: i dati della dispersione scolastica sono preoccupanti, è un fallimento delle istituzioni.
Dobbiamo aumentare l'offerta degli asili per consentire alle donne di poter lavorare, dobbiamo investire nella sicurezza delle scuole.
Ci sono soldi non spesi che dobbiamo usare per questi investimenti, con un patto con le amministrazioni locali.
Ogni venerdì i ragazzi ci ricordano dell'ambiente e noi dobbiamo cambiare le nostre scuole nell'ottica green: procedure standardizzate per fare i bandi, lo stato ti aiuta per questi progetti.
Il tempo è troppo poco ed è questa la preoccupazione del ministro.

Il tema infrastrutturale.

Giovanni è un autotrasportatore calabrese: assieme a lui il giornalista ha percorso la ex statale 110, oggi declassata a strada provinciale e, dunque, senza fondi per ristrutturarla.
Dalla 110, alla statale 106, la Ionica: viene chiamata la strada della morte, nel 2018 ci sono stati 26 morti, è una strada con una sola carreggiata a due sensi, niente doppie corsie.

La strada di raccordo con la Salerno Reggio Calabria collega le due coste, ma qui le gallerie sono poco illuminate.
Dalle strade ai mezzi pubblici: i luoghi di interesse storico sono collegati solo con bus.
C'è poi il treno che collega Taranto a Reggio Calabria, con un treno che impiega 9 ore e che viaggia ad una velocità di 65km ora.
Non ci sono treni per collegare Reggio Calabria e il suo aeroporto con la provincia: mentre al nord si progettano opere faraoniche e spesso inutili, al sud i servizi e le linee si smantellano.
Come si fa a fare turismo in Calabria?
La fascia Ionica, circa la metà del territorio calabrese, è senza collegamenti: spiagge bellissime, tesori non sfruttati, borghi bellissimi come Gerace. Tutti posti che puoi raggiungere solo con l'auto su strade dissestate. O con pullman che non hanno spazio per muoversi.
Nell'Aspromonte ci sono parchi con paesaggi mozzafiato: una Calabria bella e nascosta per colpa della mancanza di infrastrutture.

In Emilia Romagna passano il 40% delle merci italiane grazie agli investimenti in infrastrutture: l'aeroporto, le autostrade, le stazioni ferroviarie.
Il sistema di infrastrutture bolognese è tutto integrato, per favorire le aziende che qui vengono ad investire e che usano treni, strade e aeroporti per lo spostamento delle loro merci.
Un esempio è la Ducati: la presenza di infrastrutture consente l'arrivo di merci nello stabilimento nell'arco della giornata.
La città metropolitana ha pianificato questa rete di infrastrutture, pensando e immaginando al futuro, assieme alle aziende: questa strategia ha preso forma quando eravamo in piena crisi, per esempio l'interporto.

In questo modo, in dieci anni la Ducati ha potuto crescere, usando a piene mani le risorse del mezzogiorno che sono venuti qui a lavorare: è un ragionamento un po' brutale, quello fatto dal capo del personale della Ducati, che considera i meridionali un assett, dimenticandosi che le persone del sud sono costrette ad emigrare per necessità.

E' un qualcosa di ineluttabile, qualcosa che non possiamo cambiare?
Si devono ricostruire i viadotti crollati, si devono mettere più treni, mettere servizi: ad oggi l'unica grande opera cantierizzata è la Napoli Bari.
Poco, rispetto a quanto è messo in cantiere al nord: perché si sono fermati i cantieri al nord, perché la politica ha smesso di credere al nord? Si deve credere al sud, le grandi aziende appaltanti, come Ferrovie, Anas, devono investire al sud, non è una causa persa?

Ma il nord può fare a meno del sud?

Secondo il presidente dello Svimez Adriano Giannola, il nord non è autosufficiente: il nord non ha ancora recuperato il livello pre crisi, cresce a valori di 1.2 o 2%.
LE imprese eccellenti stanno in Italia ma non sono italiane: il nord si sta trasformando in vagoni a rimorchio delle imprese straniere che le controllano, tedesche o cinesi.
Tutto questo perché il mercato del sud è crollato: senza il mercato del sud il nord non corre da nessuna parte.
Negli anni 50-60% la crescita delle imprese era di dieci volte maggiore:
“il nord, bravissimo in Europa, seconda manifattura secondo i miti correnti, non corre da nessuna parte. Se io non risolvo il problema del porto di Napoli, nessuno attracca a Napoli, chi ne risente è Napoli ma anche l'Italia nel Mediterraneo va a picco”.
E lo stesso vale per il porto di Gioia Tauro: “queste non sono questioni di assistenzialismo, questa è una responsabilità del paese, che non si vede più come paese, ma considera questo come un problema a parte.. sono fatti di questi 20 milioni di italiani”.

Le considerazioni di Adriano Giannola sono confermate da Banca d'Italia che in uno studio del 2011 stimava che un solo euro di aumento di ricchezza del mezzogiorno, avrebbe determinato un ritorno di 40 centesimi per il centro nord.
E che se i consumatori del sud avessero speso 100 euro in più, la produzione del centro nord sarebbe aumentata di circa 52 euro.
Quindi, secondo questo studio, investire al sud conviene, anche alle imprese del nord: questo lo Stato sembrava averlo capito da tempo, visto che le finanziarie fino al 2008 hanno sempre previsto di destinare il 30% degli investimenti al sud.
Ma secondo gli studi dello Svimez, al sud è solo arrivato il 20% di investimenti effettivi: “aver fatto investimenti solo del 20% è chiaro che pesa su tutto il resto, e dove sono stati fatti quegli investimenti del 14%? Sono stati fatti al nord”.
Negli ultimi 20 anni, su 317 miliardi di opere pubbliche e infrastrutture programmate e in corso di realizzazione, più della metà sono stati destinati ad opere del centro nord, solo 91 miliardi ad opere al sud.
Dunque, contrariamente a quanto si pensa, è il nord che ha estratto risorse destinate al mezzogiorno.

Questo sfruttamento è per esempio visibile nel settore oleario: gli ulivi sono al sud ma le imprese si trovano al nord, che significa che la ricchezza ricavata dall'olio rimane al nord.
Il nord produce l'olio e decide i prezzi della grande distribuzione: i grandi marchi delle catene della distribuzione si trovano proprio nelle regioni più ricche ma attingono i beni dalle regioni del sud.

Servirebbe un grande marchio al sud, che sia produttore e anche imbottigliatore e distributore: senza intermediazioni, per favorire l'interesse dei produttori.

Gli appalti per le grandi opere fatte al sud le vincono le imprese del nord: succede per la Napoli Bari per l'alta velocità, con l'appalto a Salini e Astaldi, come la Pizzarotti di Parma.
Alle aziende del sud arrivano i subappalti, piccoli lavori.

La Pizzarotti è cresciuta grazie ai soldi della cassa del mezzogiorno: i soldi per il sud sono finiti, all'80% alle imprese del nord.
Ma oggi come fanno le imprese del sud a crescere, senza investimenti pubblici?
Il taglio degli investimenti pubblici si è fatto sentire molto dopo la crisi: si è fatta l'alta velocità, ma si ferma a Napoli e a Salerno.
La parte più debole del paese viene lasciata a sé stessa: ma qui c'è la parte di crescita potenzialmente più alta, per l'alta presenza di disoccupati e per il bisogno di servizi.
Non è assistenzialismo, racconta Gianfranco Viesti, come è avvenuto negli anni 80: oggi i livelli di assistenza pubblica al sud sono inferiori a quanto succede al nord.
Meno welfare, meno servizi, meno possibilità di crescita.

Isaia Sales è un docente dell'università di Napoli: se lo stato investisse nelle eccellenze produttive del sud l'Italia potrebbe competere col resto delle nazioni dell'Europa.
Succede nel settore dell'abbigliamento, nel settore ortofrutticolo, Catania è la seconda provincia nella produzione del settore elettronico, il turismo nel sud vale come la Costa Azzurra più la Corsica.
Ci sono potenzialità enormi, ma dobbiamo sfruttarle e investire: se l'Italia è tra i primi posto al mondo, nonostante sia una nazione a metà, se tornassimo ad essere una nazione vera, saremmo la prima nazione al mondo.
La Germania ha dimostrato che l'arretratezza di un territorio non è un destino: dobbiamo fare una rivoluzione copernicana sulla mentalità del sud, il nord senza il sud non va da nessuna parte.

Quali sono le eccellenze del sud?
Napoli, San Giovanni a Teduccio: quartiere a vocazione industriale, qui è nata la prima ferrovia.
Qui è nata la Cirio, poi entrata nell'IRI, passata ai privati: oggi lo stabilimento dopo un periodo di abbandono è diventato un polo tecnologico.
Grazie a 92ml di euro di fondi, tra regione e università, qui sono arrivati i big della tecnologia come Apple, Accenture, che attirano ragazzi con borse di studio.
A beneficiare del lavoro delle acadmy di Digita e di Apple è tutto il quartiere: un sogno che si realizza, un sogno certificato anche dall'Unione Europea che qui ha investito con i suoi fondi.

Fondi europei che sono finiti anche in Puglia, dove il PIL è cresciuto in questi anni del 3%: qui è forte l'industria aerospaziale, oltre all'olio e al vino, chi lo avrebbe detto.
Alla Sitael lavorano per la Nasa e per l'agenzia spaziale europea, ha lavorato al Rover Curiosity finito su Marte.
La Silicon Valley pugliese è a Monopoli.

In regione sono stati bravi a cogliere gli investimenti e a concedere finanziamenti in cambio del mantenimento dell'occupazione (non soldi dati per aziende poi sparite, dunque).

In Calabria lavora la NTT Data Italia, nell'ambito della realtà aumentata: dovranno acquistare nuovi palazzi per i nuovi assunti, giovani laureati delle università calabresi o laureati che tornano qui in Calabria dopo una esperienza all'estero.

Va sfatato il mito del nord produttivo e del sud parassitario.
Serve maggiore coraggio per tenere unito il paese: l'Unione Europea ha minacciato già l'Italia, senza investimenti al sud, basta fondi al nostro paese.

L'economista Viesti ha poi criticato la proposta della Lega sull'autonomia regionale: "la redistribuzione delle ricchezze è insita nella nostra Costituzione, tutti i cittadini hanno tutti i diritti riconosciuti a prescindere da dove nasce.
Siamo sfiduciati, non crediamo in un futuro collettivo e dunque la politica e gli italiani pensano solo a sé stessi.
L'Italia o si salva tutta assieme o non si salva".  

07 ottobre 2019

Le inchieste di Presadiretta: l'Italia spaccata in due (e sempre più distante)


Questa sera i giornalisti di Presadiretta ci racconteranno delle due Italie, quella del centro nord, la macro-regione assimilabile come condizioni di vita, servizi, redditi ad un paese del nord.
E l'Italia del sud, sempre più abbandonata a sé stessa.
Un confronto tra nord e sud in termini di qualità del servizio sanitario, delle scuole e delle infrastrutture.
Non c'è bisogno di aspettare il federalismo regionale tanto voluto dalla Lega per ufficializzare quella secessione che di fatto già esiste: la tua vita, le tue aspettative, il raggiungimento delle tue ambizioni, l'avere un'assistenza sanitaria, delle buone scuole, dipendono ormai sempre più fortemente da dove si nasce.

Se nasci a Taranto, per esempio, trovi ruderi abbandonati come la Giuseppe Ungaretti, quartiere Paolo VI: era l'unica scuola nella zona che fino a pochi anni fa, appena inaugurato, era un gioiello. Ma a causa dell'assenza di manutenzione da parte dell'amministrazione comunale, sono avvenute delle infiltrazioni di acqua, all'interno del solaio.
Infiltrazioni che hanno intaccato la struttura, rendendola inagibile: nel 2014 a seguito di una ordinanza comunale la scuola è stata chiusa e gli studenti trasferiti a due km di distanza.
Invece di intervenire subito sul nuovo istituto, lo ha abbandonato, lasciandolo preda dei vandali.

Se poi si trascura, è logico che i lavori diventino tanti e importanti, che ci siano problemi di soldi .. ci si doveva prendere cura di questa scuola come delle case, noi non aspettiamo che la casa crolli” - racconta un'insegnante al giornalista.
I ragazzi sono stati trasferiti ad un altro istituto, la scuola Giovanni Falcone: una bella scuola dove si fanno laboratori di scienze e di informatica, ma anche qui servirebbe altri lavori di manutenzione.
La difficoltà maggiore è quella della sicurezza nelle scuole” - spiega una docente - “andrebbero fatti lavori di tipo ordinario e straordinario. Io segnalo [i lavori necessari], è tutto agli atti, ma segnalo anche i vari solleciti, per ogni segnalazione servono circa due mesi”.
Sono determinate queste insegnanti a non ripetere un altro caso come quello della Ungaretti: la scuola non si tocca, ti dicono.

Dal sud al nord, in Lombardia, a Melzo: stesso numero di abitanti del quartiere Paolo VI di Taranto, anche qui troviamo una scuola intitolata a Giuseppe Ungaretti.
Qui i bambini studiano l'universo con l'aiuto della realtà virtuale, apprendono la biologia e le scienze programmando dei robot. A Melzo i ragazzi studiano la storia dell'arte ricomponendo in digitale i dipinti del passato, imparano la letteratura mettendola in scena e creando dei cortometraggi.
Come fanno in questa scuola ad andare avanti: la differenza la fa l'amministrazione comunale che ha sostenuto questa scuola.

Dalla scuola alla sanità: Presadiretta è andata a visitare l'ospedale di Vibo Valentia, in Calabria, una struttura che ha oltre 60 anni e che non versa in buone condizioni.
Interi reparti dismessi, referti abbandonati alla mercé di chiunque, mancano perfino i dispositivi antincendio. Il reparto messo peggio è quello di ostetricia ginecologia, dove le mamme dovrebbero far nascere in sicurezza i loro bambini.
In questo reparto sono avvenuti nel passato diversi decessi di neonati, alcuni dei quali sono stati portati all'attenzione del Parlamento: “l'ostetricia è una polveriera, è come il Vietnam” racconta la prima del reparto, Carmelina Ermio.
Dunque in Calabria, stando alle statistiche, si ha meno diritto di nascere rispetto ad altre regioni, come l'Emilia, dove c'è uno dei sistemi sanitari più efficienti in Italia. Dove le madri e i padri sono seguito scrupolosamente nei mesi della gravidanza, ma anche successivamente alla nascita del neonato.
Presadiretta ha visitato la casa della salute di Parma, presso l'Unità Operativa salute donna, dove le neomadri attendono di essere ricevute dalle ostetriche: “qua puoi telefonare e trovi sempre qualcuno per prendere l'appuntamento” racconta una di queste - “Ho trovato oltre che un supporto clinico, sono stata seguita durante la gravidanza, ho trovato soprattutto un supporto psicologico”.

Maria Cristina Lottici è una delle ostetriche: “qui si offre alla mamma, alla coppia e ai neogenitori, un'assistenza il più possibile personalizzata”.

Mentre nel paese i governi discutono su come disinnescare l'aumento dell'IVA deciso da altri governi (e disconosciuto da tutti), di cuneo fiscale, di tasse da tagliare, il PIL del sud sta crollando: “era + 0,6 nel 2018 e si prevede un - 0,3 nel 2019, quasi 8 volte di meno di quello della Grecia, mentre Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna rimangono attaccate alle regioni più ricche d'Europa. ”
Possiamo fare a meno del sud? Riccardo Iacona lo chiederà al ministro per il sud, Giuseppe Provenzano.
Giuseppe Laganà ha intervistato il presidente dello Svimez, Giannola, l'ente per lo sviluppo del mezzogiorno: “il nord, bravissimo in Europa, seconda manifattura secondo i miti correnti, non corre da nessuna parte. Se io non risolvo il problema del porto di Napoli, nessuno attracca a Napoli, chi ne risente è Napoli ma anche l'Italia nel Mediterraneo va a picco”.
E lo stesso vale per il porto di Gioia Tauro: “queste non sono questioni di assistenzialismo, questa è una responsabilità del paese, che non si vede più come paese, ma considera questo come un problema a parte.. sono fatti di questi 20 milioni di italiani”.


Le considerazioni di Adriano Giannola sono confermate da Banca d'Italia che in uno studio del 2011 stimava che un solo euro di aumento di ricchezza del mezzogiorno, avrebbe determinato un ritorno di 40 centesimi per il centro nord.
E che se i consumatori del sud avessero speso 100 euro in più, la produzione del centro nord sarebbe aumentata di circa 52 euro.
Quindi, secondo questo studio, investire al sud conviene, anche alle imprese del nord: questo lo Stato sembrava averlo capito da tempo, visto che le finanziarie fino al 2008 hanno sempre previsto di destinare il 30% degli investimenti al sud.
MA secondo gli studi dello Svimez, al sud è solo arrivato il 20% di investimenti effettivi: “aver fatto investimenti solo del 20% è chiaro che pesa su tutto il resto, e dove sono stati fatti quegli investimenti del 14%? Sono stati fatti al nord”.
Negli ultimi 20 anni, su 317 miliardi di opere pubbliche e infrastrutture programmate e in corso di realizzazione, più della metà sono stati destinati ad opere del centro nord, solo 91 miliardi ad opere al sud.
Dunque, contrariamente a quanto si pensa, è il nord che ha estratto risorse destinate al mezzogiorno.

A tutto questo dobbiamo aggiungere altre questioni: l'emigrazione di neo laureati dal sud al nord (che priva il sud di giovani forze che ha contribuito a formare), l'emigrazione sanitaria, dal sud verso strutture sanitarie del nord, che arricchisce regioni come Lombardia, Emilia, Veneto.
Aggiungiamo anche che, se escludiamo il fallimentare progetto del ponte sullo Stretto, in questi anni si è sempre e solo parlato di grandi opere al nord, dal TAV, all'alta velocità.

La scheda del servizio:

Un doppio viaggio di PresaDiretta nel nord e nel sud del Paese per mettere a confronto le voci principali che fotografano lo sviluppo nazionale: la sanità, la scuola, le infrastrutture e i trasporti, il turismo e il mondo del lavoro. Un viaggio a specchio che restituisce i cronici ritardi del sud.Il PIL del sud Italia continua a scendere. Era al + 0,6 nel 2018 e si prevede un - 0,3 nel 2019, mentre Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna rimangono attaccate alle regioni più ricche d'Europa. Eppure nel sud Italia ci sono eccellenze nel settore della ricerca e dello sviluppo e distretti industriali e tecnologici molto avanzati.Ma il ritardo strutturale del sud rallenta l’intero Sistema Paese. E l’economia del nord ha bisogno del meridione come mercato interno e come fornitore di materie prime, nel settore agricolo per esempio. E allora, visto che nord e sud sono così legati, cosa fare per recuperare la coesione nazionale? E per recuperare lo svantaggio e rilanciare la nostra economia?

06 ottobre 2019

Chi indossa una divisa

Ci avevamo provato questa estate, dopo l'omicidio del carabiniere a Roma: vicenda poco chiara ancora oggi, che sembrava buona per la strumentalizzazione contro gi immigrati.
Peccato che i due responsabili fossero di pelle bianca e americani.
Venerdì una nuova occasione: due agenti uccisi a Trieste in Questura, dopo aver accompagnato due fratelli, di cui uno con problemi psichici ma che in Italia non era in cura (mentre lo era in Germania, dove aveva vissuto).
Subito è partita la speculazione contro la sinistra buonista che ha aperto le porte agli immigrati: ma i due erano in Italia con un regolare permesso (ovvero rispettoso delle leggi vigenti).
Sulla polemica per le fondine, meglio aspettare che si sia chiarito se le nuove fondine in polimero sono difettose (come sostiene il SAP) o meno (come ha risposto il Viminale).

Anche per rispetto ai due agenti morti, dobbiamo ricordarci una volta ancora della difficoltà del mestiere di agente di polizia (e di tutte le forze dell'ordine): mestiere che richiede efficienza fisica, esperienza, prontezza di riflessi.
Il pericolo è sempre dietro l'angolo.

Chi indossa una divisa fa un mestiere usurante e pericoloso: siamo sicuri che alle forze dell'ordine sono garantite tutte queste cose dallo stato centrale?
Mi viene in mente una vecchia inchiesta di Presadiretta che parlava dei tagli alla sicurezza da parte del governo dove era ministro il leghista Maroni.

Perché un conto è indossare la divisa e fare l'amico della polizia, altro è veramente aiutare chi indossa la divisa.

05 ottobre 2019

Notizie e non notizie

Ci sono notizie di cronaca che devono, purtroppo, essere date: la morte dei due agenti a Trieste, uccisi da due persone (che i giornali di destra sottolineano, immigrati) in Questura dopo un fermo.
Notizia tragica, che oggi leggiamo ovunque.
Leggiamo anche delle polemiche contro la provenienza dei due fermati, dominicani, dunque immigrati, dunque colpa dei buonisti che hanno favorito l'immigrazione..
Mica colpa del fatto che, forse, le fondine dei due agenti fossero vecchie, senza il laccio estensibile che rende difficile rubarle.

Ci sono poi notizie che non lo sono quasi mai: quando si muore sul lavoro, quando a morire è una donna vittima del suo compagno-marito-ex.
Colpa della gelosia, di quell'amore folle - così hanno scritto e scrivono molti giornali in questi casi.
Mica si può scrivere che sono morti perché oggi non si fa formazione sul lavoro, perché la sicurezza è un costo da tagliare, sul lavoro. Perché, anche se non rispetti le regole, non ti succede niente. Come quando non paghi le tasse.
Mica si può scrivere che i femminicidi sono vittime di persone malate, che hanno pure la possibilità di portare armi, legali detentori di armi che diventano giustizieri di donne che gli hanno detto semplicemente no.

Notizie che non lo sono mai sono quelle a commento dei servizi di Presa diretta: ogni martedì ascolto la rassegna stampa e non mi spiego l'assenza di qualsiasi commento ai servizi sul gioco d'azzardo, alla guerra politica contro le Ong, alla carenza dei medici e alla fine della sanità pubblica ..

Notizie che dovrebbero diventarlo sono quelle come lo scoop dell'Avvenire, con gli accordi tra l'Italia e il trafficante di esseri umani libici: altro che Ong come taxi del mare, i contatti coi trafficanti siamo stati noi.

Mike Pompeo, il segretario di Stato Americano intervistato da La Stampa, ci mette in guardia dalla Cina, che potrebbe spiarci e ribare i dati. Come Facebook, per esempio.

Avete sentito parlare della condanna a Vito Nicastri, il re dell'Eolico, compagno d'affari di Arata senior, l'imprenditore che ha scritto il programma energetico per la Lega, che avrebbe chiesto una norma a favore all'ex sottosegretario Siri, della Lega? No? Strano..

Forse perché siamo sottoposti ad un bombardamento di notizie che non lo sono, i tortellini, i crocifissi, la difesa del contante, l'invasione degli immigrati ..

03 ottobre 2019

L'Italia delle stragi a cura di Angelo Ventrone



Le trame eversive nella ricostruzione dei magistrati protagonisti delle inchieste (1969-1980)

Tra il 1969 e il 1980 l'Italia vive una stagione difficilissima. Sono gli anni della strategia della tensione, che vede susseguirsi centinaia e centinaia di attentati grandi e piccoli, di stragi purtroppo riuscite e di tante altre rimaste senza vittime solo grazie a un imprevisto, o per l'imperizia dei terroristi.Sono passati ormai cinquant’anni dal momento in cui quella drammatica stagione si è aperta. Ormai è giunto il momento di provare a capire cosa possiamo dire di sapere con certezza dopo così tanto tempo, quali sono le verità raggiunte e le piste che ancora si possono aprire. Questo è l'intento del libro.

Un libro per ricordare, un libro per comprendere, un libro per tracciare le fila e cercare di fare ordine, facendo parlare sulle stragi degli anni 1969-1980 alcuni magistrati che su quei fatti hanno indagato.
Perché, a cinquant'anni dalla strage di Piazza Fontana, non possiamo accettare che su questa parte della nostra storia recente, cada l'oblio: occorre tener viva la memoria, cancellare l'idea che quelle stragi siano solo misteri d'Italia di cui non si può dire nulla.
Questo libro ha proprio questo fine: ci racconta di queste stragi (piazza Fontana, piazza della Loggia, Peteano, strage alla stazione di Bologna), dei mancati golpe (la Rosa dei Venti, il golpe Borghese, il golpe di Edgardo Sogno) e per ciascuna ci dice cosa è emerso dalle inchieste e i fatti provati. Le responsabilità, i mandanti e chi, anche all'interno dello Stato, sapeva e ha taciuto.
Chi scrive la storia, è stato osservato, per certi versi può essere paragonato a colui che compie un gesto simile a quello della sepoltura: da cioè pace alla memoria mentre ne rivitalizza il ricordo. Permette il sereno congedo dal passato per aprire una nuova pagina nella propria vita. Per parla di ciò che è avvenuto in Italia tra gli anni sessanta e settanta, è dunque arrivato il momento di passare dall'uso del condizionale all'uso dell'indicativo; dalle ipotesi a ciò che si sa per certo. In effetti le inchieste della magistratura si sono spinte molto più avanti di quanto l'opinione pubblica abbia percepito. Se non sempre sono riuscite a trovare le prive definitive per individuare i singoli colpevoli, hanno però identificato con precisione gli ambienti politici da cui la strategia eversiva è nata: i gruppi neofascisti e neonazisti, e in particolare Ordine Nuovo. Gruppi che hanno intrecciato la loro attività con settori dei Servizi segreti italiani e stranieri, delle forze armate, delle istituzioni, del mondo imprenditoriale e di organizzazioni a cavallo tra la dimensione nazionale e internazionale come la P2, nei suoi ulteriori oscuri intrecci con il mondo della criminalità organizzata.

Non è vero che non sappiamo niente, che ormai sono passati troppi anni per scoprire la verità, che dalle carte delle inchieste non è emerso nulla: nonostante molti processi si siano conclusi senza condanne, conosciamo i nomi dei responsabili, chi le ha pianificate e organizzate e di molte di queste, sappiamo anche i perché.
Non solo: dal 2017 abbiamo una sentenza definitiva che inchioda i fascisti veneti di Ordine Nuovo Maggi e Digilio, per la strage di Piazza della Loggia.
Sappiamo anche delle complicità e dei depistaggi di organi dello stato: l'armiere di Ordine Nuovo che era pure informatore del SID, il nostro servizio segreto militare, il quale non informò la magistratura né prima né dopo la strage di Brescia.
Sappiamo che parte del depistaggio su Piazza Fontana (la pista anarchica, i finti manifesti all'indomani della bomba) partì dall'Ufficio Affari Riservati, il servizio segreto del Viminale.
Sappiamo che Licio Gelli, venerabile maestro della Loggia P2 assieme ad altri ufficiali del Sismi, Belmonte e Musimeci, cercarono di inquinare le acque dopo la strage di Bologna, per montare la fantomatica pista libanese, la pista internazionale e distogliere l'attenzione dei magistrati dalla pista fascista (i NAR Fioravanti, Mambro e Cavallini) e dai mandanti del livello superiore.

Ma il saggio di Ventrone fa un passo in più: tutti gli episodi vengono raccontati secondo un unico filo, quello della strategia della tensione, rispondendo ad una serie di domane: a chi giovarono quelle stragi? Qual era il loro fine, sia dal punto di vista politico che ideologico, andando a raccontare dell'aspetto economico dietro le bombe: chi finanziava i terroristi e che tornaconto aveva?

Una delle difficoltà nel far luce sui cosiddetti misteri d'Italia – spesso per nulla misteriosi -, e che ne mantiene taluni ancora irrisolti, consiste nella nebbia colorata di ideologia che nasconde la sostanza. Troppe volte si è andati infatti alla ricerca della logica del terrorista piuttosto che verificare l'interesse economico retrostante.La domanda «perché si uccide?» va spesso tradotta nella domanda, «chi paga per uccidere?». 
La spiegazione di alcuni fenomeni – il viscerale anticomunismo, le appartenenze massoniche, le deviazioni dei servizi, la potenza della mafia, lo sviluppo straordinario in Italia della criminalità nelle sue varie forme, la corruzione endemica – non può esaurirsi attraverso l'interpretazione storico-ideologica-sociologica: richiede una ricostruzione anche in chiave economico-finanziaria.

Non c'è stato un grande vecchio, dietro queste stragi, ma una serie di interessi geopolitici nati al di fuori dall'Italia che ne hanno condizionato la politica, il progresso del paese, sin dal dopo guerra.
In gioco, in questa guerra combattuta in modo non ortodosso, non c'era una frontiera da abbattere, un paese da conquistare: c'era da mantenere un equilibrio politico a qualunque costo, per il nostro paese e per i paesi dell'Europa occidentale. Mantenere e consolidare il blocco di potere attorno alla Democrazia Cristiana, come era stato deciso a seguito dell'incontro di Yalta, impedendo l'avanzata delle forze di sinistra che ne avrebbero potuto prendere il posto al governo. A qualunque costo ha voluto dire anche usando i neo fascisti, i nemici di ieri per gli Americani, per compiere quelle azioni sporche che qualsiasi organo anche militare di un paese democratico non avrebbe potuto fare.

Il mondo nel 1945 era diviso in due blocchi. Il blocco comunista e quello occidentale. A Washington il presidente Truman iniziò ad emanare questa dottrina con le sue direttive, sin dal 1948: da esse la nascita della Cia (l'agenzia segreta che prese il posto dell'OSS di Wild Bill Donovan), Gladio e l'intera struttura di Stay Behind, ufficialmente creata per gestire un'eventuale guerriglia in caso di invasione delle truppe del patto di Varsavia nei paesi occidentali. Struttura nata nel 1956, con un accordo che nemmeno è passato dal Parlamento.
Struttura che di fatto era solo una copertura per una seconda struttura occulta, con dentro militari e civili, esponenti della galassia neofascista come gli ordinovisti Freda e Ventura, come Maggi e Digilio.
Da questa dottrina, di guerra sporca, di guerra non ortodossa, nasce il Field Manual del generaleWestmoreland, un manuale in cui si spiega dell'infiltrazione dei partiti e dei gruppi della sinistra, operazioni sotto falsa bandiera, screditare le sinistre.
L'influenza delle logge massoniche, stanze di compensazione dove far incontrare interessi, spesso criminali. Militari, mafiosi, banchieri, giornalisti, neofascisti.

Alla fine della seconda guerra mondiale, molti fascisti furono salvati dalle condanne per crimini di guerra (come Junio Valerio Boghese, comandante della X Mas) e arruolati in questa guerra. A partire dai primi anni sessanta molte formazioni neofasciste (Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale) furono arruolate  (dai nostri servizi, il Sifar, di fatto diventati una depandance di quelli americani) in questa moderna crociata contro il comunismo, attirate con l'idea di un colpo di stato di tipo militare che non ci sarebbe mai stato.

Si trattava, in realtà, di creare un clima di forte allarme in sede istituzionale e di acuta tensione sociale per spianare la strada e favorire il successo delle programmate operazioni di stabilizzazione, con il «ritorno al centrismo» delle forze politiche moderate e l'allontanamento di quelle di sinistra dall'area di governo. E' ben possibile che gli strateghi statunitensi, d'accordo con quelli italiani, abbiano fatto credere ai neofascisti la concreta evenienza di uno sbocco rivoluzionario, anche se non previsto, anzi escluso dai loro protocolli segreti.

Attraverso i capitoli del saggio, ci viene raccontata la genesi e i perché della strategia della tensione, la sua prima fase con le bombe di destra e i tentativi di golpe, necessari per destabilizzare ma che, nell'idea dei pupari non dovevano portare ad un vero regime: era sufficiente lanciare un messaggio, il “tintinnar di sciabole” come ai tempi del Piano Solo, per bloccare tentativi di governo troppo spostati a sinistra.
Lo spartiacque attorno al 1974, quando le inchieste sulle piste nere portarono ai primi risultati, puntando anche ai vertici del SID, l'andreottiano Miceli (pure iscritto alla P2), che di fronte ai magistrati lanciò una pesante allusione “d'ora in poi non sentirete più parlare di terrorismo nero, ma solo di quegli altri”.
Gli altri, la concorrenza, cioè il terrorismo rosso, le Brigate rosse che dal 1974 cambiarono la strategia, a colpi di pistola e non più con rapimenti.

Così come si racconta anche del potere della loggia P2, del passaggio dalla strategia con le bombe, allo svuotamento della democrazia un pezzo alla volta, come spiegato da Gelli nel suo piano di rinascita democratico.

L'intenzione è dunque quella di svuotare il sistema costituzionale dall'interno attraverso operazioni occulte, che possono ben definirsi di golpismo strisciante.Ecco, ad esempio, come viene esplicitato il primo obiettivo del piano: «Partiti politici, stampa e sindacati costituiscono oggetto di sollecitazioni possibili sul piano della manovra di tipo politico-finanziario. La disponibilità di cifre non superiori a 30 o 40 miliardi [di lire] sembra sufficiente a permettere a uomini di buona fede e ben selezionati di conquistare posizioni chiave necessarie per il loro controllo»

Cambiano i mezzi, ma non l'obiettivo: destabilizzare il paese, condizionarne la sua politica, cambiarne gli assetti istituzionali, da una repubblica parlamentare ad una presidenziale.

Avremmo potuto essere un paese diverso, più moderno, non soffocato dalle ingerenze esterne, non inquinato dal fango fascista, con le sue complicità in seno ai servizi, al giornalismo, nell'esercito, nei servizi americani.
Eppure il paese ha resistito, la democrazia, pur con mille difficoltà, ha retto l'urto:
Libero Mancuso, il magistrato che ha seguito l'inchiesta per la bomba di Bologna ha detto: "ci avete sconfitti, ma sappiamo chi siete".
Che suona come quel Io so, di Pasolini.
Ecco, ora possiamo dire io so, so i nomi e ho anche le prove.

I capitoli del libro:

La storia contro il tempo e l'oblio – Angelo Ventrone
La strategia della tensione e la strage di piazza Fontana – Pietro Calogero
Il mancato golpe Borghese e la loggia P2 – Pietro Calogero
Peteano 31 maggio 1972 – Pietro Calogero
Questura di Milano 17 maggio 1973, via Fatebenefratelli– Pietro Calogero
La rosa dei venti ottobre 1973 – Pietro Tamburino
Piazza della Loggia 28 maggio 1974 – Giampaolo Zorzi
Il treno Italicus 4 agosto 1974 – Pietro Grassi
Il golpe bianco di Edgardo Sogno agosto 1974 – Giovanni Tamburino
Stazione di Bologna 2 agosto 1980 – Vito Zincani
P2 e destra eversiva – Giuliano Turone
La continuità del progetto stragista – Claudio Nunziante

La scheda del libro sul sito di Donzelli
I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

La guerra di Donald

Oggi parliamo di dazi, dopo aver disquisito di tortellini, merendine e di cambiamenti climatici.
E' l'arma che il presidente Trump sta usando contro l'Europa e la Cina: in un mondo globale, in un finto libero mercato, i dazi (usati anche dall'Europa) sono uno strumento per battaglie tra stati e che alla fine rischiamo di pagare tutti.

Che diranno ora quelli che nel 2016 applaudivano alla vittoria di Trump? 
C'è sempre qualcuno più sovranista di te, questa la morale.




PS: ma come la stanno prendendo male i giornali della destra questa (al momento solo presunta) lotta all'evasione ..

02 ottobre 2019

E allora il cambiamento

Il governo del cambiamento, ad oggi, si riconosce solo dal fatto che vediamo l'ex ministro Salvini in camicia e cravatta (e continuare la sua campagna elettorale).
Le merendine, le tasse, i crocifissi, i tortellini, gli sbarchi degli immigrati .. e tutti i giornalisti andargli dietro come utili idioti della causa (salviniana).

Ci si aspettava, dal governo del cambiamento non dal capitano, un cambiamento: occuparsi delle morti sul lavoro (due persone sono morte, anche ieri), del problema della sanità pubblica (a Como è stato chiuso il primo ambulatorio per carenza di medici, in Svizzera sono pagati di più).


Un cambiamento sulla lotta all'evasione ..

La lotta all'evasione prima si fa e poi si annuncia: il procuratore di Milano Greco, ieri spiegava il paradosso italiano della lotta all'evasione, "Se sei straniero e rubi una lattina vai in carcere, se sei un evasore ti devo ringraziare. Questa storia mi ha stancato".

E nemmeno possiamo pretendere che si porti avanti la battaglia per lo ius culturae perché, ti dicono, così fai un favore a Salvini e soci.
Come se invece continuare a chiacchierare su immigrazione (e non sugli accordi libici, che abbiamo tenuto in vita), su crocifissi, su tasse che non si devono alzare quando coi tagli a scuola e sanità di fatto si negano diritti a parte degli italiani.

E allora il cambiamento? E allora Salvini? E allora il m5s?