20 marzo 2025

Il vento di giugno di Leonardo Gori


 

Chi, alle sei di mattina del 2 aprile 1946, avesse visto correre una Topolino per via de’ Serragli, a Firenze, avrebbe pensato forse a un’auto civetta della Polizia o dei Reali Carabinieri, all’inseguimento di un bandito. Di automobili private ce n’erano ben poche, in giro: [..]

Alla guida della FIAT c’era il professor Guido Mori, cinquantenne, membro autorevole della ricostituenda Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici.

I romanzi di Leonardo Gori sono racconti con dentro la storia, quella con la S maiuscola: “la storia è l’essenza stesso del racconto” spiega l’autore nell’intervista su Rainews, la storia non è solo un fondale dipinto alle spalle dei protagonisti, ma è la storia di quell’Italia con i suoi disastri, le sue rovine e le sue speranze. Il vento di giugno, ultimo romanzo della serie con Bruno Arcieri, è ambientato nei giorni attorno al referendum del 2 giugno 1946, quando gli italiani furono chiamati a decidere su referendum o monarchia. Queste furono, cosa ancora più importante, le prime elezioni dove le donne poterono votare.

Bruno Arcieri si accarezzò la barba ispida, guardando il proprio volto riflesso in una delle poche vetrine di via Scipione Ammirato, nella prima periferia borghese di Firenze.

Avrebbe dovuto darsi una sistemata.

Che vento spira su quell’Italia? Il vento della sconfitta dopo quella guerra voluta da fascismo che aveva portato morte, distruzione, famiglie distrutte, macerie. Non solo le macerie dei palazzi distrutti dalle bombe ma anche le macerie morali di un paese lasciato allo sbando dopo la fuga del re a Brindisi, il crollo del regime e l’occupazione del paese da parte del nazismo.

Ma anche un vento di riscatto e di speranza, alimentato dal coraggio e dal valore degli italiani che scelsero di lottare dalla parte giusta in quella guerra di Liberazione che aveva ridato un minimo di dignità all’Italia. Guerra a cui pure lo stesso Bruno Arcieri, ufficiale del SIM, aveva partecipato

.. da Salerno a Milano, venti mesi di combattimenti, in mezzo a orrori che lo avevano reso forse più compassionevole, ma, in modo paradossale, anche più cinico, come se indossasse uno scafandro per camminare impunemente sul fondo melmoso di un’Italia affondata.

E ora il referendum, la possibilità di votare, dopo venti e più anni del regime, un voto libero, per tutti, anche per le donne. Per cambiare, per dire basta.
Ma sulla nostra nazione grava un altro pericolo e toccherà ancora una volta ad Arcieri tornare in azione e sventare questa minaccia, come ai tempi del SIM, il servizio segreto militare rinominato da Badoglio in Ufficio I e messo in naftalina, perché troppo compromesso col regime:

«Dobbiamo parlare in privato.» Il tono di voce dell’uomo, gentile ma fermo, intimoriva. Era sui sessanta, forse un po’ di più, distinto, dotato di un carisma..
Nella sua Firenze, dove vive gli ultimi giorni accanto ad Elena, la donna che ama e che è in procinto di partire per la Palestina, quella che ritiene essere la sua terra, Arcieri riceve un messaggio del Comandante, il suo superiore al servizio segreto.
Lo raggiunge a Firenze raccontandogli di questa minaccia: qualcuno sta distruggendo il servizio dall’interno, per indebolirlo agli occhi del governo e degli alleati, allo scopo di indebolire il paese.
Questo qualcuno ha brigato per estrometterlo dal suo ruolo, oltre a questo alcuni dei suoi “controlli” diretti, informatori irregolari che gli riferivano notizie riservate, sono stati uccisi simulando degli incidenti. Uno di loro era proprio quel dottor Guido Mori.
Arcieri deve recarsi subito a Roma e prendere dimora presso uno degli ultimi “controlli” del Comandante, un marchese caduto in rovina che oggi dispone solo della sua villa, presso cui prenderà dimora.

«Lei pensa che ci sia un piano preciso. Una specie di complotto, che sta svuotando il Servizio degli elementi migliori?»

L’Italia alla fine della guerra è stata relegata tra le nazioni sconfitte, troppi sono gli interessi, spesso in contrasto tra loro, sul futuro del nostro paese. Qualcuno, tra le potenze alleate che si stanno spartendo ora il controllo del mondo, potrebbe aver interesse ad indebolire ulteriormente il nostro paese, usando una talpa per colpire il servizio e portar fuori notizie riservate.

«Mi farà da agente privato, illegale, come se agisse in territorio nemico. Continuerà a svolgere il suo lavoro di passacarte ..»

Inizia così questo thriller dove vedremo il protagonista muoversi in una Roma oggi irriconoscibile: se i bombardamenti hanno in parte risparmiato la città, la fame e la miseria si sono fatte sentire anche qui, nella città eterna. Tutto è in vendita, dalla dignità delle persone costrette a vendersi per fame trasformando l’urbe in un enorme bordello a cielo aperto. Alle informazioni segrete di cui arcieri ha bisogno per capire chi sia questa talpa all’interno del servizio.

Si guardò intorno. Pochi passanti, donne e uomini, con le mani in tasca e gli occhi bassi, per fuggire gli sguardi del prossimo. Molti probabilmente erano disoccupati, e forse si sentivano in colpa. Un uomo anziano raccoglieva con metodo le cicche da terra e le metteva in un sacchetto di carta. Una vecchia allungava con gran vergogna la mano, all'angolo della strada. Erano le vittime di una guerra criminale, e ancor più di due anni di pace decisamente bellicosa. Su quei volti era stampato un tempo di miseria strisciante, occultata a malapena. L'immagine della sconfitta, della disfatta interiore.

In questa indagine in cui ancora una volta si troverà a mettere a rischio la propria vita, Arcieri verrà aiutato da uno strano giornalista, Lanza, con la passione per gli alcolici ma capace di procacciarsi qualsiasi informazione perché tutto o quasi ha un prezzo.

E poi da Cristina, la figlia del marchese che lo ospita: lavora presso una struttura in Vaticano che accoglie preti che fuggono dai paesi dell’est. Ma forse anche questa è una struttura di copertura per far passare informazioni da e verso la Russia.

E forse la stessa Cristina non è solo una impiegata come le altre..

Ritroveremo qui altri personaggi che abbiamo incontrato in precedenti (o successive) indagini di Arcieri: Daniele, un fascista convinto che aveva lavorato come suo collaboratore in operazioni poco ortodosse. Nanette, la fascinosa agente che Arcieri aveva “infilato” nel letto di ufficiali nazisti per carpire informazioni. Eleonora, altra “impiegata” del servizio finita a lavorare in un archivio.

Adesso l’Italia era in balia delle nuove grandi potenze, terreno di battaglia per un’altra guerra non guerreggiata..

Si parla di servizi segreti in questo thriller: Leonardo Gori nell’intervista a Rainews racconta che per documentarsi ha fatto delle ricerche ma ha cercato di non farle pesare sul lettore. I personaggi, del Sim, dei servizi inglesi, i russi, si trovano a loro agio in questa Italia del 1946: c’è del vero, del verosimile, c’è dell’inventato, ma Leonardo Gori ha sempre cercato di rispettare l’essenziale, della storia con la S maiuscola.

Allora, la storia: quanto è stata reale l’influenza dei servizi segreti stranieri sul referendum e sul destino del nostro paese? C’è stata una loro influenza sul voto finale del referendum? Come racconta lo stesso autore, “ho cercato di non seguire la vulgata ma di cercare delle angolazioni diverse, chi, insospettabile potrebbe aver giocato un certo ruolo ”.

L’Italia distrutta dalle macine si sarebbe sollevata da quella miseria, ci sarebbero voluti anni, gli aiuti degli alleati, la volontà di quanti volevano scrollarsi di dosso fame e miseria. Sarebbe arrivata l’Italia del boom, certo. Ma quell’Italia non avrebbe fatto i conti col suo passato: c’era l’arrivo di una nuova guerra “non guerreggiata”, la guerra fredda dove i nemici di ieri potevano essere utili a combattere il nemico di domani, i fascisti riciclati nel sistema in funzione anticomunista.

Ma c’era anche la comoda illusione che il fascismo fosse qualcosa di esterno a noi: un qualcosa che aveva illuso lo stesso Arcieri, anni prima, quando aveva visto arrivare al potere le camice nere e Mussolini

.. a quando pensava che il fascismo si sarebbe prima poi esaurito in modo pacifico, alla fine sarebbe scomparso senza trascinare con sé immense distruzioni materiali e morali, e al suo posto sarebbe nata una nuova Italia, fondata su presupposti nuovi di giustizia e libertà; a quando poteva ancora credere che il male fosse rappresentato solo da Mussolini e dal suo volgare regime di cartapesta, basato sulla violenza, sul disprezzo per la democrazia e sulla delazione, e che non ne fossero invece responsabili proprio gli italiani, quasi tutti fascisti nell’animo, anche quando credevano di essere dalla parte opposta: con la loro mentalità furbastra, con lo spirito vigliacco del branco, con il disprezzo belluino per le regole del vivere civile, con la loro propensione ai mezzucci e alla truffa.

Vedendo cosa è diventata l’Italia di oggi, verrebbe da dire che quell’Italia fascista non è mai morta.

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