12 settembre 2017

Il tiro a segno come al luna park – da La notte della rabbia Riccardi

Ne “La notte della rabbia” il colonnello dell'arma Roberto Riccardi ci porta indietro nel tempo, nel 1974, negli anni di piombo: mescolando fiction e pezzi di storia, il racconto parte dal rapimento di un consulente del governo, aspirante ministro, da parte di un commando delle SAP, a Roma.
A mettersi sulle tracce dei terroristi c'è il comandante del nucleo antieversione del carabinieri, il colonnello Leone Ascoli.
Ma alla sfida tra Stato e anti-stato, tra legalità ed eversione, si affiancherà una seconda sfida, perché in quell'Italia si stava combattendo anche una seconda guerra, tra spie, servizi e agenti doppiogiochisti.
E così Leone si trova di fronte un suo antico nemico, l'ex tenente delle SS, aguzzino nel campo di Auschwitz in cui Leone fu rinchiuso, in quanto ebreo, in quanto uomo non degno di vivere.
Lì, nel campo, Leone e Helmut Brandauer si sono già incontrati, quando un suo compagno di prigionia, Bepi, gli aveva salvato la vita.
Era l'estate del 1944 e dentro il campo di sterminio la vita, la dignità della persona, era regolata dai capricci delle SS, che come delle divinità decidevano della vita o della morte delle persone che avevano davanti (come ci ha raccontato Levi in “Se questo è un uomo”).


Auschwitz, estate 1944
Sulla Judenrampe lui e Bepi si guardarono a lungo. Un debole sole scaldava appena le ossa, regalando una parvenza fugace di benessere. [..]
Sinistro non era il treno, ma il concentrato di ferocia che lo attendeva sulla banchina: le SS, i kapò e perfino loro, i derelitti dalle tute a strisce, compagni di sventura divisi solo dalla data di arrivo al campo, emblema di ordine fame e paura. Bepi si avvicinò perché i sorveglianti non sentissero. - A te chi tocca oggi?
- I bambini. A te?
- Lo stesso.
Parlavano a voce bassa con le labbra socchiuse, comunicare era vietato e sulle punizioni non potevi sbagliarti. Per le mancanze ordinarie il bastone, la frusta o i morsi dei cani. Per quelle più gravi la forca. Il ragazzo ebreo si piegò come per raccogliere un oggetto, un altro dei loro trucchi per parlare senza essere uditi.
- Hai visto chi comanda? - domandò.
Il Bepi non fece in tempo a rispondere e Leone a rialzarsi, un colpo terribile lo raggiunse alla testa. Cadde, il sangue gli colava sul volto. [..]
Quel giorno era stato assegnato ai bambini. Il compito più ingrato, caricarli sui carretti che li avrebbero condotti alle camere a gas. Nessuno di loro si sarebbe salvato, all'economia del lager non portava profitto.
Da tanto dolore non riusciva mai a rialzarsi. Meglio così, per un po' avrebbe scansato la fatica.
Il Bepi si era avviato con gli altri, chino per terra ne distinse le gambe all'interno del flusso. Lo vide avvicinarsi a una donna che teneva in braccio un neonato e battagliare con lei per farsi consegnare la creatura. Inventava scuse per convincerla e nel frattempo si guardava intorno, le SS non dovevano vedere.
Insisteva così nel tentativo di sottrarla alla morte. Secondo le regole del campo una giovane sola poteva salvarsi, mentre una mamma a cui toglievano il figlio era considerata persa e quindi inutile. Se i medici l'avessero vista col bambino lei sarebbe finita al gas.
Non era mai facile e non lo fu quella volta, la madre non voleva cedere. Il Bepi allora si avventò, perse di forza il neonato e si dileguò protetto dalla massa. La donna, trattenuta da altri, non potè seguirlo. Il partigiano filava a passo svelto verso un carretto, ma qualcuno ne deviò il percorso.
Il dolore dominuiva e la vista tornò ad assisterlo, così Leone alzò gli occhi in tempo per scorgere una SS che spingeva il Bepi verso un gruppo di commilitoni. Due di loro li conosceva: sempre in prima fila nel torturare i progionieri, sempre pronti ad ubriacarsi la sera, una volta finito il loro sporco lavoro.
L'ufficiale che guidava le operazioni sorrise mel guardare il piccolo, portato in braccio dal prigioniero. Avanzò, i suoi occhi mandavano i lampi. Bepi intuì il pericolo e provò a tornare sul suo percorso abituale. Il carretto era a poca distanza, gli bastava qualche passo per raggiungerlo e adagiarvi il bambino.
Il tenente si piantò a gambe larghe davanti al giovane impedendogli di proseguire. Si spiegò a gesti, mimò un ordine e perfino Leone, lontano com'era, realizzò cosa volesse. Il neonato non dovea essere posato sul carretto ma lanciato per aria. Dio mio, pensò, a cosa serve quel gioco?
Bepi tentò l'unica difesa possibile, finse di non aver capito. L'ufficiale estrasse la pistola e gliela puntò alla tempia. Leone non seppe mai a quale impulso risposero le sue gambe, senza deciderlo si trovò in piedi.
Camminava verso le SS con le braccia lungo i fianchi e i pugni serrati. Il tedesco gli dava le spalle. Bepi era immobile, con l'arma a contatto con la pelle e un'espressione gelida sul viso. Fissò il compagno per un istante che parve eterno, intuendo i suoi disegni. Quel pazzo di un ebreo voleva affrontare il tenente, lo avrebbero ucciso e non sarebbe servito, per il piccolo non c'erano speranze.
Senza guardare scagliò il bambino più in alto che poteva. Fu un lancio incredibile, che il gruppo SS seguì con ammirato stupore. La Luger che avrebbe ucciso Leone si puntò verso il cielo. Uno sparo, un centro perfetto. Egli chiuse gli occhi perché la scena potesse svanire, avrebbe preferito che a dissolversi fosse l'intero universo.
Il resto della storia glielo raccontarono in seguito: il Bepi costretto a posare il cadaverino insanguinato sul carretto, fra gli altri bambini che piangevano chiamando le madri; i tedeschi che radunavano fascette di marchi da consegnare a chi aveva sparato; l'aguzzino soddisfatto che impugnava la sua pistola fumante.
Era un tiro a segno, come al luna park, con un bersaglio umano che contava pochi giorni di vita. [..]
Leone rimase a occhi chiusi, incapace di urlare o di muoversi. Poco dopo gli arrivò una bastonata sulla schiena. Misurata, per provocare dolore senza farlo cadere. Si sentì spingere verso la banchina, lo costringevano a riprendere il lavoro.
Fece in tempo a vedere chi lo aveva colpito. Era l'artefice dell'orrore di prima, l'uomo che la notte sognavano di uccidere e la mattina pregavano di non incontrare.
Il suo nome era Helmut Brandauer.
La notte della rabbia – Roberto Riccardi, Einaudi editore

11 settembre 2017

Presa diretta - Isis, obiettivo Italia

Riprende la stagione di Presa diretta con un'inchiesta sul rischio terrorismo in Italia: chi sono quelli che ci vogliono colpire e come possiamo difenderci?
Sono passati 16 anni dall'11 settembre, ma navighiamo ancora nel flusso di quella tragedia, il mondo non è più sicuro, l'incubo nucleare è ora in Corea.
Ma a differenza di allora l'allarme terrorismo arriva da dentro di noi: anche se fino ad oggi non ci sono stati attentati in Italia, sono 43 gli italiani morti per mano del terrorismo islamico.
Come Luciano Tadiotto, morto in Marocco, dove stava portando lavoro.
22 delle vittime giravano il mondo per lavoro o per studio: come le morti in Bangladesh a Daccra, uccisi in un ristorante, tra cui Maria Ribioli, che si occupava di qualità per la sua azienda, nel settore tessile.
“Il sorriso di Maria era eccezionale”, queste le parole della sorella, che la ricorda così, sorridente, in modo costruttivo: “io non voglio vivere col terrore di uscire di casa”.

A Londra è morta Benedetta Ciaccia: era un'analista finanziaria, uccisa in un attentato a pochi mesi dal suo matrimonio.
Il suo posto a Londra se lo era sudato, senza raccomandazioni, figlia di gente normale: ancora oggi il padre si commuove al pensiero della figlia. Una morte che non si accetta, come non si accetta il fatto che la via a lei dedicata sia diventata una discarica.

Altri 21 morti erano in giro per turismo: Gianna e Angelo sono morti nel loro anniversario di matrimonio, a Nizza.
Paola e Daniela Bastianutti sono morte invece a Sharm El Sheik, uccise da un kamikaze.
Dovevano festeggiare la laurea di Daniela.
I genitori per ricordare le figlie hanno fondato una casa famiglia per bambini in difficoltà
Luca Russo è morto a Barcellona, come Bruno Gulotta. Nessuno si poteva immaginare un attentato in una città così aperta e cosmopolita.
Il camion ha mirato proprio alle famiglie con bambini ..

Come possiamo fare in modo che non aumenti la lista delle vittime, come possiamo prevenire gli attentati? Saranno le risposte che cercherà di dare il reportage.

Isis obiettivo Italia.
L'allarme rosso per un attentato in Italia è stato lanciato dai Servizi sei mesi fa: l'Isis perde terreno sul fronte mediorientale ma aumenta il rischio di attacchi a casa nostra.
La promessa di un attacco è stata annunciata da un video di propaganda: altri video online annunciano la conquista di Roma, dal Colosseo al Vaticano.
Nella rivista della jihad Rumiya si dice che non si fermeranno, fino agli ulivi di Roma: porterebbe consenso, attenzione, audience nel mondo islamico.
Roma è una grande opportunità: il “site intelligence group”, che monitora le attività dei jihadisti su Telegram, ha scoperto che l'Italia è il prossimo obiettivo.
Un gruppo di terroristi kosovari stava preparando un colpo a Venezia, al Rialto: i carabinieri li hanno seguito, ne hanno seguito l'addestramento, anche fisico.
E anche la radicalizzazione, seguendo filmati in rete, così come è successo a decine di altri ragazzi in Europa.

I ragazzi kosovari si addestravano in palestra, per picchiare nel modo più efficace: una violenza che hanno sfogato anche in risse dentro locali.
Aspettavano il giuramento al gruppo per poter compiere il primo attentato: quando il rischio è diventato troppo alto sono entrati in azione carabinieri e polizia, la notte del 30 marzo.

Il procuratore D'Ippolito ha raccontato alla giornalista come la zona del Triveneto sia una zona di passaggio dei terroristi, il che ci costringe a tenere alta l'attenzione, da allarme rosso.

“Viviamo un momento di sospensione” commentava Iacona, questa la nostra reazione ad ogni episodio di terrorismo: l'unica soluzione è la conoscenza, sapere come si muovono, come si addestrano, da dove arrivano, quali sono gli spostamenti da e verso la nostra frontiera, come quella verso l'est.
La zona del Kosovo è cruciale, da qui è partita Giulia Bosetti, intervistando il nipote di uno degli arrestati di Venezia: non c'erano prove della sua colpevolezza ed è stato espulso.
Nega qualsiasi coinvolgimento, come anche le famiglie degli arrestati: i loro parenti sono innocenti. Negano i post su facebook, negavano le bandiere dell'Isis.
La guerra dell'Isis? È una guerra politica, anche gli eserciti stranieri uccidono bambini, dunque sono terroristi anche loro.

L'inchiesta di Venezia mette in fila le correlazioni tra Venezia, Kosovo e Siria: un legame emerso anche da un'inchiesta di Brescia, che ha portato all'arresto del macellaio dei Balcani.
Il kosovo è diventato un paese strategico per l'Isis, per il traffico della droga, per lo spostamento dei jihaedisti.
Dopo la guerra in Kosovo i paesi dell'area del golfo hanno finanziato la costruzione di moschee, molti giovani sono andati a studiare in questi paesi e sono tornati radicalizzati- racconta un giornalista kosovaro, che sta seguendo il fenomeno dell'Isis.
L'Islam arrivato dal golfo ha provocato la radicalizzazione dei peggiori: sono i paesi con cui noi occidentali stringiamo accordi da miliardi, forniamo armi. Non dimentichiamocelo.

Anche Anis Amri si è radicalizzato in carcere: la sua storia è molto istruttiva di come funziona il meccanismo di radicalizzazione in carcere.
Ha ucciso 12 persone, guidando un camion a Berlino: ha immortalato in un video il suo giuramento al califfo Al Bagdadi: “macelleremo voi maiali infedeli ...”
A Berlino ha ucciso le persone, ma la sua storia è cominciata in Italia, dove è sbarcato a Lampedusa: aveva alle spalle dei precedenti, così ha raccontato di avere 17 anni.
Da fuoco alla comunità che lo ospita, va in diversi carceri e a Palermo, dove viene radicalizzato: assume comportamenti violenti, aggredisce il personale di polizia penitenziaria.
La sua storia è un segnale importante per comprendere come funziona il radicamento nelle carceri: è il luogo più facile dove radicalizzare.
Viene espulso dall'Italia ma la Tunisia non collabora, così Amri passa prima per il Lazio da un amico e poi va in Germania.
Nel centro di accoglienza beveva e fumava, andava a donne.
Dopo era diventata una persona religiosa, estremista, che passava le giornate a leggere il Corano.
Bosetti è andata dalle sorelle di Amri in Tunisia: sono orgogliose del fratello, fiere. Nessun pentimento, nessun rimorso.
Da questo paese sono partiti molti foreign fighters per la Siria o in Libia: molti sono reclutati per soldi, racconta un ragazzo del posto.
Un compagno di Amri racconta del ragazzo che aveva conosciuto in Tunisia: non era praticante e non andava in Moschea.
I reclutatori che oggi arrivano in Tunisia convincono i ragazzi puntando sulla ricerca di un identità, per ragazzi che non hanno un lavoro o una prospettiva.

Anis Amri si è radicalizzato nelle prigioni siciliane: il fratello ha accettato l'intervista e ha raccontato della storia di Anis in carcere.
Le punizioni prese e poi l'incontro con altri detenuti che gli hanno fatto il lavaggio del cervello.

Amri è entrato nel mirino della polizia tedesca a pochi mesi dal suo arrivo in Germania, viene classificato subito come foreign fighters: tre mesi prima dell'attentato si interrompe il monitoraggio, mentre Amri comincia a fare proselitismo su Facebook e smette di comunicare coi familiari.
Anis era in contatto col nipote, con Telegram, a cui aveva inviato anche dei soldi: il nipote è stato arrestato con l'accusa di terrorismo.
E così ora anche per lui c'è il rischio radicalizzazione in carcere.

Rischio di cui è consapevole anche il ministro Orlando, che in Parlamento ha parlato dell'attività di monitoraggio del DAP: più di 375 individui, oltre a quelli a rischio, il cui controllo è quasi impossibile.
Le nostre carceri sono piene di immigrati, molti sono islamici e di questi alcuni hanno anche esultato dopo episodi di terrorismo – racconta il capo del DAP, Consolo.
E gli istituti mancano di strumenti per affrontare questo problema: traduttori, per esempio. La mancanza di luoghi di culto, di Imam che incontrino i detenuti.
Così i detenuti islamici si costruiscono l'identità di vittima, per motivi religiosi, da parte di uno Stato che li rinchiude solo per motivi religiosi.
Il miglior regalo per gli estremisti.

Samad Bannaq è un ex detenuto: ha raccontato di come avvengano le trasformazioni religiose, in carcere, per l'odio verso l'esterno, per l'isolamento.
Così arrivano i “cattivi maestri” che hanno gioco facile su queste persone: il loro odio diventa così il carburante per la radicalizzazione.

Si deve partire dal carcere dunque, dalla possibilità di praticare la religione, da luogo di riflessione: questo succede al carcere di Torino, dove il 40% dei detenuti è di religione islamica.
Qui un Imam, con l'accordo dell'amministrazione penitenziaria, prega dentro il carcere, sia in Arabo che in italiano, perché vuole che gli italiani sappiano quello che si dicono.
Un Imam e anche un mediatore culturale: il clima in carcere è migliorato, sono diminuiti gli episodi di autolesionismo, di violenza.
Peccato che Torino sia un caso isolato: un sistema dove lavorano tutti assieme, l'amministrazione, la polizia penitenziaria, la comunità musulmana.

L'esercito nelle città, il monitoraggio dei presunti terroristi.
Dietro però c'è il lavoro dell'intelligence.
Siamo indietro su un punto: la prevenzione.

Lorenzo Vidino è il presidente della commissione Jihadista: siamo indietro rispetto ad altri paesi europei sulla radicalizzazione, che non avviene più nelle moschee ma nelle prigioni, su internet o per le amicizie.
Questo rende il lavoro di monitoraggio più complesso: mancano però delle politiche di prevenzione della radicalizzazione, o per de-radicalizzare persone già estremiste.

Il fronte del reclutamento: il web
Giulia Bosetti ha raccontato la storia della moschea di Lecco: l'Imam viene contattato su FB da una persona che ha cercato di reclutarlo, invitandolo a venire in Siria per combattere.
In occidente non si può essere musulmani – diceva questa persona: sei una donna, sei una persona infedele ..
L'Imam ha contattato la Digos che ha rintracciato la persona, dalla Siria: era una persona cresciuta a Milano, da dove è partito per arruolarsi dentro lo stato islamico.
Monsef è diventato un terrorista passando tempo su internet – racconta il prete che lo ha seguito per anni nella comunità per minori: ha visto crescere il suo astio contro l'occidente, lo svilupparsi di una nuova identità, nel radicalismo, lui che era cresciuto senza genitori.
Ragazzi senza identità che ne trovano una, nell'estremismo religioso.

Il 17 gennaio 2015 Monsef si è imbarcato per Istambul da Bergamo, assieme all'amico Tariq: hanno acquistato anche un biglietto di ritorno, per ingannare la polizia di frontiera.
In Siria, dopo l'addestramento, ha cominciato a reclutare gli amici via internet, quelli dentro la comunità: venire nella terra dell'Islam per combattere gli invasori.
Monsef è stato condannato in contumacia ad otto anni, per il suo proselitismo online.

In questi mesi si sta iniziando a studiare il mondo del web e del radicalismo, con colpevole ritardo: manuali tradotti, raccolta fondi, video, inviati via web, su Telegram, in particolare, che ha meno controlli rispetto ad altri canali.

Una giornalista francese, Anne Erelle, è entrata in contatto coi vertici dell'Isis, come Abu Bilel, navigando su internet: ha dimostrato quanto è facile entrare in contatto con le persone dell'Isis. Di come funzionano le tecniche di persuasione dei ragazzi: nello stato islamico non c'è povertà, ci sono opportunità.
Erelle ha rischiato molto per questo suo lavoro, è stata lanciata una fatwa contro di lei.

In fondo a queste storie c'è un fanatismo feroce, un mondo in bianco e nero, tagliato di netto: le persone che entrano in questo mondo si lasciano ammazzare per la loro ideologia.
Uscire da questo mondo è difficile: per tirarli fuori da questa identità devi disgregarla, per costruirne una nuova.

L'esperienza danese
Il problema del radicalismo non può essere risolto solo col lavoro delle intelligence: in Danimarca hanno scelto di combattere l'estremismo con progetti di de-radicalizzazione.
Qui hanno studiato i migliori progetti al mondo: hanno fatto prevenzione, cercando di intervenire sui primi passi dei ragazzi.
I danesi sono entrati nei ghetti, hanno collaborato con la comunità islamica cercando le persone che potevano aiutarli, come l'avvocatessa Parwani.
Si sentiva esclusa dalla comunità, isolata, per la sua religione: la cosa più pericolosa è l'emarginazione e l'isolamento, bisogna dare loro un posto dove sfogarsi, dove confrontarsi.
La città di Aahrus è al centro di questo progetto che coinvolge insegnanti, polizia, anche persone religiose della comunità musulmana.
Un tutor segue i ragazzi radicalizzati per riportarli dentro la società che non devono più sentirsi esclusi: bisogna trovare un equilibrio tra la cultura occidentale e quella delle famiglie di provenienza.
La moschea della città è un ponte tra la comunità e i giovani: a Copenaghem l'Imam è una donna, che insegna l'islam critico, che diffonde il messaggio di un islam come religione di pace.
Il terrorismo è un problema politico non religioso, spiega l'Imam donna: sento che la mia missione sia parlare a culture e religioni differenti.
I partiti nazionalisti puntano sulla islamofobia, che porta ad ulteriore radicalizzazione: ma se le persone si sentissero integrate, non si radicalizzerebbero.

Il modello danese potrebbe arrivare anche in Italia, dentro le nostre città, nelle scuole, nelle moschee, nelle nostre carceri.
E la politica deve smettere di alzare i toni, puntando ad incassare i voti della paura, perché sta facendo proprio quello che l'Isis vuole.
E chissà se i Salvini lo hanno capito.

Bentornata informazione - la nuova stagione di Presa diretta e l'inchiesta sull'Isis

L'informazione (libera, indipendente, cane da guardia del potere) non va di moda oggi in Rai vedendo quello che sta succedendo all'ex direttrice di Report, Milena Gabanelli (costretta ad accettare la condirezione di Rainews, dopo averle promesso una dua testata).
La Rai dovrebbe essere la casa di tutti, oltre che di Fabio Fazio (passato su Rai1 mantenendo lo stesso ingaggio) o dell'artista Vespa: pare invece che non ci sia spazio per una delle giornaliste di inchiesta più professionali, che si sarebbe dovuta accontentare di un piccolo spazio. Invece, in linea con la sua professionalità, Milena Gabanelli si è autosospesa senza stipendio "Non metto la faccia su un prodotto che non firmo. Grave non ci sia piano-web".
Cosa faceva paura del suo progetto ai direttori e dirigenti Rai (ovvero, ai loro riferimenti politici, che li hanno nominati)?

Viviamo tempi difficili e dobbiamo così tenerci strette, finché rimarranno nei palinsesti, le due trasmissioni Presa diretta di Riccardo Iacona e Report di Sigfrido Ranucci.
Proprio oggi, riparte Presa diretta che lascerà poi il passo a Report ad ottobre, in una staffetta che si ripeterà da gennaio.



L'inchiesta di Iacona torna ad occuparsi dell'Isis, in un giorno che non è una data qualsiasi: oggi infatti è l'anniversario dell'attentato di Al Qaeda alle Torri Gemelle di New York
Attentato che ha dimostrato al mondo due cose: quanto fosse organizzata Al Qaeda, tanto da organizzare un attacco così spettacolare proprio nel cuore dell'America e quanto l'America avesse sottovalutato il rischio attentati sul loro territorio.

Nella scorsa stagione Presa diretta aveva mostrato, in anteprima, le immagine del fronte della guerra contro Daesh in Libia e in Iraq: una guerra portata avanti dai curdi e che ora vede l'esercito del califfato in ritirata.
Ma ad ogni sconfitta sul campo è quasi sempre seguito un attentato in Europa, da parte di  cellule composte da immigrati di seconda generazione, radicalizzati, che hanno portato la morte a Parigi, a Nizza, a Barcellona, a Londra, a Berlino.
Attentati che hanno avuto un duplice effetto: creare terrore nelle persone e influenzare la politica delle democrazie occidentali, poiché ad ogni attentato la popolarità dei leader dei partiti xenofobi aumentava:
Forse stanno perdendo la guerra in Iraq, ma qui in Europa stanno vincendo loro:
Le Pen guarda agli inglesi con la Brexit, con la scelta di indipendenza (ma solo per le regole, perché l'Inghilterra vuole rimanere nel mercato unico).Viva la Repubblica, viva la Francia …Le Pen rappresenta bene cosa sono i partiti populisti in Europa: come Salvini in italia e AFD in Germania. Ad ogni attentato aumenta il loro consenso.Un bel risultato per gli estremisti che vivono a Raqqa, che condizionano così la nostra politica.

Sono tante le domande a cui il servizio di Presa diretta cercherà di dare risposta: qual è il livello di rischio che corriamo qui in Italia? Assisteremo anche noi al nostro 11 settembre (cosa che nessuno si augura)?
L'allarme su possibili attentati è stato lanciato dai nostri servizi sei mesi fa (è di oggi la notizia di un furto di tre furgoni della DHL, che potrebbero essere usati come armi da attentatori).
"Il prossimo obiettivo è l'Italia": la minaccia dell'Isis arriva dopo la Spagna e la Russia e si legge sul canale di comunicazione usato dai jihadisti su Telegram. Lo riferisce l'organizzazione Usa Site che monitora l'attività del sedicente Stato islamico sul web.
Il Presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, è al lavoro a Palazzo Chigi. Secondo quanto si apprende, è in contatto con il ministro degli Esteri Alfano e con il ministro dell'Interno Minniti per seguire gli sviluppi degli attentati che hanno coinvolto i nostri connazionali e per le misure di prevenzione e sicurezza adottate e da adottare in Italia.
Molte inchieste su attentati che hanno colpito città europee hanno mostrato il passaggio in Italia di alcuni dei responsabili: l'attentatore di Berlino è vissuto in Italia  (per lo più in carcere) ed in Italia è rimasto ucciso, a Sesto, dopo un controllo da parte di una volante.
L'Italia come paese di passaggio, di migranti e anche di terroristi, un retroterra logistico che doveva rimanere tranquillo, anche questo si è detto per spiegare l'assenza di attentati (per fortuna) nel nostro paese.
Ma in realtà alcuni attentati che dovevano compiersi sul nostro territorio sono stati sventati a seguito delle indagini delle nostre forze dell'ordine.
Isis obiettivo Italia racconterà del livello di rischio, sia da parte di lupi solitari che da parte di terroristi reclutati sulla rete.
Cercherà di spiegare come funziona il meccanismo dell'autoradicalizzazione, chi sono i terroristi dell'Isis e cosa vogliono. 
Dall'anticipazione sul sito de l'Ansa
C'è poi il rischio radicalizzazione nelle carceri. "Abbiamo ricostruito la storia di Anis Amri, il giovane tunisino che ha trascorso anni nelle carceri italiane prima di compiere l'attentato del mercatino di Natale a Berlino - racconta Iacona -. Abbiamo intervistato i suoi genitori. E' la storia di una trasformazione di un uomo che beveva e andava a donne e poi è entrato all'Ucciardone ed è uscito soldato di Dio". La puntata continua con il viaggio all'interno dell'ultima frontiera della radicalizzazione: il reclutamento on line. Poi il racconto di un modello positivo, che guarda lontano e scommette sulla formazione, la conoscenza reciproca e l'integrazione: la Danimarca. Lì si fa prevenzione contro il radicalismo islamico e funziona. Infine il ricordo degli italiani vittime del terrorismo di matrice islamica, morti lontano dal loro paese. 
"Per difendersi - sostiene Iacona - occorre seguire le migliori prassi, quelle che vengono utilizzate nel Nord Europa ma anche in Italia, con un controllo del territorio esteso. Non dobbiamo però ripetere gli errori che hanno fatto i francesi, i belgi e i tedeschi sul tema dell'integrazione. Dobbiamo prevenire i conflitti, ma in un Paese che ha smesso anche di curare pure gli italiani è una battaglia difficile. E' una battaglia che non si vince solo con la polizia, si vince deradicalizzando quelli che alla fine sono nostri concittadini, questo è il punto. Serve il dialogo, altrimenti non se ne esce"



Come si muovono, come si mettono in contatto tra di loro e dove reclutano i kamikaze, come preparano gli attentati e dove potrebbero colpire.
Infine, la domanda più importante: come possiamo difenderci?

La scheda del servizio:
PRESADIRETTA riparte con un’inchiesta dedicata al terrorismo islamico entrando nel cuore delle indagini che hanno svelato le cellule dell’Isis pronte a colpire il nostro paese.L’Italia rischia davvero di essere il prossimo obiettivo? Quanto è al sicuro il nostro paese dagli attacchi dei gruppi organizzati o dei lupi solitari?Le telecamere di PresaDiretta sono andate a vedere cosa succede ai confini con il nostro paese, in Kosovo, dove le cellule di combattenti per la jihad si stanno moltiplicando. Proprio da lì infatti veniva la cellula di kosovari che preparava un attentato in Italia prima di essere scoperta dal nostro antiterrorismo. Attentato che nelle intenzioni, avrebbe dovuto essere il più sanguinoso possibile e di grande impatto mediatico, un attentato sul Ponte di Rialto, a Venezia.Il rischio radicalizzazione nelle carceri. Che i luoghi di detenzione potessero diventare una scuola per futuri terroristi islamici era da tempo uno dei grandi timori degli analisti. E la storia di Anis Amri, il giovane tunisino che ha trascorso anni nelle carceri italiane prima di compiere l’attentato del mercatino di Natale a Berlino, ce lo ha confermato.PresaDiretta ha ricostruito la sua storia tra l’Italia e la Tunisia, con interviste e documenti inediti.Un viaggio inquietante all’interno dell’ultima frontiera della radicalizzazione: il reclutamento on line.Il racconto di un modello positivo, che guarda lontano e scommette sulla formazione, la conoscenza reciproca  e l’integrazione: la Danimarca. Lì si fa prevenzione contro il radicalismo islamico e funziona.Infine il ricordo degli italiani vittime del terrorismo di matrice islamica, morti lontano dal loro paese. “ISIS OBIETTIVO ITALIA”, è  un racconto di Riccardo Iacona con Giulia Bosetti, Marianna De Marzi, Roberta Ferrari, Massimiliano Torchia, Andrea Vignali.

Prevenire le tragedie

Viviamo nell'epoca della paura e delle minacce: ma mentre osservavamo con ansia quanto si stava preprando in centro America con l'uragano Florida o anche quello che succede in Corea col dittatore che sta sfidando il mondo, la minaccia dal cielo è caduta su Livorno.

250 mm di acqua in poche ore, una bomba d'acqua che ha gonfiato torrenti che, usciti dagli argini, hanno spazzato via cose e case che si sono trovate davanti.
Era arrivata sì l'allerta arancione, ma ne arrivano tante, che nessuno si aspettava quello che è successo.
Un'intera famiglia uccisa nella propria casa, sommersa da acqua e fango.
Ora leggiamo delle polemiche tra sindaco e protezione civile: hanno torto entrambi e forse il sindaco qualche torto in più.
Perché ormai lo sappiamo come vanno le cose: non piove per mesi e poi arriva la bomba e allora si deve essere preparati.
Andando a sistemare problemi causati da altri, come le costruzioni a ridosso di torrenti o sotto il livello dell'acqua.
Andando a ripulire gli argini, i tombini. Creare dei piani di intervento in modo che le persone siano preparate.

Come a Genova, anche a Livorno si è costruito dove non si sarebbe dovuto, cementificando e intombando torrenti: Gian antonio Stella sul corriere

Spiega l’ Istituto superiore per la Protezione e la Ricerca ambientale in uno studio recente che il consumo di suolo effettivo «a meno di 150 metri da corpi idrici permanenti» vede una media italiana del 5,2%, col Veneto al 6,9%, il Piemonte al 7,2%, il Trentino all’8,0%. Per non dire della Liguria (dove Rapallo chiede da anni l’abolizione dai dizionari della parola «rapallizzazione») che svetta addirittura al 19,2%. Quanto al cemento «all’interno delle aree a pericolosità idraulica» nel Veneto occupa il 9,6% del territorio, in Trentino il 10%, in Emilia-Romagna e in Toscana l’11%, nelle Marche il 13%. Con uno stratosferico 30,1% in Liguria. Prova provata, se mai ce ne fosse bisogno, della cecità con cui per anni si è costruito e si continua a costruire. Confidando nella buona sorte. Il tutto in un Paese dove «le aree a elevata criticità idrogeologica (rischi frana e/o alluvione) rappresentano circa il 10% della superficie del territorio nazionale (29.500 chilometri quadrati)», «riguardano l’89% dei comuni (6.631)» e sono colpite dal «68% delle frane europee».  
C’è chi dirà: è colpa del clima che cambia! No, non tutta. I nubifragi, anche se il sommo poeta non avrebbe potuto chiamarle bombe d’acqua, c’erano anche ai tempi di Dante Alighieri che nell’Inferno descrive una tempesta in Lunigiana: «Tragge Marte vapor di Val di Magra / ch’è di torbidi nuvoli involuto; / e con tempesta impetuosa e agra». E un secolo e mezzo fa Jessie White Mario, nella cronaca dei funerali di Garibaldi, confermava: «Il cielo quasi si velò come alla morte del Giusto, e gli elementi scatenati aggiunsero il loro fragore a quello del cannone, e i venti schiantarono le bandiere...». Ci sono sempre stati, gli improvvisi diluvi. È l’ambiente, che troppo spesso non è più in grado di sopportare i cazzotti più violenti della natura. Perché siamo noi ad averlo stravolto. Per poi piangere, Dio ci perdoni, lacrime di coccodrillo.

Dopo ogni tragedia, da Genova a l'Aquila alle ultime scosse ad Ischia, si parla sempre di prevenzione, di cura del territorio, di mettere in sicurezza le abitazioni.
Sarebbe anche arrivato il momento di dare effetto a queste parole.

10 settembre 2017

Quanto siamo fragili

Ogni tanto la terra trema, le inondazioni arrivano, e così tutti ci ricordiamo quanto siamo fragili.
In centro Italia, a Ischia e oggi a Livorno.
Domani?

La politica e l'informazione

A cosa si è ridotta l'informazione oggi? E a cosa si è ridotta la politica, in questi anni?
L'informazione che segue le mode, che racconta le notizie che la gente vuole sentirsi (e nascondendo quelle che non interessano) e la politica che usa l'informazione per validare le proprio teorie e lanciare i propri slogan.

Informazione e politica, politica e informazione: due mondi che si reggono l'uno con l'altro; la politica ha così bisogno di controllare l'informazione affinché nessun giornalista stecchi e se ne esca dallo spartito.
L'informazione, d'altro canto, si presta bene a fare da cassa da risonanza alle promesse, alle proposte di riforma, ai numeri tirati fuori dal cilindro senza alcun commento, analisi, fact-checking.

Prendiamo alcune delle notizie di queste settimane, per come sono state raccontate: mentre a Mortara bruciava un sito di stoccaggio rifiuti, l'Italia si allarmava per un caso di malaria che, purtroppo, ha portato alla morte di una bambina.
Ogni anno capitano casi di malaria, magari non mortali, causati da persone (anche italiani) che hanno viaggiato all'estero.
Come è morta la bambina italiana? Questa era la domanda. La non domanda e il sottinteso di una buona parte del giornalismo è stato, in che modo le bambine immigrate hanno causato la morte della bambina a Brescia?
Chissà, forse un giorno scopriremo che è stato un errore medico. Oppure, passata un'altra settimana, sarà tutto dimenticato.

Come tutto dimenticato sarà il caos di questi giorni nelle scuole, per la legge Lorenzin, che obbliga i genitori a vaccinare i figli per iscriverli alle scuole.
Tutta la questione vaccini è stata trasformata nello scontro pro-vax vs no-vax.
Uno scontro tra tifosi dove il principio di trasparenza sull'efficacia dei vaccini è sparito dall'orizzonte.

Uno stupro è diverso dall'altro: diversamente dal punto di vista delle vittime (per cui una violenza è sempre una violenza), per il giornalismo ci sono stupri e stupri.
A Rimini erano e sono bestie: i ragazzini (immigrati, con qualche reato sulle spalle) che soggiogati da un maggiorenne (immigrato anche lui) hanno fatto violenza contro la coppia di ragazzi polacchi.

A Firenze, purtroppo, un altro episodio di violenza contro delle donne: vittime delle ragazze americane, presunti violentatori, due carabinieri.
Sono fioccati i distinguo: erano drogate, avevano anche una assicurazione (una bassa speculazione fatta da chi ha scritto quelle parole), le ragazze erano consenzienti.
Il fatto che fossero persone in divisa, armati, in servizio, non era importante, per chi ha raccontato questo fatto di cronaca.
Colpa dei ragazzi che si divertono: il sindaco di Firenze ha proprio scelto male le parole per commentare questa brutta storia.
Mentre Salvini ha invece tirato fuori la teoria del complotto: strano eh, un caso di stupro dove i colpevoli sono italiani, proprio per distrarre gli italiani dal caso di Rimini..

Così, dei roghi nei siti di stoccaggio rifiuti, dei terremotati in centro Italia, del disastro ambientale a Taranto, in Sicilia, in Basilicata, della crisi delle banche, dei controlli di Bankitalia, nessuno ne parla.
Come anche degli altri casi di violenza contro le donne.
C'è di mezzo un immigrato? Allora la notizia serve alla narrazione politica che l'informazione delle fare.
E lo stesso vale per i flussi degli immigrati verso l'Italia: li abbiamo bloccati lontano dalle nostre coste, nei lager libici (in alcuni non ci può mettere il naso nemmeno l'Onu) e negli altri paesi africani (con cui abbiamo fatto accordi, dando dei soldi a dei trafficanti patentati) che si trovano lungo le rotte migratorie.
Noi, che ci siamo inalberati per la difesa dei nostri valori (il presepe? La busecca? ..) di buoni cristiani, abbiamo messo così a posto la nostra coscienza.
L'importante è che stiano lontano da noi.

Ieri, chi ha avuto la forza di seguire il TG1 dell'edizione delle 13.30, ha sentito le parole del Presidente Gentiloni a Bari: siamo fuori dalla crisi, la ripresa va meglio di quanto ci aspettavamo, abbiamo recuperato i livelli dell'occupazione (quei 23 milioni di occupati).
Numeri dati senza alcun filtro, senza alcun commento. Numeri che sono usati anche da Renzi nella sua campagna elettorale (che ogni mese diventa sempre più complicata).
La CGIA di Mestre ha fatto la tara: ci sono è vero i 23 milioni di posti di lavoro, ma c'è anche più di 1 miliardo di ore lavorate in meno, c'è il 5% di occupazione stabile in meno e, soprattutto, c'è il dato sui salari, che sono diminuiti.
Colpa di come Istat rileva i dati dell'occupazione. Il risultato? Un paese in cui la luce in fondo al tunnel è ben lontana da vedersi.

Così, se l'informazione non ha più il compito di raccontare, verificare, controllare, se la politica è diventata immagine e non più sostanza (si pensa all'oggi e non al domani, si ragiona per messaggi brevi), ecco spiegato due cose: l'insofferenza verso giornaliste come Milena Gabanelli (che non trova posto in Rai) e il proliferare di copertine di quotidiani di gossip che ritraggono i nostri rappresentanti.
Il culto dell'immagine è un qualcosa che arriva da lontano, quello sì, fascista. Il culto del capo, le corporazioni, il motto, il nemico esterno..

Ecco una carrellata:






08 settembre 2017

Il governo che sta lavorando bene

Non c'è stato tempo per lo ius soli e per una legge elettorale decente, i vitalizi verranno bloccati, i voucher sono stati tolti per poi tornare in vita.
Questo governo passerà alla storia per il decisionismo del ministro dell'Interno Minniti e forse anche per la riforma del codice penale, che la legge delega mette nelle mani del governo, quella che sta lavorando bene (frutto del governo dei mille giorni .. dicono).
In questa potrebbe finire la riforma delle intercettazioni, non più pubblicabili in modo integrale, ma solo in forma di riassunto.

Esempi di riassunto:

Piscicelli dice: «...si».Gagliardi risponde: «...oh ma alla Ferratella occupati di sta roba del terremoto perché qui bisogna partire in quarta subito...non è che c’è un terremoto al giorno».Piscicelli: «..no...lo so (ride)».Gagliardi: «...così per dire per carità...poveracci».Piscicelli: «..va buò ciao».Gagliardi: «...o no?».Piscicelli: «...eh certo...io ridevo stamattina alle 3 e mezzo dentro il letto».Gagliardi: «...io pure...va buò...ciao».

Due imprenditori si dicono soddisfatti per le nuove opportunità che emergono a seguito di un evento sismico a l'Aquila.

Stefano Ricucci: "Ma che stiamo a fa' i furbetti del quartierino?"

Fransoni: «Ma poi, cosa c'entri tu con gli hedge found?». Ricucci: «Hedge found? Non so, ma io non so manco sono questi. (...) L’assemblea è saltata lunedì, no? Il problema è che...è di riappropriarci dei nostri diritti di voto per fare l’assemblea il 5 agosto». Fransoni: «Certo». Ricucci: «L’avevo detto, io... Guarda che... La cosa de ’a lista, famo la lista propria, famo tutte ’ste cazzate, che tanto non serve a niente tutta ’sta roba, ’stamo a fa’ i furbetti del quartierino». Fransoni: «Dici proprio parole sante... sono cose da avvocati di provincia, non da avvocati seri». 
Due signori discutono al telefono: il secondo critica le modalità con cui prendere possesso di azioni di banche e della RCS.

L'attentatuni:
Gioacchino la Barbera a Nino Gioè: 
" .....in sustanza .... ti ricordi u carruzzeri vicinu unni aspittai ddocu, ddocu a Capaci unni ci fici l'attentatuni, avia l'officina ...." 
Due presunti mafioso conversano su un luogo dove avvenne un attentato.

Per i diritti c'è tempo

Sui diritti civili mi gioco la faccia - ha raccontato ai giornalisti e al paese il ministro dell'Interno Minniti, tanto apprezzato a destra come a sinistra.
E' la risposta a quanti rinfacciavano al ministro e al governo italiano di essersi preoccupato solo di bloccare gli sbarchi in Italia, delegando i respingimenti alla guardia costiera libica (e forse anche ai trafficanti).

Insomma, come al solito, la politica italiana ha cercato di dare una risposta alle paure della gente, alla sua pancia, piuttosto che cercar di dare una soluzione strutturale al fenomeno.
Occhio non vede, gli invasori, pancia non duole.

Per il momento, su immigrati, sbarchi e flussi dai paesi africani, l'unica cosa certa è che sono diminuiti, grazie agli accordi non proprio trasparenti tra il ministro Minniti che si è comportato anche da ministro degli esteri.
Alle denunce fatte da Medici senza frontiere sulle condizioni delle carceri libiche, il governo ha promesso che le condizioni delle carceri libiche miglioreranno:
"L'allarme umanitario non solo lo condividiamo ma è uno dei nostri impegni maggiori da molto tempo e mi auguro che gli sviluppi che abbiamo avuto in queste settimane con le autorità libiche ci consentano di avere nei rapporti con la Libia la possibilità di chiedere e forse anche ottenere condizioni umanitarie che sei mesi fa neanche ci sognavamo di chiedere".
Una promessa è una promessa.
Servirebbe anche un sistema di informazione che controllasse l'azione del governo, ma visto l'aria che tira in Rai (caso Gabanelli, costretta ad autosospendersi) dovremmo solo fidarci.
Di giornalisti che hanno voglia di ficcare il naso in quello che fanno le milizie libiche (o in Niger, o anche in Egitto) non ce ne sono molti.

C'è un'altra riflessione da fare: non possiamo rispondere (come vedo che in molti fanno) che non sono problemi nostri.
Gli accordi con la Libia e il Niger li abbiamo fatti noi. I soldi per le motovedette sono nostri, come i soldi per bloccare i migranti lontano dalle coste.
Come fa notare Alessandro Gilioli, ci siamo questi dove stavano i bravi tedeschi quando vedevano gli ebrei sparire dalle città, finire ad est per poi non tornare più indietro.
"Questo è stato", ed è successo anche perché in molti non han voluto vedere.

In sostanza, prima i clan libici prendevano soldi dai migranti per trasportarli oltre il Mediterraneo; ora prendono soldi dai governi europei, Italia in testa, per tenerli chiusi nei lager.Di solito le persone finite lì dentro erano partite dai vari Paesi dell'Africa occidentale e prima di entrare in Libia hanno attraversato il Niger.Anche qui la Ue è intervenuta per sovvenzionare il governo e le tribù affinché bloccassero i migranti. Le varie autorità così remunerate hanno preso sul serio l'impegno e le carceri del Niger sono piene. Altrove, i militari hanno circondato i pozzi d'acqua sulle piste nel deserto, per evitare che i migranti li usassero per bere dopo aver percorso centinaia di chilometri nel deserto con temperature tra i 40 e i 50 gradi. I "passeurs" allora hanno spostato il traffico su altre piste secondarie, più pericolose perché prive di punti d'acqua. Anche qui riporto la cronaca sull'Espresso di Giacomo Zandonini, collega che il Niger lo conosce bene: «Ho scavato con le mie mani una fossa per venti persone morte di sete», gli ha raccontato un migrante.Qualche anno fa noi occidentali giustificavamo l'intervento armato in altri Paesi - Afghanistan, Iraq, Libia - come "operazione umanitaria": la nostra coscienza non poteva accettare che feroci dittatori insanguinassero il loro paese. Adesso invece, curiosamente, prevale "l'interesse nazionale", quindi delle peggiori violazioni dei diritti umani in altri Paesi non ci interessiamo più. Benché questa volta ci sia l'aggravante che siamo stati noi stessi - con la svolta politica Ue per impedire gli sbarchi - a essere causa o almeno concausa di questa carneficina. Si vede che abbiamo la coscienza a giorni alterni.«Meditate che questo è stato», ci diceva Primo Levi sull'Olocausto.Noi invece siamo costretti a meditare che questo è, ora, adesso.Meditiamo che questo è. O ci si sfaccia la casa, la malattia ci impedisca, i nostri nati torcano il viso da noi.

Ecco, un giorno quella domanda potrebbe essere rivolta a noi: dove eravate mentre migliaia di esseri umani venivano ammassati nei lager in Libia?

Cosa avete fatto?