20 gennaio 2024

Sequestro alla Milanese di Piero Colaprico


 

Al ristorante, dove Corrado Genito, a pranzo con Clara, riceve la telefonata del suo amico assessore Malesci

Sto al ristorante con Clara, che non mi guarda negli occhi e studia i piatti degli altri. Il posto mi piace, con il grande banco della rosticceria all’ingresso, la sala lunga per i monopasti, le veloci strafogate in solitaria, da minatore dell’esofago, e il salone dove siamo noi, Clara e io…

In questo romanzo troverete dell’altra Milano, non quella da bere, la capitale morale d’Italia (che a ben vedere di morale ha ben poco), la città dove nessuno sta coi man in man.

Forse solo un giornalista di cronaca come Piero Colaprico poteva raccontare il suo lato oscuro: altro che Roma, qui a Milano la terra di mezzo esisteva da decenni prima ed era sotto gli occhi di tutti quelli che la volevano vedere. Intendo quella zona a metà tra criminalità e la politica, gli assessori, i cumenda, l’aspirante sindaco e l’aspirante consigliere che oltre che aspirare alla carriera aspirava anche qualcos’altro. Come racconta nel “dietro le quinte della cronaca nera”, questa storia di rapimenti e ricatti politici all’ombra della Madunina si ispira a fatti di cronaca di cui Piero Colaprico è stato testimone a fine anni 80, a cominciare dall’inchiesta Duomo Connection condotta da Ilda Boccassini che aveva svelato la presenza delle mafie proprio qui nel capoluogo lombardo, dedite a tutte le attività per lo consuete. Spaccio, usura, prostituzione. Roba da scriverci un libro, magari mettendoci dentro un politico a cui viene rapito il figlio, il tutto per raccontare un tema poco praticato nella letteratura di quegli anni, le mazzette che si dovevano pagare alla politica per poter lavorare a Milano e in Lombardia. Mazzette con cui il politico avrebbe dovuto poi pagare il riscatto.

Grazie all’intuito di Oreste del Buono questa idea è diventato un libro, edito per la prima volta nel 1992 e ora nuovamente in libreria in una nuova edizione: siamo nel 1992 a Milano, Tangentopoli non è ancora scoppiata, ma nell’aria si sente che qualcosa sta cambiando. Perché è tutto troppo spudorato, tutto sotto la luce del sole: il sistema delle tangenti, la vita da nababbi di amministratori comunali. Anche la vita dei criminali, come quel famoso latitante, Nando il Colombiano, e cioè Natalone Ferdinando, che è di casa proprio in quel ristorante dove l’ex capitano dei carabinieri Corrado Genito (cacciato dall’Arma perché finito in una trappola) sta cenando con la fidanzata Clara.

Qui riceve una telefonata dall’assessore Malesci:

È successo un guaio, un guaio grosso al mio Paolo. Te lo devo dire subito. Tu là, come sei messo?

Genito è uno che sa come muoversi tra le pieghe della legge, conosce le facce dei criminali, potrebbe fare da intermediario con la banda dietro il rapimento. Questo pensa l’assessore e le persone del partito che governa la città, meglio rivolgersi ad un professionista ora consulente privato con la sua agenzia di consulenza.

«Allora mi aspetti nel più brutto, vicino all’ospedale biesse, all’ora dell’ammaina. O è tardi?»

Ma il rapimenti presenta sin da subito delle stranezze: dietro l’assessore, spuntano due strani tipi messi alle calcagne. Per fare cosa? C’è poi una strana rivendicazione all’Ansa del rapimento, cosa ancora più strana perché quale criminale ndranghetista o mafioso, farebbe una cosa del genere?

Se la notizia circolava, ma stentava a decollare, era meglio farla partire a razzo dalle mani giuste, di chi non si prestava ad altri giochini strani” - questo pensa Genito, che decide di raccontare un pezzo della storia a due cronisti della nera milanese con cui è in contatto.

Mentre Genito inizia a muoversi nella sua Milano, andando anche a sentire l’amico Bagni, ispettore alla Mobile (con cui aveva condiviso anni prima una indagine da infiltrato che aveva lasciato ad entrambi un amaro in bocca), altri fatti accadono: qualcuno fa fuori uno dei due carcerieri di Paolo, tenuto segregato in un appartamento nella Bovisa

In quel casermone della Bovisa chi bada a un urlo, a un pianto, a una lite in famiglia? Il Monco sputò sul pavimento. «Mi hanno lasciato solo con ’sto cornuto,..»

No, quel rapimento nasconde un altro gioco, più grande dei balordi, Il Monco, Ricky, gli “angeli custodi” del figlio dell’assessore, più grande della banda di Nando il Colombiano, un piccolo spacciatore che, vendendo coca alle persone giuste, ha scalato la gerarchia criminale.

In questa storia si inizierà a sparare, come toccherà fare a Genito per non venire sparato.

Fa impressione leggere i dialoghi di questo noir veramente ben scritto e che porta bene i suoi anni: leggere di questi ras locali del “partito” che hanno timore nel tirar fuori i soldi perché dovrebbero poi spiegare da dove arrivano, che sgridano la moglie, «Vestiti da povera!», il tutto per non rovinare la loro immagine.

«Non ci avevo pensato», diceva Malesci, «ma se pago i dieci miliardi, si chiedono tutti come li ho fatti, con lo stipendio del Comune…

Mentre dall’altra parte della barricata, pur lavorando entrambi per lo stato, poliziotti onesti come Bagni “trentadue anni rovinati dalla gastrite, conseguenza di un mestiere che non ti lasciano fare sino in fondo. Mai in Italia. Mai a Milano”.
O procuratori sopra le righe come Casagrande, che dopo il rapimento aveva ricevuto chiamate da mezzo Parlamento “perché questa deve essere la città sana, la vetrina dell’Italia potenza economica”.

Chi sono i ladri in questa storia e chi i buoni? Non Genito, che per finire l’incarico ricevuto dovrà ammazzare, passare sopra le leggi e andare in dribbling con il codice.
Non c’è in fondo molta differenza tra i piccoli balordi dei quartieri di periferia (l’allora periferia) milanese, Baggio o Bovisa, ex aree industriale abbandonate, e questi piccoli potenti della politica milanese che si considerano come tanti piccoli signorotti, che considerano lo Stato, le nomine, gli appalti, come cosa loro, i diritti di tutti come concessione del don Rodrigo di turno.

Non se ne può più di imbrogli ovunque, di bustarelle per spostare un pacco da qui a lì, delle conoscenze per far carriera e per farsi ricoverare in ospedale. Altro che colpo di Stato. Hanno fatto il golpe mettendosi d’accordo tra potenti, c’è un regime di pochi che fregano la maggioranza in ogni affare.

Certe volte mi sembra di stare nel Medioevo, con i feudatari, i vassalli, i capitani di ventura al servizio ora di uno, ora dell’altro.

Così era la Milano da bere, prima che venisse spazzata via dall’inchiesta dei giudici del pool, prima che il castello dorato iniziasse a crollare. Ma oggi, siamo sicuri che sia tutto diverso? Certo, non ci sono più le cabine coi gettoni, i cellulari sono in tasca di ognuno di noi. Alcuni quartieri di periferia sono stati ristrutturati dalle archistar, cacciando via quelli che vi abitavano.

Ma poi, il resto? La droga gira ancora. Il cemento e le costruzioni sono ancora il volano di un pezzo dell’imprenditoria. Gli anticorpi che avremmo dovuto sviluppare, nella società civile, nel mondo della politica, della finanza, delle imprese, non si sono sviluppati abbastanza.

Quella Milano non è in fondo molto cambiata.

La scheda del libro sul sito di Baldini e Castoldi

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18 gennaio 2024

Lo scivolamento verso il basso

Sono mesi che non posto nulla sul blog, a parte le recensioni e i sommari sulle inchieste di Report e Presadiretta.

Ma stiamo vivendo un momento eccezionale, forse senza rendercene conto e devo scrivere qualcosa.

Stiamo assistendo alla genesi di una nuova guerra regionale, nel medio Oriente, tra il conflitto a Gaza (che ci ha reso insensibili alle morti civili) e l'allargamento verso il Libano, l'Iran e lo Yemen.

In America un politico come Trump si appresta a vincere le primarie e forse le elezioni in America, quella considerata la più grande democrazia al mondo (specie se si bianco e ricco).

In Argentina un fenomeno come Milei ha vinto le elezioni a colpi di motosega.

In Italia lo spettacolo che ci viene concesso dal governo in carica è lo svuotamento dello Stato dal suo interno: la fine del sistema sanitario nazionale, ucciso lentamente con tagli e senza alcuna azione di rafforzamento. Lo svuotamento della lotta alla corruzione (e i reati dei colletti bianchi), con l'approvazione di una serie di norme che da una parte eliminano il diritto al cittadino di essere informato dall'altra rendono più complicato per la magistratura accertare questi reati.

Se una persona accende il TG1 ha l'impressione di stare nel bengodi, diminuisce l'inflazione, aumenta il potere di acquisto delle famiglie, cresce l'occupazione, pare che tutta l'Europa penda dalle labbra della presidente del consiglio.

Perfino in Emilia Romagna dove si è incontrata con la presidente della commissione europea Von del Leyen.

Certo, il TG non ha mostrato le proteste dei cittadini che da mesi attendono i ristori promessi dopo l'alluvione.

L'importante è non mostrare, non raccontare, nascondere.

I giornali che per mesi mettevano in prima pagina le notizie su presunte truffe sul reddito di cittadinanza si sono improvvisamente zittiti. Meglio parlare delle gogne social.

Meglio non toccare il tasto del lavoro povero, delle file a Milano (la città dei cantieri dove è difficile vivere) davanti l'associazione pane quotidiano.

Meglio non spiegare che la maggior parte dei nuovi contratti sono a tempo determinato.

Non raccontiamo poi delle code per una visita, del sistema di prenotazione che ti invita ad andare a prenotare visite presso gli ospedali. 

Ancora nel 2023 ci chiediamo quanto e se sia reato il saluto romano, le adunate fasciste (non saprei come altro chiamarli) su cui si è pronunciata oggi la Cassazione.

Ecco, questo è lo Stato in cui viviamo, inteso come momento politico e come stato delle cose.

Sta accadendo tutto un passo alla volta, nessuna corsa verso il basso, solo un lento scivolamento.

Ce ne accorgeremo solo arrivati al fondo.

15 gennaio 2024

Tutti i particolari in cronaca di Antonio Manzini

 


Prologo
Tornava a casa tenendo due sacchetti del fruttivendolo nella destra, nella sinistra una banana che mangiava a gran morsi, aveva calcolato di finirla prima di raggiungere il cestino dei rifiuti avvitato al divieto di sosta, proprio davanti al suo portone. [..] «E’ arrivato questo per lei» le disse Amerigo, il portiere, consegnandole una busta marrone che conteneva un plico voluminoso.
«Chi la manda?» chiese rigirando il pacco. Lesse il nome del mittente, ma non l’indirizzo: Walter Andretti.

C’è la giustizia degli uomini, quella gestita dal codice penale, dalla magistratura, dove le colpe sono stabilite nei Tribunali. E poi c’è una seconda giustizia, diciamo con la G maiuscola, quella superiore. Per i credenti, è la giustizia di Dio: per gli altri è la giustizia degli uomini o, meglio, degli uomini che si auto promuovono a Dio in terra per comminare quelle sentenza che la giustizia dello Stato non è stata in grado (o non ha voluto) di emettere

«.. Sa qual è il problema di chi non crede in Dio?»

«Me lo dica.»

«La giustizia su questa Terra. Non avendo altro ci concentriamo solo su quella. Si divide in giustizia con la G maiuscola e giustizia degli uomini.

In quest’ultimo romanzo di Antonio Manzini si parla di giustizia: quella di cui leggiamo a volte negli articoli di cronaca dove, spesso, i più furbi, i personaggi ammanicati col potere riescono a farla franca sfruttando i cavilli, evitando di rispondere delle loro (presunte) colpe.

Truffatori, corruttori, persone con legami equivoci con la criminalità, assassini che sfuggono alla giusta pena e, dall’altra parte, le vittime, a cui il “sistema”, la giustizia terrena non è riuscita a dare una risposta.

Cosa può portare tutta questa giustizia mancata, che è come subire una nuova violenza? Ce lo spiega Manzini raccontandoci, usando il meccanismo del diario personale, le storie dei due protagonisti di questo romanzo, ambientato a Bologna in questi anni. Storie che per un lungo tratto scorrono su due binari paralleli.

Mi chiamo Walter Andretti, sono un giornalista, e questo è il mio diario, che ho cominciato a scrivere il giorno che mi hanno passato alla cronaca nera. Si accorgerà che oltre al mio diario le ho spedito un manoscritto.

Non è facile diventare cronista di nera, specie se prima lavoravi nella cronaca sportiva, qualche partita di tennis, il campionato locale di calcio. Specie se la tua nuova capa pretende da te ogni giorno un pezzo nuovo, che attiri i lettori, che senza di loro il giornale chiude. Devi stare sul pezzo, anzi, devi anticipare i pezzi degli altri giornalisti, cercando agganci nel mondo delle forze dell’ordine, carabinieri e polizia. Per avere qualche scoop, qualche indizio da mettere nell’articolo, qualcosa che gli altri giornali non hanno.

Tutto questo Andretti lo scopre sulla sua pelle, a cominciare dal delitti Zigon, una persona come tante che è stata ritrovata uccisa da un colpo di pistola, mentre era appartato con una prostituta.

Si aggirava nella penombra dell’appartamento. Le tende tirate, pesanti, doppie, organza e velluto. Polvere sui mobili, macchie di umido sulla carta da parati vicino al soffitto. A quando risalivano? Almeno trent’anni, soprattutto quello vicino al tubo che passava in alto sopra il corridoio.

Carlo Cappai è invece un impiegato nel Tribunale penale: la sua vita da anni scorre sempre seguendo la stessa routine, una corsetta la mattina presto, una colazione nel solito bar per raggiungere poi il suo ufficio, nell’archivio, in mezzo ai faldoni impolverati dei tanti processi celebrati. Ma per Carlo non sono solo quello: i documenti contenenti le assoluzioni o le condanne sono carte che parlano, che urlano

Carlo Cappai da trent’anni passava nove ore al giorno lì dentro, e sapeva che quei faldoni parlavano. Qualcuno urlava
I faldoni urlano per la giustizia che era stata negata alla vittima. Perché il responsabile del male era riuscito a non pagare il prezzo delle sue azioni, come era accaduto tanti anni prima a per il delitto di Giada, un’amica di Carlo, forse l’unica sua vera amica, l’unica con cui aveva un rapporto di intimità che non era sbocciato in un amore. Un giorno, tanti anni prima, era rimasta vittima di una aggressione fascista in una delle tante manifestazioni politiche degli anni di piombo. Il responsabile si era salvato, nonostante l’essere stato riconosciuto per strada.

Se l’era cavata, Luigi Sesti, il figlio del grande avvocato con lo studio più potente della città. Sesti padre era imparentato con quelli che contano..

Eccolo il tarlo, la ragione che ha portato Carlo in rotta di collisione coi suoi, a vivere quella vita in solitaria, a dover sentire quelle urla uscire dalle carte dei processi. E, poi, a doversi sostituire alla giustizia, quella degli uomini, con la g minuscola. Studiando tutte quelle carte nello studio della casa dei suoi dove tutto è rimasto immutato nel tempo. Come Carlo, appunto, che non è riuscito ad uscire dal suo trauma.

Nel frattempo, nell’altro binario, seguiamo passo passo in quello che sembra un diario, il lavoro di Walter Andretti nel mondo della nera, alle prese con un omicidio (quello di Fabio Zigon) ma senza gli strumenti per poterlo decifrare, senza alcun appiglio nei carabinieri che stanno indagando. Scava nel passato della vittima – gli dice la capa, ma come?
Per esempio andando nell’archivio del Tribunale a ripescare il materiale di un processo che si era celebrato anni prima sulla morte della compiuto anni prima e per cui il morto era finito sotto processo. 
Forse si può ripartire da lì.

In un continuo alternarsi tra le due storie, vediamo da una parte il mite archivista Cappai preparare la sua vendetta, mentre altre voci richiamano la sua attenzione chiedendogli quella Giustizia superiore che gli uomini non erano riusciti a garantire. Altri delitti e altre persone che erano riuscite, con gli agganci giustizie, con bugie e menzogne, a rimanere liberi. Assolti per non aver commesso il fatto, anche grazie ad avvocati come il padre di Sensi o giudici come suo padre

Ecco chi amministrava la giustizia, un coacervo mafioso, clientelare, un pugno di uomini seduti sui cardini del meccanismo che girava solo se e quando volevano loro.

In fondo, si trova a pensare Cappai, sono solo un ingranaggio di un meccanismo complesso.

Dall’altra parte vediamo la metamorfosi di Andretti, come il bruco che diventa farfalla, imparare il mestiere del cronista, costruirsi con tanta pazienza le relazioni dentro le forze dell’ordine, imparare ad avere quel giusto pelo sullo stomaco per fare domande scomode. Saper cogliere la notizia per raccontarla su un giornale, dove riportare i fatti dove non necessariamente si deve conoscere il finale della storia

A un giornalista non si chiede un finale, se la realtà il finale non lo svela, il finale non c’è. Quello è un problema degli scrittori.

Arriverà alle intuizioni giuste, Andretti, perché è stato bravo nel voler andarsi a leggere le carte, a saper affrontare questa indagine molto più grande di lui, ad indagare nel passato delle vittime di quegli omicidi su cui i carabinieri non erano riusciti a trovare il responsabile.
E così le due storie, i due diari che avevamo letto uno a fianco dell’altro, si incrociano, fino ad arrivare all’epilogo finale.

Costruito come un giallo, “Tutti i particolari in cronaca” è molto più di una indagine su un delitti perché l’assassino lo incontriamo sin dalle prime pagine: Manzini ha voluto porre il lettore di fronte allo stesso dilemma che dovrà affrontare il giornalista, fin dove spingersi per fare giustizia? A quale giustizia ci si deve affidare, a quella della legge o ad una superiore?

Non è l’unica sfida al lettore presente in questo romanzo, dove epilogo e prologo sono l’uno la continuazione dell’altro, dove non è facile comprendere dove finisce la realtà e dove comincia l’invenzione.
Pagina dopo pagina osserveremo la parabola dei due protagonisti che si troveranno legati assieme da un segreto: quella verso il basso dell’archivista logorato dalle voci che sente dai faldoni, logorato dalla sua stessa ossessione.

Il giornalista, in una parabola al contrario, si troverà mutato in cronista vero, di quelli attenti ai dettagli

Non sempre ci azzecchiamo. Spunta il ragazzino, l’inesperta, il giocatore che nessuno considerava e cambia i pronostici, sconvolge gli allibratori, fa gioire il pubblico. Un esempio per tutti: Boris Becker nel 1985, a soli diciassette anni, trionfa a Wimbledon.[..] Non sempre ci azzecchiamo. Ma c’è un motivo: non siamo bravi ad osservare, non guardiamo con attenzione, prendiamo sotto gamba dei dettagli o delle virgole che invece sono fondanti..

Forse sta anche in questa, all’apparenza banale, considerazione, il senso della giustizia: non dimenticarsi che dietro ogni storia ci sono delle persone.

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14 gennaio 2024

Anteprima inchieste di Report – il confine sempre più labile tra mafia e stato

In Italia stanno per piovere miliardi che verranno spesi per le opere del PNRR. Anziché rinforzare i controlli, questo governo sta togliendo tutti i controlli, sia a livello di reati (come l’abolizione d’ufficio) sia cercando di depotenziare i controlli della Corte dei Conti.

Nel frattempo le mafie sono sparite dal radar della politica: dopo la cattura di Messina Denaro sembra che le mafie non esistano più. Il servizio di Report si occuperà della nuova criminalità organizzata e del confine sempre più labile con la politica.

Poi un servizio sugli aiuti promessi e non mantenuti per l’Emilia. Infine un nuovo capitolo della serie sulla tela di Sgarbi.

La tela di Sgarbi – la serie

La denuncia per stalking non ha fermato Report dal voler arrivare alla verità sul quadro di Manetti che il sottosegretario Sgarbi sostiene sia stato trovato per caso in un vecchio casolare.
La procura di Macerata ha aperto un fascicolo sulla vicenda iscrivendo Sgarbi nel registro degli indagati:

Quando i carabinieri hanno bussato alla sua porta, il sottosegretario alla Cultura Vittorio Sgarbi già conosceva il motivo di quella visita: volevano il quadro della discordia, ovvero La Cattura di San Pietro, un caravaggesco del Seicento senese opera del maestro Rutilio Manetti. Una tela ormai nota anche ai non esperti in materia: il dipinto, infatti, è al centro del fascicolo della Procura di Maceratache ha iscritto nel registro degli indagati il sottosegretario alla Cultura del Governo Meloni con l’accusa di riciclaggio di beni culturali. Il motivo? La Cattura di San Pietro è stato rubato nel 2013 dal castello di Buriasco, in Piemonte. Poi è riapparso nel 2021 a Lucca, in una mostra a tema, indicato come proprietà personale di Vittorio Sgarbi. Si tratta dello stesso quadro? L’inchiesta giornalistica de Il Fatto Quotidiano e di Report ha evidenziato tutta una serie di elementi che lasciano pochi dubbi in merito. Ora toccherà agli inquirenti chiudere (o meno) il cerchio.

Sul Fatto Quotidiano di oggi, domenica 14 gennaio, Thomas Mackinson racconta dei nuovi sviluppi della vicenda:

Anche un imprenditore lega a Sgarbi il quadro trafugato

L’OPERA “RUBATA” NEL ’13 E RICOMPARSA NEL ’21 - Dall’inchiesta spunta anche un secondo nome che ricollega persone vicine a Sgarbi il furto al castello

DI THOMAS MACKINSON 14 GENNAIO 2024

Anche le misure inchiodano Sgarbi al quadro rubato. Dalle prime verifiche fatte sull’opera sequestrata due giorni fa a Ro Ferrarese, emerge che non ci sono affatto quei 30-40 cm di differenza con la versione della Cattura di San Pietro trafugata dieci anni fa dal castello di Buriasco e riapparsa con una candela in una mostra del 2021 come “inedito” di sua proprietà. Le dimensioni riportate nella denuncia, lo conferma la vittima del furto, comprendevano infatti la cornice, oltre al fatto che l’opera si è ulteriormente ridotta per via del taglio interno ad essa, necessario ad asportarla. Cade dunque, e prima ancora della guerra di perizie che già si annuncia, la “foglia di fico” che Sgarbi utilizza da settimane per dire che sono “opere diverse”.

La scheda del servizio: Il valzer della candela II di Manuele Bonaccorsi

Collaborazione di Thomas Mackinson
Immagini di Marco Ronca
Montaggio e grafica di Michele Ventrone

Il sottosegretario ai Beni culturali Vittorio Sgarbi indagato per "autoriciclaggio" dopo l'inchiesta di Report.
La procura di Macerata ha aperto una inchiesta su Vittorio Sgarbi, con l’ipotesi di reato di autoriciclaggio di opere d’arte, in seguito all’inchiesta di Report e del Fatto quotidiano sulla Cattura di San Pietro di Rutilio Manetti, un’opera di proprietà del noto critico d’arte, del tutto simile a un dipinto trafugato nel 2013 al castello di Buriasco di Torino. Il dipinto, inserito nella banca dati del nucleo di tutela dei beni culturali del Carabinieri, era stato esposto nel 2021 in una mostra a cura di Sgarbi a Lucca. Report torna sul caso.

La mafia, lo stato e quel confine sempre più labile

Camorra, Cosa Nostra, 'Ndrangheta, tutti uniti a fare affari. Chi sono i capi? Quali referenti politici? Non sappiamo nulla dei vertici di cosa nostra, adesso che Messina Denaro è morto, dopo l’arresto nello scorso anno.
La mafia è sparita, puff, non c’è più. Non c’è più l’allarme criminalità, al sud e figuriamoci al nord. Eppure le mafie ci sono ancora, sono sempre più potenti e continuano a dialogare col mondo dell’imprenditoria e della politica.
Anche e soprattutto qui al nord, dove girano più soldi: ha fatto rumore nei mesi passati la decisione del GIP di Milano di non convalidare le richieste di arresto nell’ambito di una indagine coordinata dalla DDA milanese e dai carabinieri sulla nuova cupola milanese:

composta non da singole associazioni ma da una sovrastruttura formata da esponenti di Cosa nostra, ndrangheta e camorra romana, con tutti i crismi dell’associazione mafiosa: controllo del territorio, armi, intimidazioni e un corposo capitale sociale composto da politici e imprenditori. Ben nove le estorsioni documentate. Decine le armi, anche un fucile a canne mozze. Oltre venti i summit filmati dai carabinieri con esponenti apicali e storicamente radicati a Milano, come da decine di sentenze, del Consorzio e non di un solo clan. Ma, per il tribunale, mafia non c’è. Dei capi d’imputazione contestati agli undici arrestati, solo per tre viene ipotizzato il metodo mafioso, in alcuni di questi l’accusa di estorsione e però rubricata a minaccia.
Sembra di essere tornati alla Palermo degli anni 80, dove la mafia agiva indisturbata, i latitanti potevano agire indisturbati, protetti da una parte dall’omertà diffusa, dall’altra dalla mancanza di comprensione del metodo mafioso, quello poi rivelato dalle indagini del pool di Caponnetto che portò al maxi processo.

Nell’anteprima del servizio ci sono due tentativi di interviste: la prima a Paolo Errante Parrino un imprenditore di Abbiategrasso che, secondo la procura milanese, sarebbe il referente del nuovo consorzio mafioso grazie ai suoi rapporti con la famiglia di Matteo Messina Denaro.

Una tesi a cui non ha creduto il gip del Tribunale di Milano che ha negato ai pm l’arresto di Errante Parrino, a suo carico, scrive testualmente il gip, ci sono solo “vicende bagattellari”.
Giorgio Mottola è stato cacciato via in malo modo con una minaccia “vi apro la testa in due .. vi taglio la testa”: vista la difficoltà ad incontrare Parrino, il giornalista ha cercato di fare qualche domanda al volto pubblico della famiglia, il cognato avvocato Giovanni Bosco che, è bene ricordarlo, non è mai stato né indagato né coinvolto in procedimenti per mafia: “Io mio cognato lo conosco bene, per lui il pane e il pane e il vino è il vino, tagliare la testa potrebbe voler davvero dire tagliare la testa..”.

Sui canali social è uscita questa mattina una nuova anteprima dove si parla dell’omicidio dell’ultras della Lazio Fabrizio Piscitelli, Diabiolik: fu un omicidio di mafia?

Secondo il comandante del Gico di Roma Marco Sorrentino fu chiaramente un delitto di mafia, aggiungendo che c’è un nesso tra Piscitelli e la famiglia Senese a Roma, “all’inizio degli anni 90 Fabrizio Piscitelli fu indagato insieme alla famiglia Senese, in particolare con Gennaro Senese, fratello di Michele.”
Il potere del capo ultras derivava dalla sua vicinanza alla famiglia Senese, era cosa nota a tutti a Roma che Piscitelli fosse uomo dei Senese, “quindi è una interpretazione mia, ma credo che una luce verde sia stata data per l’omicidio di Piscitelli” – è la conclusione del comandante del Gico.

La scheda del servizio: LA MAFIA A TRE TESTE di Giorgio Mottola

Collaborazione Greta Orsi, Norma Ferrara

A Milano ‘ndrangheta, camorra e cosa nostra si sono federate in un unico consorzio mafioso. All’ombra della Madonnina, esponenti apicali delle tre più importanti organizzazioni mafiose pianificano insieme affari e agganci con la politica. Un sistema criminale che negli ultimi anni è riuscito a infiltrare settori economici e finanziari strategici del territorio milanese e sono riusciti a entrare in contatto con alcuni tra i politici lombardi più in vista di Fratelli d’Italia che attualmente ricoprono incarichi al governo e nelle istituzioni europee. Della cupola milanese trasversale alle tre mafie avrebbero fatto parte rampolli di antiche famiglie di cosa nostra lombarda, parenti stretti di Matteo Messina Denaro, capi delle locali di ‘ndrangheta ed emissari di un potente clan di camorra.

Gli aiuti (dimenticati) all’Emilia Romagna

L’alluvione dello scorso anno ha messo in crisi l’intera Emilia Romagna, dimostrando quando siamo vulnerabili ai nuovi eventi atmosferici.

Eppure l’Emilia Romagna ha delle linee guida all’avanguardia sui temi ambientali e una legge regionale che prevede il consumo del suolo a saldo zero: Bernardo Iovene ne ha chiesto conto al presidente Bonaccini, perché è emerso che non sempre queste linee guida siano eseguite, come è lampante che nonostante le leggi ci sia un serio problema di consumo del suolo (la regione Emilia Romagna è la prima per consumo del suolo).

Noi in questa legislatura” ha spiegato Bonaccini “ arriveremo a tagliare circa 20 ettari di suolo edificabile, già deciso da programmazioni precedenti perché introducendo questa legge urbanistica, e da quest’anno non dando più deroghe ai comuni, noi andremo a ridurre quello che si prevedeva di consumare ..”
Il presidente ha poi aggiunto che è vero che nel passato è stato consumato troppo suolo, “infatti noi abbiamo provveduto ad una legislazione che deve andare non solo a ridurre quel consumo di suolo ma farlo diventare a saldo zero. Però se parliamo dell’alluvione, mi creda, quando ti cadono addosso 4,5 miliardi di metri cubi di acqua, c’entra poco tutto il resto, quello è un evento catastrofico, è un evento rispetto al quale dovremo ridisegnare il reticolo idrografico romagnolo, abbiamo chiamato esperti a darci una mano. Perché, come le ho detto, quello che dovremo fare per il futuro, non deve essere fatto come prima, deve essere fatto meglio di prima.”

Il servizio cercherà di capire cosa si stia facendo per oggi in questa regione per mitigare il rischio alluvioni: già nel 2015 si era data delle linee guida che prevedevano vegetazione anche all’interno degli alvei per drenare e frenare il corso dell’acqua ma intanto sugli argini si continua a tagliare gli alberi. Non sempre c’era la necessità di tagliarli: lo racconta l’assessore alla sicurezza del comune di Faenza Bosi “nei corsi d’acqua arginati si, il dover rifare gli argini ci ha comportato ad un taglio netto della vegetazione..”.

Iovene ha sentito anche l’assessora all’ambiente in regione Irene Priolo “In realtà l’acqua è stata trattenuta nella sua furia anche dalla presenza della vegetazione che noi abbiamo, ma questa deve essere mantenuta”.
Cosa comporta tutto questo in senso pratico? Lo spiega l’urbanista Gabriele Bollini “Il corso d’acqua non è una condotta, un tubo che porta acqua, è un ecosistema: nelle linee guida si dice che le piante e la vegetazione serve per rallentare il corso d’acqua e [l’Emilia Romagna] l’unica regione che ha queste linee guida e non le ha utilizzate perché se io pulisco gli argini diventano campi da bocce.”
E’ un argomento molto delicatoha cercato di giustificarsi la vicepresidente Priolo “quello sulla vegetazione ripariale perché dopo un evento di questo genere [l’alluvione] la prima cosa che i cittadini vorrebbero che tutta la vegetazione interna ai corpi arginali interna ed esterna venisse eliminata completamente.”

Insomma, si sarebbe preferito assecondare anche le richieste delle persone vittime dell’alluvione. Come a Faenza dove hanno rifatto gli argini dove è esondato, ma poi per centinaia di metri hanno tolto di mezzo la vegetazione, tagliando tutti gli alberi lungo gli argini, anche alberi secolari in salute. Questi abbattimenti salveranno il paese dalla prossima alluvione? Dove il fiume è uscito dagli argini è prevista una lottizzazione ovvero si continuerà a costruire in zone pericolose a fianco dei fiumi, togliendo spazi verdi. E chi si lamenta come gli ecologisti (quelli veri come il comitato Faenza Eco-logica) passa per quelli che sanno dire solo no.
Dopo l’alluvione ci sarà un ripensamento sulle concessioni da dare in determinate aree oppure andrà avanti come se nulla fosse successo? Il sindaco risponde a modo suo: “noi oggi non abbiamo gli strumenti per mettere in discussione iter e permessi amministrativi.” Pilatescamente lascia tutte le responsabilità al commissario (sarebbe Figliuolo, desaparecido) che eventualmente potrebbe bloccare nuovi scempi sul territorio.


A Rastigliano, frazione di Pianoro: in una zona a rischio idrogeologico si sta realizzando un tratto di strada sopraelevata, per la realizzazione hanno tagliato più di mille alberi e a maggio il cantiere è stato invaso dall’alluvione, che ha fatto emergere perfino un argine nascosto del ‘700. Anche qui è sorto un comitato locale, Comitato Santa Bellezza, che spiega a Report come questa zona fosse una volta un parco, oggi invece è tutto tabula rasa, hanno tagliato gli alberi: quando è arrivato l’alluvione ha spazzato via tutto proprio in questa zona, il progetto non è stato rivisto col risultato che oggi i piloni della strada sopraelevata stanno dentro l’acqua.

Quando uno sostituisce un albero di 40 anno con la capacità filtrante che ha in quel momento e lo sostituisce con alberelli di 4 – 5 anni si perde una risorsa per contenere gli alluvioni- è l’accusa che viene fatta dal fitopatologo Aldo D’Aurelio.
Il progetto è della città metropolitana di Bologna, l’ingegnere ha ammesso che le pile rimarranno nell’alveo del fiume, perché era tutto previsto, anche l’alluvione: i progetti non si modificano dunque, “il fiume si è comportato come è previsto che si comportasse di fronte a questi fenomeni..”
Ma i cittadini lo sanno?

Peccato che il progetto iniziale non avesse le pile in alveo, che gli effetti dell’alluvione sono sicuramente stati superiori a quanto stimato (?) dall’ingegnere: perché allora non si fanno le verifiche su tutti i progetti in cantiere, per tutelare la sicurezza dei cittadini? Perché non si rispettano le linee guida della stessa regione? Perché si continua a fare tabula rasa accanto ai fiumi? Perché il consumo di suolo continua ad aumentare nelle zone a pericolosità idraulica (come dal rapporto di Ispra)?

Sempre restando a Bologna ci sono poi i lavori per la linea del tram, i cantieri del passante autostradale, che aumenterà le corsie esistenti: il progetto prevede una compensazione con nuovi parchi e centomila tra nuovi alberi e arbusti, ma nel frattempo dei giardini pubblici vengono trasformati in cantiere e alberi già cresciuti vengono abbattuti e nuovo consumo di suolo.

È successo al parco don Bosco, dove il comitato di cittadini ha manifestato contro questo ennesimo scempio, senza riuscire a fermare i lavori.
Il comune taglierà decine di alberi proprio accanto alla sede della regione, per costruire una nuova scuola a lato della vecchia che sarà abbattuta. Perché non si ristruttura la vecchia scuola?

Il servizio di Iovene si occuperà poi del tema ristori per le vittime dell'alluvione. Finito il tempo delle passerelle e delle polemiche tra governo Meloni e presidente Bonaccini, a che punto siamo coi soldi promessi alle famiglie e alle imprese?

A Faenza il giornalista ha intervistato una famiglia che è rimasta fuori casa dal 16 maggio: l’acqua è entrata in casa, ha sommerso le camere, i mobili i quali non verranno risarciti: la famiglia Mascaretti non può ristrutturare la casa perché avendo già un mutuo non possono permettersene un secondo. Non è l’unica famiglia che ha lasciato la casa così com’è, senza far partire i lavori di ristrutturazione: non è solo un tema economico, ma è anche la paura, le famiglie non sanno se le zone dove sono costruite le loro case siano sicure o meno. Dopo l’alluvione sappiamo che non sono sicure: così rimane tutto fermo, case, bar, locali. “Quando è successo avevo coraggio, adesso l’ho perso, sono un po’ abbattuta” racconta a Report Marta Pederzoli proprietaria del locale Pink Panther.

Dal 16 novembre, come spiega il servizio in anteprima qui, “si può accedere alla piattaforma Sfinge della Regione per richiedere i ristori. Il commissario di governo ha previsto 20mila euro per le famiglie e 40mila euro per le aziende. Ma c'è un problema i mobili non sono risarciti: "L'anomalia sono la mancanza dei mobili che non abbiamo compreso perché in tutte le alluvioni è la prima cosa che va risarcita", afferma l'Assessore all'Ambiente della Regione Emilia Romagna Irene Priolo. Dopo un mese dall'alluvione è stato emesso un contributo di prima necessità 3.000 euro a chi ne ha fatto richiesta e tra poco ci sarà un'altra integrazione di 2.000 euro. Ma anche sommando i 20.000 euro, c'è chi non riuscirà a ristrutturare casa. ”

La scheda del servizio: PRESTO CHE È TARDI di Bernardo Iovene

Collaborazione Lidia Galeazzo, Greta Orsi

I ritardi, l’attesa e l’incertezza dei finanziamenti stanno mettendo a dura prova un popolo che da subito non si è perso d’animo. Dopo 7 mesi nelle zone alluvionate dell’Emilia-Romagna ci sono ancora quartieri completamente disabitati, le famiglie hanno perso tutto, attualmente hanno ricevuto i primi 3000 euro di 5000 come immediato sostegno e dal 16 novembre possono fare domanda per ricevere, previa perizia certificata, al massimo 20 mila euro. Non saranno rimborsati i mobili, le auto e i motorini. Sono in un limbo, non riescono ad entrare nelle proprie case, a questo si aggiunge la paura di una nuova alluvione. Stessa situazione vivono le imprese, che hanno avuto vari milioni di danni, ma possono richiedere un contributo di 40 mila euro. Le aziende non hanno sfruttato la cassa integrazione hanno utilizzato i dipendenti pagandoli di tasca propria per ripartire, ma oggi hanno bisogno di ristori che non arrivano. Anche in Toscana a due mesi dall’alluvione aziende e famiglie sono sull’orlo di una crisi di nervi, a loro verranno risarciti al momento 5 mila euro per le famiglie e 20 mila per le aziende, ma il presidente Giani non ha notizie di quando arriveranno le risorse, né se sarà lui il commissario per la ricostruzione scelto dal governo. Intanto, la Presidente del consiglio, nella risposta a un'interrogazione parlamentare, in polemica con la Regione Emilia-Romagna ha stilato la lista dei finanziamenti erogati. Il presidente Stefano Bonaccini contesta questi dati. A pagare questo rimpallo di responsabilità sono solo imprese e cittadini che hanno perso un pezzo di vita.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

08 gennaio 2024

Non si uccide di martedì di Andrea Molesini

 


14 settembre 1938
Come tutti i mercoledì, l'avvocato Ridolfi sorseggiava il caffè sfogliando il «Corriere della Sera» al Floriàn, in Piazza San Marco. L'aveva incuriosito un titolo al centro di pagina 3: Come ho scavata a Rodi con Agapito eversore di necropoli. L'articolo faceva il ritratto di un Ercole vecchio e stanco, maestro di zappa e di piccone, ultimo sopravvissuto di una generazione di scopritori di tombe. Il sole del primo mattino accendeva le finestre delle Procuratie lasciando ancora in ombra la piazza.

Venezia, 1938, l’anno del patto d’acciaio, della conferenza di Monaco, gli ultimi scampoli dei sogli imperiali che il regime di Mussolini avevano riportato sui colli eterni di Roma.

Siamo a Venezia e un uomo e una donna si incontrano ad un caffè: lei è una vedova, ricca per una concessione di petrolio in Texas ereditata dal povero marito morto. L’uomo è un avvocato, non uno di quelli di grido, lo si intuisce dall’abbigliamento. La donna, che si chiama Valt Mebel, ha un affare da proporre all’avvocato.

«Avrei un affaruccio da proporvi, credo che voi siate la persona giusta, non ci conosciamo ma, come vi ho detto, ho fiuto per certe cose, proprio come mio povero Pietro... spero che il diavolo non lo tratti troppo male, come meriterebbe»

Chi è questa donna e come mai ha scelto, tra tutti, proprio quell’avvocato che lascia i tavoli del caffè senza nemmeno aver capito fino in fondo l’affare che gli è stato proposto?

Il racconto si sposta a Rodi, dove incontriamo due sposini in luna di miele.

Rodi – 29 settembre

La luna di miele era appena incominciata e Rita già guardava il marito facendosi delle domande. Non era più sicura di aver fatto un buon affare.
Il sole Greco accendeva il mare fino alla costa turca e il lento flagello della Luna aveva il piglio di un Caravaggio. Le stuoie scosse dallo scirocco strisciavano d'ombra le facce, le tazze, i tavoli del caffè Georgios, mentre gli odori del primo autunno contendevano l'aria quelli della tarda estate.
I giornali non parlavano che della conferenza di Monaco dove Chamberlain, un sottolento Daladier e un agitato Mussolini giocavano con la sorte dei Sudeti girando le carte che il cancelliere Adolf Hitler distribuiva.

L’eco della guerra è ancora lontano, nonostante il piano inclinato su cui era posato il mondo si stava pericolosamente inclinando giorno dopo giorno, ogni volta che si assecondavano le pretese del caporale austriaco diventato cancelliere tedesco.

Rita, che si scoprirà poi essere la nipote della signora Velt, è assieme al marito, Enrico Mancini un giovane chirurgo, che si sta crucciando per una operazione finita male e per cui ha dato già la colpa ad un assistente. Sin dalle prime righe l’autore ci racconta tanto del loro rapporto: un matrimonio, quello con Enrico, forse deciso troppo in fretta, se i primi dubbi arrivano già in luna di miele.

Ma a rovinare il clima sarà l’arrivo sull’isola del generale Costantini, personaggio dall’aspetto un po’ volgare e dai modi cinici, che sventola sotto il loro naso il testamento redatto dalla nonna. Rita è indicata come erede universale dei beni cospicui della donna. Ma, c’è un ma: poche settimane dopo il testamento, si è sposata proprio col generale, rendendolo anche lui, questa persona sgradevole, parte della famiglia.

Sull’isola arriva una quarta persona a far visita alla coppia: si tratta proprio dell’avvocato incontrato al caffè Floriàn. Anche lui ha in mano il testamento, dove compare una clausola che mette in crisi Rita e il marito.

.. nel caso che voi tre, tutti e tre, voi vostra moglie e Costantini, moriste, che ne so, in un incidente... un naufragio... in quel caso l'erede sarei io, ci pensate? Io avvocato Ridolfi, l'esecutore testamentario, proprio io che non c'entro niente con la famiglia...

L’improvvisa eredità, quell’enorme ricchezza che all’improvviso è caduta sulle vite dei personaggi, scatena fin da subito una reazione di diffidenza tra di loro. Perché l’avvocato e il generale propongono un accordo per spartirsi la torta. Ma possono, Rita ed Enrico, fidarsi di questi personaggi così all’apparenza poco raccomandabili? E poi, vogliono veramente spartirsi la torta con loro?

È come se quella ricchezza piombata all’improvviso sulle loro vite, avesse fatto crollare quell’illusione di felicità tra Rita e il marito.

«Potrei uccidervi tutti, voi tre, ci pensi caro? Sarei l'erede universale e... una giovane ricchissima vedova... condizione piuttosto invidiabile».

Squadrando la faccia incredula del marito la ragazza aggiunse, con voce dolce ma sicura: «Oh certo... una vedova molto, molto infelice... infelice da morire amore mio»

C’è aria di complotto. Perché non sbarazzarsi dei due intrusi, l’avvocato e il generale? E perché non sbarazzarsi della moglie.. non riesce a dirlo, ma forse arriva a pensarlo, Enrico, il debole Enrico, che muovendosi nelle locande del porto incontra un sicario, anzi, una sicaria, la “donna del pianoforte”. Bellissima e pericolosa.

Elena, come la protagonista del romanzo di Tolstoj o come Elena di Troia: una donna che, impareremo poi, ha dovuto sopportare tanti dolori per arrivare quella che è adesso, capace di comprendere subito l’uomo che si trova davanti

«Il mio mestiere ha molte sfaccettature interessanti, diciamo che il talento sta nel riconoscere gli esseri umani nel comprenderli senza accedere alla tentazione, di catalogarli... Me lo ha insegnato la vita... e Tolstoj.. avete letto Tolstoj?»

Ci sono aspetti della propria natura che si scoprono solo quando si arriva a determinate circostanze, quando si viene messi di fronte a delle prove come questa: voi riuscireste a resistere alla tentazione del denaro, sapendo che le vostre scelte potrebbero causare conseguenze ma lontano da voi, lontano dalla vostra coscienza.

Cresce la tensione tra gli sposini, crescono le diffidenze, scopriremo qualcosa di più di questa bella e terribile “donna del pianoforte”, una donna “a un tempo fredda e sanguigna, un gorgo di cinismo e di passione, roba da fare ammattire”, come si trova a pensare Enrico.

Ci sono i ricatti, ci sono i giochi torbidi, ci sono donne che si incontrano, su tutto incombe l’ombra di un delitto che sembra imminente.

Da Rodi l’azione si sposta a Venezia, dove tutto il racconto troverà la sua conclusione che ci lascerà stupiti, con diversi colpi di scena, che ci lasceranno un insegnamento con un insegnamento valido ancora oggi.

Al di là del mare e delle montagne vive un uomo più ricco di tutti i re della storia e delle leggende. Non sai niente di lui, non sai il suo nome, non sai il suo viso, non sai la foggia dei suoi abiti.

Per ereditare tutte le sue ricchezze non devi far altro che suonare la campanella che proprio qui, accanto a te, su un libro. Se lo farai il suo cuore si fermerà. Laggiù, ai confini del mondo, ci sarà solo un breve gemito, ma qui tu avrai più oro di quanto si possa immaginare. Ora tu che mi ascolti e che sei un mortale suonerai la campanella?

Se capitasse a noi, suoneremmo questa campanella?

Nel romanzo, che si muove tenendo sempre uno piglio dove non mancano houmor e buon gusto si parla della conferenza di Monaco, delle ambizioni di Hitler e di quelle del “mascelluto” Mussolini, pronto a sfidare le democrazie plutocratiche col suo milione di baionette, in un paese dove non riusciamo a tenere puliti nemmeno i vespasiani delle stazioni:

Lo stato dei nostri vespasiani è quello della nostra Italia. La decadenza di un impero, antico, moderno, poco importa, incomincia sempre dalle foglie intasate. Quando senti la puzza della merda sei vicino a una qualche verità... una nazione, un impero, una civiltà si giudica innanzitutto dagli acquedotti e dalle fognature. È l'idraulica che strappa la maschera alla politica!

Anche questo forse è un altro insegnamento che vale anche per l’Italia di oggi, dove gli italiani si fanno abbindolare dal pifferaio di turno che parla di patria, orgoglio, quando poi mancano scuole, ospedali, treni..

Da dove arriva il titolo di questo bel romanzo, dove nella descrizione degli intrecci familiari sembra di leggere un romanzo di Simenon? Dalla parafrasi di un proverbio, né di Venere né di Marte

"..a proposito.. oggi non è martedì, vero? Non sta bene uccidere nel giorno di Marte"

Una citazione dal libro:

".. dietro una persona per bene, spesso, molto più spesso di quel che tu credi, si nascondo se non proprio un farabutto, un mediocre figuro"

La scheda del libro sul sito dell'editore Sellerio

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

Report – il mistero della prima repubblica

Il presepe della discordia di Giorgio Mottola

Report è tornata sull’inchiesta sul presente conteso tra i due paesini in provincia di Rieti: nel 2019 era stato scelto i comune di Contigliano, nella valle Santa dove visse San Francesco. Il presepe non doveva costare 40ml come costo, ma nel comune di Greccio (dove 800 anni fa San Francesco realizzò il primo presepe) l’hanno presa bene. Il comitato Greccio 2023 istituito dal Mibac, voleva portare avanti un progetto in comune e da questo è partita una faida tra i comuni, cosa poco conciliante col tema del presepe.

Ci sarebbero state anche delle pressioni da parte di un monsignore: pressioni che, secondo il servizio di Report, nascerebbero dal legame tra il monsignore e un artigiano presepista, che doveva lavorare al presepe.

Il comitato Greccio e il vescovo Pompili aveva deliberato per incaricare il presepista Artese con un compenso da 175 mila euro, ma l’artigiano non ne sapeva nulla, creando un grande imbarazzo durante l’intervista.
Dopo l’inchiesta la diocesi di Rieti ha rinunciato al progetto, non si sa chi abbia finanziato il presepe del 2023, il responsabile dei lavori è stato il figlio di Gianni Letta e realizzato da un’azienda veneta. La cura del presepe è rimasta all’artigiano presepista Artese.

IL VALZER DELLA CANDELA di Manuele Bonaccorsi

Anno nuovo inchiesta vecchia: il servizio di Manuele Bonaccorsi e Thomas Mackinson aggiunge un nuovo tassello alla vicenda del quadro di Manetti, di proprietà del sottosegretario Sgarbi. Identico ad un altro quadro, rubato in un castello presso Torino nel 2013.

Il quadro rubato e l’opera di Sgarbi mostrata a Lucca si differenziano per un dettaglio, una candela presente nel secondo.

Report aveva raccontato i dubbi del restauratore Mingardi, che temeva che il quadro che gli aveva portato Sgarbi fosse identico a quello rubato: Sgarbi ha risposto che sono due versioni dello stesso quadro, lui avrebbe rinvenuto la tela in una casa comprata dalla madre, villa Maidalchina.

Report ha smontato la difesa di Sgarbi, più volte ripetuta in televisione.

Il quadro fotografato da Mingardi, senza la fiaccola, è stato poi preso dai responsabili della GLAB, che l’hanno scansionato su incarico di Sgarbi stesso: il quadro di Manetti è stato copiato dalla GLAB con uno scanner che ha analizzato la tela anche con le crepe sull’opera.

Le crepe sarebbero assenti proprio dove è presente la candela, questo indicherebbe, secondo i giornalisti di Report, che la candela è stata posta sul dipinto successivamente.

La tesi di Report è che il quadro, fotografato inizialmente dal restauratore Mingardi, è stato “rattoppato” riempiendo i buchi iniziali e aggiungendo la candela: il quadro di Sgarbi sarebbe lo stesso di quello rubato.

Il servizio ha detto anche altro: la GLAB ha realizzato una copia in rilievo del quadro di Sgarbi, con però degli impercettibili errori di stampa. Questi errori sarebbero stati presenti anche nella foto scattata a Lucca nella mostra in cui era presente il quadro di Sgarbi: il sottosegretario ha esposto una copia e non l’originale?

I due giornalisti di Report sono stati denunciati per stalking, dopo essere stati insultati dal sottosegretario. Toccherà ora all’autorità giudiziaria stabilire l’origine del quadro di Manetti, che non sarebbe ora nemmeno più di proprietà di Sgarbi.

IL MISTERO DELLE BRIGATE ROSSE di Paolo Mondani

Il delitto Moro e il caso Kennedy italiano: il delitto che ha cambiato il corso della politica e cambiato la coscienza della politica italiana, dopo la strage di Piazza Fontana.

Il caso Moro rappresenta per l’Italia ciò che l’omicidio dei fratelli Kennedy ha rappresentato per gli Stati Uniti, leader politici uccisi perché poco alla volta volevano lasciarsi alle spalle la logica del patto di Yalta che alla fine della seconda guerra mondiale e fino al 1991 ha diviso il mondo in campi di influenza contrapposti tra Stati Uniti e Unione Sovietica. Immaginare un mondo libero dalla stretta appartenenza ad un campo è stata la loro fine. 46 anni dopo la morte del presidente della DC Aldo Moro ad opera delle Brigate Rosse, dopo 4 processi e due commissioni di inchiesta ora sappiamo che c’è stata raccontata una verità di comodo: la fine di Moro rappresenta il più grave trauma politico della storia repubblicana, uno choc da cui l’Italia non si è mai ripresa.

L’ex ministro DC Vincenzo Scotti assieme a Romano Benini hanno ricostruito in un libro la politica di Moro (Sorvegliata speciale – le reti di condizionamento della Prima Repubblica Rubettino), lentamente soffocata dalla guerra fredda, in particolare l’apertura al partito comunista italiano duramente contrastata dall’allora segretario di Stato Henry Kissinger.

Kissinger non nasconde mai la necessità di impedire qualsiasi iniziativa politica che vedesse Moro assumere la responsabilità di governo” racconta Scotti oggi al giornalista Paolo Mondani.

A dar fastidio era anche l’apertura al mondo arabo portava avanti negli anni ‘70: questa gli aveva portato una certa avversità dal mondo israeliano: “Moro nel 1973 nega le basi Nato per essere utilizzate dall’esercito americano in supporto ad Israele durante la guerra della Yom Kippur” spiega Romano Benini “ed è lo stesso Moro che nel 1974 dice al Senato che il popolo palestinese non ha bisogno di assistenza ma ha bisogno di una patria ..”.
Conclude il racconto l’ex ministro Scotti: “tutto questo non poteva essere accettato in quel momento da quella dirigenza americana e israeliana.”

Come ministro degli esteri Moro aveva cercato di portare avanti in Europa una politica di pari grado con gli Stati Uniti, ma su questo fu sconfitto dalla politica americana che voleva avere una egemonia sull’Europa.

Il giornalista di Report ha intervistato l’ex ministro socialista Claudio Signorile che, nei mesi della prigionia di Moro tra marzo e maggio del 1978, fu mediatore tra il governo e le Brigate Rosse tramite alcuni esponenti dell’Autonomia Operaia con l’obiettivo di liberare il presidente DC.
Alla fine del 1977 il vicesegretario del PSI Signorile era negli Stati Uniti per spiegare a molti soggetti istituzionali e governativi perché l’Italia voleva un governo con i comunisti: “volevamo il governo di unità nazionale ” racconta oggi a Report “e spiegammo perché, motivi economici, motivi strategici..”
Dal National Security Counsil recepisce un atteggiamento di attenzione, persino di favore, il Pentagono aveva una posizione sospettosa, il dipartimento di Stato aveva un atteggiamento più negativo ma con prudenza, la Cia era in parte favorevole e in parte contraria – ricorda oggi Signorile: “il Senato era in parte favorevole, il senatore Kennedy era attento, D’Amato era contro (non so se Signorile si riferisca ad Al D’Amato, che è stato eletto senatore nel 1981),
senatore degli Stati Uniti di estrema destra”.

Mondani ha chiesto a Signorile di quando, in commissione Moro, ebbe la sensazione che Mario Moretti fosse una figura di secondo piano nella struttura decisionale: “la struttura decisionale delle BR era teleguidata dall’esterno e Moretti era fattore di guida, partecipava [alle riunioni strategiche] come portatore di questi impulsi e di queste scelte. Qualcosa di più che esecutore, qualcosa di meno perché non aveva un’autonomia nelle decisioni.”

Il problema di cosa stessero facendo i servizi che in qualche maniera rappresentavano gli interessi di Yalta, me lo ponevo” – conclude Signorile.

Per capire la vicenda di Moro si deve partire da Yalta – la tesi del servizio di Report: il compromesso storico cercato da Moro assieme al PCI, che doveva appoggiare esternamente il governo, fu interrotto dal rapimento in via Fani, il 16 marzo 1978 (rapimento in cui la sua scorta fu trucidata).

Fino ad oggi le verità processuali si sono basate sul memoriale Faranda – Morucci: come tutti i brigatisti, le sue memorie sono parziali, secondo la commissione di inchiesta conclusasi nel 2018 il loro memoriale è una colossale menzogna.

C’è stato un patto oscuro, secondo Signorile, tra la DC e i brigatisti ed è questo quello che ha cercato di raccontare il servizio.

Quello che non rona nella versione ufficiale del rapimento di Moro
Dopo 55 giorni dal rapimento, il cadavere di Moro fu fatto trovare in via Caetani, il 9 maggio 1978.

Il lavoro della commissione ha vivisezionato il memoriale: ha una strana genesi, Faranda e Morucci erano in carcere ed ha una lunga gestazione, alcune versioni iniziali erano in disposizione al Sisde con cui Morucci collaborava. Fu ricevuto nel 1990 da Cossiga, senza passare da nessuna autorità giudiziaria: nel memoriale si racconta la cattura, la prigionia e la fuga, ma è come se fosse una verità perimetrata, quella da cui non si doveva uscire.

Il giudice Salvini ha collaborato con la commissione: l’agguato si svolto in modo diverso dalla versione di Morucci, c’erano più persone a sparare in via Fani oltre ai 4 brigatisti, sarebbero almeno sei le persone che hanno sparato.

Le prove di sparo sono state eseguite da Davide Minervini: le perizie sulle armi che hanno sparato in via Fani dovrebbero essere rifatte, sostiene il perito, ma nessuno ha intenzione di farlo.

I brigatisti non avevano grande esperienza, hanno perso un caricatore, alcuni colpi sono sparati in alto, mentre altri hanno colpito precisamente la scorta. Alcune armi si sono inceppate, secondo la versione dei brigatisti.

C’erano soggetti sconosciuti nell’agguato a Moro? L’agente Zizzi viene colpito da destra, da un uomo che era a destra rispetto alle auto.

Il pentito Barreca è stato sentito dal giudice Salvini: al giudice ha riportato quanto sentito dal boss Musolino della ndrangheta, che lavorava assieme ai servizi e in contatto con la massoneria. Secondo Barreca un agente della scorta di Moro è stato salvato, al suo posto è stato messo Zizzi quel giorno con Moro. Le dichiarazioni di Barreca rimangono nel cassetto e non sono mai state analizzate.

Chi era lo specialista che in via Fani spara 49 colpi (su 92) senza sbagliare un colpo?

Secondo il memoriale sarebbe Bonisoli, ma secondo la perizia di Salvini questa ricostruzione sarebbe improbabile, Bonisoli non aveva un caricatore da 50 colpi.
Bonisoli ha preferito diventare il capro espiatorio, piuttosto che raccontare un’altra versione dell’agguato.

Solo in parte si è cercato di risalire all’origine delle armi, non si è mai cercato di capire come mai il black out telefonico nella zona di via Fani. Non si è cercato di chiarire sul luogo della strage del colonnello del Sismi (e appartenente a Gladio) Camillo Guglielmi.
C’è poi la storia della moto: un testimone racconta la presenza di una moto in via Fani, dunque altre persone presenti ma mai tracciate dalle indagini.

Mario Mori era all’epoca capitano dei carabinieri presso il Sisde: il magistrato Di Matteo racconta del coinvolgimento di Mori nell’inchiesta Rosa dei Venti, e per questo nel 1975 Mori venne allontanato dal SID, con un suo allontanamento da Roma.

A inizio 78 il comando generale chiede il rientro a Roma, nonostante il diniego del Sisde, Mori tornò a Roma il giorno successivo il rapimento di Moro.

Altro mistero sono le tracce di sangue ritrovate sulle macchine delle BR in fuga: Patrizio Peci, il famoso pentito, raccontò del ferimento di uno dei brigatisti (aspetto assente nel memoriale). Chi hanno cercato di proteggere i brigatisti?

L’Austin Morris, che prese il posto del furgone del fiorista Spiriticchio, era di proprietà di una società del Sisde. I servizi erano presenti in via Fani?

Ci sono anomalie sulle indagini: il giudice istruttore di Roma doveva ricevere le carte, ma Imposimato ricevette le carte solo 8 giorni dopo la morte di Moro.

Il covo di via Massimi

Le perquisizioni nelle case di Morucci e Faranda furono bloccate dal procuratore generale di Roma: le indagini nel breve furono svolte dall’Ucigos, polizia che rispondeva al ministro dell’interno Cossiga.

Anche sul covo ci sono delle anomalie: secondo il memoriale Moro fu detenuto per 55 giorni in via Montalcini, ma secondo un ufficiale della polizia giudiziaria non fu così. Moro fu tenuto in un covo vicino via Fani in via Massimi: ci si arrivò grazie ad una fonte della Finanza, ma lo stabile di via Massimi non venne perquisito. Erano palazzine di proprietà dello Ior, dal padre del sacerdote che fece da postino con le BR.

In via Massimi abitava Marcinkus, il generale d’Ascia del Sismi, una giornalista tedesca Kraatz, che aveva un rapporto con Franco Piperno, esponente di Potere Operaio e che con Signorile aveva avuto un rapporto nella trattativa con le BR.

Il 19 marzo alla Questura arriva una telefonata: una voce racconta di sapere dove si trovi Mori, nella zona di via Massimi. La polizia si presentò coi lampeggianti accesi e la fonte sparì.

Le indagini furono gestite dal commissariato Monte Mario, i documenti sulle indagini sono oggi solo poche carte, come se fossero stati spostati o eliminati.

Il responsabile del commissario divenne poi prefetto, responsabile della sicurezza del papa.

Il giorno della strage di via Fani il lavoro di “bonifica” fu sospeso, racconta a Report il magistrato Donadio: secondo fonti dell’indagine le macchine delle BR sarebbero partite proprio dal compound di via Massimi 91.

La commissione parlamentare ha trovato in via Massimi, nella casa che all’epoca era di proprietà dell’ambasciatore iraniano, una camera blindata a cui si poteva arrivare dal garage: sarebbe stato il posto ideale dove tenere Moro nell’immediatezza del rapimento.
Al terzo piano dello stabile viveva monsignor Vagnozzi, dove riceveva i notabili della DC e anche Moro
prima del sequestro. Infine, Prospero Gallinari passò due mesi da latitante proprio in via Massimi, nel 1978.

Secondo la commissione, dopo via Massimi, Moro fu detenuto in una seconda villa vicino il mare. Un altro covo sarebbe stato nel ghetto, nella casa di Laura Di Nola (secondo il Sismi legata al Mossad).

Sicuramente c’è stato un covo vicino via Caetani, Aldo Moro non può essere stato ucciso in via Montalcini e poi portato in via Caetani, racconta Ilaria Moroni.

Secondo le perizie Moro era in ottime condizioni fisiche, non era possibile che fosse rimasto costretto in pochi metri quadrati (quelli del covo di via Montalcini).

Il memoriale di Moro
Nel memoriale rinvenuto in via Monte Nevoso nel 1990 si parlava di Gladio, l’unità di controguerriglia in caso di invasione sovietica in Italia: le BR renderanno conto di queste rivelazioni solo in parte, in particolare quelle che riguardano l’ex ministro Taviani.

Nelle sue lettere Moro si rivolge direttamente a Taviani, sapendolo a capo di Gladio: nelle lettere Moro si chiede come mai il voler tener duro nella trattativa, forse dipende da scelte che arrivano dagli USA?

Il comunicato numero tre delle BR parla delle rivelazioni di Moro: questo allarma sia gli apparati interni, nelle strutture italiane che conoscevano Gladio.
Cossiga incarica il numero due del Sismi, Martini, di verificare cosa Moro sapesse di Gladio: ma nell’archivio del Sismi quei documenti erano spariti.

Moro poteva disporre degli archivi presso la settima divisione del Sismi – sostiene l’ex magistrato Libero Mancuso.

Nel sequestro Moro erano coinvolti dei gladiatori, che non facevano parte della lista rivelata dal presidente Andreotti nell’ottobre 1990.

Ma sia la lista dei gladiatori che la il memoriale trovato in via Monte Nevoso erano rimaneggiati: secondo Mancuso le carte di Moro sono scomparse quando furono portate a Roma per essere sottoposte al vaglio dei vertici dello Stato, Cossiga e Andreotti.

Dopo l’uscita dei comunicati delle BR iniziò la demolizione della figura di Moro: Moro non è lucido, colpa della sindrome di Stoccolma.

Così dopo il comunicato numero 5, dove si accennava a Taviani, nei successivi comunicati non si parlerà più di Gladio e nemmeno i brani del memoria dove si parlava di Andreotti. Come mai questa scelta?

Steve Pieczenik, consulente del Dipartimento di Stato USA mandato in Italia per seguire la vicenda, fu inserito nel comitato di crisi presieduto dal Francesco Cossiga, ministro dell’Interno. Alle riunioni avrebbe partecipato anche Licio Gelli, il gran maestro della Loggia P2.
In una intervista negli anni recenti dichiarò di aver contribuito all’omicidio di Moro, evitando che Berlinguer arrivasse al potere, facendo intendere che fosse chiaro che Moro dovesse morire: la procura di Roma aprì un fascicolo sulle sue dichiarazioni, nel 2014 il Procuratore Generale di Roma Ciampoli vista l’inerzia del magistrato applicato alle indagini su Moro, avoca a sé l’inchiesta e formula contro Steve Pieczenik l’accusa di concorso in omicidio dello statista democristiano.

Le accuse in America non portarono a nulla e servirono solo a tenere al riparo Pieczenik.

Report ha raccontato poi di un volo di tre cittadini libici arrivati in Italia nei giorni del rapimento Moro: erano persone sotto protezione del Sismi. Si tratterebbe di due agenti della CIA, finiti poi sotto indagine in America con l’accusa di addestrare terroristi anche in Libia, in funzione anti comunista.

A Parigi era presente una scuola particolare, il centro Hyperion che era una sorta di camera di compensazione tra i servizi appartenenti a blocchi contrapposti: ad Hyperion fanno riferimento anche brigatisti come Gallinari.

I brigatisti erano infiltrati dai servizi americani e dai nostri servizi – racconta nel 2005 l’ex presidente del CSM Gallucci, riportando le parole di Moro: di queste infiltrazioni il governo italiano non era stato avvertito ufficialmente.

Uno di questi brigatisti infiltrati era Casimirri, riparato poi in Nicaragua: Mondani ha sentito l’ex agente del Sisde (e poi dirigente dell’AISE fino al 2013) Carlo Parolisi che nel 1993 aveva raggiunto il brigatista Casimirri in Nicaragua: “Casimirri ci racconta delle riunioni che si tenevano prima del sequestro Moro, ad alcune delle quali lui partecipa e dalle quali trae la convinzione che in realtà il destino di Moro sia segnato sin dall’inizio, lui ci dice che l’impressione aveva tratto era che Moro sarebbe stato comunque condannato a morte.”

La trattativa tra lo stato e le BR fu solo una finzione?

La trattativa di Signorile, il giorno 8 maggio, stava per approdare ad un risultato, si stava per dare la grazia alla brigatista Besuschio.

Ma, ricorda oggi Signorile, successe che il tavolo aveva già cambiato padrone: al tavolo della trattativa non c’erano più le Brigate Rosse.

Nel memoriale ritrovato nel 1990 sono presenti brani dove si parla di piazza Fontana, Gladio, dove Moro denuncia Andreotti: come mai le BR non le pubblicò come aveva promesso?

Secondo Salvini questi nastri e queste informazioni furono usate dalle BR per garantirsi un trattamento di favore, per loro e per le persone rimaste in carcere.

Forse le carte di Moro furono trovare nel covo di via Fracchia a Genova, dopo l’irruzione dei carabinieri di Dalla Chiesa – racconta il magistrato Donadio: quel materiale è stato sottratto agli atti del processo, forse è nelle mani dei servizi segreti.

Perché le BR non pubblicarono le accuse contro Andreotti, contro la DC? Perché avevano compiuto l’atto – spiega oggi l’ex ministro Scotti.
Mondani lo ha chiesto a Giovanni Senzani, ex brigatista: quella storia era troppo grande anche per noi, racconta a Report.

Perché, poi, proprio Moro: Mario Moretti era legato alla scuola di lingue Hyperion, la scuola che era camera di incontro tra servizi stranieri. Il suo covo era in via Gradoli, in un palazzo dove molti appartamenti erano di proprietà del Sisde. Di Gradoli parla la famosa seduta spiritica con Prodi e il falso comunicato numero sette, pensato da Pieczenik per preparare l’opinione pubblica alla morte di Moro.

Quel falso comunicato numero sette era un segnale alle Brigate Rosse: sappiamo dove siete e possiamo venirvi a prendere.

I brigatisti furono affiancati da altri professionisti che aiutarono a premere il grilletto, racconta oggi Signorile che ricorda anche come Cossiga fosse convinto che Moro stesse per venire liberato.

Non solo, anche la telefonata di Morucci al professor Tritto (delle 12) fu una sceneggiata: il cadavere con Moro dentro era già stato trovato alle 9.30.

Moro è stato sacrificato per mantenere un equilibrio internazionale deciso a Yalta?
È la teoria di Guerzoni secondo cui l’omicidio di Moro sarebbe stato appaltato alle BR, su indicazioni che arrivavano dall’alto, da paesi nostri alleati.

Come gli Stati Uniti che, per opera proprio di Henry Kissinger, si erano già mossi nel 1973 per bloccare il governo socialista in Cile, col presidente Allende.

Per bloccare un’Italia (e una Europa) sempre più indipendente dagli Stati Uniti.

Fin qui il servizio di Report. Dall’altra parte il memoriale di Faranda e Morucci, i terroristi, con tutte le lacune, gli errori, i pezzi che mancano.