09 maggio 2013

Da Andreotti a Moro a Impastato

Mi chiedo come faranno gli uomini delle istituzioni, che l'altro giorno hanno ricordato l'ex senatore a vita Andreotti, il condannato (prescritto) per mafia, a ricordare oggi il presidente della Dc Aldo Moro, per l'anniversario dei 35 anni dalla sua morte.
E anche, magari in tono minore poiché si tratta di una vittima della mafia, di Peppino Impastato.

Il siciliano ribelle che non voleva chinare il capo alla mafia di Cinisi, di Tano Badalamenti. Capo della cupola mafiosa di cui parla proprio la sentenza di condanna di Andreotti.

Si può essere dentro o fuori dalle istituzioni, dalle leggi, dalla Costituzione. Non si può essere un pò e un pò.
Come certi padri costituenti condannati per evasione che vorrebbero riformare lo stato.

08 maggio 2013

La sinistra e i diritti (l'editoriale di Barbara Spinelli )

Cosa è di sinistra e cosa non dovrebbe esserlo, cosa dovrebbe difendere e cosa dovrebbe non difendere più: "Se la sinistra abbandona i diritti nel deserto" di BARBARA SPINELLI
Troppo disinvoltamente cruento è il continuo appello ai sacrifici: parola che specie i cristiani dovrebbero avversare. Il cittadino immerso nel disagio non è bestia da immolare, e i diritti civili servono precisamente a questo: a farlo sentire padrone di sé, malgrado la pressura. La laicità, Rodotà lo spiega nel suo ultimo libro, non è solo tutela della res publica e della sua pluralità dalle ingerenze vaticane. È autonomia del singolo - in scelte che riguardano i suoi stili di vita, dunque anche di morire  -  da qualsiasi morale esterna: della Chiesa, del potere statale, di quello medico (Il diritto di avere diritti, Laterza 2012). L'uomo solo non è per forza impotente; e l'impotente  -  diceva Havel durante il comunismo  -  ha poteri che non sospetta. Berlusconi, dominus e beneficiario dell'odierno appeasement, non dice solo che la guerra è finita, inclusa quella morale. Dice che le decisioni cruciali concernenti le istituzioni, la Costituzione, i diritti, andrebbero discusse, se possibile sotto la sua guida, "nel chiuso di una stanza. Non possiamo tollerare veti alla mia persona imposti dai giornali".

Ben altro sarebbe intollerabile: che giornali e Rete accettino veti di occulti conciliaboli. Che la democrazia smetta d'essere polemica: all'aperto, non in una stanza. È sperabile che i giornalisti continuino le loro inchieste, difendendo la laica separatezza del Quarto Potere. Che denuncino la nomina del deputato Pdl Michaela Biancofiore, disgustata dai matrimoni gay, a sottosegretario alle Pari Opportunità: strafottenze simili le correggi, ma restano. O la scelta come rappresentante nell'Assemblea parlamentare Euromediterranea di Antonio D'Alì (Pdl), imputato per concorso esterno in associazione mafiosa. O la carica di sottosegretario alla Pubblica amministrazione conferita a Gianfranco Micciché ("grazie a Berlusconi e Dell'Utri", ha detto al Corriere). Sono gesti che spiegano i silenzi sui diritti. C'è chi dice: moriremo democristiani. Non credo. Andreotti collaborò con la mafia, e a tutti insegnò il potere per il potere. Ma si difese nei processi, non li schivò. Non così Berlusconi, che spregia laicità e diritti ma della Dc è falso erede. Che ha abituato gli italiani a temere i tribunali, a disperare della giustizia. Difficile dimenticare le parole di Enrico Letta, il 30 novembre 2009 sul Corriere, quando definì inopportuna ma legittima la fuga di Berlusconi dai processi. La politica oggi ha poco a vedere con la Dc, e molto con la perdita di potere sovrano dei cittadini. Vale assai più per loro che per i governanti il detto di Andreotti: "Il potere logora chi non ce l'ha".

Il patto di pacificazione col PDL

Ma veramente esiste un patto di pacificazione tra PD e PDL, che non si può rivelare agli (ex) elettori?
E' quello che si chiede nel suo editoriale Marco Travaglio, commentando anche le nomine di sottosegretari e ministri.

Dai giornali di oggi, dopo la notizia sulla tragedia di Genova (un altro incidente che si cercherà di giustificare con l'errore umano?) leggiamo della richiesta di rinvio a giudizio a Formigoni per lo scandalo sanità, neo sottosegretario, e dell'intervista a B."Io presidente Convenzione? Scherzavo".

Scherzano. Fanno il governissimo per la pacificazione, mentre nelle piazze si protesta e si bastona.
Complimenti.

Le lingue di Menelik di Marco Travaglio
   Nel 1889 l’ambasciatore italiano ad Addis Abeba siglò un trattato di amicizia con il negus Menelik, imperatore d’Etiopia, dopo la conquista dell’Eritrea. La firma avvenne nel-l’accampamento del Negus, a Uccialli. Ma ben presto i due paesi tornarono a litigare, perché il trattato diceva una cosa nella versione in lingua italiana e un’altra in quella in lingua amarica. Nella prima, l’Etiopia diventava un protettorato italiano e il Negus affidava la politica estera etiope al nostro governo. Nella seconda, il Negus poteva delegare la politica estera all’Italia quando voleva, e quando non gli conveniva poteva fare di testa sua. Una furbata all’italiana per consentire a entrambi i governi di presentarsi come vincitori agli occhi dei rispettivi popoli. Naturalmente la magliarata durò pochi mesi: poi Menelik, senz’avvertire Roma, strinse rapporti diplomatici con la Russia e la Francia. E riesplose la guerra. La storia ricorda quel che sta accadendo nel Pd: da quando, non bastandogli il suicidio sulla via del Colle, ha deciso di suicidarsi una seconda volta (impresa che può riuscire solo al Pd) sulla strada di Palazzo Chigi, non passa giorno senza che un dirigente del Pdl lo richiami ai “patti”: sui ministri, sui sotto-segretari, sull’Imu, sulla giustizia, sui presidenti di commissione. E pare che quei patti ci siano, senza errori di traduzione. Nulla di strano: quando due partiti decidono di governare insieme, è normale che prendano accordi. Gli elettori del Pdl lo sanno e, se va bene a B., buona camicia a tutti. Viceversa gli elettori del Pd non devono saperlo: questa almeno è l’illusione dei dirigenti che da vent’anni li raggirano, estorcendogli i voti in nome dell’antiberlusconismo e poi usandoli per inciuciare con Berlusconi. Ora però, nel raggiro, c’è un salto di qualità. Due mesi fa la parola d’ordine era “mai con B.”. Un mese fa era “con B. solo per il Quirinale”. Due settimane fa era “con B. solo per un governo di scopo di pochi mesi: legge elettorale e si torna a votare”. Ora è “con B. per un governo di legislatura e la riforma della Costituzione”. Nel timore che domani si passi a “con B. per un partito unico guidato da B.”, la base si sta ribellando in tutt’Italia. Il che spiega perché il Pd resta senza segretario: così i dissidenti non sanno a chi tirare i pesci in faccia.

   Ma quali siano i patti stipulati da Letta e B. nel famoso incontro clandestino con lo zio Gianni, l’hanno capito tutti. Il governo Letta – come l’Italia descritta da Corrado Guzzanti nei panni di Rutelli con la voce di Sordi – “non è né di destra né di sinistra: è di Berlusconi”. Lui l’ha voluto, lui ha scelto il Premier Nipote e i ministri che contano, lui decide il programma (anche perché il Pd ne ha diversi, cioè nessuno), lui detta i tempi, lui staccherà la spina quando gli farà comodo. Intanto le questioni che gli stanno a cuore, cioè la giustizia, la tv, le autorizzazioni a procedere e le ineleggibilità sono cosa sua. Dunque il sottosegretario alle Comunicazioni è Catricalà e il presidente della relativa commissione è Matteoli. Il presidente della giunta delle immunità è La Russa. Il presidente della commissione Giustizia sarà Nitto Palma o, se non passa, Ghedini. Il presidente della giunta delle elezioni sarà un leghista. Il tutto, beninteso, coi voti determinanti del Pd. Ora B. vorrebbe anche la Convenzione (“come da accordi”, dice lui), che comunque spetta di diritto al Pdl, visto che il centrosinistra col 29% dei voti ha occupato le prime quattro cariche dello Stato. Ma il Pd si oppone, come se tra B. e qualche suo servo ci fosse qualche differenza. Ragazzi, giù le maschere e via le lingue di Menelik: l’han capito tutti che vi siete messi d’accordo con B. Dategli pure ‘sta Convenzione e non se ne parli più. Dopo la faccia, evitate almeno di perdere tempo.

   Ps. Complimenti all’ex procuratore nazionale antimafia Piero Grasso. L’altroieri era ai funerali di Agnese Borsellino, ieri a quelli di Giulio Andreotti. Prima il dovere, poi il piacere.

07 maggio 2013

Ordine pubblico

Dice Alfano (quello che occupava il palazzo della Giustizia per difendere il capo) e che ora si occupa di sicurezza, che

Riguardo alle «situazioni di criticità sociale connesse all'attuale congiuntura economica», c'è la «necessità di tenere alto il livello di attenzione anche per i riflessi sotto il profilo dell'ordine pubblico». 

Facciamo così: visto che le aziende Mediaset, grazie al governo della pacificazione di Letta, hanno subito un rialzo del 30% ("l'effetto larghe intese regala 570 ml a Berlusconi"), adesso investiamo tutti in questi titoli e siamo a posto.
Per il momento si sono occupati del loro ordine, occupando tutte le poltrone.

PS: mica male l'uscita di Cicchitto (ripresa da Wil)
"Con Giulio Andreotti muore una personalità che nel bene e nel male ha espresso lo spirito più profondo della Dc. Per lui la mediazione era l’essenza della politica e andava esercitata con tutti, dal Pci, ai grandi gruppi economico finanziari, agli alleati politici, fino anche alla mafia tradizionale, mentre invece condusse una lotta senza quartiere contro quella corleonese (...)".
Fa il paio con quella di Lunardi, secondo cui con la mafia si debba convivere.
Grazie, ma abbiamo già convissuto abbastanza.

Il cavaliere e la morte di Leonardo Sciascia

Incipit:
Quando alzava gli occhi dalle carte, e meglio quando appoggiava la testa sull'orlo dell'alto e duro schienale, la vedeva nitida, in ogni particolare, in ogni segno, quasi il suo sguardo acquistasse un che di sottile e puntuto e il disegno rinascesse con la stessa precisione e meticolosità con cui, nell'anno 1513, Albrecht Durer lo aveva inciso.

Costruito come fosse un giallo, Il cavaliere e la morte è l'ennesimo racconto di Sciascia di si parla del potere e del suo lato criminale.
Racconto che diventa apologo negativo di un malato che è il nostro sistema paese e che Sciascia si sentiva in dovere di raccontare "Il mio ruolo" diceva in una intervista riportata in terza di copertina "è di dire le cose che noto o che scopro nella realtà: due e due fanno quattro e, identificate certe premesse, il risultato sarà inevitabile".
E ancora "Nessun dono profetico: basta, ripeto, conoscere e osservare, e avere il coraggio di opporsi al conformismo della verità ufficiale".

Negli anni in cui veniva scritto questo racconto poteva essere la verità sugli scandali o scandaletti della prima Repubblica, sul terrorismo nero o rosso, sull’Italia settima potenza mondiale.
Su Andreotti padre della repubblica avendone attraversato quasi indenne tutte le stagioni.
Arrivando al giorno d’oggi non avrebbe esitato nel criticare questa classe dirigente sempre più maleducata, ignorate, senza alcun senso dello Stato, senza alcun rispetto delle istituzioni, preoccupati dall’occupare le poltrone e non a governare. Politici che si nascondono dietro le immunità di Stato, considerando il voto un assegno in bianco, senza volere o sapere rispettare le istituzioni.

Protagonista di questo breve racconto ambientato nel 1989 (l’anno del muro di Berlino) è il vice, un funzionario di polizia che non ha nome e che è mortalmente malato (come malato era il professor Franzò, ne Una storia semplice, a testimonianza di una malattia più profonda di questo paese dove gli eroi hanno un volto cupo e quasi rassegnato).
Assieme al suo capo, devono indagare sulla morte di un avvocato famoso, Sandoz, trovato dopo dopo una cena in cui si è scambiato un bigliettino col potente presidente delle Industrie Riunite Aurispa.
Durante la cena aveva scritto all'avvocato Sandoz "ti ucciderò", ricevendone in cambio un altro bigliettino in risposta.
Un gioco, spiega il presidente, con un certo fastidio, ai due poliziotti che si sono permessi di andarlo a disturbare la mattina presto, come si addice alla polizia quando deve cogliere nel sonno il sospettato.
Lo zelo del capo però impedisce al protagonista di approfondire ufficialmente la pista che porta all'importante industriale, autore, assieme all'avvocato, di certi intrallazzi che è bene non vengano resi noti.

Ma ecco l'evento che mette a posto la forma delle cose: l'avvocato avrebbe ricevuto delle minacce telefoniche da un certo gruppo autonominato "i figli dell'89".

Chi sono queste persone? A che '89 si riferiscono? All’anno in corso, l’anno del crollo del comunismo, del muro di Berlino? O forse alla rivoluzione francese del 1789?
Il capo si getta subito su questa pista, il gruppo eversivo dietro la morte dell’avvocato: pista che non convince il vice:

ci troviamo di fronte ai un problema, a un dilemma: i figli dell’89 sono stati creati per uccidere Sandoz o Sandoz è stato ucciso per creare i figli dell’89?”

L'indagine parallela e ufficiosa del vice, lo porta ad incontrare altri commensali della cena, come la cinquantenne oggetto dello scherzo del presidente e dell’avvocato in quella cena.
E, poi, una bella ragazza “bella fino all’insipida perfezione”, seduta a fianco del presidente.

Se deve disubbidire al capo, tanto vale andare fino in fondo: così il vice si decide a sentire l'amico Rieti (una persona che sa tante cose, forse con un passato nei servizi e da cui dovrebbe stare lontano come lo aveva ammonito il capo): anche lui è molto scettico di questo nuovo gruppo eversivo, così lo imbocca su una strada ispida e pericolosa, ritenendo che il gruppo terroristico sia stato creato ad arte per distogliere l'attenzione dagli intrallazzi di Sardoz assieme al presidente, traffici in armi e veleni.
Assieme si ritrovano a discutere del volto del potere, che in Italia assume le forme di potere criminale:

«Nella nostra infanzia abbiamo sentito, più che propriamente conosciuto, un potere che si può dire di integrale criminalità, un potere che si può anche dire , paradossalmente, sano, , di buona salute: sempre, si capisce, nel senso del crimine e confrontato a quello schizofrenico di oggi. La criminalità  di quel potere si affermava soprattutto nel non ammetterne altra al di fuori della propria , vantata ed esteticamente decorata ...
Inutile dire che preferisco la schizofrenia alla buona salute; e credo anche lei. Ma di questa schizofrenia bisogna tener conto, per spiegarci certe cose altrimenti inspiegabili. Come pure bisogna tener conto della stupidità, della pura stupidità, che a volte vi si insinua e prevale .. C'è un potere visibile, nominabile, enumerabile; e ce n'è un altro, non enumerabile, senza nome, senza nomi, che nuota sott'acqua. Quello visibile combatte quello sott'acqua, e specialmente nei momenti in cui si permette di affiorare gagliardamente, e cioè violentemente e sanguinosamente: ma il fatto è che ne ha bisogno .. Spero che lei mi perdoni questa filosofia spicciola: ma non ne ho altra, riguardo al potere».
«Si può sospettare, dunque, che esista una segreta carta costituzionale che al primo articolo reciti: la sicurezza del potere si fonda sull'insicurezza dei cittadini». «Di tutti i cittadini, in effetti: anche di quelli che, spargendo insicurezza, si credono sicuri .. E questa è la stupidità di cui dicevo».
pagina 60

Con chi parlare di questa pista? Mentre il capo prosegue l'indagine ufficiale sui "ragazzi dell'89", il vice si confida col Grande Giornalista, uno da cui "settimanalmente i moralisti di nessuna morale si abbeveravano", sperando che dei suoi dubbi se ne parli sulla stampa.

Il Grande Giornalista aveva ora un'aria diffidente, perplessa. Disse: «Mi aspettavo che lei non rispondesse alla mia domanda, e lei invece ha risposto; che lei negasse il mio sospetto, e lei invece vi ha aggiunto il suo. Ma che succede?».
La sua mente, gli si leggeva in faccia, era tutto un meccanismo di scarti, correzioni, ritorni ed inceppi.
 
«Ma che succede?», angosciosamente.
«Nulla, direi».
 
E ad offenderlo: «Ha mai sentito parlare di amore della verità?».
«Vagamente». Lo disse con ironia sdegnosa [..]
Il vice rincalzò con un «già, già». E aggiunse: «Domani, comunque, spero di poter leggere un suo articolo con tutti i sospetti e i dubbi che io, per opinione personale, le ho confermato».
Il Grande Giornalista era rosso di collera.
Disse: «Lei sa bene che non lo scriverò».
«E perché dovrei saperlo? Ho ancora tanta fiducia nel genere umano».
pagina 67

La malattia prende il sopravvento sul vice: sconfortato e stanco, riguarda il dipinto di Durer "Il cavaliere, la morte, il diavolo" che sembra rivelargli la stanchezza del diavolo stesso e pensa:
« L’aveva sempre un po’ inquietato l’aspetto stanco della morte, quasi volesse dire che stancamente, lentamente, arrivava quando ormai della vita si era stanchi. Stanca la morte, stanco il suo cavallo: altro che il cavallo del Trionfo della morte e di Guernica. E la morte, nonostante i minacciosi orpelli delle serpi e della clessidra, era espressiva più di mendicità che di trionfo. «La morte si sconta vivendo». Mendicante, la si mendica. In quanto al diavolo, stanco anche lui, era troppo orribilmente diavolo per essere credibile. […] Ma il Diavolo era talmente stanco da lasciar tutto agli uomini, che sapevano fare meglio di lui. E il Cavaliere […], dentro la sua corazza forse altro Durer non aveva messo che la vera morte, il vero diavolo: ed era la vita che si credeva in sé sicura: per quell’armatura, per quelle armi. »
Pagina 70

Inizia come un romanzo giallo, forse anche scontato (come ammette lo stesso autore), per diventare racconto apologo nel finale, quando vediamo il protagonista, l’eroe senza nome, riflettere che ne sarà dei bambini che oggi giocano nel parco, cosa saranno loro tra dieci, vent’anni, in questo paese senza memoria?
Un mondo senza gioia e fantasia, un mondo con computer, televisione e la macchina da usare per spostarsi da casa a scuola. Niente tabelline, niente poesie a memoria (perché l’esercizio della memoria verrà abolito), basta giochi all’aperto. Una generazione di nuovi mostri.

Non abbiamo più bisogno del diavolo. Il diavolo l’abbiamo inventato noi, “perché l’acqua santa sia santa.”

La scheda sul sido di Adelphi
Il link per ordinare il libro su ibs e Amazon

Il potere che logora chi non ce l'ha

Non meriterebbe nemmeno una riga di un post, la notizia della morte dell'ex ministro, presidente etc etc Andreotti.
Eppure, il coro commemorativo di ieri e di oggi sui giornali, il minuto di silenzio in sua memoria, le parole dei commentatori da bar "rispetto ai politici di oggi era un grande" .. impongono almeno due parole.

Non è vero che sarà la storia a giudicarlo. La storia lo ha già giudicato oggi. E anche la magistratura


Ha scritto la corte d'appello
“con la sua condotta (non meramente fittizia) ha, non senza personale tornaconto, consapevolmente e deliberatamente coltivato una stabile relazione con il sodalizio criminale ed arrecato, comunque, allo stesso un contributo rafforzativo manifestando la sua disponibilità a favorire i mafiosi”.
Ci sono i suoi rapporti con la mafia. Lima, i fratelli Salvo, Gioia.
E' stato a capo dei governi negli anni in cui scoppiavano le bombe nelle banche e sui treni. L'uomo dietro i misteri d'Italia (guerre puniche a parte, gli fa dire Sorrentino nel film "Il divo").
Negli anni in cui la mafia entrava nelle stanze del potere, nell'economia nel sistema.

Ieri a commentare la triste notizia veniva intervistato il compagno di cordata Pomicino: nessuno dei giornalisti ha ricordato all'ex ministro che il nostro debito pubblico (quello per cui Draghi ci ricorda che non dobbiamo dimenticare l'austerità) è nato ai tempi del Caf.

Non è odio nei confronti di Andreotti. E' la storia, sono i fatti.
Il potere che ieri ha celebrato il senatore a vita, condannato per mafia con sentenza prescritta, è il potere che celebra se stesso. Andreotti è statista solo perché ha incernato quel potere. Cinico e spregiudicato.

Di lui, Aldo Moro, uno che lo conosceva bene scrisse nella sua prigionia:

Si può essere grigi, ma onesti; grigi, ma buoni; grigi, ma pieni di fervore. Ebbene, On. Andreotti, è proprio questo che Le manca. Lei ha potuto disinvoltamente navigare tra Zaccagnini e Fanfani, imitando un De Gasperi inimitabile che è a milioni di anni luce lontano da Lei. Ma Le manca proprio il fervore umano. Le manca quell’ insieme di bontà, saggezza, flessibilità, limpidità che fanno, senza riserve, i pochi democratici cristiani che ci sono al mondo. Lei non è di questi. Durerà un pò più, un pò meno, ma passerà senza lasciare traccia.
E adesso basta.

06 maggio 2013

Pacificazione (2) è quando lo dice lui


La Cassazione, la sesta sezione per la precisione, ha deciso che i processi di B. rimangono a Milano.
Titolano i suoi giornali "Colpo della Cassazione":
Altro che pacificazione, la magistratura torna all'attacco. Dopo una breve camera di consiglio, la Cassazione rigetta l’istanza presentata dalla difesa che aveva invocato il legittimo sospetto.
Come a dire: la pacificazione si fa solo alle sue regole. Non sono solo a Milano le toghe rosse, allora.

Segnalo, in tema pacificazione, il bel post di Gilioli:
La sparizione del Professore è del resto del tutto funzionale – anzi indispensabile – allo sforzo cosmetico che deve far apparire tutti nuovi, buoni, vitali e armoniosi.
Il tutto, messo insieme, ha semplicemente tre scopi.
Il primo riguarda il Cavaliere, che si è comprato l’assicurazione economica e giudiziaria per un’altra legislatura. Non farà il presidente della Convenzione, è ovvio, ma l’ha solo sparata alta da venditore qual è sempre stato. Non gli serve a niente fare il presidente della Convenzione, anzi probabilmente si annoierebbe pure. Gli basta sedersi al tavolo di comando: e chi parla più di ineleggibilità, di conflitto d’interessi, di autorizzazione all’arresto in caso di condanne definitive?
Il secondo scopo riguarda i vertici del Pd, compresi D’Alema e Veltroni che hanno fatto finta di pensionarsi ma continuano a tirare i fili dei loro burattini. Andando al governo – a questo governo, mica a quello mai nato con il M5S che li avrebbe messi per davvero in panchina – si sono assicurati un altro giro di giostra, di potere e di pensose interviste ai maggiori quotidiani per dettare la linea.
Il terzo scopo  - a sua volta finalizzato ai due precedenti – è calmare le acque, gettare tavolette di cioccolato dalle camionette. Niente Imu a giugno, e l’ottanta per cento degli italiani è contento – ignaro che ovviamente la pagherà in altro modo. E magari anche niente aumento dell’Iva, che naturalmente avevano deciso sempre gli stessi partiti. Poi, da qualche parte, troveranno anche i soldi per i cassintegrati e gli esodati, almeno per un po’.
Tanto inusitato attenuamento del ‘rigore’ – ma non si era a un passo dal default? ma non avevano messo tutti insieme il pareggio di bilancio in Costituzione, zitti zitti? – si spiega solo con una gran paura che il collasso sociale in qualche modo esploda, vuoi nelle urne vuoi fuori. E che insomma, tutto finisca, tanto per Berlusconi quanto per l’establishment del Pd.
Ecco perché Letta spiega di aver sempre detestato l’Imu, ecco perché Berlusconi festeggia la fine della ‘guerra fredda’ con la sinistra, ecco perché Monti è stato cancellato come Trotsky.
Che poi l’operazione di cosmesi e di appeasement del tripartito con gli italiani riesca, è tutto da vedere, naturalmente.
Perché – è vero – siamo un popolo senza memoria. Ma se non portano in fretta le persone esasperate fuori dal guano, c’è il rischio che un giorno, all’improvviso, ci si ricordi tutto.

Report - do ut des

Chissà se poi il ministro Enrico Letta si è visto la puntata di Report: nella prima parte si parlava della corruzione in Lombardia. Sia delle nuove forme della corruzione (di cui ha anche parlato il pm Walter Mapelli nel saggio "La democrazia dei corrotti"), dove la mazzetta si nasconde dietro forme di cammuffamento, come contratti di consulenza, società fittizie, usufrutto di beni di lusso come ville e società.
Che sono le forme di corruzione che i pm di Milano contestano all'intermediario Daccò e all'ex presidente della regione per l'inchiesta Maugeri.

Ma ci sono le care e vecchie mazzette, coi soldi in contanti che passano di mano in mano: dall'imprenditore che vuole lavorare col pubblico (generalmente nella sanità o nelle costruzioni che sono i settori dove girano più soldi), all'intermediario che è in grado di metterlo in contatto col direttore amministrativo, o col dirigente o anche con l'assessore che di fronte a quella mazzetta non disdegna.
Che è quello che è stato contestato per la mazzetta tra l'imprenditore Lo Presti, di un'azienda di dispositivi medici, e Sbardolini, il direttore di un'ospedale milanese.

Mazzette con le comode banconote da 500 euro
: spiegava il dottor Bellavia (consulente per le procure in queste vicende di offshore e mazzette) che la funzione di queste banconote sembra proprio essere quella della mazzetta. Dentro un pacchetto di sigarette si può mettere una stecca fino a 40000 euro (e 6 ml in una valigetta).

Tanto è vero che in Inghilterra sono state proibite. In Europa vedremo.
Non voglio essere pessimista, ma non credo che alla fine il premier l'abbia vista: nell'intervista a Che tempo che fa, il premier Letta spiegava quelle che erano le emergenze da affrontare subito nel paese.
L'Imu  (che lo è diventata quando B. l'ha fatta diventare cavallo di battaglia per la sua campagna). Il lavoro giovanile  e i soldi per la cassa integrazione. Infine, la questione degli esodati.
Proprio perchè gli è stato chiesto, ha anche parlato di mafia.

E la corruzione, la prescrizione che di fatto rende quasi impossibile contrastare i reati dei colletti bianchi, l'evasione, l'autoriciclaggio ..?

Al momento non pervenuti. E non sono così ingenuo dal pensare che poi, fase due, verranno messi in agenda.
Mica stiamo facendo le larghe intese con Obama.

Il punto è che ci ostiniamo a non vedere il problema per quello che è: siamo uno dei paesi più corrotti al mondo, secondo Transparency international. Questa corruzione impedisce che ci sia un mercato sano con delle imprese sane. E' un freno allo sviluppo e anche un fattore di spreco di denaro pubblico.
Nella prima parte del servizio, Alberto Nerazzini ha intervistato Nicola Bonucci, direttore affari legali dell'Ocse , responsabile per la lotta alla corruzione.

La corruzione ha un costo per la collettività: non solo perché paghiamo più del necessario un'opera pubblica. Ma anche perché questa viene realizzata male: il direttore correlava i morti per i terremoti con la corruzione. Dove vige il sistema della mazzetta i muri delle scuole, ad es., sono meno spessi, perché l'impresa deve pagare la tangente per lavorare.

In Lombardia è caduta una giunta, per colpa delle inchieste su corruzione: la Lega ha prima fatto cadere Formigoni, per poi dare sostegno al PDL.
Formigoni non ha accettato di rispondere alle domande di Report.
Né sulla villa comprata da Daccò (la presunta mazzetta sofisticata), né sui soldi dati in banconote da 500 euro al diretto della Banca Popolare di Sondrio, Rota.

Da dove venivano quei soldi? E che cosa ne ha fatto Rota, che comunque non ha allertato Bankitalia, come da regolamento, per le norme contro il riciclaggio.
Per Formigoni non esiste reato di autoriciclaggio, ma Rota un reato l'ha commesso. E la procura dovrebbe indagare.

La procura ha stabilito che parte del denaro è finita nella disponibilità di un'amica dell'ex governatore, Emanuela Talenti.
Che si difende, al telefono con Nerazzini, ricordando il suo ruolo nell'Ente fiera (direttrice grandi eventi).

Di diverso avviso l'attuale presidente dell'ente:

MICHELE PERINI – PRESIDENTE FIERA MILANO SPA
Guardi, l’ho vista all’inaugurazione della Fiera nel 2005 e mi sono anche incazzato
perché aveva preso il posto davanti che era di un ospite e l’ho rispedita indietro.
ALBERTO NERAZZINI
E perché era qua la Talenti su?
MICHELE PERINI – PRESIDENTE FIERA MILANO SPA
Sicuramente era una persona che era stata spinta da qualcuno.

Anche indagando sulle spese dell'ente fiera vengono fuori cose interessanti: come i 600000 euro dati alla Vox Media Partner per pubblicità, che è una società nata ufficialmente nel 2010. Nel 2007 esisteva un'altra società con lo stesso nome, costituita nel Delaware.
E con una succursale a Lugano.

ALBERTO NERAZZINI FUORI CAMPO
L’indirizzo svizzero della Vox è a Lugano. È una casella postale, ma almeno avrà una
targhetta sul citofono. Scopo della succursale: realizzazione di reportage economici in paesi in via di sviluppo. L’amministratore della Vox italiana conferma di aver pagato fatture emesse dalla offshore, ma resta da capire: dove e a chi sono finiti i circa 600mila euro che la Fiera dice di aver pagato per la comunicazione? E infine: cosa c’entra Una carriera politica al servizio della Lombardia, ovvero quella di Formigoni, con la pubblicità della Fiera? Peccato. Quello del marzo 2011 è stato forse il colpaccio della Vox Media Partner: riuscire a occupare le pagine dell’Indipendent, il prestigioso quotidiano inglese. In questo caso, almeno è chiaro fra i due qual è il paese in via di sviluppo...
MILENA GABANELLI IN STUDIO
Certo che se anche una piccola società di comunicazione ricorre all’off-shore vuol dire che è la patologia è così vasta da intervento dei caschi blu. Ora noi conosciamo,
sappiamo quali sono le nostre malattie da curare: dalla necessità di regolamentare
l’utilizzo delle società anonime all’autoricilaggio. Processi per falso in bilancio non se
ne fanno più e dentro al falso in bilancio si annida la spia della corruzione. Questo
perché i tempi di prescrizione sono così stretti che non si riesce mai ad arrivare a
giudizio. Vuole il governo Letta riportarci in linea? Se non l’ha ancora fatto vada a
guardarsi le carte lasciate sul tavolo dall’ex-ministro Severino. Troverà il lavoro della
Commissione presieduta dal Procuratore aggiunto di Milano Francesco Greco, chiusa
10 giorni fa. C’è già tutto quello che serve per fare le leggi utili per stoppare il grande
traffico, poi magari si pensa a fermare lo spaccio per strada. Questo dopo la
pubblicità.

Ma oltre alla mazzetta sofisticata, rimane la vecchia mazzetta in contanti.
Quella tra imprenditore e intermediario.
Come quella tra il Lo Presti e l'ex assessore Guarischi, e l'ex direttore della Padania Boriani. Arrestato nel marzo passato.
Si parla di una tangente presunta da 500000 euro.

GIAN GAETANO BELLAVIA – ESPERTO DIRITTO PENATO DELL’ECONOMIA
Gli imprenditori normali fanno impresa perché capaci di prestare servizi o di vendere
beni. E si presentano sul mercato con le loro capacità, non con le loro conoscenze o
con i biglietti di banca per avere gli appalti. È chiaro che la corruzione esclude
completamente tutte le competenze. È magmatica, cioè va a tutti i livelli della società.
Va a coprire proprio i servizi pubblici.

Ma la nuova giunta da garanzie di cambiamento: Cattaneo, nella breve intervista rilasciata, dice di non aver visto nulla.
RAFFAELE CATTANEO – PRESIDENTE CONSIGLIO REGIONE LOMBARDIA –
PDL
Il Roberto Formignoni che ho conosciuto io e un uomo che lavorava 12-14 ore al
giorno, che chiedeva il massimo dell’impegno dai suoi collaboratori, che si
preoccupava continuamente che le cose andassero il meglio possibile nell’interesse
della gente. Io ho frequentato quel Formigoni lì. Non quello descritto come un
vacanziero, dedito a sollazzi impropri. Ho conosciuto un uomo diverso.

Nemmeno Maroni sa nulla, che potrebbe restituire allo stato i diamanti di Belsito. Che, come tutte le mele marce, avrebbe fatto tutto da solo.
MILENA GABANELLI IN STUDIO
Maroni, faccia la cosa giusta. Quei diamanti sono stati comprati anche con i soldi dei
rimborsi elettorali, li restituisca allo stato. E dopo c’è da dire che non è che eliminando un corrotto dalla scena il problema si dissolve specialmente quando ha avuto incarichi importanti, perché dove passa semina. Il tesoriere Belsito è stato anche sottosegretario alla Semplificazione e consigliere d'amministrazione di Fincantieri.
Adesso la pulizia nella Lega è nelle mani di Maroni che con noi ha preferito non
parlare. Lui dice che mentre gli nasceva la corruzione in casa non se ne è accorto, poi è venuta giù mezza giunta perché erano in troppi ad avere le mani in pasta. E alla fine le risorse sparite dal San Raffaele stanno diventando oggi licenziamenti. E qui siamo all’altro grande tema quello di creare posti di lavoro… Ora: può un Paese corrotto produrre una classe dirigente che abbia delle idee di interesse pubblico? E qui volendo avremmo già tutto...
Il pdf con la trascrizione della puntata.

05 maggio 2013

Sistema Lombardia

La Lombardia è considerata la locomotiva d'Italia, assieme a Veneto e Piemonte dovrebbe costituire, agli occhi dei governatori leghisti, la macroregione del nord. Quella che, considerando il PIL, il livello di sviluppo, potrebbe essere considerata più una regione del sud della Germania che una regione del belpaese.
Ma c'è anche un lato oscuro nella locomotiva: sono tutte le inchieste sulla corruzione venute fuori in questi anni. Da quelle sulla sanità, legate ai rimborsi per le prestazioni (il modello di eccellenza lombardo), a quelle legate alle costruzioni delle opere strategiche. Non è solo l'Expo coi suoi miliardi a fare gola a molti, ma c'è anche l'alta velocità, la tangenziali lombarde e autostrade messe a piane nel passato e confermate da questa giunta. Se nella sanità il modello lombardo è quello della sussidiarietà, con pubblico e privato messi apparentemente sullo stesso piano, nel settore dei trasporti il modello prevalente è quello della gomma, con buona pace dei pendolari.

Report, nell'inchiesta di Alberto Nerazzini, parlerà di corruzione dentro il sistema Lombardia. Si tornerà a parlare di Formigoni (dopo l'inchiesta su Cl e i Memores Domini) che non è più commissario straordinario per Expo.
Cosa intende fare questa giunta per contrastare la corruzione, la presenza della ndrangheta nelle grandi opere, e per ridare credito alla sanità regionale (come i licenziamenti messi sul tavolo dalla nuova amministrazione del S. Raffaele), e anche relativamente ai casi di malasanità?

L'anticipazione della puntata su Reportime:


La scheda della puntata DO UT DES di Alberto Nerazzini
La chiamano il motore trainante dell’economia: è la Lombardia, 10 milioni di abitanti, un quinto del PIL italiano. Ed è la regione colpita da una «serie sconcertante di fenomeni corruttivi e concussivi nella pubblica amministrazione», come sottolinea il procuratore regionale della Corte dei Conti, per il quale la «piaga della corruzione è ben più grave rispetto a vent’anni fa», ai tempi di Mani Pulite. Roberto Formigoni, costretto a interrompere la sua quarta legislatura consecutiva – dopo quasi 18 anni di governo – proprio a causa delle inchieste e degli arresti che colpiscono i politici regionali, oggi fa il senatore della Repubblica. È l’indagato più importante: è accusato di associazione per delinquere, ma è ancora Commissario generale dell’Expo Milano 2015. La Lombardia riparte da Roberto Maroni e da una rinnovata alleanza Pdl-Lega. Qual è l’agenda politica? E soprattutto: la corruzione dilagante è una delle questioni sul tavolo?
Dopo la corruzione, si parlerà del turismo, un settore che potrebbe essere il nostro fiore all'occhiello, creare sviluppo, posti di lavoro e PIL.
Non dovremmo fare niente: chi è venuto prima di di noi ha fatto abbastanza, lasciandoci sul territorio tutte le opere d'arte e le bellezze del nostro territorio, che dovremmo solo valorizzare.
Altro che Grandi opere, inutili.
Oggi, per ridurre il debito pubblico si parla ancora di dismissione di beni pubblici: se da una parte non possiamo lasciare i palazzi e i beni del pubblico all'incuria , dall'altra parte l'esperienza del passato ha dimostrato come queste vendite siano delle svendite dove a guadagnare sono le banche. Questa sera si parlerà di Ferrara, dove un palazzo del comune è stato dato in gestione a dei privati affinché lo rimettessero a posto.
Si può fare.

BELLI DA MORIRE Stefania Rimini
Con il patrimonio che abbiamo di natura, di arte, di cultura, enologico, gastronomico, dovremmo essere ricchi e felici ... com'è che non riusciamo a metterlo a frutto? Nonostante il made in Italy e la creatività per cui siamo famosi, le nuove imprese che ruotano intorno al patrimonio non riescono a partire, che siano a Milano o a Catania. Di chi è la responsabilità? Intanto gli amministratori dei nostri beni culturali regalano a Google la possibilità di digitalizzare i nostri tesori più belli, dagli Uffizi alle calli di Venezia, e le imprese italiane che fanno lo stesso lavoro vengono lasciate a becco asciutto. E ancora, chi sono i privati che fanno affari all'interno dei musei pubblici e chi raccomanda chi? Quando poi si tratta di turismo, il nostro Paese è talmente bello che noi pensiamo di poter vivere di rendita, perché chiunque nel mondo prima di morire doveva venire a vedere l'Italia. Peccato che il mondo è cambiato, ci sono i social network e internet e il turista non è più lo stesso, vuole fare attività e avere servizi, mentre le Regioni che hanno il compito di fare promozione continuano a vendere il fatto che siamo belli, come trent'anni fa. Quando poi si tratta di paesaggio, nessuno ci batte: chi vuole vedere il paesaggio dell'uomo viene in Italia. Abbiamo 121 paesaggi rurali e pastorali storici, dai castagneti monumentali della Toscana ai terrazzamenti della Liguria, ma sono anche i più minacciati: dall'abbandono e dalle norme europee. Bisogna agire subito perché il nostro patrimonio è la strada per uscire dalla crisi. .

Pacificazione



Delle due l'una: o questo governo della pacificazione (dei processi di B.?) è un governo di scopo, per fare quelle poche riforme necessarie e basta, oppure è un governo di ampio respiro per affrontare anche le riforme istituzionali .
Nel primo caso, fate queste riforme e poi via. Che si ritorni a votare per una maggioranza chiara dove c'è chi sta a destra e chi sta a sinistra.

Nel secondo caso, allora cambia tutto: sia governo che presidenza della Repubblica devono durare fino alla fine, visto che per cambiare la seconda parte della Costituzione (se si rispettano le regole) almeno due anni.
A quel punto però, il rischio di scollamento tra governo, parlamento e paese è alto. Tutti dicono che dipende da che riforme verranno messe in cantiere da Letta, da come si comporta.
Ma sappiamo tutto che dipende in realtà da quello che Berlusconi gli permetterà di fare.
Questa maggioranza, nata da una situazione di emergenza (l'impossibilità di fare un governo dopo il voto) per risolvere le emergenze del paese (lavoro, prima di tutto) a chi risponde? Non agli elettori del centro sinistra che hanno votato altro.
Nemmeno alla maggioranza del paese, visti i voti raccolti da Pd, PDL e Scelta civica.

Con che criterio sono stati scelti i ministri? Il merito? Per Alfano, per la Lorenzin, Mauro, Zanonato ..
E i sottosegretari: divisi col manuale Cencelli tra PD e PDL. Con tanto di rinviati a giudizio, con qualche conflitto di interesse, finiti nelle intercettazioni su P3 e appalti. Amazzoni e sceriffi.
È questo il simbolo di una classe dirigente giovane e competente?

Ieri, Anna Vinci parlava del rischio P2 che aleggia sopra questo governo: prima citado una conversazione tra Tina Anselmi e Giglia Tedesco, in cui

Una, Tina, già parlamentare della Democrazia Cristiana, l'altra, Giglia, del Partito Comunista, quando c'erano i partiti.
"Ma tu lo faresti un governo con quel signore?" Non lo nominò, Giglia, nessuna delle due lo avrebbe mai nominato, non per ridicolo calcolo politico, per puro disprezzo.
"Giglia - l'altra rispose - dovendo fare una riforma delle banche, la potresti mai fare con dei rapinatori?!" E dopo una pausa, aggiunse: "Questi la faranno prima o poi, e così si completerà il Piano di rinascita Democratica della P2".
"Se ti sentissero parlare, ancora direbbero: 'Questa Tina vagante, con la P2, che fissazione'."
E accompagnò le parole con un sorriso malinconico.

E poi citando un pezzo del piano di rinascita democratico.

Vale la pena riportare qui di seguito il punto 3 del piano di Rinascita: democratica di Licio GelliPrimario obiettivo e indispensabile presupposto dell'operazione è la costituzione di un club (di natura rotariana per l'eterogeneità dei componenti) ove siano rappresentati, ai migliori livelli, operatori, imprenditoriali e finanziari, esponenti delle professioni liberali, pubblici amministratori e magistrati, nonché pochissimi e selezionati uomini politici, che non superi il numero di 30 o 40 unità. Gli uomini che ne fanno parte debbono essere omogenei per modo di sentire, disinteresse, onestà e rigore morale, tali cioè da costituire un vero e proprio comitato di garanti rispetto ai politici che si assumeranno l'onere dell'attuazione del piano e nei confronti delle forze amiche nazionali e straniere che lo vorranno appoggiare. Importante è stabilire subito un collegamento valido con la massoneria internazionale.

Fine dei partiti, fine delle divisioni destra sinistra, i sindacati sono già in crisi. Il giornalismo è già prono.

PS: il 26 maggio a Bologna si vota per un referendum consultivo sui finanziamenti alla scuola privata, che tolgono risorse alla scuola pubblica. Ieri si è fatta sentire la Cei, contraria a che si tocchino questo finanziamenti alle loro scuole. Sapete con  chi si è schierato il PD locale?     

04 maggio 2013

A viso coperto di Riccardo Gazzaniga

Ogni domenica, due piccoli eserciti si fronteggiano sulle strade vicine ai campi da calcio: sono gli agenti del reparto mobile, i celerini, e dall'altra parte gli ultrà della curva.
Dentro gli uomini di entrambi gli schieramenti covano sentimenti simili: la rabbia per i troppi torti subiti, il sentimento di solidarietà verso il compagno che ti sta a fianco, nel caos della mischia quando volano pietre, bottiglie. Manganellate contro spalle o gambe da una parte, bastonate, pietre contro gli scudi, cinghiate dall'altra.

Entrambi col volto mascherato: i tifosi del Genoa, e gli uomini delle squadre del Reparto Mobile della Questura di Genova, quello acquartierato a Bolzaneto. La caserma resa tristemente nota dopo i fatti del G8.

Sono Lupo con la sua cicatrice rimediata dopo uno scontro con gli atalantini, per cui l'unica regola è lo scontro, la violenza, l'odio.
Lollo, capo di questo nuovo gruppo che non vuole cedere a compromessi, un comunista dentro un gruppo più vicino alla destra estrema, che non riesce a spiegare alla fidanzata del piacere dello scontro. Ale, che pure ha moglie e figli e un posto in un ufficio dello Stato, eppure deve partecipare agli scontri per sfogare quel vuoto che gli è rimasto dentro, dopo la morte della sorella.
E poi gregari: Lisca, Giorgione, e due pivelli che si aggregano al gruppo dopo aver visto gli scontri solo da lontano. Robi e Enrico: quest'ultimo che vive un complesso di inferiorità col primo, più bravo con le ragazze, più motivato nel voler entrare negli ultras per partecipare agli scontri.

Dall'altra parte della barricata altri uomini, che pur nella loro diversità con gli ultras (loro rappresentano lo Stato e la legge, gli ultras solo la volontà di occupare un territorio senza rispettare le regole) presentano delle similitudini nel carattere o semplicemente per il fatto di avere anche loro alle spalle delle famiglie o delle fidanzate.

Nicola Vivaldi vorrebbe scrivere un libro e per questo sta raccogliendo le sue esperienze nel reparto. Marione, un altro caposquadra, che invece porta dentro di le cicatrici e i rimorsi per un episodio del suo passato.
Ferro, un poliziotto che si fa poche domande e che ha accettato la violenza degli scontri: per vendetta contro gli ultras si porta a letto la donna di un tifoso sampdoriano.
Fabio, un agente con un figlio autistico cui dedica tutte le sue attenzioni finito il lavoro.
Gianluca, un ragazzo romano che ha lasciato la fidanzata nella sua città, ma che qui a Genova ha incontrato una ragazza che lo sa capire, anche se fa parte dell'altra sponda, quelle che chiamano “zecche comuniste”.

Sopra di loro, poliziotti della Digos con dei conti personali da regolare, funzionari incompetenti sul come si gestisce la piazza, fino ad arrivare al Questore cui importa solo il trasferimento nella sua regione d'origine senza rotture di scatole dal ministero.

A viso scoperto è il racconto in questo mondo di tenebra che dura poco più settimana: un viaggio che mette a nudo i pensieri, le ansie, l'odio ma anche solidarietà di questi uomini che si affrontano a viso coperto.
Da una parte il desiderio di sfidare le regole, il possesso del territorio, i divieti imposti loro dallo Stato (come l'odiatissima tessera del tifoso). Dall'altra il dover fare i conti con uno stipendio da impiegato e il dove ricorrere agli straordinari per arrotondare. E i lividi, le botte, le contusioni se non peggio. Ma anche la paura nel ricevere un avviso di garanzia nel caso in cui scappi la mano durante uno scontro. Su tanti di loro, ancora pesano i ricordi dei giorni del G8 a Genova.

Undici giorni dove si raccontano le vite parallele di ultras e birri, in Genova cupa, invernale: dal primo scontro a Borzoli, contro i tifosi del Sestri, fino al primo scontro tra questo gruppo di ultras (che si è dato il nome di “Facce coperte”) e gli uomini del reparto, dove uno dei tifosi viene ferito in modo grave. L'inesorabile vendetta (almeno delle distorta mentalità di questi tifosi) porterà ad un nuovo scontro, davanti ad uno stadio pure chiuso, dove le vite dei personaggi troveranno una svolta per alcuni tragica e definitiva.
A viso scoperto ha il dono della onestà nel voler descrivere le persone: sia l'odio verso le divise e verso le altre tifoserie che accomuna assieme reduci del G8 ed estremisti di destra, sia la cinica violenza del poliziotto che non esista a colpire, pur se nella calca, con cattiveria al capo un altra persona (o che spara lacrimogeni ad altezza d'uomo). Un libro che ha un ritmo serrato, in cui le pagine si leggono e si vedono con gli occhi della mente e che cresce di ritmo, man mano che si arriva allo scontro finale.

Non esiste il bianco e il nero, non esistono buoni o cattivi o quantomeno persone solo buone o solo cattive. Ed è così sottile la linea che separa il proprio dovere dal commettere una cazzata.

Le ultime righe:
Il ferimento del tifoso era stato un errore dalle conseguenze atroci. Qualcuno [..] aveva colpito alla testa ed era successo il casino.Non andava bene, era sbagliato, eppure Nicola non sarebbe mai riuscito a dissociarsi per davvero. A condannare definitivamente il collega [..]. Che fosse uno del repoarto o un carabiniere o un finanziere. Che fosse quella carica o una delle cento altre in cui era stato coinvolto.
Perché si trattava di un attimo e quell'attimo poteva arrivare per tutti, anche per lui. La testa si chiudeva. La paura, l'istinto di sopravvivenza prendevano il posto di comando e bum! succedeva.
Nicola non avrebbe mai potuto descrivere cosa significava vedere un collega, un amico, un fratello, sdraiato per terra con un occhio che pende fuori dall'orbita.E la rabbia cieca che lo ave a spinto in mezzo agli ultrà a cercare di farsi giustizia da solo.Tutto questo non poteva essere né capito né tanto meno scritto.

Alcuni estratti:
- il sogno del celerino

L'intervista da Irene Bignardi dell'autore



La scheda del libro sul sito di Einaudi e qui potete scaricare un estratto del libro.
Il link per ordinare il libro su ibs.
Il blog dell'autore, dove potete trovare alcune recensioni.

03 maggio 2013

Il nastro giallo


Il manifesto di Reporters sans frontieres (nella giornata mondiale della libertà di informazione): quello che pensano i dittatori della libertà di informazione



A viso coperto - il piacere dentro gli scontri

Da “A viso coperto”, di Riccardo Gazzaniga, sovrintendente della Polizia di Stato nella caserma di Bolzaneto.
A parlare sono un ultras, Lollo e la sua fidanzata Clara, che cerca di comprendere le sue ragioni. Perché gli scontri con la polizia, perché la violenza?
Lollo si accese. - Tutti parlano a vanvera, senza sapere niente. Perché non dicono di quando c'era da spalare, dopo l'alluvione, per strada sono andati un sacco di ragazzi della curva, eh? Oppure con gli operai, a manifestare. Mica è venuta la gente che sta in casa a giudicarci!
- Guarda che la gradinata la conosco anche io. È vero, la gente parla e non sa nulla. Mi ricordo dell'alluvione e anche di quelle raccolte per il Gaslini. Lo so, ma …
Quel «ma» rimase sospeso come un sasso fra i due fidanzati, prima di cadere.
- Il problema è che non c'è solo questo, - disse Clara. - Almeno ammettilo, no? Sii sincero. Credo che tu me lo debba, Lore!
Lui aprì le braccia.
- Va bene, okay ! È questo questo, no? D'accordo. Ci sono anche gli scontri, nella curva. I tafferugli. Sei contenta? Tanto di quello è inutile che parliamo, perché non lo puoi capire, giusto? - disse esasperato.
Clara si toccò il collo, nervosa.
- Lore, è come al G8. Abbiamo sbagliato tutti, anche io. Per questo mi sono fatta da parte. Ti ricordi? Parlavamo degli incidenti quasi fosse un gioco, come se dovessero succedere per forza. In fondo volevamo che capitassero, per far sentire meglio la nostra voce e per far pagare ai poliziotti tante schifezze.
Poi invece … - il tono della ragazza era più avvilito che rabbioso, - non è cambiato nulla! Il mondo va avanti, i vertici proseguono e invece quel movimento è finito. Tanti ragazzi si sono rovinati la vita e Carlo è morto, Cristo. Morto per nulla! E noi saremo ricordati per quella violenza e per nient'altro.
Se c'era qualcosa di giusto, in quella battaglia, non lo ricorda nessuno. - Clara si commosse. Lui l'ascoltava come un pugile all'angolo. - E per lo stadio è uguale. Questa violenza, questi scontri, quest'odio .. Non faranno altro che rovinare le cose belle che fate. La passione che avete. E nessuno dirà mai che certe leggi sono incostituzionali o racconterà i soprusi della polizia. Guarda che io li leggo i giornali e lo vedo: si parla solo di voi e delle vostre violenze. Con la violenza avete sempre torto.
Lollo finì la birra in silenzio, ma non poteva ignorare quanto di vero c'era in quelle parole. E neppure poteva trovare spiegazioni logiche per Clara. Forse una parte di lui credeva veramente nell'aspetto «politico» della cosa, nella difesa del diritto a tifare senza essere schedati, controllati, identificati. Forse una parte di lui credeva in quella battaglia ideologica come aveva creduto nel sogno dei no-global. Si batteva per difendere la libertà, che fosse in un centro sociale o in curva.
Ma un'altra parte di Lollo, più buia, parlava una lingua che Clara non poteva capire. Era la parte più nascosta dietro il suo sorriso aperto e i discorsi nobili. La parte che chiamava violenza senza sapere perché.
Solo se eri stato nella mischia, in mezzo al fumo e alle bottiglie. Solo se avevi visto gli occhi dell'uomo che ti fronteggiava on una cinghia o un manganello. Solo se avevi lottato per non cedergli nemmeno di un centimetro. Ecco, solo allora potevi capire ciò che nessun altro avrebbe capito. Che fare gli scontri era troppo bello.
Il link per ordinare il libro su ibs, e il sito dell'autore.

Servizio pubblico - è scoppiata la pace?

Il governo dei sogni, delle larghe intese e della pacificazione per una guerra che però non è mai scoppiata (quella di cui poi ha parlato Travaglio nel suo intervento) ha giurato domenica: nello stesso giorno un pazzo (o un disperato, o chissà cosa) sparava in piazza contro dei carabinieri volendo colpire i politici. Un uomo che si era rovinato col videopoker e che ha dato una ricostruzione degli eventi con qualche zona oscura.
La canzone "Gli spari sopra" di Vasco Rossi ha aperto la puntata di ieri con consueto intervento di Santoro: che ha ricordato come, nella cover di Vasco Rossi, si ripeta che "gli spari sopra sono per noi".
Celentano dice che chi spara, o si spara, èun esibizionista.
Ma la disperazione o la depressione non si cancellano con una condanna morale: sono peggiori quelli che inneggiano alla violenza e poi si nascondono, sono più vigliacchi degli ipocriti.



Come quelli che non vedono gli evasori, i caporali a Rosarno (di cui si è occupato un servizio di Bertazzoni): lo Stato è ipocrita, quando ignora l'illegalità di massa che in certe zone sostituisce lo stato sociale. Ipocriti i politici che come primo atto hanno aumentato le loro scorte. Ipocriti quelli che danno colpa solo ai politici, come se in questi anni di sprechi e corruzione si siano ingrassati solo loro e non le persone attorno.
Peggiori sono anche quelli che non fanno niente, pensando che gli spari non siano per loro.

Gli spari di domenica: l'incazzatura della piazza e la delusione dei cittadini "non serviva a niente le primarie, non serviva a niente le elezioni" diceva sconsolato un elettore.

Il servizio da Rosarno

Si parla di Rosarno solo quando succede qualcosa: eppure qui ancora cova la tensione sotto la cenere. Caporalato, lavoro nero: nulla è cambiato, sembra che qui si possa andare in deroga alle leggi dello stato.
Qui le famiglie campano con sussidi di disoccupazione o con le pensioni degli anziani.
I disoccupati si adattano ad ogni lavoro, anche in nero, e se non lo trovi nemmeno in nero ti rivolgi alla ndrangheta.
E tanta povertà porta a ragionamenti che fanno paura: arrivando a giustificare gli spari.



In studio, a commentare i fatti e le ultime notizie dal governo, Cofferati, Sallusti e in collegamento, Becchi.

Si è partiti dal professore, considerato vicino al M5S: il tentativo di spiegare le sue parole su fucili e Saccomanni è stato peggiorativo. Meglio stare zitti e chiedere scusa: quante volte abbiamo condannato le parole di leader politici che tiravano in ballo fucili e pallottole?
Stavo scherzando, si difende. Ma qui non ha riso nessuno.

Se era una analisi politica, ha spiegato Santoro rivolgendosi a Becchi, è un conto: non si deve infatti negare il disagio sociale.
Gli spari di  Palazzo Chigi fanno paura perché fanno emergere un qualcosa di concreto di cui si deve tener conto.

Sallusti ha voluto mettersi i panni del difensore delle istituzioni, come uomo di pace. non si deve sparare mai, ha detto ieri sera.
Si deve dire che non si spara con nessuno, perché altrimenti succede come in America dove ti spara la polizia. Certo il Sallusti che condanna gli sari stride col Sallusti che chiedeva la pena di morte (semmai vi fosse) per il giudice di Torino ..
Che poi alla fine se la prende con Grillo e i suoi slogan "arrendetevi": la politica non si è arresa equalche cretino ha sparato.

Travaglio, in risposta, ha ricordato che non è la prima volta che si spara. Ma è la prima volta che uno spara ad altri, in una piazza di fronte ai palazzi della politica.
A Rosarno ci soono persone esasperate da una situazione incancrenita da anni, ed è stucchevole che ogni volta si chieda di dissociarsi.
Cosa si risponde a questi qua di Rosarno?
Il terrorismo ha attecchito di più quando si sono chiusi gli spazi per una opposizione vera, con le larghe intese DC-Pci.

Oggi ci si mette tutti assieme e stoppano le voci che dissentono.
Aumentare le scorte non è una risposta: la politica deve riacquistare credibilità anche in Calabria, riportando una legalità oggi assente - è stato il ragionamento del giornalista.

In collegamento, è intervenuta poi il sindaco della città di Rosarno, che ha parlato delle persone che si rivolgono al comune per un aiuto, con grande dignità e che loro cercano di aiutare come possono. Dare normalità al volto della comunità non è facile anche per l'aggressione mediatica che scatta ad ogni episodio violento.

Cofferati, prima di intervenire sul governo, ha fatto un preambolo di condanna alla violenza, che non può avere giustificazione nemmeno dal disagio.

Oggi si parla poco della povertà ma è un problema non meno importante della disoccupazione, che tocca anche quelli che un lavoro ce l'hanno.
Cofferati vorrebbe vedere un progetto di ampio respiro dal governo, che crei occupazione con un piano di investimenti pubblici (di stimoli sia per i consumi, sia per le aziende private). Ma questo si abbina poco con questo governo "di scopo", con una maggioranza che è la stessa di prima (e che sta già litigando sull'Imu).
Dobbiamo creare posti di lavoro, condizioni di mercato, far aumentare i consumi.

Il servizio sulle slot machine nella zona di Tiburtina, che hanno sostituito capannoni e industrie [http://www.serviziopubblico.it/puntate/2013/05/02/news/roma_come_las_vegas.html?cat_id=10]

L'intervento di Marco Travaglio sulla pace che è scoppiata: "andiamo a letto da vent'anni, embè?".



L'impressione è che stia venendo fuori un pateracchio, è stato il commento di Santoro: questo governo non nasce da un accordo politico chiaro.
E questo inciucio, crea come risposta l'attegiamento di sentirsi partigiani in contrapposizione a questa politica, come la studentessa che è intervenuta la settimana scorsa. Contrapposizione che non porta al dialogo: "noi ci riprendiamo ciò che è nostro".

Imu, prima grana per Letta di Gianni Dragoni

02 maggio 2013

Il sogno del celerino


Da “A viso coperto”, di Riccardo Gazzaniga, sovrintendente della Polizia di Stato nella caserma di Bolzaneto.
Francesco era in cameretta, metteva in fila le sue macchinine poi le sparpagliava, le metteva in fila e le sparpagliava.
Sembrava tranquillo e Fabio poteva restarsene stravaccato sul divano ad ascoltare il telegiornale.
Parlavano di un politico di primo piano, travolto dallo scandalo di aver fatto concedere dei permessi di soggiorno alle prostitute che frequentava.Quanto sarebbe durato lo sdegno? Qualche mese, un anno? Magari il politico si sarebbe ritirato in qualche convento a espiare le sue colpe oppure si sarebbe fatto fotografare redento con la moglie, prima di tornare al suo posto.Lo Stato italiano era inflessibile solo con i poveracci. I criminali da strapazzo, i ladruncoli, i tossici, adesso pure i clandestini. Succedeva lo sesso in piazza, dove ti scontravi con gente malmessa quanto te. Mica con chi truffava o appaltava il bene pubblico alle mafie. Con chi sbeffeggiava la magistratura e sputtanava il denaro dei cittadini. In strada abbattevi il manganello solo su persone che avevano il tuo stesso reddito, i tuoi stessi sogni, speranze e frustrazioni. Oppure su lavoratori che avevano perso il posto, o su cittadini che difendevano il loro territorio dalla minaccia di opere pubbliche insensate.
In piazza tu rappresentavi lo Stato a cui loro chiedevano risposte. Ma se lo Stato quelle rispose non le aveva, parlavano solo i manganelli.Ogni tanto a Fabio capitava di fare un sogno a occhi aperti. Si trova a Roma, mentre cittadini infuriati marciano verso il Parlamento. La gente esausta di prese in giro va dritta verso le stanze dei bottoni a prendere per le palle la casta delle mummie che avrebbe dovuto tutelarla e invece l'ha schiacciata.
Fabio è in tenuta antisommossa, schierato con altri colleghi: scudi, caschi, manganelli sguainati a difendere una manica di vecchi rincoglioniti, puttanieri e bagasce, tossicomani e veline in giacche e tailleur.
C'è anche il dirigente del servizio, pelle giallastra e occhialoni da vecchia professoressa. La solita divisa stropicciata da chi è stato troppo tempo in ufficio e non capisce niente di strada.La folla è accalcata davanti a loro, urla e inveisce. Ma per una volta non ce l'ha con la polizia: sono cori e insulti contro i politici, questi. Non si tratta dei soliti comunisti dei centri sociali, quelli con cui il reparto si è scontrato tante volte, ma di persone qualunque. Lavoratori, casalinghe, studenti. Perfino uomini in abiti scuri e donne eleganti. Un po' come quando Craxi scappava e la gente gli tirava addosso le monetine dicendo: «Bettino, vuoi anche queste?» Bettino Craxi, il grande statista scappato da ladro e morto da ricercato.
Dalle finestre la casta guarda terrorizzata il popolino che si è rivoltato.
Via radio il dirigente riceve l'ordine di disperdere i facinorosi anche se non stanno volando oggetti e non c'è un'aggressione in corso. Un ordine chiaro e senza mezzi termini, il genere di disposizione che alla polizia non arriva mai.
Il dirigente lo scandisce in modo netto. Si trasmette di bocca in bocca, passa tra i caschi. Eppure nessuno si muove. Solo un paio di poliziotti fanno un passo avanti, sul punto di partire, ma il grosso resta dov'è.
«Forza, caricate!» Strilla il dirigente occhialuto.
È allora che Fabio, in mezzo a cento e più colleghi, prende l'iniziativa ed esce dallo schieramento a passi lenti. Si ferma dopo pochi metri, toglie il casco e lo lascia rotolare per terra., getta il manganello. Si sposta di lato e col braccio fa cenno di accomodarsi.
La gente all'inizio non capisce, lo guarda spaesata. Poi un altro collega lo imita. Iniziano a cadere gli scudi e i poliziotti si aprono in due schieramenti laterali, lasciando aperta la porta del Palazzo.
La gente applaude, esulta, poi avanza, entra, abbracciando i poliziotti, toccandoli, senza cercare di aggredirli.
Ecco cosa sognava Fabio a occhi aperti. Si ricordava che qualcosa di simile era successo in Romania, caduto Ceausescu. Forse la suggestione gli veniva da lì.
Pagina 110-111
In queste pagine c'è tutto: lo scontro di piazza, la rabbia della gente e quella (di cui si parla sempre troppo poco) degli agenti che vivono la piazza ma dall'altra parte. L'inconcludenza della politica, capace solo di ripetere slogan buoni per una campagna elettorale che non ha mai fine.

Il link per ordinare il libro su ibs, e il sito dell'autore.

01 maggio 2013

Premier

Ma come è simpatico e giovane questo Letta?

Mica come l'altro, quello del cucu (sempre con la Merkel)


C'era una volta il lavoro


Fra i minatori di Pablo Neruda
Io ero nel salnitro, con gli oscuri eroi
con chi estrae neve fertilizzante e fine
dalla dura corteccia del pianeta.

Essi mi dissero: " Guarda,
fratello come viviamo".
E mi mostrarono le loro razioni
di miserabili alimenti,
l'impiantito di terra nelle case,
il sole, la polvere, le cimici,e la solitudine immensa.

Io vidi il lavoro degli scavatori,
che lasciano stampati, nel manico
di legno della pala,
tutta l'impronta delle loro mani.

Io sentii una voce che veniva
giù dal fondo stretto del pozzo,
e poi di là vidi spuntare
una creatura senza volto,
una maschera polverosa
di sudore, di sangue e polvere.

E quella mi disse: - Dovunque vai,
parla di questi tormenti,
parla fratello, del tuo fratello
che vive là sotto, nell'inferno.

Il lavoro è un tema segregato nella riserva del 1 maggio, il concertone organizzato dai sindacati che, un giorno all'anno, si possono sentire la coscienza a posto.

C'era una volta il lavoro, su cui si poggiava una Repubblica. Così diceva una Costituzione, la più bella del mondo, anch'essa segregata in un angolino e superata da una costituzione reale che considera il lavoro un fine. Lavori per vivere. E chi non lavora non vive.

Oggi, in questa giornata del lavoro, ci sono persone che sono costrette a lavorare (pur non svolgendo lavori sensibili, di presidio). A loro andrebbe dedicata questa giornata.
Ma anche a quelli che, grazie alla giungla dei contratti precari, vivono sotto ricatto, per quel lavoro.
A quelli costretti a lavorare più a lungo e in peggiori condizioni (grazie alle riforme sulle leggi del lavoro), mentre poi c'è una disoccupazione giovanile che fa paura.

Non si dovrebbe parlare d'altro. Altro che Imu, presidenzialismo, riforme Costituzionali ...
La dignità delle persone non si può calpestare tutti i giorni, per sempre. Nel paese la situazione è drammatica ma ancora, nelle piazze, nelle città, ancora non è successo niente.
Oggi la politica deve mettere in priorità le scelte da fare.
Quello che la gente chiede è equità, giustizia sociale.