11 febbraio 2024

Report – l’inchiesta sui vaccini, sui fondi sanitari, la sostenibilità della moda

UNA DOSE DI TROPPO di Giulio Valesini e Cataldo Ciccolella

Le telecamere di Report sono andate nel Lazio a seguire la campagna di vaccinazione con gli open day:le sirighe e le dosi di vaccino ci sono, questa volta, ma a mancare sono i pazienti. A gennaio erano state inoculate in tutto 2,1 ml di dosi di Pfizer, un vaccino consigliato soprattutto agli over 60, 18 ml di persone in Italia: a conti fatti siamo appena al 10% della platea raccomandata, un flop. Nonostante abbiamo 1 ml di fiale in deposito, i medici hanno avuto problemi a ricevere le dosi per vaccinare i loro pazienti, come successo nel Lazio.
Stesso discorso a Rieti, la campagna di vaccinazione con gli open day non è andata bene: gli ospedali non hanno dato i numeri a Report, forse per non far sapere che la campagna è stata un flop, 40-60 vaccinazioni al giorno di fronte ad una grande disponibilità di vaccini.

190mila nel Lazio, in tutta Italia in totale sono state iniettate 2,177ml di dosi, siamo appena al 10% della platea raccomandata.
In alcune regioni però molti medici di base hanno avuto problemi ad avere le dosi.

Abbiamo speso miliardi per comprare le dosi, che sono arrivate per quota capitarie, ovvero in base alla popolazione.
Report è riuscita ad entrare in possesso del contratto firmato tra la commissione europea e la Pfizer: la UE ha ricontrattato con le case farmaceutiche per diluire le quote fino al 2026, ma non è stato fatto gratis, continueremo a pagare anche le dosi non comprate, ma con lo sconto.
C’è sfiducia nelle campagne di vaccinazione: gli studi di ACDC hanno stabilito che anche se si fanno tante vaccinazioni, il suo valore di protezione decade in pochi mesi.

Subito dopo la vaccinazione col richiamo (dopo la quarta dose), la protezione decade al 33-49% dopo 3 mesi: i vaccini hanno la protezione corta per diverse cause tra cui le mutazioni dei vaccini, questo significa che gli anziani e le persone deboli dovranno fare altre vaccinazioni.

Quando lo scorso maggio eravamo ormai fuori dalla crisi e centinaia di milioni di dosi erano inutilizzate la Commissione Europea ha fatto un nuovo accordo con Pfizer, anche questo rimasto segreto, che doveva mitigare il salasso dei precedenti.
Il grosso dell’acquisto è stato spalmato fino al 2026 e la possibilità di rifiutare l’acquisto di queste ulteriori dosi non era proprio contemplata con Pfizer: gli accordi coi vaccini erano talmente delicati che oggi scopriamo che i dirigenti italiani in prima linea al contrasto della pandemia avevano paura ad aprirli.

Giulio Valesini su questo punto ha intervistato Giovanni Rezza, direttore generale della prevenzione presso il ministero della salute fino al 2023: “ho dato la mia password a chi doveva rivedere i contratti .. volendo avevo la possibilità di rivedere i contratti, ma siccome c’erano stati molti spifferi, queste grandi aziende hanno fior di avvocati. Se la commissione ti dice di stare molto attenti, perché altrimenti ti prendi la responsabilità di quel leaks, allora stai attento”.

Insomma la paura dei vertici della sanità era l’accusa di essere ritenuti responsabili di una fuga di notizie, non la gestione della pandemia: così hanno scelto di non leggerli – spiega il servizio di Report.

Report è riuscita ad entrare in possesso dei dettagli dell’accordo secretato firmato lo scorso maggio dalla Commissione Europea: per il nostro Paese è previsto l’arrivo di ulteriori 36 milioni di dosi, circa 12 milioni ogni anno fino al 2026. Inoltre abbiamo ottenuto di cancellare ordini per 24,2 ml di dosi, ma non gratis: è previsto infatti un indennizzo in favore di Pfizer di circa 10 euro per ogni dose cancellata, la multinazionale del farmaco incasserà anche su quello che non vende. È vero che c’è stato un risparmio rispetto a quanto prevedeva il contratto, ma alla fine si regalano soldi a Pfizer: “se la vogliamo dire così.. il problema è che il contratto è stato fatto su quella base” risponde Rezza al giornalista di Report, di fatto accusando indirettamente la presidente della Commissione Europea che, ai nostri dirigenti della sanità nemmeno ha chiesto quante dosi ci sarebbero servite.
“Tutti i paesi acquistano su base di quota capitarie, quindi all’Italia spetta il 13,6%, questo tutela il paese, l’acquisto centralizzato perché non compriamo a maggior prezzo rispetto ai grandi paesi europei come Francia o Germania”.

Abbiamo comprato 9,7 ml di dosi da Sanofi, ne sono state iniettate 245. Abbiamo pagato 221 ml a Johnson e Johnson per il suo vaccino, anche qui non tutte utilizzate.

Ma cosa ne facciamo delle dosi eccessive comprate per il 2023 (circa 10ml, con la vaccinazione arriveremo al massimo a 3ml): “una parte di queste probabilmente le dovremo buttare ..”
Facendo una stima possiamo prevedere che delle 36ml di dosi acquistate coi nuovi accordi, circa 30ml saranno le dosi buttate, raggiungeranno in discarica le milioni di dosi gettate nei due anni scorsi. Un enorme sperpero di soldi pubblici per l’Italia: se l’Europa ha comprato 4,2 miliardi di dosi, l’Italia calcolando tutti i vari vaccini sul mercato ne ha acquistati ben 381 ml di cui almeno 150 ml sono in eccesso. In questo momento nei magazzini abbiamo circa 21ml di dosi, di queste, 16 ml anche se non sono scadute non sono aggiornate alle varianti e quindi sono da gettare. Finora il nostro paese ha già scartato 46,8 ml di dosi scadute.
Un problema comune a tutti i paesi europei, come ha scoperto il sito politico.eu: abbiamo pagato 4 miliardi di euro di dosi poi buttate e non tutti i paesi europei sono stati felici di comunicare i dati sugli sprechi.

Che fare delle dosi non usate? Non siamo riusciti nemmeno a regalarle ai paesi del terzo mondo, per problemi logistici (la catena del gelo, per esempio).
Il servizio andrà anche a rivedere l’accordo sui vaccini negoziato da Von der Leyen nel 2021, che non convinceva alcuni importanti dirigenti italiani: nelle chat raccolte dalla corposa inchiesta della procura di Bergamo sulla gestione della pandemia emerse che sul contratti per i vaccini Pfizer si navigava al buio.

Nicola Magrini, allora capo dell’Aifa, era venuto a conoscenza dei contenuti del contratto firmato solo da giornalisti come Report. Oggi risponde a Report del contenuto di queste chat: “avevo estratti di un contratto in cui si prevedeva perché non si potesse avere a delle informazioni contenute, come poi è stato, quindi ho espresso un parere personale”.
Una difesa appassionata del tema della trasparenza, la definisce oggi davanti alle telecamere di Report, ma ancora oggi, dalla risposta di Magrini si comprende quanto sia delicata la materia: “se fossi stato coinvolto, avrei potuto quindi chiedere di partecipare se non interferire, sarebbe anche diventato complicato.. i vaccini andavano comprati, velocemente ..”
Non è paradossale che il capo dell’Aifa scopra il contenuto dei contratti dai giornali? “è stato il percorso di conduzione di una emergenza in cui è stata l’Europa a comprare e non le singole agenzie, era sensato che in un momento di emergenza fossero in pochi a decidere, ed è andata bene..”

Magrini dell’Aifa si infuriò su quel contratto perché i dati grezzi non sarebbero stati disponibili prima del dicembre 2024 e Pfizer non si accollava nemmeno i rischi legali in caso di eventi avversi. Comprare a scatola chiusa un medicinale per milioni di persone lo riteneva assurdo: “io non mi faccio prendere in giro su cose come queste” – scrive Magrini in chat a Goffredo Zaccardi ex capo di gabinetto del min. della Salute.

Magrini: “Ritieni che sia normale che i contratti che abbiamo firmato [..] nessuno li abbia letti?”

Zaccardi: “No il ministro ha voluto fare tutto da solo ”

Magrini:“Grazie, capisco meglio ora. No non vi sono tipologie tipo contratti ma manco sto capestro che sembra scritto come una presa in giro per analfabeti con l’anello al naso. . . E sapere chi se ne occupa e come sarebbe il minimo tra di noi del gabinetto ristretto.”


Oggi Magrini getta acqua sul fuoco oggi: ma rimane la verità che i vaccini non sono stati efficati al 95%, come raccontato.

Spenderemo soldi pubblici per qualcosa di cui non abbiamo bisogno: abbiamo relegato tutto alla commissione europea, alla Von Der Leyen, che ha portato avanti la contrattazione da sola via whatsapp, suscitando tanti sospetti di non regolarità.

A questo si deve aggiungere il fatto che il marito della presidente della commissione europea è un importante dirigente di una multinazionale del farmaco.

Oggi i cittadini europei non possono sapere perché il costo delle dosi è cresciuto da 15 a 19 euro, del fatto che abbiamo comprato più dose di quelle che ne avremmo bisogno.

I messaggi tra Von der Leyen e l’AD di Pfizer non sono stati resi pubblici: la trasparenza non è di casa nella commissione europea.

Tra le carte dell’inchiesta di Bergamo si scoprì che anche il ministro Speranza cercò di mettere le mani avanti, per inserire una clausola nel contratto Pfizer, in cui si sottraesse la multinazionale dalle leggi ordinarie in caso di problemi.

Abbiamo pagato 4,4 miliardi di euro per tutti i vaccini acquistati: il fatturato di Pfizer è quadruplicato col covid, i maggiori profitti sono finiti in dividendi e non in ricerca. Alberto Bourla, AD di Pfizer, ha venduto le sue azioni dopo aver saputo dell’accordo in Europa ha venduto le sue azioni, con un guadagno in un giorno di 5,6ml.
Tanti profitti provati e tanti soldi pubblici sprecati: in mezzo rimane un rischio sanitario, perché non siamo riusciti a vaccinare tutto il mondo, non possiamo escludere che da qualche parte venga fuori una variante non coperta da questa vaccini.

ASTRAZENECA, UN CASO APERTO – il vaccino scomparso di Claudia Di Pasquale

I vaccini Astrazeneca sono stati donati anche ai paesi europei: in Nigeria sono stati interrati dai buldozzer in una discarica a cielo aperto, perché erano arrivati quasi scaduti.
Al Ruanda abbiamo venduto dosi, che in buona parte scadevano dopo 27 giorni.
Prima di inviare delle dosi a paesi a basso reddito, serviva l’ok scritto di Astrazeneca, e questo ha causato i ritardi per l’invio.

Tra l’altro in questi paesi a cui abbiamo donato i vaccini hanno fatto poca farmaco vigilanza, ovvero non hanno tracciato gli effetti negativi: di fatto abbiamo inviato un vaccino che in Europa non voleva essere usato più, per colpa degli effetti avversi sulle persone giovani.

Astrazeneca era il vaccino su cui l’Italia e l’Europa aveva puntato: era stato inoculato inizialmente al personale delle forze dell’ordine e agli insegnanti.
Report ha raccontato le storie di persone che hanno avito questi effetti, come Davide Villa, morto il 6 marzo del 2021 dopo una prima dose di AZ (come ha stabilito la procura, che però ha poi archiviato il caso, fermandosi nel cercare i responsabili).

Altro caso è quello del sottufficiale Paternò: anche qui è stata stabilita la correlazione ma la procura ha archiviato. Così nel 2021 iniziano gli stop all’uso di AstraZeneca: ma dura solo 3 giorni, Aifa in un comunicato cita fa ripartire le vaccinazioni, citando un documento di Ema che non escludeva le correlazioni tra questo vaccino e le morti per trombosi.

Il 25 marzo del 2021 il ministero della salute cambia la formula di consenso: ma il 24 marzo muore a Gela una insegnante, Zelia Guzzo. La procura, dopo aver stabilito anche qui il nesso tra il vaccino AZ e la morte, ha archiviato tutto: i familiari hanno cercato di fare causa alla multinazionale senza successo.

Un’altra morte per AZ è stata quella di Augusta Turiaco, 55 anni: si era vaccinata con Astrazeneca il giorno 11 marzo, morì in ospedale il 31 dello stesso mese.

La procura ha riconosciuto il nesso causale tra la vaccinazione e la morte, ma l’indagine per risalire ai responsabili di questo decesso è stata archiviata: così i parenti hanno dovuto fare da soli causa ad Astrazeneca, che però si rifiuta di riconoscere questo nesso.

Non è stato responsabile l’ente regolatore che si è fidata dei dati di AZ, e non è responsabile AZ perché il suo vaccino è stato approvato dall’ente regolatore.
La materia è complessa eppure molti scienziati avevano già analizzato le correlazioni tra Adenovirus e le trombosi.

L’Inghilterra ha iniziato a vaccinare con AZ nel gennaio del 2021: i primi casi di morte, legati al vaccino, si sono verificati sin da gennaio e conteggiati nei report della farmaco vigilanza da febbraio. L’agenzia di farmaco vigilanza non ha fatto niente – racconta alla giornalista l’avvocata Sara Moore che sta seguendo questi casi come legale.

Il governo ha riconosciuto degli indennizzi per queste morti, circa 120mila sterline, che di fatto corrispondono a due anni di reddito.
Ma ci sono persone che non hanno preso indennizzi perché la % di invalidità era inferiore al 60%, come stabilisce una vecchia legge di fine anni 70.

A questo si deve aggiungere che Astra Zeneca non sta pagando niente alle vittime: negli ultimi tre anni i suoi ricavi sono esplosi, è una delle aziende più ricche nel Regno Unito, se dovesse perdere la causa legale pagherà il governo inglese, i cittadini. Questo a causa della manleva inserita nei contratti.

In Italia, nel 2021, quando Ema raccomandava questo vaccino solo agli over 60, si organizzavano nelle regioni gli open day anche per gli over 18. Ma il parere del CTS non era vincolante, era solo un parere – risponde Rezza oggi a Claudia Di Pasquale: difficile spiegarlo alle persone giovani che hanno preso questo vaccino, con tanto di nota integrativa, e che hanno subito degli importanti effetti collaterali. Come Irene Cervelli, rimasta invalida dopo la vaccinazione.

Fino all’11 giugno quando si decise di bloccare AZ per le persone sotto i 60 anni: c’è stata una cattiva comunicazione sui casi avversi, senza distinguere donne e maschi e l’età.
Nessuno ha responsabilità in questa storia.

SANITÀ A FONDO di Marco Maisano

La fine della sanità pubblica è un attacco ai diritti della persona e ai suoi redditi: la nuova frontiera dell’erosione del servizio sanitario nazionale si chiama fondi integrativi. Grazie alla forza dei fondi versati da 15 ml di lavoratori e ai contributi dello stato (5 miliardi) i fondi sanitari integrativi sono diventati appetibili alle assicurazioni.

Nella legge del 1992 dovevano essere funzioni integrative (come le cure per i denti): in realtà si tratta di funzioni sostitutive, i fondi si stanno sostituendo alla sanità nazionale.
Così i cittadini pagano due volte, con le tasse e coi fondi integrativi: sono lavoratori che pagano obbligatoriamente questi fondi perché legati al contratto nazionale.

Come avviene per l’industria metalmeccanica, legata al fondo Metasalute (controllata da Intesa San Paolo), o come Sanilog per i lavoratori della logistica, controllato da Unisalute.

Il presidente di Metasalute è anche un sindacalista CISL: a Report racconta che si sono affidati ad una assicurazione (come quella di Intesa) per non finire gambe all’aria.
Le assicurazioni sono attratte dai fondi: i fondi garantiscono dei benefici fiscali, anche i lavoratori hanno dei benefici, ma i dati non sono facilmente ricavabili, come decontribuzione.

I fondi sanitari non sono nemmeno obbligati a pubblicare un bilancio.

Nel 2021 il totale delle deduzione assomma a 4 miliardi, una somma quasi pari a quella che questo governo ha messo sulla salute.

Rosi Bindi da ministra aveva cercato di mettere un argine ai fondi privati e alla decontribuzione, ma la sua legge è stata poi bloccata: Stiamo andando verso un finanziamento della sanità basato su due pilastri, il pilastro della fiscalità generale con il quale si sostiene tutto il servizio sanitario nazionale, compresi gli stipendi del personale ma compresi anche i trapianti, i grandi interventi chirurgici, l’organizzazione degli ospedali, dei distretti. E poi con un finanziamento che non è meno incisivo per le casse dello Stato, con cui stiamo finanziando le prestazioni private erogate ad una parte di cittadini.
Una privatizzazione del servizio sanitario, un passo alla volta.
Di parere opposto i manager della sanità privata e dei fondi privati, come Massimiliano Nobis presidente di Metasalute: “il paese ha un bisogno, c’è gente che non si cura perché non c’è la risposta del sistema sanitario nazionale” allora siccome il sistema sanitario non da risposte li facciamo curare dalle assicurazioni private?

I fondi non garantiscono un accesso universale alle cure sanitarie: non tutti i dipendenti hanno gli stessi servizi, si sta legando la sanità allo stipendio delle persone.

Forse non sarà la fine della sanità pubblica, ma rischiamo di tornare al sistema delle mutue, dove i libretti sanitari avevano un colore diverso a seconda del lavoro delle persone - come spiega ancora Rosi Bindi - “il pacchetto di prestazioni legato a quel colore [del padre di Rosi Bindi] era inferiore a quello di un dirigente, ma in questo modo si tradisce la Costituzione, perché l’articolo 32 della Costituzione dice chiaramente che la salute è un diritto fondamentale dell’individuo, neanche del cittadino, neanche del lavoratore..”

Qui invece la salute è legata alla retribuzione dell’individuo: una vergogna, oltre che un attacco ai nostri diritti.

Tutta colpa dei tagli al finanziamento della sanità, ogni governo da la colpa ai precedenti.

Oggi i fondi integrativi, con le assicurazioni (che si prendono parte dei soldi dai fondi), si stanno prendendo pezzi del sistema pubblico.

Al sistema pubblico rimangono quelle prestazioni ad alto rischio e a bassa redditività, come i pronto soccorso.


GIRALAMODA di Lucina Paternesi

Fast Fashion, ovvero quella moda dove in pochi giorni si passa dal bozzetto all’esposizione del capo nei negozi: questo significa tanti capi di abbigliamento prodotti ogni anno, tante esposizioni, anche perché i capi prodotti nell’est asiatico costano meno (si rispettano meno le norme ambientali). Lo shop online ha fatto schizzare le vendite, anche per le vari influencer che spingono ad acquistare in modo compulsivo, tanto poi i capi si possono restituire.

Ma in realtà anche rendere i capi ha un costo: costa produrre i capi tessili, costa smaltirli, si stima che il mondo dell’industria tessile sia responsabile del 10% delle emissioni dei gas serra.

Ci sono anche stiliste che propongono capi riciclati, come Orsola De Castro: a Report parla di fashion revolution, il movimento per spingere le aziende a rivelare le condizioni in cui si producono i capi, l’impatto energetico e ambientale e i costi di produzione.

I marchi di fast fashion sanno di essere parte del problema ambientale, così oggi iniziano a raccogliere i capi usati, in cambio di buoni: lo fa H&M, un colosso da 20 miliardi di fatturato l’anno. I colossi non vogliono far sapere i dati del loro fatturato: colossi come i cinesi di Shein, che non hanno negozi, vendono solo online, tanto da essere chiamati ultra fast fashion.

Che fine fanno i capi quando li rispediamo al mittente come resi? Report si è fatta aiutare da Greenpeace per tracciare i resti di capi acquistati da diversi marchi, come Ovs, Amazon e Zara.
I capi sono arrivati in pochi giorni, quelli cinesi hanno impiegato anche 7 giorni: per tracciare il percorso dei resi, nei capi sono stati messi dei geolocalizzatori.

Una volta fatti i pacchi per i resi, è stato possibile così tracciarli: i pacchi hanno girato l’Europa, dall’Italia fino all’Islanda, poi Germania, Polonia..
I pacchi dalla Cina hanno viaggiato per 30mila km, quelli di Asos hanno girato per 8mila km, senza trova un proprietario che li indossasse. Alcuni capi di Zara sono rimasti in un deposito di capi invenduti a Piacenza.
Report è andata fino in Spagna per recuperare uno di questi capi della H&M, a Malaga: un pacco reso in Italia non è finito in un centro commerciale qui da noi ma ha fatto un viaggio per essere poi rivenduto.

Capi che viaggiano via mare, via gomma e via aereo: l’algoritmo predittivo decide dove spostare il capo, anche in base alle previsioni meteo.

Tutto questo è un grande impatto sulla CO2 emessa: 2,8kg di co2 equivalente, su 2000 capi è come la co2 assorbita da un bosco grande come un campo di calcio.

È una pratica pessima che non responsabilizza nemmeno i consumatori: la politica dovrebbe tassare questi resi e noi consumatori dovremmo consegnarli nei negozi.
Così succede che in Cile c’è un deserto di vestiti usati. E un Ghana i vestiti si pescano nel lago.

Le aziende dovrebbero poi comunicare quanti capi sono stati invenduti ogni anno, ma tendono a nascondere queste informazioni.

SECONDA MANO di Valerio Cataldi e Alessandro Spinnato

In Ghana finiscono i nostri rifiuti, stracci, vestiti, che intasano le reti dei pescatori, rovinano le spiagge.
Mentre sulle nostre spiagge approdano i migranti, che noi consideriamo una invasione, sulle loro spiagge arrivano invece 15 ml di capi, che stanno causando una incredibile catastrofe ambientale ad Accra.
Pensiamo di fare opera meritoria nell’inviare abiti usati in Africa, in Ghana: i vestiti di seconda mano ricoprono le spiagge di fronte al mare, rendendo la vita difficile ai pescatori.
Sono capi che arrivano qui in Ghana in grandi balle dall’Italia o da altri paesi europei, passando per dei grossisti: vengono venduti nei mercati e nei negozi di capi usati.
Quello che viene buttato in Italia, in Germania, qui viene riusato, per aiutare l’economia del paese: non tutti i capi presi dalle balle vanno bene, alcuno sono così logori da essere messi in un mucchio di rifiuti.
Questi rifiuti finiscono nell’enorme discarica di Accra: questa ha preso un posto predominante nel paesaggio, la laguna è morta. Qui le persone vivono tra i rifiuti, cercando la plastica, soprattutto bottiglie, la raccolgono e la vendono alle aziende di riciclaggio. Altri cercano indumenti e rifiuti tessili che possono ancora essere recuperati e venduti in altri villaggi: “sono proprio i rifiuti tessili il vero problema, la montagna più alta è quella dei vestiti usati, ci pascolano anche le mucche perché l’erba cresce anche lassù.”
Di fronte c’è l’ospedale più grande della nazione e quando bruciano i rifiuti si alza un fumo che copre tutto e tutti:
nessuno qui è al sicuro.

Non tutti i paesi hanno accettato questo mercato: il Ruanda ha detto no, quando era sull’orlo di una sua catastrofe ambientale e per non danneggiare l’industria locale.

Ma in Ghana ci sono anche realtà diverse: nei laboratori della Fondazione OR analizzano l’acqua attorno alla discarica, scoprendo che sono piene di fibre di plastica. Tutta colpa della fast fashion che, in assenza di regolamentazione, continuerà a produrre capi con sempre più plastica.
I marchi devono farsi carico dei loro rifiuti, spiegano dalla fondazione OR: quello della fast fashion è un modello fondato sull’avidità, sulla poca lungimiranza, non è sostenibile.

Anteprima Report – la fine della sanità, il contratto sui vaccini e la moda non sostenibile

Dalla pandemia non abbiamo imparato niente. Né sull’importanza della sanità pubblica e dei presidi sul territorio, né sui vaccini.

E, quello che è peggio, non lo ha imparato questo governo: all’orizzonte non si annunciano manifestazioni come quelle dei grandi agricoltori, come a dire che ci siamo rassegnati a non curarci, a perdere un nostro diritto sancito dalla costituzione.
Dopo il punto sui vaccini e la campagna vaccinale, Report si occuperà di sanità pubblica, della sostenibilità del mondo della moda e dei rifiuti tessili in Ghana.

Come stiamo gestendo i vaccini

Complice anche un governo diciamo non proprio amico dei vaccini e delle vaccinazioni, la campagna dei vaccini questo inverno non è andata bene. Le telecamere di Report sono andate nel Lazio a seguire la campagna di vaccinazione con gli open day: le siringhe e le dosi di vaccino ci sono, questa volta, ma a mancare sono i pazienti. A gennaio erano state inoculate in tutto 2,1 ml di dosi di Pfizer, un vaccino consigliato soprattutto agli over 60, 18 ml di persone in Italia: a conti fatti siamo appena al 10% della platea raccomandata, un flop. Nonostante abbiamo 1 ml di fiale in deposito, i medici hanno avuto problemi a ricevere le dosi per vaccinare i loro pazienti, come successo nel Lazio. A pesare su questo “non successo” è stata l’esperienza passata, sul come il vaccino Pfizer col passare dei mesi protegga sempre meno.
Secondo quanto racconta l’anticipazione del servizio, più quante dosi uno fa, più velocemente scende la protezione dell’ultima dose di vaccino fatta: “ciò che conta è il tempo trascorso dalla dose precedente non tanto il numero di dosi che le persone hanno ricevuto” racconta a Report un ricercatore.
Quando lo scorso maggio eravamo ormai fuori dalla crisi e centinaia di milioni di dosi erano inutilizzate la Commissione Europea ha fatto un nuovo accordo con Pfizer, anche questo rimasto segreto, che doveva mitigare il salasso dei precedenti.
Il grosso dell’acquisto è stato spalmato fino al 2026 e la possibilità di rifiutare l’acquisto di queste ulteriori dosi non era proprio contemplata con Pfizer: gli accordi coi vaccini erano talmente delicati che oggi scopriamo che i dirigenti italiani in prima linea al contrasto della pandemia avevano paura ad aprirli. Giulio Valesini su questo punto ha intervistato Giovanni Rezza, direttore generale della prevenzione presso il ministero della salute fino al 2023: “ho dato la mia password a chi doveva rivedere i contratti .. volendo avevo la possibilità di rivedere i contratti, ma siccome c’erano stati molti spifferi, queste grandi aziende hanno fior di avvocati.
Se la commissione ti dice di stare molto attenti, perché altrimenti ti prendi la responsabilità di quel leaks, allora stai attento”.
Insomma la paura dei vertici della sanità era l’accusa di essere ritenuti responsabili di una fuga di notizie, non la gestione della pandemia: così hanno scelto di non leggerli – spiega il servizio di Report.

Report è riuscita ad entrare in possesso dei dettagli dell’accordo secretato firmato lo scorso maggio dalla Commissione Europea: per il nostro Paese è previsto l’arrivo di ulteriori 36 milioni di dosi, circa 12 milioni ogni anno fino al 2026. Inoltre abbiamo ottenuto di cancellare ordini per 24,2 ml di dosi, ma non gratis: è previsto infatti un indennizzo in favore di Pfizer di circa 10 euro a dose cancellata, la multinazionale del farmaco incasserà anche su quello che non vende. È vero che c’è stato un risparmio rispetto a quanto prevedeva il contratto, ma alla fine si regalano soldi a Pfizer: “se la vogliamo dire così.. il problema è che il contratto è stato fatto su quella base” risponde Rezza al giornalista di Report, di fatto accusando indirettamente la presidente della Commissione Europea che, ai nostri dirigenti della sanità nemmeno ha chiesto quante dosi ci sarebbero servite: “tutti i paesi acquistano su base di quota capitale, quindi all’Italia spetta il 13,6%, questo tutela il paese, l’acquisto centralizzato perché non compriamo a maggior prezzo rispetto ai grandi paesi europei come Francia o Germania”.

Ma cosa ne facciamo delle dosi eccessive comprate per il 2023 (circa 10ml, con la vaccinazione arriveremo al massimo a 3ml): “una parte di queste probabilmente le dovremo buttare ..”
Facendo una stima possiamo prevedere che delle 36ml di dosi acquistate coi nuovi accordi, circa 30ml saranno le dosi buttate, raggiungeranno in discarica le milioni di dosi gettate nei due anni scorsi. Un enorme sperpero di soldi pubblici per l’Italia: se l’Europa ha comprato 4,2 miliardi di dosi, l’Italia calcolando tutti i vari vaccini sul mercato ne ha acquistati ben 381 ml di cui almeno 150 ml sono in eccesso. In questo momento nei magazzini abbiamo circa 21ml di dosi, di queste, 16 ml anche se non sono scadute non sono aggiornate alle varianti e quindi sono da gettare. Finora il nostro paese ha già scartato 46,8 ml di dosi scadute.

Spenderemo soldi pubblici per qualcosa di cui non abbiamo bisogno e che non useremo: questo l’errore commesso dalla Commissione col terzo contratto Pfizer
Il servizio andrà anche a rivedere l’accordo sui vaccini negoziato da von der Leyen nel 2021, che non convinceva alcuni importanti dirigenti italiani: nelle chat raccolte dalla corposa inchiesta della procura di Bergamo sulla gestione della pandemia emerse che sul contratti per i vaccini Pfizer si navigava al buio. Persino Nicola Magrini dell’Aifa si infuriò su quel contratto perché i dati grezzi non sarebbero stati disponibili prima del dicembre 2024 e Pfizer non si accollava nemmeno i rischi legali in caso di eventi avversi. Comprare a scatola chiusa un medicinale per milioni di persone lo riteneva assurdo: “io non mi faccio prendere in giro su cose come queste” – scrive Magrini in chat a Goffredo Zaccardi ex capo di gabinetto del min. della Salute.

Magrini: “Ritieni che sia normale che i contratti che abbiamo firmato [..] nessuno li abbia letti?”

Zaccardi: “No il ministro ha voluto fare tutto da solo ”

Magrini:“Grazie, capisco meglio ora. No non vi sono tipologie tipo contratti ma manco sto capestro che sembra scritto come una presa in giro per analfabeti con l’anello al naso. . . E sapere chi se ne occupa e come sarebbe il minimo tra di noi del gabinetto ristretto.”

Magrini oggi risponde a Report del contenuto di queste chat: “avevo estratti di un contratto in cui si prevedeva perché non si potesse avere a delle informazioni contenute, come poi è stato, quindi ho espresso un parere personale”.
Una difesa appassionata del tema della trasparenza, la definisce oggi davanti alle telecamere di Report, ma ancora oggi, dalla risposta di Magrini si comprende quanto sia delicata la materia: “se fossi stato coinvolto, avrei potuto quindi chiedere di partecipare se non interferire, sarebbe anche diventato complicato.. i vaccini andavano comprati, velocemente ..”
Non è paradossale che il capo dell’Aifa scopra il contenuto dei contratti dai giornali? “è stato il percorso di conduzione di una emergenza in cui è stata l’Europa a comprare e non le singole agenzie, era sensato che in un momento di emergenza fossero in pochi a decidere, ed è andata bene..”

La scheda del servizio: UNA DOSE DI TROPPO di Giulio Valesini e Cataldo Ciccolella

Collaborazione Goffredo De Pascale, Alessia Pelagaggi

A quattro anni dall’inizio della pandemia Report farà un bilancio su come sono state usate le dosi dei vaccini contro il Covid e quanto ci sono costate quelle che abbiamo gettato. L'Europa ha comprato 4,2 miliardi di dosi, e con la sola Pfizer ha fatto un mega contratto da 1,8 miliardi di dosi nel 2021, quando le negoziazioni erano dominate dal terrore della malattia e dalla minaccia delle varianti. L’Italia, calcolando tutti i vari vaccini sul mercato, ha opzionato ben 381 milioni di dosi di cui una buona parte sono in eccesso. Ma a quantità così grandi non è corrisposto un prezzo vantaggioso. E oggi paghiamo anche le dosi che non useremo. La Ue ha fatto un accordo con Pfizer: una parte delle fiale di troppo già opzionate le spalmeremo nel tempo fino al 2026, le restanti sono state cancellate ma le pagheremo comunque. Report rivelerà dettagli sinora tenuti nascosti sui contratti con Big Pharma e i negoziati con la Commissione Europea.

Che fine ha fatto Astrazeneca?

Non c’è solo la questione aperta con Pfizer, i contratti secretati, le dosi in eccesso, lo sperpero di denaro pubblico. Sul tema dei vaccini c’è poi il capitolo Astrazeneca, con le tante domande rimaste senza risposta.
Nel servizio di Claudia Di Pasquale si racconterà della morte di Augusta Turiaco, 55 anni: si era vaccinata con Astrazeneca il giorno 11 marzo, morì in ospedale il 31 dello stesso mese.

La procura ha riconosciuto il nesso causale tra la vaccinazione e la morte, ma l’indagine per risalire ai responsabili di questo decesso è stata archiviata: così i parenti hanno dovuto fare da soli causa ad Astrazeneca, che però si rifiuta di riconoscere questo nesso.

La scheda del servizio: ASTRAZENECA, UN CASO APERTO di Claudia Di Pasquale,

Collaborazione Giulia Sabella, Lorenzo Vendemiale

Il vaccino Astrazeneca è silenziosamente sparito dai centri vaccinali di tutta Europa, dopo che sono emersi sulla stampa dei rari ma gravi effetti avversi. L'Italia ne aveva comprato 40 milioni di dosi, ne ha somministrato poco più di 12, 10,5 milioni sono scadute, mentre il resto lo ha donato ad altri paesi, soprattutto a medio e basso reddito. Quale impatto ha avuto questa storia sulla multinazionale anglo-svedese Astrazeneca? E sulle famiglie delle vittime? A distanza di tre anni sono tante le domande rimaste irrisolte sulle responsabilità del disastro comunicativo di quei mesi.

La fine della sanità pubblica

Stiamo andando verso un finanziamento della sanità basato su due pilastri – racconta a Report l’ex ministra Rosi Bindi: il pilastro della fiscalità generale con il quale si sostiene tutto il servizio sanitario nazionale, compresi gli stipendi del personale ma compresi anche i trapianti, i grandi interventi chirurgici, l’organizzazione degli ospedali, dei distretti. E poi con un finanziamento che non è meno incisivo per le casse dello Stato, con cui stiamo finanziando le prestazioni private erogate ad una parte di cittadini.
Una privatizzazione del servizio sanitario, un passo alla volta.
Di parere opposto i manager della sanità privata e dei fondi privati, come Massimiliano Nobis presidente di Metasalute: “il paese ha un bisogno, c’è gente che non si cura perché non c’è la risposta del sistema sanitario nazionale” allora siccome il sistema sanitario non da risposte li facciamo curare dalle assicurazioni private?
Forse non sarà la fine della sanità pubblica, ma rischiamo di tornare al sistema delle mutue, dove i libretti sanitari avevano un colore diverso a seconda del lavoro delle persone - come spiega ancora Rosi Bindi - “il pacchetto di prestazioni legato a quel colore [del padre di Rosi Bindi] era inferiore a quello di un dirigente, ma in questo modo si tradisce la Costituzione, perché l’articolo 32 della Costituzione dice chiaramente che la salute è un diritto fondamentale dell’individuo, neanche del cittadino, neanche del lavoratore..”

La scheda del servizio: SANITÀ A FONDO di Marco Maisano

Il nostro sistema sanitario prevede da sempre la presenza dei cosiddetti Fondi Sanitari Integrativi, la cui funzione è, appunto, integrare ciò che il Servizio Sanitario Nazionale non offre: un esempio su tutti le prestazioni odontoiatriche. In cambio lo stato ha sempre garantito a questo settore importanti benefici fiscali. Negli anni i fondi però si sono allargati e oggi offrono pacchetti sanitari "sostitutivi", in concorrenza al SSN. Le grandi assicurazioni se ne sono accorte e hanno scelto di investire in questo mercato, collaborando con i fondi stessi - e godendo quindi dei benefici fiscali - e acquistando al contempo gli ospedali privati. Nasce così di fatto una sanità privata parallela, finanziata in parte dallo stato. Ma dove trovare i pazienti? Oggi i lavoratori obbligati dai contratti collettivi a sottoscrivere un fondo sono 15 milioni. Donne e uomini che di fatto hanno un'assicurazione sanitaria, e che vivono già oggi gli effetti di ciò che sarà: un'Italia con una sanità sempre più privata.

Chi paga i costi della moda?

Oggi la moda gira in modo veloce, racconta la giornalista Lucina Paternesi nell’anteprima del servizio, che parte col ricordo del gioco “giralamoda”: il modello si chiama fast fashion e significa che trascorrono appena 15 giorni da quando lo stilista schizza il bozzetto a quando il capo di abbigliamento diventa acquistabile in negozio.
“E’ come una gara di formula 1” spiega a Report il professor Victor Martinez De Albeniz, ordinario di informatica e tecnologia Iese “ma se analizzi tutti i processi riesci ad accorciare tutte le fasi ..”, oggi le vendite di vestiti sono circa il 400% in più rispetto a 20 anni fa, così come sono triplicate le collezioni, Zara ne propone 24 all’anno, ma anche le altre multinazionali come H&M ne sfornano da 12-16 ogni anno con aggiornamenti settimanali.
L’industria della moda produce miliardi di capi di abbigliamento all’anno – racconta Liv Simpliciano responsabile ricerche Fashion revolution “in effetti oggi abbiamo abbastanza vestiti per vestire 6 generazioni di persone”.

Ma c’è un aspetto negativo sulla sostenibilità di questo modello veloce: lo spiega Greenpeace a Report “Stiamo parlando di un settore che è vorace di materie prime, fa massiccio ricorso di acqua, per produrre una T-Shirt servono più o meno 2700 litri di acqua, quella che ognuno di noi beve in due anni e mezzo. Il solo settore tessile si caratterizza per essere responsabile fino all’8-10% di emissioni di gas serra, più del settore aereo marittimo messi insieme”.


Greenpeace ha monitorato i pacchi che viaggiano per l’industria del “fast fashion” come spedizioni e resi: i 24 pacchi hanno viaggiato per circa 100mila km, in due mesi, 14 sono ancora in giro tra centri di distribuzione o magazzini. I pacchi girano l’Europa utilizzando tanti mezzi di trasporto, dall’Italia hanno girato per Svezia, Portogallo,Irlanda, Polonia e Svizzera.
Ci sono dei pacchi, della catena H&M che sono stati resi in Italia, come quello del test di Report, che ha fatto 2000 km per essere poi rivenduto in Spagna. Perché non è stato rivenduto in un centro commerciale in Italia?


La scheda del servizio: GIRALAMODA di Lucina Paternesi

Collaborazione Giulia Sabella, Tiziana Battisti, Federico Marconi

Dal bozzetto dello stilista al capo di abbigliamento, in stock, acquistabile online o in tutti i negozi del mondo, trascorrono appena 15 giorni. È l'industria del fast fashion che negli ultimi 20 anni ha fatto raddoppiare la produzione e moltiplicare le collezioni. Dopo la pandemia, lo shopping online ha fatto schizzare le vendite, a diminuire è solo il ciclo di vita degli indumenti: buttiamo via i vestiti dopo averli indossati appena una manciata di volte. Il modello di business dell'industria del fast fashion si basa su produzioni low cost e a ciclo continuo. Ma anche su spedizioni e resi gratuiti che spingono il consumatore ad acquistare le novità, viste in vetrina o sui social, senza avere una reale necessità. Tutto è gratis, si paga solo ciò che si tiene. Ma che fine fanno i vestiti che rimandiamo indietro dopo averli provati a casa? Assieme all'unità investigazioni e ricerca di Greenpeace, Report ha provato a seguire i nostri resi, acquistati direttamente dai siti internet delle aziende. Dopo due mesi, i risultati di questa indagine sono allarmanti: quasi centomila chilometri in tutta Europa senza neanche trovare un cliente disposto a comprarli. Quanto è insostenibile il mondo del fast fashion? E, soprattutto, chi paga il costo nascosto dei resi gratuiti?

I costi della moda – le ricadute in Ghana


In Ghana i pescatori dalle reti recuperano capi di vestiti usati, oltre ai pesci che poi finiscono sulle loro tavole: parrucche, magliette, stracci di ogni colore, di tutte le marche, raccolgono più rifiuti che pesci, stracci che si incastrano nelle reti e che costringono i pescatori ad ore di lavoro per pulirle.

Report è andata fino ad Accra, alla grande discarica: una volta non era così, racconta un ragazzo al giornalista, da dieci anni a questa parte i rifiuti sono diventati la parte predominante del paesaggio, sulla vita, la laguna è perduta. Qui le persone vivono tra i rifiuti, cercando la plastica, soprattutto bottiglie, la raccolgono e la vendono alle aziende di riciclaggio. Altri cercano indumenti e rifiuti tessili che possono ancora essere recuperati e venduti in altri villaggi: “sono proprio i rifiuti tessili il vero problema, la montagna più alta è quella dei vestiti usati, ci pascolano anche le mucche perché l’erba cresce anche lassù.”
Di fronte c’è l’ospedale più grande della nazione e quando bruciano i rifiuti si alza un fumo che copre tutto e tutti.


La scheda del servizio: SECONDA MANO di Valerio Cataldi e Alessandro Spinnato

Dal 2023 il Ghana è la discarica più grande al mondo di vestiti usati. Ne arrivano 15 milioni ogni settimana producendo da una parte un filo di economia per la popolazione locale, dall’altra un’immane catastrofe ambientale. Per un Paese di 32 milioni di abitanti rappresenta un mercato importante perché parliamo di 200 milioni di dollari di abbigliamento che vengono importati ogni settimana. Il Ghana spende circa 4 milioni di dollari all'anno per raccogliere ed eliminare i rifiuti. Non ce la fa a smaltire i vestiti, che si usurano nell'ambiente fino a formare la discarica più grande del mondo.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

09 febbraio 2024

L'ombra della solitudine di Paolo Roversi


 

I polsi, il collo sottile e le caviglie stretti in un elaborato intreccio di nodi scorsoi. La donna è bellissima, pelle color latte e capelli biondi raccolti con cura in uno chignon in stile Eva Kant. Nuda e indifesa. Indossa solo un paio di autoreggenti di seta e tacchi alti, ma non si tratta di un gioco erotico. È tortura allo stato puro.

Decimo capitolo della serie dedicato all'investigatore (e hacker) Enrico Radeschi, una sorta di clone letterario (in meglio, in peggio?) dell’autore, nato nella bassa cremonese ma milanese di adozione: già dal titolo si capisce quale sarà il tema al centro della storia, la solitudine per la perdita di una persona che ti sta accanto. Quel dolore che nasce dalla consapevolezza (o a volte per il rifiuto) di un vuoto che non si può accettare: un dolore che, come capiremo meglio una volta arrivati fino in fondo, ha colpito lo stesso Roversi.

Ultimo giorno di febbraio e il Danese è sempre concentrato sul suo dolore. Da parecchio, ormai. Da quando ha scoperto che la figlia, che credeva morta in un attentato, potrebbe essere viva.

Ma partiamo dall’inizio della storia dove incontriamo il nostro cronista di nera nell’attico di proprietà dell’ex socio Diego Furster, che sta condividendo col Danese, l’amico incontrato una vita fa a Cipro e chiamato così non per le sue origini, ma per aver gestito un chiosco di pizze a Christiania. In realtà il suo nome è Christos ed è di origine greca, con un passato da contrabbandiere alle spalle e una complicata missione oggi: ritrovare quella figlia che credeva morta anni prima e che invece sarebbe ancora viva.
Per questo coinvolge l’amico Radeschi in una pericolosa missione al porto di Genova, dove assieme vanno a recuperare un carico di armi. Per fare cosa?

Nel frattempo, mentre Milano è ancora scossa dagli ultimi omicidi frutto della faida interna alle bande criminali straniere, il vicequestore Loris Sebastiani è chiamato ad indagare su un caso di omicidio: una donna è stata uccisa nel suo appartamento in via Foppa.
Assieme all’ispettore Mascaranti e l’agente Carla Rivolta, scoprono nell’appartamento del materiale che fa intendere subito che professione facesse la donna uccisa, come conferma la ragazza che ne ha scoperto il cadavere. Si faceva chiamare VirginiaLove, sui siti di escort, ma il suo nome vero era Amanda. Ed era la ragazza di Enrico.

La donna è stata legata, in modo meticoloso, da un assassino esperto di pratiche BSDM, ma qui non voleva portare la donna alla ricerca del piacere, ma si è trattata solo di una tortura.

Come tutti i cronisti, anche Radeschi arriva sul luogo del delitto, dove si trova di fronte la brutta scoperta:

La escort strangolata è Amanda, la mia Amanda! Anche se, nel mondo oscuro di cui ignoravo l’esistenza, si faceva chiamare VirginiaLove.
Chi era veramente Amanda, la sua ragazza? A lui aveva raccontato di essere una imprenditrice, ma in realtà Enrico sapeva poco della sua vita privata. A dieci anni dalla perdita di Delia, un altra “ombra di solitudine” sta incombendo sulla sua vita.
Controvoglia deve scrivere un pezzo che verrà pubblica sul sito, ma una volta chiuso l’articolo, asettico, non uno dei suoi soliti articoli, l’unica strada che trova per calmare il dolore è quella dell’alcool.

Ma oltre all’alcool servirà anche una bella dose di antidolorifici: spinto dalla voglia di capire qualcosa di più sulla sua Amanda, Enrico entra nell’appartamento di Amanda dove viene aggredito da un ladro che sta mettendo sottosopra l’appartamento.

Ancora non è chiaro cosa cercasse. Un oggetto tanto importante da uccidere Amanda e poi correre addirittura il rischio d’intrufolarsi nella sua abitazione il giorno seguente

Non è un ladro, si tratta probabilmente dell’assassino che, dopo aver frugato nell’appartamento dove Amanda riceveva i suoi clienti come VirginiaLove, è andato a cercarlo nella casa privata.
Ma cosa stava cercando? E, soprattutto, ad ucciderla è stata uno dei suoi clienti?

Come in altre indagini,
anche in questa il vicequestore Sebastiani deve chiedere una consulenza a Radeschi, proprio lui, per raccogliere quelle informazioni che in via ufficiale tarderebbero ad arrivare.
Come le immagini delle telecamere di sicurezza, di cui è piena Milano che, quella mattina, ritraggono solo quattro persone.
Oppure come le ultime telefonate della povera Amanda…
Non c’è solo questa di indagine: la polizia deve indagare anche su un assalto ad un furgone portavalori effettuato da un commando ben addestrato in piena autostrada.
Quattro persone che con estrema sicurezza hanno bloccato il furgone, fatto uscire le guardie e preso il malloppo, qualche centinaio di milioni di euro. Per poi sparire senza lasciare traccia.


L’indagine sulla morte della escort consente agli investigatori e a Radeschi di conoscere quel mondo da vicino: come l’attrazione di alti guadagni attragga molte donne espulse dal mondo del lavoro o costrette ad accettare salari bassi. E, dall’altra parte, chi sono i clienti di queste donne? Imprenditori di successo che in pubblico sono solo buoni padri di famiglia,
professionisti che curano lo stress col sesso a pagamento, persone insospettabili, che non ti aspetteresti mai..

Mi sento svuotato. Non riesco a capire come sia possibile che la donna con cui trascorrevo ogni momento libero avesse una doppia vita, e soprattutto come io abbia potuto non accorgermene.
In questa indagine Radeschi incontra una nuova partner: si tratta di Liz, la figlia della governante della casa dei vicini, una ragazza molto particolare che ha dovuto crescere molto in fretta (scoprirete voi perché) e che si rivelerà un ottimo acquisto per arrivare alla soluzione del caso e scoprire l’assassino e il perché di quel delitto.

Purtroppo non sarà l’unica ombra di solitudine che si abbatterà su Radeschi: si tratta del suo vecchio Labrador Buk che, come Argo con Ulisse, ha aspettato di rivederlo almeno per un istante, prima di morire.

Agli uomini la pietà non è concessa; devono morire inchiodati in un letto a meno che non riescano a farsi trasportare in Svizzera. Non so perché, ma mi viene da ripensare a Duca Lamberti, l’eroe dei romanzi di Scerbanenco, macchiatosi appunto del crimine di eutanasia per aver concesso la pietà di una morte decorosa a una paziente terminale e sofferente.

Capirete, leggendo le note in fondo al libro, quanto siano stati reali i sentimenti espressi nell’ultimo, commovente, capitolo.

Buona lettura!

La scheda del libro sul sito di Marsilio

Il blog dell’autore
I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

04 febbraio 2024

Report – le case pubbliche a Vienna, la ciclovia sul Garda, gli autisti di Sgarbi e le tante DC

QUANDO LA POLITICA È DI CASA di Antonella Cignarale

Nell’anteprima Report si occupa delle politiche abitative a Vienna, mostrando un condiminio convenzionato dove vivono persone di diverse classi sociali, con una piscina a cui tutti possono accedere, un teatro e altre strutture per gli hobby.

Le case costano anche 1000 euro al mese, sono grandi, ma hanno tutto vicino: i contratti di affitto durano tutta la vita, per questo Vienna è considerata la città più vivibile.
Vienna è proprietaria delle case, il comune favorisce le associazioni che costruiscono le case che poi devono affittare a prezzo calmierato, garantendo la manutenzione.

Gli affitti, nonostante il valore alto, sono più bassi rispetto al mercato privato: questa politica sociale, sostenibile ed economica, nasce dai governi socialdemocratici ed è sopravvissuta fino ad oggi.
Il Karl Marz Hof è la casa popolare più lunga di Vienna: dentro c’è una scuola e la lavanderia, attorno c’è la fermata dei mezzi pubblici. È una casa bella, pubblica dove la gente è felice di vivere: gli edifici sono progettati da noti architetti che sono diventate anche attrazione turistica.

Questo modello porta ad una città sicura, non ci sono ghetti, si garantiscono un numero alto di posti di lavoro per la manutenzione e la costruzione: per accedere a queste case pubbliche si deve essere residenti da almeno due anni e ci sono poi dei limiti al reddito legati al numero di persone del nucleo familiare.

Anche gli studenti universitari possono avere una casa pubblica, altro che buchi pagati a caro prezzo (o in nero) come capita agli universitari italiani, costretti a protestare nelle tende.

Una legge federale, a cui tutte le associazioni no profit che costruiscono le case per il pubblico devono assoggettarsi, garantisce un prezzo calmierato per gli affitti: il governo locale mette al centro delle sue politiche il diritto alla casa, almeno due terzi delle nuove costruzioni devono essere dedicate all’edilizia sociale, chi ristruttura alloggi privati con sostegno pubblico deve poi garantire affitti sotto una certa soglia.

Questi alloggi pubblici sono costruiti in tutti i quartieri, per evitare la ghettizzazione di certi strati sociali: un ente pubblico lavora per garantire buoni rapporti per il vicinato, fanno mediazione tra le persone, cercano di portare avanti attività in comune, tutto pagato dalle casse del comune di Vienna.

Per far fronte alla nuova richiesta di case la città di Vienna ha in cantiere nuove costruzioni, dove sono coinvolte anche società private: nei progetti si costruiranno assieme servizi, case private e anche case per alloggi pubblici, che a Vienna costituiscono il 75% del totale costruzioni.

Dimenticatevi le vele di Scampia o il caro affitti di Milano.

LAGO IN CANTIERE – Vista Lago di Rosamaria Aquino

Il ponte sospeso a Costermano nella valle dei Mulini sul Garda non si farà: l’eco sistema unico verrà preservato, grazie al cielo, altri turisti potranno goderselo.
Una speculazione edilizia che la trasmissione di Report ha in parte bloccato: l’opera non è idonea dal punto di vista idrogeologico – racconta il sindaco in un videomessaggio.
Il ponte sarebbe sorto su un terreno franoso: il parcheggio sarà realizzato altrove, racconta a Report il sindaco, su quei terreni c’è stato il no anche della soprintendenza.
Su quei terreni costruiranno impianti sportivi, forse.

Ma attorno al Garda, su altri terreni franosi, stanno costruendo una ciclovia che, per come è costruita, sta costando più di un viadotto: un dirigente della provincia di Trento aveva sollevato dubbi su questi progetti, alla fine dopo le osservazioni, hanno approvato altre opere di sicurezza che hanno portato il costo della ciclovia a 900 ml di euro.

Perché non mantenere la via d’acqua, meno costosa e più sicura? La ciclovia nasce a fianco della strada Gardesana, protetta dai crolli con lunghi tratti coperti, anche la pista per le bici dovrà essere protetta allo stesso modo.
Si è voluto, dal punto di vista politico, creare un effetto gardaland, ovvero creare un progetto che attirasse i turisti: il presidente della provincia di Trento ha scelto di non parlare a Report, né dei rischi e nemmeno dell’incremento dei costi.

Così il 16 dicembre una frana cade sul lago di Garda: il commissario della ciclovia ha spiegato che queste frane sono imprevedibili e che ci saranno opere di mitigazione del rischio.
Ma il gioco vale la candela? Un tratto di questa ciclovia costa come un viadotto autostradale.

C’è poi il problema dei cantieri che stanno spuntando lungo la riviera: le leggi consentono tutte le deroghe a favore dei costruttori, tutti vogliono una casa che si affaccia sul lago.
È stato costruito un albergo su un terreno dove una volta c’erano depositi di attrezzi e campi: il sindaco di Garda ha risolto il problema con una variazione, con un cambio di destinazione d’uso, grazie ad una legge regionale.
Così quello che era un deposito diventa un albergo: una giornalista locale racconta a Report che il sindaco di Garda è stato anche politico in provincia e regione, con Forza Italia, conosce bene le leggi sulle case, “l’hanno fatto tutti, perché non lo potevo fare io?”

Le dimissioni di Sgarbi - Manuele Bonaccorsi

Mi dimetto, anzi no. Dopo l’apertura di tre diverse indagini, tra cui anche una per un furto di un’opera scoperto da Report e dal Fatto Quotidiano, il sottosegretario Sgarbi aveva annunciato le sue dimissioni immediate.
Ma poi, come in tutte le commedie che si rispettano, ha chiarito che deve ancora negoziare col governo.

Poi una inchiesta per un quadro che vale milioni che è stato bloccato fuori dall’Italia: il quadro sarebbe stato pagato in nero da un autista di Sgarbi ad un imprenditore, per diecimila euro.
Un altri autista avrebbe lavorato per Sgarbi, fino a che la patente non gli è stata ritirata: dopo il ritiro della patente all’autista sarebbe stato proposto un ruolo di assessore al comune di Salemi, nell’antimafia.

È un autista l’autore delle mail inviate al ministero sugli eventi a cui Sgarbi avrebbe partecipato, chiedendo un pagamento. C’era un tariffario per Sgarbi – racconta oggi De Caterino: spettacoli, presentazioni di libri, eventi vari, nulla sfuggiva al sottosegretario, ma questo violava la legge Frattini. Così l’antitrust ha deciso che Sgarbi era in conflitto di interessi.
A volte il pagamento avveniva in nero, che in ogni caso riguardava importi non inferiori a 3000 euro, per non “svenderne il valore”..

SCUDI INCROCIATI di Luca Bertazzoni

Nell’inchiesta sulle tante DC, Report ha trovato un “vecchio amico”, Salvatore Baiardo, l’imprenditore che aveva curato la latitanza di Matteo Messina Denaro.
Un racconto fatto al giornalista Mondani che legava assieme i Graviano, le bombe scoppiate in Italia nel 1992 -93, i finanziamenti che dai Graviano sarebbero arrivati a Berlusconi.
Oggi Baiardo ha aderito alla Democrazia Cristiana di Angelo Sandri (e non a Forza Italia),
ma il segretario non ne conosceva la storia “è una vicenda che andra approfondita .. perché guardate la mia pagliuzza e non guardata la trave di Cuffaro” risponde a Report.
Ma cosa può portare Baiardo a questa DC?
Baiardo aveva messo in piedi il suo movimento, ma era un impegno oneroso, dunque ha deciso di aderire alla Democrazia Cristiana, quella di Sandri: l’idea di candidarsi con Forza Italia nemmeno l’ha presa in considerazione.
Nel gennaio 1994 il segretario Martinazzoli cambiò nome al partito ritirando fuori il vecchio nome, Partito Popolare, per rinnovare la DC dopo le condanne dell’inchiesta Tangentopoli.
Martinazzoli non ha convocato un congresso per cambiare nome e per questo il simbolo e il nome DC non sono morti, tecnicamente: tanti soggetti politici oggi si contendono nome e simbolo, tutti si ritengono gli eredi del partito di De Gasperi, Moro e Andreotti.

Mario Tassone è stato deputato DC dal 1976, nella sede di piazza del Gesù ha lavorato per anni: il patrimonio della Dc era di circa 500 proprietà, ma dopo Tangentopoli e i debiti accumulati, molti di questi sono stati venduti.
Palazzo Sturzo, per esempio, è finito nelle mani di un imprenditore romano, che ha saputo suonare alla porta giusta, quella del commercialista Signori a cui il Partito Popolare aveva affidato i beni del partito.
Alla fine le società dell’imprenditore vanno in bancarotta e il palazzo rimane nelle proprietà della banca.

120 immobili della DC sono stati acquistati da un altro imprenditore friulano, pagandoli 15mila euro l’una: tra queste una villa della Camilluccia, che era la scuola politica del partito.
La sede di Catanzaro è stata comprata dall’UDC dall’onorevole Tassone assieme ad un altro collega di partito:
il palazzo verrà dato ad una fondazione, assicura l’ex DC a Report.
La società dell’imprenditore friulano è poi fallita.

Quante DC esistono oggi? C’è quella di Angelo Sandri, dell’avvocato Cirillo, di Franco De Simoni, la DC nuova di Totò Cuffaro e poi la DC di Rotondi.
In totale sono censite 120 associazioni che si richiamano al nome DC: ma oggi questi partitini non hanno nulla a che fare con la vecchia DC racconta Cirino Pomicino.
Ma quanto vale il nome della DC oggi? Un grande centro potrebbe valere valore da 6-8 anche 10%, come usato garantito.

La DC non è mai morta, così sentenzia la Cassazione nel 2010: dal Partito Popolare (come lo aveva rinominato Martinazzoli, ultimo segretario della DC) sono nati per scissione tanti partitini, ciascuno coi suoi segretari e congressi.
Tutti in lite tra loro per l’utilizzo di quel simbolo, lo scudo crociato. Tutti si appigliano a cavilli giuridici.

Rotondi si è presentato alle elezioni con una lista associata a Fratelli d’Italia: per statuto Rotondi non avrebbe dovuto presentarsi con liste collegate ad altri partiti, ma lui è il segretario. Anche Rotondi ha diffidato gli altri segretari dall’usare quel simbolo: il suo avversario più pericoloso è Cuffaro.
Scontata la condanna per favoreggiamento alla mafia, l’ex presidente Cuffaro è tornato a fare attivamente politica, sebbene non si ricandiderà.

Forza Italia ha messo il veto, la deputata Dalla Chiesa ha parlato di voti discutibili che Forza Italia rigetta: ma è una posizione ipocrita visto che in regione i due partiti stanno assieme.
Anche Cuffaro ha presentato ricorsi contro le altre DC: ma una ordinanza del tribunale di Roma ne ha rigettata una, ritenendo che il suo partito non abbia niente a che fare con la vecchia DC.

Nel frattempo Rotondi ha cambiato simbolo al suo partito, che oggi usa la balena bianca.

Anteprima Report – gli scudi incrociati, i cantieri sul lago, le case a Vienna, l’anello in Puglia

Sono tutti eredi della DC, così si sentono i partitini di centro. Ma quante Democrazia Cristiana ci sono in Italia? Tutto nasce da un errore tecnico dietro lo scioglimento del partito.

Poi altri servizi, dalla pista sul lago di Garda, una pista della Porsche in Puglia e le politiche abitative a Vienna. Ranucci ha anticipato anche un nuovo servizio sull’ex sottosegretario Sgarbi, sull’uso disinvolto che avrebbe fatto dei suoi autisti.

Gli eredi della DC

Moriremo tutti democristiani – si diceva una volta. La DC, come partito di massa non c’è più, ma tanti sono i politici che se ne sentono gli eredi ma, come racconterà il servizio di Bertazzoni, sono tanti anche i partiti col simbolo della scudo crociato.

A trent’anni dalla fine del partito, siamo passati da De Gasperi, Andreotti, Moro ai partitini di Cirillo, De Simone, Sandri, Rotondi e Cuffaro.

Nel febbraio del 2023 si è tenuto un congresso della Democrazia Cristiana che ha nominato segretario Antonio Cirillo: “ci sono voluti quandi 30 anni, ma si può dire ufficialmente che oggi la DC è tornata al suo splendore ..”
C’è la DC di Angelo Sandri, anche qui compare lo scudo crociato, “la DC quella vera è questa qua..”.
Anche Franco De Simone usa nel suo partito il nome “Democrazia Cristiana”: come hanno deciso i giudici, hanno proseguito il cammino della vecchia DC.
E poi c’è la Democrazia Cristiana “nuova” (che tanto nuova non sembra) di Totò Cuffaro: “nuova per dare il segnale della novità, ma il partito è unico”.
Infine la DC di Gianfranco Rotondi: “è un simbolo che abbiamo presentato 20 anni fa, Democrazia Cristiana, abbiamo aggiunto con Rotondi per una ragione perché sono censite 120 associazioni che si chiamano Democrazia Cristiana”.
L’oggetto del contenzioso, tra questi partiti-associazioni è il nome, come racconta Cuffaro
(l’ex presidente di regione condannato per favoreggiamento alla mafia e ora rientrato in politica), tutti lo rivendicano e nessuno degli attori politici intende mettersi assieme.
In Sicilia il simbolo DC vale 150mila voti, i voti presi alle passate regionali. Sandri il grande centro lo vorrebbe anche fare, da Renzi a Cuffaro, potrebbe prendere voti da quel 60% di elettori che non va a votare, l’usato sicuro potrebbe prendere dal 6 all’8% di voti.



Quanto vale la DC? Sono 5 consiglieri comunali a Palermo, 5 consiglieri regionali e due assessori – risponde Cuffaro: in regione la sua nuova DC governa con Schifani ma alle Europee Forza Italia non li vuole in coalizione, “la verità è che non ci vogliono perché noi prendiamo il seggio, non perché ci sia io..”.
La deputata Dalla Chiesa ha spiegato che non vogliono voti inquinati (loro, il partito di Dell’Utri, il partito di Berlusconi): “non accetto il giudizio sui voti inquinati, perché sono voti di tante persone perbene” risponde l’ex presidente, che non manca di sottolineare l’ipocrisia del ragionamento della figlia del generale ucciso dalla mafia, visto che la nuova DC governa assieme a Forza Italia in regione.

Con la fine dell’interdizione perpetua Cuffaro potrebbe candidarsi ma a Report racconta che non lo farà, “una scelta personale per non mettere il mio nome all’attenzione di chi potrebbe votarmi”. Anche questo un ragionamento un po’ ipocrita, perché tutti sanno che la nuova DC è il partito anche di Cuffaro.

Saul Caia sul Fatto Quotidiano da una anticipazione del servizio:

“Tra i primi iscritti di B., ora punto al centro”. Baiardo, ma non solo: ecco le 120 nuove Dc

DI SAUL CAIA

Era la persona più attesa al congresso romano della Democrazia Cristina targata Angelo Sandri. Ma alla fine Salvatore Baiardo non si è presentato. “Guardi, purtroppo sono con 39 e mezzo di febbre ancora qui a Palermo e non potevo essere presente”, dice Baiardo al giornalista Luca Bertazzoni di Report che, nella puntata che andrà in onda stasera su Rai Tre, ricostruisce la frammentazione e la querelle intestina alla balena bianca. Ben “120 associazioni e vari partiti con il nome: Democrazia Cristiana”, si proclamano tutti discendenti originali del partito di don Luigi Sturzo, a partire da Gianfranco Rotondi, passando per Antonio Cirillo, Franco Simoni, Totò Cuffaro e infine Sandri. Proprio in quest’ultima, come aveva raccontato Il Fatto, Baiardo ha annunciando, tra social e TikTok, il suo imminente tesseramento e la sua candidatura alle europee.

Sull’ex gelataio di Omegna però pesa il passato in odor di mafia. Condannato per aver curato la latitanza dei fratelli Filippo Giuseppe Graviano, i boss palermitani delle stragi 1992-1993, tora alla ribalta a novembre 2022 quando in tv “predice” il possibile l’arresto di Matteo Messina Denaro in tv. Fino alla recente inchiesta di Firenze che lo vede indagato per calunnia ai danni di Massimo Giletti, ex conduttore di Non è l’Arena, per la presunta foto che ritrarrebbe Giuseppe Graviano, l’ex generale Francesco Delfino e Silvio Berlusconi. “Eh no. Andrà approfondita e prenderemo buona nota”, glissa Sandri a Report. 

La scheda del servizio SCUDI INCROCIATI di Luca Bertazzoni

Collaborazione Marzia Amico

Il 18 gennaio del 1994, nel pieno dello scandalo di Tangentopoli, il segretario della Democrazia Cristiana Mino Martinazzoli cambia il nome al partito, si torna all'originale Partito Popolare Italiano fondato da Don Luigi Sturzo. Molti però interpretano questo atto come uno scioglimento della Democrazia Cristiana, ma in realtà è un cambio di nome fatto però in maniera errata perché è mancato un congresso per sancirlo. Negli anni successivi è nata una guerra infinita a colpi di carte bollate, cause e ricorsi per contendersi il nome del partito ed il suo simbolo, il famoso scudo crociato: ad oggi esistono circa 120 associazioni che si rifanno alla Democrazia Cristiana. Questa l’eredità politica e morale del partito fondato da De Gasperi, ma Report racconta anche il mistero dei 500 immobili della Democrazia Cristiana che sono stati venduti per ripianare i debiti del partito.

La repubblica che non tutela l’ambiente

Prima o poi dovremo fare i conti con le forme di turismo che non rispettano l’ambiente, che non sono sostenibili, che spremono il limone fino a che non ha più succo da dare.
Report torna sul lago di Garda, a Costermano: non si farà più il ponte sospeso, con grande dispiacere del sindaco. Ma per i 25 ml di turisti l’anno che vogliono passeggiare lungo le rive del lago è pronto un progetto che abbraccia tutte e tre le regioni che si affacciano su di esso: una ciclovia, “non la ciclovia più bella di Italia” come viene mostrata nelle brochure o nelle riviste patinate – racconta a Report la presidente di Italia Nostra di Trento Manuela Baldracchi “è una sorta di serpente metallico che si aggrappa alla roccia, ha un parapetto e soprattutto degli elementi di sostegno che si infilano nella roccia per metri e metri per sostenerla”.

Le falesie, su cui la pista si appoggia, sono spesso oggetto di crolli: Report ha cercato di incontrare i referenti politici di questa ciclovia, con poco successo. Anche perché, oltre al rischio crolli, i costi dell’opera sono aumentati.
I bikers che battono il lago di Garda sulla salita di Torri del Benaco da qualche anno oltre al panorama si “godono” anche tutti i cantieri spuntati, come i resort a 5 stelle che stanno cementificando la zona e su cui sta indagando la procura di Verona.


In cima alla collina di Albisano campeggia un enorme costruzione, Cape of Senses, una struttura a 5 stelle con un meraviglioso affaccio sul lago: il servizio di Report mostra come i cantieri arrivano fino a ridosso della strada percorsa dalle bici, “nel momento in cui ci fossero forti precipitazioni come si comporterebbe la montagna, cosa rilascia giù nella zona costiera?” - si chiede una guida intervistata nel servizio.

La scheda del servizio: LAGO IN CANTIERE di Rosamaria Aquino

Collaborazione Marzia Amico

Siamo tornati sul lago di Garda che negli ultimi anni è tutto un fiorire di cantieri edili. Il ponte sospeso di Costermano sul Garda non si farà più, perché le caratteristiche geomorfologiche dell’area non sono ideali, come avevamo documentato già all’inizio della nostra inchiesta. Dove avrebbe dovuto essere costruito, il terreno è fragile, così come è fragile quello che costeggia il resto del lago, dove a cavallo tra la fine e l’inizio dell’anno si sono registrate due grosse frane. Tuttavia, va avanti il progetto di una ciclovia, che dovrebbe abbracciare tutte e tre le regioni intorno al Garda. In alcuni tratti la struttura sarà pensile e arriverà a costare quanto un viadotto autostradale. E con i biker abbiamo percorso la collina di Albisano, a Torri del Benaco (Vr), dove le strade sono cantieri aperti, se ne contano a decine lungo la salita che conduce alla mega struttura di lusso da quasi 13mila metri cubi di volume, il cui iter autorizzativo è stato oggetto di un aspro contenzioso tra il Comune e la Soprintendenza e ora è sotto la lente della magistratura. Le ditte che acquistano i terreni o costruiscono le case su cui aumentare le volumetrie grazie alla legge del Piano casa, sono quasi tutte dell’Alto Adige, perché il lago è diventato la nuova frontiera dell’edilizia. Parleremo di cooperative che, col sogno di una casa sul lago per i soci, acquistarono terreni su aree vincolate e vendettero a società bolzanine per rientrare degli investimenti, e di resort di lusso costruiti persino su terreni agricoli.

La pista della Porsche nel Salento

In Italia la libera iniziativa dell’impresa provata è consentita a patto che non sia in contrasto in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla salute, all'ambiente, alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.

Spesso a prevalere è l’interesse privato, specie se il privato è potente e può usare l’arma del ricatto del lavoro.

Il servizio di Chiara De Luca racconterà una storia dove l’interesse privato di una grande casa costruttrice sembra andare contro l’interesse comune (che è la tutela dell’ambiente).

La scheda del servizio: I SIGNORI DELL’ANELLO di Chiara De Luca

Collaborazione Eva Georganopoulou

In Puglia, in pieno Salento, tra i comuni di Nardò e Porto Cesareo, perfettamente disegnata e scolpita nel terreno c’è la pista di collaudo a forma di anello lunga quasi 13 km di proprietà del gruppo Porsche. La pista fu costruita negli anni '70 dalla Fiat che nel 1999 decide di cederla. Una struttura importante che crea un indotto di circa 10 milioni di euro.

La convivenza con la popolazione salentina è stata serena fino a quando la Porsche ha deciso di volere attuare un progetto di ampliamento del circuito volto a modernizzare le piste già esistenti e soprattutto a crearne altre.

Per realizzare il progetto però sarà abbattuto un sito di importanza comunitaria in cui sono presenti due habitat prioritari. Ma come si possono coniugare interessi dei singoli privati con interessi della collettività?

Le politiche per la casa a Vienna

Un esempio di politiche abitative che i nostri sindaci, magari a Milano, potrebbero imitare: quello di Vienna, dove l’amministrazione ha come compito quello di aiutare i cittadini a trovare casa per un affitto sostenibile. Sostenibile per tutti, non solo per i privati.

La scheda del servizio: QUANDO LA POLITICA È DI CASA di Antonella Cignarale

Collaborazione Paola Gottardi

L’innalzamento dei costi degli affitti continua a correre, ma a Vienna non alla stessa velocità di altre capitali europee. A contenere i costi del mercato immobiliare c’è una politica abitativa lunga un secolo. Dal 1923 l’obiettivo della Città di Vienna è costruire case, fittarle senza generare profitto, ma coprendo i costi di mantenimento degli edifici. Tutti contribuiscono a finanziare questo sistema con le proprie tasse. Oggi, circa il 60% dei residenti a Vienna vive in una delle 220.000 unità abitative comunali o in uno dei 200.000 appartamenti costruiti, con sovvenzioni comunali, dalle cosiddette Gemeinnützige Bauvereinigungen (GB), le Associazioni edili a scopo di lucro limitato. L’affitto di una casa municipale a Vienna può costare 6,67 euro al mq, escluse le tasse, e un appartamento di 50 mq può costare meno di 600 euro, comprese le spese di manutenzione dell’edificio. Poi il contratto d’affitto non scade mai. La sostenibilità sociale è il principale pilastro della politica abitativa viennese.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

03 febbraio 2024

Pesci piccoli, di Alessandro Robecchi

 

I poveri ci vuol poco a farli comparir birboni

Alessandro Manzoni – I promessi sposi

Aveva contato le banconote stropicciandole tra le mani. Sei da cinquanta, due da dieci, una vecchia consumata, lisa, così insulsa che sembrava già spesa.
«Tutto qui?»
«
Perché, manca qualcosa?»
Lui aveva avviato il motore con uno strappo della frizione, e poi via fuori da via Brivio, verso il centro con deviazioni sul percorso per raccogliere le altre.
Le 5 e mezza.
Se non avete mai visto la luce delle cinque e mezza, a Milano in primavera, non potete dire niente di questa città, e forse nemmeno di questo mondo.

La serie dei romanzi di Monterossi è arrivata a dieci anni: partito con uno stile molto vivace e ricco di houmor , romanzo dopo romanzo lo sguardo sulla città di Milano e sulle distanze sociale sempre più ampie, sulla ingiustizie dentro una città che è stata raccontata come “the land of opportunity”, dove basta rimboccarsi le maniche e i risultati arrivano, han trasformato le storie in qualcosa di più del classico giallo, con tante battute (sulla polizia con pc dell’età giurassica).

Possiamo chiamarlo giallo sociale, una delle tante vie, forse la migliore, per raccontare cosa è diventata questa città, cosa siamo diventati noi.

Certo, il punto di vista è molto particolare: protagonista delle storie è Carlo Monterossi, produttore televisivo famoso, inventore della trasmissione della diva Flora de Pisis dove si mandano in onda tutte le storie del “popolino”, quelle che piacciono alla gente e fanno audience (dunque soldi, anche se per pochi). Corna, gente che viene sedotta e abbandonata..
La grande montagna di merda, così la definisce il suo inventore, Monterossi, che pur ne gode i benefici: da una parte questo mondo di gente semplice che cerca nella televisione, anche a costo di raccontare i fatti propri (seppur “pettinati” dagli sceneggiatori televisivi), cerca il suo momento di gloria con la televisione.

Ma c’è un mondo dall’altra parte. Quello delle persone che esistono sebbene non le vediamo mai, come Teresa, una delle tante addette alla pulizia per i grandi open space e uffici della Milano che non sta mai con le mani in mano. Sveglia alle 5, due ore di lavoro per un salario, per tre ore al giorno di lavoro, pagato in nero. E pure sempre meno, perché, come hanno spiegato al capo di Teresa dalla grande azienda che progetta grandi opere in tutto il mondo:

«Contratto nuovo, venti per cento in meno. Prendere o lasciare. Erano 30.000 all'anno adesso sono 24, mi hanno detto: per trovare quattro indios che lo fanno per 20 basta fare un fischio, ma noi ci teniamo alle apparenze.»

In una sola frase il disprezzo per il lavoro altrui e un pizzico di razzismo che non fa mai male e fa tanto pendant di questi tempi.

Ma una sera, a Teresa capita un qualcosa che potrebbe cambiare la sua vita.

Al termine del giro di pulizie, mentre scorge un ladro che sta scappando dagli uffici, si imbatte in un sacchetto lasciato lungo le scale.

Però già quando in mezzo al cortile, si accorge che sembra pesante. Ci guarda dentro, ci sono tre buste chiuse, nuove, non sembra roba da buttare. Rimane davanti ai bidoni, perplessa.
Lascia il suo sacco e tiene quell'altro in mano. Poi, con un gesto deciso, come se fosse la risposta a qualche domanda che le è passata per la testa, lo infila nella sua borsa, sotto il golfino leggero che porta sempre con sé ..

Dentro ci sono una busta di soldi, dei documenti in inglese e una chiave USB. Sono tanti soldi, ottanta mesi di lavoro, 6 o 7 anni di pavimenti, polvere stracci cessi da pulire: ma sono soldi che la lasciano in una situazione di tensione, preda di due desideri opposti, da una parte denunciare all’azienda quei soldi, dall’altra tenerseli, soldi da usare per cambiare finalmente quella vita sempre uguale, sempre di corsa, sempre in lotta.

Anche il nostro Carlo Monterossi è alle prese con un bel problema: da una parte non riesce a non staccarsi dalla “grande fabbrica della merda”, dall’altra non riesce più a digerire quell’esposizione del gossip, della volgarità, cose che metterebbero in imbarazzo la gente normale.

Questa volta tocca ad un crocefisso miracoloso: in un paesino nel pavese un non prete che tutti chiamano però don Vincenzo, è diventato famoso per le sue prediche davanti a fedeli (ma dobbiamo chiamarli così), gente bisognosa di credere in qualcosa, per dimenticarsi delle grame della vita.

Il non prete si accompagna ad una ex pornostar, oggi redenta sulla retta via e ad un crocifisso che, nel corso delle sue prediche si illumina. Ci sarebbero anche testimonianze di miracoli..
Eccola la nuova storia per Flora.

Ma Carlo, con la sua “Sistemi Integrati”, è chiamata anche a risolvere il caso della IGO, la grande azienda italiana di grandi opere (dove lavora Teresa), che ha subito un furto ma non intende denunciarlo alla polizia. Meglio rivolgersi a gente discreta come questa agenzia, che non fa troppo rumore. Ma si tratta di una inchiesta strana: l’azienda sta costruendo una diga in Africa (le sue bandierine riempiono tanti paesi sulla cartina geografica), ha a che fare con ministeri, paesi stranieri, in contesti anche difficili. Eppure la sicurezza nella sede milanese sembra molto al di sotto degli standard. E poi, come mai non vuole denunciare il furto?

Carlo invece tace, sembra pensoso, addirittura distratto. La storia della IGO, delle dighe in giro per il mondo, del furto troppo facile, non gli piace per niente. Se sta lì con i suoi amici, disposto addirittura a farsi presentare come avvocato - e perché non pedofilo o satanista? - e perché quel gioco della Sistemi Integrati gli permette di guardare il mondo da un'altra angolazione. Le vite pettinate che Flora mette in scena, l’iperrealismo, la finzione grottesca della TV con cui lui stesso ha contribuito a insozzare il paese, gli danno la nausea, invece le investigazioni, le indagini, gli permettono di vedere vite e persone così come sono, vere, sporche, banali, nella loro semplicità degradata e corrotta, certo ma vera. Viva.
Ma qui, si dice ora, cosa c'è da vedere? Niente. Un gioco enorme di interessi, intrecci, soldi, ministeri, forse servizi, italiani o stranieri, appalti, accordi sopra e sottobanco. È una storia senza vite intorno, non lo entusiasma, non gli interessa.

E Ghezzi? E Carella? Che fine hanno fatto i due poliziotti da strada le cui indagini si sono spesso incrociate con quelle della banda Monterossi (l’ex poliziotta Cirrielli e Oscar Falcone)?

Sono stati messi a chiudere dei fascicoli che si sono accumulati sulla scrivania del dirigente: sono piccoli casi, denunce della brava gente che non ne può più della vicina che riceve gente strana a tutte le ore, dell’amministratore di condominio che è sparito, dell’egiziano che svuota le cantine.. storie di “pesci piccoli”, denunce senza nemmeno un vero reato a volte. Gente che, nella miseria, cerca di arrangiarsi come può: “è solo merda da spalare”, dice Ghezzi al compagno, a cui rode non doversi occupare di pesci più grandi, ma bisogna dare una risposta alle richieste di giustizia del popolo, non potendo catturare i grandi ladri, rimangono solo loro, i pesci piccoli.
pesci piccoli

«Prendiamo solo dei poveracci, questo almeno lo vedi, no? Gente che fa una vita di merda e che cerca qualche scorciatoia per uscire un po’ dal fango e si ritrova ad affondare ancora di più, hai presente? Ecco, quella gente lì»

Ma ci sono anche altri pesci piccoli: sono i consumatori della tele-pornografia che inonda l’etere con la trasmissione di Flora. Anche loro, come i pesciolini dell’acquario col mangime, si attirano in superficie con poco: un po’ di suggestione, il finto miracolo (se non il vero e proprio raggiro, come in questa storia del crocifisso magico), le pruderie dei tradimenti confidati a milioni di italiani in prima serata. Tutto per lo chef.

Il romanzo prosegue su due piani: da una parte abbiamo le indagini di Carella e Ghezzi che ci raccontano di questo mondo di povera gente, che sparisce nella coreografia della rande Milano a cui non lascia scampo per sopravvivere (signora mia, dove andremo a finire con tutti questi furti)

La cosa suonava sordida ma anche normale in modo deprimente. La signora su di sopra, col marito a letto da due anni, campavano si sa come, un po' come tanti lì dentro, sei piani di loculi messi male, freddi d'inverno, caldi d'estate pieni di vecchi, servono un sacco di perdenti per tener vivo il mito della città vincente

Dall’altra parte c’è il racconto sul furto alla Igo e l’indagine della Sistemi Integrati grazie a cui, per un caso, Carlo si trova a soccorrere proprio Teresa, la donna delle pulizie con tanta voglia di cambiare vita. Ecco, questo incontro per Carlo è una boccata d’aria, come un tornare alla vita vera, quella delle persone che faticano tutti i giorni senza poter coltivare alcuna ambizione.

Carlo vede qualcosa in questa donna, su cui dovrebbe in teoria indagare, in quanto collegata al furto: qualcosa in quegli occhi marroni che, quando lei sorride, sembrano cambiare colorealtro che crocifisso a intermittenza, ha pensato Carlo, qui abbiamo un altro miracolo”.

Dietro questa indagine troviamo, messi uno a fianco all’altro, i pesci piccoli come Teresa che pensa di poter cambiare vita con quei soldi trovati dentro un sacco (perché, i poveri non possono avere queste ambizioni?), dall’altra i grandi predatori. I ladri di stato si sarebbe detto.

Carlo Monterossi, che vuole sempre guardare le vite degli altri, si ritrova nel mezzo, con una voglia di far giustizia come il prode Lancillotto: glielo rinfaccia l’amica Bianca Ballesi, aggiungendo che è un Lancillotto un pochetto ipocrita, perché quel ruolo di salvatore di Teresa se lo può permettere per i soldi che ha fatto proprio con quella televisione lì.

Pesci piccoli è un giallo senza omicidi, senza morti, solo quel furto anomalo (i cui intrecci saranno chiari solo alla fine). C’è la società di oggi, divisa in classi chiuse e con tanta puzza sotto il naso. E anche tanta voglia di rivincita, di una vita migliore, anche passando da una forma di giustizia poco rispettosa delle leggi.

Perché c’è tanta gente disperata là fuori: “È già tanto che non vengano ad impiccarci tutti” si trova a pensare Monterossi nel calduccio del suo appartamento.

I'm going out of my mind, oh, oh
With a pain that stops and starts
Like a corkscrew to my heart
Ever since we've been apart
Bob Dylan – You’re a big girl now

La scheda del libro sul sito di Sellerio

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