La giustizia non permette nulla di tutto questo: richiede isolamento, vuole più dolore che collera, prescrive che ci si astenga il più possibile dal mettersi in vista.
Quanto più lo si ascoltava, tanto più era evidente che la sua incapacità di esprimersi era strettamente legata ad un’incapacità di pensare dal punto di vista di qualcun altro. Comunicare con lui era impossibile, non perché mentiva, ma perché le sue parole e la presenza degli altri, e quindi la realtà in quanto tale, non lo toccavano.
“Da una vita monotona e insignificante era piombato di colpo nella “storia” , cioè, secondo la sua concezione, in un “movimento” che non si arrestava mai e in cui una persona come lui – un fallito sia agli occhi del suo ceto e della sua famiglia che agli occhi propri – poteva ricominciare da zero e far carriera”.
L'arresto illegale di Eichmann era giustificabile (e così fu infatti giustificato agli occhi del mondo) solamente perché già si sapeva come si sarebbe concluso il processo.Qui però si vide che il ruolo a lui attribuito nella soluzione finale era stato grandemente esagerato - un po' per le sue vanterie , un po' perché a Norimberga e in altri processi i criminali di guerra avevano cercato di scaricare su di lui le colpe, e molto perché i funzionari ebraici avevano avuto rapporti quasi esclusivamente con lui, essendo egli l'unico funzionario tedesco "esperto in affari ebraici".Per colpa della sua memoria (che ricordava episodi banali, ma non le tappe fondamentali della pianificazione dello sterminio) Eichmann, non riuscì a discolparsi (ne avrebbe potuto farlo del tutto) sui capi di imputazione che l'accusa gli imputò:
“Da alcune occasionali menzogne [i giudici] preferirono concludere che egli era fondamentalmente un “bugiardo” – e così trascurarono il più importante problema morale e anche giuridico di tutto il caso. Essi partivano dal presupposto che l’imputato, come tutte le persone “normali”, avesse agito ben sapendo di commettere dei crimini; e in effetti Eichmann era normale nel senso che “non era una eccezione tra i tedeschi della Germania nazista”, ma sotto il Terzo Reich soltanto le eccezioni potevano comportarsi in maniera “normale”. Questa semplice verità pose i giudici di fronte ad un dilemma insolubile, e a cui tuttavia non ci si poteva sottrarre”.
“Il fatto è che Eichmann non vide molto. È vero, egli visitò più volte Auschwitz, il più grande e il più famoso dei campi della morte, ma Auschwitz, che si trovava nell’Alta Slesia e che si estendeva per una superficie di quasi trenta chilometri quadrati, non era soltanto un campo di sterminio: era una gigantesca industria e contava fino a centomila ospiti, dove tutti i tipi di prigionieri erano rappresentati, anche i non ebrei e i forzati non destinati alla morte per gas. Era facile evitar di vedere gli impianti di sterminio..”.
Dappertutto, nell’operazione di sterminio, i tedeschi si erano serviti di Sonderkommando ebraici, cioè di “unità speciali” che avevano commesso atti criminosi “al fine di salvarsi dal pericolo immediato di morte”, e i Consigli degli anziani ebraici avevano collaborato perché speravano di “sventare conseguenze più gravi di quelle concretamente verificatesi”.
La conclusione cui giunse la corte fu che non fosse vero che non ci si poteva sottrarre all'ordine, perché si rischiava la corte marziale:
“Una volta egli disse che l’unica alternativa sarebbe stata per lui il suicidio; ma questa era una menzogna, poiché noi sappiamo che elementi delle squadre di sterminio lasciavano quel lavoro con stupefacente facilità, senza gravi conseguenze per la propria persona”.
“Il coraggio di molti di loro fu ammirevole, ma non fu ispirato da sdegno morale o dal rimorso per le sofferenze inflitte ad altri esseri umani; essi furono mossi quasi esclusivamente dalla certezza che ormai la sconfitta e la rovina della Germania erano inevitabili”.
“L’ordine dato da Himmler nell’autunno del 1944 di sospendere lo sterminio e di smantellare gli impianti dei campi della morte, fu dovuto al fatto che egli era assurdamente ma sinceramente convinto che le potenze alleate avrebbero saputo apprezzare e ricompensare questo gesto”.
Il contrasto tra l'eroismo del nuovo Israele e la rassegnata sottomissione con cui gli ebrei andavano a morte (arrivando puntuali ai centri di smistamento, recandosi con i ropri piedi ai luoghi di esecuzione, scavandosi la fossa con le proprie mani, spogliandosi da sé e ammucchiabdo in bell'ordin le vesti, ditendendosi l'uno accanto all'altro per essere uccisi) sembrava un buon argomento, e il pubblico ministero, cercando di sfruttando al massimo, si reoccupò do chiedere a tutti i testimoni: "Perché non protestavate? Perché salivate sui treni? .."Non stiamo parlando dei Sonderkommando, gli ebrei che si occupavano dell'accoglienza degli ingressi nei campi di sterminio, affinché non ci fossero “problemi”, intoppi nel processo di morte.
Erano coloro che, in cambio di pochi privilegi, dovevano convincere che dalle docce sarebbe scesa acqua, che avrebbero poi cremato i corpi, recuperandone tutto ciò che si poteva dai corpi. Illuminante, in proposito il film “La zona grigia” di Tim Blake Nelson.
“Eichmann o i suoi uomini comunicavano ai Consigli ebraici degli Anziani quanti ebrei occorrevano per formare un convoglio, e quelli preparavano gli elenchi delle persone da deportare. E gli ebrei si facevano registrare, riempivano innumerevoli moduli , rispondevano a pagine e pagine di questionari riguardanti i loro beni, in modo da agevolarne il sequestro; poi si radunavano nei centri di raccolta e salivano sui treni. I pochi che cercavano di nascondersi o di scappare venivano ricercati da uno speciale corpo di polizia ebraico. A quanto constava ad Eichmann, nessuno protestava, nessuno si rifiutava di collaborare [..] “qui la gente parte continuamente, diretta verso la propria tomba”, disse un osservatore ebraico a Berlino nel 1943”.Non fu una collaborazione forzata (i sonderkommando erano liquidati ogni quattro e rimpiazzati da altri detenuti), ma bensì queste strutture (fortemente volute da Eichmann) resero possibile lo sterminio, giorno dopo giorno, senza intoppi burocratici:
“Senza l’aiuto degli ebrei nel lavoro amministrativo e poliziesco (il rastrellamento finale degli ebrei a Berlino, come abbiamo accennato, fu effettuato esclusivamente da poliziotti ebraici), o ci sarebbe stato il caos completo oppure i tedeschi avrebbero dovuto distogliere troppi uomini dal fronte.[..]È per questo che l’insediamento di governi fantoccio nei territori occupati fu sempre accompagnato dalla creazione di un ufficio centrale ebraico e, come vedremo più avanti, dove i nazisti non riuscirono a insediare un governo fantoccio, neppure riuscirono a ottenere la collaborazione degli ebrei”.
“La verità vera era che se il popolo ebraico fosse stato realmente disorganizzato e senza capi, dappertutto ci sarebbe stato il caos e la disperazione, ma le vittime non sarebbero state quasi sei milioni”.
È degno di nota, però, che Himmler non tentasse quasi mai di darne una motivazione ideologica.Ciò che colpiva di più le menti di quegli uomini che si erano trasformati in assassini, era semplicemente l’idea di essere elementi di un processo grandioso, unico nella storia del mondo (“un compito grande , che si presenta una volta ogni duemila anni”) e perciò gravoso. Questo era molto importante, perché essi non erano sadici o assassini per natura; anzi, i nazisti si sforzarono sempre, sistematicamente, di mettere in disparte tutti coloro che provavano un godimento fisico nell’uccidere.
“E in effetti la sua coscienza si tranquillizzò al vedere lo zelo con cui la "buona società" reagiva dappertutto allo stesso modo. Egli non ebbe bisogno di "chiudere gli orecchi", come si espresse il verdetto, per non ascoltare la voce della coscienza: non perché non avesse una coscienza, ma perché la sua coscienza gli parlava con una "voce rispettabile" la voce rispettabile della società che lo circondava”.
“Quando i tedeschi, con una certa cautela, li invitarono a introdurre un distintivo giallo, essi risposero che il re sarebbe stato il primo a portarlo, e i ministri danesi fecero presente che qualsiasi provvedimento antisemita avrebbe provocato le loro immediate dimissioni”.
E' vero che il regime hitleriano cercava di creare dei vuoti di oblio ove scomparisse ogni differenza tra il bene e il male, ma come i febbrili tentativi compiuti dai nazisti dal giugno del 1942 in poi per cancellare ogni traccia dei massacri (con la cremazione, con l'incendio dei pozzi, con gli esplosivi e i lanciafiamme e macchine che frantumavano le ossa) furono condannati al fallimento, così anche tutti i loro sforzi di far scomparire gli oppositori "di nascosto, nell'anonimo", furono vani. I vuoti di oblio non esistono. Nessuna cosa umana può essere cancellata completamente e al mondo c'è troppa gente perché certi fatti non si risappiano: qualcuno resterà sempre in vita per raccontare.
“Se la corte di Gerusalemme poté giudicare Eichmann fu solo perché di fatto gli era un apolide, e solo per questo. Ed Eichmann, benché non fosse un giurista, non dovette meravigliarsene: tutta la sua carriera gli insegnava che degli apolidi si poteva fare quello che si voleva, tanto che per sterminare gli ebrei si era dovuto prima provvedere a renderli senza patria”.
"Tra breve signori ci rivedremo. Questo è il destino di tutti gli uomini. Viva la Germania, viva l'Argentina, viva l'Austria. Non le dimenticherò".Di fronte alla morte aveva trovato la bella frase da usare per l'orazione funebre. Sotto la forca la memoria gli giocò l'ultimo scherzo: egli si sentì "esaltato" dimenticando che quello era il suo funerale.Era come se in quegli ultimi minuti egli ricapitolasse la lezione che quel suo lungo viaggio nella malvagità umana ci aveva insegnato - la lezione della spaventosa, indicibile e inimmaginabile banalità del male.Sulla competenza del tribunale di Gerusalemme:
“Se la corte di Gerusalemme avesse capito che c'è una differenza tra discriminazione, espulsione e genocidio, avrebbe subito visto chiaramente che il crimine supremo che essa doveva giudicare , lo sterminio fisico degli ebrei, era un crimine contro l'umanità, perpetrato sul corpo del popolo ebraico; [..] nella misura in cui il crimine era un crimine contro l'umanità, per far giustizia occorreva un tribunale internazionale”.
“Insomma se il Tribunale di Gerusalemme in qualche cosa fallì, fu perché non si affrontarono e non si risolsero tre questioni fondamentali, tutte e tre già ben note e ampiamente discusse fin dal tempo dell'istituzione del Tribunale militare di Norimberga: evitare di celebrare il processo dinanzi alla corte dei vincitori; dare una valida definizione dei "crimini contro l'umanità"; capire bene la figura del criminale che commette questo nuovo tipo di crimini”.






