Bologna 2 agosto 1980, la
bomba alla stazione di Bologna: il più grave attentato della
storia italiana, 85 morti e 200 feriti. L'ultimo capitolo della
strategia
della tensione, l'ultimo colpo per tagliare col passato. Sappiamo i nomi dei colpevoli, per questa strage. Ma non sappiamo,
almeno con una sentenza della magistratura, chi sono i mandanti. Però, come ha detto l'ex magistrato Libero Mancuso“Sappiamo
chi siete e ripeteremo i nomi a chiunque ce li chieda”.
Sappiamo chi sono stati i depistatori, quelli che hanno ostacolato
il lavoro della magistratura. Chi erano i loro protettori politici,
nei palazzi. Conosciamo il contesto: la
P2, la democrazia governata dentro le segrete stanze e non nelle
aulee parlamentari. Da gente che in ogni modo ha impedito il
cambiamento e il rinnovarsi delle istituzioni. Certo, c'era Jalta e
la cortina. Il mondo diviso in blocchi: ma in molti, nella nostra
democrazia a sovranità limitata, hanno semplicemente sfruttato
questi alibi per rimanere, per decenni al potere. Un potere coltivato
anche con la paura, con le bombe, col sangue, con i tentativi di
golpe. Dosando, con molta precisione, i giusti rapporti con i gruppi
eversivi a destra come a sinistra.
“..
ma io non credo ai mandanti. Non c'ho mai creduto. Credo alle
convenienze e ai dati di fatto, alle opportunità e ai gruppi di
potere. Io stesso, in qualche modo e con scopi molto diversi, ne ho
fatto e ne faccio parte. In quegli anni c'era gente che metteva le
bombe. Sembra semplicistico detto così e forse lo è, ma alla mia
età si può permettere in po' di sintesi storica. E poi i fatti lo
dimostrano. C'erano organizzazioni convinte che gli attentati
indiscriminati facessero parte di una strategia lecita. Anzi, non
solo. Potrei dire redditizia. Ripeto, la storia lo insegna. E
dall'altra parte c'erano gruppi politici, gruppi di potere, li chiami
come vuole, che pensavano di poter usare quel magma rivoluzionario,
omicida e criminale per incanalarne gli effetti nella direzione
voluta. Alla fine degli anni sessanta e negli anni settanta quella
direzione era, tra l'altro,, contenere il consenso del Partito
Comunista entro confini prestabiliti, scatenando nella gente la
paura, il bisogno di ordine. Magari di forza. In questo senso ne sono
convinto, sia il terrorismo nero che quello rosso, hanno fatto
gioco. Non
credo – e non ci crederò nemmeno se mi porteranno le prove – che
ci sia mai stato qualcuno che è andato da un gruppo di estrema
destra a commissionare la strage di Piazza Fontana o di Piazza della
Loggia, o la strage di Bologna. O che abbia ordinato alle Brigate
Rosse di rapire Aldo Moro, per parlare di terrorismo di sinistra.
Allo stesso modo però - e lei lo sa – ci sono settori dello Stato
che conoscono molto bene certi movimenti. Con precisione e e
attenzione. Ecco, credo che a volte si sia fatto in modo che questi
settori dello Stato andassero a prendersi un caffè, si voltassero
dall'altra parte, fingessero di non vedere. O magari, si limitassero
a verificare che tutto andasse in un certo modo e che i responsabili,
se necessario, potessero essere tenuti sotto controllo. ”Non
credo – e non ci crederò nemmeno se mi porteranno le prove – che
ci sia mai stato qualcuno che è andato da un gruppo di estrema
destra a commissionare la strage di Piazza Fontana o di Piazza della
Loggia, o la strage di Bologna. O che abbia ordinato alle Brigate
Rosse di rapire Aldo Moro, per parlare di terrorismo di sinistra.
Allo stesso modo però - e lei lo sa – ci sono settori dello Stato
che conoscono molto bene certi movimenti. Con precisione e e
attenzione. Ecco, credo che a volte si sia fatto in modo che questi
settori dello Stato andassero a prendersi un caffè, si voltassero
dall'altra parte, fingessero di non vedere. O magari, si limitassero
a verificare che tutto andasse in un certo modo e che i responsabili,
se necessario, potessero essere tenuti sotto controllo. ”Da “Il tempo infranto” Patrick Fogli
Quanto costa il silenzio di una persona? Egidio Verzini, l'ex legale di Ruby parla, dopo l'assoluzione in appello di Berlusconi, dei versamenti che B. avrebbe fatto in favore della ragazza, per pagare il suo silenzio:
“L'Espresso” in edicola da domani, è l'avvocato Egidio Verzini, il
legale che ha gestito quella trattativa economica per conto di Ruby,
nella primavera del 2011, mentre era il suo difensore di fiducia.
Nei due gradi del processo che, dopo la condanna in tribunale, ha visto
il leader di Forza Italia conquistare la piena assoluzione in appello,
finora era emerso solo che Silvio Berlusconi aveva versato circa 57 mila euro
a Ruby nel 2010: un «atto di liberalità» verso una ragazza bisognosa.
In realtà, sostiene l'avvocato Verzini, «Ruby ha ricevuto molti più
soldi, sicuramente».
Il legale si rifiuta di precisare la cifra esatta, ma conferma che
l'ordine di grandezza è di oltre sei milioni di euro, che sarebbero
stati bonificati all'estero. Fu Ruby personalmente, in quei giorni, a
confermare al suo legale «che aveva raggiunto l'accordo e che doveva
percepire cifre molto più ingenti».
«Se Berlusconi fosse stato condannato anche in appello, avrei continuato
a tacere, per non ledere la sua posizione di imputato», ha premesso
l'avvocato Verzini: «Ma ora la sentenza di assoluzione, purtroppo, viene
usata come un'arma per colpire i magistrati della procura di Milano.
Non si può far credere ai cittadini italiani che i fuorilegge, in questo
Paese, siano i pubblici ministeri. A questo punto mi sento in dovere di
parlare».
L'avvocato Verzini spiega a “L'Espresso” che «Ruby aveva capito che quella era l'occasione della sua vita ed era decisissima ad uscirne con un sacco di soldi. Io le avevo proposto una strada legale. Ruby doveva costituirsi parte civile nel processo contro Emilio Fede.
Un bel giorno avremmo annunciato che la costituzione veniva revocata.
Come succede normalmente nei processi, questo significa che la parte
civile è stata risarcita privatamente. E visto che Ruby è stata
screditata sulla stampa di tutto il mondo, una transazione di alcuni
milioni era credibile. Poi, se Fede alla fine non avesse pagato di tasca
sua, questi non erano fatti di Ruby né miei».
La trattativa, però, si è bloccata per effetto di una pesante interferenze esterna: «Qualcuno ha suggerito o imposto a Ruby una strada diversa
e non la via legale da me consigliata», chiarisce il legale: «A quel
punto ho deciso di interrompere il rapporto con la mia assistita, in
quanto ciò che mi veniva proposto andava a collidere con il rispetto
delle norme del nostro ordinamento».
Nell'intervista a L'Espresso, l'avvocato Verzini precisa più volte che
il segreto professionale gli vieta di rispondere a molte domande, per
evitare di divulgare le confidenze che aveva ricevuto da Ruby sul merito
del processo e sulle sue nottate nella villa di Berlusconi. Ma aggiunge
che un avvocato non può diventare «complice» di un reato, rappresentato
in questo caso da un «accordo illegittimo» per versare segretamente cifre milionarie a una testimone, e spiega che proprio per questo motivo abbandonò quella cliente.
Parliamo dell'ex presidente del Consiglio e delle sue cene eleganti. Delle donnine finite poi in politica o con qualche particina in TV. Mantenute con regalini, con l'affitto della casa pagato ogni mese. Parliamo di queste testimoni che, anche dopo il processo, hanno continuato a ricevere questi pagamenti, come sarebbe avvenuto anche per Ruby. Parliamo del presidente dei condoni e del bunga bunga. Delle leggi ad personam e dei ristoranti pieni mentre il paese entrava nella paggior crisi del dopoguerra. Parliamo di un politico condannato per frode fiscale e prescritto per i milioni evasi al fisco. Parliamo del presidente di un partito creato da una persona condannata per concorso esterno in mafia.
Purtroppo parliamo anche del novello padre costituente, quello del patto del nazareno, quello per cui "il patto tiene".
Il CSM in scadenza che viene prorogato, perché il Parlamento non ha ancora nominato i membri laici. E le nomine salteranno per un bel pezzo. Bloccando a cascata le nomine in procure delicate, come Palermo. Dove guarda caso si sta indagando sulla trattativa stato mafia. Il patto del nazareno governa dall'alto le riforme di questo paese: non solo non viene nemmeno più nascosto, come fosse una vergogna, ma addirittura il presidente del Consiglio (non eletto), lo rivendica come atto parlamentare. Cosa contiene quel documento? Non si sa, ma si presume che si parli di giustizia (per favorire B.), di conflitto di interessi (per favorire B. e tutti gli amici del palazzo), delle riforme (che poi Renzi potrà sbandierare in Europa per rivendicare maggior credito e forse maggiore flessibiiltà). E, leggo dal Fatto quotidiano di oggi, anche del prossimo presidente della repubblica che non deve essere Prodi.
La disoccupazione, specie quella giovanile, aumenta. I posti di lavoro creati dal piano Renzi sono solo sulla carta, come i 43 miliardi e passa da pompare per le infrastrutture ("una sorte di angioplastica"). Il decreto legge voluto da Letta per il rientro dei capitali (il Voluntary disclosure) è stato lasciato morire con la morte del governo Letta (evasore #staisereno). Gli 80 euro non hanno dato la scossa ai consumi. La risposta della classe politica è questo Vietnam in Senato, per una riforma di cui il paese non sente la necessità. Da ieri, per esempio, una casta di nominati e non eletti, può legiferare anche in ambito dei temi etici. Il divario tra palazzo e paese reale aumenta.
Dal capitolo "Italiani all'estero - la grande fuga" del libro "La caccia al tesoro" di Nunzia Penelope (Ponte alle Grazie).
Capitali italiani nei paradisi fiscali al 2014: 180-200 miliardi di euro (Bankitalia) Capitali sanati con lo scudo fiscale del 2010: 104 miliardi di euro (Ministero del Tesoro) Stima non ufficiale dei capitali italiani in Svizzera: 900-1000 miliardi di euro
Se chiedi agli imprenditori italiani cosa pensano delle nostre debolissime leggi anticorruzione e antiriciclaggio, della mancata reintroduzione del reato di falso in bilancio, dei tanti scandali economici che hanno al centro i migliori nomi dell'ex salotto buono (Ilva, Ligresti, Monte dei Paschi, per citarne solo alcuni), della devastabnte evasione fiscale , delle montagne di quattrini che si accumulano all'estero mentre il paese stringe la cinghia, ti guardano perplessi: «Oggi il nostro problema è cercare di tenere aperte le aziende massacrrate dalla crisi», spiegano con la cortesia forzata che si deve a chi fa una domanda un po' stupida; il resto sono dettagli. Eppure tra le cuse principali della crescita zero del Paese - e della fragilità e del disastro della nostra economia - c'è, per l'appunto, l'intensificarsi di quella giostra di abusi che rientra sotto l'etichetta di «criminalità economica»: evasione fiscale, corruzione, falso in bilancio, riciclaggio. Anche quando ci si lamenta della cronica assenza d'investimenti esteri in Italia, quindi, sarebbe bene chiedersi qualcosa a proposito dell'inarrestabile tendenza dei capitali italiani ad espatriare, anziché essere reinvestiti nelle aziende che li hanno prodotti: se non ci credono gli imprenditori nazionali, in questo paese, perché mai dovrebbero farlo gli stranieri? La stessa Confindustria, molto sensibile al tema della competitività e della produttività delle aziende italiane, non collega questi deficit al basso livello di legalità del nostro sistema economico, preferendo imputare le debolezze italiane all'alto costo del lavoro, al peso del fisco, della burocrazia, dei sindacati. Anche questi sono problemi reali, naturalmente. Ma non sono i soli, e forse nemmeno i più gravi. [..] Molto più calore è speso dal sistema imprenditoriale per ottenere un'altra legge ritenuta, questa sì, fondamentale: quella che modifica l'attuale impostazione del reato di «abuso di diritto», anticamera dell'elusione fiscale, detta anche, per semplificare, l'evasione dei ricchi e delle imprese. Nel settembre del 2011, una lettera firmata dall'allora presidente Emma Marcegaglia assieme ai rappresentanti delle banche e delle compagnie di assicurazioni e indirizzata all'allora ministro dell'Economia Giulio Tremonti, parlava di «oppressione da controlli fiscali» e ammoniva così: "Gli effetti degli accertamenti fiscali sono pesanti e potrebbero rilevarsi devastanti. I bilanci delle imprese, colpiti per centinaia di milioni di euro, soffrono: gli obiettivi di fuoriuscita dalla crisi diventano ancor più difficili da raggiungere".
E' nonostante questo, ancora non siamo usciti dalla crisi. Forse perché i vecchi manager sono rimasti al loro posto. Perché le leggi anticorruzione e antiriciclaggio ancora latitano. Perché il reato di falso in bilancio ancora è da ripristinare. E l'evasione e l'elusione servono appunto per creare le riserve dei fondi neri da cui attingere per la solita corruzione. Ma i problemi sono sempre gli stessi, come scrive la giornalista Nunzia Penelope: è colpa del costo del lavoro, dei sindacati, della burocrazia ..
"Ex animatrici per bambini, pizzaioli, ex dipendenti di Forza Italia, licenze da terza media e perfino il mandante dei manifesti "fuori le BR dalle procure". Gli assessorati sono ridotti a una guerra tra correnti per accaparrarsi il resto dei budget a disposizione. Mentre il lavoro, quello vero, lo fanno i dipendenti regionali. Lombardia, ecco l'esercito dei consulenti Tanti, inutili e a spese del contribuente Di tutto e di più negli staff degli assessori regionali lombardi. A scorrere l'elenco dei consulenti a supporto degli organi di indirizzo politico c'è da rimanere sconcertati. Maestre d'asilo, camerieri di pizzerie, animatrici di miniclub, consiglieri e assessori comunali in cerca di doppio stipendio, laureati a pieni voti, professionisti affermati. Tutti insieme appassionatamente alla voce «rapporto fiduciario» che regola questi contratti di collaborazioni coordinate e continuative con stipendi oscillanti tra i 15mila e i 40mila euro l'anno."
Meglio saperlo prima come vengono usati i nostri soldi: prima del referndum che la Lega vorrebbe fare per rendere la Lombardia regione autonoma. Costo del referendum: 30 ml di euro. Referendum che ha solo valore consultivo, come quello Veneto. Dicono i leghisti: riprenderemo quei soldi in pochi giorni. Per farne cosa? Per stipendiare qualche altro parente? Per un laurea in Albania?
PS: e i treni in regione viaggiano sempre alla stessa maniera ...
L'assassino torna sempre sul luogo del delitto e, come in questo caso, ammazza di nuovo la sua vittima. L'unità chiude ancora, dopo la chiusura del 2000, dopo la gestione allegra dei Ds. Questa chiusura è effetto della crisi dei partiti (che vogliono controllare anche l'informazione) e dell'informazione (controllata dai partiti): un riassunto della crisi del paese.
PS: dopo la chiusura del 2001, l'Unità fu rimessa in piedi dalla gestione di Furio Colombo (e in seguito di Antonio Padellaro). Su quel giornale scriveva anche Marco Travaglio. Oggi tutti al Fatto Quotidiano.
Ci possono essere diverse spiegazioni: la bagarre in aula è solo un problema di poltrone, chi protesta contro la riforma del Senato lo fa solo per interessi personali. Oppure, all'improvviso l'opposizione si è resa conto che, con l'approvazione di questa riforma, il potere del premier aumenta e diminuisce il controllo delle opposizioni sulla maggioranza. Rimane sempre valida la domanda: ma tutti questi sforzi muscolare servono veramente al paese? Il bicameralismo non ha bloccato le porcate (dall'indulto al falso in bilancio). La fine del Senato elettivo porterà a risparmi limitati (una minima parte di quelli richiesti a Cottarelli). Il governo coi poteri rafforzati l'abbiamo già sperimentato, con scarsi risultati, nel passato: col governo di B. e con Monti nei primi mesi. Non servono maggiori poteri, ma persone competenti e non legate a lobby.
Torniamo al buco nero dell'evasione, i miliardi di soldi che finiscono nei paesi offshore e che sono sottratti alla fiscalità dei paesi occidentali, di cui parla Nunzia Penelope ne "La caccia al tesoro". Lo sapete che solo il 30% delle migliaia di miliardi che si trovano in questi paradisi (non solo le cayman, ma anche Svizzera, Jersey, Irlanda) sono della criminalità organizzata? Il resto è composto anche dai guadagni delle multinazionali che spostano la loro fiscalità dove è più conveniente. Più conveniente per i grossi manager, non per i paesi di origine. E' tutto a norma di legge: lo spiega su Punto-informatico Luca Annunziata
I dati relativi al 2013 dipingono un margine risicato e spese fuori controllo. Ma è solo questione di come far tornare i conti, e dove mandare i profitti Roma - Nel 2013 il fatturato della divisione europea di Google si aggira sui 17 miliardi di dollari, poco meno di 12 miliardi di euro: i profitti derivanti dal mercato pubblicitario (soprattutto) e dalle altre attività di Big G nel Vecchio Continente raggiungono un nuovo massimo storico, così come l'entità dei margini e delle tasse pagate da Mountain View. Rispettivamente 189,1 milioni e 27,7 milioni di euro, con oltre 10 milioni in più di tasse pagate rispetto al 2012. Un nuovo record, che tuttavia stride col totale del fatturato: ma niente di quanto fatto in Europa da Google è meno che legale.
Il merito di questa enorme sproporzione tra tasse e fatturato risiede nel modo in cui Google gestisce la contabilità: la stragrande maggioranza degli introiti finisce in "costi amministrativi", ovvero costi che Google sostiene per coprire lo sfruttamento del logo e pagare royalty sulle tecnologie collegate al business che porta avanti. Il "trucco", per altro già ampiamente conosciuto come "double irish", risiede nel modo in cui viene gestita la contabilità: tutti gli introiti transitano dalle filiali locali alla divisione irlandese di Google, che poi provvede a girare i pagamenti alle società con sede alle Bermuda a cui fanno capo tutte le sue attività (le tasse locali sulle società sono tra le più basse del mondo).
Non c'è niente di illegale in tutto questo: Google opera all'interno del mercato unico europeo, e dunque può tranquillamente vendere beni e servizi attraverso una sola ragione sociale di diritto irlandese. I soldi finiscono alle Bermuda, e lì restano: ci sarebbe modo di farli rientrare negli USA, e pagare le tasse, così come ha fatto eBay lo scorso anno. Per ora però non vi è alcuna indicazione sulle intenzioni di Google per il futuro.
Sulla questione da tempo si dibatte anche sul piano politico, in particolare in Italia, e ora è intervenuto persino Barack Obama: "Si tratta di approfittare di un regime fiscale tecnicamente legale, ma credo che molte persone direbbero che se fai affari qui sei semplicemente un'azienda statunitense. Stai semplicemente cambiando il tuo indirizzo per evitare di pagare le tasse, ma non stai facendo del bene al paese e ai cittadini americani". Se è questo l'orientamento dell'amministrazione USA non si potrà fare altro che prenderne atto, ma questa faccenda non mancherà di gettare altra benzina sul fuoco di una polemica che al di qua dell'Atlantico non si è mai davvero sopita.
Nel suo bel libro di mafia, Salvo Palazzolo parla di "pezzi mancanti", riferendosi agli oggetti sottrati da qualche manina sui luoghi degli omicidi di mafia. Si parla dell'agenda di Borsellino, gli appunti di Peppino Impastato, i files di Giovanni Falcone, la relazione di Pio La Torre, le bobine con la telefonata tra Vito Guarrasi e Nino Salvo ..). Perché oltre alla verità, sui delitti di mafia, deve sparire anche la storia delle vittime, le loro parole, quello che avevano scoperto, i loro segreti. Nel caso del capo dell'ufficio istruzione Rocco Chinnici (ucciso da un'autobomba a Palermo il 29 luglio 1983) ad essere sparite sono le carte del processo, come hanno scritto domenica i due giornalisti Sandra Rizza e Giuseppe Lo Bianco il 27 luglio scorso:
"Questa è la storia di un fascicolo scomparso dentro la procura di Palermo e dimenticato per 15 anni. Un fascicolo trasmesso nell’estate del ’98 dal gup di Reggio Calabria, dichiaratosi “incompetente’’ a decidere sulla richiesta di rinvio a giudizio per concorso esterno in mafia e corruzione di un imputato eccellente. È la storia dell’indagine sul presidente della Corte d’Assise d’Appello di Messina Giuseppe Recupero (già deputato regionale del Psi nella VII legislatura), accusato di aver intascato duecento milioni di lire per salvare dall’ergastolo i boss Michele e Salvatore Greco, nel processo concluso il 21 dicembre dell’88 per la strage Chinnici, il primo episodio di terrorismo mafioso a Palermo".
Qual'era la colpa più grande del capo ufficio istruzione Rocco Chinnici? Voleva colpire i patrimoni dei mafiosi, mettere il naso dentro i loro conti, aprire fascicoli sugli imprenditori mafiosi. Mettere sotto accusa un pezzo del potere economico-politico-mafioso in Sicilia
«La mafia è stata sempre reazione, conservazione, difesa e quindi accumulazione della ricchezza. Prima era il feudo da difendere, ora sono i grandi appalti pubblici, i mercati più opulenti, i contrabbandi che percorrono il mondo e amministrano migliaia di miliardi. La mafia è dunque tragica, forsennata, crudele vocazione alla ricchezza. [...] La mafia stessa è un modo di fare politica mediante la violenza, è fatale quindi che cerchi una complicità, un riscontro, una alleanza con la politica pura, cioè praticamente con il potere. Se lei mi vuole chiedere come questo rapporto di complicità si concreti, con quali uomini del potere, con quali forme di alleanza criminale, non posso certo scendere nel dettaglio. Sarebbe come riferire della intenzione o della direzione di indagini.»
E' a Rocco Chinnici che dobbiamo la creazione del pool, poi ripreso da Caponnetto, l'intuizione del terzo livello:
Certe cose a Palermo non bisogna dirle. Anzi è consigliabile, per essere «apprezzati», negarle smentirle. Invece Chinnici andava a ruota libera, pensava ad alta voce. E pensava anche – dimostrando in questo un'incoscienza senza pari – che il terzo livello esiste, e che senza il terzo livello la mafia che spara, che fa le stragi, che taglieggia popolazioni intere, non avrebbe motivo d'esistere. Spiegò pochi giorni prima della sua morte: «c'è la mafia che spara; la mafia che traffica in droga e ricicla soldi sporchi; e c'è l'alta finanza legata al potere politico (..) Stiamo lavorando per arrivare ai centri di potere più elevati». Se l'avessero lasciato fare avrebbe certamente raggiunto l'obiettivo. Tratto da Venticinque anni di mafia - Saverio Lodato: capitolo “Beirut? Belfast? No, Palermo”. Pagine 133-134
Nei suoi diari, pubblicati da l'Espresso, Chinnici annotava alcuni fatti straordinari del suo lavoro: come le pressioni ricevute dall'ex procuratore capo di Palermo, Pizzillo «Ma cosa credete di fare all'ufficio istruzione? La devi smettere Chinnici di fare indagini nelle banche, così rovini tutta l'economia siciliana .. ». O anche «A quel Falcone, caricalo di processi, così farà come ogni giudice istruttore: non farà più niente». Infine quest'ultima annotazione: «Pochi mesi prima di essre ucciso, Mattarella fece un viaggio a Roma con due funzionari della regione per incontrarsi col ministro dell'interno [Rognoni]. Al ritorno a Palermo Mattarella confida ai due funzionari: “Se qui si sapesse cosa ho detto al ministro mi ammazzerebbero”». L'episodio era stato riferito a Chinnici proprio dai due funzionari, ma questo, seppur presente in un rapporto di polizia giudiziaria, era sparito dai dossier successivi all'uccisione del noto uomo politico siciliano.
Ci sono circa (è una stima dell'ex economista Mc Kinsey James Henry) 30000 miliardi di dollari nascosti nei paesi offshore. E' una cifra enorme, per cercare di capirne le dimensioni, la giornalista Nunzia Penelope usa come riferimento il nostro PIL:
“Il PIL dell’Italia è circa 1500 miliardi di euro annui: nei paradisi fiscali ci sarebbe quindi, grossomodo, l’equivalente di vent’anni della nostra ricchezza nazionale. Vent’anni di lavoro e di stipendio di tutti i nostri lavoratori, di prodotto di tutte le nostre fabbriche e aziende, di tutte le attività commerciali, di tutti i beni comprati e venduti, di tutte le case costruite, di tutta la spesa pubblica per sanità, scuola”.
Oppure, se vogliamo usare un altro termine di paragone, sono circa 15 volte il nostro debito pubblico, quello per cui siamo sempre sotto la spada di Damocle dello spread, quello che l'europa ci chiede di ridurre, quello del fiscal compact. Sono tanti soldi, accumulati dalla criminalità organizzata ma anche dalle grandi multinazionali che spostano le sedi legali dove più comodo, dai super ricchi che decidono (perché consentito dalle leggi) di nascondere i loro beni dietro dei Trust per non pagare le tasse. Sono soldi che passano dal mondo reale, abitato da gente che paga le tasse e che si deve sobbarcare il peso dei debiti nazionali, al mondo offshore. Che non è costituito solo dalle isole nei Caraibi come le Cayman. No: il mondo offshore è molto vicino a noi, tremendamente vicino e facilmente accessibile. E' l'Irlanda e l'Inghilterra, dove Google e Fiat hanno spostato le sedi fiscali. Sono San Marino e lo Ior, dove tanti italiani nascondono i loro conti.
E' un tesoro su cui, in tempi di crisi, i governo dovrebbero andare a caccia. Per risollevare l'economia e tagliare i debiti. Ma i governo nazionali, si sono dimostrati molti più complici in questa lotta di classe condonna dai ceti più ricchi nei confronti dei più poveri. Tutto questo nell'ultimo libro di Nunzia Penelope "Caccia al tesoro" Ponte alle Grazie.
Il presidente di Assostampa Puglia, Raffaele Lorusso:
"Già un anno fa, nell'assordante silenzio delle istituzioni e delle forze politiche di Taranto, Blustar Tv - scrive Lorusso - licenziò quattro giornalisti adducendo quale motivazione il venir meno dei centomila euro annualmente garantiti dall'Ilva".
Dunque, l'Ilva di Taranto finanziava, con 100000 euro l'anno, la tv locale Blustar TV ma, a seguito delle inchieste, è cessato questo finanziamento, così la struttura ha licenziato quattro giornalisti. Nei giorni passati, è stato licenziato anche il giornalista Luigi Abbate, quello a cui Archinà aveva strappato il microfono (episodio che aveva suscitato l'ilarità del governatore Vendola). Questa è l'informazione che doveva controllare l'Ilva, l'inquinamento e lo stato dell'aria e dei terreni.
«questa non è una passerella, ma la conclusione di una storia con tanti morti che nessuno di noi può dimenticare, è il giorno del ricordo delle vittime e della gratitudine agli abitanti del Giglio e a tutte le forze di polizia e di volontariato».
Ecco se si fosse fermato qui, avrebbe avuto ragione. Ma agganciare il recupero della Concordia alla ripresa dell'Italia, da a tutto un sapore diverso. Anche perché Schettino non ha partecipato al recupero del relitto.
Tavecchio deve ritirarsi dalla corsa alla presidenza della FGCI perché non è credibile, dopo l'uscita sui mangiatori di banane. Mentre è invece ancora credibile Calderoli, l'uomo della maglietta anti islam, della porcata, dell'offesa alla Kyenge, per fare le riforme. Rimane credibile anche Berlusconi, nel ruolo di padre costituente, specie ora che è stato assolto in Appello. Di questo passo, tra foto propaganda e minacce, a non essere più credibile sarà la svolta renziana che si trascinerà dietro tutte le istituzioni. Non si rendono conto che i cittadini non sono arrabbiati dai ritardi, ma dalle tasse, dai servizi pubblici che non sono all'altezza, da chi ruba, da chi fa il furbetto.
Sul muro un cosacco enorme lo guardava truce, con la stella
rossa sul colbacco e una baionetta tra i denti, un occhio socchiuso
deformato dalle bolle d'aria sotto la carta. Il manifesto era ancora
lucido e umido di colla e quando De Luca lo aveva sfiorato, facendosi
da parte per evitare buca sul marciapiede, gli aveva lasciato sulla
manica del soprabito una striscia argentata, appiccicosa, come la
traccia di una lumaca.
«E'
LUI CHE ASPETTATE?» diceva la scritta in un corsivo appuntito, da
pennello grosso e De Luca che era sceso dal marciapiede per metterla
a fuoco in tutta la sua lunghezza si strinse nel soprabito,
infilandosi le mani in tasca.
Via
delle Oche è il
terzo racconto (o quarto se vogliamo considerare “Indagine non autorizzata”) di Carlo Lucarelli con protagonista il commissario
Achille De Luca: questa trilogia ne costituisce una sorta di
biografia. L'abbiamo visto indagare ai tempi di Salò e sfuggire nel
1945 alla cattura dei partigiani a Bologna. Per non essere arrestato
come criminale di guerra (era un funzionario della polizia
investigativa della Muti), De Luca era stato costretto a scappare. Il
processo di epurazione gli ha permesso di essere reintegrato nella
polizia: assegnato alla buoncostume, ritrova a Bologna il suo
aiutante, il maresciallo Pugliese. Lo ritroviamo qui a Bologna, nell'aprile del 1948, a tre giorni
dalle elezioni politiche che porteranno l'Italia a scegliere la
Democrazia Cristiana
Via
delle Oche era famosa per le case chiuse, prima che la legge Merlin
ne stabilisse la chiusura: in una di queste, al civico numero 23,
viene trovato impiccato Ermes
Ricciotti, il
“serafino”
(il ragazzo tuttofare) della Tripolina alla casa al numero 16. I
primi ad arrivare sul posto sono il maresciallo Pugliese
e il vicecommissario Achille
De Luca.
Sebbene,
per colpa del sua passato “fascista”
sia stato degradato e mandato alla Buoncostume, De Luca è rimasto
un poliziotto capace di osservare i dettagli, le cose che stonano:
come il fatto che le gambe del morto non arrivano a toccare lo
sgabello su cui sarebbe salito. Qualcuno
l'ha ammazzato.
Ma
in Questura, dove i vertici sono più preoccupati delle imminenti
elezioni e della gestione dell'ordine pubblico (le manifestazioni, i
funerali dell'onorevole “Casa
e chiesa”
Orlandelli), non hanno interesse ad aprire un caso, che viene
derubricato subito a suicidio. Forse con troppa fretta, da parte del
Vicario del Questore, il dottor D'Ambrogio, che lo invita ad
occuparsi solo delle prostitute.
Ma De Luca è un poliziotto
curioso di natura: uno di quelli che finché tutte le tessere del
puzzle non si incastrano, non ha pace:
«Pugliese io sono curioso
di natura e i misteri non mi piacciono. Non so a lei, ma a me questo
signore che fa le acrobazie per infilzare la testa in una corda mi dà
un fastidio quasi fisico e lo so che poi non ci dormo la notte. Dica
un po', Pugliese .. secondo lei sarebbe una pazzia andare da questa
Tripolina e farle un paio di domande sul Ricciotti?»
Viene trovato un altro morto alla Montagnola, un fotografo di nome
Piras: De Luca, pensando che l'omicida non abbia trovato
quello che cercava sul morto si precipita al suo indirizzi.
Intuizione felice: l'assassino è andato proprio a cercare qualcosa
che Piras non aveva addosso: dopo una sparatoria e un tentativo di
fuga sui tetti, costui precipita e muore. Due omicidi e tre morti, sono un po' troppo per essere un caso.
L'ultimo morto, l'uomo caduto dal tetto, era un picchiatore fascista
e anche un galloppino di un uomo politico, l'Abatino, il pupillo
dell'onorevole Orlandelli. De Luca prosegue nelle indagini: il capo di gabinetto del
Questore, dottor Sala, della fede politica comunista, lo sprona a
proseguire.
«Non me ne frega niente
se mi usano! Io sono un poliziotto, Pugliese, faccio il poliziotto e
sto con chi mi permette di fare il mio mestiere!»
In via delle Oche, nella
casa, conosce la maitres, la Tripolina. Con questa, il commissario ha
una breve parentesi d'amore.
Seguendo il suo intuito e
disapplicando gli ordini del vicario D'Ambrogio, De Luca arriva alla
verità del delitto (e delle morti successive): è solo un attimo di
luce prima che la ragione di stato e ordini superiori, mettano tutto
a tacere. Ripristinando un ordine democratico alle cose.
Più che per l'indagine e gli aspetti da libro giallo, questo è
un bel libro perché cerca di spiegare le atmosfere di quei giorni: le elezioni, l'attentato a Togliatti, gli scontri
di piazza, le false epurazioni e le amnistie che avevano permesso ai
criminali fascisti di non finire sotto processo. Le due correnti
politiche (o geopolitiche) in Questura: i democristiani che ora
sperano nella vittoria e dall'altra parte la corrente comunista, che
aveva sperato nella rivoluzione per cambiare l'Italia. Sala,
ll capo di Gabinetto, commenta così
- Sa qual è il nostro
difetto commissario? Che vorremmo vincere ma abbiamo paura di vincere troppo... e così perdiamo sempre. Quando dico noi intendo dire
noi comunisti.
Ma il cambiamento, la rivoluzione non possono arrivare, come gli
spiega il vicario D'Ambrogio:
«Sa di cosa ha
bisogno questo paese?»
disse, come se parlasse tra sé, come se canticchiasse, quasi. «Di
stabilità. Questo paese ha bisogno di ricostruire e non di
distruggere. L'hanno capito anche gli altri. Ha bisogni di rispettabilità, di considerazione
internazionale, di investimenti, dei dollari del generale Marshall,
del patto atlantico ...Di ordine».
«Di legge»
«E' la stessa
cosa».
«Per me no, io
sono un poliziotto».
D'Ambrogio voltò la testa sulla spalla lanciò un'occhiata a
De Luca.
«Anche io» disse «e
come poliziotto sono al servizio del governo. Di interessi superiori,
vicecommissario aggiunto, interessi superiori».
Peccato che Lucarelli abbia interrotto la serie di De Luca,
sebbene il libro abbia in finale aperto. Chissà come avrebbe visto
il dopoguerra, il boom, un poliziotto come De Luca. Con la sue
nevrosi, le sue tensioni, la sua capacità di far bene il suo lavoro
di investigatore. A metà strada tra Maigret e Ingravallo, il
personaggio inventato da Gadda e portato sullo schermo da Pietro
Germi ne “Un maledetto imbroglio”. Che come lui, ripete “Non
sono dottore, non sono dottore”.
«Non sono dottore, non
sono dottore .. » Scala gli era arrivato alle spalle, senza che
se ne accorgesse, «ho conosciuto un altro che lo diceva sempre ..
come si chiamava .. Germi, no, Ingravallo .. il commissario
Ingravallo, lo conosce?»
Ci sono sempre state e sempre ci saranno persone che lottano
per la giustizia sociale e i diritti dei cittadini.
La sinistra è morta, viva la sinistra. Sembra una provocazione,
un'uscita del genere, con un Pd al 41%, dopo il voto per le Europee.
Paradossale, ma è così: la sinistra intesa come sinistra politica è
oggi frantumata in tanti rivoli, divisi e anche in lite tra loro, e
dunque di scarso peso in Parlamento. Il Pd è altra cosa: un lungo processo di trasformazione l'ha
fatto diventata in quello che oggi è il partito renziano, dove uno
decide assieme a pochi, e gli altri annuiscono entusiasti. PD che anziché sposare battaglie sugli ultimi, sui senza lavoro,
senza casa, senza diritti civili, abbracciando le larghe intese con
gli ex nemici (?) di una volta, ha votato di volta il fiscal compact,
la legge Fornero, la riforma delle pensioni, il decreto Poletti sui
precari. E ora si appresta a votare il TTip,
l'accordo internazionale che permetterà alle grandi compagnie
americane di passare sopra le leggi nazionali espresse dai governi
votati dai cittadini. Qualcuno si ricorda ancora le settimane che hanno preceduto la non
vittoria di Bersani alle elezioni del 2013? Era un continuo rincorre,
da parte del PD, dell'agenda di Monti, il loden di Monti, i punti del
suo programma. Perfino dei suoi ministri (Passera e la Fornero) erano
indicati come futuri ministri del governo di centrosinistra che non
c'è stato. Abbiamo visto come è andata a finire: Monti, chi? Dal post “I
giorni di Monti”
Primo, il voto favorevole alla riforma delle pensioni. «Anche
qui, è chiaro che abbiamo sbagliato», dice Fassina. «Però la
legge Fornero era contenuta nel decreto di stabilità approvato in
fretta e furia appena Monti era diventato premier e in quel momento
non c’erano le condizioni per fare diversamente. Eravamo consegnati
nelle mani del Professore, che era considerato da tutti il salvatore
della patria. Quella cosa fu approvata in cinque giorni: ci sentivamo
in emergenza completa. E poi avevamo appena votato la fiducia al
governo Monti: sull’atto più importante, la legge di stabilità,
quello su cui era nato lo stesso governo, non potevamo fare altro». Errore successivo, aver sostenuto l’esecutivo anche quando
Berlusconi lo aveva già mollato: «Dopo le elezioni amministrative
del maggio 2012 il capo del Pdl era ancora formalmente nella
maggioranza, ma si comportava come se fosse all’opposizione»,
ricorda Fassina: «Insomma noi siamo rimasti lì con il cerino in
mano a sostenere da soli le politiche di austerity. Io allora ebbi
l’ardire di dire che dovevamo anticipare la nuova legge di
stabilità e andare a votare a ottobre, ma fui massacrato in modo
pesantissimo nel mio stesso partito, con tanto di richiesta di
dimissioni. Penso che invece avremmo dovuto fare proprio così. Cioè
dire: “questa è stata l’emergenza ma non può essere il nostro
programma, noi abbiamo un altro progetto e adesso che la fase più
grave è passata si va alle urne”. Ripeto: fui bastonato
pesantemente, solo per averlo proposto». Ulteriori errori, elenca Fassina, il fiscal compact e il
pareggio di bilancio: «Averli appoggiati fa parte di quella
subalternità che ha viziato il Pd fin dall’inizio. Se avessimo
avuto una qualche autonomia culturale, noi di sinistra, avremmo
potuto pressare Monti per ottenere almeno delle clausole migliori. Lo
sbaglio nostro, quello che sta alla base di quelli successivi, era
appunto precedente: stava nella versione soft del paradigma liberista
adottata dal mio partito fin dal discorso di Veltroni al Lingotto.
Nasce tutto da là». Ancora più duro sul passaggio che segna la nascita del governo
Monti è il segretario della Fiom, Landini: «La sinistra non aveva
alcuna proposta alternativa a quello che ci avevano detto di fare
Trichet e Draghi nella loro lettera dell’estate 2011. Così, quando
cadde il governo Berlusconi, si scelse di non andare a votare e di
appoggiare il governo dei tecnici. Fu un errore tragico: per un anno
ci siamo bevuti la ricetta imposta dalla Troika, dalla riforma delle
pensioni al pareggio di bilancio. L’appiattimento del Pd a quelle
politiche, durante quel periodo, è stato decisivo nell’aprire le
praterie al risultato di Grillo nel 2013». Vincenzo Vita, ex senatore Pd, offre un racconto di quei giorni
ancora caldo di emozione e a tratti agghiacciante: «Il partito non
aveva capito l’importanza di quello che stava facendo. Quando
cercavo di spiegare ai colleghi del mio gruppo che stavamo votando
una cosa demenziale, tutti mi rispondevano: “ma Vincenzo, qui cade
il governo”. Non ci fu nemmeno l’agio di un confronto né nel
partito né tra i parlamentari: neppure sul pareggio di bilancio che
pure ebbe un percorso lungo, in quanto modifica della Costituzione.
Niente: era una cosa calata dall’alto e noi dovevamo adeguarci per
non far cadere Monti. Io ci provai fino all’ultimo: ancora nel
giorno del voto finale, nell’aula di Palazzo Madama, passai tra i
banchi dei miei compagni per cercare di parlare con loro a uno a uno,
ma senza alcun successo. Mi dicevano: “lascia stare, dai, lascia
stare”. Perfino Ignazio Marino, di cui ho grande stima, mi rispose:
“Vincenzo, non ho studiato bene il dossier”. Ma quale dossier? Ma
cosa c’era da studiare? Era evidente che non aveva alcun senso
quella roba, proprio a livello di logica elementare. Ci stavamo
mettendo in una gabbia di ferro da soli, senza motivo, e lo stavamo
facendo perché “altrimenti cadeva il governo”. Rimasi quasi
solo. E non mi riferisco soltanto al mio partito, ma anche al mondo
della sinistra italiana, che con pochissime eccezioni non comprese
assolutamente la rilevanza di quel passaggio».
Il pd renziano. E ora? Con Renzi stiamo inseguendo un progetto di riforme che non
è autoritario: semplicemente riduce di molto lo spazio per le
opposizioni e allontana il palazzo dai cittadini (non eleggibilità,
le firme per i referendum, lo sbarramento per i partiti minori..). Si, gli 80 euro (prima del voto alle europee, appunto): non hanno
cambiato di molto la bilancia di spesa, e non risolvono il problema
di quanti non hanno lavoro o, avendolo, fanno fatica ad arrivare a
fine mese. Fare politica di sinistra sarebbe ridurre la forbice tra ricchi e
poveri, garantire i servizi pubblici di eccellenza per tutti (sanità,
scuola, trasporti). Puntare tutto su istruzione, cultura, ricerca: da
quanto tempo si sente ripetere che l'università non ha più la
funzione di ascensore sociale?
Ma la sinistra, intesa come gente di sinistra, no, quella non è
scomparsa. Divisa, litigiosa, incapace di parlare a tutti e a mettere le mani
nella "merda", i mille rivoli della sinistra
esistono ancora e ancora sono in attesa di una nuova casa. Non sorprenda il voto alle europee: il boom Renzi lo ha fatto
prendendo voti al centro e nel centrodestra (in termini assoluti ha
preso un milione di voti di meno rispetto alle elezioni perse da
Veltroni nel 2008. Voti che sono finiti anche nel M5S che, non sarà di destra o
sinistra, ma proviene da quell'area là. I suoi eletti e i suoi
elettori, in larga parte sono di sinistra. La sinistra è un grande serbatoglio elettorale. O meglio, lo
sarebbe, sempre che ci fosse un contenitore, una casa capace di
accoglierli. Con un leader che non schiaccia il partito con la sua
immagine, ma capace di dare invece il buon esempio nei comportamenti
concreti. Come Alexis Tsipras, che in Grecia, nel corso di anni, ha creato
un nuovo partito di sinistra, che ha soppiantato il Pasok,
l'equivalente del Partito democratico.
Dopo la sinistra della diaspora, quella divisa in mille partiti
(da Sel fino al M5S), nei movimenti, dentro la società civile, negli
ultimi capitoli, Gilioli prova ad immaginare la sinistra che
dovrebbe essere, partendo dai principi, le parole, i valori propri
della sinistra. L'inclusione e non l'esclusione degli ultimi: significa reddito
minimo di cittadinanza,“finalizzato a “stipendiare i
fannulloni” ma a fornire uno strumento di soccorso e di
reinclusione sociale”. Significa diminuire la distanza
tra politica (oggi sempre più medioevalizzata) e le persone:
“affiancare ai referendum abrogativi quelli propositivi.
Aprire canali internet tra le
persone e i partiti: “una nuova forma di 'democrazia
continua' basata sul controllo digitale ininterrotto degli atti e
delle decisioni di ogni pubblico amministratore.” La redistribuzione della ricchezza e non la forbice tra ricchi e
poveri che si allarga. Significa una vera lotta all'evasione e alla
corruzione. Una ruberia non più tollerabile ai danni degli ultimi
che, sempre più spesso, sono costretti a prendersi sulle proprie
spalle il peso dell'austerità. Significa smetterla con queste grandi opere, sempre più spesso
utili solo all'arricchimento dei politici e degli imprenditori che si
prendono i lavoro. Spostare le risorse nei mille rivoli della riqualificazione del
paese: le scuole, i paesi a rischio alluvione e frane, la messa in
sicurezza dei fiumi.
La decrescita felice, perché non possiamo continuare a consumare
a questo ritmo tutte le risorse, con un ritmo di lavoro forsennato,
mentre il resto del mondo non ha lavoro e non ha risorse. Queste le parole chiave secondo il filosofo Latouche “rivalutare,
riconcettualizzare, ristrutturare, ridistribuire, rilocalizzare,
ridurre, riutilizzare, riciclare.” Una
filosofia critica contro il neoliberismo e contro questo concetto di
mercato perché“la concorrenza e il libero scambio sono
il protezionismo dei predatori, degli speculatori”.
La rivalutazione del merito e la definizione, in Costituzione, del
concetto dei beni comuni, quelli cioè imprescindibili per una vita
dignitosa delle persone, come cittadini pienamente coscienti di una
democrazia. Dall'acqua, al paesaggio alla rete internet: “in
modo che il digital divide nel nostro secolo non si trasformi in una
forma di discriminazione d’opportunità inaccettabile, proprio come
non era accettabile che i figli delle famiglie povere non potessero
andare a scuola perché non c’erano i bus”. Inserire in Costituzione un principio che “stabilisca una
correlazione tra il Pil e la cifra minima da investire nel welfare”,
privilegiare la spesa nella scuola pubblica rispetto alla scuola
privata, diversificare il concetto stesso di spesa pubblica. Distinguere cioè la spesa pubblica che finisce in spese militari,
da quelle che finiscono in welfare, “declinando per ciascuna di
esse vantaggi e svantaggi sociali”, come spiega Rodotà. E ancora, più asili e meno cliniche convenzionate, più ferrovie
per il trasporto pubblico e meno autostrade, più uguaglianze e meno
restrizioni alle risorse. Insomma, sono tanti concetti che meriterebbero di essere
affrontati, e che nulla hanno a che fare con le riforme presunte,
messe oggi sul piatto dal centrosinistra. Servirebbe una visione, un progetto, idee forti su cui costruire
il futuro della sinistra stessa. Obiettivo ambizioso e di lungo respiro. Ma questa è la direzione.
Il libro che avete tra le mani è un’indagine sulla sinistra
italiana. Quella che secondo alcuni è sparita e secondo altri,
invece, ha stravinto le ultime elezioni europee. Due visioni estreme:
e chi leggerà le pagine che seguono vedrà che sono un po’
sbilenche entrambe.Questo libro è diviso in tre parti.La prima è sul passato più recente. Il periodo preso come
punto di partenza è il biennio tra il 2007 e il 2009.Il 2007 è l’anno in cui è nato il Partito democratico e in
cui Beppe Grillo ha tenuto il suo primo V-day. Nel 2008 il Pd ha
perso le elezioni, la sinistra radicale è scomparsa dal Parlamento,
Grillo ha lanciato le sue prime liste civiche. Nel 2009 è implosa la
segreteria Veltroni, con la sua ambizione di riunire tutta la
sinistra italiana in un unico partito plurale e “a vocazione
maggioritaria”, mentre lontano dai riflettori nasceva il gruppo dei
rottamatori che avrebbe aperto la strada a Matteo Renzi; in quello
stesso anno è stato fondato il Movimento 5 Stelle e si è diffusa la
protesta di piazza contro il governo Berlusconi. Partendo da quel
biennio, in questa prima parte si sono analizzati quindi gli sviluppi
successivi, fino alle elezioni politiche del 2013 e a quelle europee
del 2014. La ricostruzione storica non è però proposta in modo
strettamente cronologico, ma attraverso le diverse forme in cui le
persone e le rappresentanze della sinistra si sono manifestate,
evolute o involute. La seconda parte del libro è sul presente. E qui l’indagine
è concentrata sulle tre forze politiche verso le quali si indirizza
l’elettorato della sinistra italiana: il Pd di Renzi, il Movimento
5 stelle e l’area della lista Tsipras. Manca la quarta area in cui
questi elettori sono defluiti: l’astensionismo. Ma questo non è,
evidentemente, un soggetto politico. L’ultima parte di questa ricerca è sul futuro, quello più
prossimo nel tempo. E ha anche la piccola ambizione di fornire agli
elettori e agli attivisti della sinistra italiana qualche strumento
utile in termini costruttivi: niente di sistematico, solo mattoni e
tasselli. Il libro è intessuto di colloqui con alcuni protagonisti della
politica che, con le proprie testimonianze e le proprie opinioni,
contribuiscono alla rappresentazione storica, alla fotografia del
presente e alle prospettive per il domani. I virgolettati dei
personaggi intervistati sono spesso molto difformi tra loro: e non
sempre chi li ha raccolti concorda con essi. Ma costituiscono
comunque i fili di un ordito e di una trama il cui risultato finale –
in termini di interpretazione, di tesi e di proposte – risulterà
chiaro a chi leggerà questo libro. O, almeno, qui ce lo si augura.
Sempre da blog Piovono rane e da l'Espresso, tre capitoli del
libro: - Chi inventò la Leopolda
(http://espresso.repubblica.it/palazzo/2014/07/10/news/sinistra-chi-invento-la-leopolda-1.172958) - I giorni di Monti (http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/2014/07/21/la-diaspora-i-giorni-di-monti/#more-22854) - Il caso Rodotà
(http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/2014/07/24/la-diaspora-il-caso-rodota/#more-22856) - il video della presentazione
https://www.youtube.com/watch?v=ZJq-Ji-xesc
"Noi siamo i fucilieri del battaglion d'assalto Bombe a mano e carezze col pugnal" Alzi la mano chi ha fatto il soldato in una caserma più o meno operativa e non ha cantato questa canzone. Anche io, al CAR a Trieste ho marciato con queste strofe. Il punto non è cantare inni fascisti. L'ho spiegato ieri: il punto è che nessuno sa cosa significhi vivere sotto il fascismo. Per dire, non avrei la libertà di scrivere queste cose.
Per fortuna che i senatori dovevano fare poche vacanze, perché ad agosto si sarebbe lavorato. Per fortuna che si sarebbe lasciato spazio alla discussione, al confronto, su una riforma, quella delle istituzioni, su cui è meglio un giorno in più di lavori che un giorno in meno. Niente tagliola, si diceva .. Per fortuna che questo governo ha reso disponibili tutte le carte dei servizi, sugli anni di piombo. Mentre tiene nascosta la carta del patto del nazareno: quella dove Renzi e Berlusconi (senza dire nulla agli elettori, agli italiani) si sono accordati per riformare la giustizia, la legge elettorale, il Senato. Per fortuna che il ministro Boschi ci rassicura con un tweet (ormai nell'era renziana si usa così): "L'ultima parola sulle riforme sarà dei cittadini: referendum comunque! #noalibi". Per fortuna che l'ostruzionismo era cosa buona e giusta quando era il Pd a volerlo fare, sulla riforma di Berlusconi che bloccava le intercettazioni
Tecnicamente non sarà un ostruzionismo, ma in pratica il Partito democratico è pronto a usare tutti gli strumenti parlamentari per contrastare il disegno di legge sulle intercettazioni. A chiarirlo è stato Dario Franceschini, al termine della riunione del gruppo Pd alla Camera cui ha partecipato anche il segretario Pier Luigi Bersani. "Faremo tutta l'azione di contrasto parlamentare possibile, useremo tutte le virgole concesse dal regolamento", ha spiegato. "E' difficile chiamarlo ostruzionismo visto che i tempi sono contingentati, ma ci opporremo in ogni modo a questa porcheria".
Proprio così, porcheria. Come la chiamiamo ora questa cosa? Il senato di non eletti con poteri poco chiari e protetti dall'immunità. Una legge elettorale che toglie agli elettori la possibilità di scelta. L'innalzamento delle firme necessarie per i referendum. La futura riforma della giustizia fatta assieme a B. dove si toccheranno pure le intercettazioni. Si, ieri in piazza a protestare c'era anche gente con cui ho poco da spartire. Ma la situazione non cambia: il paese rimane nella palude, a prescindere da queste contro riforme. E non basteranno certo le belle immagini da istituto Luce del premier che salva la povera donna perseguitata risollevare il paese. Perché il premier ha dichiarato che andrà fino in fondo. Trascinandosi dietro il paese.
Capita anche a voi di incontrare sempre più spesso, in treno, per strada, facendo la coda alle poste, gente che se ne esce con frasi del tipo "servirebbe che arrivi uno che spazza via tutto ...". I sindacati? Non servono a niente e rubano soldi. I politici? Tutti ladri. I sindaci e gli assessori? Buoni solo ad alzare le tasse .. E se vengono beccati a rubare, il manganello. Sono le stesse persone che poi se ne escono dicendo "non bisogna pagare le tasse", perché i nostri soldi finiscono nelle mani di chi ruba. Perché noi italiani siamo così, tutti ladri, tutti furbi ...
Ecco, a queste persone di solito rispondo dicendo, ma tu hai votato per un ladro? E quando stai male, chi chiami? La croce rossa o l'amico medico? Se ti rubano l'auto, a chi fai la denuncia? Ai carabinieri o all'amico investigatore privato? Ecco, state tranquilli, voi amanti dell'uomo forte, è arrivato l'uomo giusto al comando. Quello cge spazzerà via tutto. Sindacati, senatori, oppositori.
Il presidente della repubblica è stato chiaro nel suo monito alla stampa: non c'è nessun rischio autoritario dentro le riforme. "Non vado oltre sul tema, per rispetto verso i lavori, ormai in fase avanzata, dell’Assemblea del Senato. Ma rivolgo un pacato e fermo appello a superare un’estremizzazione dei contrasti, un’esasperazione ingiusta e rischiosa – anche sul piano del linguaggio – nella legittima espressione del dissenso. E per serietà e senso della misura nei messaggi che dal Parlamento si proiettano versi i cittadini, non si agitino spettri di insidie e macchinazioni autoritarie. Né si miri a determinare in questo modo un nuovo nulla di fatto in materia di revisioni costituzionali".
Non solo non si disturbi il manovratore verso il governo del primo ministro, ma il presidente ha pure sdoganato la riforma della giustizia da fare assieme a B, definito "interlocutore significativo" perché ha elogiato i magistrati che l'hanno assolto in appello per il processo Ruby. E se veniva (ri)condannato? Diventava interlocutore ancora più significativo?
Nel frattempo i magistrati di Palermo depositavano nuovi atti per il processo sulla trattativa. I dialoghi tra Fede e il personal trainer Gaetano Ferri dove si parla dei rapporti tra Dell'Utri e Berlusconi, i soldi dati da quest'ultimo all'ex senatore, i conti esteri, la mafia
"Guarda a Berlusconi cosa gli sta mangiando. Perché lui è l'unico che sa... Ti rendi conto che ci sono 70 conti esteri, tutti che fanno riferimento a Dell'Utri?".
"C'è stato un momento in cui c'era timore ... - racconta Fede - Che loro hanno messo Mangano (il boss morto in carcere noto come lo stalliere di Arcore, ndr) attraverso Marcello (Dell'Utri, ndr)". "La vera storia della vicenda Berlusconi - prosegue - ...mafia, mafia ...soldi, mafia, soldi...Berlusconi". "Sì, sì - aggiunge Fede - Dell'Utri era praticamente quello che investiva... Chi può parlare? Solo Dell'Utri". "Mangano era in carcere. Mi ricordo che Berlusconi arrivando - dice Fede riportando una sorta di dialogo tra Berlusconi e Dell'Utri - ..'hai fatto?'...'sì sì..gli ho inviato un messaggio..gli ho detto a Mangano: sempre pronto per prendere un caffè". "Era un messaggio per rassicurare lui su certe cose che non so..- spiega a Ferri - E devo dire che questo Mangano è stato un eroe. E' morto per non parlare".
«Lui (Berlusconi) lo sa che gli voglio bene, non può pensare che io lo tradisco... Io so tutto di lui, quando scopava, dove scopava, con il dito... Mi chiamava all'una e mezza di notte...».
Agli atti depositate anche le intercettazioni di Riina nel carcere di Opera dove il boss spiega che Borsellino era intercettato:
“Sapevamo dove dovevamo andare… perché lui gli ha detto… domani, mamma, domani vengo”. Nel cortile del carcere di Opera, conversando con il suo compagno di “aria” Alberto Lorusso, il boss Totò Riina alza il braccio sinistro e lo porta tra la bocca e l’orecchio, mimando il gesto di prendere il telefono: “Gli ha telefonato… va bene… Sapevo che ci doveva andare alle cinque”.
E viene fuori una vecchia indagine che aveva coinvolto un tecnico dell'Elte, processo poi finito con delle assoluzioni.
"Il ruolo del generale Mori L’amicizia con Vito Miceli, il suo allontanamento dal Sid per ordine di Maletti con il divieto di restare a Roma “fino alla fine del processo sul golpe Borghese”, il ritorno nella capitale a capo dell’antiterrorismo il giorno del sequestro Moro. In mezzo l’inchiesta sulla “Rosa dei Venti” del pm Giovanni Tamburrino che chiede ai colleghi romani una fototessera di Mori che non riceverà mai, per l’avocazione dell’indagine a Roma, fatta da Claudio Vitalone. Chi è davvero Mario Mori? È il geniale investigatore al quale storici, politici e una certa antimafia attribuisce la fine dello stragismo oppure è un enigmatico ufficiale dell’Arma che nasconde nel suo passato i buchi neri della strategia della tensione?"
Ma tanto adesso Renzi ha desecretato le carte sui misteri italiani, no? Adesso il governo si impegnerà a fare luce sulla strage di via d'Amelio. O forse no, perché è troppo impegnato nell'approvazione della grande riforma che nno si può criticare, per cui ha precettato i senatori dalle 9 a mezzanotte. Sempre che, alla fine, non si decida di mettere la ghigliottina. O arrivare alle elezioni anticipate.
L'Italia ha puntato tutto sulla nomina del ministro Mogherini ad Alto rappresentante per la Politica estera e di sicurezza dell'Ue. Nomina poi bloccata dai no di alcuni paesi europei dell'est. Ma più che alle poltrone, mi piacerebbe sapere cosa ne pensa il governo italiano e la Mogherini della situazione di Gaza? Che soluzione hanno per la guerra in corso (a parte chiedere il cessate il fuoco)? E lo stesso dicasi per la guerra in Ucraina? Che posizione ha l'Italia e che posizione ha l'Europa? Mi sembra che, più che ad una scelta politica, si sia tutti interessati alla poltrona. Che però, senza politica, rimane vuota.