25 aprile 2015

La guerra di liberazione, oggi

La formazione partigiana Stella Rossa, attiva sull'appennino Bolognese
La nostra democrazia, le nostre istituzioni, il nostro paese vengono da lì.
Da una guerra, dalle macerie, dagli eserciti che ci hanno liberato da una dittatura che pure negli anni aveva avuto un certo sostegno popolare.
E anche dalla guerra di liberazione.

Veniamo da lì: da quei ragazzi andati sui monti per fare resistenza. Per uno slancio ideale, per la volontà di essere parte in questa lotta.
Altri scelsero di starsene zitti, di mugugnare tra sé, di non fare nulla, di calare la testa. Sono quelli che divennero partigiani, ma dopo.

Questo è uno dei valori da ricordare e tramandare della guerra di liberazione: la volontà di riprendere in mano il proprio destino, di cambiare il paese affinché ogni persona potesse esprimere le sue idee e scriverle, riunirsi in associazioni, partecipare liberamente nella cosa pubblica.

Era finito il tempo del duce, dell'uomo solo al comando, del regime che ci voleva tutti uguali, tutti senza pensieri, che i pensieri sono pericolosi. Senza idee politiche, se non quelle di lui.
Purtroppo per arrivare a questa “liberazione” siamo dovuti passare per le macerie, per la fame, per la guerra. Evidentemente a noi piace così: delegare, non occuparci, non impegnarci, non ragionare, non usare la nostra testa.

È scontato fare un parallelo tra la storia di ieri e quella odierna: ci hanno fatto innamorare e ci siamo innamorati di tanti uomini forti. A cui dovevamo dare carta bianca, ci avrebbero pensato loro a cambiare le cose.
Ma le democrazie sono altro da questo.
Se c'è un autoritarismo è anche perché ci sono persone che si lasciano usare. Cui piace stare dalla parte del più forte, nel gregge, belli coperti e tutti uguali.
Gente che ragiona in 140 caratteri su twitter e che non è più in grado di articolare un ragionamento. Per esempio su riforme, scuola, Costituzione e legge elettorale.

Non sono io a tirarla fuori: è il sottosegretario Lotti che oggi usa la Resistenza (nella retorica dei giovani ragazzi che hanno tanto lottato ..) in un'intervista su Repubblica, spiegando come l'Italicum porti avanti lo stesso spirito.
Chissà, bisognerebbe chiederlo, qualcuno ancora in vita lo si trova.
Avete scelto la montagna, il rischio della morte, il freddo, per questo? Per un paese dove si è svuotato il parlamento, il ruolo dei partiti, dove è aumentata la distanza tra paese e palazzo? O avete lottato perché ad un certo punto, dopo anni di fascismo (tutti uguali, tutti senza idee, tutti inondati dai messaggi del duce su radio e giornali..), avete deciso che volevate partecipare anche voi?


Forse, ogni giorno è buono per fare una nostra battaglia per la liberazione.

24 aprile 2015

L'arte di non prendere decisioni

La montagna ha partorito il topolino, questa volta l'espressione (trita e ritrita) calza a pennello.
La grande e civile Unione europea ha aumentato sì i fondi per Triton, ma rimarrà una missione di pattugliamento.
E niente da fare sul discorso dell'accoglienza.

Un piano generico per attacchi alle barche, ma niente droni (Obama ha detto no a Renzi, sebbene possano essere usati per la lotta al terrorismo con qualche effetto collaterale).
Tutto qua?
Tutto qua.
Ognuno per se e dio denaro per tutti.

Anche questa è stata la Resistenza


Ieri sera alla sala consiliare di Inverigo, l'avvocato Filippo Meda ha raccontato gli ultimi giorni della guerra di liberazione, tra il 25 aprile e 1 maggio, di cui fu testimone. L'accordo col capitano tedesco Lutze, che comandava un presidio di SS, affinché abbandonassero il paese senza spargere altro sangue.
Le ultime scaramucce coi fascisti (della colonna Petacci), dopo il 25 aprile, a Bulciago, in cui morirono 37 ragazzi, poco più che diciottenni.
I fascisti che volevano mettere a ferro e fuoco il paese di Lurago e di Inverigo: violenza che fu evitata solo grazie al parlamentare dei partigiani e del prevosto di Lurago.
L'arrivo della colonna dell'esercito americano, da Bergamo, nella notte del 27 aprile, la gioia delle persone perchè significava la fine della guerra.

Tutto questo è nelle memorie del comandante del CLN Guido Donà, recitate in sala.
Filippo Meda ha raccontato a noi la resistenza vissuta coi suoi occhi: lo scarso armamento, l'entusiasmo. Il monito dato dal padre, quando scoprì che aveva rubato due bombe a mano dall'auto di Valenti e della Ferida: "La resistenza si fa con le idee e non con le armi".

Ha anche citato un episodio della guerra, in particolare della Shoa che è passata anche da qui: ad Inverigo, in una casa non lontana dal municipio, era nascosta la famiglia di Liliana Segre. 
Una mattina un camion delle SS si ferma davanti casa, qualcuno aveva fatto la spia: le SS catturano tutti, anche gli anziani genitori di Liliana, caricati come sacchi di patate sul camion.
Un signore che abitava in una cascina poco lontana, Mario Fumagalli, prese le loro difese: si avvicinò alle SS (e ai fascisti) e li apostrofò "cosa ve feet", ma non vi vergognate?
Fu preso a calci e picchiato.

Non salvò la vita ai genitori di Liliana, ma il suo gesto salvò l'onore del paese. Mario Fumagalli fu uno dei tanti che non girarono la testa dall'altra parte.
Anche questa è stata la resistenza.

In molti, alla fine dell'incontro, hanno chiesto al sindaco di installare delle targhe, nel paese, per ricordare i tanti martiri della guerra di liberazione.

Questa è una foto storica: fu scattata il 1 maggio, nella piazza di Inverigo, con tutti i partigiani inverighesi in festa



23 aprile 2015

Qualunquismo per qualunquismo

Volete gli immigrati? E allora prendeteveli a casa vostra...

Ecco, qualunquismo per qualunquismo, mi piacerebbe rispondere ai Salvini vari che allora che si pagassero loro il ministero a Monza, la scuola privata della moglie di Bossi, i soldi per la Padania, .....

Così magari coi soldi recuperati ci costruiamo qualche scuola e qualche ospedale.

Garantisti (non sul lavoro)


Sempre in tema di lavoro e dell'asticella che dovremo deciderci a che livello piazzare.
Fino a dove può spingersi la flessibilità (in termini di lavoro e stipendio) nei confronti di un dipendente, in questo caso giornalista?
Cosa è diventato il lavoro oggi e cosa sta diventando il mondo del giornalismo (dove è anomalo chiedere lo stipendio ..)?

Il caso del giornalista (co co co, ma non erano stati cancellati tutti i precari?) del Garantista:
“Chiedi lo stipendio? È sintomo di un malessere, valuta le dimissioni”. È la risposta data a una giornalista del “Garantista” che da novembre aspettava i suoi compensi per la collaborazione con il giornale di Piero Sansonetti, nato 9 mesi e già in crisi tanto che, a inizio aprile, l’assemblea di redazione ha indetto alcuni giorni di sciopero delle firme. A rispondere in questo modo è stato il presidente del consiglio di amministrazione della “Società Cooperativa Giornalisti Indipendenti”, Andrea Cuzzocrea, che è anche il presidente di Confindustria Reggio Calabria. È proprio il ruolo di Cuzzocrea, rappresentante degli imprenditori della città dello Stretto, che lascia l’amaro in bocca davanti a una legittima richiesta di un giornalista che lamentava di non essere stata pagata a differenza di altri colleghi che avevano ricevuto lo stipendio.
Una risposta affidata a una mail inviata dall’editore del “Garantista” non solo alla diretta interessata ma anche alla redazione centrale del giornale, a tutti i colleghi delle redazioni periferiche e al consulente del lavoro del quotidiano calabrese.Tutti, quindi, sanno. Compreso il direttore Piero Sansonetti che, dopo l’esperienza di “Calabria Ora” fallita pochi mesi dopo le sue dimissioni, ha fondato “il Garantista” la cui presentazione è avvenuta a Roma davanti all’ex presidente della Camera Fausto Bertinotti.
In sostanza, la giornalista (di cui volutamente non riportiamo il nome) lamentava di non aver ricevuto il bonifico dei compensi che gli era stato promesso dai vertici del giornale. Con toni sicuramente accesi ma giustificabili da chi non viene pagato per cinque mesi, la collaboratrice del “Garantista” pretendeva di non essere vittima dell’ “ennesima presa per i fondelli”, chiedendo l’intervento del sindacato. Ed ecco la risposta del presidente locale di Confindustia: “Domanda: Lei che tipo di contratto ha? A me risulta co.co.co. È così? Se è così i detentori del predetto tipo contrattuale non sono stati oggetto di pagamenti in questa tornata”. Fin qui, anche se non espressamente, Cuzzocrea ha cercato di chiarire che, all’interno del suo giornale, ci sono giornalisti di serie A che percepiscono lo stipendio prima di quelli di serie B che, se si lamentano, occore ricordargli che sono co.co.co. e in quanto tali non possono permettersi di alzare troppo la voce.

L'asticella del lavoro

Prima  o poi dovremmo veramente deciderci su quale sia il livello dove porre l'asticella.
Quella che separa il lavoro, così come lo intende la nostra Costituzione (l'Italia è una repubblica fondata sul lavoro .. ogni cittadino ha diritto ad un salario dignitoso ..), da qualcosa che è altro ma che viene ancora chiamato così.
Quale è il livello oltre cui non si può parlare di lavoro ma si deve dire sfruttamento.
Quale è la soglia per cui non vale la pena (e non si dovrebbe) accettare un'offerta di lavoro.

Penso a questo dopo l'articolo del corriere sui giovani che hanno rifiutato il posto per Expo, dopo aver mandato il cv a Manpower.
Allora aveva ragione l'ex ministro Fornero quando criticava i nostri giovani di essere troppo schizzinosi, choosy.
Intervistato dai giornalisti, l'AD di Manpower spiegava che la loro selezione cercava e offriva "experience fresca". 
Una "opportunity" per entrare nel mondo del lavoro che è stata rifiutata perché ai giovani spaventa il non fare le ferie ad agosto (questo lo ha aggiunto Sala).

La realtà è più sfumata: lo stipendio da 1500 netti al mese, per 6 mesi è solo per una piccola parte dei fortunati di Expo.
Molti dei ragazzi sono stati selezionati per lavori a 500-600 euro al mese.
E hanno aspettato mesi prima di essere chiamati.
All'ultimo giorno, per un posto che li terrà occupati per mesi, senza week end e senza troppe speranze per il dopo.

I giovani non sono abituati a fare fatica. Sono schizzinosi. Sono ancorati a vecchi modelli di lavoro e di società.
Ecco, peccato che nessuno parli di questo nuovo modello di lavoro e di società: lavoro a chiamato, oggi ci sei domani non si sa. Nessuna formazione, nessuna speranza o opportunità di carriera.
E' il modello per cui la Call&Call può permettersi di licenziare a Cinisello (non lontano dai padiglioni di Expo) per assumere al sud (per prendersi le agevolazioni previste dalla legge di stabilità). E qualcuno così potrà sbandierare i numeri fantastici dei nuovi contratti.
E' il modello per cui le multinazionali arrivano, prendono (sgravi, tecnologie), sbagliano magari politiche industriali e poi se ne vanno.
Mani libere.

Qui di seguito alcune testimonianze
“A inizio anno ho passato il colloquio per un 5° livello commercio con uno stipendio di 1460 euro lordi. Il netto attorno ai 1200 euro per un full time di 40 ore settimanali – racconta M. F, 29 anni, laurea triennale – Arrivando dalle Marche con quella retribuzione avrei potuto mantenermi a Milano dove un posto letto costa 550 euro, visto che da subito ci era stato detto che durante i sei mesi vitto e alloggio sarebbero stati a nostre spese, come anche il parcheggio. Dopo mesi di silenzio da parte di Manpower poco fa mi hanno proposto nel padiglione della Thailandia a 28 ore al mese. Sono stata costretta a rinunciare”. 

“Sono stata ammessa a due colloqui presso gli uffici milanesi di Manpower: abito in Toscana e ho chiesto se si poteva fare via skype o sostenere entrambi i colloqui lo stesso giorno per accorpare le spese del viaggio, tutte a mio carico. Mi è stato risposto di no e ho accettato solo il colloquio da stagista spendendo 200 euro fra viaggio e albergo. Sono giovane, ho pensato, fa curriculum. E Manpower mi aveva rassicurata: entro febbraio avrai il feedback. Quella telefonata è arrivata solo poche ore fa: ‘Hai superato la selezione di gennaio ma non possiamo ancora darti l’ok definitivo perché Expo Spa non ha ancora dato conferma. Ti faremo sapere presto se inizierai a lavorare a fine settimana’. Mi spiace ma con tre giorni di preavviso, anche volendo, non posso accettare. Fossero stati 1500 euro era un conto, ma 500 con poche ore per trovare un alloggio è infattibile”.
Ricordiamolo ancora una volta: l'evento più importante per l'Italia rischia di trasformarsi in una figuraccia per i ritardi dell'organizzazione, in mano a manager da stipendi con tanti zeri che non faranno fatica a trovare (eventualmente) altri incarichi.

22 aprile 2015

Abituati a pensar male

Su Repubblica online potete leggere l'articolo di Francesco Bei, dove si riportano le reazioni di Renzi dopo che la minoranza del suo partito ha fatto sapere che è arrivato il momento di dire basta. 
E' quella che sui giornali viene chiamata la scelta dell'aventino, dopo la sostituzione dei membri "infedeli" nella commissione affari costituzionali. Per approvare in fretta la legge elettorale.
Dice Bei, che Renzi lo vede come un attacco personale, qui l'Italicum non c'entra niente:
"Per Renzi ormai l'Italicum non c'entra più nulla. L'attacco delle opposizioni e, soprattutto, della minoranza interna, per il premier "prescinde totalmente dal merito". No, in ballo ci sono altre due questioni.La prima riguarda la leadership delle opposizioni dentro il partito. "Bersani - è la chiave di lettura dell'inquilino di palazzo Chigi - sta cercando di riprendersi il suo ruolo e ha costretto Speranza a dimettersi. Adesso vedremo quanti gli andranno dietro". Insomma, per il capo del governo sarebbe in corso un grande gioco di potere all'interno della minoranza. Un gioco che, con qualche schematismo, si potrebbe raccontare come lo scontro tra la vecchia guardia -Bersani, Bindi, D'Alema - e quella parte di Area riformista che non accetta la logica del muro contro muro contro l'esecutivo. "Per quelli che vogliono smarcarsi - dice Renzi - questo è il momento giusto". La previsione è che, dopo la riunione di Area riformista di questa mattina, se dovesse prevalere l'ala dura, in molti annunceranno il loro addio alla corrente bersaniana."
Sulla trasparenza, sulla coerenza e sull'etica della minoranza PD non metto mano. Speranza era il giovane turco più renziano, quando c'era da mettere in riga il M5S.
Ma questo è il classico ragionamento di chi non è onesto intellettualmente: la legge elettorale, assieme alla riforma del Senato e della costituzione, non va bene. Punto.
Partiamo da questo.

Pensare che l'opposizione la critichi e cerchi di cambiarla solo per mettere in difficoltà la maggioranza, è un ragionamento di uno abituato agli intrighi, ai giochi di palazzo, a tramare alle spalle.
Appunto.

PS: non male, come cattivo gusto, la prima pagina di Libero.

Respingimenti democratici

Il modello è la Bossi Fini (che tanti risultati e soddisfazioni ha dato nel contrasto allo spaccio e alla proliferazione delle droghe): la proposta del governissimo è quella di fare la guerra a gli scafisti. Spariamo contro gli scafi, affondiamoli, usiamo le stesse procedure di ingaggio in essere contro i pirati.
Peccato che i pirati che assaltano le navi siano dei veri e propri commandos.
Mentre gli scafisti sono solo l'ultima ruota del carro: a volte sono anche loro migranti cui viene concesso il viaggio gratis, basta che tengano il timone a nord.
Ma prendersela con gli scafisti consente di sbattere i mostri (i piccoli mostri) in prima pagina, arresti facili e condanne facili.

Facili rispetto all'altra strada, più complicata: risalire ai capi dell'organizzazione criminale, colpire i patrimoni.
Prodi aveva proposto (inascoltato) di smetterla di finanziare i paesi produttori di petrolio, come la Libia.
Chi è che ha interesse a destabilizzare l'europa (del sud) con l'Isis e i flussi di migranti dai paesi del nordafrica?

Così si torna al solito ritornello: i respingimenti, i blocchi, gli spari.
Tanto criticati ai tempi in cui il Pd era all'opposizione.
Che ora tornano ad essere strumenti democratici.

PS: sul ritornello dei costi di Mare nostrum , dell'accoglienza, di questi immigrati che pretendono wi fi e hotel a cinque stelle.
Lasciamo perdere il discorso delle vite salvate (evidentemente ai nostri difensori della famiglia non interessa).
Mare nostrun costava 9,6 ml di euro al mese (Triton 3): tanti soldi, che non possiamo più permetterci di spendere.
Diamo soldi agli immigrati e poi non abbiamo soldi per le nostre famiglie.

Ecco, Marco Lillo oggi parte da qui per ricordare tutti gli sprechi fatti in questi anni, dai governi in cui c'era anche la Lega.
P ROV I A M O a   fare qualche esempio: il governo guidato da Silvio Berlusconi è stato prota-gonista principale dello sperpero, stimato in 470 milioni di eu-ro , per la  costruzione inutile delle strutture che avrebbero dovuto ospitare  i grandi  della terra per  il G8  del 2009  alla Maddalena. Se il governo Ber-lusconi non avesse sprecato cir-ca cento milioni per gli appaltiassegnati alle associazioni diimprese dove  c’era ilgruppoAnemone forse oggi si potrebbefinanziare Mare Nostrum per il2015. Sempre in quel periodo diGrandi Eventi e grandi sperpe-ri, le strutture della presidenzadel consiglio varavano i mon-diali di nuoto del 2009. I 20 mi-lioni gettati nella piscina di Val-co San Paolo a Roma, costruita(e mai  inaugurata per  via del suo  tetto pericolante)  da  quel Francesco Piscicelli, famoso perla risata della notte del sisma dell’Aquila, oggi potrebbero tornare utili per finanziare altri due mesi di Mare Nostrum.Con i 200 milionisperperati perla città dello sport di Tor Vergata Roma si potrebbero finan-ziare altri due anni di salvataggi.Per tornare sul mare, un altro esempio di spreco di denaro pubblico è quello  della penale per la mancata costruzione del ponte sullo stretto di Messina. Il contratto capestro tra la so-cietà pubblica Stretto di Messi-na e il consorzio Eurolink fu sti-pulato ai tempi del secondo go-verno Berlusconi nel  2005. Lamodifica ancora più sfavorevo-le per le casse pubbliche invece èstata firmata dall’allora presi-dente della   società pubblica,Pietro Ciucci, nel settembre del 2009. A quei tempi la Lega era algoverno e Matteo Salvini si eraappena dimesso  da deputatomantenendo la seconda poltro-na di europarlamentare, men-tre Giorgia Meloni e AngelinoAlfano erano ministri. Nessunofiatò né allora né quando i gior-nali hanno svelato gli accordi ri-servati tra Stretto di Messina eEurolink. La penale sarà ogget-to di un contenzioso ma la spesaper le casse pubbliche dovrebbearrivare a700 milioni  di euro,pari ad altri sei  anni di Mare Nostrum.

21 aprile 2015

Noi, gli uomini di Falcone - Angiolo Pellegrini

Il sottotitolo di questo libro è: “La guerra che ci impedirono di vincere ”: la guerra di cui ci parla il generale Angiolo Pellegrini è dello Stato contro il suo antistato, ovvero Cosa nostra.
Una guerra di cui l'allora capitano dei carabinieri Pallegrini, trasferito a Palermo per comandare il sezione Anticrimine, è stato protagonista, tra gli anni 1980 – 1985.
Sono gli anni in cui cadevano sotto il fuoco della mafia magistrati (come Costa, Chinnici, Terranova), poliziotti (Calogero Zucchetto, Roberto Antiochia, Ninni Cassarà, Beppe Montana, Boris Giuliano), carabinieri (Emanuele Basile e Mario D'Aleo, tutti e due comandanti a Monreale), prefetti (senza poteri speciali, come Dalla Chiesa), segretari di partito (Pio La Torre), sindaci (Reina), presindenti di regione (Piersanti Mattarella) ..
Ma ad essere uccisi dalla mafia erano anche semplici cittadini che avevano deciso di stare dalla parte dello Stato, senza mettere la testa sotto la sabbia o guardare da un'altra parte (il medico Giaccone che si era rifiutato di aiutare un boss).
Una lista lunga di eroi, molti dei quali l'autore ha anche conosciuto personalmente e che in queste pagine ha voluto ricordare.
Per molti di coloro che hanno combattuto questa guerra è sembrato ad un certo punto di essere ad un passo dalla vittoria, con la sconfitta una volta per sempre di cosa nostra: la decapitazione dei vertici, la confisca dei beni dei boss, lo smantellamento della rete di spaccio, di estorsione. L'eliminazione delle relazioni col mondo imprenditoriale (vittima spesso consenziente dei soprusi della mafia), col mondo dei professionisti che hanno consentito ai boss di poter riciclare il denaro, tenerlo nascosto in paradisi fiscali.
L'eradicazione di quel rapporto antico tra mafiosi e politici, per quella convergenza di interessi che spesso ha fatto incontrare questi due mondo che dovrebbero state agli antipodi.
Invece, il politico ha bisogno dei voti garantiti dal boss mafioso. E il boss mafioso ha bisogno del sostegno, della copertura, del riconoscimento da parte del politico.
Sostegno e copertura che si esplicitano in tanti modi: per esempio col fatto che in questo paese si è sempre legiferato in tema di mafia in modo emergenziale.
E' un argomento su cui l'autore torna più e più volte nel corso del libro: per arrivare alla prima legge che riconosce il reato di mafia e permette la confisca dei beni si è dovuto attendere il sacrificio di due uomini dello Stato come il prefetto Dalla Chiesa e il segretario PCI Pio La Torre.
Perché il parlamento emendasse la legge Falcone (con tutte le misure restrittive per i boss in carcere) si è dovuti arrivare all'attentatuni, al cratere di Capaci, alla bomba che uccise il giudice Falcone e la sua scorta.

Una guerra che si poteva vincere: le memorie del generale Pellegrini, scritte assieme al giornalista Francesco Condoluci, coprono gli anni tra il 1981 e il 1985 a Palermo, dove ricoprì il ruolo di comandante della sezione antimafia di Palermo.
Hanno un ruolo prezioso, queste memorie, perché sono una testimonianza in prima persona di cosa significasse in quegli anni combattere la mafia: la fatica nel girare per i quartieri della città a caccia dei latitanti, la costanza nel non arrendersi mai, la capacità di cogliere le connessioni, trovare i legami tra episodi distanti.
Prorio quest'ultimo aspetto caratterizzò il lavoro di Pellegrini (chiamato dai suoi "Bill the kid") e della sua squadra, o “banda”:
«Andremo in cerca delle connessioni, del filo che unisce i singoli delitti. Scordatevi le solite indagini di routine, le analisi e le ipotesi investigative sui killer. [..]ci dedicheremo ai possibili moventi, ai collegamenti tra i vari reati, per costruire deduzioni [..]Basi concrete su cui costruire un rapporto giudiziario completo sulla mafia come fenomeno unico, verticistico».

L'idea che il capitano Pellegrini aveva in mente era quella di ridisegnare con rigore scientifico la nuova mappa della mafia.
Mafia come struttura unitaria e verticistica, le cui decisioni si potevano ricondurre a poche persone, riunite nella commissione interprovinciale.
Oggi sembra una cosa scontata, ma negli anni '80, in cui ancora per molti la mafia era semplicemente un'invenzione dei comunisti per screditare la DC, era quasi una rivoluzione.
Rivoluzione cui si arrivò col duro lavoro sul campo, sulle carte societarie, ascoltando ore di intercettazioni.
Pellegrini ebbe l'onore di lavorare a fianco con molti degli eroi civili citati sopra: a cominciare da Rocco Chinnici, capo dell'ufficio istruzione, ucciso prima di riuscire a mettere le mani sul terzo livello.
Il consigliere istruttore, dopo i mandati di cattura per l’omicidio Dalla Chiesa, voleva «salire di livello», andare a colpire il sottobosco politico e affaristico che garantiva complicità e protezione alle cosche. In vena di confidenze, mi aveva fatto quel nome: i Salvo”.

Ma, come scrisse Pellegrini stesso nel suo diario, “chi tocca i Salvo muore”.
Pellegrini ricorda nelle sue pagine anche i giorni a fianco del generale Dalla Chiesa che in Sicilia intendeva rivoltare come un calzino la DC, far vedere alla gente che le cose a Palermo e in regione stavano cambiando, potevano cambiare. Quei 100 giorni in cui il generale attese i poteri speciali in tema di lotta alla mafia (poter coordinare tutte le inchieste in un unico ufficio). Scrive l'autore:
nei palazzi siciliani del potere erano tutti sicuri che il generale, alla fine, non avrebbe mai ottenuto quegli incarichi speciali dal governo centrale. «È un personaggio troppo ingombrante,..”

Un personaggio che aveva intuito come la mafia stesse cambiando pelle, stesse uscendo dai confini della Sicilia, investendo al nord, si aprisse a nuove alleanze con imprenditori rampanti, come i cavalieri di Catania.
I poteri speciali furono dati poi, con un decreto legge d’urgenza, all'alto commissario per il coordinamento della lotta contro la delinquenza mafiosa, De Francesco.

Dalla Chiesa, Chinnici. E poi quei tre anni a fianco di Falcone e dei magistrati del pool di Palermo, per costruire rapporti giudiziari completi sulla nuova mafia, sulle nuove famiglie, sui loro affari nel cemento e nell'industria.
Come l'atto giudiziario su «Michele Greco + 161», che fu la base della sentenza di rinvio a giudizio del maxi processo, qualche anno dopo.
O il rapporti contro Piddu Madonia, che “rappresentava la nuova generazione di una mafia imprenditrice, capace di costruire cartelli insieme a imprese e funzionari pubblici per monopolizzare il settore edilizio, limitando l’uso delle armi”.
Rosario Riccobono, il boss che aveva reinvestito i proventi del traffico di droga “acquistando proprietà immobiliari nel Centro e Nord Italia oppure creando società fittizie che facevano da «lavatrici»”.

Sono gli anni della mattanza, la seconda guerra di mafia, in realtà un golpe dei corleonesi che fecero fuori gli esponenti della famiglie egemoni, che si erano arricchite col traffico della droga negli anni '70. I Bontade e gli Inzerillo prima di tutto.
Sono gli anni in cui grazie all'aiuto di Tommaso Buscetta, pentito della mafia perdente, Falcone e il pool di Caponnetto (e Di Lello, Guarnotta, Borsellino) riuscirono ad avere un «codice interpretativo», uno strumento per poter leggere tra le pieghe di Cosa Nostra:
Don Masino stava confermando la teoria di Falcone, quella che anch’io avevo fatto mia fin dai primi giorni a Palermo: la mafia siciliana, Cosa Nostra, era organizzata in maniera unitaria e piramidale.”

Si era arrivati al maxi processo del 1986, coi mafiosi alla sbarra per essere condannati per la prima volta all'ergastolo. In manette finirono politici collusi (ma rimasti intoccabili) come Ciancimino.
Si era veramente ad un passo dalla vittoria.
Ma proprio allora, le cose iniziarono a cambiare: “Tra i partiti di governo iniziarono a sgomitare i crociati del garantismo; dal nulla, anche tra i magistrati, spuntarono i puristi a sollevare dubbi procedurali sul futuro maxiprocesso”.

Chiussai si vince e chiussai si perde” recita un proverbio siciliano che l'autore usa per descrivere quei mesi. Quando si smontò, pezzo per pezzo, quel gruppo di uomini che avevano combattuto la guerra. Isolandoli, come Falcone. Spostandoli ad altro incarico, come Pellegrini stesso. Lasciandoli nelle mani dei carnefici mafiosi come Montana (capo della catturandi) e Cassarà (dirigente della Mobile).
Sacrificati in nome della normalizzazione.

Sono questi, coloro che impedirono ai carabinieri della banda di Pellegrini - e ai magistrati del pool antimafia, e ai poliziotti della Mobile di Palermo, agli uomini della Guardia di Finanza, … e ai tanti cittadini – di vincere.
Sono quanti screditarono e attaccarono in tante maniere Falcone e Borsellino, calunniandoli da vivi e omaggiandoli ipocritamente da morti.
Sono quanti, nell'arma, tramarono alle spalle di Pellegrini per spostarlo da Palermo.

La scheda del libro sul sito di Sperling & Kupfer e l'intervista all'autore:
Perché ha deciso di scrivere questo libro?Ho voluto scrivere questo libro per ricordare le vittime della mafia, le tante persone che si sono sacrificate per lo Stato e le istituzioni, eppure sono state rapidamente dimenticate. L’ho scritto soprattutto pensando ai ragazzi, che conoscono così poco della storia recente d’Italia.
Poi, via via che raccoglievo il materiale e ripercorrevo gli eventi, ho avuto la sensazione che dietro quello che è successo – e ancora di più, quello che non è potuto succedere – ci potesse essere una mente sottile. Non mi riferisco ai corleonesi, ma a qualcuno di più sfuggente, che ha fatto naufragare le attività avviate da Giovanni Falcone. Questo qualcuno, prima, ha eliminato o allontanato tutti i suoi collaboratori più fidati, sostituendoli con persone che non sempre erano all’altezza. E poi ci fu l’evidente tentativo di delegittimazione dello stesso Falcone: il fallito attentato all’Addaura, gli anonimi del corvo, la mancata elezione a capo dell’ufficio istruzione, per cui il pool fu gradualmente smantellato. Venne poi ricostituito, sì, ma ormai il danno era stato fatto. Non può essere tutto attribuito al caso!
Come ha pagato il suo personale impegno contro la mafia?In tanti modi: rinunciando alla tranquillità, allontanando la mia famiglia per non esporla, prendendo e imponendo costanti (quasi maniacali) precauzioni. Che però a qualcosa sono servite, visto che oggi sono qui a raccontarle e che nessuno dei miei uomini ha mai subito danni. Il pericolo maggiore probabilmente l’ho corso una sera, uscito dalla questura. Ero fermo a un semaforo e ho visto spuntare dal nulla una moto blu, con due uomini. Non vedevo i visi, coperti dal casco, ma ho avuto subito la sensazione che fossero lì per me. Ho accelerato e sono partito a tavoletta, lasciandoli dietro. Anni dopo ho avuto conferma che quello era un attentato bello e buono. Me l’ha detto Angelo Siino, uno degli uomini di Riina, che quella volta volevano uccidere, come avrebbero ucciso poi Ninni Cassarà. Non ci sono riusciti, e poco dopo sono stato allontanato da Palermo. Neppure questo può essere un caso.
Ma esiste anche un prezzo, meno evidente e forse più alto, che si paga ogni giorno. Una persona in prima linea deve indurire il cuore, mettere a tacere i sentimenti, perché altrimenti, di fronte alla morte di colleghi, che spesso sono anche amici, e al rischio che si corre ogni ora, la tentazione di rinunciare è fortissima. Invece bisogna resistere.
Qual è l’insegnamento più importante che le ha trasmesso Falcone?L’onestà assoluta di uomo e giudice. Di qualunque indagine si trattasse, Falcone la conduceva con estremo rigore e serietà, senza travalicare, senza inventare, e rimetteva il giudizio alla corte. Dovevano essere i documenti e le prove a parlare, non le sue convinzioni. Questa onestà morale e intellettuale l’ho sempre portata con me.

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon
“Contrada non si sottrasse” - Un passo del libro dove Pellegrini racconta di una telefonata da uno dei cugini Salvo (i potenti esattori siciliani, elettori della DC ).

Angiolo Pellegrini, Don Ciotti e Attilio Bolzoni alla presentazione

Una foto storica: in Brasile, per l'estradizione di Buscetta, Cassarà, Borsellino, Pellegrini, De Luca, Falcone e Ayala



Sui trafficanti di uomini

Una vera e propria organizzazione criminale, con capi in Africa e anche nel sud Europa, che controllava il traffico dei migranti dai paesi del centro Africa verso l'Europa.
Una struttura che ave a a libro paga miliziani libici e con molta probabilità anche basisti dentro le forze dell'ordine italiane per permettere l'ingresso non autorizzato ai centri di accoglienza.
Questo è il frutto dell'indagine delle squadre mobili di Palermo e Agrigento: trattandosi di un'organizzazione criminale, come tale va trattata.
Come se parlassimo di mafia, ovvero capi, contatti, soldi che girano, personale degli stati corrotto.

Dopo la tragedia di domenica, il governo italiano ha deciso di dare ai populisti italiani una risposta parzialmente populista: si continua con l'accoglienza ma ora mostriamo anche noi i muscoli, con azioni di polizia mirate contro le navi dei trafficanti.

Sempre meglio che tutte le cavolate che abbiamo sentito in questi giorni, anche da persone che sono in politica da anni e che qualcosa di come funziona il mondo la dovrebbero sapere.
Il blocco navale che l'Italia non può fare da sola.
Le navi schierate lungo la costa africana per far da filtro, dopo che l'Europa stessa ha condannato l'Italia per i respingimenti.
Affondare le navi degli scafisti sarebbe un atto di guerra: a chi dichiariamo guerra visto che non esiste nemmeno un governo riconosciuto?

Sentivo quello che diceva a Gazebo il sindaco di Lampedusa, Giusi Nicolini, una delle poche persone che vale la pena di ascoltare in questo momento.
Parlava di un piano europeo per l'accoglienza e per il trasporto sicuro dei richiedenti asilo.
Parlava del fatto che il governo dovrebbe essere parte civile nei processi contro questi scafisti.
Parlava dei sindaci e dei governatori che si oppongono all'accoglienza, danneggiando loro colleghi (specie al sud) che in questi anni hanno fatto tanto.

La questione di fondo è chiedersi perché partono, queste persone, rischiando la loro vita.
Perché togliamoci dalla testa che basta alzare un muro: queste sono persone che si mettono in viaggio per una vita migliore.

Mentre facciamo queste riflessioni, continueranno i balbettii dell'Europa, le sparate dei politici e le partenze. E le morti.

20 aprile 2015

Paradisi romani: l'articolo del Fatto quotidiano

L'articolo di Carlo Tecce per il FQ sull'inchiesta di Report, relativamente alle residenze fittizie usate per schermare veri proprietari di locali a Roma.

Società intestate a senzatetto, 100 milioni evasi a RomaL'INCHIESTA DI “REPORT” SULLE RESIDENZE FITTIZIE DI IMMIGRATI E CLOCHARD UTILIZZATIPER SCHERMARE I VERI PROPRIETARI DI BAR E RISTORANTI: 
2.400 AZIENDE SOLO NELLA CAPITALEdi Carlo Tecce
Via Modesta Valenti (una senzatetto),da non confondere con la partigiana Modesta Rossi, non esiste per lo stradario di Roma. Eppure lì risiedono migliaia di immigrati stranieri  e italiani senza fissa dimora, ma anche centinaia di aziende. Via Dandolo 10, invece, esiste: c’è la mensa di Sant’Egidio, ma in Comunità hanno appena scoperto anche grazie all’inchiesta di Report in onda stasera che a quell’indirizzo hanno sede  1.200 imprese.Per l’Agenzia delle Entrate via Valenti  e via  Dandolo  sono dei paradisi fiscali perché non riescono a risalire ai proprietari  che intestano  immobili, terreni e attività commerciali agli immigrati e ai senzatetto, che per ottenere una carta di identità  e l’assistenza sanitaria devono richiedere una residenza anagrafica, seppur fittizia. E così alcune associazionisi occupano delle pratiche burocratiche per ottenerla: il prezzo è  di 70 euro  di iscrizione, per la cosiddetta tessera sociale. E una sola associazione ha dato una residenza fittizia  ad  almeno 10  mila  persone. Tra queste, ci sono bengalesi o tunisini che si ritrovano ad amministrare, per esempio, una società di ristorazione.IN QUESTO buco nero soltanto a Roma si infilano 2.400 società che nascondono al fisco oltre 100 milioni di euro. Com’è possibile che la Camera di Commercio di Roma non abbia mai sventato  la truffa? Lo spiega a Report l’assessore Marta Leonori: il Comune aveva autorizzato questi indirizzi fittizi, ma non aveva comunicato agli altri uffici la tipologia di residenza. Per l’appunto: fittizia. Vincenzo Fiermonte, guardiano della pace e cavaliere di Malta che da vent’anni presiede “Camminare insieme”, riceve  centinaia di contestazioni di Equitalia destinate ad imprenditori senzatetto che hanno la residenza presso l’associazione. Report racconta il caso di un bengalese  di  25 anni,  di  professione  lavapiatti. Nel  2013, nel giro  di poche settimane, diventa socio o dirigente di due società con residenza invia Gigi Pizzirani 25, dove si trova “Camminiamo insieme”.La tecnica è identica per centinaia di casi.  Un imprenditore  convince il  bengalese  a firmare l’atto  di costituzione da un notaio e dopo l’accompagna in  banca a  ritirare il blocchetto per gli assegni e le carte di credito: non per se stesso, ovvio, ma per il furbo di turno  che l’ha abbindolato. Il trucco viene utilizzato ovunque, non solo a Roma. Al tribunale di Nocera Inferiore è in corso un processo sui presunti prestanome di Giovanni Citarella, ex proprietario della locale squadra di calcio. 

Ricordando Elio Toaff e la guerra di liberazione

Non era solo un rabbino Elio Toaff (morto ieri a 99 anni), punto di riferimento per molti ebrei italiani.
Come partigiano, aveva vissuto la storia, il genocidio degli ebrei l'aveva visto coi suoi occhi. Le morti, le distruzioni, i rastrellamenti.
Uno di questi episodi della guerra di liberazione gli era rimasto impresso nella mente: lo ha ricordato tante volte, anche nel libro "L'armadio della vergogna".
Riguarda la strage di S. Anna di Stazzema, il 12 agosto 1944
«Penso spesso a Sant’Anna di Stazzema, con tutti i suoi poveri morti». L’altra strage nazista di quell’estate del ’44, poco prima di Marzabotto, il 12 agosto. Cinquecentosessanta vittime, 391 corpi identificati, donne, bambini, una carneficina a lungo dimenticata. Non da Elio Toaff, l’ex rabbino capo di Roma, che entrò in quel paesino delle Alpi Apuane devastato dalla ferocia di quattro colonne delle Ss subito dopo il massacro. Toaff era allora un giovane partigiano della Brigata Garibaldi X bis «Gino Lombardi». «In realtà eravamo quattro gatti - ricorda oggi Toaff -. E quella mattina, quando entrammo in Sant’Anna verso le 11, eravamo solo una dozzina. E prima di veder l’orrore fummo assaliti da un odore terribile, di carne umana, bruciata...». Toaff oggi ha 86 anni e non ha mai dimenticato ciò che vide allora. 
A Sant’Anna è tornato spesso, a partire dall’immediato dopoguerra, anche quando in quel paesino isolato salivano in pochi ed è stato necessario aspettare l’82 perché ci andasse Sandro Pertini, il primo presidente della Repubblica a rendere omaggio a quel martirio. «Su Sant’Anna era calato subito un silenzio impalpabile, una rimozione di quell’orribile mattina - aggiunge Toaff -. Per tanti anni mi sono chiesto perché. E ho cercato di dare un senso a tutta quella ferocia che mi venne incontro in quel caldo mattino d’estate. La prima casa che trovammo era alla Vaccareccia: fumava ancora. Dentro c’erano i corpi di un centinaio di persone, in maggioranza donne e bambini. Le Ss, quattro colonne da 100 uomini ciascuna di quella stessa XVI divisione che ha agito poi a Marzabotto, li avevano chiusi lì dentro, poi avevano dato fuoco alla paglia e avevano gettato dentro delle bombe. Vedemmo un ammasso irriconoscibile. Più avanti c’era un’altra casa, con la porta spalancata. Entrai e ho ancora difficoltà a raccontare... C’era una donna, seduta di spalle, di fronte a un tavolo. Per un attimo pensai che fosse viva. Ma, appena avanzai, vidi che aveva il ventre squarciato da un colpo di baionetta. Era una donna incinta e sul tavolo giaceva il frutto del suo grembo. Avevano tirato un colpo d’arma da fuoco anche in testa a quel povero bimbo non ancora nato». Toaff era sceso in paese, spinto dalla fame. I rifornimenti, in quel momento, erano piuttosto precari. Non immaginava di andare incontro a una strage. «L’odore, lo ricordo ancora, era nauseante - dice Toaff -. Li avevano rastrellati da vari casali, dal Colle, da Vinci, dal Pero. Li avevano portati in massa davanti alla chiesa del paese, poi li avevano chiusi in mezzo a recinto di panche prelevate in chiesa, col loro parroco, don Innocenzo Lazzeri, che non aveva voluto abbandonare i suoi parrocchiani. Li avevano massacrati sparando con le mitragliatrici e poi con i lanciafiamme avevano dato fuoco alle panche. Era stata una pira orribile...». Dopo tanti anni Toaff non cerca più risposte a quel massacro. Non invoca perdono. «Erano feroci, ma non erano solo tedeschi, c’erano con loro anche parecchi fascisti italiani - aggiunge -. E qualcuno, lo dico per la prima volta, era proprio dello stesso paese. Poi, finita la guerra, scapparono tutti: chi a Carrara, nelle cave, e chi perfino a Milano. A Sant’Anna di Stazzema, per parecchio tempo, non voleva abitare più nessuno». 
Paolo Brogi - Corriere della Sera - 14 aprile 2002Fonte: Anpi Roma

Anche diversamente grillini

Non gli bastava l'essere diversamente di destra, a questo pd.
Pure diversamente grillino (quel partito autoritario dove si cacciano i dissidenti) adesso: i 10 membri pd della commissione affari costituzionali alla Camera sono stati sistituiti per non intralciare lo sprint della legge elettorale.
Che fai ci cacci? Detto fatto.

Nulla può fermare il vento delle riforme, nemmeno i sindacati che hanno indetto uno sciopero contro la riforma sulla scuola, a cui il presdelcons ha risposto ricordando come la scuola sia delle famiglie. Le stesse che pagano per i tagli delle stato. Le stesse che protestano contro i rischi, le strutture non in sicurezza.

Ma sono quisquilie, come il caso Whirlpool: nell'accordo con la multinazionale probabilmente si parlava già di esuberi, ma è servito al premier per sbandiarare quell'operazione fantastica. Che poi si è rivelata per quello che è: "1350 esuberi, 1.200 nelle fabbriche e 150 nei centri di ricerca". 
Ma ora ci penserà il jobs act col suo milione di posti di lavoro.
Perché dubitare? 

La tragedia nel Mediterraneo ha dimostrato ancora una volta quanto è grande l'ipocrisia sui migranti e dei richiedenti asilo. Questa massa di persone scappa dalle guerre, dalla povertà. Possiamo mettere tutti i blocchi navali che vogliamo. Ma finché non si guarda all'origine del problema, non otterremo nulla.

A proposito, qualcuno ai tempi del semestre italiano avrebbe potuto occuparsene.
Erano i mesi in cui si doveva strappare all'UE la flessibilità sui conti (e non lo 0,1%), la legge per tassare le multinazionali del web, una visione e un'azione comune per gestire gli immigrati.
Cosa abbiamo ottenuto invece?

PS: dopo De Luca, anche Mirello Crisafulli vince le primarie del PD. 
Aspettiamoci un altro abbraccio

Report – la sforbiciata

Buonasera, dunque lo stipendio di 1900 euro al mese del Sindaco, per la banca non sono una garanzia perché non è detto che il comune possa continuare a darglieli. Ora i sindaci fanno anche i presidenti delle province, che sono state smontate per sveltire la burocrazia, sacrosanto, e per risparmiare. Allora prima di andare a vedere se è vero, fermiamoci un attimo qui, sul fatto che bisogna risparmiare perché le risorse mancano. Allora in Italia abbiamo un esercito di dirigenti nella pubblica amministrazione, sono 48.000 fra i meglio pagati d’Europa, ce ne saranno sicuramente di bravissimi, ma guardandosi intorno non sembra che producano chissà quali risultati, tuttavia, tutti quanti incassano sempre il premio risultato. Facciamo un esempio andiamo a guardare dentro il Ministero dell’agricoltura con i dirigenti di prima fascia, allora prendono uno stipendio annuo di 55.000 euro, a cui si aggiunge una retribuzione di posizione di 65.000, un’altra retribuzione di posizione fissa per 36.000, ed eccolo qua che c’è il premio risultato che incassano regolarmente tutti. Noi abbiamo fatto poi un esempio medio, perché c’è anche chi incassa molto di più. E vale per tutti i dirigenti dei ministeri, delle province e dei comuni, e delle regioni. In totale questo produce un malloppo di ben 800 milioni di euro l’anno. Ma che cosa devono fare questi dirigenti per meritarsi questi premi e chi li valuta? Con il nostro Bernardo Iovene.




 
Dirigenti pubblici sempre promossi: lo sapete che in Italia tutti i dirigenti della ppaa raggiungono sempre gli obiettivi?
Come a Carrara, al dirigente che aveva come obiettivo quello di far entrare dei soldi dai cavatori. Soldi che non sono arrivati per un ricorso degli estrattori al tar. Ma il premio al direttore generale, valutato dal direttore generale, è arrivato.
Comico? No, è il paese.
In Italia la retribuzione di risultato la prendono in tanti, in Inghilterra, per un confronto, il premio lo prendono solo 1 dirigente su quattro.
Che obiettivi hanno i dirigenti? Fare i calendari per gli impegni , fissare riunioni, spostare cartoni con documenti.
Obiettivi non coordinati nemmeno coi direttori, così raccontano dalla regione Piemonte.
Dove uno di questi responsabili aveva come obiettivo quello di portare i dipendenti a visitare il nuovo palazzo della regione, in costruzione. Ma sono dirigenti o insegnanti in gita?

Nonostante l'obiettivo non sia stato raggiunto, il premio alla dirigente piemontese è arrivato. Hanno premiato lo sforzo.
Chiamparino intervistato da Bernardo Iovene, ha ammesso che purtroppo questi sono casi di ordinaria amministrazione, di rapporti consociativi tra sindacati e pubblica amministrazione, di motivazioni inventate per dare il premio. Ma darà una toppa in regione, garantisce.
Nonostante questo, tutti i dirigenti piemontesi l'obiettivo lo prendono ancora.

I dirigenti della polizia provinciale, a Roma, hanno come obiettivo quello delle multe: per fare numero fanno multe nei quartieri dove non vanno mai, così è più facile firmare contravvenzioni.

Al MEF (min. Della finanza ) racconta un funzionario che l'obiettivo è portare le delibere in cinque giorni: roba da cinque minuti, con la posta elettronica.
Poi c'è l'obiettivo dei protocolli, calcolare la percentuale dei provvedimenti che procedono su quelli prodotti …
Perché obiettivi insignificanti? Perché si deve perdere tempo, perché sono obiettivi da raggiungere.

Delrio, intervistato, ha una visione opposta: servirebbero obiettivi concreti e bisognerebbe misurare le amministrazioni dalla conclusione concreta dei progetti e dei lavori. Dovremmo valutare i dipendenti per i servizi erogati ai cittadini.
Chiamparino è arrivato a proporre le regole del privato anche per il pubblico, perfino il contratto a tutele crescenti: così non avrebbero più alibi.

Ma chi ci deve mettere mano alla misurazione degli obiettivi nel pubblico? Report o Delrio e Chiaparino?
Milena Gabanelli ha dato un po' di numeri:
- dirigenti Campania: stipendio fisso a 80mila euro, premio da 36mila – 79mila euro.
- Lazio: stipendio simile, premio solo leggermente inferiore 20mila euro.
Il totale dei premi è 800000 euro: buttiamo via 600 ml di euro, se lo rapportiamo col resto dell'Europa.

Quanto abbiamo risparmiato tagliando le vecchie province?
Risparmiamo i soldi dei consigli, coi sindaci che ne devono fare le veci dei consiglieri, con le stesse funzioni. I sindaci non prendono altre indennità per il doppio lavoro, così oggi fare il consigliere provinciale non conviene più.
A Biella il sindaco e presidente di provincia, per mantenersi deve fare due lavori.
A Massa il presidente non si trova, perché fa anche il medico in un altro paese: racconta che in questo paese si deve passare da un eccesso all'altro. Non si riescono a fare riforme che funzionano.

Milano, città metropolitana: il parcheggio interno è sgombero da auto blu, il presidente è Pisapia. Gli altri sindaci hanno rimpiazzato i consiglieri: zero stipendio e zero soldi per il trasporto. Il risparmio è stato 2,5 ml di euro, ma qui i politici non possono dedicare tutto il tempo alla città metropolitana. La priorità per i sindaci sono le loro città ..

A Treviso gli amministratori sono a tempo pieno, fino a che non scade il mandato: la sede è stata appena costruita, dove si trovano 28 consiglieri stipendiati a 4000 euro, con gettone di presenza da 96 euro.
In totale sono 13 le province ancora old style: dovranno trasformarsi in strutture di servizio per il cittadino.

Il risparmio totale è di 110ml di euro: ma il servizio per il cittadino?
C'è una classe politica che si sacrifica, fino a che ora durerà, senza rimborsi?
A Milano hanno già previsto di fare le elezioni dei consiglieri e così si torna punto a capo.
Saranno strutture leggere politicamente e forti dal punto di vista tecnico: questo è l'obiettivo che si era fissato il governo con la riforma Delrio. Meno politici significa meno costi.
Certo che 100 ml di risparmio, di fronte agli 800 ml di premio, per fare solo riunioni....

Opinione comune tra la gente, è che per tagliare i costi della politica serva eliminare le province: ma non sono state abolite, sono stati aboliti i consigli e sostituiti dai sindaci, che dovrebbero occuparsi di strade, scuole e ambiente.
Ma i soldi per fare questo e che arrivano da RC auto e Ipt, sono sempre meno.
A Milano, ad es., trasferiscono 47% delle tasse: come fanno per mantenere i servizi? È un federalismo all'incontrario: Delrio nel 2011 si lamentava dei tagli di Berlusconi, di fronte alle telecamere di report raccontava che così, il federalismo era morto.

Poi è andato dall'altra parte: e ora il governo sta continuando nel taglio dei soldi ai comuni.
Ma le risorse ci sono, assicura a Iovene: e le tasse di Milano? Fanno parte dei tagli, gli enti devono diventare più efficienti e leggeri.
Con questa riforma si contraddice il federalismo: come la mettiamo col fatto che nessuna provincia avanza nulla e non hanno soldi a sufficienza? Continueranno a fare il loro lavoro?
Lo faranno meglio … diventeremo un paese in cui chi governa si assume le responsabilità”: la verità la raccontano i fatti.

Report è andata a controllare come funziona la manutenzione delle strade in alcune province italiane.
A Roma quando piove le strade si allagano.
A Pesaro non riescono a fare manutenzione sulle strade e allora i comuni rimangono isolati, se non ci sono strade che li collegano.
Non ci sono soldi per fare analisi tecnica per le strade, e le ditte che dovrebbero fare questi lavori sono costrette a chiudere.
A Torino hanno problemi con le strade: ci sono paesi isolati e tagliati fuori.
Ad Alessandria non hanno personale per fare interventi di manutenzione, per il blocco del turnover.
A Pisa stessa storia (più che dare una spazzata per terra..).

Se le strade non sono sicure, significa che non ci sono le condizioni di sicurezza?
La produzione di bitume si è dimezzata: questi sono i numeri delle cattive condizioni delle strade. Se poi dovessimo ricostruirle, pagheremo un prezzo ancora più alto, se non si affrontano i problemi per tempo, se non si programmano i lavori per tempo.

L'altra funzione è la manutenzione delle scuole: a Pesaro raccontano che per anticipare le spese hanno usato i soldi delle famiglie, contributi volontari.
E nei prossimi anni ci saranno altri 2 miliardi di tagli.
Ma Delrio pensa di averglieli dati i soldi: dai suoi calcoli, quei soldi sono sufficienti.
Chi ha fatto i conti: la Sose, del MEF. L'AD della Sose addirittura dice che ci sarebbero provincie che hanno più soldi del necessario: ma sono simulazioni, non basate sui dati presi direttamente sul territorio. Per il 2015.

E per il 2016? Il sistema starà in piedi solo se le regioni faranno il loro dovere.
Con la legge Delrio, le province si occuperanno di strade, ambiente e scuole. E il personale ricollocato o prepensionato.
Ma a parte la Toscana, nessuna regione si è presa in carico delle funzioni delle province: si parla di assistenza scolastica, pianificazione industriale.
Infatti a Pesaro l'assistenza scolastica è stata sospesa.
Al loro destino sono stati abbandonati anche musei e biblioteche.
Gli uffici turistici.

Le regioni si difendono sostenendo che non ci sono soldi, e così le province si devono accorpare, facendo delle convenzioni per fare servizi in comune.
Hanno calcolato 20mila esuberi e poi si vedrà come coprire le funzioni.
Di questi 20mila, circa 8000 sono dei centri per l'impiego: è una cosa che dobbiamo decidere insieme – sempre Delrio.

A questo si aggiunge il fatto che le province hanno i conti in rosso: di questo passo rischiamo di saltare per aria, dicono i sindaci. Se le province che andranno in dissesto nel 2015 sono l'80% è un dato preoccupante.
Con lo squilibrio, arriva il dissesto e così non si pagano le imprese per i servizi già svolti: l'economia del territorio così si ferma.

Ma serviva veramente questa riforma delle province?
Una riforma che non si è fatta è quella che faceva unire Aci e Motorizzazione civile: ci ha provato Bersani, poi recentemente l'onorevole Rosato del PD.
Perché non è stata applicata?
Lottare con la burocrazia è difficile – spiega Rosato a Iovene.
Mancano i decreti attuativi e si va avanti con la doppia struttura: col Pra, a quanto pare, non si riesce a semplificare (come vorrebbe Renzi).
L'accorpamento tra questi due enti doppioni, Renzi l'aveva annunciato un anno fa. Il registro del PRA lo voleva tagliare Cottarelli (per un risparmio da 60ml): ma poi la legge è stata stralciata dalla legge di stabilità.
Il gatto ora prende il topo”, garantisce Nencini.
Aboliamo province e Senato, ma non il Pra? Il Pra è gestito dall'Aci, che perderebbe il guadagno se fosse abolito.

A fine primavera si arriverà all'unificazione – dice il viceministro Nencini: ma il presidente Aci è di diversa opinione.
Delrio, prima di diventare ministro dei trasporti, non ha voluto rispondere sul Pra e sul suo salvataggio grazie ad un sub-emendamento di un deputato PD.

Vedremo se ora Delrio, come ministro dei trasporti, riuscirà a completare questa riforma.


Il link per rivedere la puntata e il pdf con la trascrizione del servizio.

19 aprile 2015

La canzone che non piace a Sala


Alla fiera dell'Expo ..
la canzoncina che racconta di quanto e quanti si siano arricchiti su Expo, non è piaciuta al commissario di Expo Sala.
Dispiace.
“Sparare sulla croce rossa è facile, ma è un esercizio da cui mi dissocio”.
Niente critiche, niente sberleffi, niente allusioni ai rischi di Expo per i visitatori. Per le autocertificazioni dei padiglioni tirati su in fretta.
Vorrei ricordare a Sala che, per tutti i soldi che ha preso, per tutti i soldi sprecati, per tutti i ritardi (di cui Crozza non ha colpa), potrebbe anche accettare un po' di satira e tenere il profilo basso.
Perché questa retorica dell'ottimismo, della sfida, del rilancio dell'Italia, ha veramente stufato.
Perché anche quell'altro era ottimista, di fronte alla crisi e ai problemi.
“Non ho mai visto un pessimista combinare qualcosa di buono nella vita”, diceva Berlusconi.

Fa il paio con le ultime uscite di Renzi quando parla “della tiritera tipica dei talk show” e che dobbiamo smettere di piangerci addosso. Se ci fosse fiducia ..
Viva l'ottimismo, allora. 
Alluccate viva 'o Re!