10 luglio 2017

Avanti c'è posto

La situazione politica in Italia è grave ma non è seria [Ennio Flaiano].
Finalmente in Italia si colma una lacuna che minava la stabilità politica di questo nostro ridente paese.
L'anticipazione del libro di Vespa (su donne e amori, ducetti, Berlusconi vari) copriva solo un semestre del nostro anno: in che modo riempire questo vuoto negli altri mesi?
Cosa scrivere sui giornali?
Poi è arrivato lui: la giovane promessa della politica italiana, dinamico, veloce, il rottamatore che doveva portarci fuori dalla palude dei politici che l'hanno preceduto.
E che ora approderà anche nelle librerie con un suo libro le cui anticipazioni sazieranno la fame di politica del paese.
Presidente non voglio un posto fisso, ma una pagina del libro di Renzi ...
C'è n'è per tutti i gusti, di queste anticipazioni, come è giusto che sia per un leader bifronte (o tri-fronte) che sa adattarsi concavo o convesso a tutte le situazioni.
C'è la versione grillina che contesta il fiscal compact, dopo che questo è stato votato in tutte le salse anche dagli eurodeputati del PD.
C'è la versione leghista (quella delle polemiche del fine settimana) in cui spiegava che gli immigrati vanno aiutati a casa loro. E nessun dovere morale per loro, mi raccomando.
C'è la versione per la destra populista e sovranista, in cui si rispolvera il caso Marò. In cui ricorda che solo lui è riuscito a tener testa alla Merkel, che addirittura (udite udite) ha mandato un sms alla figlia.
C'è la versione europeista (al Corriere) in cui stronca i governi Letta e Monti: "Due governi guidati da eu-ropeisti convinti, convinti a parole più che nei fatti".

E poi, avviamo anche la versione garantista per Il giornale (del socio del nazareno, Berlusconi), contro i pm che minano la credibilità della giustizia. Facendo un profilo di un magistrato in particolare che poi non nomina.
"Poche persone ob-nubilate dal rancore persona-le che collezionano indagini flop e che provano a salvare la proprio immagine attraverso un uso spasmodico della co-municazione e del rapporto privilegiato con alcuni gior-nalisti". Che stia parlando del pm Woodcock?

Abbiamo la versione teocon per l'Avvenire: "aver rifiutato di menzionare le ra-dici cristiane dell’Europa ap-pare un tragico errore".
Infine c'è spazio anche per il sud, per l'anticipazione data al Mattino di Napoli "Candidiamo Napoli per le Olimpiadi del 2028".

(ho preso le anticipazioni dall'articolo di Fabrizio d'Esposito)

Un uomo per tutti i gusti. Diverso da quello che nel 2014 rassicurava la UE
"Il fiscal compact è un impegno che abbiamo preso e che, come tutte le regole, confermiamo - dice Renzi -. Lo rispetteremo con tutti i paletti come il riferimento alla congiuntura che si vive".

Così, tra un anticipazione e l'altra, ieri su Repubblica uno poteva leggere le anticipazioni delle manovre di Padoan: il cuneo fiscale per rendere più pesanti le buste paga italiane (e la competitività?). E la proposta di "rottamare il fiscal compact" (ripetuta ieri poi al Tg2): "Il premier all'assalto del fiscal compact - Alberto D'Argenio "

Sul Fatto Quotidiano i giornalisti Giorgio Meletti e Carlo di Foggia rompevano questo idillio, questa storia d'amore ricordandoci che il costo per il "salvataggio" delle banche sale a 68 miliardi in totale.
E che tra la fine di quest'anno e l'anno prossimo partirà la caccia al recupero crediti, affidati a società private: un affare da 70-80 miliardi di euro su cui molte banche in crisi affidano i loro conti.

Avanti c'è posto.

09 luglio 2017

Il respiro delle anime, di Gigi Paoli

Incipit

Sto morendo.Lo so, lo sento.Dio, sto morendo e non so nemmeno perché.Non so nemmeno cosa è successo.E qui è tutto buio.Non riesco a muovermi. Non sento dolore no, quello no. Perfortuna non mi fa male niente ma…Io non sento niente.Dove sono?Sono per terra, sì. Su un fianco. O forse a pancia sotto, noncapisco, non riesco a vedere niente, a capire niente.Calmati.Devo aprire gli occhi, devo vedere.Perché non vedo nulla?E cosa è tutto questo caldo che ho sulla faccia?Sento qualcosa sulle labbra. Sembra… erba? E questi sonovetri, sono pezzi di vetro.Voglio urlare, voglio che qualcuno mi senta, che qualcunomi aiuti.Ma perché non riesco neppure a parlare?E perché ho caldo alla faccia, ma sento freddo?Come è possibile?

Una delle regole di un buon scrittore è che questi deve scrivere di quello che sa, di quello che conosce bene.
E il romanzo di Gigi Paoli, il secondo con Giunti dopo Il rumore della pioggia, rispetta in pieno questa regola: il suo personaggio, Carlo Alberto Marchi è, come lui, un giornalista “vecchio” stile (in senso buono intendo).
Uno di quelli cioè abituati a coltivare le sue fonti, a cercare la notizia con l'obiettivo di raccontare una storia al lettore. Qualcosa di diverso dal lavoro dell'investigatore, che deve trovare l'assassino o del magistrato che deve coordinare le indagini.
Questo romanzo, “Il respiro delle anime”, oltre ad essere un buon noir, con un buon intreccio che si sviluppa e cresce pian piano, è anche questo: un omaggio al lavoro del giornalista come dovrebbe essere.
Un lavoro che è fatica, impegno, l'assenza di un orario fisso.
Il dover trascurare spesso anche gli affetti familiari: per Marchi, quello della figlia Donata, che sta entrando in quella fase critica dell'adolescenza, cosa che lo mette in crisi dovendo crescerla da solo, essendo separato dalla moglie.
Donata, che viveva con me ormai da quasi sei anni a causa dell’improvvisa fuga materna, era una delle tre pietre angolari della mia vita. Le altre due erano la redazione del giornale e il nuovo Palazzo di Giustizia di Firenze, la mia Gotham City

Così, la vita di Alberto Marchi scorre tra le brevi pause in famiglia, con una figlia a fianco che già reclama i suoi spazi; il lavoro al giornale “Il Nuovo” di Firenze, con un capo che lo protegge e con un direttore che invece lo disistima (ma i direttori vanno e vengono). E le lunghe ore nei corridoi di “Gotham city”, il nuovo palazzo di Giustizia di Firenze, alla periferia della città, a Novoli.
Chiamato così per le sue linee avveniristiche “uno dei dieci palazzi più brutti del mondo secondo svariate classifiche”.

Perché Marchi, assieme all'Artista, un suo collega, si occupa di cronaca giudiziaria per il “Nuovo Giornale”: dai casi di omicidio ai casi di piccola criminalità locale, fino alle inchieste su corruzione dentro le amministrazione, storie che di solito portano tanti lettori ma anche tante rogne.
In questo luglio torrido e afoso che porta perfino ad odiare Firenze, i due giornalisti, assieme a Nicola Losito, proprio ad una rogna stanno lavorando: le tanti morti per overdose in città.
Droga tagliata a male, una guerra tra spacciatori, chi lo sa.

Finché non capita un altro caso di cronaca da seguire: un ciclista che è stato investito a morte, proprio vicino al palazzo di Giustizia, alle 3 di notte. Investito da un pirata della strada, viene trovato da un automobilista che lo segnala alla polizia.

Quello che sembra un caso, purtroppo comune, di omicidio colposo, inizia pian piano a diventare un mistero sempre più interessante.
Il morto, prima di tutto: un ricercatore americano, di origini ucraine, che lavorava come capo del dipartimento di biotecnologia della Clegg-Horizon,una azienda farmaceutica americana. Il cui proprietario della sede fiorentina è stato appena nominato console americano.
Per questo scoprire l'automobilista colpevole diventa importante per la procura: una questione di prestigio agli occhi degli americani, titoli sui giornali, magari una promozione per il Procuratore Capo.

È invece una questione di riscatto per il poliziotto della stradale che segue le indagini, il sovrintendente Rindi: nel passato aveva portato avanti una indagine sulla “corruzione liquida” in comune (liquida perché anziché soldi giravano favori, aiuti, incarichi), poi naufragata in giudizio in Tribunale.

Per Alberto Marchi è una storia che suona strana: ci sono dei pezzi che mancano, tanto per cominciare, come il cellulare “d'oro” del morto, Michael Homen.
C'è il fatto che era stato identificato dalla polizia, durante un blitz in un locale notturno, in mano ad un piccolo criminale, ucraino pure lui.
E anziché rivolgersi al suo Consolato, si era rivolto ad un avvocato fiorentino.
C'è la storia che gli racconta Misha, ballerina proprio nel locale della retata, e amica di Michael Homen. Di un certo accordo tra il morto e Valerio, il proprietario del locale e della ragazza.

Così, con obiettivi diversi, ma con lo stesso impegno, si mettono a lavorare sul “caso” il poliziotto e il giornalista: un caso che diventa man mano sempre più grosso, più importante, anche più pericoloso.
Un caso che li porta dalla rotatoria dell'incidente (se è stato un incidente),all'antico cimitero inglese, poi raffigurato nel celebre quadro di Arnold Böcklin, “L'isola dei Morti”.

Un viaggio nella storia di Firenze: “una città dove non sapevi mai cosa di potesse capitare davanti”
Ogni strada, ogni piazza, ogni chiesa, ogni cimitero era una storia a sé. Una storia che del luminoso Rinascimento non aveva proprio nulla, anzi. Le storie dei palazzi – di fatto la storia di tutta la città – nascondevano omicidi, complotti, velenose trame familiari, improvvise scomparse di patrimoni antichi, vertiginose ascese e altrettanto rapidi fallimenti.Firenze non era mai stata la città della luce. Era la città delle ombre, dei doppifondi, degli specchi. Firenze era un mistero irrisolto. Dove niente era mai come ti sembrava. Neppure la sua gente. Neppure le sue storie. Neppure i suoi incidenti. E così, in quella soffocante notte di luglio, tutto mi sarei aspettato tranne quello.L'Isola dei Morti era solo una stazione di transito. La Villa dalle Finestre Murate era l’arrivo.

Fino ad una vecchia villa, la villa “delle Finestre Murate”, così chiamata perché dopo un incidente, tutte le finestre erano state murate, appunto. Una villa su cui gravava una antica maledizione e di cui nemmeno si conoscevano, ora, gli attuali proprietari.

Cosa ci andava a fare in questa villa il ricercatore morto?

Non posso aggiungere altro, per non raccontare troppo.

Il respiro delle anime, il titolo del libro, deriva da una sensazione del medico legale, il dottor Magi: “quella particolare combinazione pungente fra l’odore del sangue e quello del liquido cerebrospinale.”
Quello che rimane di un corpo, dopo la sua morte.
E non sarà l'unico respiro di questo giallo.

La scheda del libro su sito di Giunti e il primo capitolo in pdf.

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

08 luglio 2017

Aiutiamoli a casa loro (deja vu)

Sulle polemiche sollevate dalle parole di Renzi, prese dal suo libro "Avanti".


Il problema non è ripetere le parole di Salvini (qualche volta Salvini può anche dire cose giuste).
Nemmeno dire che non abbiamo obblighi morali nell'accoglienza. Nessuno chiede all'Italia di accogliere tutti i poveri del mondo. E i profughi e i migranti che sbarcano sulle nostre coste in realtà considerano l'Italia un paese di passaggio.

Quello che trovo irritante è sentire ripetere sempre le stesse parole senza vedere conseguenze.
In che modo Berlusconi e la Lega di Salvini hanno aiutato i paesi africani, affinché le persone possano vivere una vita dignitosa a casa loro?
Berlusconi e Maroni hanno stretto un accordo col dittatore Gheddafi per creare campi profughi in Libia. Campi dove le persone venivano maltrattate e torturate.
Berlusconi e Maroni sono i politici dei respingimenti via mare, per cui l'Italia è stata sanzionata.

E Renzi, nel suo governo dei mille giorni, che politiche ha attivato in Africa? 
Aiutiamoli a casa loro in che modo? Col Migration compact, il piano uscito sui giornali due anni fa ormai? 

Se non si vuole essere confusi con un populista qualsiasi, consiglio di metterci un po' di sostanza nelle parole.
Per esempio smettendo di vendere armi ai paesi in guerra, usando il trucco della triangolazione per superare i vincoli della legge 185.

Detto questo, devono aver capito di aver fatto uno scivolone nella comunicazione del PD, altrimenti non si spiegherebbe come mai quelle parole "aiutiamoli a casa loro" prese dal libro di Renzi, sono state poi cancellate.

07 luglio 2017

La legge (europea) sulla mafia

L'assoluzione di Bruno Contrada non è una notizia che occupa le prime pagine (come quelle su G20, immigrati e la direzione del PD).
Ma la formula giuridica con cui la Corte europea dei diritti dell'uomo ha condannato l'Italia a risarcire l'ex poliziotto (e a cui i legali si sono attaccati per revocare la condanna), fa ben comprendere la difficoltà giuridiche nella lotta alla mafia.
Dice la Corte, che Contrada non doveva essere condannato perché il reato di concorso in associazione mafiosa non era “chiaro, né prevedibile”, almeno fino al 1994 (mentre i reati contestati a Contrada risalgono al periodo 1978-1988, e il reato di concorso esterno è stati riconosciuto per la prima volta dalla Cassazione nel 1987).

Ma la mafia esisteva già da prima, come anche le persone dentro lo Stato colluse con la mafia.
Si è dovuto aspettare l'omicidio Dalla Chiesa per il reato di associazione mafiosa, 416 bis.
E si è dovuto aspettare il 1992, con la sentenza del maxi, per arrivare alle prime condanne (e agli ergastoli) per mafia.

La legge (anche quella europea) arriva sempre dopo.
In ogni caso:
- né la Cedu né la Cassazione hanno smentito la condanna a Contrada, non sono entrati nel merito della condanna
- alla condanna dell'ex poliziotto (che ora potrà chiedere la cancellazione dell'interdizione perpetua dai pubblici uffici e la restituzione della pensione) si è arrivati passando per decine di giudici, per tre gradi di giudizio, che hanno raccolto decine di testimonianze di boss mafiosi ritenuti credibili da magistrati come Caponnetto, Almerighi e l'ex giudice svizzero Carla Del Ponte.
E anche le testimonianze di vedove della mafia come Gilda Ziino e Laura Cassarà, moglie del funzionario della Mobile di Palermo Ninni Cassarà.
Ucciso dalla mafia nell'estate 1985.

Ecco, non è il concorso esterno in mafia il mostro (come in tanti hanno scritto dopo le condanne a Dell'Utri e Contrada).
E' la mafia che è un mostro.
Sono i funzionari dello stato infedeli.

Non è questa la sede

Ad Amburgo i capi del mondo si ritrovano al G20 per parlare di .. di cosa? Di una politica estera comune? 
Di un mondo con troppi focolai di guerra? Con troppe diseguaglianze (l'1% della popolazione possiede ..)?

A Tallin si sono ritrovati i ministri degli interni dei paesi europei, per parlare di .. di sicurezza? Di immigrazione? Dell'accoglienza dei migranti?

Non è mai la sede per affrontare i problemi.
Al G20 si incontreranno Merkel e Putin, Merkel e Trump, Merkel e Erdogan e Macron.
Non si parlerà di diritti civili per non mettere in imbarazzo Erdogan o Putin.
Poi ci sarà l'ennesimo accordo sulla carta per il clima, per una linea comune per la Siria, il terrorismo. Il libero commercio che è libero solo per chi sta sopra, una imposizione per chi sta sotto. O fuori.

E nel frattempo gli immigrati continueranno a sbarcare nei nostri porti, in Siria a cadere le bombe, le emissioni a cambiare il clima (e distruggere il nostro futuro).

L'immagine degli zombi che camminano per le strade di Amburgo non è così lontana dalla realtà.

E l'Italia in tutto questo?

06 luglio 2017

Sipario per il commissario - un'anticipazione del libro di Maurizio De Giovanni

Il fatto quotidiano di oggi pubblica una anticipazione del libro di Maurizio De Giovanni "Rondini d'Inverno - Sipario per il commissario Ricciardi" (Einaudi)


Commissario Ricciardi, c’è un omicidio allo Splendor 
“Rondini d’inverno” nella Napoli anni Trenta 
Pubblichiamo il “luogo del delitto” dell’ultimo romanzo di Maurizio De Giovanni: “Rondini d’inverno, sipario per il commissario Ricciardi” in libreria per Einaudi. 
Lo Splendor è un teatro che ha classe e nutre ambizioni e, se qualcuno esagera sotto l’effetto del vino o del liquore a prezzi modici, viene accompagnato con gentilezza alla porta dal cordiale capocameriere in mezzo tight e lasciato in strada, ubriaco, abbandonato al proprio destino, a ondeggiare e raffreddare gli spiriti bollenti al vento. (…) Le attrazioni si susseguono, stanche. La rivista non è affatto male, altrimenti lo Splendor non l’avrebbe ospitata (…). La sala è piena, ma tre spettacoli a sera e la consapevolezza che l’attesa è tutta per le stelle non giocano a favore della tensione artistica. Qualche sporadico applauso accompagna la conclusione di una scenetta comica con due attori truccati da popolani.
È a questo punto che un’attenzione nuova si diffonde per la platea, come un improvviso soffio di brezza marina. I giornali vengono riposti, l’ultimo sorso viene ingollato in fretta, e quelli che si erano allontanati per salutare qualcuno tornano svelti alle proprie sedie. Silenzio. Un uomo avanza al centro del palco, e informa il gentile pubblico che lo spettacolo è giunto al suo apice: la canzone sceneggiata.
Un numero appassionato e ricco di sentimento, che ha ispirato il titolo della rivista, Ah, l’amour!, e che verrà interpretato come sempre, magistralmente, da Michelangelo Gelmi, cantante e attore famosissimo di teatro e perfino di cinematografo, e dalla bellissima Fedora Marra, sua compagna nell’arte e nella vita. Eseguiranno la canzone i maestri Elia Meloni, alla chitarra, e al mandolino il giovane Aurelio Pittella, astro nascente del firmamento musicale. Nel ruolo dell’amico traditore il promettente Pio Romano. Al contrario di quanto accade fuori dalla scena, dove Gelmi e Marra conducono un’esistenza in assoluta fedeltà (brusio in platea, qualche risata soffocata dal rude sguardo del presentatore), la canzone che ascolterà il gentile pubblico è Rundinella, di Galdieri e Spagnolo, scritta nell’anno 1918, che racconta appunto di un tradimento. A cantare sarà Michelangelo Gelmi, mentre Fedora Marra e Pio Romano interpreteranno la coppia fedifraga. (…)
 
Dopo un attimo di silenzio, la voce del mandolino viene sepolta da un lungo applauso punteggiato di urla d’ammirazione. Fedora, Fedora. Come un sospiro appassionato, come una richiesta di aiuto. Come la sottomissione di sudditi fedeli. (…) È per lei che la gente è là. Per lei, per la sua bellezza, per la conclamata bravura; e per quello che si dice del rapporto col marito, l’uomo che l’ha scoperta, il suo pigmalione. L’uomo che, a quanto si mormora, lei tradirebbe con un misterioso amante del quale nulla si sa. (…)
Fa il suo ingresso Michelangelo Gelmi. Ha superato i cinquanta; la chioma rada, tinta di un nero profondo, un dito di cerone sul viso per nascondere i capillari violacei del bevitore abituale. (…) Michelangelo comincia a cantare. (…) Gelmi narra di amici che domandano con insistenza dove sia la sua donna, ai quali non ha il coraggio di dire che è stato lasciato. Che tu, cresciuta sul mio cuore, canta battendosi il torace col pugno, mi hai detto addio. Torna, la implora. Torna da me. (…) Col canto, l’uomo incatena gli occhi degli spettatori senza voltarsi mai verso i due amanti. Qualcuno, preso dalla foga della finzione, gli indica la coppia per avvisarlo. (…)
 
Gelmi estrae dalla tasca una pistola, che manda un sinistro bagliore metallico sotto la luce forte dei riflettori. Un sospiro percorre la platea come un colpo di vento, una signora emette un urlo soffocato di spavento. L’attore giovane atteggia il volto a un’espressione di esagerato terrore, il braccio destro proteso in avanti, la mano aperta nella vana speranza di fermare i propositi bellicosi del rivale. Quindi indietreggia lasciando sola Fedora ed esibendo la propria vigliaccheria. Gelmi, al colmo dell’ira, avanza barcollando e spara al giovane. Il rumore secco del colpo a salve fa sussultare gli spettatori, mentre mandolino e chitarra, in un crescendo, tessono il loro meraviglioso ricamo. Quello che il presentatore ha definito un giovane, promettente interprete arretra ancora, portandosi le mani al petto, strabuzza gli occhi e con enfasi allunga il braccio verso la donna prima di accasciarsi al suolo tra i fischi di odio del pubblico. Gelmi rivolge l’arma verso la moglie. Dalla canna della pistola esce un sottile filo di fumo. La mano gli trema leggermente, tiene un piede piú avanti dell’altro, il viso truccato non maschera il rossore della violenta passione. Forse nell’estremo tentativo di calmarlo, la donna gli lancia un imprevedibile bacio con la punta delle dita. Un addio. O una tardiva richiesta di perdono. Gelmi fa fuoco. L’attrice viene proiettata all’indietro, scomposta, i piedi sollevati da terra, le braccia larghe. La sua interpretazione della morte è ben diversa da quella del collega, assai piú realistica e inquietante: anche perché sul corpetto bianco del costume si allarga un’ampia macchia scura. (…) Fedora Marra (…) ha un’espressione sorpresa sul volto bellissimo; un fiotto di sangue scuro le esce dalla bocca, colandole su mento e collo. Non può godersi l’ultimo, scrosciante applauso che le viene tributato dalla platea in visibilio. Trascorre un attimo, poi una donna, seduta al tavolino piú vicino al palcoscenico, lancia un urlo di orrore. (…)
Mentre si avviavano verso il teatro Splendor il brigadiere Raffaele Maione lanciò un’occhiata al profilo del commissario Ricciardi che camminava al suo fianco.

05 luglio 2017

Lo Stato dei segreti

Ieri la procura di Roma ha gettato la spugna sull'inchiesta per la morte dei giornalisti Ilaria Alpi e del suo operatore Miran Hrovatin: forse è irriverente usare questa formula, il procuratore della Repubblica avrà fatto (immagino) tutti gli sforzi possibili per arrivare agli assassini di Ilaria e Miran, nonostante siano passati 22 anni da quel marzo 1994.


Ma tutti gli altri poteri, dentro le istituzioni, hanno fatto anche loro tutto quanto possibile?
Ilaria stava indagando sui traffici sporchi tra Italia e Somalia, cammuffati da operazioni di aiuti umanitari, in cui erano coinvolti servizi e l'esecutivo.
Possiamo accettare che sia morte per un tentativo di rapina finito male?
E allora chi ha fatto sparire i video della giornalista girati in Somalia, mentre spostavano le salme su una nave militare?

Archiviato il caso Alpi.
Archiviato lo strano suicidio di David Rossi (MPS).

Altri misteri che si aggiungono alla lunga lista dei misteri d'Italia: piazza Fontana, piazza della Loggia, il caso Moro, Pasolini, le stragi di Falcone e Borsellino (solo mafia? E i mandati esterni?) ..
Misteri che non sono segreti, visto che per molti di essi conosciamo il contento, conosciamo parte dei colpevoli.
Il primo mistero d'Italia però, visto che oggi è proprio il 5 luglio, rimane quello sulla morte del bandito Salvatore Giuliano. Il primo segreto di Stato.
Anche qui, un mistero che non è segreto: 




Questa è una storia di bugie. 
La storia, anche quella con la esse maiuscola, è sempre piena di bugie, ma quella dell'Italia del dopoguerra a oggi lo è particolarmente. E' per loro che i misteri che ci accompagnano da più di cinquant'anni di Prima e Seconda Repubblica sono misteri, per le bugie, tanto che quasi non dovremmo neanche chiamarli misteri, ma segreti. 
La verità è lì, potremmo prenderla, guardarla, toccarla, leggerla, ma sopra c'è qualcosa, una menzogna, una deviazione, una bugia che ce la nasconde, la fa sparire, la rende segreta. 
Questa è una storia di bugie. E' la storia di un uomo, di un bandito così inafferrabile e astuto che nessuno riusciva a trovarlo. così potente sanguinario e feroce che faceva soltanto paura sentirne il nome. [..] Questa è anche una storia di carabinieri e poliziotti, di altri banditi, di confidenti e di spie, di giornalisti, di uomini politici, di sindacalisti e di povera gente. 
Questa è la storia del bandito Giuliano. 
Per noi adesso inizia dalla fine. 
E inizia con una fotografia e una bugia. 
Da "Nuovi misteri d'Italia" Carlo Lucarelli, il capitolo sulla storia di Salvatore Giuliano. 
Siamo lo stato dei misteri e dei segreti di Pulcinella.
Lo Stato che, mistero dopo mistero, archiviazione dopo archiviazione, ha perso pezzi di credibilità.
Nei confronti dei tanti che, ancora, nonostante tutto, ci credono in questo stato.

Parafrasando Woody Allen

L'accordo strappato con l'Europa consiste in 35 milioni "contanti" per la gestione dell'immigrazione, nell'invito a creare più hot spot (ovvero centri di accoglienza o campi di accoglienza) nel sud Italia, nell'invito ad impiegare meno tempo per le pratiche relative ai richiedenti asilo.
Fare altri accordi per i rimpatri, un bollino per le ong buone per distinguerle da quelle cattive.
Questo è tutto.
Il problema dei flussi migratori rimane quasi tutto sulle nostre spalle: ridicoli è la parola giusta, per una volta Juncker ha ragione.
Ridicola l'Unione e ridicolo l'Europarlamento e gli europarlamentari ieri assenti in aula (clandestini pure loro), leghisti e grillini compresi.

Ridicoli anche i nostri vicini, a cominciare dall'europeista Macron: scrive Robecchi

Col suo piglio neogollista da glaciale sciuparepubbliche il presidente francese Macron l’ha detto meglio di tutti: “Come spieghiamo ai nostri cittadini, alla nostra classe media, che all’improvviso non c’è più un limite?”. Perfetto e di difficile soluzione, in effetti: come spiegare a gente che borbotta se trova più di tre persone in fila alla cassa dell’Autogrill che ci sono migliaia di uomini e donne che vengono qui sperando finalmente di mangiare qualcosa? Mentre Macron diceva quelle cose (notare l’equazione “cittadini” uguale “classe media”), nei boschi tra Ventimiglia e Mentone era in corso una poderosa caccia all’uomo con i cani lupo alla ricerca di qualche decina di migranti passati clandestinamente in Francia. Scene degne dell’Alabama di fine Ottocento, a poche centinaia di chilometri dalla recente esibizione di grandeur di monsieur le Président.

Nello stesso giorno, mentre cade un altro pezzo di Europa unita, altre notizie dal paese reale meritano un commento.
Il boss della ndrangheta che intercettato (per l'operazione Mandamento jonico) si vanta "qui lo stato sono io".
Lo stesso stato che ha salvato le banche venete e soprattutto banca Intesa (cui ha versato 5 miliardi e a cui ha concesso diritti sugli asset delle popolari).
Lo stato che ha salvato MPS (e che per questa banca ha salvato anche gli obbligazionisti), al costo di 5000 esuberi la chiusura di 600 filiali.

Parafrasando Woody Allen "l'Europa è morta, la solidarietà pure, e anche lo stato italiano non si sente molto bene".

04 luglio 2017

Forze anti sistema

Ma è più anti sistema la Le Pen o il presidente eletto Macron, quello che doveva rilanciare l'Europa e che ora rifiuta di accettare i migranti economici (la cui distinzione coi rifugiati politici è un pelino ipocrita)?
E' più anti sistema Grillo e il M5S oppure il partito del presidente del Parlamento Ue, il forzista Tajani, che non ci sta a sentire definire come "ridicolo" il Parlamento, da Juncker.
A discutere sulla crisi dei migranti erano presenti solo una trentina di eurodeputati su 751.

L'Europa si sta sfaldando e faccio veramente fatica a dinstinguere tra un Salvini, un Farage e questi europeisti a giorni alterni.
L'Europa si sta sfaldando e lascia i paesi del sud, in particolar modo noi Italia da soli a gestire gli sbarchi, l'accoglienza, il ricovero delle persone salvate in mare.
Perfino l'esercito austriaco schierato alla frontiera.
Come nei paesi dell'ex blocco sovietico, come hanno raccontato le telecamere di Presa diretta, dove il confine tra Bulgaria e Turchia è battuto dalle milizie che danno la caccia ai migranti.

Abbiamo tirato un sospiro di sollievo quando Le Pen ha perso, o quando Farage ha perso voti in Inghilterra?
Ecco, ora gli europeisti cosa ci racconteranno?

Il progressismo non l'ha inventato la sinistra

Come tanti, ieri sera mi sono voluto rivedere il primo Fantozzi, come commiato per Paolo Villaggio, l'attore che riusciva ad essere timido e mite nei film e così burbero nella vita.



L'impiegato Fantozzi, ufficio sinistri, alla fine del film, si ribella contro quell'azienda, quel mostro di vetro e cemento, che gli ha rubato vent'anni della vita (erano altri tempi, oggi, col jobs act, col precariato diffuso, nemmeno ci si preoccupa della qualità del lavoro).

Dopo quel gesto di ribellione, appare il megadirettore che lo accoglie all'ultimo piano, nel suo ufficio. Scarno, francescano.
Una sedia, un tavolo, un inginocchiatoio.
“Scusi conte ma…io…mangiare con lei?”
“Ma certo, che differenza c’è tra me e lei?”
“Ma abbia pazienza! Ma come che differenza c’è?! Non mi vorrà mica dire, signor duca, che siamo uguali io e lei, voi siete i padroni, gli sfruttatori, noi siamo gli schiavi, i morti di fame!…”
“Ohh…ma caro Fantozzi, è solo questione di intenderci, di terminologia, lei dice padroni e io datori di lavoro, lei dice sfruttatori e io dico benestanti, lei dice morti di fame e io classe meno abbiente, ma per il resto la penso esattamente come lei.”
“Come, altezza, come?”
“Io, come lei, sono un uomo illuminato e sono convinto che a questo mondo ci sono molte ingiustizie da sanare, la penso esattamente come lei, e come il nostro caro dipendente Folagra.”
“Ma…mi scusi, sire, ma…non mi verrà a dire che lei è, scusi il termine sa,…comunista!”
“Be’…proprio comunista…no, vede, io sono un…medio progressista.”
Ecco, con quarant'anni anni d'anticipo, Luciano Salve e Paolo Villaggio avevano anticipato il corso della nuova (vecchia) sinistra, o meglio della sinistra progressista.Quella che usa i diritti civili (la legge Cirinnà e chissà forse anche lo iusculturae) come specchietto per le allodole per una regressione nei diritti.Nel mondo del lavoro, nella cultura, nella salvaguardia del territorio.
“Ecco, bisognerebbe che per ogni problema nuovo, tutti gli uomini di buona volontà, come me e come lei, caro Fantozzi cominciassero a incontrarsi senza violenze in una serie di civili e democratiche riunioni fino a che non saremo tutti d’accordo.” [il testo l'ho trovato qui]
 
 

Ma non vi vengono in mente altre parole, riascoltando le parole del megadirettore galattico?
Ma sì, sono più o meno le parole di Farinetti, quando a Carta Bianca spiegava come per salvare il paese servisse maggiore armonia nel mondo del lavoro.
In quel mondo di voucher, salari bassi, ingegneri meno pagati d'Europa, contratti a tempo e numeri gonfiati dagli sgravi.
Come è umano lei ...

Non abbiamo inventato nulla, in questi anni.
Fantozzi ci aveva raccontato tutto.

03 luglio 2017

Come era umano lei


Come tutti quelli della mia generazione sono cresciuto coi film di Paolo Villaggio.
Da Fracchia a Fantozzi, la serie dell'impiegato della "italpetrolcemetermotessilfarmometalchimica" (parodia della Italsider, dove Villaggio aveva lavorato).
Impiegato vessato da colleghi, superiori, innamorato respinto della collega Silvani.
Era una parodia della vita impiegatizia, del leccaculimo nei confronti dei capi (il megadirettore Galattico), dei simboli del potere in ufficio (la pianta di ficus), la sfida a biliardo col direttore Catellani per perdere e fare carriera:
"Al 38° coglionazzo e a 49 a 2 di punteggio, Fantozzi incontrò di nuovo lo sguardo di sua moglie ..."
Peccato che qualcuno poi, lo abbia preso sul serio, per sposare questo modello.
In ufficio, nella vita, in politica.

Grazie di tutto Paolo (anche per quel modo di vestire stravagante degli ultimi anni).

Alessandro Gilioli, come sempre in modo puntuale, spiega bene questa distanza, tra il mondo fantozziamo e la realtà del mondo del lavoro (a proposito, oggi un'altra statistica ci dice che il numero degli occupati è in calo, si salvano solo gli ultracinquantenni): 
Il mondo del lavoro descritto nei libri e nei film di Fantozzi era così: pacchiano nel suo classismo, volgare nella sua esibizione della gerarchia, violento nello scontro quotidiano tra l'alto e il basso, tra il capo e il sottoposto.
Eppure era un mondo a suo modo limpido, "onesto", trasparente. Non c'erano gli infingimenti cosmetici con cui oggi vengono mascherati divari di potere e di reddito che peraltro nel frattempo sono aumentati, non diminuiti.
Il sottoposto era appunto un sottoposto, non si faceva finta che fosse un "collaboratore". La sua prestazione non era a cottimo, né forzatamente notturna e festiva - come oggi avviene nei magici mondi della gig economy e della logistica, ma non solo - bensì legata a precisi orari diurni, terminati i quali i dipendenti avevano diritto perfino a scappare dalla finestra, pur di non regalare un minuto di più all'azienda.
 
Lo stipendio era garantito (garantito, incredibile!) così come garantite erano le ferie, che Fantozzi poi trascorreva sotto la sua consueta nuvola.
Il patto tra azienda e lavoratore era di tipo schiavistico - certo - ed era anche grottesco: eppure era un patto definito, un accordo triste ma rassicurante, ingiusto ma solido, che non rischiava di dover essere riscritto ogni giorno e ogni giorno peggiorare, o semplicemente sparire - puf, oggi non ci servi.
 
E ancora, non c'era bisogno di dissimulare coinvolgimento motivazionale negli obiettivi dell'azienda, fosse essa pubblica o privata. Non c'era bisogno di mettere in scena la grande ipocrisia dell'identificazione, degli obiettivi, dell'"empowerment". Né si era costretti al sorriso perenne e alla disponibilità 7/24, che sono la galera del free agent attuali, delle partite Iva attuali, dei "rider" attuali. Potevi limpidamente odiarla la tua azienda, potevi odiarlo il tuo ufficio, anzi era scontato che tu lo odiassi. I ruoli erano più onesti, in fondo. 
Villaggio ha descritto lo schiavismo umiliante del mondo del lavoro com'era prima della globalizzazione e prima che l'epocale vittoria del liberismo estremo polverizzasse ogni argine, ogni regola, ogni patto. Ci faceva ridere, perché caricaturava e portava all'estremo quello che milioni di persone realmente vivevano nei loro polverosi e grigi luoghi di lavoro. Lo schiavismo di oggi non è nemmeno caricaturabile perché è già all'estremo in sé, non può essere portato oltre con la chiave del grottesco.
Non si riesce più nemmeno a ridere, parlando di lavoro, oggi.
Ecco, non si ride quando si vedono i ragazzini cantare la canzoncina al Presidente del Consiglio in visita ad una scuola, non si ride quando si vede lo spottone della FCA a Melfi (e le tute blu danzare al ritmo della canzone Happy), che ora sono in cassa integrazione.


Non si ride a leggere dei giornalisti de l'Unità rimasti senza stipendio, abbandonati dal PD.

02 luglio 2017

Il piano per una vera accoglienza

Stefano Feltri intervista la giornalista Milena Gabanelli sul tema dell'immigrazione (e dell'accoglienza): a Report avevano elaborato un piano di vera accoglienza, che creasse occupazione e che diminuisse le tensioni a livello locale per l'arrivo di profughi e immigrati.



“Più metti in opera possibilità di salvataggio e più i trafficanti portano in mare un’umanità disperata e inconsapevole”. Milena Gabanelli oggi è vicedirettore dell’area digital della tv di Stato per il progetto web Rai24. Ma prima di lasciare il suo Report su Rai3 si è occupata molto di migranti. E la sua voce sul tema è molto ascoltata.
Milena Gabanelli, chiudere i porti è fattibile o è solo una minaccia per fare pressione sull’Ue?
 
Una soluzione andrà trovata, se le intenzioni di “non lasciare l’Italia sola” continuano a rimanere “intenzioni”, qualcosa di concreto andrà fatto. Ma forse sarebbe sufficiente se, da subito, qualche Ong straniera facesse un’azione dimostrativa. Medici senza frontiere potrebbe sbarcare migranti a Nizza o il Muos a Malta. Vediamo se il democratico Macron ha il coraggio di dire “qui non li portate”. 
Ma è realistico pensare di sbarcare i migranti salvati in mare sulle coste di altri Paesi: Malta, Spagna e Francia? 
La Convenzione di Amburgo obbliga a sbarcare nel primo porto sicuro: dovrebbe essere la Tunisia, che ha firmato quella convenzione, e anche Malta. Ma poiché il flusso è costante, e alcune navi sono dotate di infermeria, potrebbero arrivare anche in Spagna o a Nizza. Il ministro Minniti ha ragione quando dice “non si può disgiungere il momento del salvataggio da quello dell’accoglienza, e quest’ultimo non può essere un problema di un solo Paese”. 
Sulle Ong che idea si è fatta? Complici involontari dei trafficanti o riempiono un vuoto? 
Fino a quando le inchieste non saranno arrivate a conclusione non si può alimentare alcun sospetto. L’unico dato certo è che non ci sono mai state tante navi che si adoperano per il salvataggio e mentre nel 2015 i morti in mare sono stati 2800, nel 2016 siamo arrivati a 4300. Una considerazione andrà pur fatta. Più metti in opera possibilità di salvataggio e più i trafficanti portano in mare i migranti. 
I ricollocamenti non funzionano, l’Italia ha spostato solo settemila persone. Dobbiamo rassegnarci? 
No, la tenuta del sistema Italia si giocherà su questo. Siamo l’hub d’Europa, serve un progetto che non ci veda soccombere. 
Se identifichiamo persone che non hanno diritto di asilo, è impossibile spostarle in altri Paesi. Sono i “migranti economici”. Che fare? 
Al momento dello sbarco non c’è una identificazione, ma una autodichiarazione con fotosegnalamento e impronte digitali. Poi le persone vengono sparpagliate per i Comuni, molte spariscono. L’identificazione è più complessa e va organizzata a monte. Alla fine di questo processo chi non ha diritto a restare, deve essere accompagnato al Paese d’origine, che spesso però non lo riconosce come cittadino. Per questo occorre aver fatto prima accordi bilaterali. È complicato, ma non impossibile, se decidiamo di trasferire una delegazione a Bruxelles determinata a non venir via da lì senza aver raggiunto un impegno comune. 
Come si fa a trasformare questa emergenza in una opportunità?
L’opportunità è quella di decidere che il sistema accoglienza è un affare di Stato, e quindi si rimettono a posto i luoghi pubblici (dalle caserme ai resort sequestrati alla mafia, agli ex ospedali), e assumere personale qualificato, circa 28.000 persone: formatori, medici, psicologi. Un sistema di accoglienza dove le cooperative e le associazioni hanno un ruolo di supporto e non più di gestione. Il tempo di permanenza dei migranti in questi luoghi non deve superare i 6 mesi, trascorsi i quali chi ha diritto a restare, munito di curriculum, viene trasferito in piccoli gruppi nei Comuni e, per quote, nel resto dei Paesi membri. 
E quanto costerebbe? 
Il costo che in cinque mesi di lavoro io e la mia squadra, insieme a esperti del settore, abbiamo stimato, sarebbe di circa 2 miliardi per la messa in abitabilità, e 2,2 miliardi l’anno per gestione e personale. La ricaduta sarebbe una maggiore percezione di sicurezza, oltre a una maggior disponibilità dei Comuni a farsi carico dell’integrazione, poiché le persone che arrivano sui loro territori sono solo quelle con diritto all’asilo, hanno imparato la lingua, un mestiere e conoscono le regole. 
Perché le strutture italiane sono sempre al collasso anche se l’impennata di sbarchi era prevista? 
Perché manca una visione a monte e si spera sempre che un giorno o l’altro gli sbarchi diminuiscano. 
È realistico rimandare la soluzione a un controllo dei flussi, soprattutto in Libia, come ha detto il ministro Minniti? 
Minniti fa ciò che può. Si sta spendendo molto sul fronte libico e dobbiamo augurarci che ci riesca, perché non si può prescindere da un intervento là dove il problema ha origine. Ma saranno tempi lunghi. Intanto c’è un problema qui e Minniti non può fare tutto da solo.

Alleanze e astensionismo

S'ode a destra uno squillo di tromba
Fuori del Pd c'è la sinistra della sconfittaSono pronto a ragionare con tutti, ma sui temi del futuro dell'Italia non ci fermiamo davanti a nessunoIl centro sinistra senza PD è da Nobel della fantasia

... a sinistra risponde uno squillo
Da soli non si va da nessuna parte. Non c'è altra strada che quella che stiamo percorrendo, insieme.Basta arroganza e basta gigli magici, non se ne può più

Si continua a parlare di alleanze, nonostante gli attacchi e le punzecchiature da una parte e dall'altra.
Come Scalfari si augura nel suo articolo domenicale: "Come vorrei che Matteo e Giuliano fossero presi da incantamento".
E tanto più si parla di alleanze e tattiche per le elezioni (a settembre parte la campagna elettorale, e per le leggi da approvare chi s'è visto s'è visto), tanto più non si parla d'altro.
L'astensione, per esempio (ne parla Salvatore Settis oggi sul Fatto Quotidiano).
Quanto è rappresentativa una maggioranza parlamentare se a a votare va solo il 50% degli elettori.
Qui si continua a giocare sui numeri: l'astensione non è un problema solo di oggi, ma anche di quando il PD prendeva il 40% alle Europee. Con un affluenza al 50% ..

Cresce l'astensione e diminuisce la rappresentanza degli eletti, aumenta la protesta, lo scontro, il cinismo.
Forse tutto questo è voluto: la nuova forma di Democrazia 2.0 è una forma di governo per soli eletti.
Non per tutti.
Spariti i partiti e i luoghi sul territorio dove incontrarsi e discutere.
Sparite le ideologie, che hanno lasciato il posto agli slogan: prima gli italiani, tutti ladri, noi il futuro gli altri la palude, e così via.

Spariti anche i contenuti, ovvero la sostanza della politica: cosa mettiamo nelle riforme della scuola e del lavoro, della giustizia e della pubblica amministrazione?
Più tutele, più diritti, una redistribuzione della ricchezza, una giustizia (e una scuola e una sanità) uguale per tutti?

Servirebbero partiti e non taxi al servizio del leader di turno, che non è nemmeno capaci di un minimo di autocritica.
Così, come in ogni elezioni in Italia da sempre, alla fine vincono tutti.
La destra estrema avanza e in pochi ne colgono i presagi di una disgregazione del sistema esistente.

01 luglio 2017

Corruzione, di Don Winslow

Introduzione 
L'ultima persona sulla terra che ci si sarebbe aspettati di veder finire al Metropolitan Correctional Center di Park Row era Dennis Malone. Se qualcuno avesse nominato il sindaco, il presidente degli Stati Uniti, il papa, la gente di New York avrebbe scommesso sulle probabilità di vedere dietro le sbarre loro, prima del detective di primo grado Dennis John Malone.Un poliziotto eroe.Figlio di un poliziotto eroe.Sergente veterano nell'unità più d'elite del NYPD. La Manhattan North Special Task Force. E, soprattutto, uno che sa dove sono nascosti tutti gli scheletri, perché la metà ce li ha messi lui.

Soldi, tanti soldi.
Soldi per aggiustare un processo, per comprarsi un testimone, per cancellare delle prove, per intimidire un teste. In quest'ultimo romanzo di Don Winslow sembra che i soldi siano l'elemento essenziale che fanno giare le cose nella città di New York.
Si usano i soldi per avere un favore da un poliziotto di quartiere, perché un giudice chiuda un occhio, perché gli agenti degli Affari interni (Internal affair bureau, IAB) non vedano il marcio che c'è nei distretti di polizia. Ma coi soldi si comprano gli appalti pubblici, si costruiscono quartieri, si conquista la fama con cui poi iniziare una scalata politica.
I soldi conquistano l'anima della gente. Che tu sia in basso, in mezzo alla strada, in mezzo alla sporcizia, al sangue e alle pallottole. O che viva in cima ad un grattacielo, godendoti il panorama dall'alto della città.
E coi si soldi si compra la droga. Tanta droga che fa felici le persone, sia quelle che devono attaccare il turno alla mattina presto, sia i professionisti che hanno bisogno della spinta per reggere i ritmi e lo stress del lavoro.
Marijuana da fumare, cocaina, eroina da iniettare in vena.
O anche le pastiglie di dexedrina, che i poliziotti come Denny Malone butta giù per stare in piedi un giorno ancora. Dopo una notte di lavoro, una di quelle notte dove una pallottola col tuo nome sopra ti ha solo sfiorato la testa, o una notte passata a festeggiare un sequestro di droga, a base di alcool, cocaina e sesso.
Prologo. 
New York city, le quattro del mattino.Quando la città che non dorme mai alla fine si stende e chiude gli occhi.Questo pensa Denny Malone mentre la Ford Crown Victoria scivola lungo la spina dorsale di Harlem. Dietro muri e finestre, in appartamenti ed alberghi, edifici o palazzoni popolari, le persone dormono o non riescono a dormire, sognano o sono al di là dei sogni. Litigano, scopano o entrambe le cose.

Se ne “Il potere del cane” e poi nel seguito “Il Cartello” abbiamo visto la guerra alle droghe e ai cartelli in Messico, in questo ci troviamo nell'altro fronte di una guerra, quello metropolitano. Una guerra persa in partenza: la droga che arriva nelle strade non si può arginare a colpi di sequestri, di numeri da sbandierare all'opinione pubblica per scalare qualche gradino della popolarità, per farsi una guerra, polizia contro amministrazione locale, o all'interno della stessa polizia.
Vuoi fare bella figura? Il tasso di criminalità è sceso. 
Ti servono più fondi? Il tasso di criminalità è salito.Hai bisogno di arresti? Manda i tuoi uomini a fare una serie di finte retate che non arriveranno mai a una condanna. Non importa, le condanne sono un problema dei tribunali, a te serve solo il numero degli arresti effettuati. 
Vuoi provare che nel tuo settore le droghe sono in calo? Manda i tuoi ragazzi a fare perquisizioni e irruzioni in posti in cui la droga non c'è. 
Questa è una parte dell'imbroglio. L'altro modo di manipolare i numeri è dire ai funzionari di declassare i reati ad infrazioni. Così una rapina diventa un «piccolo furto», il bottino di un furto con scasso diventa «smarrimento di effetti personali», una violenza sessuale diventa un «rapporto non consenziente». E boom, il tasso di criminalità è sceso.

Attraverso gli occhi di Denny Malone, sergente investigativo della Manhattan North Special Force, vediamo tutto questo: la droga nelle strade, la lotta ai piccoli spacciatori e la guerra ai gruppi più grandi, la polizia che arriva a comprasi la droga, pur di toglierla dalle strade. Come anche la polizia che arriva a comprasi le partite di armi che, dagli altri paesi, arrivano ad infestare la città che non dorme mai.
Perché al secondo emendamento non ci crede nessuno, proprio nessuno.
Dietro le armi, dietro la lobby delle armi, c'è solo il puro e semplice guadagno.
Guadagno con quelle armi con cui un poliziotto stesso rischia di essere ammazzato:
Quei coglioni convinti che la risposta sia dare un'arma a tutti così, per esempio, possono mettersi a sparare in un cinema buio, non si sono mai trovati con una pistola puntata contro e, se succedesse, se la farebbero addosso.Dicono che si tratta di rispettare il secondo emendamento e i diritti della gente, ma in realtà si tratta solo di denaro. I fabbricanti delle armi, che finanziano la NRA, vogliono vendere le armi e guadagnare.

Una guerra del bene contro il male?
Nossignore, toglietevelo dalla testa.
Denny Malone, William Montague e Phil Russo non sono affatto i buoni in questa storia. I poliziotti senza macchia che combattono contro i narcos, contro chi spaccia droga, contro chi sfrutta la prostituzione, contro chi fa le estorsioni.
La loro squadra speciale, l'ennesima squadra speciale era stata costruita per “togliere gli animali dalla strada”, per tenerli in gabbia. Anche a costi di falsificare le prove, anche a costo di usare metodi sporchi.
Perché la verità, che conoscono entrambi,è che senza le testimonianze addomesticate dei poliziotti, dette «testimenzogne», l'ufficio del procuratore non otterrebbe mai una condanna.Questo non disturba Malone.

Tutto pur di togliere la feccia dalla strada, tener pulita la giungla.
Anche a costo di chiudere un occhio nei confronti di un pesce piccolo, se questo ti può portare ad un criminali di livello più alto.
Anche a costo di imboscarsi qualche chilo di droga, e far fuori il boss, come leggiamo subito nel prologo.
Anche a costo di diventare uno che porta in giro buste imbottite di denaro, di soldi, con cui si comprano quei favori, all'Ufficio degli Affari interni, da un avvocato che chiede di poter avvicinare un giudice, dalla mafia, che con quei soldi si compra la pax mafiosa per i suoi traffici.
Perché, se ancora non lo sapete, a New York c'è ancora la mafia:
Tutti pensavano che la mafia fosse finita dopo la legge Rico (Racketer Influenced and Corrupt Organizations), dopo Giuliani, il maxiprocesso noto come la mafia commission trial o il cosiddetto Windows Case.Ed era vero. 
Poi erano cadute le Torri Gemelle.Da un giorno all'altro, i federali avevano spostato tre quarti del personale all'Antiterrorismo e la mafia aveva ripreso forza. Anzi, aveva guadagnato una fortuna con la rimozione delle macerie del Ground Zero. [..] L'undici settembre aveva salvato la mafia.

Tutto questo mondo, tutto questo sistema che per anni era andato avanti immutabile, all'improvviso crolla.
E' il mondo che aveva portato a Malone e alla sua squadra (“Da Force”) onori e medaglie, soldi con cui assicurarsi una serena vecchiaia dopo i venti anni di servizio, soldi con cui pagare l'università ai figli, gli alimenti alla moglie Sheila da cui è separato.
Malone si trova all'improvviso dall'altra parte della barricata: i federali lo costringono a diventare un loro informatore, per portar loro le prove con cui incastrare giudici e avvocati corrotti. Per poi passare ai poliziotti corrotti.
Merda, il mondo intero gli sta crollando addosso. Castillo e i dominicani, i Cimino, i fedeali, lo Iab, la polizia, l'ufficio del sindaco e solo Dio sa quanti altri”.

Ma anche in questa guerra alla corruzione e ai soldi sporchi non è facile distinguere i buoni dai cattivi. Quelli di cui ti devi fidare e quelli che ti possono tradire.
E per Malone, il re della squadra speciale, il poliziotto con tante medaglie sul petto, tradire i propri fratelli, è un peso che non si può sopportare.
Ma come ha fatto il poliziotto Denny Malone, che aveva giurato di indossare la divisa per proteggere e difendere, a finire incastrato in questa situazione? A rischiare anni di galera per le mazzette, per la corruzione, per i soldi sporchi, per quei rapporti con la mafia, con i signori della droga?
Semplice, un passo alla volta. Un passo alla volta, lo sporco della città che ti entra nel sangue:
Suo padre tornava a casa dal lavoro e andava direttamente a farsi una doccia. Ora Malone sa perché.La strada resta con te.Ti entra nei pori, nel sangue.E la tua anima?, si chiede Malone. Anche di quella dài colpa alla strada? 
Un po' di colpa, si.Hai respirato corruzione da quando hai ricevuto il distintivo. Come hai respirato la morte da quel giorno di settembre. La corruzione non è solo nell'aria, è anche nel DNA. 
Sì, dai pure la colpa alla città, dà la colpa a New York. Alla polizia. 
È troppo facile, ti impedisce di porti delle domande. 
Come sei arrivato a questo punto? 
Come si arriva dappertutto. Un passo alla volta.

Nella terza parte del libro, il ritmo del racconto prende una decisa accelerazione: un tutti contro tutti, in cui non importa far pulizia del marcio, ma far fuori l'avversario in guerra di potere. Una guerra in cui Malone si troverà contro tutta la città di New York.
Una guerra in cui, per sopravvivere, dovrà fare delle scelte dolorose.

Una Beretta 8000D nella fondina nella caviglia.Una Glock 9mm in una fondina ascellare.Poi, sopra tutto questo, indossa una maglietta nera larga e infila il coltello Sog nello stivale.Claudette lofissa. - Gesù Cristo, ma chi ti sei messo contro?- La città di New York, - dice Malone

Dietro questo romanzo c'è un grande lavoro di preparazione, che ha permesso a Don Winslow di raccontare la New York, le sue strade, i suoi quartieri.
A raccontare di come stanno veramente le cose, quando si parla di narcotraffico.
E di corruzione nella polizia.
E di corruzione dentro il palazzo del sindaco.
E poi la lotta impari contro il crimine, il potere seduttivo del denaro, il machismo e il razzismo dentro la polizia.
Rispetto ad altri libri di Winslow, forse questo è meno corale, tutto la storia si concentra attorno al personaggio principale. Che ora, ad un passo dalla galera, deve decidere chi tradire.

La scheda del libro sul sito di Einaudi e il pdf del primo capitolo

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