04 settembre 2017

Rocco e la teoria del complotto


Attenzione ai complotti. E a quelli appassionati alle teorie complottiste, che dietro ogni fatto vedono una macchinazione ordita da un gruppo di potenti che vuole controllare il mondo.
Succede anche nella Questura di Aosta, dove arriva un nuovo sostituto a capo del gabinetto della scientifica, la dottoressa Gambino.
Con delle idee chiare su queste teorie:
La donna si tolse gli occhiali. «Perché i fili li muovono sempre poche persone».Costa e il vicequestore si scambiarono uno sguardo.Rocco cercava di comunicare al suo superiore di soprassedere a quella discussione e di tagliare corto, ma Cosa non afferò al volo il suggerimento. 
La Gambino prima si guardò alle spalle, neanche fosse seguita da un commando del Mossad, poi con voce decisamente più bassa attaccò: «Non è un mistero che a comandare il mondo sia il clud dei 300. Volete sapere chi sono?» 
«Immagino che la spigolatrice di Sapri non c'entri nulla» commentò Rocco. 
«Non siate ingenui» rispose Gambino con un sorriso innocente. «I 300 .. volete saperli o no?». 
Costa allarò le braccia. «Se pensa sia una cosa utile, ma facciamo una cosa di giorno».  
«Si, prima che ci sorprenda il santo Natale» aggiunse Rocco. 
«Allora vi dico chi è a capo dei 300?». 
«E ce lo dica» sbottò Costa. 
«La regina Elisabetta II d'Inghilterra». 
«Li comanda lei?» chiese Costa guardando il parcheggio. Sperava arrivasse l'agente con l'auto, un funzionario, qualunque cosa pur di togliersi di lì. 
«Già, quell'adorabile vecchina. In mezzo ci sono i Rotchshild, Rockfeller, Gustavo di Svezia, Gorbaciov». 
«Pure Gorbaciov?». 
«Guardi dottore, lei potrebbe restare di sasso se le rivelassi alcuni segreti ..» 
Rocco provò ad approfittare della pausa ad effetto lasciata dalla Gambino per cercare di tagliare corto. Aprì la bocca, ma la donna ormai lanciata lo anticipò. 
«Tutto si spiega attraverso il comando dei 300. La guerra in Iraq, le torri gemelle, il complotto dell'euro, Putin e gli oligarchi, Kim Jong-un, tutto!» e li guardò con passione.Rocco sorrise. 
«Bene. E' tutto chiaro». 
«Chiarissimo» fece Costa. L'auto guidata da Casella frenò a pochi metri dal gruppetto. «Ma è arrivata la mia macchina. Grazie Gambino, sono felice che lei si sia unita a noi, avevamo proprio bisogno di una persona efficiente e capace come lei» e sgattaiolò lasciando Rocco ad affrontare da solo il sostituto. 
«Ora, Rocco, sai una parte della verità. Guarda il mondo attraverso quello che hai imparato oggi e non ti sembrerà più lo stesso. Non dirmi poi che non ti avevo avvertito». 
«No, Gambino, lo ricorderò» e si voltò per entrare in ufficio 
[Da Pulvis et umbra di Antonio Manzini - Sellerio]

Attenzione però, perché il nostro è un paese di segreti e complotti.
E, teoria dei trecento a parte, in questo romanzo di Manzini, il nostro Rocco si troverà di fronte a segreti e a complotti che dietro hanno i servizi.

Qui potete leggere l'incipit del libro.

Il paese dove il sole splende sempre

Sono anni ormai che l'evento di Cernobbio, il forum ambrosetti, è diventato uno dei eventi cult del paese che conta: tra un calice e un pasticcino si discute di economia e finanza.
Come vanno le cose nel paese?
Cosa conterrà la prossima manovra finanziaria?
Il sole splende sempre, al forum, dove trovi tutto il mondo che conta, perfino i nuovi leader anti-sistema come Salvini e Di Maio devono passare qui, se veramente ambiscono ad entrare nelle stanze del potere.

Il sole splende sempre, complice l'affacciarsi su uno degli scorci più belli del lago di Como: nessuna nuvola offusca il dibattito, il discorso, la chiacchiera.
Quei noiosi discorsi sulle crisi bancarie e sulla cattiva gestione dei nostri banchieri, ad esempio. Prestiti concessi con troppa facilità ad amici, titoli delle azioni gonfiati. Tanto, se anche passa la vigilanza di bankitalia, si limiterà a qualche sanzione, senza dirlo troppo in giro.

Assenti giustificati anche la corruzione sulle opere pubbliche, l'evasione (e i minori controlli bancari) e l'elusione fiscale.
La disoccupazione giovanile e i dati dell'occupazione tenuti in vita da sgravi, riforma Fornero e da quella piccola ripresa nell'area europea.

Sui TG, quando ieri si è parlato di Cernobbio, era un fiorire di pacche sulle spalle, di ripresa che è diventata strutturale e non ciclica. Certo, non dobbiamo dormire sugli allora: altri sgravi si attendono le imprese, per assumere i giovani.

Per la cronaca, nei TG ieri non si è parlato solo di economia e finanza col Forum: c'è stato spazio anche per il Gran Premio di Monza, per l'arresto del branco di stupratori di Rimini (immigrati, ovviamente, e pure minorenni).
Di questo si è parlato ieri: gli immigrati che occupano, delinquono, gli sbarchi, in un paese che si sta lasciando la crisi alle spalle.

Il capolavoro della narrazione politica (e di Minniti) scrive Gilioli:

A proposito: eccola qua, la "tenuta sociale" ritrovata.
Da due o tre mesi in Italia non si parla che di migranti.
Non c'è più nessun'altra questione: precariato, povertà, licenziamenti, la gente che non sa dove sbattere il cranio per arrivare alla fine del mese, l'età pensionabile che va verso il record mondiale di vecchiezza, i conti dell'Inps che garantiscono agli under 35 una terza età da poveri in un monolocale di borgata, la fuga disperata dei ragazzi all'estero, gli otto mesi per avere una colonscopia in una struttura pubblica che diventano otto ore se estrai la Visa - e così via.
Niente, non c'è più nient'altro, da nessuna parte, solo migranti migranti migranti. Migranti in tivù, sulle radio, sui giornali, nei social, nelle conversazioni al bar. Un pensiero invasivo. Totalmente sproporzionato alla sua portata reale, ma gigantescamente invasivo.
È stato un capolavoro, quello di Minniti. Alla Goebbels, direi: e non per una "reductio ad Hitlerum" - non fraintendete - ma come effetti di potenza persuasiva.
E così abbiamo scampato il rischio della "mancata tenuta sociale" del Paese. Siamo di nuovo una società unita, wow.
Però basata sull'odio, sul pregiudizio, sul razzismo, su una narrazione intimidatoria e - fra l'altro - sulla morte nel deserto di migliaia di esseri umani.
Però unita, caspita, anche politicamente: dall'estrema destra al Pd passando per il Movimento 5 Stelle, dagli editorialisti più compassati d'establishment a quelli che si vantavano ogni giorno di essere contrari a tutto e fuori dal coro.
Abbiamo nascosto i problemi sociali sotto la coltre dell'"emergenza migranti", come quei generali sudamericani che quando temevano una rivoluzione chiamavano all'orgoglio patrio e dichiaravano guerra uno stato vicino.

03 settembre 2017

L'omicidio Dalla Chiesa - Quella convergenza di interessi stato e mafia


Il generale con gli alamari cuciti addosso.
Il generale che aveva sconfitto il terrorismo.
Il super-prefetto mandato a Palermo per sconfiggere anche la mafia.

È stato chiamato in tanti modi il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, avendo avuto una carriera nell'arma dei carabinieri intensa e lunga: dalla lotta al bandito Giuliano, a fine anni '40 a Corleone, dove indagò sull'omicidio del sindacalista Palcido Rizzotto per mano della mafia, incrociando per la prima volta la sua strada coi corleonesi.
A Palermo negli anni 70, dove elaborò la prima mappa della famiglie mafiose della provincia.
Al nord, a Torino, a combattere il terrorismo rosso, con quei pieni poteri (che in seguito non ebbe come prefetto a Palermo).
Gli arresti dei leader storici Curcio e Franceschini, l'infiltrazione di frate mitra, Silvano Girotto.
Il pentimento di Patrizio Peci.
L'irruzione nel covo di via Fracchia.
Una carriera con tante luci e tante interruzioni.
Come quella che lo mandò via da Palermo, negli anni in cui la mafia stava passando dal business degli appalti pubblici a quello della droga.
E la seconda interruzioni, quando la sua brigata antiterrorismo fu sciolta. Eravamo alla vigilia dell'attacco al cuore della Stato, col rapimento del presidente della Democrazia Cristiana, Aldo Moro.

Il suo nucleo fu ricreato dopo la morte di Moro. Anche qui, altri successi: la scoperta del covo di via Monte Nevoso e di parte del memoriale del presidente, che i brigatisti (diversamente da quanto avevano promesso) avevano lì nascosto.
Una seconda parte di quel memoriale fu poi ritrovata quasi dieci anni dopo, nel 1990: un caso o un mistero. O forse una mano che aveva nascosto parte del materiale, che il popolo italiano non doveva conoscere (Gladio, la guerra sporca contro le sinistre ..).

Nella sua carriera incrociò la strada con la mafia, col terrorismo rosso: a seguito della morte del segretario comunista siciliano, Pio La Torre, fu rimandato a Palermo, come prefetto con “pieni poteri” per affrontare la mafia. Ad Andreott, a Roma, disse che non avrebbe avuto riguardi per le correnti DC dell'isola.
Non ebbe né i pieni poteri né il tempo di fare pulizia sull'isola.
Morì in un'agguato della mafia il 3 settembre 1982, in via Carini.
La macchina viene ritrovata con le portiere aperte, il cadavere del generale è riverso su quello della moglie che ha tentato di proteggere col suo corpo. I funzionari di polizia, dei carabinieri e dei servizi segreti che accorrono sul posto - tra di loro c'è uno dei migliori investigatori antimafia, Bruno Contrada – sono d'accordo a coprire decorosamente i corpi massacrati. Agenti vengono quindi inviati a villa Pajno per prendere un lenzuolo. Dichiarano di aver trovato la cassaforte aperta, vuota e senza chiave. La chiave viene ritrovata sette giorni dopo in un cassetto già perquisito.Patria 1978-2008, Enrico Deaglio

Una mano dipinse poco lontano dal luogodella strage, la scritta: “qui è morta la speranza dei palermitani onesti”.
Un delitto strano, quello del prefetto Dalla Chiesa: era nell'isola da troppo poco tempo per aver dato fastidio veramente alle teste che contano.
E quei super poteri, erano solo chiacchiere. Poteri che arrivano al suo successore, il prefetto De Francesco, messo a capo dell'Alto Ispettorato nella lotta alla mafia.

Fu solo mafia?
Oppure Dalla Chiesa fu ucciso da un commando mafioso, ma dietro c'era una “convergenza di interessi” con altri pezzi dello Stato, anzi dell'antistato? Persone, dentro la finanza, dentro i partiti, che ritenevano che il generale fosse ancora troppo ingombrante (come disse il pentito Buscetta a Falcone).
I segreti sul rapimento di Aldo Moro, sul memoriale.
I segreti sul rapporto tra la mafia in Sicilia e la democrazia cristiana in Sicilia, ovvero Salvo Lima e Andreotti.
Dopo la morte di Della Chiesa lo Stato fi costretto (come dieci anni dopo, con le stragi di Capaci e via D'Amelio) a varare la legge Rognoni-La Torre: per la prima volta, veniva riconosciuto il reato di associazione criminale di stampo mafioso. E, cosa più importante, si colpivano i mafiosi nei loro patrimoni, che potevano essere sequestrati.
Un passo avanti importante, certo. Ma cosa nostra, il dominio dei corleonesi, andranno avanti per altri dieci anni: fino alla sentenza del maxi processo, alle stragi contro i giudici Falcone e Borsellino (e le rispettive scorte), alla stagione delle bombe. E alla stagione della trattativa stato – mafia.
Altri segreti, misteri alla luce del sole.

Tornando a Dalla Chiesa, di certo c'èche morì da solo. Ucciso, assieme alla moglie Emanuela Setti Carraro, nella sua auto mentre girava per Palermo con una scorta ridotta al minimo, l'agente Domenico Russo.

Nell'intervista a Bocca, pochi giorni prima di venire ucciso, l'aveva anche detto:
«Credo di aver capito la nuova regola del gioco. Si uccide il potente quando avviene questa combinazione fatale, è diventato troppo pericoloso, ma si può uccidere perchè isolato»

Isolato dallo Stato, che era anche lo stato della DC e di Andreotti che a Tano Badalamenti, il boss mafioso, in un incontro, aveva detto “ci vorrebbero uomini come lei in ogni piazza d'Italia”.
La DC di Salvo Lima e di Ciancimino, dei fratelli Salvo, grandi elettori del partito cristiano e democratico, cui questo partito aveva concesso in Sicilia la riscossione delle tasse con un aggio molto favorevole.
Isolato anche dalla Chiesa: non devono confondere le parole del cardinale Pappalardo, al funerale del generale “mentre a Roma si discute ..”. Sono le prime (e di fatto le uniche) parole contro la mafia fatte in pubblico da un alto esponente della chiesa.
Peggio l'aborto della mafia, secondo il cardinale.
I mafiosi, in fondo, sono buoni cattolici: Riina aveva fatto battezzare tutti i suoi figli ..

In dieci anni cosa nostra uccise un prefetto, un presidente di regione, il capo dell'ufficio istruzione, il procuratore capo, il capo della mobile e il capo della squadra catturandi.
I due magistrati più importanti nella lotta alla mafia.
I corleonesi non comandano più dentro cosa nostra, i loro capi sono stati arrestati, schiacciati da lunghi ergastoli.
Oggi la mafia non uccide più nelle strade, come succedeva nei primi anni '80, gli anni della Mattanza (quasi mille morti in pochi anni a Palermo e provincia, senza che la cosa suscitasse troppa indignazione nel paese).
La Chiesa si è schierata contro la mafia (le parole di papa Wojtyla ad Agrigento, dopo l'uccisione del magistrato Livatino).
La Democrazia Cristiana e gli altri partiti storici sono spariti: sono rimasti i capibastone, i portatori di voto, i ras locali che, in vista delle prossime elezioni regionali, si stanno mettendo d'accordo per dividersi la torta.
Sembra che in Sicilia l'orologio si sia fermato, dai tempi del generale Dalla Chiesa.
Nessun partito, coalizione che abbia voluto fare pulizia dal suo interno. Riciclati, indagati, condannati. Ex cuffariani e lombardiani.
La parola mafia è scomparsa dall'agenda politica e pure dalla campagna elettorale in regione (perfino dal M5S), in questa campagna tutti i candidati hanno espresso toni morbidi nei confronti delle abitazioni abusive (erano i giorni della scossa a Ischia, che aveva causato un crollo di una palazzina).

Siamo ancora alla confusione (o lo scambio) dei diritti coi privilegi e dei favori.

Voglio dire, generale: questa lotta alla Mafia l'hanno persa tutti, da secoli, i Borboni come i Savoia, la dittatura fascista come le democrazie pre e post fasciste, Garibaldi e Petrosino, il prefetto Mori e il bandito Giuliano, l'ala socialista dell'Evis indipendente e la sinistra sindacale dei Rizzotto e dei Carnevale, la Commissione parlamentare di inchiesta e Danilo Dolci. Ma lei Carlo Alberto Dalla Chiesa si mette il doppio petto blu prefettizio e ci vuole riprovare."Ma si, e con un certo ottimismo, sempre che venga al più presto definito il carattere della specifica investitura con la quale mi hanno fatto partire. Io, badi, non dico di vincere, di debellare, ma di contenere. Mi fido della mia professionalità, sono convinto che con un abile, paziente lavoro psicologico si può sottrarre alla Mafia il suo potere. Ho capito una cosa, molto semplice ma forse decisiva: gran parte delle protezioni mafiose, dei privilegi mafiosi certamente pagati dai cittadini non sono altro che i loro elementari diritti. Assicuriamoglieli, togliamo questo potere alla Mafia, facciamo dei suoi dipendenti i nostri alleati".


01 settembre 2017

L'ottimismo sul lavoro

"Non ho mai visto un pessimista fare qualcosa di buono nella vita" - così diceva il fu cavaliere, nei bei tempi in cui malgovernava: intendeva che, senza un pizzico di ottimismo, anche in politica, non si va da nessuna parte.
Peccato che Berlusconi usasse l'ottimismo (e numeri sbandierati) come strumento per nascondere le magagne.

Vizio che non è andato in disuso nemmeno adesso, specie quando si parla di lavoro e posti di lavoro: l'Istat tira fuori i suoi numeri e ministri ed ex presidenti del Consiglio li usano a loro comodo per appuntarsi sul petto la medaglietta.
Dati ISTAT: +918MILA posti lavoro da feb 2014 (inizio #millegiorni) a oggi. Il milione di posti di lavoro lo fa il #JobAct, adesso #avanti[ Il tweet di Matteo Renzi (@matteorenzi).]
I numeri sono numeri e se presi così, possono essere usati come più fa comodo.
Sono tutti nuovi posti di lavoro? Con quali contratti? Per quali fasce d'età?
Il lavoro di analisi lo fa Marta Fana che oggi scrive sul Fatto

Non importa che da quel febbraio del 2014, di questi 918 mila nuovi occupati il 46% siano a termine, sconfessando le capacità del Jobs Act di imporre un cambio di rotta tra occupazione a scadenza (che corre con a un tasso di crescita del 22%) e a tempo indeterminato (al 4%), con tutte le precauzioni del caso, visto che i nuovi contratti non garantiscono più la stabilità dei rapporti di lavoro. La quota di dipendenti a scadenza, oggi al 15,4%, tocca ogni mese un nuovo record mostrando che il precariato non è più la porta di ingresso verso un’occupazione stabile ma condizione persistente per sempre più lavoratori. Sulla stessa lunghezza d’onda, i dati dell’osservatorio sul precariato dell’Inps, secondo cui nel primo semestre del 2017, le cessazioni di contratti a tempo indeterminato superano di gran lunga le assunzioni, per un saldo netto pari a -149.601. Non bastano neppure le trasformazioni di contratti a termine in permanenti, 141.873, per invertire il segno del saldo. Anche dall’osservatorio emerge chiaramente che a farla da padrone sono i contratti a termine, 788.129 al netto delle cessazioni, +67,7% rispetto allo stesso periodo del 2015. Infine, è da notare il dato sulle assunzioni a tempo indeterminato beneficiarie degli sgravi per l’occupazione giovanile previsti dalla scorsa legge di stabilità: in totale sono 19.152. Ben lontana dagli obiettivi dei 300 mila che il ministro Poletti e Confindustria dichiarano di voler raggiungere prorogando e aumentando gli sgravi a oltranza.

Si può scrivere che sale il livello di occupazione, che diminuiscono gli inattivi (è sufficiente aver lavorato un'ora nella settimana di rilevazione per risultare occupato).
Ma stiamo parlando di tassi di crescita (il PIL) tra i più bassi, di un'occupazione che cresce perché non si può andare in pensione, di posti di lavoro a tempo determinato.
Che significa lavoro a bassa qualifica e con bassi stipendi.
Fanno le riforme (quelle del governo dei #millegiorni) e non pensano alle conseguenze.
Il che poi costringe il governo a pensare a soluzioni come l'assegno minimo di 650 euro ai giovani, per evitare una bomba sociale nel futuro; a mettere, nella proposta di decontribuzione per i giovani, la clausola per evitare i licenziamenti.

Non si può prendere in giro il paese, spandendo un'ottismo che, fuori dai social, non esiste.

31 agosto 2017

Pulvis et umbra - incipit

Quando un solo cane si mette ad abbaiare a un'ombra, diecimila cani ne fanno una realtà CIORAN 
Domenica 
Le luci della sera erano calate da una mezz’ora e l’aria era fresca e piacevole. Qualche ritardatario con passo affrettato rientrava a casa. 
Lui invece se ne stava lì, fermo, sul marciapiede di via Brean. Non si decideva. Bastava solo attraversare e suonare il citofono, il resto sarebbe venuto da sé. 
Eppure quel piccolo passo non riusciva a farlo. 
Le mani nelle tasche, continuava a stropicciare il foglietto di carta con l’indirizzo: via Brean 12, Studio Emme.
Cosa lo bloccava?
 
Chi gli aveva inchiodato le scarpe sul marciapiede? 
«Ciao amico, vuoi?»Una voce lo fece voltare. Un africano carico di roba incellofanata gli offriva un pacco di calzini di filo di Scozia.  
«Come stai? Dieci euro, amigo ..». 
E allungò la mano libera, Marco come un automa gliela strinse. 
«Allora vuoi? Dieci euro!». 
Marco fece di no con la testa. 
«Mi dai qualche spiccio? Pe' caffè?». 
Marco fece sì con la testa ma rimase con le mani in tasca, immobile, una sentinella con una consegna precisa, un palo della luce in mezzo alla strada. Il nero aspettava e lo guardava, poi sorrise coi suoi denti bianchi e scosse la testa un paio di volte. 
«Amigo, dai spicci?» ripetè. 
Lento Marco tirò fuori il portafogli. Dentro c'erano due banconote da 50 e una da 10. Prese quella da 10 euro e gliel'allungò. 
Il venditore senza fiatare acchiappò quei soldi e in cambio gli mollò i calzini che Marco afferrò senza guardare. 
«Ciao amigo...» e con un passo dinoccolato se ne andò. 
Marco tornò a guardare il civico 12.

[da Pulvis et umbra, di Antonio Manzini]

Esce oggi in tutta Italia il nuovo libro di Rocco Schiavone, pardon, di Antonio Manzini.
Ma per chi lo volesse vedere di persona, trovate Manzini alla libreria Lirus di via Vitruvio, a Milano alle 17.00

La tenuta democratica del paese





L'unica cosa certa è che ieri sera, nella periferia romana, nel quartiere Tiburtina III (tirato su da Mussolini per accogliere emarginati, baraccati, sfrattati e tenerli lontano dal centro), c'è stato uno scontro tra immigrati del centro di accoglienza e altre persone del posto.
Sulle cause, su chi ha iniziato prima, ci sono al momento le due versioni: la prima, secondo cui a seguito di un diverbio tra un ospite della struttura e un ragazzino raggiunto da una pietra; la madre sarebbe stata sequestrata (e questo ha fatto scattare la risposta di altri residenti).
Versione (quella del sequestro) smentita dalla Croce rossa e dalle forze dell'ordine.

Nella rissa tra immigrati e residenti davanti il centro c'è stato pure un accoltellamento.
Forse da qui nascono i timori del ministro Minniti quando parla di "tenuta democrativa": peccato che le situazioni di tensione nascano da problemi (la casa, il lavoro) che esistevano prima dell'arrivo dei migranti (in questi ultimi anni, la famosa "invasione").
Peccato anche che questa tensione sia accentuata anche da come queste situazioni sono raccontate dai giornali: non posso accettare che, della rissa  in via Frantoio, possano esserci versioni così discordanti senza che nessun giornalista voglia vederci chiaro.
Cosa è successo veramente? Quella donna è stata veramente rapita?
E, andando oltre, c'è veramente un racket per le case occupate?

Stiamo parlando di fatti reali o di impressioni, con cui costruiamo questa tensione nei quartieri delle grandi città?
Mi tornano in mente gli scontri a Tor Sapienza, contro un centro per rifugiati che venne accerchiato da persone che non ne potevano più.
Poi scoppiò mafia capitale e si scoprì tutta la ragnatela del business dei migranti.

30 agosto 2017

Il birraio di Preston, di Andrea Camilleri


Ci sono romanzi di Andrea Camilleri cui sono particolarmente affezionato (e che mi piace anche rileggere): “Il birraio di Preston” è uno di questi.
Per la storia che racconta, una sorta di apologo che mostra come la Sicilia sia stata malgovernata sin dagli inizi dell'Unità d'Italia, soffocata da uomini dello Stato che da una parte non si preoccupavano di circondarsi da mafiosi pronti ad offrire loro servizi e dall'altra incapaci di comprendere, di osservare, di scendere da quella sorta di piedistallo su cui erano messi per la posizione di potere.
Per i personaggi di questa storia, ambientata alla fine dell'800 dunque, che sono vivi, che parlano a noi, perché ciascuno di essi è metafora di un pezzo della Sicilia.

Cominciando dagli uomini dello Stato, tutti del nord chiaramente, a ricordarci di come sia avvenuta l'unificazione del regno del Sud, una colonizzazione da parte dei Savoia.
Il prefetto Bortuzzi, toscano, una persona presuntuosa, che pensa di comprendere la provincia che deve amministrare guardando le figure dei libri:
La Sicilia la honosco bene sulle figurine. Meglio che andarci di persona”.

Che si è ostinato a voler inaugurare il nuovo teatro di Vigata con la rappresentazione de “Il birraio di Preston”, opera poco famosa di tale Luigi Ricci, mettendosi contro tutta la popolazione vigatese.
«Chiamatemi Emanuele!» ordinò Sua Eccellenza il prefetto di Montelusa, Bortuzzi cavalier dottor Eugenio, riconsegnando all’usciere una voluminosa carpetta di pratiche già firmate.

L'ostinazione con cui Bortuzzi ha scelto proprio quest'opera, ambientata in Inghilterra e che parla di mastri birrai, troverà spiegazione alla fine del racconto, quando ormai sarà troppo tardi per porre rimedio.
A fianco del prefetto, il mafioso Emanuele Ferraguto: “ meglio noto in provincia e fuori come «don Memè» o più semplicemente «u zu Memè»”.

E poi il Questore Colombo, milanese, in lite col Prefetto per motivi di prestigio e anche con la moglie, per questioni più personali.
«Oh che bella giornada! Che ciel de primavera!» venne fatto di dire ad alta voce, appena tirate le tende della cammara da letto, a Everardo Colombo, questore di Montelusa.

Piemontesi sono i militari, che dovrebbero garantire l'ordine pubblico nella provincia e sull'isola.
Piemontese anche il capitano dei militi a cavallo.

E, dall'altra parte della barricata, il popolo dei vigatesi.
I borghesi del circolo che, come congiurati, decidono di boicottare l'opera, preferendo all'opera di questo autore fiorentino, le musiche di Bellini e Verdi:
«C’è un fantasima che fa tremare tutti i musicanti d’Europa!» proclamò a gran voce il cavaliere Mistretta dando contemporaneamente una forte manata sul tavolino»

C'è Concettina vedova Lo Russo che, nel mentre si sta rappresentando l'opera, attende il suo amante nel letto, per la prima (e purtroppo l'ultima) volta dopo la morte del marito pescatore.

«Avrebbe tentato d’alzare la muschittera?» si domandò la signora Riguccio Concetta vedova Lo Russo, trepidante»
C'è un falegname, don Ciccio Adornato, l'unico a capirne veramente di musica in paese e ad apprezzare le opere di Mozart. Perché quando era nicareddro, fu portato alla rappresentazione de Il flauto magico, e si ritrovo trasportato in cielo dalla musica
.. a mia sicuramente mi principiò una febbre àuta. U cori mi batteva forti, ora sentiva càvudo càvudo ora friddo friddo, la testa mi firriava”.

Altro personaggio degno di nota, l'onorevole Fiannaca, senatore a Roma, ma coltivatore di altri "campi" anche a Vigata, grazie ai picciotti che lo accompagnano. Uomo di relazioni e di famiglia:
«Allora lei vuole parlare col Fiannaca presidente della Società di Mutuo Soccorso Onore e Famiglia?».
«Con lui» fece Adornato che tanto stronzo non era.

Ci sono anche altri congiurati, però a Vigata, oltre ai signori che intendono far fallire l'opera: il mazziniano Nando Traquandi, arrivati clandestino da Roma, che intende portare avanti la sua lotta contro il potere dello Stato in altre maniere. Senza distinguere, senza voler comprendere (un po' come il prefetto d'altronde):
Il picciotto vedeva la luce di una sola verità: che il bianco era bianco e il nìvuro era nìvuro. Scarsi gli anni ancora per capire che quando il bianco sta vicino vicino al nìvuro”.

Con le bombe e col fuoco, ad esempio, anche se queste causeranno vittime.
«Le vampe possono appigliarsi ad altre case, dove c’è gente che dorme». «E che me frega a me de la gente che dorme? Se ce scappa er morto, mejo, la cosa farà più rumore».

In mezzo a questo trambusto, l'uomo della legge, il delegato Puglisi, uno dei pochi siciliani della macchina dello Stato. Che ricorda molto da vicino un altro uomo di legge, nato sempre dalla mente di Camilleri, quale è il commissario Montalbano. Per la sua ostinazione nel voler risolvere un caso, per la sua capacità di saper ragionare con le persone, per la sua umanità e anche per quel pizzo di “burberità” coi sottoposti.

La storia è presto detta: a Vigata si sta per inaugurare il nuovo teatro con un'opera (“Il birraio di Preston”) invisa ai vigatesi ma fortemente voluta dal prefetto.
Per zittire le voci contrarie, costui chiede aiuto al mafioso don Memé e di usare i militi a cavallo, militarizzando il teatro e gli spettatori dell'opera.
In paese altri nemici dell'opera si stanno muovendo: il mazziniano Traquandi, venuto da Roma, per fare rumore senza preoccuparsi delle conseguenze.
Ma per sabotare la riuscita dell'opera ci penserà il destino e anche l'insofferenza dei vigatesi, costretti a seguire un'opera che non capiscono.
Il racconto di Camilleri principia con l'incendio del teatro: come fu che scoppiò l'incendio? Se lo chiede l'ingegnere tedesco Hoffer (un altro “straniero”), svegliato dal figlio e giunto fino al teatro col suo carretto, per spegnere le fiamme.
L’uomo calò le braccia, se le mise darrè la schiena, si taliò la punta delle scarpe. «Non lo sapete?». «No. Nessuno kvi sa». «Ah. Pare che la soprano a un certo punto stonò».

Ma, attenzione, l'ordine dei capitoli non segue l'ordine lineare cronologico del tempo: per un colpo di genio del maestro sono stati mescolati, chi prima e chi dopo, in modo che ciascun lettore possa costruirsi la sua storia.
Non solo, ciascun capitolo ha un incipit che richiama altre opere famose: per esempio
Era una notte che faceva spavento Era una notte che faceva spavento, veramente scantusa. Il non ancora decino Gerd Hoffer, ad una truniata più scatasciante delle altre, che fece trimoliare i vetri delle finestre, si arrisbigliò con un salto,..”

Una ripresa scherzosa dell'incipit dei romanzi di Snoopy.
Anche questo:
Era una gioia appiccià er foco, su questo nun ce stava dubbio gnuno, ma a vedello cresce, annarsene sempre più arto, guadambiare spazio, magnasse cantando tutto quelo che je se parava avanti,..

Una rivisitazione di “Fahrenheit 451” di Roy Bradbury.

Si ride molto, in questo romanzo: ci sono pagine veramente spassose, come quando si racconta della sommossa dei vigatesi dentro il teatro e della famosa pernacchia (o “pireto”) di Mommo Friscia
I pìrita, o pernacchi, di Mommo Friscia erano leggendari in paese e fuori. Avevano la forza, la consistenza e la brutalità di un devastante terremoto,..

Si ride, è vero. Ma non si deve dimenticare che Andrea Camilleri è partito da una storia vera, con cui si è documentato, per questo romanzo:

L'Inchiesta sulle condizioni sociali ed economiche della Si­cilia (1875-1876), che non è quella di Franchetti e Sonnino, ma quella parlamentare, venne pubblicata dall'editore Cappelli di Bologna nel 1969 e subito si rivelò per me una vera miniera. Da domande, risposte, osservazioni, battute contenute tra le centinaia e centinaia di pagine sono nati il romanzo La stagione della caccia e il saggio La bolla di componenda.
Questo nuovo romanzo allunga il debito. Nell'udienza del 24 dicembre 1875 viene ascoltato il giornalista Giovanni Mulè Bertolo per sapere qual è l'atteggiamento della popolazione di Caltanissetta e provincia nei riguardi della politica governativa. Il giornalista dice, a un certo momento, che le cose sono mutate in meglio dal giorno dell'allontanamento del prefetto, il fiorentino Fortuzzi, che si era reso particolarmente inviso alla popolazione («Fortuzzi voleva studiare la Sicilia attraverso le figurine incise nei libri. Se un libro non aveva figure, non aveva importanza... Stava sempre chiuso fra quattro mura, avvicinato soltanto da tre o quattro individui a cui s'ispirava»).
Il carico da undici Fortuzzi ce lo mise il giorno in cui, do­vendo si inaugurare il nuovo teatro di Caltanissetta, impose che l'opera da rappresentare fosse Il birraio di Preston («Voleva imporre anche la musica a noi barbari di questa città! E con il nostro denaro» esclama sdegnato Giovanni Mulè Bertolo). Ci riuscì, malgrado l'opposizione delle autorità locali e il bello è che non si è mai saputo il perché di questo suo intestardirsi sul Birraio. Naturalmente durante la rappresentazione accaddero numerosi incidenti, un impiegato postale che disapprovava vistosamente venne il giorno appresso trasferito («dovette abbandonare il posto perché non aveva che 700 lire all'anno di stipendio e non poteva allontanarsi da Caltanissetta»), i cantanti furono subissati da fischi.
A un certo momento dovette accadere qualcosa di più se­rio, perché, dice sempre il giornalista, «entrarono in teatro militi a cavallo, truppa con le armi». Ma a questo punto i membri della commissione preferiscono glissare e passano ad altro argomento.
[Dalla nota al libro, che trovate anche qui su Vigata.org ]

Si ride ma si ride amaro, specie quando si arriva al finale, dove l'unico a pagare per i morti, per i tumulti, per i complotti e il povero Puglisi.
Forse è la storia della Sicilia che è tutta una farsa di teatro.

La scheda del libro sul sito di Sellerio e sul sito Vigata.org

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

Lontano dagli occhi lontano dal cuore

Il modello Erdogan (ovvero delegare ad altri il lavoro sporco), che tante soddisfazioni ha dato alla Germania, verrà applicato anche in Africa, per far finta di risolvere la questione dei flussi migratori dai paesi africani verso l'Europa.
Già oggi in tanti mostrano soddisfazione nel calo di sbarchi verso le nostre coste: merito del codice per le ONG, merito del ministro Minniti che ha fatto ordine.
Può darsi, ma molto di più ha funzionato il clima di accuse contro queste organizzazioni, ultimo tassello di un processo migratorio che parte da lontano.

Nessuno si aspettava che Minniti o Gentiloni trovasse una soluzione ad un problema così grande che ha dietro diverse questioni: i cambiamenti climatici, i governi africani (non proprio esempi di democrazia), Boko Haram e i jihadisti, il traffico di esseri umani.
Proprio a questo servino gli incontri tra i "grandi" della terra: a Parigi, però, la soluzione è stata quella di stringere accordi con Niger, Libia e Ciad per tenersi i migranti (in cambio di cosa?) e non farli più arrivare sulle coste libiche. 
La soluzione alla turca, dunque.

Non moriranno più attraversando il Mediterraneo.
I sindaci non saranno più in difficoltà.
Si toglierà benzina a quanti soffiano sul fuoco dell'intolleranza, per fare campagna elettorale sugli immigrati.
Non dovremo più temere per la tenuta democratica del paese.

Ma la questione africana rimane: lo scrittore Alessandro Robecchi ne parla oggi sul FQ
Dunque i migranti, i disperati, uomini e donne che attraversano mezzo mondo verso nord nella speranza di mangiare tutti i giorni, o di non essere arrestati dal regime, o di non dover fare il militare a vita come in Eritrea, hanno un buon valore di scambio, diciamo paragonabile a quello del petrolio e delle materie prime. E’ un affare far arrivare il gas in Italia, ed è un affare non far arrivare i migranti.
Naturalmente tutto questo prevede un aggiustamento delle rotte, delle strategie per spostare grandi carichi di persone. Insomma cambia la logistica dello schiavismo, e per ora gli accordi di Parigi sono questo, niente di più: era seccante e costoso vederli morire nel Mediterraneo, ora moriranno nel deserto, potrebbe essere costoso lo stesso, ma almeno non li vediamo e non sentiamo quel disagio di veder crepare la gente sotto casa. Se si espellono dal vocabolario parole come “etica”, “morale” e “umanità”, va tutto benissimo (si attende con ansia la pubblicazione di un vocabolario italiano-Minniti). In ogni caso, sia chiaro, alle vite di quelli che prima morivano o venivano ripescati nel Mare nostrum e che ora rischiano la pelle nel Sahara, non frega niente a nessuno, sono numeri, statistiche, flussi da bloccare. La distinzione tra migranti politici e migranti economici – che a Parigi è stata molto sottolineata – è ormai accettata dalla politica di ogni colore, come se la situazione economica di un paese che non riesce a dar da mangiare ai suoi cittadini, costringendoli a rischiare la vita per scappare da lì, non fosse una questione politica, che scemenza. Insomma, l’Europa mette un tappo – un altro – per difendere i suoi confini da quella clamorosa fake news che si chiama “invasione”, una parola prima rumorosamente inventata dalla destra xenofoba e leghista, poi sdoganata dai media, e ora praticamente diventata verità ufficiale anche se i numeri dicono il contrario. Naturalmente siamo tutti contenti se i cittadini di Sabratha, in Libia, avranno un laboratorio per analisi mediche, ovvio, e se Zwara avrà la sua rete elettrica costruita dall’Europa, benissimo, molto bene. Si segni a verbale, però, che tutto questo sarà (forse, speriamo che le pompe idriche a Kufra vengano fatte con più efficienza delle casette per i terremotati del centro Italia, ecco) costruito sulle spalle di centinaia di migliaia di migranti internati in lager libici, o morti di sete nel deserto, o arrestati prima della partenza. Il piano europeo di Parigi sottolinea anche l’esigenza di “fare opera di pedagogia” (questo l’ha detto Macron), cioè spiegare bene (suggerirei delle slide) a gente che mette in gioco la sua vita, che fa viaggi di anni, che viene picchiata, incarcerata, derubata, violentata e torturata ad ogni tappa, che qui non li vogliamo. Una pedagogia del “sono cazzi vostri”, insomma, salutata come una grande vittoria europea sul fronte dell’”emergenza immigrazione”. Amen.

29 agosto 2017

Una storia di successo (la verità sul blocco sw di Trenord del dicembre 2012, da businessinsider)

Il 25 agosto è arrivata la notizia della vittoria di AltroConsumo nella class action contro Trenord: la società di trasporto metà FS e metà regione Lombardia dovrà risarcire con 300 mila euro i pendolari che hanno aderito all'iniziativa.
Immagine presa dal Corriere

Tutto parte dal blocco del sistema informatico del dicembre 2012: una settimana da incubo, tra soppressioni e ritardi, a seguito del passaggio verso un nuovo SW per la gestione degli orari ferroviari, dei turni sui convogli, la composizione dei treni..

Su Businessinsider ho trovato un bell'articolo che parla dei retroscena (come è stato selezionato questo sw) e di come sono andate a finire le cose in casa Trenord e FS.

Un caso di studio di come si fa impresa in Italia (vedi anche l'inchiesta sulle spese pazze, di cui aveva parlato anche Report).
Alla fine, tra bonus ai viaggiatori e mancati incassi, il “Black Monday”  [9 dicembre 2012] è costato all’azienda pubblica Trenord (cioè a noi contribuenti) 5 milioni di euro al giorno nel periodo tra il 9 e 17 dicembre (i conti li ha fatti Dario Balotta, di Legambiente). A questa cifra, ora si dovranno aggiungere anche i 300 mila euro che i giudici hanno riconosciuto ai pendolari che hanno fatto ricorso. Ma il conto potrebbe lievitare ulteriormente, qualora la Cassazione riconoscesse anche agli oltre 3.000 pendolari che erano stati esclusi dall’azione legale per prescrizione, il diritto di partecipare alla class action. Un altro salasso.Ci si chiederà: ma a fronte di un danno tanto ingente, cagionato da una tale (e certificata) serie di scelte sbagliate, la società che conseguenze ha tratto? E le Ferrovie di Stato?Cosa ha fatto Fs, cioè il ministero del Tesoro, davanti a un potenziale danno erariale? Hanno fatto valere il loro 50% delle azioni e hanno preteso un cambio di rotta e la testa dei manager? La risposta è: nulla. Nessuno ha pagato (tranne noi contribuenti) e i responsabili sono stati tutti promossi.Enrico Bellavita, ciellino di ferro, già braccio destro di Biesuz e protetto dal potente presidente del consiglio regionale lombardo Raffaele Cattaneo, ritenuto da Trenitalia uno dei maggiori artefici del disastro, è stato nominato dal presidente di Ferrovie Nord Milano, Andrea Gibelli, “Responsabile pianificazione e controllo” dell’intero gruppo Fnm. Garbarini, resterà fino al 2014 direttore operativo di Trenord, per diventare poi Responsabile Asset e Immobiliari della società; infine Patechi tornerà in Trenord col ruolo di Direttore Programmazione e Orari.Insomma, il “dream team” se la passa benissimo ed è pronto a tornare in azione…



Post comunismo

Sul Corriere Pigi Battista spiegava come oggi si riconducano tutti i problemi a categorie del passato, anche per una sorta di pigrizia mentale.
Il ritorno del fascismo (o del comunismo)? Una fake news, qualcosa che fa rumore solo sui social.
Il fascismo non è un'ideologia, ma un modo di far politica in cui, ad esempio, non si ascoltano le minoranze, ci si preoccupa del fine e non del come.
Non mi sembra un qualcosa che sia passato di moda, in questa politica dove non si discute più, per arrivare ad un compromesso tra diverse istanze.

E forse un ragionamento analogo vale anche per il comunismo: 

Il fascismo - scrive Michela Murgia - sta bene a destra come a sinistra, si adatta anche ai regimi comunisti.
Quelli dove lo stato centrale decideva:
Dal Fatto Quotidiano del 29-agosto-2017

“Quella del governo è un po’ timida, servono 20 miliardi in tre anni per assumere 900 mila giovani”, ha detto al Meeting di Cl a Rimini.In realtà la prossima manovra ha la stessa sostanza di quelle precedenti: politiche dal lato dell’offerta (cioè favorevoli alle imprese), poco o nulla a sostegno dei salari. Va così dal 2011, ma la cosa si è accentuata con l’arrivo di Matteo Renzi al governo (febbraio 2014). Tre anni con Confindustria a dare la linea e lui a seguirla, demolendo le tutele sul lavoro. Nessun progetto di rilancio per il Paese, ma favori concentrati su singole categorie, industriali in primis. Sgravi e incentivi hanno regalato alle imprese solo nelle ultime due leggi di Bilancio, 2016 e 2017, 40 miliardi. Se si conta anche il 2015 il conto sale a 50. E a fine 2019 si supereranno gli 80 miliardi. Il risultato è una ripresa questa sì timida, la più bassa dell’area euro, Grecia esclusa.
Carlo di Foggia e Marco Maroni sul Fatto Quotidiano

Insomma: secondo Confindustria, lo stato mette i soldi, i privati assumono (perché pagano meno tasse) e vissero tutti felici e contenti.
Una visione da post-comunismo, mi sembra.

28 agosto 2017

Il marchio dell'inquisitore, di Marcello Simoni


Prologo 
Roma, via dell'Arco camilliano 
18 dicembre 1624
Posò la lanterna sul pavimento cosparso di segatura e xilografie sbiadite, osservando le cinque zampe di legno che salivano fino al pianale intarsiato e, sopra di esso, il gioco di travi, corregge e mulinelli che davano forma al torchio. Benché fossero in molti a maledire quel genere di ordigno, la Babele da cui si erano propagate le dottrine di mille Lutero e Simon Mago, lui non l'aveva mai inteso come uno strumento del diavolo.Eppure era da lì che spuntavano le gambe della vittima, quasi in procinto di essere divorate insieme al resto del corpo.La scena di rammentò Giona ingoiato dal mostro marino, così come l'aveva scorto anni addietro sulla miniatura di un salterio veneziano. [..]Fra Girolamo Svampa si portò all'altro capo del torchio.

In questo romanzo Marcello Simoni ci porta in pieno seicento, a Roma, a pochi giorni dall'inizio dell'Anno Santo indetto da papa Urbano VIII, per l'anno domini 1625.
L'Europa e l'Italia si sono già lasciati alle spalle Lutero e lo scontro tra i principi tedeschi e la Chiesa e il Concilio di Trento. Il Rinascimento è finito e ora, anche dopo la scoperta dell'America, a dominare in Italia sono le potenze coloniali, come Spagna e Francia.

Protagonisti di questo romanzo sono due frati domenicani, posti ad investigare su un delitto avvenuto pochi giorni prima di Natale, in una tipografia.
Il primo, Girolamo Svampa, inquisitore del Sant'Uffizio, nominato magister commissarius dal “maestro di Palazzo”, proprio per risolvere il delitto.
Il secondo, padre Francesco Capodiferro, segretario della congregazione dell'indice, la struttura che all'interno della chiesa romana stilava l'indice dei libri proibiti, che ora dovrà collaborare con Svampa.
Il delitto viene affidato all'inquisitore Svampa per le modalità con cui si è consumato: il morto è stato stritolato dal torchio dentro una tipografia, con in bocca delle pagine miniate, dal contenuto “libertino” ed offensivo nei confronti della Chiesa.
Svampa e Capodiferro sono due investigatori quanto mai diversi: il primo è razionale e freddo, osservatore dei fatti che “congela” in una specie di bolla del passato, per osservarli nella loro immobilità.
Un investigatore che, per scoprire le cause che hanno portato ai fatti, usa la tenica del “furetto”: l'animale che va ad inseguire i conigni stanandoli dalle loro tane.
- Il furetto, - ripeté, quasi avesse espresso un'ovvietà. - Gli antichi cacciatori si servivano di quella bestiola per stanare i conigli, spingendoli così a finire dentro una rete. Ebbene, nel nostro caso la tana del coniglio consiste nell'insieme degli eventi collegati al crimine. Colui che intende assumerne piena coscienza deve addentrarsi in essi, come il furetto nel rifugio della preda, al fine di portare alla luce nomi, indizi e moventi.

Il passato di Girolamo Svampa emerge poco a poco: sappiamo che ha sul collo un marchio, impresso col fuoco, un roveto ardente. Sappiamo anche quanto questo passato ancora porti dolore alla sua persona, dolore che viene curato col Laudano.
Il secondo, Capodiferro, possiede una mente prodigiosa capace di tenere a memoria interi libri, anche quelli mandati al fuoco per il loro contenuto.
Una mente elastica e flessibile, usata per consultare i libri probiti e per costruire le sue teorie, i “castelli in aria”.

Il morto, si scoprirà subito, è un altro frate della congregazione dell'indice, frate Rebiba: a colpire Svampa, delle miniature infilate nella sua bocca, è in particolar modo una rappresentazione allegorica. La morte che si fa beffe degli stampatori:
L'inquisitore lo esaminò in preda a un sottile sbigottimento. Si trattava di un'incisione a metà pagina in cui si dava forma ad una strana danza macabra. La morte, madre della peste, della putrefazione e di ogni più orrendo delirio, compariva tre volte nelle sembianze di un cadavere scheletrico, e con quel triplice sogghigno, quasi ad irridere la umane virtù, irrompeva in una bottega di stampatori per insidiare librai e tipografi. Uno dei quali, impegnato a manovrare un torchio.

Il metodo del furetto, ovvero l'andare a seguire tutti le piste che partono dal morto, una ad una, porta Svampa e il suo aiutante, Cagnolo, ad incrociare un gruppo di bravi, forse spagnoli.
Delle litrografie particolari, quelle che hanno inciso i fogli finiti in gola a frate Rebiba, che sono passate attraverso troppe mani.
Un gruppo di studenti della Sapienza, che stampa dei libelli probiti.
Piste che fanno emergere uno scontro in atto, nella chiesa romana: tra il Papa e le sue idee sul potere temporale e gli altri regnanti d'Europa; tra cardinali e cardinali, per il consolidarsi del loro potere.
È una Roma dove si praticano, seppur condannati, antichi rituali risalenti alle antiche civiltà di cui quella romana è rimasta impregnata, come il culto di Iside.
Non siamo nei secoli bui del Medioevo, ma, leggendo il racconto di Simoni e le indagini di Svampa e Capodiferro, anche questo periodo storico sembra contraddistinto da luci e ombre.
E spesso, le seconde prevalgono sulle prime: sono gli anni in cui si finiva ai ceppi, incarcerati in Tor di Nona, per un sospetto di eresia.
Sono gli anni in cui l'invezione delle stampa aveva reso più semplice la produzione di libri: anche dei libri considerati “proibiti”, perché parlavano di magia e astrologia.
Divina, rifletté lo Svampa con una punta di sarcasmo. Erano stati in molti ad aver definito in tal guisa l'arte tipografica, tra cui Leone X e il luterano Peucer. In realtà non esisteva forma di progresso che i conservatori cattolici detestassero di più al mondo. Eccetto il teatro, ovviamente.

Proprio seguendo tipografi e stampatori, i due investigatori riusciranno a trovare l'assassino: per scovarlo dovranno andare ad immergersi nei segreti di Roma, non solo quelli legati allo scontro in atto tra poteri, ma anche fisicamente, nei sotterranei della città eterna, che ancora custodiscono resti di antichi culti.
- Allora? - gli fece eco il segretario. - Alcuni di questi edifici si estendono in superficie, altri sotto i nostri piedi. Invero, sono proprio questi ultimi a custodire la natura più ambigua e pericolosa di Roma. Ricettacoli di culti misteriosi, orgiastici, rappresentano le vestigia di antiche idolatrie incubate in Egitto e in Grecia, e giunte fino ai nostri giorni. 
- Intendete dire che ancora oggi vi si coltivano dei riti pagani?- Non in tutti i sotterranei, e naturalmente non è facile accertarsene. Ma dal momento che anch'io, al pari vostro, mi astengo dal credere nelle coincidenze, scorgo nell'Iside del messaggio di «L» un elemento fondamentale del caso..

Ma ci sono altri segreti, altri nemici (oltre all'assassino), da cui Svampa deve guardarsi: anche lui è una pedina in questo gioco di potere in cui bisogna guardarsi le spalle.
Anche perché il passato alle spalle di Svampa è ancora lì che brucia, che grida vendetta:
Nessuna lealtà, nessun senso del giusto. Si trattava di un gioco di ombre in cui lo Svampa aveva finora creduto di rivestire il ruolo di predatore, quando invece era l'esca. Un'esca usata dal maestro di palazzo per attirare allo scoperto i propri nemici.

De “Il marchio dell'inquisitore” ho apprezzato prima di tutto la ricostruzione dei luoghi in un periodo storico, l'Italia barocca, che conoscevo poco.
Una Roma infida, dove ci si deve guardare le spalle quando si gira nei quartieri di periferia, come il Rione Renula.
Una Roma che ha una superficie in luce e una parte nascosta, sotterranea, non solo metaforicamente.
Una città “malata” e anche una “Chiesa che non prometteva salvezza, né per sé stessa, né per i propri figlioli”.
Una chiesa il cui controllo sulla società, sulla circolazione delle idee era messo in crisi dalla diffusione della libera stampa.
Quale il confine tra eresia e pregiudizio? Tra il desiderio di scoprire nuove cose e la paura nell'uscire dal proprio guscio?
Dubitatio licita, si disse.Quella o la semplice, ancestrale regola del sospetto che guidava la Congregazione del Sant'Uffizio da quattro secoli.L'istinto del predatore accompagnato dall'eretica presunzione che fosse lo Spirito Santo a ispirarlo.E non l'ignoranza. 
Il pregiudizio. 
La paura. 
Abbassò il lume. 
E poiché non c'era altro da contemplare nel buio, tornò in superficie.In un'oscurità ancora più densa.

La scheda del libro sul sito di Einaudi e un estratto dal primo capitolo.
La presentazopme di Marcello Simoni al Mondadori Store



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