10 ottobre 2022

Presadiretta - la minaccia nucleare

Da Putin arrivano parole di guerra, oltre ai missili che stanno devastando l'Ucraina: mai come adesso l'Europa e il mondo sono vicini all'escalation militare.

Come siamo arrivati a questo? La puntata di Presadiretta cercherà di dare una risposta a questa domanda.

Putin nel discorso di annessione alle zone dell'Ucraina che si è annesso mettono fine al negoziato, parole a cui ha risposto Zelensky che ha bloccato i negoziati per legge.

Nessuno ha accettato al mondo il risultato del refendum nelle regioni conquistate a Lugansk e Kerson, è solo un modo per Putin per sfidare l'occidente, quella è la nostra terra.

Ma in Russia dietro le parole della propaganda il clima è diverso: crescono le diserzioni, i giovani non vogliono finire al fronte, manca l'equipaggiamento per i nuovi arrivati “portatevi da casa il sacco a pelo” racconta un istruttore.

A Putin non rimane che l'ultimo asso nella manica: “useremo tutti i mezzi a nostra disposizione, non è un bluff”. Tutti i mezzi anche il nucleare, dunque?
All'attacco al ponte di Kerch, nel giorno del compleanno di Putin è seguito l'attacco a Kiev: gli ucraini vogliono vedere le carte in mano a Putin.
L'ex collaboratore Kollyatov oggi esule racconta che Putin vuole negoziare, ma da una posizione di superiorità: oggi sta perdendo la guerra, se la perdesse veramente perderebbe anche il potere, rischiando la prigione se non peggio.

Putin sta rischiando il potere, per questo ora non sappiamo se può colpire o meno. I suoi collaboratori non sarebbero disposti a seguire i suoi ordini – continua Kollyatov.
Si rischia una rivoluzione in Russia, ma le elite attorno a Putin potrebbero organizzare un colpo di stato.

In questi scenari la possibilità di una bomba tattica non è irreale: la guerra rischia di uscire dall'Ucraina anche per gli attentati ai gasdotti sul mar Baltico. La guerra mondiale o europea è concretamente alle porte: da questi attentati chi ci ha guadagnato? Che senso ha avuto l'attacco a queste infrastrutture? Chi ha voluto lanciare questa minaccia?
L'Unione Europea ha preso sul serio una minaccia chiedendo ai paesi di preparare una risposta militare a seguito di questi attacchi, preparando nuovi aiuti militari all'Ucraina.
E la Nato come risponderà? Presadiretta ha intervistato il generale Tricarico: non si può giocare a poker con una persona come Putin, che è stato messo all'angolo da noi, per farlo morire nell'angolo. Non c'è mai stata la volontà di trattare.

Secondo il generale “La Nato è stata tradita da alcuni Paesi membri perché non sono state rispettate le regole costitutive della Nato. Bisognerebbe vedere le riunioni del Comitato Atlantico. Se c'è stata una concertazione vera. Io sono sicuro che non ci sia stata".

Tricarico ha anche criticato l'atteggiamento di Stoltenberg “che ha avuto un ruolo negativo in tutta questa vicenda - perché vorrei ricordare che Stoltenberg è solamente autorizzato a guidare le consultazioni, quindi lui può parlare solamente quando è autorizzato a farlo da tutti i Paesi membri”.

Lottiamo per la pace, chiede il papa, la pace la chiede anche il presidente Mattarella, nel rispetto del diritto internazionale e dei diritti del popolo ucraino.

Cosa sta succedendo in Russia?

Il simbolo della protesta in Russia è Elena Osipova, arrestata dalla polizia a Mosca: mi è stato chiaro fin dall'inizio di che pasta fosse fatto Putin, provenendo dai servizi segreti. Putin ha un piano, mettersi al di sopra di tutti, come Hitler, che sosteneva che la sua nazione fosse la migliore.

Elena ha dipinto un quadro dedicato ai bambini e alle vittime di Bucha: una quadro che esprime la vergogna per le violenze contro i civili.

Ma non è solo la pittrice a protestare, negli ultimi quindici giorni molti riservisti stanno scappando dalla Russia, in Georgia, in Finlandia, verso la Mongolia.

I ragazzi scappano temendo una mobilitazione per una guerra che non comprendono: le storie che racconta la propaganda sull'esercito Nato pronto ad invadere la Russia non convince nessuno. La Russia sta decadendo per colpa della corruzione.
In poco più di una settimana circa 500mila persone sono scappate dalla Russia, dall'inizio di quest'anno se ne sono andati almeno 1 milione di persone in totale.

Il Cremlino preferisce che le persone se ne vadano, perché così si allontanano possibili contestatori: ma il disagio e il dissenso si stanno diffondendo, arrivando a punte estreme, come il suicidio del rapper russo Ivan Petunin.

Altri video che Presadiretta mostrerà nel servizio, mostrano l’uccisione di un comandante dell’esercito da parte di un soldato di leva, l’esplosione a Volgograd di un centro di reclutamento, a cui un ragazzo ha dato fuoco.

I 300mila riservisti chiamati in servizio vengono solo da alcune regioni della Federazione Russa, sono gli uomini delle minoranze non slave, dalle regioni periferiche, le più povere, come Tagikistan, la Buriazia: “sono le vittime più sacrificabili” – racconta Agnese Rossi di Limes a Presadiretta – “agli occhi dei centri di potere che sono in mano ai russi etnici. Ma questa è un’arma a doppio taglio perché per gli stessi motivi molti di questi gruppi etnici si stanno rivoltando, non sentono questa guerra come la propria guerra. Dal 21 settembre si sono registrati oltre 100 proteste, solo in Daghestan sono state arrestate 101 persone che gridavano ‘questa non è la nostra guerra’”.

Ma questo dissenso interno potrebbe portare a delle spinte separatiste?
“Si, già ci sono, queste repubbliche hanno già iniziato a chiedere diversi gradi di autonomia. Queste faglie che si stanno creando nella federazione sono forse l’eredità più drammatica per i destini della Federazione. Qualcosa, cioè, che Putin o chi per lui, dovrà fare i conti a guerra finita.”

“E’ una vera e propria implosione del consenso ” racconta Anna Zafesova giornalista di origini russe che ha lavorato per le più importanti testate italiane: la mobilitazione parziale può essere veramente un punto di non ritorno per Putin, perché rompe il patto con la maggioranza silenziosa che finora ha appoggiato il regime in cambio di tranquillità e benessere.
“E’ probabile che la protesta crescerà perché cominceranno ad arrivare alle famiglie gli annunci che i loro cari sono caduti e poi nuove lettere di coscrizione. A questo aggiungiamo un disagio economico già presente e anche quello andrà a peggiorare. Quindi la gente avrà sempre meno da perdere, dalla prospettiva di rimanere in silenzio..”
Un golpe interno è verosimile?
“Io credo che un golpe interno sia estremamente verosimile e che in questo momento sia l’ipotesi più probabile. Putin è riuscito a mettersi in una situazione dove rende scontenti tutti: i falchi che sono estremamente scontenti della gestione fallimentare di questa guerra.
Quelli che vorrebbero una Russia più democratica, più europea, più pacifica. E adesso è riuscito a scontentare anche la maggioranza silenziosa. Possiamo affermare con una ragionevole certezza che in tanti stiano pensando a come fare un colpo di palazzo.”

Nonostante il clima di repressione la gente sta scendendo in piazza, a Mosca a in periferia dove è scattata la repressione interna: cresce la violenza della polizia, le persone arrestate sono state mandate in Ucraina a combattere. In Russia ci sono attivisti che si stanno battendo contro il regime: “noi apparteniamo alla generazione che deve fare la differenza”, con la dichiarazione di guerra Putin ha dichiarato guerra anche al suo paese.

Ospite in studio era presente il giornalista Ezio Mauro: su Repubblica ha scritto che oggi la leadership vacilla, anche perché è cambiato il sentimento popolare.
Non solo la popolazione ucraina si è schierata compatta attorno al suo paese e il Cremlino non era preparato a questo. I morti sono 55 mila in sei mesi, molto più che in Afghanistan, morti che non si possono nascondere alle famiglie e ai cittadini.

La mobilitazione sta creando una forte reazione in quella generazione che non ha legami ideologici col passato, ragazzi che non sentono il significato della guerra di Putin, nonostante la propaganda. È la generazione Z che sta sconfiggendo Putin dall'interno, ribellandosi alla coscrizione – racconta Mauro: oggi non sappiamo come andrà a finire la partita, il complesso militare potrebbe intervenire. È come se il potere volesse additare all'esercito come il colpevole, scaricando le colpe ai militari come errori tecnici e non politici, indirizzando l'opinione pubblica.
Ma all'inizio c'è stata una purificazione linguistica per proteggere i militari, la guerra non era una guerra: oggi il clima è cambiato, la politica non protegge più la parte militare e quest'ultima potrebbe sviluppare una propria teoria del potere.

Putin potrebbe cadere? È una scommessa al buio? Chi potrebbe arrivare alle sue spalle? Possiamo aspettare la caduta di Putin?

Non è detto che Putin cada – la risposta a queste domande di Mauro – il prolungarsi della guerra indebolisce il Cremlino, la risposta di Zelensky è in risposta all'atto di propaganda di Putin con l'annessione delle repubbliche del referendum fasullo.
Ha ragione il papa, si devono tenere aperte le porte del negoziato ma non possiamo trattare alle condizioni del Cremlino, non rispettando la volontà dei popoli.

Al forum economico russo – il nuovo ordine mondiale di Putin

Francesca Nava si è fatta accreditare al forum economico di San Pietroburgo a cui hanno partecipato centinaia di paesi, nonostante fosse in corso la guerra.

La Russia sta costruendo il nuovo ordine mondiale, il nuovo muro nei confronti dell'occidente.

“L’era dell’ordine mondiale unipolare si è conclusa, è un errore pensare che dopo un periodo di cambiamenti turbolenti tutto possa tornare alla normalità e possa tornare come prima. Nulla sarà più come prima!” - sono queste le parole rivolte dal presidente Putin alla platea del forum economico di San Pietroburgo, dal titolo “nuove opportunità per il nuovo mondo”.

Erano presenti tanti paesi, dall'Afghanistan all'Egitto alla Cina.
Putin nel suo discorso ha attaccato l'America, il suo consigliere Kovicov è il tessitore di questo nuovo ordine che mette assieme Cina, India e paesi africani: la Russia ha già dimostrato la sua autosufficienza e la sua indipendenza economica, frutto della nostra (dei paesi europei, Germania in primis) dipendenza dal gas russo.

Secondo il disegno di Putin, Asia e Cina saranno al centro del mondo: il presidente Xi Jin Ping è intervenuto in teleconferenza, confermando l'amicizia e la partnership commerciale tra questi due paesi.
Il mondo non è più unipolare, come vorrebbe l'America – racconta Putin alla platea: una visione che piace ai paesi del Brics, tra cui India, che non ha aderito alle sanzioni contro la Russia. I paesi del Brics rappresentano una buona fetta del PIL mondiale.

L'ex ministro della cultura Medinskij, che ha guidato la coalizione di pace, ha risposto alle domande della giornalista: gli ucraini – racconta – erano d'accordo al 75% della bozza di pace, ma poi sono stati bloccati dagli americani.

Come si raggiunge la pace dunque?
Quando gli ucraini decideranno con la loro testa non con quella di Washington: “Siete voi che state trascinando il mondo in una nuova guerra fredda, non noi”.

L'ex ministro conclude l'intervista con parole dure: “perché questa guerra in Ucraina è così dura? Perché sono anche loro russi, quindi siamo russi contro russi. Il punto è che non sono loro a prendere delle decisioni o, alla fine, non sono soltanto loro (gli ucraini) che prendono le decisioni. Ed è esattamente questo il mondo che non ci piace, è questo il mondo che non sosterremo mai. Questo è quello che l’Occidente deve capire: è insito in ogni russo non arrendersi mai.”

Il Cremlino sta cercando di creare nuove generazioni di patrioti che, da adulti, non mettano in discussione la visione geopolitica di Putin: sin nella scuola i bambini devono essere educati al patriottismo, devono sapere che dovranno difendere un giorno la patria con le armi.

Non devono avere dubbi su quanto sta succedendo in Ucraina: si revisiona la storia, si edulcora la figura di Stalin, si favoleggia dei bei tempi in cui la Russia era potenza mondiale.
Putin e la sua classe dirigente ha come obiettivo di esaltare questi momenti storici, compresi gli anni di Stalin: si tratta di un vero e proprio indottrinamento dei bambini e che passa dal ministero della cultura russo.

Qualcosa che assomiglia ai Balilla di Mussolini o alla Hitler Jugend: bambini che sfilano alle manifestazioni, bambini tenuti lontano dalla cultura e dalle idee occidentali.

Si sta facendo un lavaggio del cervello ai bambini, anche perché le persone non hanno altre fonti di informazioni diverse da quelle volute dal Cremlino.

I canali non allineati, i giornali che raccontano il paese in modo non conforme sono chiusi: così i russi della strada parlano come Putin vuole che parlino.

La guerra era necessaria, Putin sta facendo quello che doveva essere fatto, nonostante le sanzioni non ci manca niente …

Da dove nasce questa presa della propaganda? Dai fallimenti delle democrazie occidentali, dalla nostra cattiva conoscenza di quella parte del mondo. Dal disprezzo della democrazia e delle sue regole da parte dei tanti partiti nazionalisti che stanno proliferando in Europa, specie in quelli dell'est.

La polarizzazione dello scontro in Polonia

I primi ministri ad essere andati a Kiev a dare solidarietà sono stati quelli Slovacchi e Polacchi: nessuna soluzione diplomatica, secondo questi paesi dell'est, secondo i loro presidenti, come Andrej Duda.

La Polonia è il paese che più di altri ha accolto i profughi ucraini con uno sforzo enorme a cui partecipa tutto il paese. È stata ancora la Polonia ad inviare carri armati e armamenti di ogni tipo all’esercito ucraino, assieme all’Inghilterra di Johnson (e Truss adesso) è stato il paese più direttamente impegnato nel sostenere l’Ucraina contro l’esercito di Putin.

Questo atteggiamento risale dai cinquant’anni di occupazione sovietica quando la Polonia faceva parte del Patto di Varsavia: ma c’è un evento molto più recente nella storia polacca che ha creato con la Russia di Putin una frattura che i polacchi considerano insanabile.

Il 10 aprile 2010 sul Tupolev presidenziale si trovano il presidente Kaczynski assieme a tutti i vertici militari e civili del governo polacco. Sono in viaggio verso Smolensk per commemorare l’eccidio di Katyn dove nel 1940 20mila ufficiali polacchi furono massacrati dall’esercito sovietico e gettati in fosse comuni, uno dei capitoli più neri della dominazione russa sulla Polonia.
L’aereo però si schianta poco prima dell’atterraggio uccidendo tutti i passeggeri, i vertici del paese polacco. Si trattò della tragedia peggiore dopo la seconda guerra mondiale: il primo ministro polacco dell’epoca, Donald Tusk, da sempre sostenitore della collaborazione economica con la Russia e che sarebbe poi diventato presidente del Consiglio Europeo, è l’unico a salvarsi perché al momento del disastro si trova già a Smolensk con Putin.
Le prime indagini fatte dai russi stabilirono che si trattò di un incidente, Donald Tusk accettò la versione russa e anche le condoglianze di Putin, siglate da uno storico e controverso abbraccio. Ma il Parlamento polacco non volle credere a questa versione, anche perché i russi si rifiutarono di restituire i resti dell’aereo, così incaricarono un deputato di istruire una nuova commissione di inchiesta. Il rapporto finale, pubblicato lo scorso aprile, accusa senza appello la Russia ma suggerisce anche che il piano russo non sarebbe stato possibile senza l’appoggio di Donald Tusk.
Le analisi citate nel rapporto proverebbero la presenza di esplosivo sui rottami dell’aereo avallando la tesi di un attentato organizzato da Mosca. La Russia ha rifiutato gli esiti del rapporto ma anche i polacchi sono divisi: il deputato Macierewicz e la commissione sono considerati troppo politicizzati e non imparziali.
Quell'abbraccio e quell'attentato è stata la più grande opera di disinformazione in Polonia – racconta Macierewicz: la commissione russa ha dato la colpa ai piloti polacchi, la nuova commissione ha stabilito i campioni di parti dell'aereo in Inghilterra, rivelando tracce di esplosivo. Questo attentato è servito a spazzar via il gruppo dirigente polacco, che si opponeva ai gasdotti russi, che erano favorevoli all'ingresso dell'Ucraina nella Nato.

Il partito che governa la Polonia è stato fondato dall'ex presidente Kaczynski, che dopo l'incidente di Smolensk ha acuito la sua ostilità nei confronti della Russia e nei suoi simboli durante gli anni della guerra fredda.

Il passato sovietico, i suoi monumenti, viene ora rimosso nella nuova Polonia libera, dove si parla decomunistizzazione: è compito dell'istituto di memoria nazionale, che considera i simboli del comunismo sovietico come la svastica dei nazisti.
Ma non è solo un discorso di simboli: anche l'economia si sta derussificando, nella penisola sulla Vistola hanno creato un canale per creare uno sbocco sul mare senza dover chiedere conto ai russi, nella vicina enclave di Kaliningrad.

La Polonia non vuole dipendere dal gas russo, sebbene compri ancora il gas dalla Germania: questo paese si sta anche proponendo come una potenza militare regionale, in special modo nei confronti del supporto all'Ucraina.

La Polonia confina con tre paesi coinvolti nella guerra: tutti gli altri paesi europei se vogliono aiutare l'Ucraina devono passare per la Polonia.

Questo paese sta creando nuove relazioni economiche e militari con altri paesi, anche in previsione della crisi causata dalla guerra: nonostante l'inflazione però le persone sono convinte del sostegno all'Ucraina, sono convinte di dover fermare la Russia.
Anche l'industria polacca vede la guerra da una posizione diversa rispetto a quella di altri paesi, perché sono un paese di terzisti, hanno meno bisogno di energia.

La guerra ha polarizzato le posizioni in campo, o si sta di qua o di la. Nessuna via di mezzo è possibile, nemmeno nella Polonia (modello di riferimento per nostri leader di partito) che rispetto ai diritti civili si colloca lontano dall'Europa.

Il paradiso fiscale in Serbia

Con l'arrivo delle sanzioni, sono crollati gli scambi e i voli tra la Russia e l'Unione Europea. Ma nei giorni delle sanzioni un paese europeo ha scelto di non rispettare le sanzioni: la Serbia ad esempio continua a fare affari con la Russia. Presadiretta ha intervistato il CEO di EventBetGaming, Starostenkov, venuto proprio in Serbia per lavoro: “sono arrivato qui a marzo, ho aperto un conto in banca e una società, è stato facile, poi ci siamo mossi per capire come ottenere i permessi e visti per far arrivare lavoratori dalla Russia.”

La sua società sviluppa software per giochi online, è una compagnia che opera a livello internazionale, i clienti esteri sono europei ed americani: come mai la scelta di arrivare in Serbia?

“Qui possiamo portare avanti i nostri rapporti con la Russia e con l’Europa, le banche occidentali non ci bloccano i pagamenti e questo significa continuare ad avere clienti in tutto il mondo.”

Quindi è venuto qui per evitare le sanzioni: a marzo la sanzioni avevano messo a rischio la sua società, i 6 ml di fatturato e i suoi 120 dipendenti.
Aprire la sua filiale in Serbia è stato il modo migliore per proteggere la sua attività e continuare a crescere: quella serba infatti diventerà la sede principale dell’azienda, hanno già trovato un ufficio più grande dove spostare i dipendenti ed allargarsi. E non sarà l’unica azienda russa che si trasferirà qui, altre aziende stanno arrivando in Serbia: imprenditori russi stanno comprando appartamenti in città per loro e per le famiglie, “dieci russi ogni giorno vengono da me a chiedere un appartamento” racconta un’agente immobiliare a Presadiretta. Il risultato è un aumento dei prezzi nel mercato immobiliare a Belgrado dove, in pochi mesi, è nata una comunità di russi espatriati con decine di gruppi su Telegram che organizzano ogni sera cene ed eventi.

Cene dove queste persone condividono le scelte su come gestire la burocrazia nel nuovo paese, come seguire le leggi serbe, “tanti di noi hanno dovuto spostarsi in fretta per non perdere il lavoro.”

Bojan Stanic, analista economico, racconta come dall’inizio della guerra in Ucraina ad oggi siano state aperte più di 350 aziende di capitale russo, stimano che siano oggi 20000 i russi arrivati in Serbia: “quando hanno iniziato ad avere problemi coi pagamenti e ad avere problemi coi clienti si sono spostati da noi.”

Oggi, inizio di ottobre, siamo a 1000 aziende e 50mila cittadini della federazione russa si sono trasferiti qui a cui si aggiungono altri imprenditori che hanno trasferito la società senza nemmeno spostarsi fisicamente in Serbia, come succede nei paradisi fiscali.

Nel quartiere commerciale della capitale, Nuova Belgrado, nel vecchio mercato regionale sono state registrate ben 62 società di capitale russe, ma i giornalisti di Presadiretta non ne hanno trovata nemmeno una.

La Serbia è diventata un’oasi per le aziende e i lavoratori russi che così riescono a sfuggire alle sanzioni del resto Belgrado ha sì condannato l’attacco all’Ucraina ma è l’unico stato in Europa che ha deciso di non imporre sanzioni.

L'oligarca serbo, Karic, è stato colpito dalle sanzioni: ma i serbi che hanno subito già le sanzioni negli anni 90 sanno come resistere, hanno il gas a poco prezzo che arriva dalla Russia, “le sanzioni faranno male all'Italia e all'Europa”.

La Serbia di Vucic vuole entrare in Europa, ma al contempo sbandiera la sua amicizia con la Russia di Putin, la politica delle due sedie, inseguire Europa e Russia per avere i maggiori vantaggi politici ed economici.
Vucic ha fatto un ulteriore accordo con la Russia nella scorsa primavera, uno schiaffo all'Europa che in quei mesi stava cercando fonti alternative: quel gas è un cappio al collo per la Serbia, come successo alla Germania e all'Italia che hanno preso per anni gas ad un buon prezzo.

Le posizioni filo russe stanno prendendo piede in Serbia, caso unico in Europa: i serbi scendono in piazza a favore dei fratelli russi, con le Z dipinte sulle strade. Qui la visione è all'opposto di quella polacca o ucraina: il sentimento che domina è quello anti occidentale, quello del partito di estrema destra Dveri. In Serbia si ricordano ancora i bombardamenti del 1999, a Belgrado, fatti dalla Nato: a 23 anni dalla guerra in Kosovo, la maggior parte delle persone considerano questa regione come parte della Serbia.

La guerra in Ucraina ha riacceso queste tensioni: l'Unione Europea ha fatto pressioni per la separazione del Kosovo, la Russia no e questo è visto come una ingerenza. Nonostante l'UE abbia investito 4 miliardi di euro in Serbia, in nuove strade, università. Ma sono soldi che non scaldano il cuore delle persone: il partito democratico serbo, fautore dell'ingresso in Europa ha perso i voti in questi anni a vantaggio dei partiti populisti.

La Serbia ha oggi un sistema non democratico, non c'è una magistratura indipendente: l'Unione Europea ha chiesto alla Serbia solo una cosa, la stabilità.

La guerra allontana la democrazia e i suoi principi, in tutti i sensi, anche nei paesi non in guerra.

La pace, nonostante tutto, è adesso: lo chiede il papa, lo chiedono i pacifisti, attaccati dai troppi falchi che ronzano attorno a questo conflitto.
Si deve sedersi attorno al tavolo anche col diavolo: il dialogo tra nemici va fatto ora, bisogna dire basta alla spirale della guerra. Il negoziato non è visto come una possibilità purtroppo, né dai paesi in guerra, aggressore e aggredito, ma nemmeno dall'Europa.

Bisogna smettere di fare gli spettatori, occorre gridare, occorre farsi sentire, scendere in piazza.

“La Russia ha perso la guerra, ora dobbiamo impedire l'escalation nucleare”: non sono le parole di un putiniano, sono quelle di Kissinger.

Anche perché se la Russia ha perso la guerra, a vincere sono le aziende che producono armi: come l'Italiana Leonardo cresciuta in borsa nel 60%. Le aziende del settore degli armamenti stanno vivendo un momento d'oro, che è iniziata all'inizio del millennio, spiegano gli analisti del Sipri.
La guerra in Ucraina ha fatto crescere i fatturati delle aziende delle armi, le stesse armi che si rivoltano anche contro di noi: sono le armi usate per controllare i flussi di migranti alle frontiere. 

Armi usate per bloccare i migranti alle frontiere, persone che scappano da quelle guerre alimentate dalle armi. 
Armi che la Croazia, ad es, ha comprato grazie a fondi europei: sarà questo al centro della prossima puntata di Presadiretta.

Anteprima Presadiretta – La minaccia nucleare

 


Si parla di nucleare con troppa leggerezza, come se le armi nucleari fossero semplicemente un livello superiore a quello attualmente usato nella guerra in Ucraina.
Dopo il nucleare, dopo la prima bomba, non ci sarà più nulla: più nulla in Ucraina, nazione già devastata da questa guerra assurda, ma più nulla anche nella Russia di Putin.

Cosa sta succedendo sul campo di battaglia in Ucraina? Quanto è profonda la sconfitta dell’esercito della Federazione russa? Perché i russi sono arrivati perfino a minacciare l’uso di armi tattiche nucleari? È un bluff o un rischio concreto? In soli otto mesi siamo arrivati sull’orlo del baratro e dobbiamo fermare questo orrore prima che sia troppo tardi.

La giornalista di Presadiretta Francesca Nava è andata nella Federazione per sentire cosa raccontano le persone e cosa ha in mente Putin.

“L’era dell’ordine mondiale unipolare si è conclusa, è un errore pensare che dopo un periodo di cambiamenti turbolenti tutto possa tornare alla normalità e possa tornare come prima. Nulla sarà più come prima!” - sono queste le parole rivolte dal presidente Putin alla platea del forum economico di San Pietroburgo. Dove era presente anche la Cina che, almeno nelle dichiarazioni ufficiali, è pronta a lavorare con la Russia “per esplorare nuove iniziative di sviluppo”.

Basta col mondo a trazione occidentale, con l’America a decidere la politica economica e politica per tutti – questo il pensiero di Putin: “Asia e Cina sono i nuovi centri dello sviluppo globale.”

Ma saranno questi paesi, India, Cina, i paesi africani, i leader del nuovo ordine mondiale? A questa domanda, dalla cerchia di Putin rispondono che la Russia ha già dimostrato la sua autosufficienza e la sua indipendenza economica, frutto della nostra (dei paesi europei, Germania in primis) dipendenza dal gas russo. E aggiungono anche che la Russia ha dimostrato la sua protezione dalle pressioni esterne e da ogni forma di ricatto: le sanzioni ancora non hanno piegato (non del tutto) il paese. Al forum di Bratislava, il rappresentante dell’India spiegava come il suo paese rappresenti la quinta o sensta potenza economica più grande al mondo “abbiamo il diritto di esercitare il nostro ruolo, di valutare i nostri interessi di fare le nostre scelte!”.

“Siete voi che state trascinando il mondo in una nuova guerra fredda, non noi: perché questa guerra in Ucraina è così dura? Perché sono anche loro russi, quindi siamo russi contro russi. Il punto è che non sono loro a prendere delle decisioni o, alla fine, non sono soltanto loro (gli ucraini) che prendono le decisioni. Ed è esattamente questo il mondo che non ci piace, è questo il mondo che non sosterremo mai. Questo è quello che l’Occidente deve capire: è insito in ogni russo non arrendersi mai.” E’ questo un pezzo dell’intervista di un’analista russo a Presadiretta sull’invasione in Ucraina.

E ora che succederà?

“Succede che si andrà avanti a combattere”.

Non c’è solo la minaccia nucleare a preoccupare i cittadini italiani ed europei (oltre che le persone in Ucraina, già sotto il fuoco delle armi): ci sono anche gli effetti delle sanzioni sull’economia, la corsa al gas per trovare fonti alternative a Gazprom.

Ma non tutti i paesi europei (e nemmeno tutti i paesi Nato) hanno rispettato le sanzioni: la Serbia ad esempio continua a fare affari con la Russia. Presadiretta ha intervistato il CEO di EventBetGaming, Starostenkov, venuto proprio in Serbia per lavoro: “sono arrivato qui a marzo, ho aperto un conto in banca e una società, è stato facile, poi ci siamo mossi per capire come ottenere i permessi e visti per far arrivare lavoratori dalla Russia.”

La sua società sviluppa software per giochi online, è una compagnia che opera a livello internazionale, i clienti esteri sono europei ed americani: come mai la scelta di arrivare in Serbia?

“Qui possiamo portare avanti i nostri rapporti con la Russia e con l’Europa, le banche occidentali non ci bloccano i pagamenti e questo significa continuare ad avere clienti in tutto il mondo.”

Quindi è venuto qui per evitare le sanzioni: a marzo la sanzioni avevano messo a rischio la sua società, i 6 ml di fatturato e i suoi 120 dipendenti. Aprire la sua filiale in Serbia è stato il modo migliore per proteggere la sua attività e continuare a crescere: quella serba infatti diventerà la sede principale dell’azienda, hanno già trovato un ufficio più grande dove spostare i dipendenti ed allargarsi. E non sarà l’unica azienda russa che si trasferirà qui, altre aziende stanno arrivando in Serbia: imprenditori russi stanno comprando appartamenti in città per loro e per le famiglie, “dieci russi ogni giorno vengono da me a chiedere un appartamento” racconta un’agente immobiliare a Presadiretta. Il risultato è un aumento dei prezzi nel mercato immobiliare a Belgrado dove, in pochi mesi, è nata una comunità di russi espatriati con decine di gruppi su Telegram che organizzano ogni sera cene ed eventi.

Cene dove queste persone condividono le scelte su come gestire la burocrazia nel nuovo paese, come seguire le leggi serbe, “tanti di noi hanno dovuto spostarsi in fretta per non perdere il lavoro.”

Bojan Stanic, analista economico, racconta come dall’inizio della guerra in Ucraina ad oggi siano state aperte più di 350 aziende di capitale russo, stimano che siano oggi 20000 i russi arrivati in Serbia: “quando hanno iniziato ad avere problemi coi pagamenti e ad avere problemi coi clienti si sono spostati da noi.”

Oggi, inizio di ottobre, siamo a 1000 aziende e 50mila cittadini della federazione russa si sono trasferiti qui a cui si aggiungono altri imprenditori che hanno trasferito la società senza nemmeno spostarsi fisicamente in Serbia, come succede nei paradisi fiscali.

Nel quartiere commerciale della capitale, Nuova Belgrado, nel vecchio mercato regionale sono state registrate ben 62 società di capitale russe, ma i giornalisti di Presadiretta non ne hanno trovata nemmeno una.

La Serbia è diventata un’oasi per le aziende e i lavoratori russi che così riescono a sfuggire alle sanzioni del resto Belgrado ha sì condannato l’attacco all’Ucraina ma è l’unico stato in Europa che ha deciso di non imporre sanzioni.

Cosa sta succedendo in questo momento in Russia? I telegiornali ci mostrano le manifestazioni di protesta contro Putin, contro il suo regime, che affama il paese e ingrassa gli oligarchi amici. Non è facile in Russia esprimere liberamente le proprie idee, per usare un eufemismo: su Telegram Ivan Petunin ha lasciato il suo ultimo messaggio, dove spiegava la sua scelta di non rispondere alla chiamata alla leva, “non posso e non voglio avere sulla mia coscienza il peccato di omicidio e per me uccidere un uomo in guerra è esattamente questo.” Il rapper russo si è tolto la vita per protesta contro la guerra di Putin.

Altri video che Presadiretta mostrerà nel servizio, mostrano l’uccisione di un comandante dell’esercito da parte di un soldato di leva, l’esplosione a Volgograd di un centro di reclutamento, a cui un ragazzo ha dato fuoco.

I 300mila riservisti chiamati in servizio vengono solo da alcune regioni della Federazione Russa, sono gli uomini delle minoranze non slave, dalle regioni periferiche, le più povere, come Tagikistan, la Buriazia: “sono le vittime più sacrificabili” – racconta Agnese Rossi di Limes a Presadiretta – “agli occhi dei centri di potere che sono in mano ai russi etnici. Ma questa è un’arma a doppio taglio perché per gli stessi motivi molti di questi gruppi etnici si stanno rivoltando, non sentono questa guerra come la propria guerra. Dal 21 settembre si sono registrati oltre 100 proteste, solo in Daghestan sono state arrestate 101 persone che gridavano ‘questa non è la nostra guerra’”.

Ma questo dissenso interno potrebbe portare a delle spinte separatiste?
“Si, già ci sono, queste repubbliche hanno già iniziato a chiedere diversi gradi di autonomia. Queste faglie che si stanno creando nella federazione sono forse l’eredità più drammatica per i destini della Federazione. Qualcosa, cioè, che Putin o chi per lui, dovrà fare i conti a guerra finita.”

“E’ una vera e propria implosione del consenso ” racconta Anna Zafesova giornalista di origini russe che ha lavorato per le più importanti testate italiane: la mobilitazione parziale può essere veramente un punto di non ritorno per Putin, perché rompe il patto con la maggioranza silenziosa che finora ha appoggiato il regime in cambio di tranquillità e benessere.
“E’ probabile che la protesta crescerà perché cominceranno ad arrivare alle famiglie gli annunci che i loro cari sono caduti e poi nuove lettere di coscrizione. A questo aggiungiamo un disagio economico già presente e anche quello andrà a peggiorare. Quindi la gente avrà sempre meno da perdere, dalla prospettiva di rimanere in silenzio..”
Un golpe interno è verosimile?
“Io credo che un golpe interno sia estremamente verosimile e che in questo momento sia l’ipotesi più probabile. Putin è riuscito a mettersi in una situazione dove rende scontenti tutti: i falchi che sono estremamente scontenti della gestione fallimentare di questa guerra. Quelli che vorrebbero una Russia più democratica, più europea, più pacifica. E adesso è riuscito a scontentare anche la maggioranza silenziosa. Possiamo affermare con una ragionevole certezza che in tanti stiano pensando a come fare un colpo di palazzo.”

Presadiretta è andata anche in Polonia, il paese che più di altri ha accolto i profughi ucraini con uno sforzo enorme a cui partecipa tutto il paese. È stata ancora la Polonia ad inviare carri armati e armamenti di ogni tipo all’esercito ucraino, assieme all’Inghilterra di Johnson (e Truss adesso) è stato il paese più direttamente impegnato nel sostenere l’Ucraina contro l’esercito di Putin.

Questo atteggiamento risale dai cinquant’anni di occupazione sovietica quando la Polonia faceva parte del Patto di Varsavia: ma c’è un evento molto più recente nella storia polacca che ha creato con la Russia di Putin una frattura che i polacchi considerano insanabile. Il 10 aprile 2010 sul Tupolev presidenziale si trovano il presidente Kaczynski assieme a tutti i vertici militari e civili del governo polacco. Sono in viaggio verso Smolensk per commemorare l’eccidio di Katyn dove nel 1940 20mila ufficiali polacchi furono massacrati dall’esercito sovietico e gettati in fosse comuni, uno dei capitoli più neri della dominazione russa. L’aereo però si schianta poco prima dell’atterraggio uccidendo tutti i passeggeri. Si trattò della tragedia peggiore dopo la seconda guerra mondiale: il primo ministro polacco dell’epoca, Donald Tusk, da sempre sostenitore della collaborazione economica con la Russia e che sarebbe poi diventato presidente del Consiglio Europeo, è l’unico a salvarsi perché al momento del disastro si trova già a Smolensk con Putin.

Le prime indagini fatte dai russi stabilirono che si trattò di un incidente, Donald Tusk accettò la versione russa e anche le condoglianze di Putin, siglate da uno storico e controverso abbraccio. Ma il Parlamento polacco non volle credere a questa versione, anche perché i russi si rifiutarono di restituire i resti dell’aereo, così incaricarono un deputato di istruire una nuova commissione di inchiesta. Il rapporto finale, pubblicato di recente, accusa senza appello la Russia ma auggerisce anche che il piano russo non sarebbe stato possibile senza l’appoggio di Donald Tusk. Le analisi riportate nel rapporto proverebbero la presenza di esplosivo sui rottami dell’aereo avallando la tesi di un attentato organizzato da Mosca. La Russia ha rifiutato gli esiti del rapporto ma anche i polacchi sono divisi: il deputato Macierewicz e la commissione sono considerati troppo politicizzati e non imparziali.


Su La Stampa è uscita una anticipazione dell’intervista al generale Tricarico che andrà in onda stasera:

La Nato è stata tradita da alcuni Paesi membri perché non sono state rispettate le regole costitutive della Nato. Bisognerebbe vedere le riunioni del Comitato Atlantico. Se c'è stata una concertazione vera. Io sono sicuro che non ci sia stata". Così il generale Leonardo Tricarico, ex capo di Stato maggiore dell'Aeronautica, presidente della Fondazione Icsa, intervistato a Presa Diretta nella puntata che andrà in onda domani alle 21.25 su Rai3. Sulla responsabilità di alcuni Paesi membri della Nato che avrebbero tradito l'articolo quattro dell'Alleanza - che dice che le decisioni devono essere prese all'unanimità - Tricarico sottolinea che «Stoltenberg che ha avuto un ruolo negativo in tutta questa vicenda - perché vorrei ricordare che Stoltenberg è solamente autorizzato a guidare le consultazioni, quindi lui può parlare solamente quando è autorizzato a farlo da tutti i Paesi membri - ha sempre straparlato, ha sempre buttato benzina sul fuoco, è sempre stato il ventriloquo di qualcun altro».

La scheda del servizio:

Cosa sta succedendo sul campo di battaglia in Ucraina? Quanto è profonda la sconfitta militare dell’esercito della Federazione Russa? Perché Putin è arrivato a minacciare l’uso di armi nucleari? E' un bluff o un rischio concreto? Dopo 7 mesi di guerra siamo sull’orlo del baratro, cosa possiamo fare per fermare questa pericolosissima escalation? Per cercare le risposte a queste domande “PresaDiretta” – nella puntata “La minaccia nucleare”, in onda lunedì 10 ottobre alle 21.25 su Rai 3 - è andata in Russia. E poi ha attraversato l’Europa per capire dove passano le faglie geopolitiche che stanno ridisegnando i nuovi equilibri mondiali. In studio, Riccardo Iacona con Ezio Mauro, giornalista e saggista, per riflettere sugli scenari che ci aspettano.

“PresaDiretta” ha raccontato le due facce che convivono nella Russia di oggi con testimonianze esclusive e le voci della gente comune.  Il volto di una Russia protagonista di un nuovo ordine mondiale con interessi economici e politici sempre più distanti dall’Occidente; un Paese dove la Guerra Fredda passa attraverso la propaganda per la de-occidentalizzazione e l’educazione patriottica per formare le nuove generazioni di russi. E poi c’è la faccia della Russia di chi si ribella all’idea di prendere parte a una guerra di invasione crudele e al regime autocratico imposto da Putin, con le testimonianze dei dissidenti, degli analisti, di chi fugge dal paese, dei soldati e delle loro mamme.

L’inviata di PresaDiretta Francesca Nava, unica giornalista per la Tv italiana, è riuscita questa estate a entrare in Russia e ad andare a San Pietroburgo e a partecipare allo Spief, il Forum Economico Internazionale. Incontro al quale hanno partecipato i rappresentanti dei Paesi che non hanno aderito alle sanzioni: dall’Africa all’America latina, dalla Bielorussia all’Egitto, con Cina e India in prima fila. 130 Paesi, più della metà del mondo, con quasi 700 accordi economici siglati per miliardi di rubli, per capire cosa vuol dire Putin quando parla di “nuovo ordine mondiale”.
“PresaDiretta” è andata anche in Polonia, che dai primi giorni di guerra si è schierata in prima fila a fianco dell’Ucraina, che ha inviato armi e accolto milioni di profughi. Un paese dove la paura e la contrapposizione nei confronti della Russia, ha origini lontane.

E poi in Serbia, la nazione nel cuore dell’Europa che ha mantenuto e anzi rafforzato uno stretto legame politico ed economico con la Russia: in pochi mesi ha accolto decine di aziende e migliaia di lavoratori e di cittadini russi, diventando il punto debole nella strategia europea delle sanzioni.
“La minaccia nucleare” è un racconto di Riccardo Iacona con Antonella Bottini, Marcello Brecciaroli, Raffaele Marco Della Monica, Luigi Mastropaolo, Francesca Nava, Roberta Pallotta Irene Sicurella, Elena Stramentinoli, Cesarina Trillini, Andrea Vignali, Fabio Colazzo, Alessandro Marcelli. 

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

09 ottobre 2022

Vajont, altro anniversario, altro nodo al fazzoletto

 


Altro anniversario, altro nodo al fazzoletto, per tener viva la memoria di quanto successo in Italia la notte del 9 ottobre 1963, la tragedia del Vajont: la più grave tragedia civile, duemila persone uccise dall’onda di pietra e fango che si abbattè sulla cittadina di Longarone, in provincia di Belluno, a seguita di una frana caduta sull’invaso della diga del Vajont.

Perché questa necessità di tener vivo il ricordo? Non solo per rispetto ai morti, ma perché come tante altre tragedie avvenute nel nostro paese, anche questa ha qualcosa da raccontarci per i nostri tempi.

Perché quella del Vajont è stata una tragedia annunciata, non il frutto di un capriccio di madre natura come scrissero molti giornalisti (anche firme importanti del giornalismo italiano come Bocca e Buzzati): “niente più nulla da dire o da fare”, scriveva Bocca. “Un sasso è caduto in un bicchiere”, la metafora drammaticamente suggestiva di Buzzati.

No, non è vero, scriveva Tina Merlin sulle colonne de l’Unità dove, negli anni precedenti aveva raccontato dello scontro della comunità di Erto e Casso, due paesini a ridosso dell’impianto della Sade (l’azienda idroelettrica privata che costruì l’impianto tra il 1957 e il 1960).



“Un'enorme massa di 50 ml di metri cubi minaccia la vita e gli averi degli abitanti di Erto..”
Non è vero perché i segnali di avvertimento della frana, i 260 ml di metri cubi di fango che dal monte Toc sono caduti nel lago artificiale, c’erano tutti: era già avvenuta una frana nel 1960, durante le prove di invaso dell’impianto furono avvertite delle scosse di terremoto (scosse che la Sade ad un certo punto nemmeno comunicò al Genio Civile e al ministero).

Eppure la stampa per anni sposò la tesi dell’incidente, “Sciacalli” scriveva Montanelli sul Corriere riferendosi a quanti osavano mettere in dubbio questa tesi.
Ancora oggi, se non ci fosse stato il grande lavoro di Marco Paolini e il suo teatro della memoria, a sua volta ispirato al libro della Merlin “Sulla pelle viva”, del Vajont, delle duemila vittima (di cui solo mille furono recuperate), non se ne parlerebbe più.

Non se ne parlerebbe perché questa storia di mette di fronte ad un giornalismo troppo prono nei confronti del potere, che sia politico o economico.

La Sade, l’azienda idroelettrica che, come dice Paolini, era la Fiat del settore, era anche proprietaria del Gazzettino, il quotidiano locale, che negli anni non si occupò mai delle vicende della diga.
Questa vicenda ci mostra anche il volto di una parte del capitalismo italiano: padrone della Sade era, il conte Volpi di Misurata, conte per meriti di guerra e premiato ministro da Mussolini nel 1923. Da ministro varò una legge per finanziare a fondo perduto gli impianti idroelettrici. Un benefattore dunque. Dopo l’otto settembre, nei mesi della disfatta del fascismo, riuscì a farsi approvare il progetto di costruzione di una grande diga lungo la valle del torrente Vajont, che sarebbe stata la banca dell’acqua per gli altri impianti.
E da ministro fascista riuscì a riciclarsi in sincero democratico antifascista, in modo da ottenere dallo Stato italiano il finanziamento a metà dei lavori.

Come è potuta avvenire questa tragedia, non per un caso della natura, ma perché un’azienda privata ha voluto sfidare la natura stessa, costruendo una diga dove non si doveva, a ridosso del fronte di una frana antica, rimasta sospesa sul monte Toc? C’è stato l’atteggiamento dei giornali, certo. Ma c’è anche il rapporto con lo Stato italiano: l’associazione dei comuni di Erto e Casso si rivolse al presidente della provincia Daborso, per chiedere conto dei comportamenti della Sade, dei problemi segnalati sulla diga che erano sotto gli occhi di tutti (le frane, la montagna che si spostava, le scosse). Daborso non riuscì ad ottenere nulla, dal Genio Civile e nemmeno a Roma: parlò di “uno stato nello stato”, un’azienda privata che poteva permettersi di fare le veci delle istituzioni italiane. Mettendo anche in pericolo la vita delle persone.

Perché quelle persone, con la loro lotta contro l’impianto erano solo “contadin gnoranti” (faccio mie ancora una volta le parole di Paolini), che si ostinavano a voler bloccare il progresso, la crescita di questo paese che meno di vent’anni prima era uscito dalla guerra con le pezze al sedere.

Vedete quanto è ancora attuale questa tragedia? Ancora, nel 2022, stiamo a parlare di messa in sicurezza del paese, operazione che non verrà portata avanti nemmeno coi soldi del PNRR, perché manca il personale, i progetti e anche la volontà politica.

Ancora nel 2022 siamo ossessionati del mito delle grandi opere, volano della crescita economica del paese: il ponte sullo stretto, le grandi autostrade, l’alta velocità (in zone dove già c’è il servizio).
Ancora una volta si sente ripetere quella parola, sciacalli, dopo ogni tragedia: l’alluvione nelle Marche, il crollo della funivia sul Mottarone (giusto per citare due episodi).

Così, saremo sempre condannati a piangere sulle nostre tragedie, “povera Longarone, povera Longarone..”

05 ottobre 2022

La mala erba di Antonio Manzini


Sporco, affamato e braccato correva, rovi e spine lo graffiavano sangue e gli frustavano il volto accecandolo. Lame di luna sminuzzate dalle foglie spruzzava il bosco di macchie d’argento. Cadde per tre volte con la faccia nel fango, e per tre volte si rialzò per continuare a correre, col vestito lacero e ricoperto di terra, il viso nero e incrostato di fango e sangue. Sentiva solo il suo respiro e i rami secchi schiacciati dalle scarpe. in bocca un sapore di terra e ferro e nel cranio un martello che ad ogni colpo diventava una voce che sembrava dirgli: «Dove vai? Dove vai?». Aveva solo un posto dove nascondersi, doveva salire verso la cima della montagna, sempre più in alto, più lontano possibile. Stremato abbracciò un tronco di quercia e chiuse gli occhi premendosi le tempie per far smettere quell’urlo, quel dolore. 
Che cosa ho fatto! si disse. 
Degli ultimi giorni aveva solo un’immagine sfocata. Da quando lei se n’era andata e tutti l’avevano scoperto, sulla memoria era calato un inchiostro nero. Sapeva solo che adesso era lì, in mezzo al bosco, di notte, in seguito come un lupo da gente una volta amica e che ora voleva la sua pelle.
Colle San Martino, un paesino nella provincia di Rieti, uno dei tanti paesini sull'Appennino circondati da montagne e boschi a cui si arriva salendo una serie di tornanti che sbucano poi davanti alle poche case. Un bar-spaccio, una chiesa che non può suonare le campane per non disturbare il sonno mattutino del "don Rodrigo" locale, don Cicci Bellè, e che per questo motivo è in perenne lite col prete, don Graziano.
Qui la vita delle persone scorre sempre uguale, difficile avere delle aspirazioni in questo paesino, anche se hai diciassette anni e l'illusione di avere una vita lunghissima davanti.

.. una chiesa, un bar-spaccio-tabacchi e un barbiere. Tutto lì. Una gabbia dalla quale prima o poi Samantha sarebbe scappata.
E' quello che impara fin da subito Samantha De Angelis, studentessa al liceo classico con un padre disoccupato che non riesce a trovare un lavoro (e che si sta anche lasciando andare) e una madre casalinga senza aspirazioni.
In camera, il manifesto della donna lupo, “una donna che che non si arrende davanti a nulla e sa difendersi e tirare fuori i denti”.
Tutto il contrario di lei che in questo momento, oltre alla sua amica del cuore, Nadia, non ha nessuno a cui confidare quel pesante fardello che si porta sulle spalle, un ritardo nel ciclo e la consapevolezza di aspettare un bambino dal suo ragazzo, “il nullafacente e ignorante di Roberto Sarcinelli”.
In questo paese dove tutta la gente è pronta a giudicare alle spalle gli altri, con chi confidarsi? Non i genitori, che si preoccuperebbero solo di quello che dice la gente, il prete nemmeno a parlarne, capace solo di mangiare a sbafo sfruttando il suo potere nell'intimidire le persone parlando di peccati e di opere buone.
Oltre Nadia, Samantha ha solo zia Ida con cui parlare: anche lei una vita vissuta a Colle San Martino senza poter sperare di vivere una vita diversa.
Ma questa, una vita passata senza grosse ambizioni, è la situazione di tutti o quasi gli abitanti di San Martino, stretti nel mezzo tra i due potenti del paese: il prete, don Graziano e dall'altra parte don Cicci Bellè, il proprietario della casa più bella e grande del paese, anzi, di quasi tutte le case di Colle San Martino, tanto ricco da prestare soldi a chi ne ha bisogno ma non per spirito di carità.
Come una serpe nascosta in mezzo alle pietre, don Cicci aspetta le sue prede, le persone che gli devono i soldi, esercitando su di loro il potere più infame, quello contro le persone in difficoltà. Come Enzo e Marinella, i genitori di Samantha.
Samantha tornò all’auto e infilò la testa nel finestrino aperto. L’uomo non sorrideva più. «Devi dire a papà che oggi è meglio se si fa vedere».
Ma anche loro hanno un tallone d'Achille, che sarà causa della guerra che, anche per una serie di circostanze fortuite, si sta per scatenare nel paese, in quella coda di inverno che non ne vuole sapere di cedere il passo alla primavera.
Don Ciccì un figlio ritardato, Mario, un ragazzino cresciuto in un corpo adulto e con le voglie di un adulto. E don Graziano con quel nipote viziato che si è portato dietro da Catania il nipote che spesso viene affidato ad una misteriosa ragazza russa, Ljuba.

Sembra di essere tornati al Medioevo, con un salto dietro nei secoli, con lo scontro tra potere temporale e potere religioso: niente stato, nessun segno delle istituzioni in questo paese, quelle che dovrebbero aiutare le persone a far rispettare i propri diritti o a dare qualche aiuto.

Anche i trecento abitanti di Colle San Martino, come le bestie nelle stalle, stavano rintanati nelle case.

Uomini come bestie, uomini che passano più volentieri il tempo con le bestie che non con le persone. Preti che usano il potere della tonaca per compiere i loro piccoli soprusi e per nascondere i loro peccati, mentre dal pulpito tuonano contro i peccati degli altri. E signorotti che raccolgono le confidenze dei paesani per i loro giochi di ricatti. Come sopravvivere dunque? Come poter scappare da questa gabbia? Con la vendetta, con la guerra.

… se uno ha fame non ha paura più di niente. Affronta tutti i pericoli. Ecco. Secondo me tu devi diventare un po’ come i lupi

Col risultato di trasformare tutte le persone in bestie, togliendo loro quel poco di umano che avevano dentro.
Samantha si trasformerà nella donna lupa, bella e feroce, bella ma capace di difendersi con le zanne, assumendo, nei modi, gli stessi atteggiamenti del signorotto del paese.
Ma sarà una vendetta che non porterà né la pace né la giustizia nel paese, che si mobiliterà solo per dare la caccia a quell'uomo di cui abbiamo letto nell'incipit, quell'uomo che ha fatto una cosa di cui non pensava di essere capace.
Perché, in questo giallo senza omicidi, tutti i protagonisti della storia sono sia vittime che assassini, colpevoli di aver dimenticato di vivere, di aver perso quei tratti umani che ci rendono diverse dalle bestie, la solidarietà, la compassione, il perdono.
Sono diventati tutti “La mala erba”, quella che va estirpata nei campi per preservare il raccolto.

Homo, homini lupus. Questo l'ammonimento che ci lascia Antonio Manzini con questo romanzo la cui genesi risale ad una idea del 2009 poi quasi completamente riscritto.
Tutti noi possiamo diventare la “mala erba”

... siete una mala erba, lo sapeva? Una mala erba. Ma rimarrete da solo, che la mala erba a forza di ammazzare tutto quello che ha intorno, poi muore!
Nessun finale consolatorio, anzi, un finale che ha lascia la sgradevole sensazione di un deja vu, nessun personaggio positivo in cui identificarsi fino in fondo, nemmeno il prete di paese, con la sua religione tramutata in una recita da imparare a memoria.
La mala erba è, come recita la terza di copertina, il romanzo "dell'immensa  isolata provincia italiana in cui tutti viviamo".


La scheda del libro sul sito di Sellerio

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

04 ottobre 2022

Presadiretta – PNRR lavori in corsa

Attraverso i progetti del PNRR passano tanti snodi nevralgici del nostro paese: la digitalizzazione, i trasporti e anche la sanità pubblica. A che punto si trovano questi progetti?

Presadiretta racconterà anche dei 100 operatori OSS di La Spezia che oggi si trovano in cassa integrazione: come mai? In Liguria manca il personale negli ospedali, tanto da metterne a rischio le sue funzioni.

C'è una donna che dovrebbe operarsi al seno per un tumore ma è in lista d'attesa da un anno: al San Martino a Genova è a corto di personale tant'è che dal primo settembre 2022 sono stati sospesi gli interventi non necessari. Qui mancano 180 infermieri e 100 OSS, ma è una situazione comune in altri ospedali della Liguria dove, dal 2010 al 2021 sono stati tagliati seimila persone nella sanità.

Succede allora che alcuni presidi medici si chiudono, come al presidio di Pietra Ligure, dove una volta nascevano i bambini: oggi manca sia un reparto di pediatria che ginecologia e le mamme devono andare in strutture più lontane.

Cosa dice il presidente Toti? Che stanno cercando medici da inserire nelle strutture. Come quella di Albenga dove i cittadini chiedono il ritorno al lavoro dell'ospedale, del pronto soccorso.
L'ospedale di Albenga è all'avanguardia, è stato costruito nel 2008, ma oggi tutti i reparti sono chiusi, è stato svuotato un pezzo alla volta. Un primario andava in pensione e non veniva sostituito, altri medici sono stati spostati ..
Presadiretta ha scoperto, in diretta, che l'ospedale di Albenga è oggi in vendita, dal consiglio regionale: questa è l'idea di Toti, trasformare le strutture chiuse in strutture misto pubblico privato o solo privato.
Il privato dovrebbe entrare in concessione con l'obbligo di far ripartire i servizi, ma non sempre funziona questa politica: a Bordighera stanno ancora aspettando i privati e nel frattempo le persone se ne devono andare.
Perché non può funzionare il sistema pubblico? I comitati di cittadini chiedono questo, che si rinforzino le strutture pubbliche, prima che si arrivi al collasso, racconta il dottor Di Maio.

Nelle fragilità del sistema pubblico si inserisce il privato. Che ha come obiettivo il profitto e non l'erogazione di un servizio di eccellenza universale.

Gli OSS di La Spezia

Riccardo Iacona ha incontrato Cozeta e Pasquale, una delle operatrici lasciate a casa dopo aver lavorato nell'ospedale per tanti anni.

Vivevano in Puglia poi, 13 anni fa sono venuti in Liguria per uscire dal lavoro a nero e qui hanno trovato il contratto, lui come operaio lei come operatrice socio sanitaria, contratto a tempo determinato in una cooperativa ed impiegata nell’ospedale di Sarzana. Qui ha lavorato ininterrottamente per dieci anni, fino al licenziamento. Quando è stata intervistata da Iacona non aveva ancora ricevuto la cassa integrazione: “cerchiamo di andare avanti con molti sacrifici, per risparmiare e per capire che il mese dopo devo pagare il mutuo perché per questa casa ho fatto molti sacrifici per farla .. e alle banche non do la soddisfazione di prendermela. Ma il signor Toti deve trovarmi il mio lavoro, pagato dignitosamente come OSS. Io sono andata nella regione e neanche mi ha ricevuto, eravamo più di 40 fuori, al freddo, ad aspettare la nostra pagnotta. E io voglio, pretendo il mio posto: a 50 anni devo cambiare mestiere? Io ce l’ho una professione. Abbiamo fatto mille proteste e ci hanno chiuso le porte in faccia. E mi hanno chiamato eroe: io due anni ho lavorato come eroe, l’ho fatto con passione. Tutti quanti i miei vicini avevano parenti ricoverati [per il covid]. Non riusciva a venire nessuno in ospedale e io che andavo in casa e li prendevo .. ”

Cozeta si è anche ammalata di covid durante la prima ondata a dicembre 2020: la cooperativa non aveva dato loro i dispositivi di protezione, le mascherine, le tutine. Poi le mascherine sono arrivate, una al giorno per turni di 14 ore, e la tuta, pesante, come quella dei vigili del fuoco, che doveva essere lavata a metà giornata prima di riprendere il lavoro, perché Cozeta lavorava anche nelle terapie intensive, dove in una notte ha dovuto chiudere nei sacchi 4 morti che ancora oggi si ricorda.

Ha lavorato col covid fino al 31 maggio. Dopo di cui non è stata più una eroe, ma solo una disoccupata.

Oggi Cozeta non è più un eroe, non è più un angelo: assieme ad altri 100 OSS sono stati traditi dalla regione che ha deciso dopo anni di rescindere la convenzione con la sua cooperativa per due ospedali. La giunta ha bandito un concorso per assumere operatori, ma i posti erano già occupati da venti anni, i sindacati si erano allarmati per tempo: al concorso della regione sono arrivati in cinquemila da tutta la regione e da tutta Italia e così molti ex oss sono rimasti a casa. Come Cozeta.

Sempre in Val di Magra Iacona ha incontrato Simonetta: dopo 17 anni di lavoro all'ospedale di Sarzana è rimasta a casa, come Cozeta, a pochi anni dalla pensione.
Oggi ci sono solo le lacrime, di fronte a questa situazione: altri operatori rimasti a casa hanno trovato come unico lavoro quello dell'assistenza agli anziani, in casa, con contratti a tempo determinato.

Il problema in questo lavoro è che ci si deve spostare nelle case degli anziani, per una paga molto bassa: molto diverso dal lavoro in un ospedale, dove si era parte di un sistema.

La regione ha fatto il concorso per lasciare a casa questi operatori: la cosa paradossale è che a La Spezia e in regione mancano operatori, come mai allora non sono stati ricollocati?
Daniela Cipolloni ha intervistato Toti: nella ppaa ci si entra per concorso, non c'è modo di regolarizzare senza aprire concorsi a tutta Italia – risponde il presidente.
Si può trovare un'altra collocazione, anche nel privato convenzionato, ma non c'è niente da fare.

Di diversa opinione il consigliere di opposizione Ferruccio Sansa: a questi operatori era stato promesso il posto e ora invece si trovano in cassa integrazione.

Oggi Cozeta ha trovato un lavoro, in una struttura privata ma con un contratto a tre mesi.

Secondi i sindacati la regione potrebbe fare la scelta politica di dare una corsia preferenziale per collocare queste persone, che già lavoravano per il pubblico.

Anche perché quando verranno create le strutture della medicina del territorio rischiano di partire senza personale.

La medicina del territorio

Entro il 2026 ogni cittadino avrà una struttura pubblica dove trovare specialisti, medici di base, tutto sotto un unico tetto: sono le case della comunità costruite coi soldi del PNRR.
È una scommessa che è già realtà in diverse regioni, come in Toscana e in Emilia: sono strutture nate con l'obiettivo di evitare che le persone vadano sempre in ospedale per esami.

In Lombardia si sono inaugurate case di comunità che sono scatole vuote, mancano medici per erogare le prestazioni.

Anche a Bergamo mancano medici sul territorio, nonostante il covid abbia insegnato che le persone vanno curate prima dell'ospedale: dopo anni di tagli e di vincoli di spesa negli ospedali mancano medici e infermieri. Ma il pnrr non investe sul personale, chi metterà i fondi per le assunzioni?
Gli stipendi per il personale delle case di comunità sono spesa corrente: nel 2022 la spesa aggiuntiva è stata stimata in 655 ml, ma questi soldi non sono ancora stati stanziati alle regioni. Così molte regioni sono diffidenti, temono che il pnrr sulla sanità sarà solo una cosa di propaganda.

In Liguria invece il piano di assunzione è in corso: senza i soldi dello stato, si rischia di creare una macchina che non andrà mai in strada.
C'è poi la questione dei medici che mancano: nella periferia di Milano, a Ronchetto, mancano i medici di base per seimila persone le quali, per un controllo, dovranno andare in ospedale.
La Lombardia è maglia nera, 4 cittadini ogni 10 non ha un medico di base, in questa regione si spede la metà per il cittadino, per la sanità.
Così laddove il pubblico arretra, avanza il privata, anche nei servizi di guardia medica.

In una bozza del governo si parla di 1 miliardo per aumentare il numero di medici sul territorio, a partire dal 2026: ma è una cifra inferiore alle stime delle stesse regioni. Servirebbe una cifra di almeno 4 miliardi per riempire le case di comunità.
I maggiori investimenti in sanità pubblica non sono stati una voce della passata campagna elettorale: nei prossimi anni, come in questi, si parla di nuovi tagli. Fratelli d'Italia, vincitrice alle passate elezioni, punta sulla sanità convenzionata in mano ai privati, non sulle case di comunità, mettendo a rischio i 7 miliardi del pnrr.

Comuni – la sfida del pnrr

Le pubbliche amministrazioni, i comuni, sono capaci di gestire i 67 miliardi di euro previsti dal pnrr? Ci sono comuni come a Rocca di Neto, in Calabria, che ha deciso di rinunciare ai fondi del pnrr non avendo personale per gestire i progetti, come il bando per la realizzazione di nuove scuole.
Servirebbero esperti nella realizzazione dei progetti, che vanno portati a termine: nonostante molte scuole abbiamo bisogno di lavori, non siano a norme per le regole antisismiche, solo 3 comuni nella provincia di Crotone hanno accettato di partecipare ai bandi.

Il governo aveva fatto un piano per assumere dei tecnici da inserire nei comuni, ma nel crotonese sono arrivate solo tre persone: sono pagati solo mille euro e dovranno assumersi responsabilità enormi.

Eppure avere professionisti per gestire questi progetti fa la differenza, come sanno nel comune di Crotone, dove hanno creato una struttura dedicata al pnrr: entro il 2026 dovranno chiudere i cantieri per il pnrr e per quei fondi degli anni passati non spesi.
Tanti comuni hanno già i soldi, mancano le strutture per cantierare i progetti e rendicontarne l'andamento: mancano cioè quei dipendenti tecnici nei comuni, ingegneri ed esperti contabili.

Non solo in Calabria ma anche in altre regioni, come in Abruzzo a Tagliacozzo: qui c'è un solo ingegnere in comune, così si è deciso di affidarsi ad una struttura esterna, anticipando la spesa, prima dei bandi.

In pnrr avrebbe dovuto servire anche per uniformare l'Italia, come servizi, come strutture, da sud a nord: ma non tutti i comuni non hanno le forze per fare progettazione, per presentarsi ai bandi con progetti pronti. Spesso nemmeno hanno fondi per presentarsi proprio ai bandi.

Alla fine le differenze non si riescono a riequilibrare, perché ci sono comuni che partono avvantaggiato.

La maggior parte dei comuni italiani sono piccoli, con poco personale, hanno problemi nei conti: proprio questi avrebbero avuto bisogno dei fondi del pnrr. Il meccanismo dei bandi sulle scuole, sulla sanità, è fallimentare – racconta Luca Bianchi Svimez: non si possono mettere in competizione amministrazioni capaci con quelle senza personale.

A commentare questa situazione era presente il professor Piga, membro dell'osservatorio sul PNRR: tra il 2020 e il 2022 non abbiamo speso 20 miliardi su 40 che andavano spesi subito.

Il pnrr era molto ambizioso, molti paesi come il Portogallo hanno allungato di un anno la fine dei lavori, c'è stato prima l'aumento dei costi e poi la guerra.

Veniamo da un decennio di austerità che ha spezzato le gambe alla ppaa, abbiamo bloccato le assunzioni, personale vecchio. L'Europa ci chiedeva di investire nel capitale umano.

Ci sono poche stazioni appaltanti, che spesso danno i lavori alle multinazionali e tante piccole stazioni appaltanti sul territorio senza personale e competenze.
Come facciamo adesso a spendere in corsa questi soldi?

Vanno investiti soldi nella pubblica amministrazione, per assumere giovani professionisti che on devono andarsene via dall'Italia.

I fondi per il PNRR potevano essere l’occasione giusta per risolvere l’eterna emergenza rifiuti: Presadiretta è andata a Bellolampo, la più grande discarica pubblica siciliana dove arrivano tutti i rifiuti indifferenziati di Palermo, più di mille tonnellate al giorno. Un volume altissimo tanto che si continuano a spendere soldi pubblici per ampliarla: una vera e propria emergenza che nasconde una scandalo, perché a Palermo non si ricicla nulla e la raccolta differenziata è ferma da anni.

Tommaso Castronuovo – presidente Legambiente Sicilia – racconta che da almeno dieci anni la differenziata nel capoluogo è ferma al 15%, come anche Catania e Messina, ben sotto l’obiettivo di legge che era stato fissato al 65%.

Per la gestione dei rifiuti e per potenziare la raccolta differenziata il PNRR poteva essere un’occasione? Sono previsti oltre 1,5 miliardi per il potenziamento del riciclo e oltre 600ml per il miglioramento del sistema di raccolta differenziata: di questi oltre il 60% sono destinati alle regioni del sud. Questa occasione purtroppo non è stata colta perché a Palermo il comune e la sua municipalizzata per i rifiuti si sono rimpallati la responsabilità per i progetti per ben sei mesi, fino al giorno di scadenza del bando quando, come scritto anche su un documento del comune, per un problema di caricamento dati si è dovuto dire addio a 30ml del pnrr con i quali il comune avrebbe potuto costruire 15 isole ecologiche, 9 centri di raccolta e un impianto di trattamento dei rifiuti.

Erano progetti che sono stati proposti e presentati da centinaia di comuni in tutta Italia, non erano progetti difficili – spiega il presidente di Legambiente: “fa rabbia perché è una occasione persa.”

Sono altre le occasioni mancate in Sicilia: la regione deve fare i conti sia con l'emergenza dei rifiuti ma anche con l'emergenza idrica, come sanno nella piana di Catania.

Qui manca l'acqua pubblica così gli imprenditori agricoli devono farsi i loro impianti, che richiedono costi aggiuntivi.

L'acqua non manca in Sicilia, sono le condotte pubbliche a Catania che sono vecchie e si intasano, così ad ogni pioggia si bloccano.
Stessa situazione a Caltanissetta: le dighe pubbliche piene di acqua non ricevono manutenzione e sono piene di fango, così non riescono ad irrigare i campi.

I consorzi di bonifica – che dovrebbero sovraintendere a questi impianti – hanno presentato 31 progetti che sono stati bocciati, perché scritti male.

La Sicilia non ha preso nemmeno un euro per le infrastrutture irrigue: progetti vecchi, non ammissibili, oppure assurdi, perché avrebbero causati danni alla biodiversità, come le bonifiche delle aree umide.

La Sicilia non ha partecipato nemmeno ai bandi per le reti idriche: a Siracusa la perdita sta al 67%, un record negativo in Italia, migliaia di cittadini rimangono spesso senz'acqua.
Gli enti che dovrebbero gestire le reti idriche si chiamano ATI, che sono strutture che non hanno tecnici a sufficienza: i 21 comuni della provincia di Siracusa non si sono messi d'accordo sulla struttura che doveva presentare i progetti, così l'ATI di Siracusa non ha partecipati ai bandi.

Stessa storia per le ATI di Trapani e Messina: i tempi per i nuovi bandi sono stretti e ora c'è il rischio che siano le regioni più organizzate che si prenderanno i soldi per le reti idriche, trasformando il pnrr in uno strumento che aumenterà le differenze tra nord e sud.

Sul pnrr c'è anche un problema di trasparenza sia dei soldi spesi che sui progetti finanziati (e sul loro stato di avanzamento): ci sono ora delle scadenze importanti, che il governo Draghi dovrà affrontare, altri che lascerà al prossimo governo.

Come il DL concorrenza e la spending review, da cui passa il rapporto tra Italia ed Europa: le concessioni pubbliche, i balneari, il trasporto pubblico.

C'è possibilità di rifare il pnrr? Tecnicamente è possibile, serve preparare un piano da presentare in Europa: si potrebbe negoziare le scadenze, i soldi e il contenuto da rivedere.

Ma il pnrr non si può bloccare, per non bloccare altri strumenti europei come il fondo anti spread.

La messa in sicurezza del paese

Il cantiere più importante d'Italia è quello per la messa in sicurezza del paese: ancora abbiamo davanti agli occhi le immagini dell'alluvione nelle Marche.

Ma è una situazione comune ad altre regioni e comuni, come in Calabria: la spesa aggiuntiva per questi investimenti sono insufficienti per tutti i lavori che si dovrebbero fare.

Col piano di resilienza sono arrivati soldi, i progetti sono pronti, come quelli per sistemare i terreni colpiti dalla frana di Maierato, ad esempio.
Ci sono costruzioni costruite sui fiumi, pulire le fiumare, sistemare le colline che franano, pulire i corsi dei fiumi. La regione avrebbe bisogno di 1,7 miliardi per mettere in sicurezza questo territorio fragile, questa era la stima nel 2019, che oggi è destinata a salire.

Il pnrr mette sul piatto di 2,5 miliardi di euro sulla prevenzione: dal punto di vista del dissesto idrogeologico è molto deficitario, racconta il presidente dell'ordine dei geologi.
Dobbiamo avere maggiori fondi e dobbiamo imparare a spendere i fondi senza il bisogno dei commissari – commenta il sindaco Ricci di Pesaro: col PNRR in questo comune riqualificano il centro, faranno nuove piste ciclabili, ma mancano le imprese e i lavoratori per far andare avanti i cantieri.

Se vogliamo portare a casa i progetti del pnrr dobbiamo fare spesa di qualità, per aggiungere tecnici, medici, infermieri: c'è una norma nel PNRR che torna a parlare di deficit, ovvero c'è il rischio che si torni a tagliare la spesa.

Dobbiamo tagliare gli sprechi, la spesa inutile, la corruzione: la madre di tutte le riforme, conclude il professore Piga, è la riforma della pubblica amministrazione.

03 ottobre 2022

Anteprime Presadiretta – PNRR LAVORI IN CORSA

Governo problemi vecchi: questo nuovo, appena uscito dalle urne, dovrà occuparsi anche della gestione del PNRR, un’opportunità per ammodernare il paese grazie ai miliardi (anche in prestito) dall’Europa che sta diventando l’ennesimo treno perso per ammodernare il paese. E per potenziare la sanità pubblica, uno dei tanti temi spariti nel corso della campagna elettorale ma che riguarda la vita di tutti noi.

Negli anni passati (specie nei governi Berlusconi) i tagli nella pubblica amministrazione hanno privato la macchina dello stato di quel personale che ora servirebbe non solo per far funzionare meglio gli uffici, ma per gestire i progetti del PNRR. In tantissimi comuni – racconta Riccardo Iacona nell’anteprima, mancano le competenze per scrivere e partecipare ai bandi del Piano Nazionale di Resilienza. 

In una passata puntata di Presadiretta l’allora ministra alla pubblica amministrazione Bongiorno (governo Conte I) aveva assicurato che con quota 100 si sarebbe fatto il ricambio generazionale necessario dentro la funzione pubblica. Non è andata così.

Dall’articolo di Marco Palombi sul Fatto Quotidiano “Energia, Pnrr, debito e recessione. Le fregature di Draghi alla Meloni”

Pnrr. Partiamo dal Piano di ripresa e resilienza, il vero programma di governo di qui al 2026 con le sue spese e le sue riforme vincolanti, il presunto fiore all’occhiello di Draghi e soci. Al di là degli eventuali propositi di Meloni di modificarlo (ma serve l’accordo della Commissione Ue che di fatto ha già risposto no), c’è il problema che l’attuazione del Pnrr è in forte ritardo. Nessuna sorpresa, era consapevolezza diffusa che una tale massa di lavoro non potesse essere realizzata in tempi così brevi da una macchina ingolfata da decenni di sotto-finanziamento e desertificazione delle competenze. A peggiorare le cose è arrivata l’inflazione, che ha fatto rapidamente invecchiare le previsioni di costo di molte gare: solo un paio di settimane fa, però, il governo ha varato le norme attuative del decreto che provava a risolvere il problema. E così si arriva alla Nadef (la Nota di aggiornamento al Def pubblicata venerdì), dove il ministro dell’Economia Daniele Franco scrive che purtroppo nel 2022 non spenderemo tutti i soldi previsti: “Il più recente aggiornamento delle proiezioni riduce significativamente la stima relativa al 2022” (e aumenta quelle future). Ma di quanti soldi parliamo? “Le stime più recenti indicano che, dei 191,5 miliardi assegnati all’Italia, circa 21 miliardi saranno effettivamente spesi entro la fine di quest’anno”. E quanti dovevano essere? Secondo il Def di aprile quasi 30 miliardi, un rotondo 30 per cento in meno su una stima di neanche sei mesi fa. Ma com’è stato possibile questo ritardo? Be’, ci sono “gli effetti dell’impennata dei costi delle opere pubbliche” e poi “molti progetti altamente innovativi sono attuati tramite la predisposizione di bandi di concorso” e “lo svolgimento dei bandi richiede tempo”. Servono i bandi, chi l’avrebbe mai detto? 

I fondi per il PNRR potevano essere l’occasione giusta per risolvere l’eterna emergenza rifiuti: Presadiretta è andata a Bellolampo, la più grande discarica pubblica siciliana dove arrivano tutti i rifiuti indifferenziati di Palermo, più di mille tonnellate al giorno. Un volume altissimo tanto che si continuano a spendere soldi pubblici per ampliarla: una vera e propria emergenza che nasconde una scandalo, perché a Palermo non si ricicla nulla e la raccolta differenziata è ferma da anni.

Tommaso Castronuovo – presidente Legambiente Sicilia – racconta che da almeno dieci anni la differenziata nel capoluogo è ferma al 15%, come anche Catania e Messina, ben sotto l’obiettivo di legge che era stato fissato al 65%.
Per potenziare la raccolta differenziata il PNRR poteva essere un’occasione? Sono previsti oltre 1,5 miliardi per il potenziamento del riciclo e oltre 600ml per il miglioramento del sistema di raccolta differenziata: di questi oltre il 60% sono destinati alle regioni del sud: questa occasione purtroppo non è stata colta perché a Palermo il comune e la sua municipalizzata per i rifiuti si sono rimpallati la responsabilità per i progetti per ben sei mesi, fino al giorno di scadenza del bando quando, come scritto anche su un documento del comune, per un problema di caricamento dati si è dovuto dire addio a 30ml del pnrr con i quali il comune avrebbe potuto costruire 15 isole ecologiche, 9 centri di raccolta e un impianto di trattamento dei rifiuti.

Erano progetti che sono stati proposti e presentati da centinaia di comuni in tutta Italia, non erano progetti difficili – spiega il presidente di Legambiente: “fa rabbia perché è una occasione persa.”

Ma continua a mancare anche il personale dentro gli ospedali: medici, infermieri, OSS, ogni mese si perdono circa 100 medici, che vanno in pensione. E quando i piani del PNRR daranno vita alla medicina del territorio, chi ci andrà a lavorare?

Presa diretta ha girato diversi ospedali italiani tra cui il San Martino a Genova: anche questa struttura soffre di carenza di personale tanto è vero, come riporta il quotidiano locale Il Secolo XIX, a partire da settembre 2022, sono stati sospesi tutti gli interventi chirurgici non gravi di oncologia.

I medici del reparto non hanno smesso di operare, anzi, ma stanno destinando le loro forze a chi ne ha più bisogno – racconta Salvatore Giuffrida DG del Policlinico: è una spia d’allarme su quanto sta succedendo nell’ospedale, dove mancano 180 infermieri e 100 OSS, di cui hanno già fatto richiesta e che dovrebbero essere inseriti a partire da ottobre.
La situazione del Policlinico è comune ad altri ospedali in Liguria: questa è stata la regione che ha subito maggiori tagli in tema di sanità – spiega Ferruccio Sansa a Presadiretta: c’erano 21mila persone tra medici, infermieri e oss, che lavoravano qui nel 2010 ora siamo a 15mila, seimila persone in meno.

Che fine han fatto queste “persone in meno” dentro la sanità? Riccardo Iacona ha incontrato Cozeta e Pasquale: vivevano in Puglia poi, 13 anni fa sono venuti in Liguria per uscire dal lavoro a nero e qui hanno trovato il contratto, lui come operaio lei come operatrice socio sanitaria, contratto a tempo determinato in una cooperativa ed impiegata nell’ospedale di Sarzana. Qui ha lavorato ininterrottamente per dieci anni, fino al licenziamento. Quando è stata intervistata da Iacona non aveva ancora ricevuto la cassa integrazione: “cerchiamo di andare avanti con molti sacrifici, per risparmiare e per capire che il mese dopo devo pagare il mutuo perché per questa casa ho fatto molti sacrifici per farla .. e alle banche non do la soddisfazione di prendermela. Ma il signor Toti deve trovarmi il mio lavoro, pagato dignitosamente come OSS. Io sono andata nella regione e neanche mi ha ricevuto, eravamo più di 40 fuori, al freddo, ad aspettare la nostra pagnotta. E io voglio, pretendo il mio posto: a 50 anni devo cambiare mestiere? Io ce l’ho una professione. Abbiamo fatto mille proteste e ci hanno chiuso le porte in faccia. E ci hanno chiamato eroe: io due anni ho lavorato come eroe, l’ho fatto con passione. Tutti quanti i miei vicini avevano parenti ricoverati [per il covid]. Non riusciva a venire nessuno in ospedale e io che andavo in casa e li prendevo .. ”
Cozeta si è anche ammalata di covid durante la prima ondata a dicembre 2020: la cooperativa non aveva dato loro i dispositivi di protezione, le mascherine, le tutine. Poi le mascherine sono arrivate, una al giorno per turni di 14 ore, e la tuta, pesante, come quella dei vigili del fuoco, che doveva essere lavata a metà giornata prima di riprendere il lavoro, perché Cozeta lavorava anche nelle terapie intensive.

Ha lavorato col covid fino al 31 maggio. Dopo di cui non è stata più una eroe, ma solo una disoccupata.

La scheda del servizio:

Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza sotto la lente di ingrandimento della nuova puntata di "PresaDiretta", in onda lunedì 3 ottobre alle 21.25 su Rai 3.
Il Pnrr è la grande occasione dell’Italia, riusciremo a mettere in piedi i progetti e rispettare tutti i tempi richiesti dall’Europa e spendere i soldi che ci sono stati prestati per cambiare la faccia del nostro Paese? Il Pnrr ha fin qui rispettato la tabella di marcia europea, pur tra mille difficoltà e il viaggio attraverso l’Italia di "PresaDiretta" le ha raccontate.
Sanità pubblica: il Pnrr la vorrebbe rivoluzionare e cambiare la faccia anche della medicina del territorio. Più di 8 miliardi per la digitalizzazione, per rinnovare le infrastrutture sanitarie e il parco tecnologico degli ospedali. E 7 miliardi per la medicina del territorio, per creare le Case della Comunità e portare la medicina pubblica più vicino alla gente. Ma in Italia mancano all’appello migliaia di medici di base e solo quest’anno ne vanno in pensione quasi 4000, come faranno allora a funzionare le nuove strutture territoriali?
I Comuni e la grande sfida del Pnrr: 66 miliardi da spendere tra mille problemi. Il personale tecnico e amministrativo negli anni si è assottigliato e oggi alle amministrazioni locali mancano ingegneri, contabili, geometri per scrivere i progetti e partecipare ai bandi. E poi la tabella di marcia europea, che impone un ritmo sempre più serrato. Se falliscono le amministrazioni locali, fallisce l’Italia. "PresaDiretta" è andata in Sicilia, in Calabria, in Abruzzo, in Molise, ha attraversato il Paese per raccontare gli ostacoli sulla strada di questa importante sfida. Ha ascoltato i sindaci, i cittadini, gli esperti, ha raccolto esperienze positive e occasioni mancate.
In studio Riccardo Iacona ne parlerà in diretta con i suoi ospiti, tra i quali l’economista Gustavo Piga, fondatore dell’Osservatorio sul Recovery Plan e Matteo Ricci sindaco di Pesaro.
“Pnrr lavori in corsa” è un racconto di Riccardo Iacona con Sabrina Carreras, Daniela Cipolloni, Marianna De Marzi, Giuseppe Laganà, Fabio Colazzo, Massimiliano Torchia.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.