14 febbraio 2023

Presadiretta – i risultati delle elezioni e l’acqua che manca

Puntata dedicata ad una risorsa preziosa come l’acqua: Presadiretta nel secondo servizio racconterà di cosa va fatto per non sprecarne nemmeno un goccio.

Ma prima dell’acqua Presadiretta si occuperà del voto nel Lazio e nella Lombardia, col dato incredibile dell’astensione: la maggioranza degli elettori non ha vota, non ha fiducia in questa politica, in questi candidati.

In studio a commentare il voto Marco Damilano: il giornalista ha citato un saggio di Saramago, dove in un paese spuntano solo schede bianche, gli elettori non si interessano alla politica.
La cosa che preoccupa è quando l’elettore non crede più nella politica, nelle elezioni locali e in quelle nazionali.

È come se segassimo il ramo dove siamo seduti – il commento di Iacona: nella capitale solo il 33% ha votato, nei giorni in cui abbiamo festeggiato la nostra Costituzione.

Cosa ha portato a questo?
Giovanni Diamanti di Youtrend ha commentato il consenso nelle due regioni: dal 2016 al 2023 il centrosinistra è sparito nel Lazio, dopo dieci anni di governo nella regione. Stesso discorso anche nelle città, come Latina e Rieti.
Agli elettori è stato chiesto quanto è stata importante la scelta dei rifiuti nel voto: circa l’83% dei votanti ha detto che era importante, del resto il termovalorizzatore ha bloccato l’alleanza nel Lazio tra Pd e 5 stelle ed è stata una delle cause della caduta del governo Draghi.

I rifiuti a Roma

Con le elezioni le strade di Roma sono abbastanza pulite, ma nei mesi passati l’immagine di Roma è legata ai rifiuti: i cittadini di un quartiere della capitale è arrivata a voler fare una azione legare contro il comune per tutta la montagna di rifiuti.
Il termovalorizzatore è stato al centro della discordia: dovrebbe essere costruito tra i comuni di Pomezia e Albano Laziale e dovrebbe raccogliere tutti i rifiuti di Roma e delle periferie.
Oggi non è possibile fare a meno dell’inceneritore, forse in un futuro, ma al momento la raccoltsa differenziata non consente una scelta diversa.
Il problema è che comuni come Albano Laziale la differenziata la fanno al 70%, la presenza dell’inceneritore è una beffa per il sindaco della città: assieme ad altri sindaci della zona ha scritto a Gualtieri, dove esprime la sua preoccupazione di diventare la pattumiera di Roma.
Ad Albano c’è anche la discarica di Roncigliano, riaperta dalla Raggi dal 2021 che sta prendendo i rifiuti anche ora.
A Guidonia c’è l’impianto di trattamento rifiuti che ora è sotto collaudo dopo anni in cui è rimasto fermo: anche a Guidonia fanno la differenziata e non sono contenti di questo vecchio impianto che verrà ora aperto.
Il Lazio ha una % di differenziata del 53%: la metà dei rifiuti organici viene gestiti fuori regione che ha una ricaduta in termini di costi per i cittadini laziali.
Ad incidere sui costi dei rifiuti è il loro trasporto verso le altre regioni, fino in Olanda.
I rifiuti sono un problema vero: è uno scandalo che Roma non sia riuscito in questi anni a risolvere il problema, in questi anni non si è fatta alcuna politica in tal senso.
I rifiuti sono stati usati come arma politica, la politica ha abdicato al suo compito: i rifiuti sono l’oro per molte persone, che li usano per condizionare sindaci e amministratori.
Si doveva fare la sintesi di politica – racconta Damilano: si dovevano ritrovare sindaci per trovare una soluzione d’accordo, come nel caso del sindaco di Guidonia che ha scritto al sindaco di Roma senza avere risposta. Ma poi c’è anche qualcuno che deve prendere una decisione.

Il voto in Lombardia

Il centro sinistra non ha mai vinto in Lombardia, cinque anni fa – racconta Giovanni Diamanti – la partita sembrava contesa, oggi invece è una regione completamente a destra. La provincia di Milano è divisa a metà. C’è anche un solco tra le città e le province: nelle grandi città il centro sinistra è davanti, ma poi fuori dai capoluoghi aumenta il vantaggio del centro destra.
La domanda fatta da Youtrend riguardava la sanità: la sanità ha inciso il voto? Il 91% ha risposto si, in modo trasversale. Evidentemente molti lombardi che hanno votato sono soddisfatti da questo modello.
A Milano Letizia Moratti ha preso il 12% dei voti, molto poco.

La sanità in Lombardia

Anche la sanità, come i rifiuti, è un tema vero: nella mia regione la sanità sta diventando a pagamento. Per chi ha i soldi, per chi se lo può permettere. A Vimodrone 2000 cittadini non hanno un medico, né un pediatra e nemmeno la guardia medica.

In Lombardia c’è l’eccellenza sui grandi ospedali, mentre per le visite si deve andare nel privato, perché le agende degli ospedali pubblici sono chiuse, perché le liste d’attesa sono lunghe.
Provate voi a chiamare il numero verde del cup e ad ascoltare la musica fastidiosa.
Ma a parlare di questi argomenti, a parte Presadiretta e Report, c’è molta poca informazione: delle liste d’attesa ne parla ogni settimana il dottor Agnoletto nella trasmissione di Radio Popolare.
Ci sono esami in Lombardia che hanno tempi di attesa di più di 1 anno, come la colonscopia: ma se chiami il privato e paghi qualche centinaia di euro, basta aspettare pochi giorni.
La Lombardia ha tanti CUP, non c’è una sola struttura che vede tutte le agende pubbliche e private: questo produce il fatto che siamo prede dei privati accreditati - racconta la professoressa Sartor – ma sono i privati che scelgono loro quali esami fare e quali no, quelli più convenienti e remunerativi.
Sotto elezione però Fontana ha trovato i soldi per snellire le liste d’attesa, strano.

Se si vuole cambiare questo modello, bisogna far pagare ai privati, quelli che hanno aperto centri prelievi o di controllo perfino nelle metropolitane.
Caro cittadino sei insoddisfatto del servizio pubblico? Ci sono le smart clinic del privato, che decide lui quali servizi offrire al pubblico, decide lui quanto aprire delle sue agende.

Della sanità ne ha parlato il giornalista Michele Sasso: chi non può permettersi di spendere in Lombardia non può curarsi e questo aumenterà l’ingiustizia sociale.
Noi cittadini paghiamo le tasse affinché un sistema politico distruggesse i nostri diritti, il nostro sistema sanitario nazionale.

In Lombardia la coalizione di centro destra si è rafforzata, il PD ha rintuzzato l’attacco di Conte e dei 5 stelle, ma è una magra consolazione.
Stiamo arrivando ad una situazione di democrazia bloccata, una democrazia che esclude i molti a favore dei pochi, una democrazia per i clientes, per chi ha i danè.

Acqua meno 40%

Che bello il sole d’inverno: ma significa anche meno giornate di pioggia, le acque del fiume Po al minimo storico, la neve sulle montagne non placa la siccità del più grande fiume italiano.
I fiumi che scendono dal Monviso verso Torino sono desertificati: i segnali della siccità sono visibili da decenni, i nostri ambienti alpini sono caratterizzati da lunghe fasi di carenza idrica – racconta il professor Fenoglio a capo dell’osservatorio del Monviso.
Le Alpi non sono più un serbatoio alpino e così i fiumi diventano pericolosi anche dal punto di vista sanitario: le Alpi stanno sperimentando una crisi idrica senza precedenti.
Le nevicate sono poi spazzate via dal caldo, non si sciolgono più nella primavera: i ghiacciai sono arretrati anche di duecento metri.
A secco sono anche i laghi, come il Maggiore, come il Garda ai minimi storici: siamo a 70 cm in meno, acqua che non può entrare nei canali e nei campi da irrigare.
La prossima estate sarà difficile aprire il lago per dare acqua ai fiumi e ai canali: Michele Prunetti è un ricercatore del CNR, a Presadiretta racconta di come il 2022 sia stato l’anno con più siccità e anche l’anno più caldo, a soffrirne sono state le regioni del nord ovest.
Ma questo è un trend non una eccezione: negli ultimi 20 anni il nord si è scaldato sempre, ogni anno. L’inverno sarà sempre più corto, specie nelle montagne, stiamo perdendo la neve sulle montagne e questo significa meno acqua nei fiumi.
Il Po ha perso 5 mld di metri cubi di acqua: nel corso del fiume sorgono delle isole, tanto il fiume è basso. Le portate sempre inferiori del Po avranno un impatto sulla popolazione che vive attorno, sono 20 ml di abitanti di 4 regioni, che oggi dovrebbero occuparsi di questo problema andando nella stessa direzione.
Il Veneto ha 400 idrovore, migliaia di km di canali per portare l’acqua dove serve: la rete dell’acqua alimenta il territorio del Veneto, ma oggi le cattedrali dell’acqua sono in difficoltà.
Meno acqua, meno energia idroelettrica (come quella dalle turbine sul Brenta), meno acqua per i campi.
I consorzi agrari stanno pensando a ricaricare le valli con le risorgive, canali che imprigionano l’acqua.
Ma alla foce del Po si capisce bene l’entità del problema: qui l’acqua è infiltrata da quella salata del mare che crea problemi agli allevatori delle vongole e di altri molluschi.
I pescatori del consorzio del Po cosa faranno quando l’acqua del mare risalirà ancora di più verso il fiume?

A Porto Tolle hanno dovuto comprare un desalinizzatore dalla Spagna per avere acqua dolce: il riso è andato, racconta la sindaca, forse si salva qualcosa nell’entroterra.
Ma oltre che sensibilizzare la regione e Roma non possono fare nel comune di Porto Tolle: sanno che succederà di nuovo, questa estate, non avranno più acqua per le culture.

Il sale del mare brucia le campagne del Polesine: l’acqua dei canali è salata e le risaie così spariscono, arrivando alla desertificazione del territorio.
È un problema comune alle provincie di Rovigo e Ferrara: niente insalate IGP, niente radicchio, niente riso.

Senza acqua non possiamo fare niente, racconta a Presadiretta un agricoltore: dovrebbe essere un problema, anzi il problema di cui dovrebbero discutere i governanti alle varie COP.
A rischio sono anche le falde, anche loro sono a rischio, come i nostri consumi: già oggi i cambiamenti climatici, all’origine della siccità e della mancanza di pioggia e di neve, stanno creando problemi all’agricoltura.

A Pavia, zona di risaie, il paesaggio sta già cambiando: le tradizionali culture devono essere sostituite da nuove culture, meno idro-esigenti ma anche meno redditizie.

Alessandro Macina è andato a visitare l’azienda del signor Tacchini, che aveva 80 ettari di riso, “specialmente di qualità, come il riso Carnaroli, Volano, Arborio, che vengono usati specialmente nei ristoranti. Io ho perso nella mia azienda dal 65 al 70% di produzione lorda vendibile, non recuperabili. Io quest’anno ho già cambiato la mia produzione seminando dei cereali come l’orzo, la colza ..”
Questo scelta è fatta per cercare di far quadrare i conti, ma la resa non è la stessa: non è bastato nemmeno passare alla semina in asciutta del riso, con meno acqua, per salvare il raccolto.
“Il riso non si può fare senz’acqua: qui l’acqua arrivava con alla goccia oppure il canale era asciutto. Se vengono ancora annate così certe aziende chiudono. Vedendo le mie campagne bruciare e il secco, mi sentivo non in pianura Padana ma nel deserto. ”

Nella provincia di Lodi a fare le spese della siccità sono stati i campi di mais, che in estate hanno bisogno di tanta acqua.
I prati stabili della zona catturano la co2, danno foraggio di qualità per le mucche, che senza foraggio e acqua non produce latte e non si ingravida.
Meno cibo, meno latte, meno bovini: nel lodigiano potrebbero decidere di abbattere dei capi a causa della siccità: un problema rilevante per questa zona dove si produce il Grana Padano.
Il direttore del Consorzio del Grana Padano racconta che stanno addirittura pensando di riciclare l’acqua delle deiezioni.

In Emilia Romagna stanno studiando le irrigazioni intelligenti, con micro-irrigatori efficienti, controllati da remoto, per mantenere quell’agricoltura di qualità che avevano fino a qualche anno fa.

In Pianura Padana, al CREA, stanno già selezionando il grano che avrà bisogno di meno acqua: selezionano i geni delle piante che possano resistere alle maggiori temperature e alla minore irrigazione.
Piante pronte a tutto: il mondo della ricerca sta cercando il modo di selezionare piante che possano resistere domani. La stessa ricerca la fanno alla AgroInnova a Torino, con lavori di ricerca sui parassiti: qui raccontano di come le culture si sposteranno verso il nord, con un impatto importante sul PIL. Avremo le banane coltivate in Sicilia, ma anche l’avocado, il mango, che prendono il posto degli agrumeti, come se fossimo in un paese tropicale.

Quando piove, poco, perdiamo pure l’acqua dal cielo: tutta colpa della cementificazione dei campi per dar spazio alle autostrade, ai capannoni dei poli logistici che spuntano sempre più in Pianura Padana.
Il consumo di suolo è stato maggiore in Lombardia ed Emilia, le regioni che oggi soffrono di più della siccità: il suolo libero è capace di stoccare acqua – racconta il professor Sileri del Politecnico– acqua che viene poi distribuita alle falde. Ma con la cementificazione tutto questo è perso.

Non sappiamo quanta acqua consumiamo, non sappiamo quanta acqua cade sul territorio: conosciamo pochissimo una risorsa così preziosa, perché ci sono molti enti che non si scambiano dati, perché al sud ci sono molti enti privati che prelevano acqua direttamente dai bacini.
Dovremmo fare come in Umbria dove da 20 anni monitorano l’acqua consumata, l’acqua che esce dalle fonti, l’acqua che si perde nella rete di distribuzione.

L’idea della regione è collegare tutti i canali, le dighe, in una sola rete: la parola d’ordine è interconnessione, perché non esistono sorgenti infinite.

Che fare?

Secondo l’ANBI, l’associazione dei consorzi di bonifica, dobbiamo mettere le politiche di adattamento alla siccità in cima all’agenda politica: purtroppo delle acque se ne occupano tanti enti e diversi ministeri, non esiste una piano unico idrogeologico.

Il presidente di Anbi chiede che ci sia un solo ente che si occupi di questo problema, perché i cambiamenti climatici non aspettano i tempi della burocrazia.

Che proposte hanno fatto al governo? Il piano “laghetti” per creare riserve di acque nei momenti di siccità, piccoli invasi da creare sul territorio nazionale. Mancano i soldi però, sebbene l’idea funzioni, come si vede a Ravenna a Poggio san Ruffillo, dove i laghetti sono tutti collegati.
Potremmo fare lo stesso in Lombardia, nel bresciano nella zona dei fontanili: i laghetti li stanno costruendo nelle cave dismesse.
Si potrebbe recuperare l’acqua dalle acque reflue depurate, ma mancano gli impianti di recupero.

In Sardegna hanno fatto scorta di acqua col sistema delle dighe, gestite da un unico ente, la regione: l’acqua degli invasi serve poi nei periodi estivi, con meno precipitazioni. Le dighe sarde funzionano perché sono in comunicazione, possono trasferire l’acqua da un bacino all’altro, cosa importante quando piove in modo irregolare.

Nemmeno delle dighe abbiamo un censimento nazionale però, perché molte regioni non forniscono allo stato centrale tutte le informazioni: eppure come sanno in Spagna, le dighe sono fondamentali per contrastare la siccità.

In Olanda la sfida è oggi trattenere l’acqua, non tenerla fuori dai porti: a Rotterdam hanno realizzato dei laghetti urbani che raccolgono la pioggia, per non creare problemi alle case (e agli scantinati che si allagavano con la pioggia) e non disperderla.

Altra soluzione è aumentare le falde acquifere dei fiumi: usare il sottosuolo come una banca dove immagazzinare l’acqua, prendendola dai fiumi. Ci sono anche interventi di rimodulazione dell’alveo dei fiumi, sempre con l’obiettivo di tenerla nel sottosuolo ed evitare che arrivi nel mare.

Sono tutte tecniche che dovremmo mettere a fattor comune, senza dimenticarci poi l’obiettivo della lotta ai cambiamenti climatici, abbassando le emissioni, abbassando la temperatura del pianeta.

13 febbraio 2023

Anteprima Presadiretta – le elezioni regionali e l’acqua (che manca)

Questa sera Presadiretta si occuperà dell’analisi del voto per le regionali in Lombardia e nel Lazio: il risultato di queste elezioni ha un valore importante non solo perché parliamo delle due maggiori regioni in Italia, ma per gli effetti politici sia per il rapporto maggioranza - opposizioni sia per i rapporti di equilibrio all’interno della maggioranza. Nel caso in cui anche in Lombardia il partito di Meloni dovesse fare le scarpe a Salvini e Berlusconi potrebbero acuirsi quelle tensioni tra i tre leader di questo governo di destra.

A seguire un servizio estremamente importante sull’acqua: negli ultimi anni è piovuto il 40% in meno, il Po è in secca e il mare entra nell’entroterra, col risultato di distruggere i campi coltivati. Come i campi di riso inariditi dall’acqua salata: "Il riso non si può fare senz'acqua" raccontano i proprietari dei campi.

Acqua meno 40%

Piove sempre di meno e in modo così intenso che il terreno non è più capace di assorbire le precipitazioni. Tutto questo è l’effetto dei cambiamenti climatici, non possiamo più permetterci di perdere nemmeno un goccio d’acqua: Presadiretta è andata a vedere le conseguenze della siccità dell'ultimo anno, è racconterà anche di come sono cambiate le colture in Sicilia a causa dell'aumento delle temperature.
A Pavia, zona di risaie, il paesaggio sta già cambiando: le tradizionali culture devono essere sostituite da nuove culture, meno idro-esigenti ma anche meno redditizie.


Alessandro Macina è andato a visitare l’azienda del signor Tacchini, che aveva 80 ettari di riso, “specialmente di qualità, come il riso Carnaroli, Volano, Arborio, che vengono usati specialmente nei ristoranti. Io ho perso nella mia azienda dal 65 al 70% di produzione lorda vendibile, non recuperabili. Io quest’anno ho già cambiato la mia produzione seminando dei cereali come l’orzo, la colza ..”

Questo scelta è fatta per cercare di far quadrare i conti, ma la resa non è la stessa: non è bastato nemmeno passare alla semina in asciutta del riso, con meno acqua, per salvare il raccolto.
“Il riso non si può fare senz’acqua: qui l’acqua arrivava con alla goccia oppure il canale era asciutto. Se vengono ancora annate così certe aziende chiudono. Vedendo le mie campagne bruciare e il secco, mi sentivo non in pianura Padana ma nel deserto. ”
Il viaggio di Presadiretta è partito da dove nasce il Po, sul Monviso, coi grandi invasi in difficoltà, le montagne senza neve: nei suoi 650 km il fiume attraversa la Pianura Padana fino all’Emilia e al Veneto dove la siccità è ormai strutturale e l’acqua marina entra nel fiume risalendo la corrente e bruciando tutte le colture.

È a rischio il sistema agricolo nel nord Italia che produce da solo il 50% del PIL agricolo è industriale: Presa diretta racconterà quali sono le possibili soluzioni da mettere in atto per non sprecare l’acqua ed evitare il disastro.

La scheda del servizio:

La prima parte della puntata viene dedicata ai risultati delle Elezioni Regionali in Lazio e in Lombardia. A PresaDiretta, a poche ore dalla chiusura dei seggi, l'analisi del voto e i risultati in tempo reale. Le inchieste di PresaDiretta in Lazio e in Lombardia sui temi che hanno scaldato le campagne elettorali. In studio con Riccardo Iacona: Giovanni Diamanti analista politico e cofondatore di YouTrend, il portale italiano che elaborerà in esclusiva per PresaDiretta, mappe elettorali e sondaggi e Marco Damilano, giornalista, saggista e conduttore della striscia quotidiana "Il cavallo e la torre" per riflettere sulle scelte politiche dei quasi 8 milioni di cittadini che sono stati chiamati al voto.

E poi il secondo appuntamento con le grandi inchieste di PresaDiretta, dedicato a uno degli effetti più drammatici del cambiamento climatico: la mancanza di acqua. In Italia siamo già a meno 40% del fabbisogno: acqua da bere, acqua per l'agricoltura e per l'industria. Il bene più indispensabile, non basta più. Il Nord Italia, l'area che sta soffrendo di più, produceva il 50% del Pil agricolo e industriale d'Italia. Ma tutto sta cambiando. Cosa fare per arginare il disastro? Sono tanti i modelli positivi in Europa. PresaDiretta è andata in Olanda e in Spagna, paesi che hanno inventato soluzioni innovative per risolvere i problemi idrici. E anche in Italia: in Sardegna esiste la più sviluppata rete di dighe di tutte le regioni italiane, in Umbria si monitora l'acqua da 25 anni, in Toscana si riesce a ricaricare le falde acquifere. Il problema nel nostro Paese è la moltiplicazione dei centri decisionali che non permette di fare sistema attorno alla preziosa risorsa dell'acqua.
“Acqua meno 40%” è un racconto di Riccardo Iacona con Marianna De Marzi, Giuseppe Laganà, Alessandro Macina, Francesca Nava, Roberta Pallotta, Elena Stramentinoli, Cesarina Trillini, Matteo Delbò, Fabrizio Lazzaretti, Alessandro Marcelli, Massimiliano Torchia.
 

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

12 febbraio 2023

È così che si muore di Giuliano Pasini

 


Allora è così che si muore. Le gambe non reggono. Le braccia cadono. Cado anch’io. Mi schianto a terra. Non fa male, è tutto morbido, dolce. Sotto la guancia sento caldo. È il sangue che esce da me, la mia vitaccia che se ne va.

C’è un uomo che sta morendo nel prologo: si dice che negli ultimi istanti ti passa tutto davanti, quello che hai fatto, quello che forse avresti potuto fare. Una donna dai capelli biondi, una mazurka da fischiare.

Siamo sull’appennino Emiliano, in un paesino chiamato Case Rosse, uno di quelli dove ci si conosce tutti e tutti ci si ritrova al bar. Anche il commissario, o comisàri nel dialetto di queste parti, lo conoscono tutti anche perché Roberto Serra è tornato a Case Rosse dieci anni dopo aver gestito un brutto caso di omicidio, un capodanno di sangue che ancora lo accompagna coi suoi brutti ricordi.

È lui, assieme all’agente Rubina Tonelli, ad accorrere nella frazione Cà di Sotto, dove sono già arrivati i pompieri, per un incendio scoppiato nella casa di Eros Bagnaroli, dopo una telefonata del vicesindaco. Dalle fiamme che avvolgono la casa e le stalle sale un odore acre di carne bruciata, le bestie che non sono riuscite a scappare, ma dalla casa i pompieri tirano fuori anche il corpo di una persona, proprio Eros, chiamato Burdigòn (in dialetto scarafaggio), che qui viveva assieme alla sua donna, che in paese chiamano Quelladonna, non proprio un complimento. Non era una persona molto benvoluta in paese: forse per questo qualcuno lo ha ucciso, magari prima di appiccare un incendio.

C’è una macroscopica anomalia, un’orrenda nota stonata. L’uomo ha la bocca spalancata. E una seconda bocca sul collo, uno squarcio che spicca sull’incarnato esangue.

C’è quasi tutto il paese ad assistere a quell’evento: la compagna di Eros, il fratello Rigo, il vicesindaco, quello delle pompe funebri (chiamato Faina, perché i soprannomi non mancano), un volontario del pronto soccorso, la Nives, un’anziana signora amica di Serra.
E poi ci sono i due poliziotti che non possono fare altro che chiamare gli investigatori dalla Questura di Modena e i carabinieri del RIS per le rilevazioni sulla scena del crimine.

Perché nonostante lavori nel commissariato più piccolo della città, Serra ha tante conoscenze, come quella del comandante del Ris, il generale Minimo.
Non è un poliziotto qualunque il commissario Serra: ha lavorato a Roma e in altre città, conosce il comandante del Ris. È figlio di un poliziotto, ucciso in un agguato tanti anni prima, mentre in auto andavano in vacanza, nel giorno in cui lui ha smesso di essere un bambino.
Ma queste sono cose che impareremo un pezzo alla volta su questo poliziotto che ama andare a correre, che si è nascosto in questo paesino sull’Appennino e che è tormentato dal suo passato.
E che ora deve tornare ad indagare su un delitto: il commissario Corazza, gli spiega che ha altre rogne in città e che lui e la sua assistente potrebbero fare le indagini sul campo, visto che stanno sul posto.

Perché c’è il rischio che questo fascicolo finisca in una archiviazione, oppure ..
«Oppure proviamo ad arrivare in fondo a ’sta storia. Sapendo che gran parte del lavoro sarete voi a farla, perché io dovrò star dietro a spacciatori e ragazzine.

Era tornato a Case Rosse per scappare ai suoi fantasmi, la morte dei genitori, quel delitto brutale avvenuto dieci anni prima proprio in quel paesino, la separazione da Alice e dalla figlia Silvia. E ora si trova nuovamente ad indagare su un delitto, un uomo sgozzato e lasciato bruciare nella sua casa, una persona che veniva chiamata Burdigòn perché viveva nella merda dei suoi animali. Serra deve tenere a bada la sua malattia, la Danza: un momento in cui la sua mente sembra staccarsi dal corpo e lui inizia a vedere momenti della sua vita ma dal di fuori, visioni che gli dicono anche qualcosa su quel delitto. Un male che ha cercato di tenere a bada col bere, ogni giorni sempre di più, un bicchiere di grappa dopo l’altro, per tenere a bada anche quel tremore.

Il ritmo dei passi si fa sincopato. La circonferenza si allarga di nuovo. La Danza sta per raggiungere l’acme. Il Roberto di oggi sfiora gli alberi, la casa di Nives

Questa volta, diversamente da quella strage di dieci anni prima (“Venti corpi nella neve” ediz. Piemme) Serra ha una aiutante: si tratta dell’agente Rubina Tonelli, romagnola, che diversamente da Serra, è stata in quel luogo per punizione. Anche lei come Serra nasconde tanti segreti nel suo passato: non potrebbero essere più diversi loro due, come il giorno e la notte, tanto riflessivo Serra tanto impulsiva la giovane agente. Li accomunano quelle cicatrici sul proprio corpo, testimonianza di quel vuoto che si portano dentro che colmano con la grappa, Serra, con i suoi giro notturni Rubina, quando cambia volto.
Eppure ora devono lavorare assieme per questa indagine che parte col disegno di un pentagono: è il metodo arcaico che Serra ha imparato ad usare per ogni delitto:

.. un pentagono. Accanto al vertice scrive: Vittima. Poi, scendendo verso sinistra: Luogo. Alla base: Momento e Azione. A destra: Movente.
«A Modena abbiamo strumenti un filo più sofisticati...»

Quello che sembra un insignificante delitto di provincia, diventa un’indagine che mette a dura prova i due investigatori: nonostante l’aiuto della scienza e il rapporto diretto col Ris del generale Minimo, per scoprire le cause del delitto devono andare a scavare dentro le vite degli abitanti di questo borgo, dove vengono considerati degli estranei. Non aveva nemici questo Eros, ma nemmeno degli amici. Il fratello lo considerava causa delle sciagure della sua vita. Doveva dei soldi che aveva perso al gioco.. ma dove li prendeva poi i soldi?

Il mio vecchio capo diceva che bisogna capire le vittime per capire gli assassini.

Per arrivare a capire la vita del morto Serra e Rubina verranno sparati, aggrediti da uno del paese, si ritroveranno fianco a fianco e poco alla volta quel muro che avevano innalzato per non mostrare le cicatrici dovrà cadere.

«.. Siamo due naufraghi, io e te. Costretti ad aggrapparci a quello che possiamo. Anche uno all’altra, se non avessimo così paura.»

Non scorre fluida la lettura di questo giallo, per la scelta dell’autore di catapultarci dentro la storia senza raccontare nulla del passato di questo poliziotto “complicato”, che emerge una pagina alla volta: bisognerà avere pazienza ed arrivare a fine lettura quando tutti i pezzi andranno ad incastrarsi uno con l’altro. E lo stesso varrà anche per quel delitto di maggio, la morte di quest’uomo senza nemici che negli ultimi istanti pensa ad una donna e ad un bambino.

Bella l’ambientazione, nella provincia italiana, che emerge prepotentemente anche grazie all’uso del dialetto e che Pasini racconta usando tutti i sensi a disposizione. Interessanti i due protagonisti principali, non scontati e non banali, che acquisiscono spessore e carattere pagina dopo pagina.
Non sarà l’ultimo romanzo col commissario Serra e l’agente Tonelli, lo racconta l’autore nelle pagine dei ringraziamenti (che io leggo sempre, per ogni libro), “ho in mente trame in cui non vedo l’ora di infilarmi. Anzi di infilarci lui e Rubina Tonelli”.

La scheda sul sito di Piemme

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon


07 febbraio 2023

Presadiretta – i poveri non esistono!

La signora Claudia, una delle persone intervistate da Iacona, ha visto la luce in fondo al tunnel col reddito di cittadinanza, per uscire dalla povertà.

La trasmissione si è anche occupata dell’evasione, dello scandalo del lavoro nero. E della tanta solidarietà di quelli che aiutano i poveri, quelli che la politica non vuole vedere e che ha marchiato come fannulloni da divano.

Invece ci sono i poveri e i volontari che portano i pacchi alimentari per i genitori, per la famiglia. Pensionati che devono decidere se fare la spesa o pagare le bollette. Oppure il disoccupato che si vergogna di prendere l’aiuto.

I 300 volontari dell’associazione Donna Roma fanno un lavoro incredibile, raccogliendo cibo, vestiti e perfino giocattoli: danno da mangiare e aiutano quasi 3000 nuclei familiari, eppure non basta mai, perché la povertà aumenta ogni settimana e la domanda supera l’offerta.
Ci sono persone che arrivano da Donna Roma, segnalati dai servizi sociali, che devono tornare a mani vuote perché manca il pacco.

Ma Donna Roma aiuta anche le persone con le richieste per ottenere il reddito di cittadinanza: come il signor Piero, che ha perso il lavoro con la pandemia e ora ha ottenuto il reddito, poche centinaia di euro che gli consentono di evitare di lavorare in nero per avere dei soldi per andare avanti.

La signora Ida vendeva abiti col marito e con la pandemia è iniziata la crisi, hanno perso il negozio: i 550 euro del reddito le hanno salvato la vita, “oggi mi sento protetta”.

Queste forme di sostegno sono comuni in Francia e in Germania: quello che è normale altrove, in Italia è considerato “metadone” di stato.
Anche Charon ha sempre lavorato, per dieci anni: i problemi sono arrivati coi figli, i datori di lavoro le hanno iniziato a dire che era un problema lavorare per loro. Con isee a 0 e con tre figli prende 600 euro al mese: sono soldi con cui può dare da mangiare ai figli, ma se trovasse un lavoro lascerebbe subito il reddito.

Ma il problema è che le offerte non arrivano, i corsi di formazione sono insufficienti per dare altre possibilità alle persone che devono riciclarsi nel mondo del lavoro.

Non c’è solo Donna Roma, c’è anche la Caritas, ci sono le parrocchie, la comunità di Sant’Egidio che è passata da 3 a 28 centri a Roma per distribuire aiuti.
In Italia i poveri assoluti sono 5,6 ml, in povertà relativa sono 8,8 ml di persone: cosa sarebbe successo a loro senza il reddito di cittadinanza che ha aiutato più di 4 ml di persone.

La risposta è semplice, ci sarebbero state altre 4,8 ml in povertà in più.

Oggi il governo Meloni lo vuole togliere: lo ha chiamato il metadone di stato l’attuale presidente del Consiglio. Ma chi sono i percettori?
Presadiretta è andata ad incontrali a Milano e nei luoghi dove l’economia dovrebbe tirare di più. E invece ..

Iacona è andato a Milano, lungo viale Monza, quartiere San Giovanni: davanti si snoda la fila di persone in attesa di un aiuto dalla Onlus Pane Quotidiano, sin dalle 6 del mattino.
Il pane non deve mai mancare a nessuno, è il principio della onlus: qui si distribuisce pane, salumi, frutta e verdura, tutto arrivato dalle donazioni.
1300 tonnellate di cibo nel 2021: qui arrivano 4000 persone al giorno, molti italiani, pensionati, quelli con pensioni da fame (299 euro), i nostri nonni, persone che hanno perso il lavoro.
Persone che vivono oggi grazie anche alla solidarietà di questa rete di contrasto alla povertà – racconta Claudio Favignana.

Povera Milano, anche qui la povertà avanza.
Le persone in cerca di aiuto sono aumentate dell’11 %, la povertà è cresciuta anche dopo la pandemia: nel supermercato solidate nel Gallaratese le famiglie possono fare la spesa con una carta di solidarietà, che è meno imbarazzante per le persone rispetto ai pacchi.
Qui arrivano persone pagate con salari da fame, con impieghi a chiamata, effetti del precariato spinto: al centro per l’impiego del Corvetto ci sono gli sportelli per le offerte di lavoro, solo la minima parte sono contratti stabili. La maggior parte delle offerte di lavoro sono a termine, a rischio di lavoro povero.
Anche lavori da 4 euro all’ora, a persone che lavorano nei musei di Milano, per 40 ore settimanali. Stessa situazione nelle scuole, dove le cooperative danno contratti a part time: le cooperative preferiscono avere tante persone con part time rispetto a poche persone con contratti full.
E i numeri dell’Istat che dicono che sono aumentati i posti di lavoro? Una presa in giro, sono i contratti a chiamata, per persone che fanno pulizie negli ospedali e nelle scuole per cooperative che hanno vinto gli appalti e poi fanno lavorare le persone per pochi euro.

Oggi si è poveri anche con un lavoro, anche lavorando.
Non è un caso se l’ultimo rapporto della CGIL sul lavoro si intitola “poveri col lavoro”: un terzo del lavoro nella provincia di Milano è al di sotto i 10mila euro l’anno, siamo in una situazione di povertà. Non stupisce che per questo motivo la spesa sociale del comune di Milano sia importante: a Milano nel 2022 è uno scandalo che ci siano persone che non possono mangiare.

Secondo l’assessore Bertolè questo costituisce anche un problema della tenuta sociale per il paese: la colpevolizzazione della povertà va eliminata e bisogna smetterla di pensare che la spesa sociale sia un peso.
Da Milano a Bollate, nell’hinterland: Iacona ha incontrato Elena Meroni, direttrice di una società che si occupa di sociale nei comuni del nord del milanese. A Presadiretta racconta che i percettori sono persone che in buona parte non stanno stravaccati sui divani, sono persone che non possono lavorare o che hanno scarsa formazione, per molti di loro anche presi in carico dai servizi sociali, senza reddito non potrebbero farcela.
Solaro è un comune in una ex zona industriale: nella ex scuola elementare sono oggi presenti i servizi sociali e altri uffici. La sindaca ha chiesto a percettori del reddito di aiutare il comune e tutti hanno accettato, perché erano contenti di aiutare la comunità.

Senza il reddito di cittadinanza queste persone comunque busserebbero alle porte del comune per avere un sostegno: persone che il mercato del lavoro considera come scarti, inutili, hanno invece avuto una opportunità di lavoro.

Sono tante le testimonianze di persone che grazie al reddito hanno potuto contare su qualcosa, una luce in fondo al tunnel – come racconta la signora Claudia che è andata in difficoltà quando si è separata dal marito. Grazie ai servizi sociali del comune ha ottenuto un lavoro e non è rimasta sul divano senza fare nulla ma andrà a lavorare dentro un supermercato.

Solo una minoranza degli occupabili ha ottenuto un lavoro: sono persone rimaste fuori dal mercato del lavoro per troppo tempo, è stupido dire togliamogli il reddito così andranno a lavorare, perché senza una vera formazione un lavoro e un riscatto non lo troveranno mai.
Anche contro i navigator si è scatenata una campagna di aggressione vergognosa: eppure grazie a loro molte persone senza lavoro si sono sentite avvicinate da qualcuno nello Stato.
In Germania ci sono 100mila addetti per i centri per l’impiego, in Italia siamo a 15mila: ne servirebbero molti di più, per aiutare i cittadini italiani in difficoltà a non diventare cittadini di serie B.

L’intervista a Chiara Saraceno

Il lavoro povero è aumentato negli ultimi anni, è un lavoro sottopagato oppure un lavoro a tempo parziale involontario, soprattutto tra le donne (ma ci sono anche uomini).
Quando si dice ai divanisti alzatevi e cercate un lavoro si dice una menzogna: in Italia il lavoro che si trova è povero, questo è il problema non il reddito.
La sociologa ha raccontato del problema dei percettori che hanno basse qualifiche, non sono in grado di incrociare una domanda di lavoro appetibile: le offerte di lavoro sono inferiori alla domanda, non ci sono offerte a sufficienza per persone a bassa qualifica con salari dignitosi.
I nostri centri per l’impiego non sono poi all’altezza per problemi di investimenti e strutture: dovremmo partire da qui, in Italia le politiche attive sul lavoro non hanno grande tradizione.
Si sarebbe potuto pensare anche al reddito di cittadinanza come integrazione da un reddito di lavoro povero, ha aggiunto la Saraceno.
È impensabile che tra sei mesi gli occupabili troveranno un lavoro grazie ai corsi di formazione (che comunque non sono partiti ma si continua ad appoggiarsi ai corsi regionali): succederà che alla fine dei sette mesi scatterà la tagliola, la politica si è dimenticata di loro.

La repubblica dell’evasione
Se solo potessimo recuperare i soldi dell’evasione avremmo abbastanza risorse per potenziare i centri per l’impiego, per creare veri corsi di formazione che durano il tempo necessario per persone rimaste senza posto per lungo tempo.
L’evasione fiscale in Italia vale 100 miliardi di euro: quella più evasa è l’irpef dei lavoratori autonomi, poi l’Iva (peggio di noi fanno solo Malta e Romania).

IL grosso dell’evasione la fanno i piccoli imprenditori, i liberi professionisti: proprio la categoria che il governo Meloni ha scelto di non disturbare, perché vogliono fare.
Racconta il professor Santoro che in realtà l’evasione delle multinazionali è difficile da contrastare, noi siamo un paese di piccole imprese: emblematica la storia dei due stilisti Dolce e Gabbana condannati prima e assolti poi in Cassazione. In Italia dimostrare l’illecito è complesso, servono indagini complicate, serve tempo, servono risorse.
La Guardia di Finanza è impegnata in questa battaglia, contro le aziende che emettono fatture inesistenti a società che con finte spese poteva pagare meno tasse: a Orbassano la Finanza ha trovato un giro di aziende che emettevano finte spese per 7 ml.
Queste indagini sono ostacolate dall’uso del nero, si controlla allora il tenore di vita delle persone, l’incrocio delle banche dati: in questo modo di individuano evasori totali, persone sconosciute al fisco.
I comuni potrebbero aiutare questa caccia agli evasori, segnalando cittadini che hanno problemi coi tributi: dai comuni si fanno segnalazioni all’agenzia delle entrate che poi farà i controlli.
Nel comune di San Giovanni in Persiceto hanno recuperato in questo modo 4 ml di euro, qualcosa che entra in più nelle casse del comune, soldi con cui si sono abbassate le tasse per i cittadini, per fare nuovi servizi.

Ma sono pochi i comuni che collaborano col fisco, molti preferiscono non voler controllare i propri cittadini, perché perderebbero voti. Dovendo scegliere tra persone oneste e persone che votano hanno scelti questi ultimi.

In Veneto ad esempio il patto anti evasore è un flop: a Povegliano hanno recuperato 0, nonostante ci siano 140mila euro di tasse non pagate, non hanno segnalato nulla all’agenzia per le entrate.

IL problema è che i piccoli comuni sono penalizzati in questa lotta, sebbene l’evasione colpisca tutti quanti, piccoli e grandi. L’evasione è la colpa delle tasse alte.

In questi anni si è aggredita l’evasione “facile”, rimane fuori l’evasione con consenso – spiega il professor Santoro: sono quegli accordi tra privati che si mettono d’accordo per una transazione.
Entro il 2024 l’Italia dovrebbe ridurre
del 15% le tasse evase per non perdere i fondi del PNRR: servirebbe incrociare le varie banche dati, magari come fanno in Francia con strumenti di intelligenza artificiale.
Incrociare conti i banca, beni catastali, arrivando perfino ad immagini satellitari, con cui hanno rilevato per esempio piscine non dichiarate al fisco.

Ma in Francia si è andati oltre: qui si vanno a scandagliare anche i social, anche le transazioni online con qualcosa che assomiglia ad una sorveglianza di massa.

Il nostro governo ha annunciato la riforma fiscale, che dovrebbe essere presentata a marzo: al momento si parla di tregua fiscale, di flat tax che mal si conciliano col recupero dell’evasione.

Lo scandalo del lavoro nero
Da Milano a Napoli, con lo scandalo delle persone che per anni hanno lavorato a nero, senza contributi, senza contratti.
Dalla prima trasmissione girata 11 anni fa sul lavoro nero con Gaetano di Vaio, non è cambiato niente: man mano che l’economia arretrava la piaga del lavoro nero è cresciuta nella ristorazione, nell’edilizia, nei servizi.

Come la signora Dora, che dopo anni in nero ha ottenuto il reddito di cittadinanza e sul lavoro racconta “quando chiedi i tuoi diritti ti licenziano subito dalla sera alla mattina ..”.
Questa persona ha lavorato a nero per 31 anni senza ricevere dallo Stato alcun tipo di sussidio, fino al reddito di cittadinanza: stiamo parlando di qualche centinaio di euro al mese, con qui questa signora dell’intervista è andata avanti per 36 mesi, separata con tre figli minorenni da crescere da sola. Con quei soldi li ha tenuti al riparo da brutte tentazioni, come quelle del guadagno facile attraverso la criminalità organizzata.
Sono persone che hanno lavorato ma che per lo Stato non esistono: non è vero che Napoli è la capitale dei fannulloni, raccontano dalla Gesco, citando i casi dei concorsi per posti del comune dove si sono presentati anche laureati.

La realtà è che il reddito di cittadinanza mette in crisi il mercato parallelo, del nero, dei salari bassi, dello sfruttamento, dell’assenza delle tutele.
Altro che metadone di Stato: le persone quando trovano un lavoro dignitoso, competitiva col reddito, lo accettano senza problemi.
In Italia è partita la caccia ai poveri: ti viene perdonato di tutto, perfino l’essere mafioso, ma non l’essere povero –
lo racconta a Iacona un operatore sociale.
Anche a Napoli la rete di sostegno alle persone in difficoltà è vasta, con strutture che offrono supporto: ma qui sono preoccupati della fine del reddito di cittadinanza, c’è il rischio di un collasso sociale racconta l’assessore al welfare Trapanese
.
Tutto questo succede in un momento in cui le crisi industriali, come quella della Whirlpool, non vengono risolte. Ma c’è anche il caso della Dema, un’azienda oggi in cassa integrazione.
Tutti i posti di lavoro che si perdono non si recuperano più, vale sia per la grande impresa che per le piccole imprese.

Isaia Sales è uno studioso della Camorra: lo scrittore lo considera fondamentale per il sud tanto quanto lo statuto dei lavoratori. Il reddito ha consentito di aprire gli occhi sui poveri, non dovremmo dividerci su questo: senza pandemia sarebbe scoppiata la rivolta, pensiamo a quanto ci ha risparmiato come disagio nelle famiglie, poter pagare le bollette, poter mettere il cibo in tavola. Perché chiudiamo gli occhi di fronte a questa realtà?

A Bacoli gli occhi non li hanno chiusi: diversamente dalla maggior parte dei comuni italiani, qui i percettori sono stati impiegati nei PUC, piccoli lavori per la comunità. Sono persone che lavorano per il comune, per la comunità, non sono persone a perdere ma sono persone che tornano ad essere utili.

Se togli il reddito – si chiede il sindaco di Bacoli - allora cosa farà il governo, aumenterà i fondi per i servizi sociali per i comuni?

L’importanza della formazione

L’istruzione è legata alla crescita economica e alla possibilità di ottenere un lavoro: migliorare i livelli di istruzione rende fino a 5 punti del PIL, spiega l’OCSE. Ma la nostra scuola ha un alto livello di abbandono, che crescono nelle zone più povere.

La povertà formativa riguarda ancora, a 50 anni da Don Milani, le classi più povere: nei quartieri poveri di Napoli lo stato dovrebbe realizzare le scuole migliori, coi migliori professori, con le migliori dotazioni.

Eppure la scuola Giovanni Bovio mancano gli infissi, gli spazi per fare lezione sono stati recuperati da luoghi per fare teatro, i pasti si consumano nelle stesse aule.
Lo stesso vale per le superiori, come l’istituto Volta, che secondo un docente è come un pronto soccorso in una zona di guerra: qui arrivano ragazzi che sono vittime di una guerra.

Serve rendere stabili le esperienze positive, come quelle dell’istituto Aldo Moro di Ponticelli, contro la dispersione scolastica, servono i fondi che meritano, serve investire nella lotta alle disuguaglianze. Serve, purtroppo, anche una politica che voglia portare avanti una lotta contro la dispersione scolastica, contro le disuguaglianze.

06 febbraio 2023

Anteprima Presadiretta – I poveri non esistono!

Nella prima puntata del 2023 Presadiretta si occuperà di evasione fiscale, del grande scandalo del lavoro a nero e della povertà che aumenta. Cosa ha fatto la politica (e gli ultimi governi) per questi problemi? Ha eliminato il reddito di cittadinanza.

“Da spettatori a protagonisti del nostro futuro” è lo slogan che accompagna lo spot della trasmissione: protagonisti perché dobbiamo essere cittadini informati della situazione del nostro paese e di quello che succede nel mondo.

Vale per i cittadini di oggi e per quelli di domani: i ragazzi che nelle scuole devono imparare a conoscere e a sfruttare i loro valori anche i ragazzi delle scuole di periferia, come racconterà il servizio di questa sera: “le periferie sono il luogo dove accade il nuovo” spiega Nicola Laieta educatore dell’associazione Maestri di strada, a Napoli “quindi vuol dire che il futuro è qui e al futuro va dato lo spazio che merita. ”

Nella loro struttura si insegna ai ragazzi il teatro, quello dell’opera, del settecento, e i ragazzi capiscono che ha valore quello che fanno ma anche che loro hanno un grandissimo valore e non devono sprecare la loro vita, le loro potenzialità.

Altro che imparate dall’umiliazione, altro che bisogna soffrire: purtroppo è partita in Italia una caccia ai poveri: il titolo di questa puntata è infatti “I poveri non esistono”, perché non esistono nell’agenda politica nazionale e da parecchio tempo.

Nella presentazione fatta a Rai Radio 2 Iacona racconta di come questo sia un paese strano: siamo un paese cattolico e dovremmo amare la solidarietà (e nel servizio i giornalisti racconteranno di quanta solidarietà ci sia in questo paese) nei confronti delle persone in difficoltà, ma che poi dal punto di vista della politica nazionale considera la povertà quasi come una colpa. Se uno è un poveraccio è perché non ha voglia di lavorare: Presadiretta farà un viaggio dal basso per mostrare come sia cresciuta la povertà dopo la pandemia, con la doppia botta pandemia e guerra in Ucraina. Stiamo parlando della situazione di disagio di più di 12 ml di italiani.
Il servizio affronterà anche il tema del reddito di cittadinanza che da sostegno a 2,6 ml di gruppi familiari, altri 4 ml di persone: c’è da domandarsi cosa sarebbe successo in questo paese se non ci fosse stato il reddito, soprattutto durante la pandemia.
Ma la trasmissione cercherà di capire più da vicino quali siano le politiche da mettere in atto per contrastare la povertà e svuotare il mare della disoccupazione anche andando a conoscere le storie dei beneficiari del reddito di cittadinanza sui quali si è fatta molta propaganda politica: andiamoli a vedere questi divani – racconta Iacona sempre a Radio 2 – “voglio entrare in una casa, beccare il beneficiario del reddito di cittadinanza sdraiato sul divano col metadone di stato.”

Una parte del servizio la potete vedere nell’anteprima sui canali social dove Iacona ha intervistato alcuni percettori, persone che lavoravano nel settore della ristorazione sempre a nero, da lavapiatti a cameriera di sala. Una di queste, una signora, racconta al giornalista che “quando chiedi i tuoi diritti ti licenziano subito dalla sera alla mattina ..”.
Questa persona ha lavorato a nero per 31 anni senza ricevere dallo Stato alcun tipo di sussidio, fino al reddito di cittadinanza: stiamo parlando di qualche centinaio di euro al mese, con qui questa signora dell’intervista è andata avanti per 36 mesi, separata con tre figli minorenni da crescere da sola. Con quei soldi li ha tenuti al riparo da brutte tentazioni, come quelle del guadagno facile attraverso la criminalità organizzata.

Presadiretta ha seguito anche il lavoro dei volontari che a Roma consegnano i pacchi alimentari alle persone in difficoltà: come la persona anziana con una pensione che non le permette di fare la spesa e anche pagare le bollette, perché è tutto aumentato, non solo gas e luce. O come la famiglia dove i genitori hanno perso il lavoro, per la crisi legata al covid. Fino a gennaio questo signore prendeva la disoccupazione, la domanda per il reddito di cittadinanza non l’hanno potuta presentare perché la moglie prende anche lei la disoccupazione e secondo l’inps basta e avanza: “sono venuto qua la settimana scorsa ma poi sono tornato indietro” ammette di fronte alle telecamere “perché mi imbarazza”.
Questo sono le persone a cui questo governo ha tolto il reddito di cittadinanza.
Persone che sarà difficile convincere che il paese sia sotto minaccia degli anarchici, degli immigrati, che dobbiamo spendere per le spese militari fino al 2% del PIL, che dobbiamo togliere le intercettazioni ...

La scheda del servizio:

PresaDiretta, con la sua ostinata voglia di approfondire e di raccontare, entrerà nelle questioni più attuali per provare a capire un mondo sempre più complesso: dalla guerra in Ucraina alla povertà che avanza, dalle urgenze dettate dal cambiamento del clima alla crisi della sanità pubblica, dalle crescenti tensioni tra le grandi potenze agli scandali che hanno investito l'Unione Europea. In questa puntata il racconto, da nord a sud, della povertà che avanza e il mercato del lavoro sempre più povero. Nonostante gli indicatori siano allarmanti c'è chi pensa che la povertà sia una colpa e che il welfare sia un costo piuttosto che una risorsa per far crescere la società.
C'è chi pensa che I POVERI NON ESISTONO. E ancora, le polemiche attorno al Reddito di Cittadinanza: zavorra o opportunità? E poi la fondamentale battaglia contro la povertà educativa, perché investire sulle giovani generazioni vuol dire costruire il futuro del nostro Paese. Un viaggio di PresaDiretta attraverso le straordinarie esperienze di alcune scuole napoletane. Infine l'evasione fiscale. Quanto welfare, quanti servizi per la collettività vengono sottratti dagli italiani che, ogni anno, evadono 100 miliardi di tasse? Eppure il presidente Mattarella ce lo ha ricordato con chiarezza: "La Repubblica è di chi paga le imposte". Ospite di Riccardo Iacona, la sociologa Chiara Saraceno, presidente del Comitato Scientifico per la valutazione del Reddito di Cittadinanza che ha elaborato alcune proposte per migliorarne l'efficacia. Per ragionare insieme sulla riforma del Reddito di Cittadinanza dell'attuale Governo e di politiche del lavoro.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

05 febbraio 2023

La fine è ignota di Bruno Morchio


 

«Quel fetente tiene un gran fiuto e non lo sa.»
«Io invece dico che lo sa…»
«Naaa, non farebbe la vita del barbone. Metterebbe a frutto il capitale.»
«Assomiglia a sua madre.»
«Seee, l’angelo del marciapiede.»
Il giovane Lozzo si crede furbo e ridacchia.
«Eh, ma la Wanda» sospira il vecchio. «Una testa fina, e che donna! Bella e calda come il sole di luglio.»

Il titolo è preso a prestito dal romanzo di Geoffrey Holiday Hall, come avvisa anche l’autore ad inizio libro: un autore che è anche un mistero vivente. Mistero come quello su cui dovrà indagare anche il protagonista di questo romanzo, primo di una nuova serie (questa la mia speranza arrivato a fine libro) con protagonista un investigatore privato che si muove nei bassifondi di una Genova che non può non richiamare i versi delle canzoni di De Andrè

Nei quartieri dove il sole del buon Dio
Non da i suoi raggi
Ha già troppi impegni per scaldar la gente
D'altri paraggi [La città vecchia - Fabrizio De Andrè]
 

Si chiama Mariolino Migliaccio ma, diversamente da Bacci Pagano (l’altro protagonista dei romanzi di Bruno Morchio) è un investigatore senza licenza e soprattutto senza soldi in tasca. Vive in una specie di monolocale dentro una pensione in vico degli Stoppieri , campa facendo piccoli lavori muovendosi per i vicoli della città, dove ha anche una sua rete di informatori, un venditore ambulante, un ragazzo rom, un madonnaro ambulante..
L’eco dei versi di Faber si fa sentire più forte quando racconta di sua madre, Wanda, una prostituta che riceveva i suoi clienti in casa, mentre il piccolo Mario faceva i compiti (da cui il soprannome fottignin scotizzoso, ficcanaso sporcaccione).
I clienti della Wanda non erano professionisti, uomini importanti: erano operai del porto, qualche studente, uomini che vivevano la fatica del lavoro di giorno.

«Anche se vive come un barbone, Mariolino Migliaccio o l’è o ciù mëgio càn da trìfole in sce-o mercôu», è il miglior segugio sulla piazza.

Nonostante l’aspetto dimesso, gli abiti che meriterebbero una lavata, come anche la sua persona, Mariolino è un buon investigatore, uno che sa usare la testa per risolvere i casi che si trova a dover gestire. Anche perché lui ha in mente un caso ancora irrisolto, che è poi la ragione per cui fa l’investigatore: qualche anno prima sua madre è stata uccisa in casa da un assassino che non ha lasciato tracce, nonostante le tante coltellate inferte sul corpo della Wanda.
Un giorno riceve un incarico importante da una boss della vecchia Genova che, nonostante l’arrivo della criminalità organizzata, italiana e straniera, ha saputo mantenere il suo posto

Luigi il Vecchio è sopravvissuto all’invasione delle mafie foreste e si è specializzato in un giro di minorenni per clienti “speciali”
Queste minorenni, provenienti dall’est e spesso anche minorenni, ricevono i clienti in una casa di appuntamenti che è un bordello di alto bordo, il Nido delle Delizie, sotto il controllo di una maitresse italiana.
Da questa “casa” è scappata una ragazza albanese, Liveta e Luigi incarica Mariolino di ritrovarla, affidandogli anche un anticipo di 1000 euro.

Non è per un qualche sentimento che vuole ritrovarla, semplicemente il vecchio boss non può permettersi di perdere nessuna delle sue ragazze, altrimenti il suo nome, il suo rispetto nel giro della criminalità andrebbe a finire male.
Mario inizia le sue indagini, finalmente con qualche soldo in tasca con cui permettersi perfino di invitare a cena Fatima, la ragazza che vive nella sua stessa pensione ma in un appartamento più grande dove riceve i suoi clienti. Un altra prostituta.
Al Nido delle delizie Mario interroga la signora che tiene a bada le ragazze, aiutata da due energumeni albanesi: Liveta se ne è scappata via una sera, dopo aver ricevuto un cliente che era arrivato alla casa per la prima volta.

Questo tizio, elegante e sovrappeso, si era presentato con in mano un biglietto da visita, firmato da un altro storico frequentatore della casa, un conte che ora è partito per un viaggio in Polinesia.

Genova, addì 23 ottobre 20**
Carissimi, Vi raccomando il mio amico Bibi, trattatelo bene. Sempre Vostro Gilberto
Dentro Il Nido delle delizie Mario incontra Milca, un’altra ragazza, albanese anche lei, sfortunata anche lei, come le tante ragazze costrette a fare questa vita

Una bambina, cazzo! Quella che ho davanti è poco più d’una bambina. Accovacciata sul pavimento e ammanettata al pesante termosifone di ghisa, nella posizione scomposta d’una bambola rotta.

Chi è l’uomo che si è presentato quella sera al bordello per Liveta? Come ha fatto a portarla via? E cosa aveva in mente questo Bibi, con Liveta? Voleva portarla via dalla casa, come l’Alfredo della Traviata?
Abbiamo detto che Mariolino, nonostante l’aspetto, che fa storcere il naso alle persone che ha davanti (sebbene non abbia l’odore del disonesto), è uno che sa usare la testa nel suo lavoro: la voce dai carrugi, fatta girare anche attraverso Anghel, il suonatore rom che gli fa da informatore, non gli riporta nessuna voce di una ragazza fatta sparire da una casa di appuntamenti.
La verità, come scoprirà Mario con la sua indagine, porta ai quartieri alti di Genova, ai professionisti della città, quelli con una vita specchiata davanti e con tanti vizi nascosti dietro. La droga, certe perversioni sessuali che puoi solo sfogare in un bordello, di fronte ad una ragazzina resa schiava che non può dirti di no.

Ma c’è un altro problema: perché Luigi ha affidato l’incarico proprio a lui? Non è che dietro questa storia ci sia dell’altro? Perché sebbene Luigi il vecchio fosse un po’ innamorato della Wanda, è pur sempre un criminale capace di farti ammazzare dai suoi sgherri senza problemi.
Specie se tu sai un segreto che potrebbe causargli dei problemi. Specie se questo segreto riguarda i suoi affari e i suoi clienti, gente che di certo non vuole apparire sui giornali e sentir spiattellati i propri vizi.
Non si tratta solo della sparizione di una prostituta, dietro questa storia c’è ben altro, una grana che potrebbe costargli la vita a Mario: per uscirne vivo dovrà escogitare un piano in cui salvare capra e cavoli, la sua vita, prendere i soldi da Luigi il vecchio e cercare di salvare anche la piccola Milca. Una bambina che ha già visto l’inferno.
Perché anche se è uno che bazzica criminali (che parlano tutte le lingue del mondo, non solo il dialetto genovese che in questo romanzo abbonda) e prostitute, Mariolino Migliazzo è uno che non sopporta le violenze contro le donne, soprattutto quelle più indifese.

«Cöse ti ne fæ de tùtte ste palanche?», cosa ne farai di tutti questi soldi? Il momento è solenne e decido di rispondere in genovese. «Domàn vaggo da o peruchê», domani vado dal parrucchiere. «Poi aprirò un conto in banca.»


Sono troppi i punti rimasti aperti alla fine di questo bel noir per pensare che non ci sia un seguito: cosa se ne farà Mariolino dei soldi presi da questo incarico? Riuscirà a scoprire chi ha ammazzato la Wanda (una pista gli arriverà grazie ad un indovino)?

Lo scopriremo spero nel prossimo romanzo della serie.

La scheda del libro sul sito di Rizzoli e il PDF col primo capitolo.

Il link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

03 febbraio 2023

Il caso Cospito e il tema della lotta alle mafie

Dubito che l'intenzione di Falcone, col 41 bis, fosse quella di torturare i boss mafiosi, quelli che consideravano il carcere di Palermo come un hotel, "hotel Ucciardone". Dunque non si capisce il senso di proibire le foto dei familiari, lo stare in celle isolate senza luce, in pochi metri quadrati.

Il 41 bis serve ma non deve essere tabù chiederne delle modifiche, non solo perché lo Stato italiano non ammette la tortura e nemmeno la vendetta nemmeno contro i peggiori delinquenti.

Detto ciò, la questione Cospito, così come viene chiamata, sta trasformandosi in altro: anziché discutere della situazione delle carceri e di una eventuali modifica del 41 bis (è corretto che sia il ministro, una carica politica, a doverne approvare o revocare la misura?), è diventato un'arma di attacco da parte della maggioranza contro un partito di minoranza.

Quei verbali, captati da agenti del GOM dentro il carcere a Cospito e ai visitatori (deputati del PD in visita, come loro consentito), non dovevano essere divulgati, dunque nemmeno usati in aula per questo attacco da parte del vice presidente del Copasir Donzelli.

Fa specie (o forse no) che ad usarli in quel modo siano esponenti di una maggioranza che intende cancellare le intercettazioni e la loro pubblicazione sui giornali.

Devo fare un'altra considerazione: usare la lotta alla mafia come arma di battaglia politica, come sta facendo questa destra, è un grande favore alla mafia.

Raccontare che loro (la destra) sono i difensori del 41 bis (mentre col sillogismo di Donzelli, il PD starebbe dall'altra parte della barricata) oltre che diffamatorio non significa nulla: i Graviano hanno "concepito" un figlio mentre erano al 41 bis, i discorsi in carcere non rimangono confinati nelle stanze delle persone abilitate ad averli, ma a quanto pare escono anche fuori.

Combattere le mafie significa fargli terra bruciata attorno: noi siamo ancora qui ad aspettare che qualcuno spieghi come abbia fatto Messina Denaro a rimanere latitante per 30 anni (e poi essere catturato in quel modo).

Mente discutiamo di Cospito e 41 bis, il detenuto sta continuando il suo sciopero della fame (comunque la pensiate, lo Stato non può far finta di niente) e dall'ultima relazione del CROSS (Osservatorio della criminalità organizzata) assieme alla CGIL, la Lombardia è la seconda regione per penetrazione mafiosa.

Ne parla a Il Giorno il sociologo (ed ex deputato) Nando Dalla Chiesa

“Per spiegare questi dati - ha affermato Dalla Chiesa - occorre consapevolizzare che la Lombardia non solo è la seconda regione di ‘ndrangheta in Italia, ma che il suo Pil raddoppia quello della Regione Lazio, che è seconda in graduatoria”. Questo, per spiegare l‘aumento esponenziale dei sodalizi nella regione, evidentemente attratti da investimenti di varia natura: “Questa è la loro casa: ne hanno una dove sono nati e un’altra dove stanno vivendo. A volte bisogna semplificare, perché molto spesso non lo si fa. Qui stanno costruendo le loro fortune nonostante il lavoro enorme di magistrati e forze dell’ordine”, osserva Dalla Chiesa.

Chissà, forse non è vero che con le mafie non si tratta, come dice Meloni. Leader del partito che ha proposto al CSM un avvocato indagato nel processo antimafia Gotha. 

 

01 febbraio 2023

Se esiste un perdono di Fabiano Massimi

 

Prologo
Protettorato di Boemia 13 maggio 1939
Il treno aveva preso velocità appena fuori Praga, oltre i tetti e le guglie della Città Vecchia, oltre i quartieri bassi della prima periferia e le fabbriche che si assiepavano lungo il fiume, e adesso correva deciso attraverso la campagna boema, superando boschi, prati, piccoli borghi appoggiati ai piedi delle colline e fattorie isolate..

C’è un treno che attraversa le campagne tra la ex Cecoslovacchia e la Polonia: un treno con un carico particolare, perché i viaggiatori sono bambini che hanno abbandonato le loro famiglie. Le persone che li stanno accompagnando verso una nuova vita sono preoccupati, non solo per i venti di guerra che stanno soffiando insistentemente in Europa, sin dal 1938., da quando Hitler sta reclamando il suo spazio vitale ai danni delle altre popolazioni europee.
Tra quei bambini, una in particolare, ha attirato l’attenzione dei nazisti: la chiamano la “bambina del sale” perché ogni sera nei vicoli di Praga, va a vendere i sacchetti di sale, ogni sacchetto una moneta. Che segreto nasconde questa bambina così enigmatica e sfuggente, tanto che nessuno conosce il suo nome?

Questa è una storia che meritava di essere raccontata, non solo perché riporta alla luce la memoria di un giusto, Nicholas Winton, lo Schindler inglese, l’uomo d’affari britannico che tra la fine del 1938 e la metà del 1939 organizzò l’espatrio di più di seicento bambini dall’allora Cecoslovacchia con l’operazione Kinder Transport, bambini figli di ebrei o di dissidenti, che avrebbero rischiato la vita per l’arrivo delle truppe naziste e delle SS. Bambini portati in Inghilterra attraverso dei voli aerei inizialmente e poi con dei convogli di treni.
Una storia importante perché ravviva la memoria di cosa è successo in Europa più di ottanta anni fa, quando sul continente si accese quella luce sinistra dell’odio e della malvagità dell’uomo nei confronti dell’uomo, anche nei confronti delle creature più indifese, i bambini: una luce sinistra che ancora oggi non ha smesso di accendersi sui teatri di guerra, nelle zone devastate dalle bombe.

Cosa abbiamo sentito ripetere ad ogni anniversario della giornata della memoria, ogni 27 gennaio? Mai più. Mai più un uomo deve sentirsi privato della sua dignità, dei suoi diritti in quanto uomo libero. E a maggior ragione i bambini che invece ancora oggi devono vivere sotto le bombe, devono scappare dalle loro case, in Ucraina come in Afghanistan e negli altri luoghi dove non è sano rimanere. Come scrive l’autore stesso a fine libro:

Eppure mentre scrivevo questo romanzo, nel gennaio del 2022, dal confine tra Polonia e Bielorussia come dall’Afghanistan talebano giungevano immagini insopportabili di bambini affamati, abbandonati, imprigionati, uccisi [..]

Il male è ancora vivo, più vicino a noi di quanto crediamo, e forse è vero che al suo cospetto siamo impotenti, come sostengono i sacerdoti della realpolitik.

Dopo il trattato di Monaco, in cui le democrazie occidentali avevano consegnato la regione dei Sudeti nella ex Cecoslovacchia alla Germania nazista, da questa erano scappate molte persone che si erano poi radunati in campi profughi nella periferia di Praga.

Era chiaro a tutti come non fosse sicuro rimanere in questi territori occupati, i nazisti avevano già dimostrato cosa fossero capaci di fare dopo la notte dei cristalli agli ebrei, ma a rischio erano anche intellettuali, comunisti, chiunque fosse nella lista dei nemici del partito nazista.
Per questo motivo a partire dal 1938 molte associazioni, come Save the Children, iniziarono a mobilitarsi per portar fuori quante più persone da Praga e dalle altre città, prima che arrivassero le croci uncinate: l’Inghilterra era l’unico paese in Europa che concedeva i visti, senza troppe difficoltà, per far espatriare persone e salvargli così la vita.
Da qui comincia il racconto di Fabiano Massimi che, dopo L’angelo di Monaco e I Demoni di Berlino ci regala un altro romanzo storico, dove convivono personaggi veramente esistiti con altri inventati, ma funzionali al racconto. Tra i primi Nicholas Winton, un uomo d’affari della borsa di Londra che si ritrovò nel mezzo della Storia e seppe fare la scelta giusta anche sfruttando le sue conoscenze nei ministeri e il suo pragmatismo da uomo d’affari, “se qualcosa non è impossibile non vuol dire che non sia fattibile”. Sul campo, a Praga, a gestire questa organizzazione di volontari che aiutava i rifugiati ad espatriare, a compilare le liste dei bambini, a richiedere i visti e a superare tutte la burocrazia, altre due persone coraggiose Doreen Warriner e Trevor Chadwick.
Il libro racconta delle difficoltà nel compilare le liste coi bambini, le difficoltà nell’ottenere i visti da parte dell’Inghilterra (unico paese a concederli) per l’iniziale inerzia del governo. Il doversi guardare le spalle perché ancora prima dell’arrivo delle truppe, Praga era piena di informatori della Gestapo con delle loro liste, gli oppositori del nazismo da far sparire.

Accanto a questi personaggi reali, Fabiano Massimi ne ha messo altri, inventati, come l’io narrante, Petra Linhart, la voce che ci racconterà questa emozionante storia in prima persona, la donna che visse più volte, venuta a Praga per vendicare la morte del marito, negli scontri tra nazionalisti e nazisti (e la perdita del figlio che portava in grembo): diventerà collaboratrice di Doreen e l’aiuterà nella compilazione delle liste dei bambini presenti nei campi profughi, i più fragili, i primi da salvare, anche al costo di strapparli dalle loro famiglie.

Tra questi, l’enigmatica “bambina del sale”:

Della Bambina del Sale ebbi le prime notizie il giorno dopo, quando per conto di Doreen andai a visitare uno dei campi profughi a nord della città. Werner passò a prendermi alla pensione alle prime luci dell’alba, e dopo avermi caricato sulla sua Tatra blu piena di bozzi e rigature fece altre due fermate, una nel Ghetto, alla Sinagoga Spagnola, e una a Kampa, in quella che avrei scoperto essere la sede praghese dei Cavalieri di Malta. In entrambi i casi mi lasciò in macchina da sola per qualche minuto prima di ritornare trascinando dei pesanti sacchi di iuta che ammucchiò sui sedili posteriori.«Carbone» disse notando la mia curiosità mentre si rimetteva alla guida. «Nel campo fa freddo.»
Perché questa bambina è così importante per i nazisti, tanto da mobilitare tutte le loro forze per catturarla? Che segreto nasconde? Dove va a rifugiarsi la notte, quando smette di vendere i suoi preziosi sacchetti di sale (merce introvabile dopo che i tedeschi avevano occupato le miniere del paese)?
Anche Petra nasconde un segreto, che è legato alla morte del marito e che è all’origine della forza che l’ha spinta a fare delle scelte, anche drammatiche, contro le persone che le stanno a fianco.
Un segreto e una colpa che la accompagneranno fino alla fine della storia.

Attenzione, il libro di Fabiano Massimi non è però un saggio storico e non solo perché le notizie sulle vite di queste persone non sono molte (sebbene l’autore si sia ben documentato prima di partire). Il libro rimane sospeso tra un romanzo storico e una spy story, con dentro anche dei colpi di scena: nella Praga dove i nazisti si erano infiltrati ben prima dell’arrivo delle truppe, di chi ci si può fidare? Qualcuno delle persone che collaborano a questo progetto per far espatriare i profughi potrebbe essere una spia o un informatore pronto a tradirti.
Nel racconto però emerge anche l’aspetto umano dietro ogni scelta: da una parte la paura, il doversi muovere in fretta pur rimanendo nell’ombra, dall’altra la necessità di dover fare delle scelte.

«Secondo lei, signor Winton, ha più probabilità un bambino piccolo o un ragazzino? Una femmina o un maschio? Ecco le fotografie, le guardi: non sono tutti bellissimi? [..]

.. vede, se resta qui con me non ha un futuro. I tedeschi non vengono a governarci, ma a sterminarci. Se invece lo affido a lei, si salverà, sì, ma poi che cosa penserà

Ci vuole un forte coraggio e sicuramente anche un grande cuore per decidere delle vita degli altri: quale bambino scegliere, come accettare il fatto che si strappavano dei bambini alle loro famiglie per portarli in un nuovo mondo? E come accettare quelle croci nelle liste dei bambini, ovvero quelli che non venivano scelti dalle famiglie in Inghilterra?

Da una parte il peso di quella scelta, sapendo quanto potesse costare, dall’altra la consapevolezza di stare salvando una persona dandole un futuro: un futuro come musicista, come medico, come elettricista..

Infine Praga, la città dove si svolge tutta la storia: la città delle chiese, dei palazzi maestosi (come quello dei cavalieri di Malta), del castello che domina la città e dove i nazisti isseranno la loro bandiera con la croce uncinata, come sinistro segnale della loro presenza.

Una città divisa tra chi parteggiava per gli occupanti, con l’illusione che avrebbero dato nuovamente lustro ad un paese debole, e chi vedeva con terrore l’arrivo delle truppe tedesche.

Una città anche di vicoli e di leggende: i vicoli dove si nasconde la “bambina del sale”, muovendosi e scomparendo ai suoi nemici come una fatina, come un essere soprannaturale. Come i personaggi delle favole, quelle che insegnano che alla fine il gigante cattivo può essere sconfitto. Basta avere coraggio, basta non voltarsi dall’altra parte, non rinchiudersi nel proprio egoismo.
Se anche altri paesi, come l’America, come il Canada, avessero seguito lo stesso esempio dell’Inghilterra, quanti altri bambini avrebbero potuto essere salvati?
Una storia da leggere e da ricordare: una storia di coraggio e, lo scoprirete nelle ultime pagine, anche di perdono.

La scheda del libro sul sito di Longanesi e un estratto del libro

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