Alla fine tutti possono dirsi vincitori da questo braccio di ferro Italia Europa sulla manovra.
Il presidente del Consiglio Conte che ha ha portato avanti la trattativa evitandoci la sanzione.
I due vicepresidenti del consiglio che hanno visto confermate i loro cavalli di battaglia reddito di cittadinanza e quota 100 (sulla carta).
L'Europa che evita di aprire un altro fronte caldo, dopo i problemi in Francia.
L'opposizione che può rinfacciare al governo le promesse non mantenute.
Tutti vincitori.
Rimangono le clausole, rimangono i tagli, rimane il fatto che se fossimo partiti con meno strafottenza forse ci saremmo evitati lo spread, la diffedenza dai paesi del nord e, soprattutto, avremmo perso meno tempo.
Ora ci troviamo con una manovra che si basa su una previsione di crescita tutta da veriricare e su promesse di introiti a cui non crede nessuno (la vendita degli immobili).
Come cambiamento, pochino.
Ma sui social come siamo forti!
Nessuno io mi chiamo; nessuno è il nome che mi danno il padre e la madre e inoltre tutti gli amici
20 dicembre 2018
19 dicembre 2018
In direzione contraria
Prendo quasi a prestito (e me ne scuso) il titolo di un album di De André per cercare di descrivere quanto sta succedendo.
Un ministro della Repubblica che si occupa di sicurezza e che rivendica il selfie e la stretta di mano "alla pari" da indagato ad indagato. Si riferiva ad un ultras del Milan che ha patteggiato una pena per spaccio e ha alle spalle un episodio di violenza allo stadio. Il ministro che ci dice che la pacchia è finita, che ora la legge verrà fatta rispettare per tutti.
Il ministro che sconfiggerà la mafia in qualche mese o in qualche anno (speriamo non come Berlusconi, pure lui prodigo di promesse).
Un selfie un giorno. Una stretta di mano l'altro. Qualche candidato non proprio pulito in lista (come ha raccontato Report due settimane fa sui candidati sovranisti di Salvini al sud).
E di questo passe non riusciremo a distinguere l'antimafia di facciata da quella vera.
Quella che respinge i voti dei mafiosi, che non si piega a ricatti, che preferisce fidarsi dello Stato e non dell'antistato.
Spesso in questo paese prevale l'antimafia (e l'antifascismo) di facciata, quella dei proclami e delle frasi roboanti che però non servono a nulla.
La nuotata nella piscina dei Casamonica, il tweet sulla cattura della band di nigeriani.
E poi la legge che consente di vendere i beni confiscati alla mafia.
Il voler rivedere la legge sul caporalato, l'innalzamento della soglia del contante nei pagamenti.
Un ministro in direzione contraria.
Come gli imprenditori che oggi vogliono dare lezioni di economia al governo e al paese.
Come l'opposizione (ex governo) che oggi si ricorda degli ultimi, dei salari bassi.
Un ministro della Repubblica che si occupa di sicurezza e che rivendica il selfie e la stretta di mano "alla pari" da indagato ad indagato. Si riferiva ad un ultras del Milan che ha patteggiato una pena per spaccio e ha alle spalle un episodio di violenza allo stadio. Il ministro che ci dice che la pacchia è finita, che ora la legge verrà fatta rispettare per tutti.
Il ministro che sconfiggerà la mafia in qualche mese o in qualche anno (speriamo non come Berlusconi, pure lui prodigo di promesse).
"Possono tener duro ancora qualche mese o qualche anno, ma mafia, camorra e ’ndrangheta saranno cancellate dalla faccia di questo splendido Paese"Ma forse abbiamo capito male noi Salvini: si riferiva all'antimafia. E' l'antimafia che ha le ore contate.
Un selfie un giorno. Una stretta di mano l'altro. Qualche candidato non proprio pulito in lista (come ha raccontato Report due settimane fa sui candidati sovranisti di Salvini al sud).
E di questo passe non riusciremo a distinguere l'antimafia di facciata da quella vera.
Quella che respinge i voti dei mafiosi, che non si piega a ricatti, che preferisce fidarsi dello Stato e non dell'antistato.
Spesso in questo paese prevale l'antimafia (e l'antifascismo) di facciata, quella dei proclami e delle frasi roboanti che però non servono a nulla.
La nuotata nella piscina dei Casamonica, il tweet sulla cattura della band di nigeriani.
E poi la legge che consente di vendere i beni confiscati alla mafia.
Il voler rivedere la legge sul caporalato, l'innalzamento della soglia del contante nei pagamenti.
Un ministro in direzione contraria.
Come gli imprenditori che oggi vogliono dare lezioni di economia al governo e al paese.
Come l'opposizione (ex governo) che oggi si ricorda degli ultimi, dei salari bassi.
17 dicembre 2018
Anteprima delle inchieste di Report: la Sanità del futuro
Mentre in questo paese si discute ancora di TAV, di decimali da tagliare nella manovra, delle pensioni di oggi, la puntata di questa sera di Report ci torna utile per diversi motivi.
Racconterà di un nuovo modello di sanità, Sanità 4.0, dove i pazienti (specie quelli anziani) possono essere controllati e monitorati da remoto. Basta mettere assieme la tecnologia, l'esperienza e ottenere così un risparmio per le nostre casse che il giornalista di Report stima in 7 miliardi di euro.
Sanità 4.0 di Michele Buono
Un tanto al barile di Luca Chianca
Microplastic passion di Cecilia Andrea Bacci
Racconterà della truffa del finto olio extravergine italiano che non è né vergine né italiano.
Le vie dell'olio di Emanuele Bellano
In carica di Antonella Cignarale
La superstrada veneta di Luca Chianca
Racconterà di un nuovo modello di sanità, Sanità 4.0, dove i pazienti (specie quelli anziani) possono essere controllati e monitorati da remoto. Basta mettere assieme la tecnologia, l'esperienza e ottenere così un risparmio per le nostre casse che il giornalista di Report stima in 7 miliardi di euro.
Sanità 4.0 di Michele Buono
Un’inchiesta sulle nuove frontiere della sanità: l'avatar di un medico che ci risponde 24 ore su 24, sistemi per seguire da remoto l'evoluzione di ogni patologia, dalle cardiopatie all’asma, al diabete, fino alle malattie neurodegenerative; un database al servizio dei malati oncologici, che raccolga tutte le cure per scegliere la migliore, interventi a distanza con robot comandati da un chirurgo in un altro continente: non è un'utopia. Competenze e innovazioni ci sono già: e se mettessimo in rete ospedali, laboratori di analisi, studi medici, università, sviluppatori informatici? Quale sarebbe l’impatto sul benessere delle persone e sulla spesa sanitaria? Secondo uno studio del Politecnico di Milano, utilizzando il digitale in modo sistematico sarebbe possibile risparmiare ogni anno circa 7 miliardi di euro nella sanità e altri 7,6 miliardi di produttività per i cittadini, grazie a un miglior utilizzo del tempo: quasi 15 miliardi all’anno che di fatto stiamo sprecando.Il ministero della Salute investe oltre un miliardo l’anno in un piano per la digitalizzazione , ma il sistema è frammentato in 21 organizzazioni regionali. Esiste una regia per mettere insieme tutti i pezzi? Un modello di ospedale come nodo di una rete globale e un’organizzazione del lavoro che punti ad abbattere gli errori, gli sprechi e la perdita di tempo dei cittadini, potrebbe essere uno stimolo alla crescita dell’economia nazionale?Racconterà del falso benessere che ha portato il petrolio in Basilicata: i miliardi delle Royalties sono stati usati male, dando fondi a pioggia per opere inutili.
Un tanto al barile di Luca Chianca
La Basilicata dovrebbe essere una delle regioni più ricche d'Italia. Solo l'Eni in cambio dell'estrazione del petrolio ha versato 1,6 miliardi di euro in poco meno di 20 anni. Soldi che dovrebbero essere spesi per rilanciare l'economia lucana. Abbiamo scoperto, invece, che ben 170 milioni sono stati usati per tappare i buchi di sanità e istruzione universitaria. In tutti questi anni è mancata una visione a livello nazionale di cosa si debba fare con tutti questi soldi. Per capire come altri paesi investano le risorse derivanti dai tributi che le compagnie petrolifere pagano in cambio delle concessioni siamo andati in Norvegia dove c'è il più grande dei fondi sovrani. Oggi vale oltre 850 miliardi di euro e investe in tutto il mondo. Solo in Italia ha investito 5,1 miliardi di dollari in titoli di stato e oltre 11 miliardi di dollari in azioni di 117 società tra cui anche la nostra Eni.Racconterà del rischio delle microplastiche che vengono trovate nelle acque reflue che escono dai nostri depuratori e che, secondo un report dell'Unione Europa possono causare un inquinamento delle nostre acque molto grave.
Microplastic passion di Cecilia Andrea Bacci
Nella zuppa di plastica che invade i nostri mari ci sono anche loro: le microplastiche. Microsfere, microfibre: tutte più piccole di cinque millimetri. Ogni anno, in Europa, ne vengono rilasciate tra le 75 mila e le 300 mila tonnellate. Alcune sono frutto della degradazione dei nostri rifiuti. Altre le troviamo nei cosmetici, come gli scrub, ma la lista dei prodotti è molto più lunga. E qualche responsabile è insospettabile. Che fine fanno? Intanto l'ECHA, l'Agenzia europea per le sostanze chimiche, sta valutando se restringerne l'utilizzo.
Racconterà della truffa del finto olio extravergine italiano che non è né vergine né italiano.
Le vie dell'olio di Emanuele Bellano
La produzione annuale di olio d'oliva in Italia è circa la metà di quanto richiede ogni anno il mercato interno ed estero. Per questo una parte notevole dell'olio imbottigliato in Italia e venduto da etichette italiane in realtà proviene dall'estero: Spagna, Grecia, Portogallo e Tunisia sono i principali esportatori. In alcuni casi l'olio straniero viene spacciato per olio italiano oppure olio di bassa qualità viene imbottigliato ed etichettato come extravergine commettendo una frode verso i consumatori. Abbiamo seguito gli ispettori antifrode del ministero dell'Agricoltura nei loro controlli sul territorio per capire quanto rischiamo ogni giorno di portare in tavola un olio molto diverso da quello indicato in etichetta.Racconterà dei rischi collegati all'uso delle batterie al Litio.
In carica di Antonella Cignarale
La diffusione dell’elettronica di massa è stata possibile grazie all’invenzione delle batterie agli ioni di litio, quelle che oggi carichiamo e scarichiamo in continuazione per venire incontro agli usi continui di cellulari, portatili, aspirapolveri senza fili, sigarette elettroniche, biciclette e auto elettriche. Le batterie servono anche per immagazzinare energia e alimentare sistemi più complessi come condomini, treni elettrici e centrali in grado di coprire il fabbisogno energetico di intere città. Quando si accumula tanta energia, però, c’è anche il rischio di malfunzionamento e nelle batterie a litio possono scattare reazioni che portano allo scoppio di un incendio. È necessario aumentarne il grado di sicurezza e sviluppare soluzioni alternativeE, infine, per i signori del Si alle grandi opere a prescindere, quelli che pensano che saranno solo le grandi opere a salvare il paese, un servizio sulla Pedemontana Veneta
La superstrada veneta di Luca Chianca
Torniamo a parlare di Pedemontana veneta. L'opera dal costo di 3 miliardi di euro doveva essere costruita con i soldi dei privati, ma ad oggi il pubblico ci ha già messo quasi un miliardo di euro. Per rilanciare i lavori, fermi fino a due anni fa, la Regione guidata da Luca Zaia ha proposto un nuovo modello di gestione: la società concessionaria vincitrice infatti, per finire e gestire l'opera, cede le entrate del pedaggio alla Regione che in cambio versa al privato un canone fisso di 12,1 miliardi per 39 anni. Un canone garantito al privato. Stando alle cifre del nuovo commissario hanno realizzato il 45 per cento dei lavori; girando per le strade lungo tutto il cantiere che si estende per oltre 90 km l'effetto è un altro: l'opera continua a rimanere un enorme groviera e mentre si scava e si costruisce sono saltate fuori nuove discariche e un centro direzionale abusivo.
16 dicembre 2018
Il socialismo era meglio lasciarlo segreto
A Borgodivalle, un paesino sperduto in Calabria ad un passo dal mar Ionio, nell'autunno del 1924 il progresso arriva col treno, con la costruzione del ponte di ferro.
Ponte che è costruito da un gruppo di operai che la sera si ritrova nella locanda per mangiare un boccone al caldo. Per parlare del lavoro, dei funghi da cercare, della caccia, delle donne.
Ma non di politica. Anche se almeno uno di questi operai è pure socialista.
Ma in quel 1924, anno secondo dell'era fascista, è meglio stare attenti quando si parla di politica.
Già era difficile prima, ma ora. Il giugno di quell'anno una squadraccia fascista aveva rapito e picchiato a morto il deputato socialista Giacomo Matteotti, colpevole di aver denunciato a viso aperto le violenze e le violazioni delle passate elezioni.
Ad Agosto il cadavere del deputato socialista era stato scoperto, sotterrato sotto un sottile strato di terra in un bosco.
Il romanzo di Gianni Mattencini non racconta solo di Matteotti, di fascismo: lungo la linea viene ritrovato il cadavere dell'ingegnere che doveva condurre i lavori, appena arrivato da Bari.
Un brutto omicidio su cui deve indagare il brigadiere Maisano, in un ambiente quasi ostile e selvaggio, chiedendosi chi e perché ha ucciso quell'uomo e poi in quel modo..
Meglio non parlare di politica, meglio non manifestare le proprie idee.
Potrebbe succedere anche oggi.
Ponte che è costruito da un gruppo di operai che la sera si ritrova nella locanda per mangiare un boccone al caldo. Per parlare del lavoro, dei funghi da cercare, della caccia, delle donne.
Ma non di politica. Anche se almeno uno di questi operai è pure socialista.
Ma in quel 1924, anno secondo dell'era fascista, è meglio stare attenti quando si parla di politica.
Già era difficile prima, ma ora. Il giugno di quell'anno una squadraccia fascista aveva rapito e picchiato a morto il deputato socialista Giacomo Matteotti, colpevole di aver denunciato a viso aperto le violenze e le violazioni delle passate elezioni.
Ad Agosto il cadavere del deputato socialista era stato scoperto, sotterrato sotto un sottile strato di terra in un bosco.
Prima di quel 10 giugno se sembrava che si potesse ancora ragionare di politica. Persino contestare il risultato delle elezioni di aprile, in occasione delle quali le squadre di Cesare Rossi avevano fatto volteggiare assai più di qualche manganellata per orientare al voto degl'incerti. Dopo 16 agosto, no. S'era fatto tutto più chiaro. Chiaro che i Dumini si sarebbero moltiplicati e affrancati da responsabilità. Anzi avrebbero preso a mostrare la loro inquietante presenza nei palazzi del potere dai quali, pur essendo omicidi e criminali, sarebbero stati lautamente stipendiati. Chiaro che anche i giornali, dopo il decreto di luglio, avrebbero raccontato soltanto favole belle, rischiando altrimenti sequestri e confische. E poi, l'idea politica di Onofrio non era una vera passione. Era piuttosto un trasporto, se così si può dire. Una simpatia. La caccia, quella sì, era passione, per lui. Per un'avventura di caccia ne avrebbe affrontati di sacrifici. L'idea socialista, invece, la poteva tenere segreta. Come una voglia di vino sulla pelle in un posto nascosto del corpo, come una famiglia di verruche sul petto un'altra cosa così. C'è ma non va mostrata. Figurarsi farne la propaganda. Della caccia si poteva parlarne. Di Bossoli, specchietti per allodole, polveri gelatinizzati e senza effetto di fumo, pallini e cartucce, sì. Certo che sì. Erano tempi quelli in cui contavano i sentimenti e comportamenti virili. La caccia, dunque, andava bene. E dopo la caccia, la cerca dei funghi, magari. E poi le donne. Oppure in ordine inverso. Ecco, sì. Questi erano argomenti da mettere in piazza. Il socialismo era meglio lasciarlo in segreto.[L'onore e il silenzio, di Gianni Mattencini - Rizzoli ]
Il romanzo di Gianni Mattencini non racconta solo di Matteotti, di fascismo: lungo la linea viene ritrovato il cadavere dell'ingegnere che doveva condurre i lavori, appena arrivato da Bari.
Un brutto omicidio su cui deve indagare il brigadiere Maisano, in un ambiente quasi ostile e selvaggio, chiedendosi chi e perché ha ucciso quell'uomo e poi in quel modo..
"Calabria, 1924. Il progresso ha il sapore del sangue".Questa pagina, però, mi ha colpito, perché racconta di un clima, negli anni in cui venivano emanate le leggi fascistissime in cui regime metteva sotto controllo il Parlamento, la stampa, le opposizioni. Quelle che, dopo la morte di Matteotti, scelsero l'Aventino, diventando ancora di più irrilevanti.
Meglio non parlare di politica, meglio non manifestare le proprie idee.
Potrebbe succedere anche oggi.
15 dicembre 2018
Arrigoni e l'omicidio nel bosco di Dario Crapanzano
Incipit
Vagamente preoccupato, e allo stesso tempo incuriosito, il commissario capo del Porta Venezia, Mario Arrigoni, in una mattina di inizio ottobre del 1953 si preparava a incontrare il questore di fresca nomina dottor Respighi. Per tutto il tragitto in tram da corso Buenos Aires a piazza Cavour si era domandato quale fosse il motivo della convocazione. Non che avesse alcunché da temere, ma doveva esserci qualcosa sotto, visto che il suo rapporto con il vicequestore Respighi si era prevalentemente limitato a conversazioni telefoniche, e la sua ultima visita in Questura risaliva alla notte dei tempi.
L’unico motivo che riusciva a immaginare riguardava il suo ruolo nella polizia: più volte il Respighi aveva tentato di fargli lasciare il Porta Venezia proponendogli una promozione. “Se mi offre di diventare vicequestore, o qualcosa del genere, gli dirò un’altra volta di no, non ho nessuna voglia di abbandonare il mio commissariato, e lui lo sa benissimo” pensava avvicinandosi all’ingresso di via Fatebenefratelli.
Arrigoni non voleva assolutamente cambiare sede: lui e i suoi collaboratori erano molto affiatati, con loro aveva condiviso una lunga serie di successi investigativi, e in alcuni casi alla stima professionale si univano simpatia e affetto. Infine, il commissariato che dirigeva da anni era vicinissimo, circa dieci minuti in tram, alla sua abitazione di piazza San Materno, dove viveva con le sue adorate donne, la moglie Lucia e la figlia Claudia, ormai quattordicenne, studentessa del liceo Carducci.
Un buon investigatore, come il
commissario Mario Arrigoni, è capace di fare il suo mestiere anche
fuori dal suo habitat, fuori dal suo territorio che, nel caso di
Arrigoni, è la città di Milano nei primi anni 50.
La città che conosce come le sue
tasche e da cui si sposta molto malvolentieri: per questo quando il
questore Respighi gli propone un nuovo incarico in trasferta, viene
accolta malvolentieri.
Si tratta di andare a seguire casi di
delitti avvenuti fuori città, nelle province di Como e Varese, dove
il presidio dei carabinieri è insufficiente a seguire anche questi
casi.
«La decisione» continuò il questore «è stata questa: dare vita a un’unità speciale, quella che gli anglosassoni chiamerebbero task force, costituita da funzionari esperti e in possesso di capacità investigative di prim’ordine, che avrà il compito di intervenire in queste località qualora venga commesso un omicidio, assumendo la direzione delle indagini, naturalmente con il supporto dei carabinieri del posto.»
«Molto interessante, ma ancora non vedo che cosa c’entro io in questa faccenda» commentò Arrigoni, fingendo di non capire.
«Arrigoni, non faccia il finto tonto, non è da lei,» riprese il Respighi «ma non voglio tirarla troppo per le lunghe. Al sottoscritto è stato delegato l’onore e l’onere di creare questa unità e di controllarla da lontano, mentre agisce sul campo. In questa prima fase sperimentale, la squadra, limitata al minimo indispensabile nel numero dei componenti, sarà operativa soltanto nelle province di Como e Varese, in seguito si vedrà. E veniamo a lei, caro commissario. Alla domanda se avessi in mente qualcuno in grado di gestire questo progetto, senza pensarci un attimo ho fatto il suo nome. La sua fama di investigatore ha avuto l’effetto immediato di mettere a tacere tutti, anche i rappresentanti dei carabinieri. Immagino che la cosa le faccia piacere.»
Nonostante la diffidenza iniziale, il
commissario si lascia convincere ad accettare la proposta, anche dopo
un colloquio con le donne della sua famiglia, Lucia e la figlia
Claudia.
Si tratta pur sempre di un
riconoscimento oltreché economico, anche del suo valore e poi, in
queste trasferte potrà portarsi dietro il neo brigadiere Ciro Di
Pasquale con cui ha ormai stabilito un buon rapporto non solo di
lavoro.
Tempo dieci giorni, è l'occasione per
un'indagine fuori città arriva: nei boschi sopra il paese di
Arbizzone Varesino, un paesino sul lago Maggiore a due ore da Milano,
è stato ritrovato il cadavere di un uomo da un cercatore di funghi,
un fungiatt.
Il tempo di preparare le valigie e
salutare la famiglia e si parte per questo paesino che si presenta
come i tanti paesini a mezza costa sul lago: l'edificio del comune in
stile anni 30, la farmacia, il caffè sport, la farmacia e la locanda
osteria di Celestina dove i due poliziotti si appoggeranno per
dormire.
Ad accoglierli in paese, il maresciallo
Partanna che, come si può intuire dal cognome, è pure lui uno
“straniero”, arrivando dalla provincia di Trapani.
A differenza da quanto temevano, i
carabinieri non vedono nell'arrivo del famoso commissario Arrigoni
(le cui indagini hanno avuto una eco anche da quelle parti)
un'invasione di campo, anzi, è un modo per imparare un metodo nuovo
di indagine. Che non può cominciare dall'analisi della scena del
delitto.
Il morto, Arnaldo Castagna, è stato
ucciso con un colpo alla testa, probabilmente una pietra. Dato il
poco sangue, potrebbe anche essere stato ucciso altrove e poi
spostato nel bosco nel tentativo di ritardare la scoperta.
Come procedere allora?
Il metodo Arrigoni si basa sulla teoria
dei “cerchi concentrici”: si parte dal morto, che è imprenditore
edile molto chiacchierato in paese, e si indaga sulla sua famiglia,
la giovane e bella moglie.
Poi dalle persone con cui aveva
rapporti stretti e con cui era in affari.
Infine si cercano possibili testimoni
tra le persone che vivono in quella zona del paese, vicino al bosco.
Non è un'indagine facile, nessun caso
di omicidio è facile all'inizio.
Ma in questo caso le difficoltà
nascono dal fatto che la gente del paese è chiusa, ai limiti
dell'omertà: riportano al commissario tante malignità, ma nessuno
sembra avere visto o sentito niente.
Il morto era sì un costruttore, ma era
anche dedito al contrabbando con la Svizzera ed era sempre riuscito a
scamparla dalle indagini del tenente della Finanza con cui Arrigoni
parla.
Non solo, oltre al contrabbando, era
pure dedito all'usura, prestiti a strozzo a persone in difficoltà a
cui chiedeva poi alti interessi.
Si deve partire da qui per cercare il
movente del delitto? Qualche membro della sua banda di spalloni che
gli ha “fatto le scarpe” per scalzarlo dal comando?
Oppure una persona a cui aveva prestato
del denaro e che esasperato dalle richieste lo ha ucciso?
Oppure c'entra qualcosa la moglie, di
cui si insinua una relazione con un'altra persona alle spalle del
marito, molto più vecchio?
“..la brutta figura la stiamo rischiando davvero. Il fatto è che questa è una strana indagine: la vittima aveva tutte le caratteristiche per attirarsi, come minimo, antipatie, invidie e recriminazioni, ma ciononostante abbiamo scoperto ben poco di concreto. E non c'è traccia di un testimone, non ci sono vicini di casa, portinaie, solo un paese silenzioso, cioè vale a dire nessuno, diamine! ..”
Arrigoni, assieme al bravo Di Pasquale,
che anche in questa indagine avrà modo di fare colpo nei confronti
della bella locandiera, si daranno un bel da fare per trovare le
cause del delitto e risalire all'assassino.
Questo “Arrigoni e l'omicidio nel
bosco” risulta meno riuscito, rispetto ai precedenti romanzi, non
solo perché manca il racconto della Milano di un tempo, ma anche per
l'impressione che la storia sia tirata un po' per le lunghe, almeno
nella parte centrale del racconto, quando i due investigatori si
trovano a “brancolare nel buio” e la storia si perde tra
questione gastronomiche e l'arte di seduzione del giovane Di
Pasquale.
Spero che Arrigoni torni nella sua
Milano con una storia con dentro un po' più di giallo.
La scheda del libro sul sito di
SEM Libri
14 dicembre 2018
Quando si parla di infrastrutture
Questa è una notizia che oggi farete fatica a trovare sulle prime pagine dei giornali: il video inedito andato in onda al TG3 del deragliamento del convoglio di Trenord a Pioltello, con le scintille che escono dai binari.
Ma non c'è solo questo, le scintille al passaggio dei convogli si vedevano anche nei giorni precedenti. Ma il video mostra anche altro: dopo il passaggio dei treni degli operai presumibilmente di RFI andavano a controllare quel pezzo di binario, quello dove era presente pure una zeppa in legno come riparazione provvisoria.
Dunque, RFI poteva sapere dei problemi di quel tratto e forse di altri problemi di altri tratti su altre linee.
Quando si parla di sicurezza si parla anche di questo: la sicurezza di arrivare sicuri e comodi al posto di lavoro.
Quando si parla di infrastrutture si dovrebbe parlare anche di questo: le infrastrutture usate dai pendolari.
Ma non c'è solo questo, le scintille al passaggio dei convogli si vedevano anche nei giorni precedenti. Ma il video mostra anche altro: dopo il passaggio dei treni degli operai presumibilmente di RFI andavano a controllare quel pezzo di binario, quello dove era presente pure una zeppa in legno come riparazione provvisoria.
Dunque, RFI poteva sapere dei problemi di quel tratto e forse di altri problemi di altri tratti su altre linee.
Quando si parla di sicurezza si parla anche di questo: la sicurezza di arrivare sicuri e comodi al posto di lavoro.
Quando si parla di infrastrutture si dovrebbe parlare anche di questo: le infrastrutture usate dai pendolari.
13 dicembre 2018
Il ritorno del terrorismo
Il nuovo terrorista (di matrice islamica, ma sempre terrorista rimane) non è più un esperto del Corano come gli esponenti di Al Qaeda, martiri senza peccati alle spalle: Cherif Chekatt (l'attentatore di Strasburgo) era stato arrestato più volte, non era uno sconosciuto per le forze dell'ordine. Come ha potuto colpire in quel modo, senza che venisse fermato prima?
Chi ha seguito la prima parte della puntata di ieri di Atlantide, la trasmissione di inchiesta di Andrea Purgatori, ha ora più chiaro in mente perché l'Europa e, in particolar modo, alcuni paese in particolare siano più vunerabili agli attentati del terrorismo di matrice islamica.
Scarsa cooperazione tra servizi, informazioni in mano all'intelligence che non arrivano ai poliziotti di frontiera, poche risorse e molti obiettivi da monitorare: dei circa 5000 europei andati in Siria, si stima che circa un terzo siano tornati in Europa e una parte di questi è stata preparata per compiere attentati.
Sembrano poche 1500 persone da seguire, molte delle quali già note alla polizia perché hanno dei precedenti alle spalle.
D'altronde l'Europa è unita sulla moneta, sull'atteggiamento da seguire nei confronti dei migranti, nel controllo del dei conti sull'economia e meno sul resto.
Non esiste un'uniformità sulle leggi antimafia e nemmeno sul terrorismo.
E nemmeno sulla fiscalità, su regole antidumping, sulla questione dei paradisi fiscali (vedi il Lussemburgo di Juncker).
Una riflessione se questa sia l'Europa che vogliamo dovremmo anche farla.
Chi ha seguito la prima parte della puntata di ieri di Atlantide, la trasmissione di inchiesta di Andrea Purgatori, ha ora più chiaro in mente perché l'Europa e, in particolar modo, alcuni paese in particolare siano più vunerabili agli attentati del terrorismo di matrice islamica.
Scarsa cooperazione tra servizi, informazioni in mano all'intelligence che non arrivano ai poliziotti di frontiera, poche risorse e molti obiettivi da monitorare: dei circa 5000 europei andati in Siria, si stima che circa un terzo siano tornati in Europa e una parte di questi è stata preparata per compiere attentati.
Sembrano poche 1500 persone da seguire, molte delle quali già note alla polizia perché hanno dei precedenti alle spalle.
D'altronde l'Europa è unita sulla moneta, sull'atteggiamento da seguire nei confronti dei migranti, nel controllo del dei conti sull'economia e meno sul resto.
Non esiste un'uniformità sulle leggi antimafia e nemmeno sul terrorismo.
E nemmeno sulla fiscalità, su regole antidumping, sulla questione dei paradisi fiscali (vedi il Lussemburgo di Juncker).
Una riflessione se questa sia l'Europa che vogliamo dovremmo anche farla.
12 dicembre 2018
Quelli che dicono sempre no
Non sono solo quei montanari ignoranti dei no tav che dicono sempre no.
Ci sono gli imprenditori e i commercianti che dicono no alla fattura elettronica.
C'è la FCA che dice no agli investimenti (quelli promessi) se si mette l'ecobonus per inventivare chi inquina di meno.
E, infine, c'è chi dice no alla lotta alla corruzione.
Ma questi evidentemente sono dei no che aiutano il paese a crescere
Ci sono gli imprenditori e i commercianti che dicono no alla fattura elettronica.
C'è la FCA che dice no agli investimenti (quelli promessi) se si mette l'ecobonus per inventivare chi inquina di meno.
E, infine, c'è chi dice no alla lotta alla corruzione.
Ma questi evidentemente sono dei no che aiutano il paese a crescere
Per non dimenticare – 49 anni da Piazza Fontana
16:37 del 12 dicembre 1969,
l'anno dell'allunaggio: un'esplosione all'interno della banca
dell'Agricoltura in piazza Fontana causa nell'immediato 13 morti e
decine di feriti.
All'inizio si parlò dello scoppio di
una caldaia. Ma era in realtà una bomba contenuta dentro una
valigetta, posta sotto il tavolo pesante nell'atrio della banca.
Piazza Fontana, Piazza della Loggia,
Italicus, la bomba alla stazione di Bologna: quando la storia
viene ridotta ad una questione di geografia, con tante bandierine da
piazzare sul calendario e con le celebrazioni affidate ad un numero
sempre più ridotto, significa che è completamente persa la memoria
di cosa è stata la nostra storia recente.
Una storia, quella della nostra
Repubblica nata dalla Resistenza e basata su una Costituzione
antifascista, che spesso è sfociata in tragedia e dove la tenuta
delle istituzioni è stata ad un passo dal cedere.
E' sembrato così in quell'estate del
1965, come denunciarono due giornalisti de l'Espresso, Scalfari e
Lino Jannuzzi) con quel “tintinnar di sciabole” dal sapore di un
golpe (organizzato SOLO dai carabinieri).
E qualcuno pensò lo stesso dopo quelle
bombe scoppiate in quel 12 dicembre 1969: le due bombe di Milano (una
nella banca dell'Agricoltura che causò la strage e l'altra
inesplosa) e le altre bombe a Roma.
La nostra storia è fatta anche di
questo, non solo dai tanti episodi di eroismo e di orgoglio: anche
tante storie di fango, di tritolo, di sangue e di terrore.
Vi ricordate ancora quello che si
diceva dopo le bombe dell'estate del 1992? E le altre bombe in
continente nel 1993?
Ci sono stati periodo in cui
qualcuno, anche all'interno delle istituzioni ha pensato di
condizionare il percorso politico di questo paese col terrore. Con le
bombe. Nelle banche, nelle stazioni, sui treni, nelle piazze.
Avremmo potuto essere un paese diverso,
di questo ne sono convinto, senza Piazza Fontana e, prima ancora,
senza la strage di Portella della Ginestra. O senza le bombe della
mafia e la seguente trattativa stato-mafia.
Ecco, per cercare di essere quel paese
diverso, dobbiamo cercare di capire e fare luce sui tanti lati oscuri
della nostra storia: le bombe, il terrore, si sono spesso intrecciate
ad episodi di ricatti, di violenza a corpi dello Stato, per spostare
quel baricentro politico.
Dobbiamo comprendere come sono maturate
quelle stragi, quali i mandanti, chi ha beneficiato di quelle bombe,
di quelle morti. Chi ha tradito dentro lo Stato.
Sul sagrato del Duomo, nel giorno dei
funerali, una delle migliaia di milanesi venuti a rendere omaggio si
chiedeva questo. “Perché questa strage?”
Il 1969 era l'anno dell'autunno caldo e
delle manifestazioni in piazza, delle rivendicazioni salariali da
parte delle tute blu (che allora esistevano ancora) dopo la scoperta
che il boom economico aveva arricchito il paese in modo diseguale.
C'erano molte tensioni per far uscire
il nostro paese dal guscio di arretratezza sociale, per svecchiare le
sue istituzioni e i partiti.
C'erano le spinte degli operai ma anche
quelle degli studenti.
Ma c'era anche Jalta, il vincolo
atlantista che costringeva il nostro paese ad essere governato dalla
Democrazia Cristiana, una classe imprenditoriale poco illuminata
(pochi gli Olivetti che pensavano anche ai propri dipendenti) e una
manovalanza fascista disposta a fare i lavori sporchi per quanti
volevano che questo paese rimanesse così com'è.
Bloccare l'avanzata dei comunisti al
governo, mantenere lo stesso blocco di potere nei posti di comando.
Creare caos, terrore, destabilizzare
per stabilizzare il paese.
Di questo si discusse nell'incontro
all'hotel
Parco dei Principi nel maggio 1965 organizzato dall'istituto
Pollio, a cui presero parte i nostri vertici militari e di cui furono
relatori Guido Giannettini e Pino Rauti.
Un'agente a servizio del SID e il
politico di estrema destra fondatore del Movimento politico ordine
nuovo.
Da qui si deve partire per capire il
perché di quelle bombe, delle protezione di cui hanno goduto i
neofascisti veneti che hanno preparato e gestito l'attentato.
E delle protezione che hanno goduto
poi: la finta pista anarchica confezionata a Roma dall'Ufficio Affari
Riservati e dal SID (e da quella strana agenzia di stampa Aginter
Press) con tanto di mostro da sbattere in prima pagina, “l'anarchico”
Valpreda.
Depistaggi che colpirono anche uomini
dello Stato che avevano cominciato ad indagare sull'arcipelago
neofascista in Veneto, come il commissario della Mobile di Padova,
Juliano.
E poi salire su fino al livello
politico, quello dei non ricordo, non so (Andreotti su
Giannettini), quello che ha protetto il SID e che della
“teoria della tensione”, più ne ha giovato.
Dei misteri (ma sarebbe più corretto
parlare di segreti) di Piazza Fontana in tanti sapevano: come il più
volte ministro Taviani sapeva, nella deposizione di fronte
alla Commissione Stragi disse “quel giorno non doveva morire
nessuno”.
Sapeva forse Saragat, il presidente della Repubblica: si incontrò con Nixon nel febbraio 1969 dove quest'ultimo presentò le sue preoccupazioni per l'avanzata delle sinistre. Gui, altro ministro DC, riferì in commissione monocamerale sulle stragi nel 1987, dell'incontro del 23 dicembre 1969 tra Moro e Saragat.
Quando Moro (all'epoca ministro degli esteri) rinunciò a denunciare le notizie sui tentativi di golpe di cui era in possesso (per i suoi contatti con l'arma), se Saragat avesse rinunciato alla svolta autoritaria, appoggiata da parte dei servizi, dell'ambasciata americana, della destra eversiva ..
Sapeva forse Saragat, il presidente della Repubblica: si incontrò con Nixon nel febbraio 1969 dove quest'ultimo presentò le sue preoccupazioni per l'avanzata delle sinistre. Gui, altro ministro DC, riferì in commissione monocamerale sulle stragi nel 1987, dell'incontro del 23 dicembre 1969 tra Moro e Saragat.
Quando Moro (all'epoca ministro degli esteri) rinunciò a denunciare le notizie sui tentativi di golpe di cui era in possesso (per i suoi contatti con l'arma), se Saragat avesse rinunciato alla svolta autoritaria, appoggiata da parte dei servizi, dell'ambasciata americana, della destra eversiva ..
È la teoria dei cerchi concentrici,
spiegata dal collaboratore di Aldo Moro, Corrado Guerzoni.
“Per cerchi concentrici ognuno sa che cosa deve fare.
Non è che l’onorevole X dice ai servizi segreti di recarsi in Piazza Fontana e mettere una bomba. Non accade così.
Al livello più alto della stanza dei bottoni si afferma: il Paese va alla deriva, i comunisti finiranno per andare presto al potere.
Poi la parola passa a quelli del cerchio successivo e inferiore dove si dice: sono tutti preoccupati, cosa possiamo fare?
Si va avanti così fino all’ultimo livello, dove c’è qualcuno che dice “va bene, ho capito ”.
Poi succede quello che deve succedere.
Una strage in una banca, in una stazione, in una piazza, sopra un treno.
Oppure, come nel nostro caso, un omicidio di due ragazzini [si riferisce all'omicidio di Fausto e Iaio a Milano nel 1978].
Così nessuno ha mai la responsabilità diretta.
E se vai a dire all’onorevole X che lui è il mandante della strage di Piazza Fontana, ti risponderà di no. In realtà, è avvenuto questo processo per cerchi concentrici.
Piazza Fontana non è solo una
bandierina da piazzare sulla cartina o un anniversario da celebrare
come rito a se stante.
E' una storia di morti, le vittime
della bomba e le altre vittime collegate alla bomba, da Pinelli volato giù dalla finestra del 4 piano della Questura di Milano, a Luigi Calabresi (4 anni dopo, da un commando di Lotta Continua), al
portinaio dello stabile di Padova Alberto Muraro, ad Armando Calzolari
il segretario di Borghese ed ex membro della X Mas...
E poi i magistrati colpiti dal
terrorismo nero e rosso, come il giudice Vittorio Occorsio a Roma ed
Emilio Alessandrini a Milano.
E' una storia di dolore per i parenti
delle vittime.
Piazza Fontana fu la miccia che portò
poi alla radicalizzazione dello scontro politico: dalla “strage di
Stato”, gli omissis, i non so, i depistaggi, è partito il senso di
sfiducia nelle istituzioni di cui si sono alimentati i gruppi della
sinistra extraparlamentare, che divennero poi le BR.
Se è lo Stato a mettere le bombe (e a
proteggere i fascisti) l'unico modo per portare a compimento la
guerra partigiana è usare anche noi le armi.
Per anni abbiamo aspettato le sentenze,
il termine dei processi che sono durati anni, decenni, sperando che
lo Stato fosse in grado di giudicare sé stesso.
Abbiamo aspettato anni e, almeno per la
strage di Brescia, la bomba nella piazza della Loggia del 24 maggio
1974, abbiamo
una sentenza che indica come colpevoli estremisti di destra Carlo
Maria Maggi e Maurizio Tramonte (la fonte Erodoto dei servizi
italiani dell'epoca).
Sappiamo, nonostante le assoluzioni
discordanti dei processi sulla strage di Milano, che i neofascisti
Freda e Ventura, assieme a Delfo Zorzi, sono responsabili delle bombe
poi attribuite agli anarchici e anche di quella esplosa nella banca
dell'Agricoltura.
E' solo un piccolo squarcio nel velo
che ha coperto la verità su questi misteri, che ha impedito ai
cittadini italiani di conoscere la storia del loro paese.
E finché il velo non sarà strappato
del tutto, finché non avremo messo fine a questi segreti, questi
ricatti tra chi ancora sa qualcosa ma non vuole parlare, la nostra
democrazia non sarà mai compiuta del tutto.
Perché lo sappiamo che se alla fine il
golpe non c'è stato, se i magistrati, alcuni almeno, hanno
continuato a fare le indagini, significa che le istituzioni hanno
retto.
C'è ancora speranza: speranza di
giustizia, speranza di non tornare indietro a quegli anni di terrore.
Non solo per gli italiani di oggi, ma gli italiani di domani.
Che devono avere fiducia nello Stato,
riconquistare la passione per fare politica, avere speranza in un
futuro limpido, cittadini liberi dalle paure in uno stato libero.
Anche oggi, passati 49 anni da quella
strage, definita la madre di tutte le stragi: perché ancora oggi la
nostra democrazia (ovvero i nostri diritti, le nostre libertà)
possono essere a rischio.
Questo ora è il nostro compito: continuare a raccontare la storia di Piazza Fontana per consegnare il testimone della memoria alle future generazioni.Francesca Dendena, figlia di Pietro, morto nella strage
Alcuni spunti
di lettura:
- Piazza Fontana la strage senza giustizia
- Una stella incoronata di buio di Benedetta Tobagi
- Piazza Fontana, noi sapevamo, di Andrea Sceresini , Nicola Palma , Maria elena Scandaliato
- Piazza Fontana di Francesco Barilli Matteo Fenoglio.
- Confine di Stato, di Simone Sarasso
- La repubblica delle stragi impunite di Ferdinando Imposimato
- Doppio livello di Stefania Limiti
- Il segreto di piazza Fontana di Stefano Cucchiarelli
- Il sangue e la celtica di Nicola Rao
- Stragi di Rita di Giovacchino
- 12 dicembre 1969 di Mirco Dondi
11 dicembre 2018
Report – nel nome di Matteo (chi sono i nuovi leghisti?)
L'inchiesta sulla nuova Lega, sui
giudici di pace che lavorano gratis e, nell'anteprima, un servizio
sulle auto che si guidano da sole: siamo pronti a lasciarci guidare
da un algoritmo?
L'auto fantasma – Lucina Paternesi
L'auto a guida autonoma è quasi
realtà: auto con mille sensori per muovere volante e pedali e il
futuro è l'auto senza autista, come quella di Google.
Ci sono report che dicono che tra 10
anni queste auto saranno almeno il 20%, un settore su cui stanno
investendo i big dell'auto e dell'high tech.
Con la guida autonoma potrebbe
abbassarsi il numero di incidenti, causati dall'errore umano, ma
significa anche rivoluzionare le nostre strade e le nostre città.
In attesa di nuove infrastrutture
dobbiamo accontentarci della guida assistita: a seconda del livello
di autonomia, l'autista ha sempre meno compiti.
In Italia a Parma ,avevamo brevettato
già nel 1998 un'auto a guida autonoma, che però ha avuto bisogno di
un'azienda americana per partire.
Elon Musk di Tesla sta investendo su
questo settore, con un'auto che segue la strada andando a monitorare
i segni delle corsie.
In Europa la guida senza autista è
vietata dalla convezione di Vienna: il governo ha recentemente varato
una legge per ammodernare le strade, ma siamo ben lontani da
permettere una guida autonoma.
La guida autonoma è gestita da un
software che sarà più responsabile di un guidatore medio, ma già
oggi ci sono stati degli incidenti (con dei morti) durante la
sperimentazione di queste auto. Di chi è la colpa? Del guidatore o
del software?
Mario Nobile, DG dei sistemi
informativi del MIT tira in ballo questioni di etica: come si
dovrebbe comportare l'algoritmo in situazioni che prevedono più
gradi di rischio? Che rischio dovrebbe accettare il sw?
Qual è la soluzione più giusta?
Nel frattempo dobbiamo almeno
aggiornare le nostre strade.
Nel nome di Matteo – Claudia di
Pasquale
Domenica a Piazza del Popolo Salvini
parlava a nome di 60 ml di italiani: i nuovi leghisti non sono più i
padani, ma persone che vengono dalla Calabria, dalla Sicilia e dalla
Sardegna.
Ma ci sono due partiti in questo
momento: al sud i neo leghisti si sono iscritti alla Lega per Salvini
premier, che si aggiunge alla Lega nord.
Per conoscere i nuovi leghisti Claudia
di Pasquale ha girato il paese: a Parma alla festa della Lega ci si
iscrive ancora alla Lega nord per l'indipendenza della Padania.
A Bari all'assemblea della Lega
pugliese si parla di Lega per Salvini: la parola nord è sparita e
nello statuto della nuova Lega è la trasformazione in uno stato
federale.
Due partiti e un solo leader che non si
sottrae al rito dei selfie.
Il deputato Zaccheri, eletto nel Lazio,
parla di Daje Matté: è Salvini l'eletto premier anche se non lo ha
deciso nessuno; eppure esiste ancora la Lega nord con Bossi
presidente.
Il nuovo partito non ha organi
federali, non ha fatto un congresso, ha un gruppo alla Camera e due
gruppi al Senato.
Il cambio nome nasce a seguito
dell'inchiesta sui fondi della Lega: secondo la procura di Genova le
rendicontazioni dell'ex tesoriere Belsito erano false.
I soldi del partito erano usati per la
famiglia Bossi e così viene chiesto il sequestro dei beni del
partito: è la storia dei 49ml di euro (di fondi elettorali) che la
Lega deve restituire allo Stato in comode rate.
Non è più Roma ladrona e non è più
il tempo della secessione.
Del profitto della truffa, i finti
rendiconti, parte di questi sono stati goduti anche dalla Lega
quando, nel 2012-2014 il partito era nelle mani di Maroni e Salvini.
Soldi che non ci sono, racconta
Salvini: nei bilanci del partito oggi spuntano due voci, le donazioni
e gli oneri diversi di gestione.
Si parla di 30ml di euro che, chi ha
studiati bilanci, non hanno giustificazione: sembrerebbe un modo
elegante per far uscire dei soldi dal partito (soldi scappati in
Lussemburgo?).
La Finanza ha perquisito ieri la sede
dell'associazione Più Voci, del Populista, a Bergamo: la procura sta
indagando sulle donazioni del costruttore Parnasi ad associazioni
vicine alla Lega, con l'ipotesi che si sia trattato di un modo di
finanziamento illecito ad un partito.
Come faceva Parnasi a conoscere
l'associazione di Centemero, Più voci, che non ha nemmeno un sito?
Oggi la procura di Genova ha stretto un
accordo con la Lega, per cui il partito darà 600mila euro l'anno per
risarcire il danno.
Ma la procura potrebbe non sequestrare
i beni del nuovo partito, Lega per Salvini premier, perché si
aprirebbero contenziosi lunghi anni.
Centemero non ha poi dato risposte alla
giornalista, sulle associazioni e sul significato degli oneri.
Vedremo se il nuovo partito che ora
prende voti anche al sud, riuscirà a raccogliere altri soldi.
Prima gli italiani
Salvini si è fatto immortalare durante
la demolizione di una villa di Casamonica, operazione fatta dalla
regione Lazio: è la sua immagine, la ruspa, i fatti, la linea dura.
Nel Lazio e anche al sud nella
Calabria: “combatteremo la camorra e la ndranghera che
scompariranno da questa terra” ha promesso alle persone presenti al
comizio.
A San Luca ha sciorinato l'ennesimo
elenco di sequestri, arresti: ma il numero due in Calabria Furgiuele,
di Lamezia Terme, dove i carabinieri pochi mesi fa hanno sequestrato
i beni del genero Mazzei, condannato per il reato di estorsione.
Nei lavori della Salerno Reggio
Calabria gli inquirenti sostengono che fosse il trait d'union tra le
imprese e i clan: i carabinieri hanno sequestrato i beni a Mazzei e
tra questi anche quelli intestati alla moglie di Furgiuele.
Un altro bene confiscato è una cava da
cui è stato estratto il calcestruzzo per l'autostrada: dentro la
cava ci sono imprese di Armando Mazzei cognato di Furgiuele, la
Laterina Costruzioni, non sottoposta a sequestro.
Un rapporto da chiarire: “non fatemi
fare i processi ai parenti” risponde Salvini, che non intende
rispondere dei comportamenti del suo coordinatore in Calabria.
Nella Piana di Gioia Tauro troviamo le
baracche dove vivono i migranti. Poco lontano Rosarno, paese delle
cosche dei Bellocco.
“Salvini oggi non si vergogna più
dei calabresi” raccontavano alla giornalista delle persone di
Rosarno: qui Salvini ha preso dei voti, il coordinatore è un ex FDI,
Gioffrè.
Come ha fatto la Lega ad arrivare al
14%?
Il pieno dei voti l'ha fatto però
Forza Italia, il partito del difensore di Gioffrè, Saccomanno.
A Reggio Calabria ha preso al Senato
più dell'8%: qui la candidata era una fedelissima di Scopelitti,
oggi in carcere per una condanna a seguito dell'inchiesta sul buco di
bilancio di Reggio.
Su Scopelliti ci sono altre ombre,
essere nominato come sindaco grazie all'appoggio delle cosche.
Non sono pochi i sostenitori di
Scopelliti che sono passati a Salvini.
La giornalista si è messa sulle tracce
della sede reggina della Lega per Salvini premier: sarebbe in un
palazzo dove però nessuno ne sa niente.
Nel coordinamento per Reggio si trova
un ex del partito dei Verdi, il legale del senatore Matacena (oggi
latitante), che però è un no euro e un no Europa, “di Salvini non
me ne frega niente”.
In Calabria la Lega sta portandosi
dentro quei politici che una volta accusava di aver male amministrato
il sud: lo stesso è successo in Puglia.
Ex Forza Italia era l'attuale
coordinatore Caroppo.
Ex fittiano il consigliere leghista di
Bari.
L'unico senatore leghista in regione è
un altro fittiano: oggi questo senatore è indagato in una inchiesta
sull'assegnazione di case confiscate in cambio di voti.
La Lega è sbarcata anche ad Afragola
in Campania, dove è stato eletto sindaco l'imprenditore Grillo
sostenuto anche da Salvini: qui tra i salviniani anche la senatrice
Castiello, una volta vicina all'ex senatore Nespoli (anche lui ex
sindaco di Afragola ed ex pdl).
Nespoli è stato coinvolto in una
inchiesta per riciclaggio.
Dietro la Lega campana si sospetta che
ci sia l'ex senatore Nespoli: avrebbe fatto lui le liste e non il
segretario regionale Cantalamessa, il deputato è un altro ex PDL.
Damiano Genovese è un sovranista, non
un leghista della Lega di Bossi, ed è stato eletto in Campania; un
altro sovranista è l'ex PDL Barbaro, oggi eletto nella Lega per
Salvini.
La Lega in Sicilia.
Nel 2014 la sopravvivenza della Lega
alla Camera è legata al passaggio dall'MPA verso la Lega di
Attaguile: diventerà poi segretario del movimento di Salvini a cui
consiglierà nuovi candidati.
Come Antonio Mazzeo, ex sindaco di
Maletto, un piccolo comune vicino Catania.
Mazzeo è un parente di una persona
condannata per mafia: non ho scelto io i miei parenti – è la
risposta di Mazzeo, con cui non ha rapporti.
Attaguile è stato il primo deputato
leghista alla Camera: ex DC, autonomista, il padre ex ministro DC,
vicino a Lombardo.
Attaguile considera Lombardo un
buon governatore, ma Lombardo ha lasciato una regione con 5 miliardi
di euro, ha lasciato il problema dei rifiuti, ha autorizzato
l'ampliamento di una discarica in una zona a rischio smottamento.
Discarica gestita dalla Oikos, dove
lavorano parenti del sindaco leghista di Sant'Anastasia, Carrà.
A Graniti nel messinese la Lega
ha preso più del 30% con Lo Monte, altro politico di lungo corso che
ha cambiato diversi partiti: vuole l'autonomia della Sicilia e non
della Padania.
Qui siamo in Sicilia e non si può
parlare di politica clientelare: spesso si è nelle condizioni per
fare redistribuzione – così parla il deputato che è difensore di
Cuffaro, come politico.
Avrebbe pure votato la fiducia al
governo Gentiloni, al jobs act, all'Italicum.
Non un esempio di coerenza: ma il
trasformismo è una qualità, dice alla giornalista.
Ad Aci Castello il sindaco Drago
(ex UDC con Lombardo e Cuffaro) è passato con Salvini.
Ma ora è stato allontanato, dal gruppo
dirigente siciliano dove, parola di Drago, è un tutto contro tutti
..
Chissà se Salvini le sa queste cose.
La politica che Salvini ha sempre
criticato è oggi la sua politica.
I bilanci della Lega per Salvini in
Sicilia non ci sono.
Nel 2017 la Lega per Salvini è stata
commissariata, dopo le elezioni regionali: l'ex deputato regionale
Caputo, ha fatto campagna elettorale per il fratello, per la lista di
Nello Musumeci.
Grazie ai suoi voti la Lega ha superato
il 5%: l'ideatore di questa scelta (quella di Caputo) è del deputato
Pagano, vicepresidente della Lega alla Camera.
Anche lui è un ex PDL ed ex centro
destra con Alfano.
Ora è approdato alla Lega, “in modo
naturale”.
Pagano non è più coordinatore e
Salvini ha mandato qui il sottosegretario Candiani: ma non sembra che
siano cambiate le cose. Ad Enna a coordinare c'è un ex DC con due
persone che hanno militato nel pd.
Un ex Alfaniano ad Agrigento. A Palermo
un ex m5s. Il responsabile enti locali a Catania ex PDL …
IL partito della Lega sembra il carro
dei vincitori su cui stanno salendo ex dei vari partiti e partitini
che hanno fatto politica in Sicilia.
“Hanno cambiato opinione come San
Paolo sulla strada di Damasco” cerca di giustificare Candiani.
Come Tony Rizzotto, unico deputato
regionale della Lega, presidente di un ente di formazione dove sono
successe cose brutte, ma a sua insaputa. Così dice.
Ente che riceveva fondi europei e
regionali ma che non avrebbe pagato i dipendenti.
“I soldi non li ho presi io” -
spiega Rizzotto - “questo è importante”.
C'è un codice etico che esclude dalla
candidature persone condannate per reati contro la pubblica
amministrazione, la legalità prima di tutto: ma poi ci sono persone
condannate in primo grado per peculato nella Lega, in Piemonte.
Strano.
La Lega al sud non sembra nulla di
diverso dalla vecchia politica di una volta. Nessun cambiamento,
nessuna lotta al clientelismo, nessuna coerenza nella lotta alla
mafia.
10 dicembre 2018
Anteprima delle inchieste di Report: il partito di Salvini
Le immagini della manifestazione
politica della Lega di Salvini (non più lega nord) le abbiamo viste
tutti: un leader, una piazza piena di tifosi, i soliti slogan
ripetuti più e più volte (dalle parole ai fatti, prima gli
italiani), un'accurata preparazione per l'evento con tanto di
manifesti con la scritta “lui non ci sarà”, per indicare i
nemici del “capitano”.
Sulla scia di Berlusconi e Renzi, anche
Matteo Salvini è un leader divisivo che non parla a tutto il paese e
che dunque non può permettersi di parlare a nome di 60 ml di
italiani.
Ma chi sono questi italiani che hanno
voluto dare fiducia all'ex comunista padano, all'europarlamentare
spesso assente a Bruxelles, al politico che sembra passare più tempo
sui social che a lavorare?
Come è organizzata la sua macchina
politica, da dove prendono i soldi, per questa nuova “ditta” che,
stando ai sondaggi, si sta mangiando tutto il centro destra?
Le inchieste de l'Espresso
(e di altri quotidiani)
hanno raccontato dei soldi arrivati dall'estero, dei trasformisti che
riempiono le liste, della caccia degli inquirenti per trovare quei 49
milioni che la Lega deve restituire allo Stato:
Il primo banco di prova sono state le Regionali siciliane, dove insieme a Fratelli d'Italia ha ottenuto il 5,6 per cento. Un risultato che ha aperto per la prima volta le porte dell'Assemblea regionale a un deputato leghista. Non esattamente un volto nuovo, bensì un riciclato dei vecchi partiti della clientela democristiana. E già indagato.
Non l'unico trasformista in Sicilia. Il segretario nazionale di Noi con Salvini e responsabile della Lega sicula è Angelo Attaguile. Suo padre Gioacchino è stato sottosegretario e ministro nei governi Rumor e Colombo, lui, democristiano da una vita, è legatissimo a Raffaele Lombardo, l'ex presidente di Regione condannato in appello per voto di scambio. Attaguile si è speso molto per la causa, al punto da mettere a disposizione, come racconta L'Espresso, l'abitazione romana di via Cesi dove risulta tuttora registrata la sede del movimento incubatore della Lega nazionale.
In Calabria, invece, Salvini ha puntato sulla destra sociale, sovranista. Con lui, infatti, si è schierato l'ex governatore della Calabria, Giuseppe Scopelliti, condannato per abuso e falso e sotto inchiesta della procura antimafia di Reggio Calabria. Non sarà candidato per evitare imbarazzi al capo leghista, ma non ha rinunciato a infilare in lista sue pedine. È, invece, in lizza per un posto da deputato Domenico Furgiuele,segretario della Lega-Noi con Salvini in Calabria. Suo suocero è un imprenditore con i beni sotto sequestro dall'antimafia. E non solo.
Della comunicazione social di Salvini,
affidata a Luca Morisi, si era occupato un servizio di Giulio
Valesini nel 2017: questa sera Claudia Di Pasquale (in collaborazione
con Carla Rumor) si occuperà di quello che sta succedendo a questo
partito da Roma in giù.
Fa impressione vedere il partito che
era di Roma ladrona e che fino a pochi anni fa parlava di secessione
(ma poi era alleata agli ex missini al governo) prendere voti a Roma,
a Napoli e perfino in Calabria e Sicilia.
Perfino Agrigento
(non Bergamo, non Varese) ex feudo di Alfano, si scopre leghista: qui
aprono nuovi circoli, si stampano nuove tessere per simpatizzanti che
cercano nel “capitano” un leader capace di mantenere le promesse.
Prima gli italiani: ma per cosa, in una
regione che non è in grado di garantire per i suoi cittadini molti
dei servizi pubblici?
Per anni la Lega Nord si è battuta per l'indipendenza della Padania, oggi la parola Nord è sparita. Nel nome di Matteo Salvini il partito cresce da Roma alla Sicilia. Con quali mezzi? Chi sono i nuovi leghisti?
Alla festa della
Lega a Parma (ex festa del Toro) il deputato Tombolato non vuole
sentir parlare di nord e sud, siamo tutti dell'Italia, lo slogan
prima il nord è messo in archivio (almeno sulla carta).
Eppure chi si
iscriveva al partito agli stand di Parla si iscriveva alla Lega nord
che all'articolo 1 dello statuto parla di indipendenza della Padania.
A quale partito ci
si sta iscrivendo, a chi diamo il 2 per mille? A quello di Salvini o
a quello della Lega nord?
Dal nord al sud: a
Bari all'incontro locale della Lega i militanti chiedono più
autonomia regionale, non l'indipendenza.
Il deputato Sasso
(Lega – Salvini premier) spiegava alla giornalista che al nord
dicono prima il nord, al sud prima il sud e tutti assieme prima gli
italiani.
Ma al sud non
esiste la Lega nord e ci si iscrive alla Lega per Salvini premier, un
partito diverso che nello Statuto ha come obiettivo quello di
trasformare il paese in modo federale (speriamo con risultati diversi
dalla devolution).
Il leader dei due
partiti è sempre lui, Salvini, che concede un selfie a tutti,
nessuno si deve sentire escluso.
Perché lui è uno
di noi.
Uno che grida la
mafia mi fa schifo ma poi tra i suoi candidati figura Domenico Furgiuele:
Candidati cognati in Calabria. Uno, Domenico Furgiuele, con la Lega e l’altro, Massimo Cristiano, con Casapound. Hanno sposato le due sorelle Stefania e Maria Concetta Mazzei, a cui stamattina i carabinieri del Noe hanno confiscato i beni di famiglia. Due società e un immobile alla moglie di Domenico Furgiuele, coordinatore calabrese di Noi con Salvini e capolista nei due listini proporzionali alla Camera. Due società, invece, alla moglie di Massimo Cristiano, candidato di Casapound nel collegio uninominale della Camera di Catanzaro.
La scheda del servizio: NEL
NOME DI MATTEO di Claudia Di Pasquale in collaborazione di
Carla Rumor (l'anticipazione su Raiplay)
Per anni la Lega Nord si è battuta per l'indipendenza della Padania. Poi le inchieste giudiziarie hanno travolto il partito, l'ex segretario Umberto Bossi è stato condannato a Milano in primo grado per appropriazione indebita e a Genova in appello per truffa aggravata ai danni dello Stato, mentre la Cassazione ha da poco confermato il sequestro dei circa 49 milioni di euro di rimborsi elettorali degli anni 2008-2010 ottenuti dalla Lega sulla base della presentazione al parlamento di rendiconti ritenuti dalla Procura irregolari. Ora però la Lega si presenta con una nuova veste, uomini e progetti diversi. La parola Nord è sparita, il segretario non è più Bossi ma Matteo Salvini, il motto "Prima il nord" è stato sostituito con "Prima gli italiani", c'è anche un nuovo simbolo, mentre l'obiettivo è la trasformazione dell'Italia in uno Stato federale. È così che nel nome di Salvini il partito sta crescendo sempre di più da Nord a Sud. Ma chi sono i nuovi leghisti del Meridione? Per scoprirlo Report ha battuto le regioni del sud Italia in lungo e in largo e ha incontrato coordinatori, candidati, assessori e deputati. Ognuno di loro ha una storia da raccontare.
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