09 settembre 2013

Nelle mani di Dio (i Corsivi), di Gianni Biondillo

E' uscito solo in formato ebook e sul Corriere della sera, tra i corsivi, questo racconto breve dove si parla della Milano multietnica, dei bianchi e dei nei, dei buoni e dei cattivi, dei pregiudizi e della difficile integrazione.

Ed è un racconto che prende spunto da un romanzo di Scerbanenco, che nasce per caso: “mai accettare passaggi da colleghi fuori orario di ufficio”, direbbe l'ispettore Michele Ferraro che una sera, con l'auto in panne, si ritrova a tornare a piedi verso via Padova con le cuffie in testa ad ascoltare la musica di quando era giovane.

Il passaggio in macchina, quello che non si dovrebbe mai accettare eccetera eccetera .. glielo offre un collega del commissariato Garibaldi-Venezia. Mentre sono sulla via di casa, arriva una chiamata: un cadavere scoperto in una scuola in via Porpora. Nella Milano multietnica, quella dove ogni minimo episodio viene strumentalizzato da una certa politica. Dove girando per strada incroci arabi, sudamericani, cinesi e italiani.
Ferraro guardò il cadavere sul pavimento. Una donna, non più di quarant'anni. Le prime rughe sul volto, i primi chili di troppo, quelli di chi ha finalmente smesso di combattere con la bilancia. Un'insegnante elementare”.
La maestra Loretta è stata uccisa a pugni e calci, dentro un complesso scolastico, ma nessuno ha visto niente. Era la giornata di incontro coi genitori, la scuola era rimasta aperta e le bidelle giurano di non aver visto nessuno.
Nessuno, nemmeno in strada, se non delle brutte facce. Qualcuno aveva visto aggirarsi due persone, di colore, una con una cicatrice sotto l'occhio.
Extracomunitari, ovviamente, chi potrebbe commettere una violenza del genere, in una scuola?

Vorrebbe tanto andarsene a casa, in fondo, cosa può fare lui per quel caso, non è nemmeno nella sua zona?
Eppure, viene tirato dentro le indagini dal pm che segue il caso, La dottoressa Di Mauro:
La donna sorrise. A Ferraro brontolò lo stomaco. «Questa scuola è in una zona che sta al confine, Ferraro.» La piemme allungò una mano verso la finestra. «Di qua c'è Città Studi. Quartiere borghese e bianco.» Abbassò il braccio per alzare l'altro, dalla parte opposta. «E di qua c'è via Padova. Quartiere popolare e multietnico.» Abbassò la mano. «Secondo lei dove devo cercarli due ladri di polli?»
Ferraro inizia la sua indagine, seppur controvoglia. Va a trovare i genitori che quel giorno erano ai colloqui. Ma come cercare due nordafricani in quel quartiere?
Nel centro islamico. Che sta dentro un capannone, perché Milano, diversamente da altre città europee, non ha una vera e propria moschea. A Tayed, il responsabile del centro, Ferraro chiede dell'omicidio: non per il pregiudizio per cui se c'è un omicidio, sono stati gli islamici.
Ma per una questione molto pragmatica, in fondo Ferraro il suo mestiere di sbirro, lo sa fare:

«Ascolti, Tayeb. Quando devo cercare qualcuno, la prima cosa che faccio è andare dal parroco sottocasa. Mica perché penso che sia colpevole, o connivente, ma perché lui può sapere cose che nessun poliziotto saprà mai.»

Tayed si deve fidare di Ferraro. Fidarsi di un rappresentante delle istituzioni, di quelle stesse istituzioni di cui fanno parte quei partiti e quelle persone che fanno picchetti e cortei contro gli immigrati. Le istituzioni delle ronde, dei vagoni del metrò riservati agli italiani. Del reato di clandestinità. Delle impronte ai bimbi rom, ghettizzati in campi da sgomberare e spostare da una parte all'altra della città per fare campagna elettorale.

Di queste istituzioni ci si può fidare, sperando in una giustizia che non si faccia influenzare dai pregiudizi?
«Me lo auguro di cuore. Siamo nelle mani della scientifica.»
«Altrimenti?»
Altrimenti siamo nelle mani di Dio. Inshallah.
I milanesi non ammazzano più solo di sabato.

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Catene

Quando sento parlare di catene, mi viene sempre in mente lo sceneggiato andato in onda anni fa, la storia di Kunta Kinte e degli altri schiavi di colore predati dalle coste africane in America.

Mi chiedo, quando sento parlare un politico di catene, se ha mai visto lo sceneggiato (una volta si chiamavano così).
Se sa che esistono altri italiani che vivono costretti a delle catene nemmeno troppo virtuali.
Perché è vero quello che dice Letta, al Forum Ambrosetti, di fronte a banchieri e politici che non solo non hanno saputo capire la crisi, ma spesso ne erano anche causa.
Dobbiamo liberare questo paese dalle catene che lo bloccano: ma di altre catene si doveva parlare. Perché citare solo quelli che dicono no, per esempio. No alle grandi opere, no alle spese militari, no ai cambiamenti della Costituzione aggirando in modo truffaldino le regole stesse.

Se questo governo facesse una legge seria contro la corruzione, con l'introduzione del reato di autoriciclaggio, io direi di si.
Se introducesse un sistema tributario che facesse pagare le tasse in modo proporzionale al reddito e ai beni, sarei felice.
Se si facesse una seria lotta all'evasione, anziché proclami buoni solo a contentare la gente, saremmo tutti grati al governo e al parlamento. E potremmo parlare dei conflitti di interesse, delle spese per ricerca e cultura, della difesa del nostro patrimonio artistico ..

Invece ieri abbiamo sentito il solito elenco di cose fatte, una piccola autocelebrazione di se stessi, mettendo in secondo piano gli aspetti poco gradevoli.
Davvero c'è da essere contenti di aver messo soldi nella cassa integrazione?
O di aver tolto l'IMU? Che verrà sostituita non si sa bene come?
Dobbiamo celebrare l'ennessimo condono, questa volta ai concessionari dei giochi online?

E poi, il caos politico.
L'Italia è il paese della perenne campagna elettorale.
Non sarà che questo è colpa di una classe politica mediocre, capace di pensare solo al suo particulare e non ai tempi lunghi?
Responsabile del caos politico è proprio il suo partito alleato, quel PDL guidato da uno che ha frodato il fisco e che ora pretende agibilità.
Uno che ha fatto causa allo stato per una sentenza di condanna.
Ecco, quanto possiamo pagarla ancora questa stabilità? Quale è la linea rossa da non oltrepassare?
Quanti rospi dobbiamo ancora ingoiare?

Le catene avvolgono ancora il paese. E non è con un presidenzialismo dei mediocri, o dei peggiori, che si spezzeranno.
Questa settimana i bambini di Taranto riprenderanno ad andare a scuola. E a respirare l'aria di Taranto, inquinata dagli impianti dell'Ilva. Meglio occuparsi dei grillini e della loro sceneggiata sui tetti di Montecitorio.

08 settembre 2013

Berlusconi contro Italia


Il documento con cui Berlusconi ha fatto ricorso alla Corte dei diritti dell'uomo a Strasburgo: Berlusconi contro Italia.
E' in fondo una sintesi della sua politica (presa dalla pagina di Paolo). 

Ogni giorno è 8 settembre

Noi siamo quelli del digiuno in nome della pace, ma che firmano il documento assieme all'America che invece la guerra alla Siria la vuole fare.
Come se la guerra in Siria fosse scoppiata oggi.

Noi siamo quelli che, basta guerra, ma continuiamo a produrre e vedere armi, anche ai paesi dove non ci sono governi democratici.



Noi siamo quelli che stanno con Gheddafi, ma poi siamo nella coalizione che lo bombarda. “Sic transit gloria mundi”, commentava l'amico B. alla sua morte.


Siamo con l'America, specie quella di Bush, che ha invaso l'Afghanistan (e ora sono ancora lì) e l'Iraq con la menzogna. Anzi, aiutiamo pure a costruire la vergogna delle armi di distruzione di massa. Chi si ricorda più la storia del Sismigate e dell'uranio del Niger?

Siamo per la guerra, insomma, perché poi siamo pronti per la missione di pace.

Perché digiuniamo assieme al papa, ma poi compriamo i caccia F35 sottraendo risorse per scuole e ospedali.

E siamo anche dalla parte di Putin, con cui abbiamo pure fatto contratti capestro per il gas, grazie all'Eni (vedi inchiesta di Report) e alle amicizie di B.
Ma a chi saremo fedeli, di chi rispetteremo la parola? Stiamo coi russi che hanno detto che difenderanno i siriani, oppure con Obama, che vuole mettere fine alla dittatura di Assad (che non nasce ieri)?

La voce del violino, di Andrea Camilleri


Incipit:
Che la giornata non sarebbe stata assolutamente cosa il commissario Salvo Montalbano se ne fece persuaso non appena raprì le persiane della càmmara da letto. Faceva ancora notte, per l'alba mancava almeno un'ora, però lo scuro era già meno fitto, bastevole a lasciar vedere il cielo coperto da dense nuvole d'acqua e, oltre la striscia chiara della spiaggia, il mare che pareva un cane pechinese. Dal giorno un cui in cane di quella razza, tutto infiocchettato, dopo un furioso scàracchio spacciato per abbaiare, gli aveva dolorosamente addentato un polpaccio, Montalbano chiamava così il mare quand'era agitato da folate brevi e fredde che provocavano miriadi di piccole onde sormontate da ridicoli pennacchi di schiuma. Il suo umore s'aggravò, visto e considerato che quello che doveva fare in matinata non era piacevole: partite per andare ad un funerale.
La voce del violino è la storia di una giovane donna ammazzata dentro il suo villino di campagna, ma è anche una storia di scambi. Un violino di poco valore scambiato per un Guarneri dal valore inestimabile. Un guardone con qualche problema in testa scambiato per un assassino. Una scarpa scambiata per una bomba.
In mezzo a questi “scangi”, il commissario Montalbano, uno capace di capire le persone da uno sguardo, da una parola. Che considera l'omicidio la parte peggiore perché “devo abbandonare i fatti concreti ed inoltrarmi nella mente di un uomo, in quello che pensa. Un romanziere avrebbe la strada facilitata, ma io sono semplicemente un lettore di quelli che credo buoni libri”.


Investigatore all'antica, se vogliamo usare questa espressione. Lontano dai clichè moderni per cui è sufficiente raccogliere impronte e schizzi dalla scena del crimine per individuare il colpevole. Anzi, è proprio il suo astio per quelli della scientifica che lo porterà ad una prima estromissione dalle indagini.
Quelle della morte della bellissima Michela Licalzi, giovane bolognese sposata con un medico ma fedele al suo unico amante. Soffocata sul suo letto da qualcuno che l''ha lasciata nuda portandosi via tutto della donna, vestiti, documenti e i preziosi gioielli.

Un delitto passionale? Un ladro sorpreso dalla vittima? Il cugino di Michela, Emanuele Di Blasi, che si era invaghito di lei e che sempre le andava appresso?



Ad aiutare il commissario sarà un artista che ora per una malattia vive da eremita. E la voce di un violino, appunto, che gli permetterà di cogliere quel particolare strano, la nota dissonante, che la sua mente aveva visto sul luogo del crimine.


La voce del violino
"Gli parse che a un tratto il suono del violino diventasse una voce , una voce di fimmina, che domandava di essere ascoltata e capita. Lentamente ma sicuramente le note si stracangiavano in sillabe, anzi no, in fonemi, e tuttavia esprimevano una specie di lamento, un canto di pena antica che a tratti toccava punti di un'ardente e misteriosa tragicità.Questa commossa voce di fimmina diceva che c'era un segreto terribile che poteva essere compreso solo da chi sapeva abbandonarsi completamente al suono.Chiuse gli occhi, profondamente scosso e turbato. Ma dentro di se era magri stupito: come aveva fatto quel violino a cangiare così tanto di timbro dall'ultima volta che lo aveva sentito?"
Nel racconto c'è spazio anche per raccontare della sua vita quotidiana: gli screzi con la fidanzata Livia per l'affidamento del piccolo Francois (il piccolo protagonista nel libro “Il ladro di merendine”), col questore Bonetti Alberighi (che ha una capigliatura con un grosso ciuffo ritorto in testa che ricorda certi “stronzi lasciati campagna campagna”).


E anche l'episodio delle manganellate agli operai e del suo essere “comunista arraggiato”:
Niente sapi? Aieri a trentacinque operai del cementificio ci arrivò la carta della cassa integrazione. Stamattina hanno principiato a fare catunio, voci, pietre, cose così. Il direttore s'è appagnato e ha chiamato qua”.E perché Mimì Augello c'è andato?”Ma se il dottore l'ha chiamato d'aiuto!”Cristo! L'ho detto e l'ho ripetuto cento volte. Non voglio che nessuno del commissariato s'immischi in queste cose!”
“Ma che doveva fare il poviro dottore Augello?”
“Ma che doveva fare il poviro dottore Augello?”Smistava la telefonata all'arma, che quelli in queste cose ci bagnano il pane! Tanto, al signor direttore un altro posto glielo trovano. Quelli che restano al col culo a terra sono gli operai. E noi li pigliamo a manganellate?”.Dottore, mi perdoni ancora, ma lei proprio comunista comunista è. Comunista arraggiato è”.
Infine, le amare riflessioni di Montalbano, alla fine della storia. La storia di scangi:
"Tutto era stato, fin dal principio, uno scangio dopo l'altro. Maurizio era stato scangiato per un assassino, la scarpa scangiata per un'arma, un violino scangiato con un altro e quest'altro scangiato per un terzo [..] ... Passato il ponrte fermò l'auto, ma non scese. C'era luce nella casa di Anna, sentiva che lei lo stava spettando. Si addrumò una sigaretta, ma arrivato a metà la gettò fora dal finestrino, rimise in moto, partì. Non era proprio il caso di aggiungere un altro scangio".
La scheda del libro su ibs, e Amazon

Il sito di Vigata.

07 settembre 2013

Gli opposti si attraggono e il cerchio si chiude


I manifesti di Forza Nuova in favore di Putin (presi dal sito Giornalettismo) a rigor di logica, i fascisti di Forza Nuova nulla avrebbero a che fare con uno che proviene dal Kgb russo, un comunista.
Ma questo invece conferma il principio per cui una dittatura non è rossa o di nera. È dittatura e basta. E chi è fascista, non può che trovarne attrazione.


A proposito che si saranno detti Putin e Letta (assieme a Scaroni) l'altro giorno al G20? Avranno parlato del comune amico B.?

06 settembre 2013

8 settembre





Ha frodato il fisco, per anni.
Anche quando era presidente del Consiglio ha continuato ad occuparsi delle sue aziende.
I suoi avvocati hanno corrotto giudici.
Si è fatto delle leggi, votate dai suoi governi, per eludere i processi, togliere reati, allungare i tempi. E arrivare a santa prescrizione.
Il suo più stretto collaboratore è stato condannato per concorso esterno in mafia.
Le motivazione della sentenza di condanna parlano di un sodalizio durato nel tempo con la mafia. La mafia dei Bontade, degli Inzerillo, dei Teresi.

Non ha mai pensato, scrivono i giudici, di rivolgersi allo stato per difendersi.
Ha sempre pagato. Prima i politici quando era imprenditore. Poi, da politico, gli amici, gli alleati, i nemici da comprare, le signorine per ringraziarle delle cene eleganti.

Ecco, questo è il più volte presidente del Consiglio, cui oggi viene chiesto, per carità, di non far cadere il governo Letta.
Tutti che si appellano al suo senso di responsabilità. Per il bene del paese.
Il suo partito, cioè lui, ha governato, poi è stato nella maggioranza dell'esecutivo tecnico, poi ha fatto nascere questo governo. Di cui tiene di fatto le redini.
Vedi vicenda dell'Imu.

Se mi fate decadere da senatore, come dovrebbe essere per legge (da lui approvata) e per buon senso (dello Stato), faccio cadere il governo e andiamo ad elezioni.
8 settembre, la lunga agonia di una nazione.

05 settembre 2013

Sovranità vaticana

Eppure i nostri ministri hanno giurato sulla Costituzione. 
E i parlamentari sono stati eletti per rappresentare gli italiani, non per difendere gli interessi di uno stato estero, come il Vaticano.

Dalle carte di Gotti Tedeschi, di cui parla l'articolo di Bonini su Repubblica, emerge un lavorio tra PDL e i vertici della chiesa romana per trovare degli accordi sulle nomine Rai, per non far pagare l'Ici alla chiesa (e farla pagare ai contribuenti che loro rappresentano), sul biotestamento ..

La religione non c'entra nulla qui. Sono solo giochi di politica.

L'Ici e gli aiuti di Stato
Seria quanto e più del testamento biologico, appare dalla corrispondenza dell'archivio Gotti la questione del pagamento dell'Ici da parte degli Enti ecclesiastici. Ma, anche in questo caso, come documenta una nota riservata trasmessa nell'ottobre 2011 dall'allora Presidente dello Ior sia a Papa Benedetto per il tramite di monsignor Georg Ganswein, sia all'allora Segretario di Stato Tarcisio Bertone, un aiuto importante arriva dall'allora ministro del Tesoro Tremonti. Gotti lo indica quale "suggeritore" delle alternative che si pongono alla Santa Sede. "Nel 2010 - scrive Gotti - la Commissione Europea ha avviato una procedura contro l'Italia per aiuti di Stato non accettabili alla Chiesa Cattolica. Detta procedura evidenzia oggi un rischio di condanna per l'Italia e una conseguente imposizione di recupero delle imposte non pagate (dal Vaticano, ndr) dal 2005. Dette imposte deve pagarle lo Stato Italiano che si rivarrà sulla Cei (si suppone). Ci sono tre strade percorribili: 1) Abolire le agevolazioni Ici (Tremonti non lo farà mai); 2) Difendere la normativa passata e calcolare l'aiuto di Stato dato (non è sostenibile); 3) Modificare la vecchia norma contestata dalla Commissione Europea, con una nuova norma che definisca una categoria per gli edifici religiosi e crei un criterio di classificazione della natura commerciale. La Cei accetta la nuova procedura e questo fa decadere le richieste pregresse (2005-2011) della Comunità Europea. Il tempo è limitato. Ci viene suggerito di accelerare un tavolo di discussione. L'interlocutore all'interno del Ministero delle Finanze è Enrico Martino (nipote del card. Martino)". 
Le nomine in Rai:
una mail [di Gotti Tedeschi] all'allora Segretario di Stato Bertone invita il cardinale ad occuparsi della nomina di Lorenza Lei a direttore generale della Rai. "Mi risulta che la nomina possa trovare ostacoli. Per due ragioni. 1) La dottoressa Lei avrebbe sussurrato di aver ricevuto assicurazioni che il cardinal Bertone ha ricevuto assicurazioni da Berlusconi sulla sua nomina e questo avrebbe provocato una certa opposizione interna ed esterna. 2) Risulta che la Lega voglia contare e avere un proprio direttore generale. Mi parrebbe dunque che per sostenere detta candidatura sia indispensabile interloquire con la Lega. Sono a sua disposizione".  

L'incertezza




Il governo delle larghe intese, di servizio per il paese, quello che "non ci sono alternative valide a questo governo" si è rivelato per quello che è.
Il governo dell'incertezza.
Se quello di Monti era tecnico, dunque dogmatico (si fa così perché abbiamo ragione), questo esecutivo si connota per l'incertezza che comunica al paese e agli investitori stranieri. Cui non basta la faccia di Letta o il nome di Monti.

Prima di tutto l'IMU: si pagherà la seconda rata o è rimandata? E quanti si pagherà per la service tax? E i comuni, come faranno a chiudere i bilanci, con che soldi?
Poi l'Iva: ci sarà l'aumento? E che effetti avrà sulla recessione?
La maggioranza: è coesa, come ripetono tutti a giorni dispari, oppure è pronta a saltare, come si dice a giorni pari?
Il governo non avrebbe risentito della sentenza Mediaset, dicevano, oggi, dopo la condanna, non si capisce ancora se Letta mangerà il panettone, magari con una nuova maggioranza.

D'altronde, se il lavoro è precario, quando c'è, e anche le pensioni lo sono (per chi è già arrivato all'età della pensione), non si capisce perché anche il resto non debba essere precario.
Oggi si dice una cosa, domani vedremo.

Il congresso del Pd rinviato ad una data incerta.
Gli investimenti della Fiat (dei 20 miliardi ne arriverà 1).
Il taglio dei fondi ai partiti.
La legge elettorale da rifare a tutti i costi.

Presa diretta ha raccontato del divario sempre crescente tra ricchi e poveri? Non importa. Per i poveri (come gli esodati, i precari, i malati di sla ..) c'è sempre tempo. Ora bisogna trovare la soluzione politica per dare agibilità ad un condannato. Perché la legge è uguale per tutti, ma non tutti i condannati sono uguali.

04 settembre 2013

Maigret e l'omicida di rue Popincourt di Georges Simenon

Incipit
Per la prima volta da quando avevano preso l'abitudone di cenare una sera al mese a casa dei Pardon, Maigret avrebbe  serbato di quella sera in boulevard Volaire un ricordo quasi sgradevole.
Tutto era cominciato in boulevard Richard-Lenoir. Poiché da tre giorni pioveva come non succedeva da trentacinque anni - così almeno avevano detto alla radio - e l'acqua veniva giù a raffiche, gelata, sferzando la faccia e le mani e incollando al corpo i vestiti fradici, sua moglie aveva telefonato per chiamare un taxi.

Per Maigret è fin da subito un omicidio anomalo, quello di via Popincourt: un ragazzo ucciso a coltellate in mezzo alla strade, in una notte di pioggia. L'assassino è pure ritornato indietro sui suoi passi per guardare in faccia il morto e infierire sul corpo con altre coltellate.

Maigret è chiamato sulla scena del delitto assieme ad un medico con cui stava cenando, il dottor Pardon in preda al suo pessimismo: questo caso suscita nel commissario vecchi ricordi di quando, ancora agente, era lui a doversi muovere sulle scene del crimine, e non ricevere i rapporti sulla propria scrivania:
“Si era accollato quel caso così, senza riflettere, perché se l'era ritrovato tra i piedi, e perché gli ricordava i tempi in cui la notte era sempre in giro, per le strade di Parigi”.
Uno strano omicidio: il morto portava al collo un piccolo registratore portatile, con cui andava a registrare pezzi di conversazione rubati qua e là, in ristoranti, caffè ..
Era questo l'hobby di Antoine Batille, 21 anni, "rubare le voci". Figlio di una famiglia importante e ricchissima, proprietaria di un importante marchio di prodotti di bellezza, che passava parte del suo tempo libero collezionando voci, nella notte parigina.

Che sia stata questa sua passione la causa della sua morte? Cosa aveva registrato di così importante Antoine, quella sera, tanto da costargli la vita?
Riascoltando il nastro, Maigret e i suoi collaboratori ascoltano uno stralcio di conversazione preso in un bistrot. E credono di aver individuato una banda di ladri, mentre stava progettando un colpo.

È questa la pista da seguire? Ladri di appartamento che avendo scoperto il ragazzo che ha carpito un pezzo della loro conversazione?
Maigret, nonostante questa strada porti ad altri sviluppi, non ne è convinto.
“Non era di cattivo umore, ma nemmeno allegro. Si sarebbe potuto dire che conduceva le indagini senza convinzione, come se tutta l'inchiesta fosse partita col piede sbagliato. Tornava instancabilmente alla scena di rue Popincourt, nel buio, sotto la pioggia scrosciante: il giovane Batille che usciva dal bistrot male illuminato dove i quattro uomini giocavano a carte .. I Pagliati, sotto l'ombrello, ancora in fondo alla via .. La signora Esparbés alla finestra ..
E qualcuno, un uomo di non più di trent'anni, che all'improvviso sbuca dal nulla .. Nessuno era in grado di dire se stesse aspettando Antoine Batille sulla soglia di un portone o se stesse camminando anche lui lungo il marciapiede .. Percorreva rapidamente pochi metri e poi colpiva, ancora e ancora, quattro volte .. [..] Perché chinarsi su quel ragazzo solo per sollevargli la testa? Non gli tastava il polso, o il petto, per sapere se era morto .. Lo guardava in faccia ..
Forse per accertarsi che fosse la vittima designata? .. Da quel punto in poi, c'era qualcosa che non quadrava .. Perché continuare a vibrare colpi su un corpo esanime?..”

Maigret, che crede poco alla pista dei ladri, continua una sua indagine, approfondendo da una parte le poche amicizie del ragazzo, e cercando spunto tra le foto scattare durante i funerali.
Il colpo di scena scatta con la lettera che l'assassino manda ad un giornale: da questo punto in poi, il racconto diventa quasi una partira a due tra l'assassino, che cerca in Maigret un rifugio, una persona con cui confidarsi, e Maigret. Che deve sforzarsi per convincere il ragazzo a costituirsi, trasformandosi da commissario a psichiatra, capace di entrare nelle mente di un criminale, per comprenderne i suoi meccanismi. 
"Sporgendosi dalla ringhiera, la signora Maigret guardava il marito scendere le scale con passo pesante un po' come avrebbe guardato uno scolaro che andava ad affrontare un esame difficile. Lei ne sapeva molto di pi・dei giornali, ma quel che i giornali ignoravano era con quanta energia suo marito si sforzava di capire, con quanta concentrazione affrontava certe inchieste. Era come se si immedesimasse con quelli cui dava la caccia e soffrisse i loro stessi tormenti"
In questo romanzo emerge tutta l'umanità e la psicologia del commissario, capace di vedere la persona (con tutto il suo dramma che si porta dentro) anche dietro un assassino.
Non è un caso che questa inchiesta trova la sua conclusione a casa di Maigret.

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Cuore a sinistra e portafoglio a destra

Qualcuno era comunista, o comunque di sinistra .. ma poi per fortuna è arrivata la seconda repubblica, le larghe intese, il crollo del muro ed è cambiato tutto. Destra, sinistra ...

Partiamo dall'ex sindaco di Torino, Chiamparino, ora banchiere, che è pure stato candidato per la presidenza della regione Piemonte. Andava a giocare a carte con Marchionne, che ha difeso nella sua lotta contro i sindacalisti della Fiom.
Chissà se lunedì ha visto la puntata di Presa diretta dove si parlava del deserto industriale di Torino, la città più povera del nord.

Il presidente D'Alema, prima rottamato da Renzi e ora dunque Renziano era uno che andava per mare in barca. Chi non ha una barca oggi?
In barca assieme al banchiere Bazoli è stato beccato anche l'attuale sindaco di Torino, Piero Fassino.
Lo stesso che telefonava a Consorte "abbiamo una banca", mentre questi scalavano la BNL.
Lo stesso che invitava Grillo a farsi un partito e presentarsi alle elezioni.

Immancabile alle feste mondane di Roma l'ex presidente della Camera Bertinotti. Nonché membro del "antico circolo di tiro al volo".
Lunedì le telecamere di Presa diretta hanno mostrato il lusso degli ambienti del circolo: la puntata ha citato anche l'attuale segretario PD tra i frequentatori. Epifani ha subito smentito.
Per doversi poi smentire a sua volta.

Non c'è niente di male nel frequentare banchieri, girare in barca, frequentare circoli esclusivi. Incrociare gente che spende in un giorno quanto un operaio guadagna in un mese.
E' che poi si è meno credibili quando si chiede il voto all'elettorato di sinistra. Quando si parla di sacrifici.

03 settembre 2013

Ricchi e poveri - Presadiretta



C'è almeno un ambito nel quale l'Italia primeggia: quello dei ricchi. I nostri ricchi, come ci ha raccontato Presa diretta ieri sera, sono tra i più ricchi d'Europa. Se la passano proprio bene, in questo momento, e forse nemmeno sanno che mentre loro pasteggiano a caviale e champagne, 9 milioni di loro concittadini sono in una situazione di povertà relativa e altri 5 milioni sono in povertà assoluta.

Il condominio Italia, nella metafora di Nunzia Penelope, mette ai piani alti proprio loro: superattico (famiglie che hanno 5 ml di beni di loro proprietà) e attico (9 ml di persone con 1 milione di beni) corrispodono circa al 10% della popolazione italiana che possiede circa il 50% delle ricchezze private del paese.
Parliamo di 9000 miliardi di euro, quasi 5 volte tanto il nostro debito, che però è pubblico.

Sotto i piani nobili c'è il ceto medio e le persone a rischio povertà: d'altronde lo stipendio medio degli italiani si attesta su 1100 euro, tremendamente vicino alla soglia di povertà, 1011.
Ci vuole poco per diventare improvvisamente poveri: una malattia, una spesa imprevista ...
Se non si cambia qualcosa, diventeremo sempre più un paese con forti differenze tra ricchi sempre più ricchi (che hanno tante possibilità per far studiare i figli, curarsi, divertirsi) e poveri sempre più poveri. Gente che deve rivolgersi alla Caritas per un pasto.

L'industria del lusso non conosce la crisi.
Presa diretta è andata a vedere come trascorrono le vacanze i vip a Porto Cervo, o nei circoli esclusivi di Roma (una delle città con il più alto numero di multimilionari in Europa).

Yacht che si affittano per 1 milione di euro per sette giorni. Camere da letto di lusso che costano 38000 euro.
Vuoi affittarti una rolls? Costa 5000 euro al giorno.
Così come le ville per trascorrere vacanze felici: l'affitto per una stagione costa 200000 euro.

Al circolo dell'antico tiro al volo trovi tutto per rilassarti: per la modica cifra di 30000 euro per l'iscrizione più 3500 di quota annuale, trovi campi da tennis, centro massaggi, ristoranti, piscine.
Qui si trovano presidenti della corte costituzionale, del consiglio di Stato, politici, professionisti.
Epifani ha smentito la sua iscrizione, ma Bertinotti è stato ripreso ad una festa.

In questo posto, i ricchi possono incontrarsi tra loro senza rischio di mischiarsi ad altri ceti sociali, ti dicono.
Questa gente ha i soldi e vuole il meglio. Non vuole preoccupazioni: come donna Marisela Federici, regina dei salotti.
Che ha mostrato la sua casa, con stanze ad hoc per posate e bicchieri (grandi come la mia cucina soggiorno) e che di fronte alla domanda sulla crisi e sui suicidi ha risposto : "Non voglio essere cinica. Secondo me hanno un altro tipo di problemi. Hanno problemi mentali, più che economici o altro. Sono persone che hanno già una tara mentale che li porta a gesti disperati. Allora che parole useresti a gente che si trova in queste condizioni? Speranza è molto bello perché almeno ti fa riflettere. Poi sta a lui (loro, nda).".
E, a chi si lamenta "
Lavorassero un po’ di più questi che si lamentano tanto. Che si mettessero a lavorare".
Eccoli qua: nemmeno sanno che è il lavoro il problema. E spesso, anche avere un lavoro non basta: non vieni pagato o vieni pagato poco e magari in nero.

I figli di questa nuova aristocrazia medioevale (il rinascimento era un'altra cosa) vanno a studiare all'estero, magari a Londra.
I soldi danno opportunità che ad altri non sono concesse (un master alla London School of Economics costa 30000 euro).

Proprio a Londra gli italiani abbienti stanno investendo: qui in molti hanno comprato case nei quartieri più esclusivi.
Scappano dalla zona euro, dalla austerity che viene lasciata a noi: non credono che l'Europa riuscirà ad uscire da questa situazione.

Si potrebbe prendere i soldi da questo 10% di italiani? La patrimoniale in Italia è un tabù (come la lotta all'evasione): anche l'Imu sulle prime case è stata tolta, per tutti. E il buco lasciato verrà riempito con i tagli al fondo per l'occupazione, il taglio per l'assuzione nelle forze dell'ordine per la lotta all'evasione.

Dal blog di Alessandro Gilioli:

300 milioni saranno tagliati alla manutenzione delle ferrovie.
250 milioni saranno tagliati al fondo per l’occupazione, cioè ai disoccupati.
300 milioni saranno tagliati allo sviluppo delle energie rinnovabili.
55 milioni saranno tagliati alle assunzioni nelle Forze dell’ordine.
30 milioni saranno tagliati all’attività dell’Agenzia delle entrate e al controllo sul lavoro nero.

Ancora incerti invece i 600 milioni che dovrebbero arrivare dal condono per i boss dell’azzardo: i re delle slot non vogliono pagare nemmeno quelli.

Ecco, queste sarebbero le ‘cose di sinistra’: togliere un’imposta anche a chi possiede case di pregio per tagliare trasporto pubblico, occupazione, lotta all’evasione, energie rinnovabili.
Una patrimoniale la voleva fare l'ex banchiere Pietro Modiano: soldi da prendere ai super ricchi, da mettere subito in circolazione, per far si che riprenda la spesa interna. Aiutare chi oggi non riesce a spendere.



“Abbiamo ancora adesso bisogna di una patrimoniale – spiega Modiano a Iacona – perché siamo in una fase straordinaria, non c’è mai stata una crisi lunga cinque anni. Se noi riusciamo nell’operazione di trasferire risorse da chi ha una bassa propensione al consumo, che sono i ricchi, a chi ha un’alta propensione al consumo, possiamo far ripartire l’economia. Magari non di 200 miliardi di euro, ma la farei di 80 miliardi di euro. Io la farei sul patrimonio liquido di quel 10% degli italiani che sono più ricchi e che posseggono quasi il 50% di tutta la ricchezza privata del Paese. E questo ammontare di 80 miliardi di euro lo ripartirei in 4 anni, 20 miliardi all’anno, che è l’1% e rotti del Pil”

Torino: l'altra faccia della medaglia.

Torino è la città del nord più povera. Non lo potevo credere, eppure la crisi della Fiat (che ha abbandonato l'Italia) ha messo in ginocchio un'intera città. Un distretto industriale che diventerà a breve un deserto.
5400 lavoratori di Mirafiori sono in cassa integrazione. Gente che si chiede che fine abbiano fatto i 20 miliardi promessi da Marchionne.
Con la Fiat sta crollando l'indotto: Saturno, Lear, Mecaplast, FGA, De Tomaso sono i nomi di aziende in crisi, che hanno spostato la produzione all'estero, che sono chiuse.
Parliamo di circa 40000 persone in cassa integrazione: il giornalista Griseri di Repubblica ha stimato in 500 ml, i soldi in meno nelle tasche di queste famiglie. Sono soldi che non circolano più nel torinese: meno ricchezza significa negozi e altre attività che chiudono.
Il ritmo, nei primi mesi del 2013, è 10 attività chiuse al giorno.

Gente che non riesce più a pagare bollette, le rate del mutuo, che deve rinunciare alla casa, alla macchine, ad una diginità.
La crisi costringe le famiglie a fare delle rinuncie pesanti: sulle cure mediche, sul cibo.
Il banco alimentare aiuta migliaia di persone, molte delle quali proprio italiane.

Come uscirne?
L'ex sindacalista Airaudo ha parlato di una caduta libera: dovremmo occuparci di creare lavoro puntando alla ristrutturazione delle scuole e degli edifici pubblici, per esempio. Come Roosvelt per il new deal.
Ma, ti dicono, servono soldi pubblici che ora non ci sono.
Sono i soldi spesi per il TAV o per i caccia F35. Sono i soldi condonati alle società dei giochi online.
Sono i soldi dell'evasione.

Il professor Gallino ha stimato che per creare 500000 posti, servirebbero 11 miliardi.
Sono tanti, servirebbe fare delle scelte politiche ben precise.
Scelte che questo esecutivo non sa (o non può) fare.

Iacona ha intervistato, nel finale, lo scrittore Baricco: "è entrato in bancarotta un modello" ha spiegato.
Un modello che si poggiava sulla non equità sociale e su una politica che svalorizza il lavoro, tra le altre cose.
E tocca a noi ora tornare ad essere cittadini attivi. Sempre che ce lo lascino fare.

Perché non solo non possiamo scegliere gli eletti, ma nemmeno possiamo più andare ad elezioni. Visto che i nostri politici, questa legge non la cambiano.

L'ultima intervista del generale Dalla Chiesa

10 agosto 1982: il neo prefetto di Palermo, Carlo Alberto Dalla Chiesa, concede un'intervista al giornalista Giorgio Bocca. E' stata mandato a Palermo a combattere la mafia, con pieni poteri che però sono solo sulla carta.

Sono gli anni della mattanza, del golpe dei corleonesi, dove parlare di mafia va bene finché si rimane sul semplice delitto. Sul caso di cronaca.
La mafia esiste, ma rimane tabù addentrarsi nella zona grigia dei rapporti con l'economia, le banche, la politica.

Interessante rileggere le risposte del prefetto, sui poteri chiesti allo stato, sull'arroganza della mafia, del segreto bancario, il riciclaggio e la rete di impresa e finanza che permette ai mafiosi di consolidare il loro potere, dei delitti politici (Mattarella, Costa) ...
Infine, da dove deriva il potere mafioso: dai diritti che lo Stato non riconosce ai propri cittadini.
Generale Dalla Chiesa, da dove nascono le sue grandissime ambizioni?
Mi guarda incuriosito.
Voglio dire, generale: questa lotta alla Mafia l'hanno persa tutti, da secoli, i Borboni come i Savoia, la dittatura fascista come le democrazie pre e post fasciste, Garibaldi e Petrosino, il prefetto Mori e il bandito Giuliano, l'ala socialista dell'Evis indipendente e la sinistra sindacale dei Rizzotto e dei Carnevale, la Commissione parlamentare di inchiesta e Danilo Dolci. Ma lei Carlo Alberto Dalla Chiesa si mette il doppio petto blu prefettizio e ci vuole riprovare.
"Ma si, e con un certo ottimismo, sempre che venga al più presto definito il carattere della specifica investitura con la quale mi hanno fatto partire. Io, badi, non dico di vincere, di debellare, ma di contenere. Mi fido della mia professionalità, sono convinto che con un abile, paziente lavoro psicologico si può sottrarre alla Mafia il suo potere. Ho capito una cosa, molto semplice ma forse decisiva: gran parte delle protezioni mafiose, dei privilegi mafiosi certamente pagati dai cittadini non sono altro che i loro elementari diritti. Assicuriamoglieli, togliamo questo potere alla Mafia, facciamo dei suoi dipendenti i nostri alleati".
Il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa fu ucciso meno di un mese dopo.
Il boss Badalamenti, a proposito, disse che era stato mandato da qualcuno in Sicilia proprio per sbarazzarsene, per i suoi segreti.
Segreti di Stato, segreti di mafia.

L'ultima indagine del commissario, di Davide Camarrone

Ecco un libro che sarebbe piaciuto a Sciascia perché ricalca molto dello stile del maestro di Racalmuto: un caso di sparizione di un agente di pubblica sicurezza che finisce sulla scrivania di un commissario perbene, che rivela, man mano che l'investigatore si addentra nel caso, una verità scomoda, perché lega assieme mafia e politica.
Un'indagine che viene bloccata sia per pressioni dai piani alti, sia con minacce e violenze.
Fino ad arrivare all'amaro epilogo dove, appunto come nei romanzi di Sciascia, l'investigatore che ha cercato con coraggio e anche un pizzico di incoscienza di andare avanti per cercare verità e giustizia, viene allontanato.
In questo romanzo, la sicilianità viene raccontata dagli occhi disincantati del protagonista, il commissario Garbo, commissario di polizia a Palermo, separato in modo consensuale dalla moglie (da brevi accenni, si intuisce di religione ebraica).
Un popolo che si esprime più col non detto che con quanto si dice. Ostile alla vista delle uniformi, di qualunque colore, perché simbolo non di una giustizia a tutela dei più deboli. Ma della difesa degli interessi del più forte. E anche la mafia, che era una mafia rurale ma anche capace di fare impresa, per le sue capacità di attaccarsi al potere. Che sia quello dei Borbone, o anche quello del nuovo governo dei Savoia.

L'ultima indagine del commissario” è ambientata nella Palermo di inizio secolo, nel maggio 1911: siamo alla fine della bella Epoque, la fine di un epoca felice anche per Palermo, non più capitale del regno e su cui ora si vedono i segni dei tempi che cambiano.
Da una parte lo sfarzo dei palazzi legati ad una aristocrazia che fu, dall'altra la miseria della povera gente, che misera era col vecchio governo e povera rimane ancora col regno sabaudo.
Il cavaliere Garbo, una mattina si ritrova sulla sua scrivania il fascicolo riguardante la scomparsa dell'agente di pubblica sicurezza La Mantia, scomparso in una notte a casa sua a Monreale, dove viveva recluso da giorni, dopo un delicato incarico da infiltrato nel mondo della mafia.

"Il breve curriculum del La Mantia, tre pagine appena, era fitto di richiami ad indagini relative alla cosca mafiosa del monrealese: mafia di campagna e tuttavia pronta ad impegnare i suoi ingenti guadagni - frutto della rivendita dei feudi comperati ad un boccone da aristocratici in disgrazia - nella costituzione di società anonime di mutuo soccorso per l'emigrazione negli Stati Uniti d'America."

Il La Mantia era fuggito in America o era stato ucciso per vendetta dalla mafia?
Perché nel suo fascicolo non si faceva cenno a queste ipotesi?
Chi erano i due ufficiali della Questura che si erano presentati, prima della scomparsa, a casa sua?
C'è un collegamento tra la scomparsa dell'agente La Mantia e la morte (per un incidente, o forse per omicidio fatto passare come tale) dell'agente Agnello, che aveva fatto da guardia al procuratore Diotallevi, mentre questi stava seguendo una indagine sulle società anonime, che andava a toccare gli interessi della mafia e i suoi collegamenti con la politica?

"I crimini più odiosi si realizzano in silenzio tra un omicidio e un altro: le morti violente segnano la soluzione di complesse ostilità sotterranee tra chi comanda, i nuovi equilibri per il dominio dei commerci. Era proprio nei tempi di quiete che occorreva occuparsi di quelle ostilità e di quei commerci, se si voleva dare un senso al sangue che di tanto in tanto colava sui marciapiedi".

Questi commerci riguardavano il fiume di denaro che andava e veniva dall'Italia all'America, per i ricatti e le estorsioni e dalla compravendita di terreni e immobili sottratti con violenza, soldi che finanziavano la deportazione degli abitanti di interi quartieri poveri verso le due Americhe.
La storia, vera non frutto di una invenzione letteraria, è quella della ristrutturazione del centro, con la distruzione delle tracce del passato di Palermo e la modifica del tracciato di via Roma. Con la corruzione che ne derivò.

Corruzione cui non era estranea la mafia:
"La mafia, intanto, prosperava: aveva resistito ad ogni dominio, sempre comperandosene un poco, evolvendo e pagando pegno ai tempi nuovi. Se fosse tornato Ferdinando, la mafia sarebbe stata con Ferdinando, così come ora stava col nuovo governo: il capo chino e un leccasapone sotto lo scapolare."

Quanti di quei soldi, la corruzione, i proventi delle società anonime, arrivavano a Roma? A uomini dello stesso partito di governo, di Giolitti ("che un libro aveva appena ribattezzato il ministro della malavita")?
Su questo scandalo, la speculazione nata a seguito dei lavori pubblici per il tracciato di via Roma, stava indagando il procuratore Diotallevi, che intendeva dopo i primi arresti, alzare il tiro.
Passare dai semplici mafiosi, i figuranti, ai primattori.

Diotallevi fu bloccato, da un vero (o presunto come dissero poi per calunniarlo) attentato. Sventato dai due agenti La Mantia e Agnello. Attentato che ebbe come conseguenza il suo trasferimento all'Aquila.

"Eroi erano i rari sopravvissuti a questa città, capaci come Ulisse di raggirare il nemico, di andare in battaglia e di tornare a casa, sia pure al prezzo di un temporaneo esilio[..]. I molti che cedevano, invece, per vanità di cose terrene, e s'affiliavano ai potenti, o che restavano sospesi in un purgatorio di incertezze, di paure, o che finivano dimenticati e uccisi: costoro erano tutti egualmente sconfitti. I peggiori, erano i pochi vincitori. Grassatori, ricattatori, assassini".

L'indagine quasi in solitaria, dell'onesto cavaliere Garbo, eroe malinconico di questa storia, si arresta sulla soglia che porta, a partire dalle carte della vecchia inchiesta di Diotallevi, verso un giro più alto d'affari e interessi.
Interessi che legano potere e mafia, usata dai potenti come agenzia del crimine.
Anche Garbo (come il professor Laurana, come il capitano Bellodi ..) si dovrà rassegnare alla sconfitta per la sua ultima inchiesta e alla giustizia di comodo cui approderà la sua inchiesta: una giustizia che non è il giusto risarcimento per un danno subito, ma bensì una giustizia ridotta ad una contrattazione tra opposti interessi, come dentro un mercato

"Diede ad ognuno, persino a se stesso, la verità che poteva essere tollerata e confidò che quella ristretta misura l'avrebbe salvato. Eccolo - si disse, sdegnato dalla sua stessa scelta, il cavalier Garbo -, quell'imprevedibile comporsi d'interessi e non di ponderate decisioni che era contrattazione, e non sanzione. La Giustizia, in altre parole."

Una storia del passato per raccontare la Sicilia che era, ma anche la Sicilia di oggi.
Difficile non fare il parallelo con la vicenda del fallito attentato all'Addaura, del 1989, destinato ad uccidere il giudice Falcone e i procuratori svizzeri che erano suoi ospiti.
Anche Falcone, che stava puntando sugli appalti pubblici finiti ad aziende mafiose (e alla mafia che era entrata in borsa) dovette lasciare la procura di Palermo per andare a Roma dopo gli attacchi subiti, anche dall'interno della magistratura, per le lettere del corvo, dopo l'attentato de l'Addaura. Anche per Falcone si disse quella bomba, frutto di menti raffinatissime, se lo era messa da solo.
Due angeli, che forse lavoravano per i servizi, ebbero un ruolo nello sventare l'attentato: erano Emanuele Piazza e Nino Agostino, uccisi dalla mafia, e forse non solo dalla mafia.
Da quella parte dello stato che non si vergogna di fare affari e ricorrere ai servizi della mafia.

Il link per ordinare il libro su ibs e su Amazon.
La scheda del libro su Sellerio.

02 settembre 2013

Operazione madonnina, di Riccardo Besola, Andrea Ferrari e Francesco Gallone

"Gli innocenti non sapevano che l'impresa era impossibile. 
E' per questo che la fecero."
Bertrand Russell

Incipit: Milano, cantiere del metrò, 1959
"Oh, Africa torna qui!" Gracchia la voce roca e ferma del Pecòla.Se il Pecòla grida a questo modo è meglio fermarsi. E non importa che questa voce se ne esca da un corpo di un metro e sessantacinque centimetri per cinquantanove chilogrammi, da un grissino di uomo da niente, tutto nervi, naso d'aquila e Nazionali senza filtro. Non importa. Perché al Pecòla quando lo si sente parlare si capisce che è un dritto, uno che ha fatto un sacco di cose e che sa farne un sacco di altre. Più o meno lecite.
Una sera al Joker's bar di Milano, Luca Crovi propose a tre suoi amici di scrivere una storia a sei mani che fosse quello che "I soliti ignoti" è stato per Roma o "Operazione S. Gennaro" per Napoli.

Un racconto noir, cioè, dove mescolare giallo e houmor grottesco, che caratterizzasse nelle sue pagine, lo spirito della città. In questo caso, le storie della mala milanese e dialetto.

Quello che ne è venuto fuori è questo racconto, scritto a più mani, intriso di dialetto e nebbia milanese: tre balordi decidono, per dare una svolta alla loro vita e risolvere i loro problemi, di fare un colpo che nessuno fino ad allora aveva nemmeno concepito.
Il furto della Madonnina ("tutta d'oro e piscinina") sulle guglie del Duomo.

Decidono cioè di vendicarsi verso la città che tutto aveva preso da loro, prendendo da lei il suo tesoro più importante.

La scelta degli autori è ricaduta sulla Milano degli anni 70, precisamente Milano nel tardo autunno del 1973: gli anni della contestazione, degli scontri tra studenti e polizia nelle strade, gli anni dell'austerità dove la domenica si girava a piedi (per scoprire poi che i prezzi del petrolio erano gonfiati dai petrolieri nostrani). Gli anni della criminalità per strada e della polizia con le mani legate. 

In cui ancora erano fresche le ferite delle bombe che erano scoppiate a Milano nel dicembre del 1969, la nostra perdita di verginità. La bomba di Piazza Fontana e, nel 1973, quella scoppiata davanti la Questura.

Il romanzo pesca a piene mani dalle atmosfere dei libri di Giorgio Scerbanenco e in particolare dal film di Fernando Di Leo "Milano calibro 9" (tratto dal libro di Scerbanenco).

Dai suoi libri escono i personaggi di questa storia.
Ugo Piazza è appena uscito dalla galera, dove era finito per merito delle prove raccolte dall'ispettore Malaspina.
Ora qualcuno sta mandando, proprio all'ispettore Malaspina, delle lettere minatorie: è l'Americano, l'uomo per cui Piazza faceva da cassiere, che non gliel'ha giurata e che vuole farlo fuori?.

Amico del Mala, o qualcosa di molto simile all'amicizia, è Dino Lazzati detto Fernet, giornalista del corriere che passa le giornate dividendo il suo tempo tra le partite al flipper al bar Lafus, e le strade della città, per raccontare i fatti di cronaca.
"Fernet ha un nome, Dino, un cognome, Lazzati, e a professione, il cronista di nera per il "Corriere della sera", anche se a guardarlo sembra uno dei tanti disperati che qua dentro, in questo bar, ci sbriciolano le giornate per lasciarle ai piccioni scuri che zampettano nella poca erba della piazza".

E poi c'è la banda della Madonnina, che è composta da Osvaldo, il gestore della bocciofila Il capolinea in via Ripamonti: una via che in quegli anni è un cantiere unico che la sta trasformando. Una benedizione dal cielo, forse. Perché lo sciur Osvaldo ci guadagna bene dai muratori e operai che vengono qui a mangiare la trippa preparata dalla sua signora.
"Eppure all'Osvaldo non gli piacciono mica tutte quelle caserme con le finestre uguali, con i colori uguali e persino con le stesse famiglie che pian piano s'infilano lì a viverci come api negli alveari."
Sono proprio questi cantieri la sua rovina: il proprietario delle mura gli ha dato lo sfratto, per vendere proprio a questi costruttori di case alveari.

Lorenzo Eller è un pubblicitario che ha fatto successo con il carosello del Moplen: è uno che "in un mondo di plastica anche le cose stupide hanno un valore. E lui l'ha capito". Peccato che i soldi finiscano spesso nelle giocate dei cavalli a S Siro. E che ora sia costretto a girare al largo dai fratelli Bassi, cui deve un nel gruzzolo di denaro.

L'Angelo, o Aungiulin, si è traferito dal suo paese, a Cassino, nella nebbia di Milano che a volte si taglia con un coltello. Vedovo e risposato con tre "piccinelli".
Ha trovato lavoro come fiorista al cimitero di piazza Cimitero maggiore, grazie alla lettera del prete.
La sera del 27 novembre, abbandona il suo chiosco di fiori che viene sfasciato dalla troupe di un film con Alain Delon.
E ora dove trova i soldi da dare al proprietario per i danni?

Lorenzo, l'Osvaldo e l'Angelo si ritrovano al funerale del Pecola. Non si vedevano dal 1959, da quando tutti e quattro, lavoravano al cantiere della metro di piazza Duomo.
Qui, dopo una notte alcolica passata assieme, arriva loro l'illuminazione, il segnale sul come svoltare la loro vita e risolvere i problemi:
"Osvaldo! La Madonnina!""Se gh'è? Che cosa c'è?""L'è tutta d'ora e piccinina!""E allora?""Quanti chili d'oro saranno?""Ma non vorrai mica .."."Questo è il segno del Signore! Osvaldo! Angelo! Noi ruberemo la Madonnina del Duomo di Milano! Noi ruberemo il simbolo della città che ci ha tolto tutto!"."Te sei matto, bella vita!"."Poche ciance! Ci state o no?""Beh .. è impossibile"."E se invece fosse possibile, non lo faresti, Osvaldo? Guarderesti la tua bocciofila finire in mano ai costruttori? Anni e anni di lavoro?".
Mentre i tre disperati organizzano il furto del secolo, Dino Lazzati (un omaggio al grande giornalista Dino Buzzati) detto Fernet racconta sui suoi pezzi la città che cambia (la criminalità che la ammorba, gli studenti e la contestazione fatta coi soldi di papà, la sicurezza della città che verrà affidata in un futuro alle agenzie private ..) e l'ispettore Malaspina insegue le sue paranoie sul Piazza e sull'Americano che gli vuole fare la pelle.

Come andrà a finire questa storia? Non lo posso raccontare.

Ma ora, una volta arrivati in piazza Duomo, provate ad alzare la testa al cielo.
E chiedetevi, chissà se l'è verà, quella Madunnina li?
Non è che veramente qualcuno ci ha fatto in pensierino?


E ricordatevi, soprattutto, che "a uno come Ugo Piazza non lo devi nemmeno toccare"!!

Un estratto dal libro dal sito di Mentelocale:
Quella tarda mattinata di un giorno da caniTerrazza del Duomo, ore 11.59La nebbia ha preparato il terreno alla pioggia, stanotte.Osvaldo non è tranquillo, lontano dall'osteria, proprio all'ora di pranzo.L'Angelo invece, spera che Osvaldo li inviti a pranzo, dopo questo sopralluogo, perché la pancia vuota gli brontola e il concetto di poche lire nelle sue tasche non riesce a trovare motivo di sussistere. È domenica. È domenica e pioviggina, e son venuti a piedi o col tram, che l'Austerità ha bloccato le auto.Eller è venuto in tram, come l'Osvaldo. L'Angelo ci ha messo tre quarti d'ora a piedi, a raggiungere il Duomo. È partito subito dopo la messa delle otto.L'ombrello ha un buco, così ora ha la manica sinistra della giacca zuppa d'acqua. La città è color carta bagnata, ma è uno spettacolo, comunque, dal tetto del Duomo.Fernet esce dal bar, a prendere un po' d'aria. È domenica, e non chiama nessuno. Ci saranno le scommesse nel pomeriggio sulla Serie A del calcio, le corse dei cavalli. Poi oggi è giorno di derby, lo stadio di San Siro sarà strapieno, nonostante il freddo. Lui la schedina non la gioca. Per lui il tredici e un numero sfortunato. Mentre in tasca cerca l'accendino, sfiora e poi stringe il cornetto portachiavi. Nel bar Lafùs, il telefono squilla. La Olga, svogliata, lascia la cassa e va a rispondere. Fernet tende le orecchie, poi si sente chiamare.Che fortuna non ha nemmeno acceso la sigaretta.Osvaldo pensa ai tavoli, al risotto con l'ossobuco e la verza, alla moglie da sola a servire, che al massimo può sperare nell'aiuto di sua figlia, Marisa, ma è una bambina, che può fare, mentre il Giovanni se passa vuota la cassa e va. E lui qui, a fissare la Madonna in cima al Duomo per rapirla, farla a pezzi e comprarci la bocciofila. Roba da chiodi.I fratelli Bassi dormono, profondamente. Ma non sonni tranquilli. Son usciti dal Medusa alle 4, stamattina, e sono entrati in casa alle 6. Senza bagordi. Un semplice diverbio. Anzi, una piacevole conversazione a scopo informativo. Col Sicario. Che nel giorno del Signore, dice, non estrae. Aspetta sempre almeno dopi mezzanotte, la domenica. Ore preziose. Un peccato lasciarle passare dormendo.Lorenzo Eller nasconde un sacco di guai ai suoi ritrovati soci e molti li nasconde anche a se stesso, per non pensarci, per mantenersi lucido. Si cela dietro gli occhiali da sole anche in una giornata buia come questo 2 dicembre.
Si infila sotto l'ombrello dell'Angelo. Sgocciola dal buco. Infastidito, scatta in avanti, lungo la camminata sul tetto del Duomo, infila le scale per salire in cima, ripide, scivola, impreca, proprio la Madonna impreca. TuonaNon è un tuono. È una bomba che la storia d'Italia non racconterà per i prossimi decenni, trattando degli anni di piombo. È una bomba che miete due vittime soltanto, e neanche importanti per gli occhi degli uomini. È mezzogiorno. La gente ha cose pù importanti da ricordare, altrimenti la pasta viene scotta.Mentre guardano la Madonnina dominare quella città così triste e così bella, come lei, d'altronde, l'Angelo fa un cenno goffo a Lorenzo, se gli offre una sigaretta. La mangerebbe, la paglia, per la fame cha ha, ma forse anche fumare può sopire i morsi dello stomaco. Osvaldo, mentre loro fumano, scarta un pezzo di pan dei morti. L'Angelo non si trattiene, aspira al tabacco che quasi s'ingolfa, punta il dolcetto come fosse acqua nel deserto. Osvaldo lo nota e un po' imbarazzato, un po' sdegnato, gliene offre un morso: l'Angelo spalanca le fauci più che può, lo infornerebbe tutto quel biscottone, non riesce.Quando deglutisce ha sete.Mezz'ora prima, tra i blindati e le camionette dell'Esercito attestato per le strade, Argo fiutava la noia e la tensione convivere in quelle facce giovani di soldati da pagnotta. Il suo padrone gli stava dietro, in una mano il guinzaglio, nell'altra l'ombrello, in tasca duemila lire per la torta da ritirare in pasticceria. In via Torino.È normale che ci siano i soldati, per le strade: i delinquenti si son messi a lanciar bombe ananas alla Questura. Argo lo precedeva fiero.
Eller guarda la Madonna, e prega la Fortuna di mettersi una mano sulla coscienza, e l'altra porla a lui. Osvaldo guarda la Madonna e prega Dio di perdonarlo per idea bizzarra, perversa, certo, forse i rapporti tra i due, l'Oste e il Padreterno, non sono granché, ma rovinarli con un gesto tanto blasfemo è un affronto decisamentre di cattivo gusto. Eppure deve. Devono. L'Angelo ha la bocca impastata, desidera qualcosa da bere, possibilmente di caldo e di forte, ma non ha che poche decine di lire. Avvista il chiosco, dietro la guglia maggiore.


La scheda del libro sul sito di Frilli editore.



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