02 luglio 2014

Fosse comuni e senso comune


“Li abbiamo trovati ammassati – spiega Riccardo Russo dei Vigili del Fuoco di Ragusa – come nelle foto dei campi di concentramento”.

"Sembrano le immagini delle fosse comuni che ho visto sui libri di storia"Capo della mobile di Ragusa  Antonino Ciavola

Non è casuale che le immagini di quelle persone, morte ammassate dentro peschereccio rimorchiato a Pozzallo, richiamino lo sterminio dei nazisti nei campi di concentramento. 
Nel peschereggio, da cui hanno estratto 45 cadaveri, erano stipate 600 persone, partite dal nordafrica. Perché bisognava sfruttare al massimo tutti gli spazi. Come ad Auschwitz.
Anche ai tempi della Shoa, la gente spariva (gli ebrei, i minorati, gli zingari, gli omossessuali, i nemici della patria) e nessuno si faceva troppe domande.
Perché era nel senso comune guardare dall'altra parte.
E non sentire che quelle morti, erano persone come noi.

Ce lo meritiamo Silvio

Anni fa pensavo che un giorno ci saremmo tutti svegliati dal sogno e avremmo concepito, finalmente, la verità che era sotto gli occhi di tutti.
Ma come abbiamo fatto a votare certe persone? Come ho fatto a votare uno come Berlusconi, l'amico di Dell'Utri, ritenuto dalla Cassazione "socialmente pericoloso"?
E invece non è andata così.
Silvio ci è entrato dentro e soprattutto è entrato dentro la politica.
Il suo modo di fare è diventato metro di riferimento per quelli che governano oggi. I suoi voti sono essenziali per le riforme, necessarie a Renzi per mantenere l'immagine del cambiamento. L'ipocrisia del cambiamento, intendo: cambiare la giustizia a colpi di slide. Promettere i miliardi per la ricostruzione delle scuole e dimenticarsene. Riformare la ppaa solo sulla carta. Riformare il Senato rendendolo ineleggibile ed aumentando sempre più la distanza dai cittadini e il controllo del cittadini su di esso.
Ci legano alla staccionata, ci tolgono diritti e dobbiamo pure ringraziarli.








Interessante oggi, rivedere le prime pagine dei giornali: sono occupate dalla notizia dell'arresto di Sarkozy (in Francia succede anche questo) e dall'immunità del Senato.
Quella cosa che non aveva padre, che nessuno voleva, quando fu scoperto l'emendamento due settimane fa. E che ieri però hanno tutti votato.
Pensa un pò che ingrati poi, quelli di Libero che titolano "Renzi libera i ladri".
Tu fai tanto per aiutare Silvio, sperando che dia poi una mano in aula coi voti, e questi ti rinfacciano la norma che toglie la carcerazione per pene sotto i 3 anni.
Era meglio il salva ladri di Biondi nel 1994?
O il blocco dei processi che minacciava Silvio nel 2008, se non gli avessero dato l'immunità.
O il comma Fuda ai tempi di Prodi.


PS: non è un caso se oggi PierSilvio faccia un endorsement a Renzi.
"Chi non tiferebbe per uno che ottiene il 40%?"
Forse, gli italiani hanno trovato il loro nuovo padre.

01 luglio 2014

Una mutevole verità, di Gianrico Carofiglio

La cosa più vicina ad un poliziesco classico che abbia mai scritto” dice Gianrico Carofiglio nella quarta di copertina, ed è sicuramente vero: abbandonato per il momento l'avvocato Guerrieri (che pure in questa storia fa una breve apparizione in un quasi cameo di passaggio), Carofiglio crea un nuovo personaggio, protagonista di questo noir ambientato nella Bari di fine anni '80.
Si chiama Fenoglio il maresciallo dei carabinieri che conosciamo in queste pagine; Fenoglio come lo scrittore: in realtà lui aveva pure iniziato gli studi in lettere, ma poi il destino e l'ostinazione paterna affinché seguisse le orme del padre, hanno preso il sopravvento.
Ma, nonostante i gradi sulle spalline, si capisce che qualcosa deve essere rimasto degli umanisti, dentro questo maresciallo dei carabinieri così riflessivo, pacato, che disprezza la violenza anche se sa che fa parte del suo lavoro.
"Fenoglio rimase in silenzio. Era l'indagine dei sogni. Tutto perfetto, tutto che si incastrava come in un rompicapo risolto. E allora perché quel disagio. Perché quella sensazione indistinta? Come una parola che hai sulla punta della lingua. Come un odore lieve, sospeso nell'aria, a cui non sei capace di dare un nome".
Pietro Fenoglio è più Maigret che uomo d'azione: lo si capisce dal modo con cui parla con le persone con cui ha a che fare per il suo lavoro. Che siano i suoi collaboratori, imputati, delinquenti, confidenti o assassini rei confessi. La stessa umanità, lo stesso rispetto.
La stessa capacità di intuire i pensieri della persona che ti trovi di fronte da uno sguardo, un'espressione, una battuta.

Ma ha anche un'altra dote, che lo rende unico e prezioso nell'universo degli investigatori (di carta si intende): il maresciallo dei carabinieri Fenoglio è una persona capace di osservare le note dissonanti.
Anche nei casi apparentemente più fortunati. Come quello che gli capita tra le mani.
Un signore di mezza età ucciso con una coltellata nel suo appartamento.
Un caso che è il sogno di ogni poliziotto o carabiniere: l'assassino che lascia delle tracce da cui ricavare delle impronte. Una testimone un po' pazza che ha incrociato l'assassino, saprebbe riconoscerlo e ha pure preso il numero della targa.
Cosa volere di più?
Ottimo, quando un'indagine prende un'accelerazione cosí immediata e rapida. Però il rischio, in questi casi, è di mettere a fuoco una cosa soltanto, e di tralasciare ogni altro dettaglio, che magari è importante o addirittura decisivo. E lí c'era qualcosa fuori posto, che non era riuscito a identificare. Un'incoerenza, un elemento dissonante. La dote fondamentale dello sbirro è proprio questa, Fenoglio lo aveva sempre pensato. Andare alla ricerca delle discontinuità, delle note dissonanti
Percepire quello che agli altri sfugge: i piccoli oggetti mancanti, le posture innaturali, i gesti forzati, i lievi affanni, i rossori, gli sguardi che sfuggono o indugiano troppo. Chi c'è e invece non dovrebbe esserci; chi va piano e invece dovrebbe andar veloce o chi va veloce e invece dovrebbe andar piano; chi si guarda attorno o chi sembra non guardare nulla; la loquacità eccessiva oppure il mutismo. Le regolarità alterate oppure esasperate. Le presenze o le assenze, come nel suo racconto preferito di Sherlock Holmes, silver Blaze”.
Il morto si chiamava Fraddosio e, grazie alla testimonianza della vedova Cassano in Lattarulo, i carabinieri arrivano ad arrestare Nicola Fornelli, figlio di un commerciante: era lui la persona che è salita in macchina dopo aver incrociato la testimone, con uno strano sacchetto in mano.
Tutto semplice, forse anche troppo: ma allora perché quella sensazione che ci sia qualcosa di stonato in tutta la storia?
"Fenoglio rimase in silenzio. Era l'indagine dei sogni. Tutto perfetto, tutto che si incastrava come in un rompicapo risolto. E allora perché quel disagio. Perché quella sensazione indistinta? Come una parola che hai sulla punta della lingua. Come un odore lieve, sospeso nell'aria, a cui non sei capace di dare un nome".
Ecco, è proprio questa sensazione che spinge il maresciallo, e i suoi collaboratori, ad andare avanti con le indagini. Perché c'è qualcosa che non ritorna in questa soluzione. Perché il ragazzo avrebbe dovuto uccidere Fraddosio che, si scopre poi, faceva pure prestiti a strozzo?
Perché il ragazzo si rifiuta di rispondere alle domande, trincerandosi in un silenzio, come se volesse proteggere qualcuno?
È qui che il nostro protagonista dimostra le sue doti di investigatore: la capacità di dubitare e di non affezionarsi ad un'ipotesi. E il saper guardare le cose da un punto di vista diverso.
- Per cercare di ricostruire cosa è successo nel passato dobbiamo immaginarci una sequenza di fatti. Cioè, appunto, una storia. In altri termini: come potrebbero essere andati i fatti. Una storia plausibile deve includere gli elementi che abbiamo già e deve essere verificata attraverso le ricerche di nuovi elementi. [..]
- C'era un magistrato con cui ho collaborato per anni. Mi ha insegnato un sacco di cose, ma due in particolare hanno cambiato il mio modo di fare il lavoro.
- Quali?
- Una è quella che ti ho appena detto. Per risolvere i casi complicati bisogna essere capaci di ricostruire una storia, partendo dagli indizi disponibili, che contenga una spiegazione plausibile di tutti gli elementi che abbiamo. Ci vuole una certa dose di fantasia ed è un lavoro simile a quello di uno scrittore. Una volta costruita questa storia, che è, in sostanza, un'ipotesi su come potrebbero essersi svolti i fatti. Bisogna andare alla ricerca delle conferme. [..]
La cosa peggiore che può fare un investigatore è innamorarsi della propria ipotesi, ignorandone le debolezze ed evitando deliberatamente di vedere gli elementi che la contraddicono”.
Sentiremo ancora parlare del maresciallo Fenoglio, magari in una nuova indagine a fianco dell'avvocato Guerrieri.

La scheda del libro sul sito di Einaudi.
I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon.

La lotta all'evasione (parola di Gabanelli)

L'intervista alla giornalista Milena Gabanelli sul Fatto Quotidiano, di Alessio Schiesari: “Il Pos non basta: lotta all’evasione con le detrazioni”
Come sempre in Italia facciamo le cose a metà”. Milena Gabanelli, giornalista conduttrice di Report che della lotta all’evasione ha fatto un cavallo di battaglia, accoglie con favore la norma che impone a tutti di munirsi di Pos, ma non le sfugge la contraddizione di una norma che stabilisce un obbligo, ma non la sanzione corrispondente.
Due anni fa lei ha lanciato una campagna per scoraggiare l’uso del contante. Questa misura va in questa direzione?
È la migliore forma di contrasto all’economia sommersa. L’obbligo di Pos è cruciale, ma per essere determinante nella lotta all’evasione occorre anche “incoraggiare” il cliente a preferire i pagamenti tracciabili, per esempio consentendo la detrazione di alcune spese.

La nuova legge prevede l’obbligo di munirsi di Pos, ma nessuna sanzione per chi non ottempera. Non è un controsenso?
È nostra abitudine fare le cose a metà. Quando negli anni 70 è stato reso obbligatorio il registratore di cassa, pena pesanti sanzioni, ci fu la sollevazione degli esercenti, ma si andò dritti, e non è morto nessuno. È comunque un buon segnale, certo che non basta. Bisogna fare di più per l’emersione del sommerso, credo che il governo lo sappia. Vorrei sapere qual è il piano per la lotta alla grande evasione e se intendono tirarla ancora per le lunghe con l'introduzione del reato di autoriciclaggio..

Ricorda l’ultima volta in cui ha chiesto di pagare con bancomat si è vista opporre un rifiuto?
Due ore fa, dal ciclista che le biciclette le vende pure. Mi ha sostituito il sellino, ma accetta solo contanti. Sabato scorso l’estetista. Ho tirato fuori il bancomat per pagare cento euro e mi ha detto: “Qui all’angolo c’è lo sportello di banca, vada a prelevare e poi torni perché noi preferiamo non avere tutti quegli impicci”.

La media di Pos installati in Italia è già più alta della media Ue, il problema è che si usano poco: secondo Banca d’Italia i pagamenti elettronici pro capite sono 74 l’anno contro i 194 di media dell’Eurozona. Inoltre, il 69% degli italiani non vuole cambiare le abitudini di pagamento. Non crede che in Italia esercenti e consumatori tendano a sentirsi complici nell’eludere il fisco?
Le abitudini si cambiano in fretta se c’è una buona motivazione. Si dice che noi italiani, siccome siamo un popolo di anziani, facciamo fatica ad avere dimestichezza con “le carte”. Vorrei ricordare che quando Tremonti introdusse la social card di 40 euro, furono più di 1 milione gli over 65 disagiati a mettersi in fila per avere la famosa carta. Il punto non è questo, ma la solita storia: paghi in contanti e ti faccio lo sconto. Bisognerebbe far capire che quel 10% che risparmi nell’immediato ti viene ripreso con un servizio in meno o con un aumento del ticket sanitario, o dell’Iva.

La Cgia di Mestre stima i costi per l’installazione di un bancomat tra i 1.183 e i 1.240 euro l’anno. In molti vedono in questa manovra un ennesimo regalo alle banche. Che ne pensa?
Le banche fanno il loro mestiere, che in Italia è quello dell’usuraio. Ricordo che Monti voleva ridurre con decreto le commissioni bancarie per l’utilizzo delle carte di credito, ma poi non se ne fece nulla. Occorrerà ripensarci e magari agire senza discuterne troppo. Il punto è questo: il 20% della nostra economia è sommersa, e si nutre di contanti. Far emergere una buona parte di questo sommerso significa poter avere le risorse per abbassare le tasse, quindi alla fine ne beneficiano tutti: cittadini, commercianti, professionisti e il mercato perché si ripristina una concorrenza leale.

Morti che ci riguardano

Altri 30 morti sui nostri mari: anche se non nelle nostre acque territoriali, sono comunque morti che ci riguardano.
Riguardano la nostra politica, quella che si è battuta per le radici cristiane d'Europa.
E riguardano la nostra Europa, sempre che si voglia dare all'Europa un significato sociale, etico, culturale.
Cosa si deve fare per bloccare questo esodo dal nordafrica?
Di certo la cosa più sbagliata e continuare a far finta di niente: siamo andati in Afghanistan perché, come ci diceva l'ex ministro Mauro, in un mondo globalizzato siamo tutti a rischio destabilizzazione, per il terrorismo.

E lo stesso dovrebbe valere per le tensioni in Cisgiordania tra Israele e Hamas.
In Siria con la guerra civile tra lealisti e insorti. Per il caos della Libia.
Per quanti anni abbiamo tollerato piccole dittature attorno a noi?
E con queste tutti i traffici di armi, gli accordi commerciali, come il prezioso petrolio arabo.

Cosa dirà domani, all'inaugurazione del semestre a guida italiana, Renzi?

30 giugno 2014

Carbone sporco

Spero che Enel smentisca il rapporto di Greenpeace, su come Enel compra il Carbone nel mondo.
Sul suo sito si spiega come il carbone "sia conveniente ed affidabile".
Conveniente per Enel e , forse, per il consumatore.
Ma per l'ambiente? E per i minatori colombiani? Dall'art. di Thomas Mackinson sul FQ

La questione è se la nostra bolletta dell’Enel, insieme a quelle di 31 milioni di italiani, possa aver contribuito o meno a caricare gli Ak47 che nel 2001 hanno ucciso tre leader sindacali del Sintraminercol alla miniera di La Loma, Colombia. E magari contribuisca ancora oggi a foraggiare indirettamente i gruppi paramilitari che terrorizzano i minatori con servizi di security che si spingono molto oltre il limite della violazione dei diritti umani. Questione delicatissima, che investe una società controllata dallo Stato che ha come maggior azionista il Governo italiano e che trova ragion d’essere in un studio sulla sostenibilità ambientale della filiera del carbone proveniente dalla Colombia, tra i maggiori esportatori in Italia. Greenpeace lo ha commissionato all’istituto di ricerca indipendente olandese Somo nei primi mesi del 2014. E ilfattoquotidiano.it lo pubblica oggi, in esclusiva.

La ricerca si chiama “Colombian Coal in Europe Imports by Enel as a Case Study ”. Nasce come completamento di uno studio precedente (The Black Box, Luci e ombre nella catena di fornitura di carbone in Olanda – 2012) sull’origine del carbone utilizzato per generare elettricità nei Paesi Bassi e la mancanza di trasparenza nelle catene di fornitura di carbone europee. Non operando Enel sul mercato olandese non era presente come caso di studio, nonostante sia un grande importatore di materia fossile colombiana e partecipi fin dalla sua origine a Bettercoal, un organo di certificazione dell’eticità della filiera cui aderiscono 11 grandi multiutility europee. Enel è, anzi, è tra i promotori.

Lo studio ha evidenziato l’esistenza di relazioni commerciali tra la più grande società elettrica d’Italia e due grandi aziende minerarie che operano in Colombia estremamente controverse, la statunitense Drummond e la svizzera Prodeco (GlencoreXstrata). Due nomi che in Italia dicono poco o nulla ma che in America, e non solo quella Latina, hanno una pessima fama. “Le loro politiche ambientali sono deboli – si legge nella sintesi del rapporto curata da Greenpeace – e più spesso deficitarie; ma, ancor più, su entrambe le aziende esiste una corposa documentazione giornalistica (e legale) che testimonia come siano state ripetutamente accusate di gravissime violazioni dei diritti umani e di aver commissionato omicidi e torture di sindacalisti e abitanti delle aree circostanti le loro miniere in Colombia. Alcuni dei processi a carico di queste aziende, conosciute all’opinione pubblica di molti Paesi per i loro imbarazzanti ‘crime files’, sono ancora pendenti”.

[..]

Greenpeace: “Enel riveda presto i suoi accordi commerciali”
“Riteniamo che Enel debba presto rivedere i suoi accordi commerciali con queste aziende. E’ un dovere, ancor più dal momento che Enel è una controllata pubblica che ha come maggior azionista il Governo italiano. Un soggetto imprenditoriale delle dimensioni e dell’importanza di Enel non dovrebbe intrattenere relazioni commerciali con simili aziende – ripetutamente accusate di crimini efferati – anche per il buon nome e il prestigio industriale del nostro Paese”. Un asupicio rivolto al futuro. “Confidiamo che il nuovo management, che sta dando forti segnali di discontinuità, possa valutare attentamente le evidenze raccolte e semmai decidere di recidere i contratti con Drummond e Prodeco. Per noi resta l’assunto che la filiera del carbone è ‘inquinata’ dall’inizio alla fine; e che dobbiamo consegnare progressivamente e quanto prima al passato quella fonte energetica”.

Riforme o morte

Il ritornello ritorna sempre (scusate il gioco di parole): "ce lo chiede l'Europa", anche per le riforme targate Renzi.
Che non sono un optional, ma diventano un obbligo dopo che l'Italia ha strappato la flessibilità europea.
Almeno questo è quello che dice l'informazione embedded.
Perché a guardar bene le cose, la flessibilità non è ancora certa e se i conti non dovessero migliorare, in autunno dovremmo fare una nuova manovra. E oggi dobbiamo cercare 1 miliardo per la cassa integrazione in deroga.
E le riforme sono solo sulla carta: archiviati gli 80 euro (quante cartelle si saranno comprate le famigile italiane? quanti libri? Quante serate in pizzeria?), e il bonus Letta per assumere giovani disoccupati (solo 20000 domande sulle previste 100000), anche le altre riforme sono al palo.

Quella del Senato non arriverà in aula ai primi di luglio.
Quella della giustizia è solo una serie di emendamenti del governo, discussi oggi al cdm, mentre si lascerà al Parlamento decidere su intercettazioni e responsabilità civile.
Forse ci sarà qualcosa per la giustizia civile, il che è meglio di niente.

Ma il punto più irritante, almeno per me, è l'atteggiamento di questi riformisti (o presunti tali). Lo ha spiegato ieri Mucchetti (il ribelle, come titola repubblica): chi solleva critiche reali è dissidente, è quello della palude. Chi da ragione al capo è riformista.
Bisogna essere ottimisti: ma come si fa ad essere fiduciosi quando si affida il futuro di Senato, legge elettorale e giustizia ai soliti nomi?

Possiamo essere sereni sapendo che stiamo mandando in Senato, pure con lo scudo dell'immunità, gli stessi governatori o consiglieri delle spese pazze? Delle cementificazioni? Delle nomine clientelari dentro la Sanità?
Chiedetelo in Liguria, quando sono ottimisti. Nella regione dello scandalo Carige, degli alluvioni che devastano città e paesi quando piove.
Chiedetelo in Veneto, dove per anni nessuno si è accorto che il progetto Mose costava sempre di più e non finiva mai.
Chiedetelo in Puglia, a Taranto, dove l'aria è così buona che i bambini non possono giocare nei parchi.

Insomma riforma o morte. Se poi le riforme sono una farsa come il pos obbligatorio (ma anche no) anche per i professionisti, mica è colpa del legislatore. Se poi i professionisti rincareranno le tariffe mica è colpa loro.
L'importante è dar l'idea di cambiare le cose.

29 giugno 2014

Averlo saputo prima

Averlo saputo prima che il centro sinistra avrebbe bloccato la pubblicazione delle intercettazioni, non avrei perso tempo a scrivere tutte quelle cose sul blog, quando il bavaglio lo voleva mettere B. e Repubblica metteva in prima pagina i post-it gialli.
Averlo saputo prima che saremmo passati dall'approssimazione delle donne berlusconiane, diventate ministre per grazia divina, all'approssimazione delle ministre renziane, diventate tali per altrettanta grazia, avrei evitato di criticare quei pastrocchi di riforme, proposte, leggi, partorite da cotante menti.
E ora mi tocca chiedere scusa alla Gelmini, a Verdini, a Berlusconi.
Averlo saputo prima che toccava alla sinistra precarizzare il lavoro e togliere sto articolo 18, mi sarei evitato gli scioperi quando quella riforma la volevano fare Sacconi e Brunetta. 

Averlo saputo prima, che cambiava la linea sulla corruzione, sulla lotta all'evasione, sulla mafia, sul ripristino delle preferenze per diminuire la distanza tra eletti ed elettori. Mi sarei risparmiato un sacco di grane, avrei avuto più tempo libero.

E' il prezzo da pagare di chi rimane coerente con le proprie idee. E non le cambia a seconda delle convenienze.

Silvio stai sereno. Ora ci pensa lui.

Albergo Italia, di Carlo Lucarelli

Incipit:
Ualla, in tigrigna, vuol dire «monella».Come le ragazzine di strada che corrono nude, scalze e sudicie tra la polvere o in mezzo al fango della stagione delle piogge, gridando dietro agli asini che portano l’acqua e alle t’liàncon l’ombrellino, finché qualche anziano non esce con il bastone per farle smettere, kit! kit! bakà!via, via, basta.Vuol dire anche un’altra cosa, vuol dire «ragazza facile», però non nel senso di prostituta: nel senso di una che gioca, che civetta, che ci sta, ma non tanto per soldi o per mestiere.Attribuito a un maschio è piú frequente, come avvertimento alle ragazze: occhio a quel ferengi, dice che ti sposa, che ti tratta come una regina, che ti porta in Italia, poi invece ti prende e ti molla per passare a un’altra – ualla! – e vale anche per gli abissini –ualla! – donnaiolo, e per quasi tutti, bianchi o neri, comunque uomini, non è neppure un’offesa, anzi.Ma non vuol dire prostituta. In tigrigna si dice galemotà , e a Massaua, dove si parla molto l’arabo, anche sharmutta , puttana.Lei, invece, è Ualla, e se va con gli uomini è soprattutto per giocare, anche se poi se li tiene i soldi o i regali che le fanno.

Lucarelli ritorna nell'Africa coloniale, con un giallo storico che inizia laddove finiva “L'ottava vibrazione”: siamo in Eritra, nell'anno 1899. Nonostante la cocente sconfitta di Adua per mano dell'esercito di Menelik, l'Italia ha mantenuto la sua presenza in terra africana. E i coloni che sono rimasti sperano in nuovi investimenti della madrepatria.
Stiamo nel bel mezzo del passaggio dall'amministrazione militare a quella civile, col nuovo governatore che ha deciso di spostare la sede del governo ad Asmara.
Proprio qui, in un giorno dove il caldo cielo africano sfocia in una grandinata, mentre si inaugura l'albergo Italia, il più lussuoso albergo nella nuova capitale, viene scoperto il cadavere di un uomo. Farandola Antonio, 46 anni, residente a Torino, di professione tipografo.


Se l'ambientazione del giallo è inconsueta, lo è ancor più la coppia di investigatori chiamata ad indagare sul caso: il capitano dei reali carabinieri Colaprico (un omaggio al giornalista Piero, anche lui di Putignano) e il suo assistente, Ogbà. Uno zaptiè, come venivano chiamato gli indigeni locali arruolati nell'arma.
L'ombra del capitano, il ferengi bianco, con cui condivide un rapporto di umana fiducia, è un investigatore silenzioso, attento ai dettagli, capace di vedere, ascoltare, comprendere. Lo Scherlock Holmes abissino.
È lui infatti che comprende come il suicidio di questo Mirandola sia solo una messinscena, per nascondere un delitto.
Che viene risolto anche velocemente, grazie ai pagherò trovati nella sua stanza che incastrano un ufficiale italiano che con lui aveva perso molti soldi.
Ma questo caso è molto più complicato di quanto sembri: perché si scopre che la persona incolpta non poteva essere lui, responsabile di quella morte.
Perché altri fatti accadono e sembrano tutti collegati o collegarsi ad uno strano furto avvenuto nel deposito militare di Archico. Quando una banda di ladri va a rubare delle casse di vecchi fucili, ma anche una cassaforte che, in quel deposito, non doveva starci.
Cosa c'era dentro di così importante? Perché il furiere, che doveva essere trasferito, è rimasto al suo posto?
L'altro fatto riguarda la banda di predoni, quella del furto nel deposito militare, che viene trucidata in una amba, con la testa del capo posata proprio su quella cassaforte. Vuota.
"Merethàb dietro a Sàlle Mariàm, Ogbà dietro a Stevano, c'era solo da aspettare e infatti Colaprico aspettava, i piedi sulla scrivania e il sigaro tra i denti, tirandosi un baffo. Non che avesse altro da fare, ma si sentiva svuotato e così privo di forze che anche accendere il toscano gli era sembrata una fatica.Pensava.Pensava al caso, un omicidio irrisolto, in colonia, avrebbe già dovuto telefonare al governatore che non era tutto a posto come gli aveva detto e che il colpevole dovevano ancora trovarlo.Pensava.Pensava a quella donna. Margherita. E si chiedeva perché gli facesse quell'effetto, così forte".

Colaprico, assieme a Ogbà, iniziano così, un po' per caso, un po' per il loro intuito un'indagine che parte da un omicidio mascherato e che li porterà dentro un caso nazionale. Uno di quelli dove si è disposti ad uccidere, anche, perché c'è in gioco la ragione di stato. Forti interessi che puntano in altro. Troppo in alto, per il carabiniere Colaprico:
Aveva aggiunto: la tua carriera muore qui in colonia, lo sai questo? E lui: silenzio.Allora: sei un carabiniere, no? No? E lui: sì.Allora hai giurato fedeltà al re, no? No? E lui: sì.Allora: io sono stato mandato qui per proteggere il re.E lui: mi stai dicendo che c'era dentro anche il nome del re su quelle carte?Allora: silenzio.[..]
Solo lo suardo di un momento, poi: ho giurato fedeltà al re ma anche alla legge. E magari sarai pure libero prima di arrivare in Italia, ma qui, dove ci sono io, te ne stai in catene.
Stiamo parlando dello scandalo della Banca Romana, il primo grande scandalo di una nazione che era appena nata ma che già allora nasceva col marchio della corruzione e dell'arricchimento dei potenti. Una nazione dove gli italiani di ieri somigliavano molto a quelli di oggi: i t'liàn, i «so tutto io», cullu ba'llè.
Faccendieri spregiudicati e misteriori (“tencolegnà”), donne fatali e monelle pericolose, imbroglioni in divisa. La maffia e il primo cadavere eccellente, il marchese Emanuele Notarbartolo, presidente del banco di Sicilia, ucciso per mano della “maffia” sul treno per Palermo. Il primo omicidio politico mafioso, in un caso collegato allo scandalo della banca Romana. E che era finito senza nessuna condanna dei mandanti politici dell'omicidio.

Ma era anche l'Italia del capitano Colaprico, ostinato e testardo nel voler semplicemente fare il suo dovere (come tutti i protagonisti in divisa di Lucarelli, pensiamo al commissario De Luca) e, in fondo, anche quella del suo assistente di colore. Che ragiona come il ben pià celebre collega, quello Sherlock Holmes che gli ha pure rubato la battuta:
Una volta eliminato l'impossibile, diceva questo Sherlock Holmes al suo amico dottor Watson, ciò che resta, per quanto improbabile, deve essere la verità.Ezià mateà, questa è mia, aveva mormorato. Lo diceva sempre, lui, quello che sembra impossibile, quando non c'è altra spiegazione, deve essere vero.
Con tutto il rispetto, glielo avrebbe fatto presente al signor capitano. Perché siccome lui non credeva alle coincidenze, i casi erano due: o il signor capitano gli aveva fatto uno scherzo, o glielo aveva raccontato lui a questo Conan Doyle che aveva scritto il libro.
Berghèz.Ovvio.

La scheda del libro sul sito di Einaudi e il link dove scaricare il primo capitolo.
Il link per ordinare il libro su Ibs e Amazon.

27 giugno 2014

Liberali e non

Ieri sera ad Otto e mezzo gli ospiti erano due giornalisti: Claudio Cerasa del Foglio e Marco Travaglio del Fatto Quotidiano.
Argomento della puntata è stato la bozza di riforma della giustizia, anticipata dai giornali e parzialmente corretta dai politici.
Intercettazioni, falso in bilancio, responsabilità civile dei magistrati.
La mia impressione è che questa bozza sia uscita proprio ora, per dare un colpetto per le altre riforme, più probabili: il Senato e la legge elettorale. Si tira fuori la giustizia per far capire a chi vuole capire che questo governo vuole tenere i piedi in più scarpe (e più maggioranze a disposizione).
A parte questo, è stato interessante vedere come i due giornalisti argomentavano sui punti della riforma (che probabilmente così com'è non vedrà luce).
Partendo dalle intercettazioni: sostiene Cerasa che non tutte le intercettazioni effettuate debbano essere pubblicate dai giornali. Perché non tutte riguardano comportamenti criminali e, a stabilire cosa è criminale o meno, può essere solo il magistrato.
E questi sarebbero i liberali garantisti.
Di diverso approccio Travaglio, il manettaro giustizialista Travaglio: il giornalista deve pubblicare tutti i fatti che emergono da una intercettazione, se hanno una valenza pubblica e non privata, anche se non sono reato.
L'esempio classico è quello del politico che frequenta un mafioso e poi fa campagna elettorale sul tema della legalità e del rinnovamento. Meglio saperlo prima, leggendo gli articoli dei giornali che riportano le intercettazioni tal quali, che non dover aspettare una sentenza di rinvio a giudizio.
E' il lettore che deve stabilire, coi suoi parametri, se quel comportamento è censurabile o meno.
Nella filosofia dei presunti garantisti, il lettore è considerato un pò come un bambino. Non deve aver modo di farsi una sua coscienza, di farsi una sua idea personale su un politico o su un'inchiesta, fornendogli tutte le carte (quelle che hanno attinenza pubblica, sempre).
E c'è anche la questione della responsabilità civile dei magistrati: Cerasa sottolineava come, dal 1987 ad oggi (dal referendum voluto dai radicali) siano stati solo 7 i magistrati puniti per grave dolo (cioè colpa).
Sono pochi? E allora dipende dal fatto che c'è una legge che non funziona o che non viene fatta funzionare.
Anche il numero di colletti bianchi in carcere è basso, ma non ho ancora sentito qualcuno che propone un inapsrimento delle pene per i reati di corruzione.

La responsabilità civile come la vuole il centro destra Berlusconiano o alfaniano è molto poco liberale: quale giudice si sentirebbe libero di poter processare il potente di turno, sapendo che questo può rivalersi contro di lui?
E poi, chi deve decidere se c'è dolo o colpa, nell'azione di un magistrato? Se è la magistratura si dice che questa è un potere non controllabile (come stabilisce la Costituzione, che dice affida al CSM il controllo). Se si assegna il compito alla politica si finisce coi politici che da imputati (per i scandali Mose, diritti TV, Expo .. ) diventano l'accusa.

Travaglio è tornato anche oggi sull'argomento nel suo editoriale sul FQ:

Le intercettazioni sono la prima ossessione della Casta da almeno 10 anni: da quando, sterilizzati i pentiti e tolto il valore di prova delle chiamate in correità, gli scandali escono direttamente dalle boccucce ciarliere di lorsignori. Spesso l’intercettazione è un selfie: ritrae il criminale nell’atto di delinquere; e le chiacchiere su complotti, toghe rosse, garantismo e giustizialismo stanno a zero. Non potendo (ancora) vietare ai magistrati di disporle, la Banda Larga s’accontenterebbe di proibire ai giornali di pubblicare le intercettazioni, rinviando alla fine del processo il momento della divulgazione: quando ormai nessuno si ricorda più nulla. Se le conseguenze penali di un reato spaventano poco lorsignori, grazie ai tempi biblici della giustizia con prescrizione garantita, gli effetti mediatici delle indagini restano seccanti: costringono il politico ladro o mafioso a difendersi dinanzi agli elettori, spiegando parole e opere difficilmente spiegabili, col rischio che la gente si faccia un’idea precisa sul suo conto. Ecco dunque ricicciare, dopo le leggi Mastella e Alfano fortunatamente abortite, la trovata di Orlando: i magistrati non potranno più inserire il testo delle intercettazioni nelle ordinanze di custodia cautelare (di per sé non segrete, dunque pubblicabili), ma solo il “riassunto”; e gli avvocati degli arrestati non potranno disporre delle trascrizioni dei nastri prima di una “udienza stralcio”, dove pm e difensori decideranno quelle da distruggere perché non penalmente rilevanti. Ma così si calpesta il diritto di difesa: chi finisce dentro ha il diritto di conoscere le parole esatte che l’han portato in galera, per impugnare al Riesame e in Cassazione. E si violano pure la libertà di stampa e il diritto dei cittadini a essere informati: ciò che non ha rilevanza penale può avere una grande rilevanza morale, politica, deontologica. Se un politico frequenta abitualmente mafiosi, per dire, non commette reato e non deve finire in galera, ma a casa sì. E l’elettore per mandarcelo deve sapere tutto. L’abbiamo scritto tante volte quando ci provava B. e, almeno nel mondo progressista, si gridava alla “porcata” e al “bavaglio”. Ora che ci riprova Renzi, nessuno fiata. Anzi, tutti parlano di “riforma” e “rivoluzione”. Per questo oggi è peggio.

L'auto di Balotelli

Scusate, ma la notizia qual'è? Che un calciatore viaggia in Ferrari?
Oppure che un calciatore di colore viaggia in Ferrari.
Capisco le critiche per i gol non fatti: ma questo accanimento contro Mario, anche un po' meschino, non mi piace.
Perché ora voglio sapere con che auto gira Cassano, Buffon, Abete ..

Le domande

Il caso Ustica. La strage di Ustica. Lo scoop sul caso Ustica. Le incredibili rivelazioni sul caso Ustica. Cade il muro di gomma sul caso Ustica.  

Ogni anno, ad ogni anniversario dell'abbattimento dell'IH 870 sui cieli del Tirreno, si ripetono (con poche varianti) i titoli dei giornali. Che annunciano importanti verità, scoop, qualche ex politico che (dopo tanti anni) si ricorda di qualcosa. Come Cossiga, ad esempio.
L'ultima incredibile rivelazione è quella pubblicata dall'Huffington Post: la Francia ammette che quella sera c'erano aerei militari francesi che decollavano dalla base aerea di Solenzara.
Ma servirà a chiarire qualcosa, questa notizia? Forse. Dipende da quello che diranno poi i militari. Cosa hanno visto dai loro radar. Perché quei decolli.

Dice Marco Paolini nel suo racconto teatrale, che Ustica, o meglio la storia de I-Tigi, è come un puzzle dove qualcuno si è divertito a mischiare i pezzi. Anzi, qualche pezzo l'ha fatto pure sparire.
E poi, quel qualcuno, ti sfida a trovare una tua soluzione all'intrigo internazionale.
Una bomba? Una near collision? Un missile?

Ma non dobbiamo farci tirar dentro questo gioco: l'unico modo per capire veramente cosa è successo quella sera sui cieli del Tirreno è fare le giuste domande. In un paese democratico dovrebbe essere normale porre delle domande ai vertici delle istituzioni. E dove ci si indigna nel giorno degli anniversari e basta.
Proprio quelle del "Muro di gomma" cui si riferiva Marco Risi nel suo film.

Che fine hanno fatto i nastri radar e come è stato possibile che si siano persi?
Come mai i vertici dell'aeronautica hanno fatto fatica a dare alla magistratura i nomi degli avieri presenti ai radar, quella notte?
Come mai i vertici militari hanno sempre negato la presenza di arei militari, quella notte: non solo quelli italiani, ma anche quelli degli alleati? Negli anni '90 la Nato stessa ha ammesso l'attività area e ora anche la Francia.
Per anni l'unica risposta è stata, non abbiamo visto niente. Non possiamo dirvi niente.
Che grado di sicurezza si può avere in questi vertici militari?
E poi, come è possibile che ci sia stato questo comportamento da "muro di gomma", omogeoneo nei vertici delle forze armate, come se avessero concordato qualcosa, senza che il livello politico sapesse nulla, senza coperture politiche?

Iniziamo dalle domande, anche ai francesi. E vediamo se rispondono dopo 34 anni.

26 giugno 2014

L'anniversario de I-Tigi

Ad ogni anniversario della strage di Ustica, si ripete lo stesso teatrino: nuove rivelazioni, incredibili, sui responsabili della strage.
Poi, ogni anniversario, passa tutto per finire nel dimenticatoio.

La Francia ha deciso a sorpresa di collaborare all’inchiesta sulla strage di Ustica. E alcuni ex militari dell’Armée de l’air hanno ammesso per la prima volta davanti ai magistrati italiani che il 27 giugno 1980 i caccia della base di Solenzara in Corsica, sospettati di essere direttamente coinvolti nell’abbattimento del DC9 Itavia, volarono fino a tarda sera. Viene così smentita la versione che Parigi ha accreditato per 34 anni, secondo cui la base chiuse alle 17. Cioè, quattro ore prima che l’aereo civile italiano con 81 persone a bordo esplodesse nel cielo di Ustica.
Quest'anno lo scoop è la scelta di Hollande di collaborare con l'inchiesta e di togliere il segreto di Stato.
Per anni i militari, anche i nostri generali, avevano continuato a ripetere che nessuno aereo miiltare, nessuno, era in volo quella sera.
Il 27 giugno 1980.
Per dire, la serietà e il senso dello stato dei militari.

Rientro a casa

Mentre osserviamo le foto dei giocatori italiani che tornano in Italia mogi mogi, è bene che si rifletta su un paio di cose.
Per loro, iniziano le vacanze.
Stipendi, ingaggi, sponsor. Non cambia nulla. Forse qualcuno uscirà dal giro della nazionale. Poco male.
Per noi invece le cose non migliorano: Confindustria taglia le stime della crescita del Pil.
L'incontro M5S Renzi sulla legge elettorale potrebbe rimanere solo un qualcosa di facciata.
Perché rimane saldo l'accordo con Berlusconi per un Senato non elettivo con tanto di immunità. Proprio per quei consiglieri che coi soldi nostri si sono pagati il pranzo di nozze, la laurea, i sushi, le mutande verdi, il suv..

Mentre si discute su Balotelli colpevole o innocente e sul dopo Prandelli, il paese reale è alle prese con la corruzione, coi casalesi che chiedevano il pizzo alle imprese che stavano lavorando a l'Aquila, con le inchieste su Mose e Expo e le armi spuntate del super commissario Cantone. E con le divisioni dentro la procura di Milano che rischiano di peggiorare la situazione delle inchieste.
E a tutto questo la politica risponde con un altro annuncio, sull'ennesima bozza di riforma della giustizia: forse ci sarà dentro il falso in bilancio, ma sicuramente ci sarà una stretta sulle intercettazioni.

E il cerchio si chiude: se certi personaggi devono entrare in Senato, non gli si può rovinare l'immagine.


Aggiornamento: Orfini, il presidente PD rassicura, niente intercettazioni nella prossima riforma della giustizia.
Vedremo.

Povera patria

Il prima
Ho potuto apprezzare lo spirito di sacrificio e l’amore di Patria che vi uniscono. I risultati da voi conseguiti dimostrano come traguardi in partenza difficili possono essere raggiunti se si lavora insieme, con spirito di squadra, per un obiettivo comune. Il vostro impegno ha rappresentato l’immagine più bella del calcio italiano” (messaggio del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano alla Nazionale Italiana, 12-6).
“Fa piacere mandare a fare... gli inglesi, boriosi e coglioni” (Maurizio Gasparri, Twitter dopo il 2-1 con l’Inghilterra, 15-6).
“Quella con l’Inghilterra è stata una partita epica, la ricorderemo per tutta la vita” (Cesare Prandelli dopo la prima e unica vittoria al Mondiale contro gli inglesi, 15-6).
Un’Italia viva è utile al look fresco, giovane, pimpante di Renzi, gli azzurri rottamati dalla Costa Rica non fanno bene all’immagine del Paese” (Gianni Riotta, La Stampa, 21-6).

E il dopo
“Sono Mario Balotelli – ha scritto ieri su Instagram – e non ho scelto di essere italiano. L’ho voluto fortemente perché sono nato in ITALIA e ho sempre vissuto in ITALIA (...) La colpa non la faccio scaricare a me solo questa volta, perché Mario Balotelli ha dato tutto per la Nazionale e non ha sbagliato niente (a livello caratteriale) (...) Fiero di aver dato tutto per il Suo paese. O forse, come dite voi, non sono Italiano. Gli africani non scaricherebbero mai un loro ‘fratello’. In questo noi negri, come ci chiamate voi, siamo anni luce avanti (...) VERGOGNOSE SONO QUESTE COSE”.

"È vero, anche oggi non abbiamo segnato e forse si sono visti i limiti strutturali, di qualità, del nostro calcio. Dopo quel rinnovo, di fronte anche ad aggressioni verbali, improvvisamente siamo diventati come un partito politico, e non ho sentito una difesa forte nei nostri confronti: ci siamo sentiti come gente che ruba soldi ai contribuenti, anche se si sa che la federazione non prende soldi dallo stato, che il presidente non prende una lira e io non ho contrattato nulla al momento di parlare del mio contratto. Io vado a testa alta: non ho mai rubato soldi, pago le tasse. Ho sbagliato a livello tecnico? Ok, e infatti do le dimissioni. Ma non posso sentir dire che ho rubato soldi ai contribuenti"
(Cesare Prandelli - conferenza stampa del 25-6)

In Italia il calcio è tutto tranne che uno sport dove si gioca coi piedi.
Prima del mondiale e dopo la vittoria con l'Inghilterra era tutto un appellarsi alla patria, un lodarsi, ma quanto siamo bravi, ma come sia belli ..
Dopo la fallimentare spedizione in Brasile si dovrebbe iniziare a parlare finalmente di vivai, di campioni nostrani (assenti in Brasile, se si esclude Pirlo), di giocatori capaci di buttare la palla in rete (come Messi, come Neymar), di fare gioco o di fermare il gioco degli avversari.
E invece si fa polemica e proprio dalle persone che per prime dovrebbero starsene zitte.
Come Prandelli che la butta pure in politica. Dopo la foto con Renzi e la banana.
Io non rubo niente, sullo stipendio che prendo pago pure le tasse.
E ci mancherebbe anche, verrebbe da dire. Ma per quello stipendio, che risultati ha portato, a livello di gioco?

E poi il Balo, il campione della stampa, l'uomo cui Prandelli si è affidato. Mi criticano per il colore della pelle.
E questo non creto .. direbbe Razzi nell'imitazione di Crozza. E' per l'atteggiamento in campo, da diva, i cartellini, i gol non fatti.

Ma non c'è niente da fare. Per altre settimane parleremo del nulla calcistico.
Mentre Sky e Mediaset fanno quella specie di finta gara sui diritti TV, grazie all'atteggiamento della Lega Calcio. Che ha bloccato l'offerta Sky per evitare il suo monopolio anche sul digitale.
Stranamente in Italia, ci ricordiamo dei monopoli solo quando fa comodo.

Ma mai, dico mai, ci ricordiamo che stiamo solo parlando di uno sport. 

Update: interessante l'articolo sul sito Linkiesta su Balotelli e "La pratica del negro sacrificale".

25 giugno 2014

Lo schiaffo morale di Renzi

Renzi era seduto al tavolo per discutere della legge elettorale assieme al M5S.
E Grillo dov'era?
Uno schiaffo morale a Grillo. Che forse starà da Farage a raccontare qualche barzelletta sul negro comunista

Il cappello del maresciallo, di Marco Ghizzoni

Incipit
Il becchino comunale Luigi «Bigio» Bertoletti non poteva credere ai suoi occhi: dopo aver messo sotto terra metà dei suoi amici di infanzia – e sì che aveva passato di poco le sessanta primavere – quella mattina di un lunedì di autunno incipiente si trovò davanti il cadavere del liutaio Antonio Arcari, sdraiato sul tavolo dell'agenzia di pompe funebri di suo cognato”.

Siamo a Boscobasso, un piccolo paesino sulle rive del Po, in provincia di Cremona. Uno di quei paesi dove ci si conosce tutti e dove tutti sparlano alle spalle degli altri.
La morte improvvisa del liutaio, il signor Arcuri, lascia tutti sgomenti: perché stato ritrovato dietro la stazione, coi pantaloni calati, in una zona frequentata da prostitute.
La vedova ha i suoi mezzi, da femme fatale, per convincere il maresciallo dei carabinieri ad archiviare le indagini (tra l'altro mai partite). E per convincere il Bigio, il becchino del comune, a spostare la tomba del caro estinto in una posizione migliore nel cimitero comunale.
E chi lo avrebbe mai immaginato che un favore alla bella vedova Edwige Dalmasso, si sarebbe trasformato in un piccolo caso che avrebbe messo in subbuglio l'intero paese?
Perché il Bigio, per soddisfare la richiesta dell'Edwige, sperando magari di ottenere in cambio il posto nel letto del povero liutaio, non trova di meglio che spostare la tomba dell'ex sindaco:
O meglio, l’ex sindaco. Rosario Pitino, siciliano doc, era stato sindaco di Boscobasso per quindici anni”.
E siccome veniva dalla Sicilia, chi mai sarebbe venuto qui sulla sua tomba?

Il blitz al camposanto, ideato dal Bigio ma portato avanti con la complicità del nipote del macellaio Ivano Ruggeri, finisce male. La bara rovinata, e il cadavere che viene sotterrato in fretta e furia sotto l'erba del parchetto.
“Chi mai si sarebbe messo a scavare in un parchetto costruito solo qualche anno prima?, aveva detto quella notte a Ivano, nipote del macellaio Ruggeri”.
Nemmeno qui la povera anima dell'ex sindaco, che più che all'amministrazione del paese si interessava alla buona cucina del paese, trova pace.
E' lo stesso macellaio che, a spasso con l'amato cane, l'unica persona al mondo per cui provi qualcosa (eccetto il suo amato Milan).
I carabinieri non possono che far partire un'inchiesta, cercando di rispondere alla prima domanda: di chi sono i poveri resti disotterrati nel parchetto di via dei Salici?

Il cappello del maresciallo è un romanzo divertente che ruota attorno agli equivoci che si scatenano attorno alla storia della tomba violata e al cadavere errante dell'ex sindaco.
Il maresciallo Bellomo che non si fida dei sottoposti che, mentre era in vacanza, non l'hanno avvisato della morte del liutaio e delle modalità in cui è stati ritrovato.
La vedova che gioca le sue carte di seduzione col maresciallo e col becchino per godersi in pace l'eredità.
Elena, la bella barista che si trova in mezzo alle attenzioni del sindaco e del brigadiere Mancuso, che arrivano quasi alle mani per lei.
Ma il sindaco, oltre a vedersela con le scenate della moglie, si ritrova in mezzo alla rogna della tomba violata perché qualcuno, dalla lontana Sicilia, è venuto veramente a pregare sulla tomba di Pitino.

Ma è tutto il paese è in subbuglio, poiché il caso arriva sulla stampa locale, per mano del giornalista Villa e per bocca della segretaria comunale Gigliola Bittanti. E a questo punto, una soluzione anche di comodo al mistero dei resti ritrovati nel parco, va trovata. E anche in fretta ..

C'è la stessa atmosfera da piccolo paese di provincia dei libri di Andrea Vitali, in questo noir dove si ride di gusto: se in Vitali le storie si svolgono sulle placide acque del lago di Como, qui tutto si svolge lungo le mefitiche acque del Po.
Ma il cappello del maresciallo cosa c'entra, direte voi?
Ha anche lui il suo ruolo, nella storia. Perché sarà per colpa del cappello dimenticato che il maresciallo rischierà di perdere la testa!

La scheda del libro sul sito di Guandaeditore.
La scheda del libro su Ibs e Amazon

Un lettore come padrone


Scrive Sallusti: "L’orgoglio di avere il lettore come padrone". Uno in particolare, dei lettori. Il padrone vero.
Quello da cui se ne andò via il fondatore Montanelli, ai tempi della discesa in campo (per andare a fondare La Voce).
Proprio vero: la memoria in Italia dura meno di un orgasmo.

E se fossimo semplicemente delle pippe?

Se sono due mondiali di fila che usciamo al girone, forse non è colpa degli arbitri, del caldo, delle polemiche sulla squadra.
E' solo perché abbiamo dei giocatori mediocri, di allenatori presuntuosi, di un ambiente, quello del calcio, dove si punta all'immagine e non alla sostanza.
Se non abbiamo campioni non è perché ce li espellono, ma perché da tempo non investiamo sui vivai. E i campioni come Balotelli sono buoni solo sulla carta.
Campioni di carta che campano su glorie passate.

Il calcio metafora del paese.
Se stiamo attraversando una crisi economica forse non è solo colpa della cattiva finanza, dei complotti, dell'Europa.
Se sono anni che si parla sempre di riforme, inutili o utili sono a qualcuno, e vengono sfornati solo pasticciacci, è colpa di politici che promettono cronoprogrammi da primi 100 giorni, per passare ad un più morbido tutte le riforme entro 1000 giorni.

E se fosse solo colpa nostra, dove ogni partita siamo sempre all'ultima spiaggia?

24 giugno 2014

Il paese delle (pen)ultime spiagge


Letta era l'ultima spiaggia ..

 Poi Renzi .. ultima spiaggia per il paese...
E ora anche Prandelli se ne esce con la metafora dell'ultima spiaggia con l'Uruguay.

Siamo il paese delle ultime spiagge.

Il gioco e la candela

Facciamo un attimo il punto: il Senato si doveva eliminare per due motivi.
Il primo era il superamento del bicameralismo perfetto, per snellire l'iter di approvazione delle leggi. Non delle leggi ad casta, che quelle, normalmente si approvano in corsia preferenziale.
Altro obiettivo era la diminuzione dei costi: Renzi e i suoi portavoce parlamentari parlavano dei 500 ml che si sarebbero risparmiati. Un numero buono solo per fare uno spot, visto che il risparmio riguarda solo gli stipendi, forse, e non i costi di mantenimento di Palazzo Madama.

Quale è l'obiettivo a cui si è arrivati: la bozza iniziale era far diventare il Senato una camera dei rappresentanti per gli enti locali.
Niente fiducia al governo, niente approvazione di bilancio e delle leggi.
La versione uscita dalla commissione e dagli accordi di Renzi con Berlusconi, non si discosta molto dal Senato attuale.

Il nuovo Senato non darà la fiducia ma potrà occuparsi delle leggi (se il 30% dei senatori lo richiede).
Avrà voce sulle nomine e sulle leggi costituzionali.

Semplicemente, i senatori non saranno più eletti ma arriveranno da comuni e regioni: i cittadini li eleggeranno per fare un lavoro, e questi ne faranno due. Spesati per le trasferte a Roma. Nel paese dei doppi incarichi non è una bella novità.
Non solo, in Senato consiglieri e sindaci rimarranno nel tempo in cui sono in carica in regioni e comuni: questo renderà le maggioranze meno stabili e più ballerine.
Infine la questione dell'immumità: capisco i costituzionalisti e i garantisti.
Ma perché dobbiamo rendere immuni dalle azioni della magistratura gente come la Minetti, Cota, il Trota, Fiorito il batman di Anagli?

A questo punto la domanda sorge spontanea: se dobbiamo mantenere parte delle funzioni, l'immunità, parte dei costi, il gioco ne vale la candela?
Specie se si deve assistere a questo scaricabarile tra i membri della commissione, l'esecutivo e i partiti delle larghe intese.
Se nessuno ha chiesto questa immunità, lasciamo perdere e basta.
Sarebbe un bel segnale per il paese.

Ma chiaramente, si preferisce nascondersi dietro il garantismo di facciata.

23 giugno 2014

La via del nero (e la coda di paglia degli industriali)




Le vie della corruzione passano per la creazione di fondi neri, da parte delle aziende che partecipano ai grandi appalti pubblici: fondi fuori dalla contabilità ordinaria e da usare al momento opportuno per oliare i meccanismi giusti, nelle regioni, nei comuni, nei ministeri.
In attesa della famosa riforma culturale, forse si potrebbe partire da qui per la lotta alla corruzione: dal reato di falso in bilancio, eliminato dal novero dei reati dal governo Berlusconi nel 2001. Legge ad personam certo, l'ex presidente aveva i suoi processi in corso e non poteva perdere tempo a difendersi nei processi.


Ma la contro riforma sul falso in bilancio parte da una lettera che, nel 1997, il gotha dell'imprenditoria scrisse in una lettera aperta al sole 24 ore. Il fior fiore dell'imprenditoria italica chiedeva alla classe politica una una norma che escluda “dal perimetro delle responsabilità operative i fatti che abbiano una rilevanza marginale rispetto alle dimensioni dei conti dell'impreso”. Una dose minima di nero, consentita per legge.
Lo aveva ricordato Milena Gabanelli in una puntata di Report dove si parlava, appunto, di evasione e corruzione degli eletti in Parlamento: la lettera portava la firma di Antoine Bernheim, Ennio Doris, Alfio Marchini, Letizia Moratti, Andrea Riffeser, Della Valle, Merloni, Mondadori, Nordio, tutti solidali col presidente di Fiat, Cesare Romiti, appena condannato per falso in bilancio (pena poi revocata perché quel reato, appunto, fu tolto).
L'ha ricordata questa mattina Massimo Giannini su Enonomia eFinanza, l'inserto di Repubblica in un articolo molto pungente sulla coda di paglia degli imprenditori. Quelli che ora vogliono cacciare la mele marce dal paniere. Quei “tangentari che alterano la concorrenza e danneggiano le imprese”.
Un po' tardi, forse. Ma meglio tardi che mai.
Certo, rimaniamo sempre in attesa della rivoluzione culturale per l'affermazione di quei principi etici di cui tutti parlano.

Magari se si iniziasse a cacciare dalle associazioni le molte mele marce, sarebbe già qualcosa.

Etica e corruzione

La lotta alla corruzione non è solo una questione di regole, ma anche di comportamenti e di educazione.
È una frase che sento ripetere sempre più spesso: anche il giudice Alessandra Galli, durante la presentazione del libro di Antonella Mascali, ha usato queste parole. Anche di fronte alle migliori regole, noi italiani (noi furbetti italiani avrebbe voluto dire) troviamo sempre il modo di eluderle, l'escamotage per non rispettarle.
È un ragionamento, quello dell'etica, che ha una sua base di validità, ma che cozza contro due obiezioni.
La prima è che noi oggi dobbiamo dare una soluzione immediata, all'emergenza della corruzione. Lo spreco di denaro pubblico che finisce in appalti gonfiati, in opere inutili approvate solo per rubarci sopra ..
Le grandi opere non si possono fermare, ci dice il ministro. Ma è un'affermazione che, specie di questi tempi, non possiamo più accettare. Non possiamo accettarne l'imposizione dall'alto, gli alti costi, i tempi lunghi.
Ora dobbiamo arginare e contrastare il fenomeno con regole chiare e che, in sostanza, puniscano determinati atteggiamenti sia da parte del politico o dell'amministratore pubblico, sia da parte del privato.


Ma esiste anche una seconda obiezione che faccio: chi insegna agli italiani questa nuova etica, questa nuova morale?
Abbiamo chiuso fuori dalle nostre stanze le idelologie, parola che oggi viene usata con disprezzo, per attaccare nei dibattiti gli interlocutori.
Abbiamo chiuso fuori i “professoroni”, ritenuti a torto i responsabili delle riforme non fatte.
Abbiamo trasformato i partiti da organo trainante della democrazia ad espressione di un gruppo di potere, di un gruppo di interesse o di una singola persona.


Saranno i renziani che sposeranno queste battaglie? Dubito, visti i partner che si sono scelti per le riforme istituzionali. Gli alleati di Le Pen da una parte, e Forza Italia dall'altra.
Con tutto lo scaricabarile della vicenda delle immunità deisenatori (un bel segnale diseducativo, al paese, a proposito di etica e di insegnamenti).


Ho voluto rivedere “Bobby” il film di Emilio Estevez, un film che racconta le vite di diverse persone che si ritrovano all'hotel Ambassador, quando Robert Kennedy fu assassinato. Nel film si racconta della forza rivoluzionaria di Kennedy, quella che avrebbe consentito al paese di ripartire con una nuova stagione, mettendo fine ai conflitti sociali tra bianchi e neri, per l'estensione dei diritti civili, per una maggiore equità nel paese (e non per la deregulation sul lavoro). Avrebbe messo fine al conflitto in Vietnam.
Era una politica che poteva cambiare in meglio la vita dellepersone, degli ultimi: questo percepiva la gente del sogno (spezzato) di Bobby.
Quanta di questa visione c'è ancora oggi? Abbiamo confuso il tifo di parte, con la passione vera e la capacità di avere una visione politica.

Leggo le dichiarazioni dei politici sui giornali e sono sempre in attesa: sia delle regole contro corruzione ed evasione (e riciclaggio, falso in bilancio, prescrizione facile ..) sia del buon maestro che insegni agli italiani a rispettarsi di più.

22 giugno 2014

La fedeltà del PD

Così come non si interrompe un'emozione (come dicevano gli spot di B. contro il referendum contro la pubblicità) non si interrompe una relazione, che in questi anni ha dato tanti frutti.
Tante leggi vergogna mai abrogate.
Tanti condoni mai bloccati.
Tante leggi incostituzionali sempre passate.
E poi, quando Silvio non ha potuto più governare, la stampella delle larghe intese.

Versione Monti, versione Letta fino ad arrivare alla storia d'amore di Renzi. Sulle riforme vale il patto del nazareno. Niente intrusi in mezzo a questa relazione. Perché "non si cambia partner all'ultimo minuto".
Significa niente legge anticorruzione, niente ripristino del falso in bilancio.
E se c'è qualche consigliere regionale nei guai, il PD è sempre pronto alla bisogna con il ritorno dell'immunità parlamentare in Senato.