13 aprile 2016

Il delitto di via Accattapane, di Margherita Capitò

Era contento Pedro Hernandez Santilla, era anzi molto contento perché l'indomani sarebbe partito: aveva voglia di casa, aveva voglia di Bogotà, dopo anni di lavori sporchi per quel fottuto emiro, anni in cui aveva visto anche quello che non avrebbe dovuto vedere.Addio Europa e anche Medio Oriente. Guidava nella fresca notte estiva in quell'ondulato paesaggio toscano e la luna era appena tramontata: a Roma all'alba. Certo paura ne aveva, e tanta. Potevano sempre trovarlo, quei bastardi. Ma come? Da Parigi aveva viaggiato in treno fino a Milano e poi a Livorno. E lì non lo conosceva nessuno, salvo quei due amici che gli avevano dato una mano e che aveva appena salutato.A Parigi solo Troussard sapeva dei suoi progetti e la sua partenza per l'Italia, ma di Maurice si fidava come fosse un fratello.L'auto era a noleggio e il cellulare nuovo con un numero … no impossibile. Li avrebbe comunque fregati sul tempo. Tranquillo vecchio mio – si disse – dopodomani sei a casa.La strada che scendeva dalla collina era ormai un rettilineo e mancavano pochi metri al bivio per l'Aurelia, quando Pedro vide il furioristrada messo di traverso: non c'era spazio per passare; frenò. Due uomini correvano verso di lui; ebbe appena il tempo di mettere le mani in tasca e fare quello che doveva fare, che già avevano aperto la portiera.

Via Attaccapane è una strada provinciale che unisce i paesi di Donoratico, sul mare, a Castagneto, un paese sul cucizzolo di una collina dell'entroterra livornese.
Siamo in piena maremma livornese: un contesto di mare, campagna, dolci colline, turismo, pesca …
Nulla di più estraneo a questo contesto un piccolo criminale come Pedro, la persona che incontriamo ad inizio libro che viene bloccato da un fuoristrada. Indio colombiano, con un passato di trafficante di droga, baro con le carte e anche tanto altro ..
Nulla di più estraneo, in questo mondo che immaginiamo tranquillo e sereno, dove la gente parla con quel forte accento toscano, imbattersi nel cadavere di un uomo, semi carbonizzato dentro la sua auto.

Cosa ci fa una persona come Pedro Hernandez Santilla in Toscana, in piena Maremma? Dove sta andando e, soprattutto, da chi sta scappando, per il timore di essere ucciso?
E' solo uno dei misteri che incontriamo in questo noir d'esordio di Margherita Capitò, scrittrice che ha girato il mondo che ha riportato questa sua natura cosmopolita nella sua scrittura.
Non solo il primo morto è una persona fuori contesto, anche l'investigatore che dovrà risolvere l'omicidio di via Accattapane è una persona che magari non ti aspetteresti di incontrare lì.
Si chiama Sonia Castelbarco ed un giovane commissario appena arrivata dal nord Italia, da Milano.
Giovane, solitaria (ma non per vocazione), amante del vino e del mare: ma anche capace di costruirsi attorno una squadra di agenti motivata ed unita. E tutta di maschi.
Dal siciliano Ninì, al veneziano Zanon, al timido Primavesi, all'uomo d'ordine Lussu, Cirielli il napoletano e il vice ispettore Antonini chiamato Agonia.

Sono loro che dovranno districare l'enigma del morto carbonizzato e anche l'altro caso: un caso di spaccio di coca sulla spiaggia, dove è coinvolto un giovane figlio di papà (cui la polizia è pure costretta a concedere un occhio di riguardo).
Strani entrambi, questi casi: il morto veniva da fuori e si è ucciso ingoiando una pasticca di cianuro.
E, il giovane Venturini, il figlio di papà, stava smerciando tanta roba, non poche dosi. Da dove arriva tutta questa droga?

La squadra del piccolo commissariato si mette in moto e inizia le sue indagini, ma qui accade ancora una volta qualcosa di anomalo, di fuori contesto: c'è qualcuno che sta spiando le loro mosse, che li segue, che arriva a minacciare da vicino il commissario.
E' come quando lanci un sasso in uno stagno e vedi le onde che man mano si allargano: lo stesso accade all'inchiesta della squadra di Sonia. Un caso di omicidio che nasconde un traffico ben più esteso che coinvolge la mafia, con delle protezioni ben dentro le stanze del potere politico.

Il delitto di via Attaccapane è un buon romanzo giallo, che dà l'inizio alla serie con protagonista il commissario Sonia Castelbarco: come tutti gli esordi ha sia pregi (l'originalità del contesto, la capacità di mescolare azione e tensione con momenti di humor) che difetti.
Manca, e sarebbe stato bello che ci fosse, una più approfondita descrizione dei luoghi, delle persone, della natura. E anche il peso che viene dato ai personaggi, sembra sbilanciato: personaggi minori (come un medico che avrà un ruolo importante nella risoluzione del caso), che a metà libro prende il sopravvento ..

Nel complesso rimane un buon romanzo, scorrevole, con una sua tensione narrativa che cresce man mano, che riesce ad allontanarsi dagli stereotipi del genere.

Buona lettura!

La scheda del libro sul sito di Giunti

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Il duro lavoro di raccontare le cose

L'incontro - scontro di ieri sera tra il direttore del FQ Travaglio e il giornalista Corrado Augias a diMartedì, è un avvisaglia di quello che ci aspetta nei prossimi mesi durante la campagna referendaria per le riforme costituzionali.
Quelle approvate definitivamente ieri nella "giornata storica".

Pur essendoci aspetti della riforma che considero "buoni" (come il ritorno di alcuni poteri decisionali dalle regioni al governo centrale), nel complesso il mio giudizio sulla riforma è negativo (specie se collegata alla legge elettorale).
Concentra nel governo troppi poteri e i contrappesi, di cui parlava sempre ieri sera l'onorevole Romano, non sono sufficienti.
Già oggi a Palazzo Chigi riferiscono i vertici Rai, le ultime nomine delle aziende di stato (come Descalzi, ieri in visita con Renzi all'Iran), la cybersecurity.

Non mi sono piaciuti i toni del confronto tra Travaglio e Augias: da una parte la battuta (anche velenosetta), il dileggio, dall'altra il tono pacato, il richiamare a principi alti di politici, il voler rimarcare anche aspetti buoni della riforma.
Senza il bicameralismo perfetto le leggi andranno più veloci: questo a voler vedere il bicchiere mezzo pieno. Ma già oggi le leggi ad personam (o quelle ad castam) passnao veloci tra Senato e Camera.
L'immunità parlamentare non coprirà i reati commessi come consiglieri regionali o sindaci (bicchiere mezzo pieno). Ma così manderanno in Senato solo sindaci o consiglieri sotto inchiesta o processo per proteggerli (bicchiere mezzo vuoto).

Caro Marco, da lettore del FQ e da cittadino ti dico che non va bene buttarla al ridere, con le battutine: bisogna spiegare le cose con calma, con tanta pazienza, rischiando anche di passare per persone noiose, professoroni.
Spiegare per bene quali sono i rischi con questa riforma, punto per punto, andando anche a confrontare questa con gli altri sistemi istituzionali.
Costa più fatica, certo.

Ma dobbiamo convincere tutti, non solo i lettori del FQ.
Anche quelli che, come Augias, sono moderati per natura e citano, a mo di esempio, il passaggio tra quarta e quinta repubblica in Francia (dove esiste un sistema presidenziale con tanto di pesi e contrappesi veri e dove la gente oggi sta in piazza a protestare contro la riforma del lavoro) .

Spiegare punto per punto, con calma cosa comporterebbe la legge delega sul processo penale per la pubblicazione delle intercettazioni.
Spiegare, sempre punto per punto, perché si deve andare a votare domenica (e magari votare si).

Ci aspetta un duro lavoro. Il lavoro di raccontare le cose, non lo storytelling.

12 aprile 2016

Su riforme e sul senso di cittadinanza

La Repubblica:“Mano tesa di Renzi ai pm: ‘Non tocco le intercettazioni’”,“Renzi offre la tregua ai pm”.Corriere della Sera: “Intercettazioni, non si cambia”. Il Messaggero: “Renzi: non tocco le intercettazioni, ma i pm evitino il gossip sui media”. La Stampa: “Intercettazioni, la legge non cambia”. Il Giornale: “Renzi si arrende ai magistrati. Si rimangia la riforma delle intercettazioni”. L’Unità: “Renzi ai pm: ‘Nessuna modifica alle intercettazioni’”. Libero: “Renzi si piega alla casta dei pm:‘Non toccherò le intercettazio-ni’”.Fiuuu, l’abbiamo scampata bella: a leggere tutti i giornali di ieri (tranne il Fatto), si direbbe che sabato avevamo capito male, o che domenica Renzi ci ha ripensato. Sarà così? Ecco la frase che ha innescato quei titoli a edicole unificate: “Il governo non ha intenzione di rimettere mano alla riforma delle intercettazioni. Ci sono molti magistrati che sono molto seri nell’usarle. Certo che servono per scoprire i colpevoli, ma tutti gli affari di famiglia e i pettegolezzi sarebbe meglio non vederli sui giornali”. Vuol dire che non ci sarà nessuna riforma delle intercettazioni, nessun bavaglio per vietare ai pm di inserire negli atti e dunque ai giornalisti di pubblicare le intercettazioni su fatti penalmente irrilevanti o su personaggi non indagati? No, l’esatto contrario: ciò che Renzi non vuole toccare non è l’attuale normativa sulle intercettazioni, ma la riforma presentata un anno fa dal suo governo, già approvata dalla Camera e ora all’esame del Senato. È la legge-delega “per la riforma del processo penale e dell’ordinamento penitenziario” che, all’articolo 30, dà ampio mandato al governo perché adotti un decreto delegato “perla riforma del processopenale in materia di intercet-tazioni di conversazioni o comunicazioni”, con questa va-ghissima indicazione: i magistrati dovranno espungere dagli atti –in un’“udienza di selezione del materiale intercettativo” davanti al gip – “comunicazioni e conversazioni delle persone occasionalmente coinvolte nel procedimento,in particolare dei difensori nei colloqui con l’assistito, e delle comunicazioni comunque non rilevanti a fini di giustizia penale”. Anche volendo, Renzi non potrebbe bloccarla né ritirarla: solo, eventualmente, invitare il suo partito a bocciarla. Ma non ha alcuna intenzione di farlo, tant’è che annuncia che non vi “rimetterà mano”. Perché gli piace così. Risultato: i cittadini non potranno più conoscere parole e fatti utilissimi per farsi un’idea su chi amministra le nostre istituzioni e i nostri soldi, su chi merita il nostro voto e la nostra fiducia e chi no.
Questa la prima parte dell'editoriale del direttore del Fatto Quotidiano: senza le intercettazioni, forse non sapremmo delle pressioni su un ministro della Repubblica (nemmeno eletta) per firmare un emendamento che favoriva una multinazionale, creando pochi posti di lavoro e con un pensate impatto ambientale.
Non sapremmo delle trame dell'ammiraglio che rischiava di essere nominato Capo di Stato Maggiore.
Vedremmo passare emendamenti, decreti, grandi riforme e non sapremmo di come sono maturate: con una discussione pubblica, in Parlamento? Nossignore.
Con questa ennesima riforma, un'altra di quelle attese dal centro destra da vent'anni, sarebbe un continuo dare la fiducia al governo (e alle lobby che vivono attorno). 
Situazione che si aggraverà con la riforma costituzionale che stravolge l'attuale assetto, Parlamentare, in un sistema che accentra i poteri nell'esecutivo.
Quello che, quando parla, ha buona cassa di risonanza sui nostri giornali, pronti a rilanciare il messaggio acriticamente. 
Questa riforma ieri è stata presentata dal presidente in una Camera vuota: è un brutto segnale, poiché stiamo parlando della nostra Costituzione, di tutti.
Per questo dobbiamo occuparci e preoccuparci di questa riforma, che andrà ad impattare la nostra vita quotidiana.
Per questo dobbiamo andare a votare domenica per il referendum. Se vogliamo continuare ad essere cittadini e non spettatori silenti.

11 aprile 2016

Venti anni che le aspettavano

Lo scandalo delle intercettazioni.
Spiare la vita (dei politici) dal buco della serratura.
La violazione della privacy.
Il complotto contro il governo e la giustizia ad orologeria.
Il governo contro i poteri forti.
Il governo del fare e anche dell'amore.
L'invito all'astensione per boicottare un referendum (sulla durata delle concessioni per le piattaforme).

Sono anni che sento sempre le stesse frasi, cambia qualche parolina (ora si dice gufi, Berlusconi usava il termine comunisti), qualche faccia, ma il senso rimane lo stesso.
L'insofferenza della casta politica nei confronti delle inchieste (sempre ad orologeria, siccome in questo paese un anno si e uno pure si vota), delle inchieste dei pochi giornalisti scomodi e soprattutto della pubblicazione delle intercettazioni.
Che poi sono i rari momenti in cui capita di sentire la verità, come stanno veramente le cose da dentro il palazzo.

Sentir dire, per esempio, da Palazzo Chigi
"Non si può più andare avanti così. Ci sono elementi di inopportunità politica e istituzionale. E ci sono intercettazioni che hanno a che fare con la vita privata senza alcun nesso con l'inchiesta". 

Sentir parlare un ministro che raccoma come le sue azioni (l'emendamento per Tempa rossa che interessava Total e il compagno, la legge navale che interessava all'ammiraglio De Giorgi) derivino da pressioni esterne e non solo da una scelta politica è un fatto che magari non ha rilevanza penale ma molta rilevanza pubblica.

E ancora:
"Intercettare il capo della Marina rappresenta un pericolo per la sicurezza nazionale. Non solo. Diffondere quelle conversazioni nel bel mezzo di una crisi internazionale peggiora la situazione".

Per cui è colpa dei pm se un ammiraglio si fa gli interessi suoi e non sembrerebbe così interessato alla sicurezza.

Mi sembra di essere tornato indietro col tempo: quelli che prima erano contrari ai bavagli, che invocavano trasparenza, etica, una politica aperta, oggi hanno cambiato verso, sposando slogan e messaggi del ventennio passato. 
E forse questo spiega il perché continuano a sottolineare le loro riforme: sono le riforme che il centrodestra (e non il paese) aspettava da 20 anni.

Report – le banche popolari e il salvataggio dell'Ilva

Puntata interessante di Report dove si è parlato dei falsi miti dell'alimentazione: il consumo di latte, spinaci, i grassi idrogenati, i grassi trans (che possono non essere indicati in etichetta).
Ma, prima, ci siamo fatti il fegato grasso per l'inchiesta sulle Popolari e sugli aiuti di Stato che non piacciono all'Europa.

Le banche popolari: Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca nel servizio di Giovanna Boursier(Saltimbanche), qui il pdf con la trascrizione della puntata.

In Veneto molti risparmiatori sono diventati azionisti delle popolari su indicazioni delle stesse banche: negli ultimi anni il titolo della BPVI è cresciuto fino all'ispezione della BCE, del 2014. Dopo l'ispezione il titolo crolla e le banche hanno bloccato l'azione dei risparmiatori che volevano rivedere loro i titoli.
117 mila risparmiatori hanno visto le loro azioni scendere, senza poter fare nulla: avevano comprato le azioni della popolare perché sembrava un titolo solido.
A Vicenza quasi in ogni casa c'è un problema legato ai soldi persi con la banca, pensando che non avrebbero rischiato nulla: qualcuno ha perso tutti i risparmi, dopo aver firmato sulla fiducia una montagna di carta. Senza conoscere nemmeno cosa firmava.

Come funzionavano le cose dentro BPVI la Banca d'Italia lo sapeva da prima, nel 2008, ma ha solo sanzionato la banca: nel 2011 il professor Bini della Bocconi ha pure alzato il prezzo (che Bankitalia pensava fosse sovrastimato). Poi è arrivata la BCE che ha chiesto un aumento di capitale, constatando una perdita di capitale e così il titolo perde il 23%.
Alla BPVI vendevano e ricompravano azioni a clienti, per gonfiare i conti, del fondo azioni proprie.
Altri clienti venivano costretti a comprare azioni in cambio di finanziamenti.
In Bankitalia raccontano di aver vigilato e che non potevano fare altro.

Gianni Zonin gestiva per anni la banca, oggi indagato insieme ad altri manager: ostacolo alla vigilanza, associazione a delinquere, aggiotaggio le accuse della procura di Vicenza, dove raccontano di un prezzo stimato ad almeno il doppio del giusto.

Veneto Banca è l'altra popolare del territorio: anche qui mascheravano credito vendendo azioni anche a clienti inesperti.
I problemi per BV iniziano con l'ispezione del 2013 di Bankitalia: dopo il crollo del titolo nessuno riesce a vendere più le azioni comprate.
Uno che invece è riuscito a vendere è Vespa, che conosceva il vecchio AD Consoli, oggi sotto inchiesta: dopo molte insistenze, Vespa è riuscito a vendere le azioni, pur avendo perso parte dei suoi risparmi investiti in obbligazioni.
8 ml di euro incassati nel 2013, al valore massimo delle azioni.
Le obbligazioni convertibili gli hanno causato una perdita di 873mila euro.

Anche Stefanel e Renzo Rosso sono riusciti a rivendere le loro azioni delle popolari, poco prima che le azioni iniziassero a crollare, facendo crescere il sospetto che qualcuno, in questo disastro si sia salvato perché in buoni rapporti coi vertici delle banche.
Risulterebbero anche lettere della banca a questi fortunati...

L'ex vice presidente Rigon racconta di elargizioni in Toscana e a Porto Viro, in zone dove Zonin, l'ex presidente, aveva interessi personali: sono donazioni ad un convento della sorella di Zonin e a parrocchie dove ha dei vitigni.
Oggi sarebbe in Sudafrica, ma il suo avvocato assicura che tornerà per tempo in Italia, ma nel frattempo non parla con gli azionisti che oggi hanno perso tutto: serve l'Europa per capire come sta veramente una banca - si chiedeva ironicamente la giornalista?

Daniele Nouy è la presidente del cons. di Vigilanza della BCE che ha seguito le ispezioni: nelle banche italiane c'era un grande problema dei crediti deteriorati e delle dimensioni.
Questo valeva per il vecchio CDA: il nuovo però è composto anche da vecchi membri, tra cui anche l'ex ragioniere dello Stato Monorchio.

Zonin, in questi ultimi anni ha ceduto i suoi beni alla moglie e ai figli: terreni, ville, vitigni, immobiliare. Si è portato avanti col lavoro, per diventare nullatenente (e non pagare nulla)?

Report ha ricevuto una lettera da BPVI, dove si chiedeva di spostare la puntata perché stavano decidendo dell'aumento di capitale e della quotazione in borsa: quando si chiedono soldi al mercato bisogna essere trasparenti – la risposta della Gabanelli.

Ora la banca sta chiedendo soldi agli azionisti per quotarsi in borsa: il cda si è riunito il 17 febbraio, i soci sono stati convocati il 5 marzo, per decidere appunto della quotazione.
O si tirano fuori i soldi o la BCE commissaria la banca: in molti hanno votato sì, perché era l'unico modo per rivedere i soldi.
Anche Zaia, il governatore, ha perso 30mila euro nelle due banche, come molti altri cittadini veneti: Zaia ha votato si alla quotazione, sapendo che questo porterà al massacro le banche, perché sul mercato si dovranno trovare soci che metteranno in bilancio quello che manca.
Come CDP e Unicredit.

Ma il sistema non era solido?
Lo dicevano tutti, da Napolitano a Visco a Renzi: alcune banche sono nel mirino, “è il mercato”.

Nel mirino erano Banca Etruria e le altre tre popolari: 2 miliardi di sofferenze che hanno portato poi al salvataggio per decreto, attraverso il bail in.
Molti degli obbligazionisti di Etruria hanno comprato questo strumento finanziario senza conoscerlo: ora hanno perso tutto, senza troppi complimenti.
Tutta colpa dell'Europa? Della Merkel?
Un portalettere che nel crac dell'Etruria ha perso tutto, racconta a Giovanna Boursier la sua storia: sulle carte firmate c'era scritto "imprenditore" e anche che era una persona esperta di finanza. Carte truccate sul rischio degli investimenti: tutto per far passare i sottoscrittori delle obbligazioni come persone consapevoli del rischio.

Nel 2011 la Consob ha tolto l'obbligo di pubblicare una paginetta, con cui si informa il cliente del rischio di quello che si sta comprando: forse perché quel prospetto era troppo chiaro, per le persone?
Era meglio che i clienti non fossero troppo informati, perché l'importante era vendere?

Le obbligazioni erano vendute per aumentare il capitale sociale (piuttosto che non i BOT), e le filiali erano pressati per vendere questi titoli: un ex dipendente ammette di non aver sempre informato i clienti, perché i vertici della stessa rassicuravano gli stessi dipendenti.
Ma dove sono finiti i soldi?
L'ex membro del cda Soldini ha raccontato di prestiti a consiglieri, amici, parenti: per far passare il prestito serve un voto del CDA, senza il consigliere interessato. Ma spesso si votava senza andare troppo per il sottile.
Sono questi crediti concessi con troppa facilità, che ora sono in sofferenza, per un totale di 2 miliardi.

Il salvataggio della banca lo stanno pagando i risparmiatori e i vertici, tra cui il padre del ministro Boschi, sono indagati dalla procura: sindaci, amministratori, presidenti.
Come il presidente Rosi, come il capo del comitato rischi, come Bronchi che se ne è andato con una liquidazione da 1,2 ml.
Bankitalia ha vigilato? Il DG Rossi ha spiegato che poteva solo commissariare e andare in procura a raccontare i fatti.

La fusione con la Vicenza era sponsorizzata dall'ex ragioniere Monorchio, in buoni rapporti con Bankitalia, fusione poi saltata.
Qui poi entrano in ballo Carboni, Ferramonti, Mureddu, per trovare nuovi manager per la banca e il mistero si infittisce.

Il governo sta oggi varando una riforma per il credito cooperativo: si dovranno accorpare, eccetto quelle toscane con capitale sopra i 200 mila euro.
Tra queste la popolare di Cambiano e Chianti Banca: hanno tutte e due legami strette con chi decide della riforma.
Sui crediti deteriorati ci sono interessi poco chiari e anche qui compare un fondo che fa riferimento a Bini Smaghi.

Perché l'Europa ci ha impedito di salvare le banche attraverso il fondo interbancario?
Dal 2013 è entrata in vigore la norma europea del bail in: anche gli azionisti partecipano al rischio, peccato che Bankitalia abbia perso tempo per trattare con l'Europa. Pensando di avere pure ragione.
MILENA GABANELLI IN STUDIOInsomma, stiamo dicendo: ma l’Europa non può impedirci di fare quello che abbiamo sempre fatto e cioè sistemare le nostre cose attraverso il fondo interbancario. Che cos’è? É un fondo regolato da una legge dello Stato dove tutte le banche ci mettono un po’ e attingono quando ne han bisogno per mettere a posto e sistemare le loro magagne. Mica sono soldi pubblici! Infatti. Però la storia è un’altra e cioè: dal 2013 entrano in vigore le nuove regole europee e bisogna adeguarsi: quando una banca va a male, a pagare sono anche gli azionisti e gli obbligazionisti subordinati perché comprano un prodotto rischioso, hanno un rendimento alto, lo sanno e quindi partecipano al rischio. L’Europa mica sa che noi vendiamo dei prodotti rischiosi anche  ai pensionati e ai postini. Noi che lo sappiamo, prendiamo tempo, speriamo che la crisi passi e cominciamo a trattare con l’Europa, che dice: “ma voi usate pure i soldi che volete, basta che rispettiate le regole”, anche perché dal primo gennaio 2016 a pagare saranno anche i correntisti sopra i 100.000 euro quando una banca va male. Si chiama bail-in, è legge e l’abbiamo firmata pure noi. Però noi sempre lì ad insistere a dire: “ma perché con noi siete così poco elastici quando invece con la Germania chiudete un occhio?” Bene. Andiamo a vedere se con la Germania hanno chiuso un occhio, o siamo noi che abbiamo capito male.
In realtà in Germania i due lander si sono mossi per tempo, prima che entrasse in vigore la legge.
Chi rappresenta l'Italia in commissione affari monetari? Tajani, Martusciello (ex dipendente di Bankitalia, indagato per concorso esterno in ass. mafiosa), Lara Comi e Roberto Gualtieri (storico).
Tutti hanno votato il bail in: Gualtieri presidente della commissione era contrario alla legge ma l'ha votata.

La domanda che ci dovremmo porre è chi abbiamo mandato in Europa? Persone competenti che almeno leggono le leggi che poi votano?
MILENA GABANELLI IN STUDIOPerò pare poi che nelle trattative non avevamo capito bene. In conclusione, adesso che le regole bisogna applicarle, è tutto il sistema che è venuto al pettine. Il fatto di 200 miliardi di crediti deteriorati non è tutta colpa della crisi.Troppi sportelli, troppi direttori con rapporti incestuosi con la clientela, consigli d’amministrazione che danno crediti a loro stessi senza rimborsarli - chissà che qualcuno di loro non li abbia magari portati a Panama - e una vigilanzatimorosa. Così queste banche hanno cercato di far quadrare i loro conti truffando anche i poveracci, e se mai rivedranno qualcosa, sarà il governo a darglieli.
E vogliamo dare la colpa all'Europa?

L'Italia e l'Europa per le industrie: il caso Ilva e il caso Peugeot a confronto, nel servizio di Giorgio Mottola.

Siamo noi che non capiamo bene le regole o ci stanno fregando?
Fino a tre anni fa Peugeot era a rischio bancarotta, oggi è in salute dopo il prestito da parte del governo di 1,2 miliardi, rimborsati interamente.
Il governo francese ha deciso di supportare una delle aziende più importanti francesi e nel 2013 l'UE ha dato via libera all'operazione.
Il prestito dello Stato ha però bloccato le sovvenzioni europee.

ILVA dovrebbe essere salvata dai soldi pubblici, per le bonifiche: la commissione ha aperto un'inchiesta sugli aiuti di stato, che bloccano quei finanziamenti.
Col rischio ambientale e sociale: il trattato europeo vieta aiuti diretti alle aziende.
Perché l'Europa ha detto si ai salvataggi di aziende tedesche e vuole invece soffocare l'Ilva? Per interessi europei nel settore dell'acciaio?
Anche il nostro governo teme che dietro l'infrazione europea ci sia un complotto dei paesi che hanno interesse nell'acciaio.

L'infrazione nasce dal rischio che i soldi pubblici non servano solo a fini ambientali: l'Europa non si fida più di noi, dell'Ilva, del rispetto delle normative ambientali da parte dell'Italia.
Abbiamo perso tempo negli anni passati, coi grazie decreti salva Riva.
Anche Peacelink teme che gli 800ml pubblici saranno usati per tenere in vita l'azienda e non per le bonifiche: in parte i soldi sono solo liquidità per tenere in vita l'azienda.
Abbiamo provato ad imbrogliare l'Europa, con una misura ad aziendam: negli ultimi anni l'Italia ha avuto 46 bocciature per aiuti di stato in Europa.
Abbiamo pasticciato molto in Europa: nel 2009 Berlusconi decise di sospendere le tasse in Abruzzo, ma poi è stato chiesto loro di restituire gli aiuti ricevuti dal governo.
Avevamo omesso di notificare questa misura all'Europa: negli anni in cui in Europa c'era, ad esempio, il sottosegretario Gozi e Tajani.


10 aprile 2016

Guerra all'Isis, di Aldo Giannuli

Gli errori che abbiamo fatto, perchè rischiamo di perderla, che cosa fare per vincerla

Stiamo perdendo la guerra all'Isis.
Una frase che sentiamo ripetere spesso sui nostri giornali che, a volte, più che fare informazione, si preoccupano solo di alimentare i nostri pregiudizi e le nostre paure.
Ma con chi esattamente stiamo combattendo la guerra?
Che tipo di guerra stiamo combattendo, con quali strumenti, con quali armi?
E poi, ancora, chi è ISIS, che struttura ha, chi sono i suoi vertici, oltre al Califfo Al Baghdadi? C'è forse una catena di comando sotto che non vediamo?
Infine, perché stiamo perdendo questa guerra con ISIS? Perché abbiamo sbagliato strategia? Perché non abbiamo informazioni? Perché nonostante le bombe, nonostante i tanti propositi bellicosi dei signori presidenti (da Hollande a Obama), ancora non abbiamo capito quale sia la giusta strategia per contrastare sia la guerra di terra, laggiù in Iraq (lontano) e anche gli attacchi terroristici qui in Europa?

Lo storico, ricercatore nonché esperto di intelligence Aldo Giannuli cerca di dare una risposta a tutte queste domande, cercando, pur nei limiti della complessità della materia, di fare un po' di chiarezza, su ISIS, guerra e strategie.
Perché stiamo perdendo la guerra con l'Isis?Dobbiamo chiarire quattro parole: «siamo», «guerra», «perdere» e «ISIS».«Siamo»: prima persona plurale; ma qual è il soggetto reggente della frase? Include chiaramente l'Occidente. Certo, gli occidentali, a causa delle sciagurate decisioni die propri governanti, questa situazione sono andati a cercarsela: tre guerre, una più insensata dell'altra [..]Ma quel noi include anche i sostenitori della «Primavera araba» del 2011- 2012, chie chiedeva libertà individuali e collettive, democrazia, stato di diritto, liberazione della donna.[..]Include anche gli immigrati islamici in Europa, la cui condizione di vita peggiorerebbe bruscamente se vincesse il califfato.[..]La seconda parola da spiegare è «guerra»: già, ma che guerra è questa che nessuno ha dichiarato e che non ha linee di fuoco, regole e confini? Se per «guerra» si intende uno scontro tra eserciti regolari, con truppe schierate, carri armati, aerei ecc.. , ciò che sta accadendo è solo in piccolissima parte corrispondente ad un simile scenario.[..]La terza parola è «perdere»: vuol dire che stiamo per essere invasi da orde di saraceni con le scmimitarre sguainate?[..]La partita in gioco è un'altra: la nascita di un super stato islamico a carattere tecnocratico e jihadista in grado di mutare radicalmente l'ordine internazionale, con conseguenze catastrofiche per la democrazia, per la pace, per l'eguaglianza.E veniamo al termine «ISIS»: in realtà sarebbe stato più corretto scrivere «jihad», di cui «ISIS» è solo una delle espressioni, quella attualmente più conosciuta. In effetti il Califfato potrebbe essere invaso e distrutto, e non per questo lo scontro finirebbe.

Obiettivo di questo saggio è raccontare la natura di questa (non nuova) minaccia, la guerra santa dei fondamentalisti islamici, che è tale non solo per noi europei ma per tutti gli equilibri nel mondo, perché a rischio non è solo la nostra libertà e i nostri valori, ma anche quelli dei paesi nel ME (Medio Oriente).
Siamo in guerra su due fronti, quello interno contro il terrorismo che ha dimostrato di poterci colpire secondo due strategie: attentati mirati e ben preparati a obiettivi precisi e attentati a sciame, su più obiettivi, da parte di cellule già presenti nel paese.
E poi c'è la guerra di terra, combattuta in Iraq, da parte di unità militari ben armate e ben motivate, ma di una consistenza molto ridotta (sebbene non esistano stime precise).
Chiarito sul significato della parola guerra, rimane da chiarire due punti importanti: che errori abbiamo compiuto fino ad oggi e che strategie adottare se vogliamo vincere la battaglia.

L'errore del pregiudizio.
Che è quello che finora è stato il combustibile per tutte le nostre decisioni.

Noi europei pensiamo e guardiamo il resto del mondo solo con gli occhi da europei: pensiamo che al di là del Mediterraneo ci siano popolazioni assimilabili, con la stessa lingua, la stessa religione (più o meno), magari anche ignoranti e primitivi.
Proprio nel film dedicato a questo personaggio, c'è un dialogo che, per quanto in modo romanzato, esprime abbastanza bene lo stato delle cose: Lawrence chiede al capo di una potente tribù di predoni di unirsi alla rivolta degli arabi, e questi gli risponde: «Gli arabi? Conosco gli Awetat, i Walla, gli Abbas, so perfino che esistono gli Airit, ma gli arabi che tribù sono?»”. [dal film Lawrence D'Arabia]

Non è così e Giannuli lo racconta bene in uno dei capitoli del libro: l'Islam è diviso in tante correnti, pure in lotta tra loro (sunniti contro sciiti): nel passato noi europei abbiamo giocato a fare i demiurghi creando nazioni che erano tali solo sulla carta, come fecero Francia e Inghilterra al crollo dell'Impero Ottomano. Oppure in Iraq dove, rovesciato Saddam, si è lasciato il potere nelle mani degli sciiti.

Non abbiamo fatto i conti col nostro passato coloniale e abbiamo pensato che il mondo arabo le avesse dimenticate: abbiamo pure ripetuto lo stesso errore con le tre sciagurate guerre in ME (le due in IRAQ e quella in Afghanistan) pensando di esportare la nostra democrazia con la guerra, creando all'opposto terreno facile per il proselitismo anti occidente, dove gli eserciti erano visti come nuovi crociati che calpestavano i terreni sacri.
Altro errore è stato dividere il mondo in un noi contro loro: ci attaccano, ci uccidono, scontro di civiltà, non esiste islam moderato …
La jihad uccide anche musulmani, per cui noi occidentali non siamo disposti a spendere troppe lacrime.
Niente lacrime, pena l'essere chiamati buonisti, per le immagini dei profughi siriani abbandonati alle nostre frontiere, di fronte alle barriere sollevate per tenerli fuori.
Oppure relegati nei quartieri ghetto, le banlieu a Parigi o i quartieri come Molenbeek a Bruxelles (tra l'altro a due passi dalla sede del Parlamento europeo).

Pensavamo che la morte di Bin Laden (in un compound ad Abbotabad, in Pakistan, nostro paese alleato) avesse messo la parola fine al terrorismo islamico, alla jihad.
Poi sono arrivati gli attacchi (dopo l'11 settembre 2001, che pure qualcosa avrebbe dovuto insegnarci) qui in Europa, a Parigi alla sede di Charlie Hebdo, poi in Tunisia (dove sono stati colpiti dei turisti) e ancora in Francia a Parigi e poi a Bruxelles.
E la paura e lo sdegno, che non sono arrivati dopo analoghi attentati di altre cellule in Nigeria, in Turchia, in Libano e in Iraq, ha fatto il resto...
Siamo in guerra.
Stiamo perdendo.
Non avendo risolto il problema alla radice, ci troviamo ora con un nemico con una buona base sociale (per quanto detto prima, l'emarginazione dei profughi, le banlieu, i morti per gli attentati considerati in modo diverso) e con un disegno ben chiaro in mente, a differenza di noi europei che nemmeno sappiamo cosa vogliono.
Già, ma quali sono gli obiettivi del Califfo?
Torniamo alla domanda centrale di questo libro: quali sono i piani dell’Isis nel breve e nel lungo periodo?E’ molto difficile pensare che l’Isis pensi alla fondazione del super stato islamico come aggregazione intorno a sé, cioè assimilando brani di territorio via via strappati agli avversari, sino ad ingoiare Siria, Iraq, Libano, Giordania e, magari, stati minori della penisola arabica e, infine, Arabia Saudita, Quatar eccetera. Ci sono troppi ostacoli ancora su questa strada: le classi dirigenti nazionali arabe, per quanto divise e litigiose, difficilmente lo permetterebbero e le più forti di esse sarebbero in grado di battere anche ciascuna da sola l’esercito del Califfo. Poi anche i vicini (Iran e Turchia) non è probabile che restino inerti a vedere la ascesa della super potenza arabo-sunnita. Infine, c’è sempre la possibilità di un intervento occidentale (magari insieme alla Russia) se Daesh dovesse diventare troppo preoccupante. Un processo paragonabile all’espansione del Regno di Sardegna non appare realistico, almeno a breve termine: l’Isis non ha nessuna Francia disposta a combattere a suo fianco e nessuna Inghilterra disposta a proteggere il suo “sbarco a Marsala” ed ha nemici molto più numerosi. Dunque, non è una strategia del ”carciofo” quella a cui stanno pensando. Certamente, sin quando gli sarà possibile mantenere il suo stato sovrano e, magari ingrandirlo con questo o quel territorio, lo farà, ma la carta principale della sua strategia è, piuttosto, un’altra: destabilizzare tutto il più possibile, per poi ridefinire i confini e rapporti di forza nel Medio Oriente, giungendo a quel momento con il migliore rapporto di forze possibile. Insomma: destabilizzare per stabilizzare, una cosa già sentita.Se poi l’esito dovesse essere un grande stato che includa quello che c’è fra Suez e l’Eufrate, o solo una porzione o magari quello che alcuni già chiamano il “Sunnistan” (cioè la sommatoria dei territori sunniti di Iraq, Siria, Libano e Giordania privati dei territori di sciiti, alawuiti e curdi) tutto questo si vedrà e dipenderà dai rapporti di forza con cui il “Califfo” dovesse giungere al momento. Dopo si discuterebbe il da farsi in prospettiva”.

Che fare allora, per vincere la guerra?

Se ha un pregio Aldo Giannnuli, è quello della chiarezza: ci sono strategie destinate a peggiorare la situazione
  • creare una nuova coalizione occidentale per andare in guerra, sul campo, contro l'Isis
  • continuare a considerare il mondo islamico con un unicum, senza differenziare tra moderati e progressisti, conservatori e il mondo della jihad (tre mondo da tenere distinti)
  • confondere il piano religioso col piano politico: la jihad è un movimento politico che usa l'Islam come pretesto, per un suo disegno egemone in ME.

Quella contro ISIS è una guerra asimmetrica, contro un nemico ben motivato, con una struttura militare mobile, capace di nascondersi sul terreno quando serve (e questo la dice lunga sulla poca utilità dei bombardamenti) ma capace di usare bene l'arma psicologica con cui mettere in difficoltà i suoi nemici, sia nel mondo arabo che in Europa.
L'arma del terrore, per spingere i paesi ad una guerra sul campo che sarebbe lunga e logorante.
L'arma del proselitismo contro i crociati invasori.
Da quello che siamo andati dicendo sin qui si capisce che la maggiore abilità Al Baghdadi e i suoi uomini (ottimi allievi di Al Zarkawi) la hanno dimostrata nell’infilarsi nelle pieghe dell’inestricabile nodo mediorientale, giocando un attore contro l’altro, approfittando delle indecisioni americane, della contemporanea crisi ucraina, dell’inesistenza politica della Ue, utilizzando gli interessati e momentanei appoggi dal mondo sunnita, pur coscienti della loro strumentalità. E’ uno degli aspetti della grande duttilità tattica dell’Isis che, non a caso, abbiamo definito un soggetto anfibio, capace di metter piede sulla terra ferma del potere sovrano, ma di tornare, in ogni momento, ad inabissarsi nelle acque della clandestinità, e del quale abbiamo sottolineato le capacità di rapido adattamento alle mutevoli condizioni del combattimento. Una tattica spesso spregiudicata, come quando Al Zarkawi decise di attaccare gli sciiti, usando il secolare odio che li divide dai sunniti, per trasformare quella che rischiava di diventare una guerra nazionale (ed il principio nazionale è l’aspetto più combattuto dagli jihadisti sunniti) in guerra settaria e, perciò stesso, transnazionale.
E già in questo scorgiamo alcuni elementi che ci dicono della maestria con la quale l’Isis gioca sul piano della guerra psicologica: in tutto quello che abbiamo scritto, dalla scenografia delle esecuzioni, curata sin nei minimi particolari, al tempismo delle operazioni, all’uso dei simboli, gli uomini di Al Baghdadi hanno mostrato di padroneggiare le tecniche della manipolazione psicologica, come se avessero studiato a lungo le opere di Gustave Le Bon, di Serghej Ciacotin, oltre, ovviamente, che di Sigmund Freud.

L’Isis ha un grande vantaggio su chi lo combatte: è quello che ha capito meglio di tutti la guerra asimmetrica ed il suo cuore psicologico: "Combattere sul piano convenzionale l’Isis sarebbe come fare lotta greco romana con un maestro judoka coperto di lubrificante."

Piuttosto che a mandare truppe sul campo, noi europei dovremmo una volta per tutto risolvere l'ipocrisia dei nostri alleati, come Turchia (la cui frontiera è molto permeabile al petrolio e ai foreign fighters) Arabia Saudita e Qatar, sostenitori in modo consapevole o meno di Isis.
O anche il Pakistan, paese che ospitava (e forse per lungo tempo) ha protetto il latitante numero uno, Bin Laden: Giannuli racconta che tra le principali fonti di guadagno non c'è solo il petrolio, ma ci sono dei giochi finanziari che coinvolgono le petromonarchie della penisola arabica.

La strategia da mettere in atto qui, nei nostri paesi.
Fino ad oggi la risposta politica dei paesi europei è stata disomogenea e basata sull'ondata emotiva nata dagli attentati.
Strette contro le libertà individuali, riforme costituzionali minacciate e poi ritirate, blocchi alle frontiere, blocchi anche nei confronti dei profughi (persone che hanno attraversato migliaia di km per scappare dalle macerie), espulsioni facili.
Se volevamo attirarci altro odio ci siamo riusciti: chiediamo ai giudici di non applicare la Costituzione ma di mettersi l'elmetto. E ai giornalisti lo stesso.

Eppure basterebbero pochi gesti per togliere l'alibi ai reclutatori di Isis: per esempio le moschee, avere luoghi di culto aperti e ben noti è meglio di luoghi di preghiera clandestini con predicatori improvvisati.
Meglio i quartieri ghetti, dove la polizia non si arrischia ad entrare, o quartieri dove gli immigrati di fede islamica sono ben integrati?
Obama non è riuscito a chiudere la vergogna di Guantanamo, così oggi nelle loro esecuzioni i registi dell'Isis fanno vestire le vittime con tute arancioni, che richiamano per bene le tristi prigioni americane. Loro, la psicologia, la sanno usare.
Infine il ruolo dell'intelligence, fin qui mancato: è mancato uno scambio di informazioni a livello europeo, è mancato uno screening delle persone transitate da e verso i paesi in guerra.
Bisognerebbe seguire i flussi di denaro (dei sospettati), monitorare il traffico dati dei siti che inneggiano alla jihad, creare dei siti civetta che confondano le acque.
Anziché puntare alle espulsioni facili, per calmare il popolino, andrebbero tenuti d'occhio, sapere chi incontrano, da chi ricevono aiuti, quali i contatti della loro struttura.

La realtà è che viviamo in un'epoca di estrema fragilità, costretti a prendere decisioni in fretta e con poche informazioni, sotto la paura dell'immigrazione da una parte e la crescita dei gruppi xenofobi dall'altra.

Tirando le fila
Riassumendo, la nostra indagine ci ha portato a queste conclusioni: c'è in atto un conflitto pluridimensionale, che oppone quanti mirano alla costruzione di una superpotenza imperialistica a carattere tecnocratico, di ispirazione islamista, tanto alle potenze occidentali quanto alle classi dirigenti nazionali islamiche e in particolare arabe. Questo disegno trova consenso in una base sociale prevalentemente di ceto medio .

Il vero fine del Califfo non è conquistare Roma, dunque, nessuna invasione ci aspetta. Ma piuttosto il fine è destabilizzare (socialmente, economicamente, militarmente) i paesi del ME per stabilizzarli in senso autoritario e imperialista, e nel frattempo creare delle tensioni sociali col rischio di arrivare a delle rivolte, nel cuore dell'Europa.
In questo libro Aldo Giannuli indica il necessario cambio di rotta di una lotta che interessa tutti, dall’uomo comune al decisore politico; una lotta in cui, se oggi è troppo presto, domani sarà troppo tardi.

Altri post sul libro sul libro:
- Isis e Al Qaeda a confronto
- Le “carte” dell’Isis: la strategia della “Fitna” e l’operazione “Daquib”

Il book trailer:


L’indice del libro:

1. Cosa vogliono gli jihadisti?
2. Gli errori storici dell’Occidente
3. Lo scenario attuale
4. L’ISIS e il Califfato
5. Gli errori dell’intelligence occidentale
6. Le fragilità dell’Occidente
Conclusioni. Tirando le fila

La scheda del libro sul sito dell'autore Ponte alle Grazie.
Il blog dell'autore e un capitolo del libro, qui invece l'indice

I link per ordinare il libro su Amazon e Ibs

Saltimbanche - l'anticipazione del servizio di Report



Qui potete trovare un'anticipazione del servizio di Report, di Giovanna Boursier, sulla crisi della popolari italiane (della serie, il sistema è solido e ben monitorato).
Buona (o cattiva) visione.

Noi e l'Europa (e la questione degli aiuti di Stato)

Due inchieste sui rapporti dell'Italia con l'Europa, per le norme europee (firmate anche dai nostri politici all'Europarlamento che evidentemente le hanno lette male)che regolamentano gli aiuti di Stato, e un servizio sull'alimentazione e sui falsi miti.
L'Europa dice no e Banca Etruria, Banca Marche, CariChieti e CariFerrara saltano. L'Europa dice sì alla Germania che può salvare la sua banca Hsh. Se noi aiutiamo l'Ilva l'Europa dice no, la Francia aiuta e salva Peugeot e l'Europa dice sì. Che cosa abbiamo di diverso?”

Figli e figliastri dunque in questa Europa che ci ha costretti al Bail in, facendo pagare la crisi delle banche popolari (per le sofferenze stimate in 2 miliardi) direttamente agli azionisti e agli obbligazionisti (subordinati), come fossero speculatori di borsa?
E lo stesso discorso si potrebbe fare per l'Ilva di Taranto, che dovremmo risanare coi soldi pubblici (la solita Cassa depositi e prestiti) per poi essere ceduta ad un gruppo privato (si parlava del gruppo Marcegaglia).
Forse le cose non stanno proprio così e tutti i risparmiatori che sono stati truffati dalle banche popolari, avendo investito i loro risparmi in titoli che hanno perso valore, dovrebbero seguire con attenzione il servizio: parliamo delle 4 banche “salvate” via decreto (Salva banche) quando ormai era troppo tardi invocare l'aiuto pubblico. E parliamo anche delle banche Venete, la Veneto Banca e la Popolare di Vicenza che aveva chiesto alla Rai di rimandare la messa in onda del servizio essendo in corso un'operazione di ricapitalizzazione, per la quotazione in Borsa:
«Vi invitiamo a valutare l’opportunità di differire la puntata della trasmissione
a dopo l’importante operazione di ricapitalizzazione in corso».
La replica di Gabanelli: «Quando qualcuno chiede soldi al mercato è dovere del servizio pubblico fare le pulci»Nel frattempo l’aumento di capitale da 1,5 miliardi, destinato a traghettare in Borsa la banca, è slittato alla seconda metà di aprile ma la Popolare non ha cambiato posizione. La Rai dal canto suo ha respinto al mittente le modifiche di palinsesto richieste da Vicenza. E Gabanelli che cosa dice?
«Dico che in vent’anni di Report non mi era mai stata fatta una richiesta del genere. Credo che quando qualcuno chiede soldi, tanti soldi, al mercato, sia dovere del servizio pubblico fare le pulci».

Il servizio di Giovanna Boursier (qui un'anteprima) cercherà di far capire come si è arrivati a questa situazione di disastro (non solo economico ma anche sociale), se ci sono stati dei mancati controlli e quali le responsabilità dei manager: fidi concessi agli amici senza le garanzie, lauti stipendi e liquidazioni, consulenze milionarie. Un deja vu in piccolo della storia di Mps. La giornalista intervisterà il procuratore di Vicenza Antonino Cappelleri, cui ha chiesto se il prezzo delle azioni della Popolare di Vicenza fosse stato gonfiato:
«Si sente dire che fosse più che doppio rispetto a quello conforme al mercato» risponde Cappelleri.



La storia è questa: il titolo era sovrastimato dal 2001, Bankitalia sapeva e aveva scritto alla BPVI (ma non fece altro): e dopo l'ispezione della BCE nel 2015, il titolo è crollato del 23%, agli azionisti fu impedito di vendere i pacchetti. Anni di risparmi persi ..

E anche il collega Bruno Vespa "titolare negli anni passati di un pacchetto di azioni di Veneto Banca da 8 milioni di euro, quasi interamente venduto prima del crollo del valore azionario".

Il giornalista dà la sua versione dei fatti: «Nel 2010 io chiesi di poter vendere e non riuscii a vendere. Io ho premuto, insistito in maniera costante per due anni e otto mesi e dopo due anni e otto mesi nell'estate del 2013 sono riuscito a vendere una parte rilevante delle azioni». Prosegue Bruno Vespa: «Mi hanno offerto delle obbligazioni e quindi ho parecchi soldi che sono andati in fumo: 873mila euro, che valgono il 10 per cento».”

La scheda del servizio Saltimbanche – Giovanna Boursier
Le banche popolari sono le banche del territorio con migliaia di clienti che ricevono finanziamenti, ma che sottoscrivono anche azioni e obbligazioni perché si fidano dei dirigenti e degli impiegati che conoscono da anni. Quando Banca Marche, CariChieti, CariFerrara e Banca Etruria vanno in crisi, si applica il bail-in, che per legge obbliga migliaia di azionisti e obbligazionisti a intervenire per salvarle e così alla fine perdono tutto. Ma come si è arrivati a questo? Banca Etruria è la più nota alle cronache perché il vicepresidente era il papà della ministra Maria Elena Boschi, e oggi è indagato per concorso in bancarotta fraudolenta. Dalle indagini emergono, con le responsabilità, anche liquidazioni milionarie per i manager e crediti concessi ai membri del cda senza le dovute garanzie. Nei guai sono finite anche le popolari venete, Veneto Banca e Bpvi, dove avevano gonfiato il prezzo delle azioni, che alla fine del 2014 valevano 62 euro e oggi 6 euro e 30. Quando il valore ha cominciato a crollare quasi nessun azionista ha potuto vendere. Tra coloro che ci sono riusciti anche Bruno Vespa che, intervistato, ci spiega come ha fatto. Dalle inchieste della magistratura emerge anche che la popolare, per gonfiare il capitale, finanziava l’acquisto di azioni per milioni di euro garantendo solo a pochi selezionati soci, con lettere segrete, il riacquisto. Gianni Zonin, grande produttore di vini ed ex dominus della popolare, oggi indagato per bancarotta, ha trasferito il suo patrimonio a moglie e figli.Ma come si è arrivati a questo punto se tutte le banche erano commissariate da Banca d’Italia? Giovanna Boursier intervista il Direttore generale, Salvatore Rossi, che dà la sua versione dei fatti, nella puntata in onda domenica sera alle 21.45 su Rai3. E a Bruxelles ci spiegano come funzionano le regole europee e come sono andate le trattative intraprese dal nostro governo per evitare di far pagare i danni agli obbligazionisti. Vista da fuori sembra che l’Europa a noi italiani non conceda di salvare banche e aziende con aiuti di stato mentre, per esempio, alla Germania sì. E’ veramente così? Risponde anche Daniéle Nouy, presidente della Vigilanza della Bce.

Gli aiuti di Stato per l'Ilva:
anche sull'Ilva, l'Europa ha detto no, niente soldi pubblici (nonostante tutti i governi passati hanno aiutato l'azienda privata attraverso i decreti Salva Ilva ..).
Europa matrigna oppure ancora una volta, dopo le banche, non abbiamo saputo leggere e comprendere bene le regole europee sugli aiuti di stato: bastava seguire le regole e non fare le solite cose all'italiana.
Parliamo di un'azienda che da lavoro a migliaia di persone, di un territorio da bonificare, del futuro dell'acciaio italiano (sempre che ci sia un futuro).
Forse, più che prendercela con la perfida Europa, dovremmo prendercela con i nostri europarlamentari, troppo presi dagli impegni nei talk show. Dovremmo mandare gente preparata a Bruxelles, non solo riciclati o trombati alle politiche nazionali.

Perché loro e noi no, di Giorgio Mottola
L’Ilva è stata messa ufficialmente in vendita. Ma se non verranno fatti prima i costosissimi lavori di adeguamento ambientale, sarà difficile trovare qualcuno disposto a comprarla. Per questo lo Stato italiano ha deciso di stanziare per l’acciaieria, un tempo di proprietà dei Riva, un altro prestito di oltre un miliardo di euro. L’idea però non è piaciuta a Bruxelles. In Europa, infatti, gli aiuti di Stato alle imprese sono permessi solo se si seguono regole rigorose. Invece noi italiani, secondo la Commissione europea, le regole le abbiamo violate più di chiunque altro negli ultimi dieci anni. E così, in molti casi, a Francia e Germania è stato concesso di salvare le proprie imprese e all’Italia no. Siamo vittime di un complotto, della nostra poca affidabilità o della nostra incapacità di applicare le regole? Il dubbio è legittimo visto che a volte perdiamo milioni di euro perché, quelle regole, neppure sappiamo leggerle bene.

Infine, un servizio di Stefania Rimini sui falsi miti in ambito alimentare
Falsi miti nel piatto – Stefania Rimini

E' vero che bisogna bere un litro e mezzo di acqua al giorno? Che la sogliolina è più sana di un grasso sgombro? Oppure che “il vino fa sangue” e che diventiamo più forti mangiando gli spinaci? Molti credono che per assumere calcio bisogna bere latte, andiamo a vedere se è proprio così. Girano falsi miti sul mangiare mentre le nostre cellule per funzionare al meglio e tenerci giovani e in salute necessitano di equilibri ben precisi tra determinati alimenti. Gli omega 6 devono essere in un certo rapporto con gli omega 3, idealmente 5 a 1, invece in media stiamo a 15 a 1, cioè siamo sempre in deficit di omega 3 mentre di omega 6 ne mangiamo fin troppi. I grassi più importanti sono tutti nella membrana cellulare e se non sono in equilibrio noi facciamo faticare di più le nostre cellule per mantenere il tessuto funzionante. Con l’innovazione scientifica si è in grado di misurare quant'è sano il nostro stile di vita addirittura a livello di membrana cellulare. Impariamo a mettere nel carrello i grassi giusti per far felice la nostra membrana cellulare. E’ lei il “portiere di casa” del nostro corpo, se funziona bene fa entrare le sostanze che ci fanno stare meglio.  

08 aprile 2016

I soldi in paradiso (fiscale)

Commercialista
Commercialista
Attore
Broker
Dirigente
Dirigente
Dirigente
Dirigente
Calciatore
Armatore
Gioielliere
Commercialista
Imprenditore
Imprenditore
Immobiliarista

Ho cercato nella lista di italiani coi soldi in paradiso (fiscale) pubblicata da l'Espresso sui panama papers qualche operaio, qualche insegnante, impiegato ..
Niente. Sono troppo polemico contri i poveri ricchi che possono mettere i loro sudati risparmi al sicuro?
Si. 

Qui ci vuole supervisione

E qui casca l'asino .. anzi la Rai.
I vertici dell'azienda di stato salvano Vespa (come immaginavo) per l'intervista a Riina jr (e, ripeto, allora non si intervista nessun mafioso? Questa è la regola?) ma l'amministratore Campo Dall'Orto rassicura: a settembre partirà un più stretto controllo dei contenuti.
Che non è censura preventiva.
Siamo maliziosi se pensiamo che, proprio quando la campagna per il referendum entrerà nel vivo, i vertici Rai di nomina governativa faranno le pulci ai contenuti per fare gli interessi di chi li ha nominati?
Abbiamo già visto cosa succede a criticare il governo.
Saviano, fino a ieri bandiera del PD, viene chiamato mafiosetto su l'Unità.
Giannini #staisereno che Ballarò andrà a qualcun altro che non tira in ballo rapporti incenstuosi tra banca e politica.
Sarà difficile censurare Report e Presa diretta, ma quest'ultima è già stata spostata alle 10 di sera, per far posto a Fazio (ufficialmente per non turbare la morale delle famiglie..).
Se non riesci a censurare, manda i servizi a tarda ora.

Perché ora si comincia a ballare: le intercettazioni della ministra Guidi raccontano quello che succede dal di dentro nel governo, della guerra per bande, del ministro Padoan messo lì dalla combriccola del petrolio, delle foto compromettenti di Delrio (per cui il ministro ha aperto un esposto alla procura) ..
Bel clima, non c'è che dire. 

Meglio premunirsi, con la pubblicazione delle intercettazioni sui giornali e con la trasmissione di servizi che raccontino dell'inquinamento Eni in Basilicata.

Qui ci vuole supervisione, un manager forte per un paese con un governo forte.

07 aprile 2016

Visto che ha voglia di rispondere

Visto che il presidente ha voglia di rispondere direttamente ai suoi fans, pardon, elettori, in rete, avrei anche io un paio di domande collegate all'inchiesta di Potenza.

Enrico Fierro sul FQ del 6 aprile 2016, sul filone dei rifiuti, scrive
"Al Centro oli di Viggiano i dati venivano addomesticati. Quelli sulle emissioni, sulle fuoriuscite di agenti inquinanti e sugli incidenti sul lavoro. Un operaio sviene intossicato dall’H2S,un responsabile minimizza: “Si è sentito male per i cazzi suoi, dice che non aveva mangiato la mattina”. Ecco come nelle carte dell’inchiesta carabinieri del Noe e magistrati giudicano l’atteggiamento del management Eni: “È emersa una gestione con modalità comportamentali osservate dai tecnici e dirigenti indagati, assolutamente non trasparenti ed emblematiche all’inverso di una preordinata e accanita pervicacia nel nascondere la reale entità del problema ambientale e i rischi connessi alla salute dei lavoratori”.Anche sugli “sforamenti emissivi” stessa linea. “La strategia del management Eni è stata improntata a occultare agli organi di controllo le evidenti anomalie dell’impianto”.
Lei metterebbe allora la mano sul fuoco sul comportamento dell'Eni a Viggiano?

Sempre sul FQ del 6 aprile, Marco Palombi cita in un successivo articolo un ebook di Greenpeace sulle trivelle:
IL LIBRO si chiama Trivelle insostenibili. Come far uscire l’Italia dall’oscurantismo energetico (Arianna editrice) e sarà presentato dal Wwf domani all’Università La Sapienza. Il Fatto, però, ha potuto leggerne una parte in anteprima. Scrivono gli autori: “Secondo i dati del ministero dello Sviluppo Economico (escludendo le 4 strutture “Ombrina Mare 2”, “Panda 1”,“Panda W1”,“Benedetta 1”) sono 88 le piattaforme e strutture emerse entro le 12 miglia che fanno capo a 31 Concessioni a coltivare.Salta agli occhi che ben 42 di queste 88 piattaforme sono state costruite prima del 1986”. Tradotto: “Il 47,7% delle piattaforme a cui il governo vorrebbe prorogare la concessione nella fascia offlimits non sono mai state sottoposte a valutazione di impatto ambientale”.
CURIOSO, infine, un altro dato ministeriale: delle 88 piattaforme di cui sopra, ce ne sono 8 classificate “non operative” (sette estraggono gas e 1 petrolio, tutte dell’Eni); altre 31 (tutte a gas) sono classificate “non eroganti”, cioè non estraggono alcunché e non si sa da quando né fino a quando. Tradotto: il 44% delle piattaforme è lì senza alcun motivo sensato. Scrive il Wwf: “Si tratta di capire se la non erogazione sia legata solo a manutenzione o invece si tratti di piattaforme che, in realtà, hanno cessato la produzione ma che le aziende non dichiarano per non smantellarle evitando così di affrontare i costi per la loro demolizione e per il ripristino dello stato dei luoghi, come stabilisce dal Codice dell’Ambiente”. Una domanda a cui dovrebbe rispondere il ministero dello Sviluppo, finora mostratosi però fin troppo at-tento alla lobby petrolifera.
Domanda semplice: siamo sicuri allora che convenga lasciare le cose così come sono sulle trivelle e che questo governo non stia facendo alcun regalo alle lobby?