13 marzo 2017

Presa diretta – ciao maschio

Tre i servizi per questa ultima puntata di Presa diretta:
Gli uomini si stanno femminizzando, hanno meno spermatozoi e stanno perdendo fertilità.
La sanità accreditata nel Lazio: chi controlla standard e servizi?
Un esperimento della sanità in Lombardia: la telemedicina, il futuro delle cure mediche, anche tenendo conto dei tagli.

Silvia Priore, infine, è l'ospite di Iacona incontra: una delle nostre ricercatrici più prestigiose.

Ciao maschio.
Non ci sono più i maschi di una volta: come programma di base, nasciamo femmine e poi, per una modifica nella crescita del feto, diventiamo uomini, col cromosoma Y.
Così, con questo cromosoma, crescono i testicoli, aumenta il testosterone: ma oggi il programma di sviluppo del testosterone non sta funzionando, racconta alla giornalista Lisa Iotti il professor Sharp.
Cosa è intervenuto nel processo di sviluppo del maschio?
In Danimarca stanno studiando gli effetti sull'apparato riproduttivo di sostanze che troviamo nell'ambiente: ragazzi che sviluppano il seno per gli estrogeni, neonati che non si capisce se maschi o femmine .. Casi di intersessualità che stanno aumentando, per colpa degli ormoni e sostanze che portano alle mutazioni del feto.
Il maschio è a rischio? Sempre in Danimarca hanno scoperto che, per le sostanze chimiche presenti nel nostro ambiente, abbiamo meno testosterone.

Nils Jorgensen è uno scienziato che studia gli spermatozoi di uomini sani e giovani: in cinquant'anni ha scoperto che il numero di spermatozoi è diminuito del 50% e la loro mobilità è ridotta.

Stessi studi sono stati fatti a Roma: qui studiamo i problemi delle coppie che non riescono ad avere figli, sempre più spesso per colpa degli uomini.
È un problema che colpisce circa il 20% degli uomini in età adulta: un problema così serio che a Padova hanno messo in piedi un sistema per tenere in vita gli spermatozoi, conservati nelle capsule.
Quale la causa di questo problema?
Il professor Skakkebek, a Copenaghen ha studiato i casi del tumore al testicoli e della sterilità: i casi sono in crescendo, negli ultimi decenni.
Dipende da quello che c'è nell'aria, quello che mangiamo: la nostra società sembra che non sia in grado di riprodursi e questo – dice il professore- è un problema di cui dovrebbero occuparsi i nostri politici.

In 50 anni in Italia abbiamo perso il 50% delle nascita: di questo passo, con 1,3 figli a donna, nel giro di qualche generazione vedremo sparire una buona parte dei giovani. Un suicidio demografico.
Secondo la dottoressa Andersonn i responsabili sono gli interferenti endocrini: sostanze che ingannano il nostro corpo facendogli credere che sono ormoni, impedendo la crescita.
Queste sostanze sono presenti negli ftalati: nelle pellicole per i cibi, nelle vernici, nei profumi, nei cosmetici e creme per la pelle.
Negli animali, l'esposizione a queste molecole prova l'infertilità: manca la prova per gli umani.

L'obiettivo non è fare allarmismo, ma informare le persone affinché facciano scelte opportune: per esempio avendo modo di conoscere tutti gli ingredienti dei prodotti sulle etichette.
Per queste sostanze chimiche il problema non è la sostanza in sé, ma il cocktail, ovvero il fatto che le assumiamo assieme, tutti i giorni. Cocktail assunti dalle madre, quando sono in stato interessante.

Questi interferenti creano dei cambiamenti secondari nella caratterizzazione degli uomini: la voce, la barba – racconta la dottoressa Belpoggi.

Un altro studio riguarda gli effetti degli analgesici: molte donne in gravidanza ne fanno uso e queste sostanze hanno effetti simili agli ftalati.
Come la nilina che, come il paracetamolo, comporta effetti fisici nelle cavie: diminuisce la distanza tra ano e organo sessuale.

Il bisfenolo A è un altra sostanza, presente in prodotti chimici che hanno effetti come gli estrogeni: in Italia questo prodotto è vietato nei biberon e nei cosmetici, mentre in Francia è stato banditi.
Hanno dimostrato, a Lione, che questa sostanza comporta delle alterazioni nello sperma.

I PFC sono le sostanze interferenti peggiori di tutte, perché vivono a lungo attorno a noi: si trovano nel cartone della pizza, nel packaging di alcuni prodotti da fast food.
Si sospetta che creino danni al fegato e che, come gli ftalati, come il bisfenolo, influiscono sulla qualità dello sperma.

Come ci difendiamo da queste sostanze che distruggono la nostra capacità riproduttiva e che stanno trasformando gli uomini in qualcosa d'altro?
Greenpeace ha analizzato parte dei prodotti che indossiamo per il tempo libero: ha chiesto di eliminare da questi tessuti i pfc, usati per rendersi impermeabili alla pioggia.
Al PFC purtroppo non esiste ancora alterativa: perché non abbassare livelli di questa sostanza per tutelare la salute?
Grandi marchi come Patagonia, North face, stanno facendo studi per trovare alternative.
La Paramo ha scelto di non usare PFC: il prodotto è pre-trattato prima dell'impiego.

Servirebbe però una legge che metta dei limiti precisi nell'utilizzo di queste sostanze: basta sostanze chimiche, senza aspettare che le aziende produttrici ci pensino da sole.
Servirebbe una campagna che forzi la mano da parte dei consumatori e delle grandi catene di distribuzione.
E serve che i consumatori siano consapevoli di quello che comprano e delle sostanze presenti in questi prodotti.

Tra questi, le capsule per il caffè: molte aziende, quelle racchiuse nel comitato italiano del caffé, si nascondono dietro il documento dell'AFSA, l'ente europeo, che non vieta gli ftalati.
Ad oggi l'Europa non ha ancora trovato un accordo per classificare queste sostanze chimiche che sono interferenti endocrini: per questo motivo, non è possibile prendere provvedimenti per regolamentare e vietarli.
Il ritardo nella definizione di queste sostanze è frutto delle pressioni delle aziende alimentari che temono una reazione da parte dei cittadini europei contro i loro prodotti.

L'Italia ha sempre appoggiato le proposte dell'Unione europea, non sta di fatto contribuendo a fare una ricerca seria sugli interferenti.

Il dottor Montano lavora nella terra dei fuochi, in Campania, per capire gli effetti della contaminazione sulle persone: partirà in questa regione un'analisi a campione, la prima nel mondo. Prima che succeda agli uomini quello che è già successo agli alligatori in America. Con una mutazione dei maschi verso le femmine.
E minore crescita dei testicoli e del pene: diventeremo tutti unisex. Forse.

Siamo i terzi al mondo per de natalità, per avere più figli non bastano le ridicole campagne pubblicitarie del ministero. Servirebbe che i nostri politici, anche quelli nell'Europarlamento, iniziassero ad occuparsi di questo fenomeno, gli interferenti endocrini, come hanno già fatto in Francia e in Danimarca.
Peccato che la nostra classe politica non è nemmeno in grado di contrastare gli sprechi nella sanità, stimati in 5 miliardi.
Ed evitare che accadano storie come quelle raccontate da Giulia Bosetti, sulla clinica convenzionata nel Lazio, la clinica degli orrori.


La clinica dentro il centro psichiatrico - Presa diretta

Questa sera uno dei servizi di Presa diretta si occuperà di sanità convenzionata: il servizio di Giulia Bosetti "Sanità tradita" racconterà diversi casi di cliniche convenzionate nel Lazio.
Un viaggio di PresaDiretta nella sanità privata accreditata nella Regione Lazio, tra morti sospette, accuse di mancata assistenza, testimonianze esclusive sul pagamento di tangenti, intercettazioni inedite, parlamentari che denunciano truffe a danno dei lavoratori e dei contribuenti e decine di milioni di euro di soldi pubblici spesi ogni anno. Un'inchiesta giornalistica per fare luce sul sistema di accreditamento delle cliniche private, sui soldi spesi dalla Regione e sul problema dei controlli e della vigilanza.
La sanità privata convenzionata costa 1,3 miliardi di euro alla regione: chi controlla questi enti?
Uno di questi, in particolare, sarà al centro del servizio: è la clinica degli orrori di cui Il Fatto Quotidiano ne ha dato una anticipazione ieri,  il centro rifugiati di Colle Cesarano dentro la struttura psichiatrica, finito nell'inchiesta di Mafia Capitale
Clinica Colle Cesarano

Il primo pugno di Presadiretta allo stomaco della politica che tollera una sorta di manicomio-lager alle porte di Roma sono le immagini della cosiddetta “camera mortuaria” della Clinica Colle Cesarano a Tivoli: una specie di garage malandato con escrementi di animali a terra e una situazione di degrado da film horror, con il corpo di Candido Saporetti, morto a 65 anni, grondante sangue a causa di una tracheotomia, adagiato sulla barella nel mezzo della stanza.

Comincia così “Sanità proibita”, inchiesta della trasmissione condotta da Riccardo Iacona, giunta all’ultima puntata della stagione, in onda domani alle 21,15 su Rai3. Un viaggio nella malasanità tollerata e foraggiata dallo Stato nonostante gli interessi di Mafia Capitale.
 
Irrompe in questa storia proprio il gruppo criminale del “Mondo di mezzo” oggi sotto processo: “Colle Cesarano è una delle sedi che io ho trovato e che furono utilizzate nel corso degli anni”. Parola di Mario Schina, consigliere di una delle cooperative sociali della galassia di Salvatore Buzzi. Dichiarazioni spontanee quelle di Schina, rilasciate l’8 febbraio al maxi-processo di Rebibbia, in cui è accusato di far parte del gruppo criminale di Buzzi e Massimo Carminati, detenuti al 41bis.
Schina parla del centro per richiedenti asilo di Colle Cesarano, che veniva gestito dalle cooperative di Mafia Capitale, praticamente all’interno della clinica psichiatrica. Dichiara ancora Schina nell’aula bunker: “Le strutture dovevano avere delle prescrizioni che erano scritte nella convenzione firmata sia dalla Regione che con la Protezione civile e poi, negli anni successivi, dalle Prefetture”. Ma il centro per richiedenti asilo è stato realizzato nel padiglione C, ovvero le stanze della clinica prima dedicate alle attività ricreative dei pazienti: la palestra, il bar e anche una chiesetta. Solo un cancello scorrevole a dividere i malati dai migranti, quasi sempre aperto.
C’è poi la testimonianza di Francesca, operatrice sociale nella clinica nel 2011 e 2012: “La prima volta che vidi Buzzi fu all’interno di questo centro. Lui venne e sapeva perfettamente: conosceva il centro, conosceva l’edificio, conosceva il proprietario della clinica, conosceva tutti. Succedeva spesso che i pazienti della clinica psichiatrica venissero nel centro di accoglienza per i migranti, perché era assolutamente possibile passare da una parte all’altra: era aperto”.
Il proprietario e amministratore della Geress, la società padrona della struttura dal 2004, è Manfredino Genova.
 
Giulia Bosetti, autrice dell’inchiesta insieme a Marianna De Marzi, domanda: “All’interno della struttura c’è un centro rifugiati?”. 
Genova risponde: “Questa è un’altra leggenda metropolitana”. 
“È vero o no?”, incalza la giornalista. 
“Allora sì, però, quella struttura non faceva parte della struttura sanitaria”. 
“Prima ne faceva parte?”. 
“Prima sì, ma sono strutture separate ora. Gli abbiamo affittato solo gli immobili”, si difende Genova. 

Questa è la conversazione telefonica tra Genova e Salvatore Buzzi intercettata e agli atti del processo a Mafia Capitale.
Buzzi: “Il fornitore l’ho trovato io, perché non ti accolli la struttura?”.
Genova: “In che senso?”
Buzzi: “Il fornitore dei pasti l’ho trovato io che mi regge diciotto mesi”.
Genova: “Ma io ci guadagno sui pasti, mi togli proprio quello…”.
Buzzi: “Pigliati l’affitto no? Io c’ho chi mi regge i pasti, tu ti pigli l’affitto, io metto gli operatori, dividiamo tutti il rischio”.
Nonostante ciò, nonostante interrogazioni dei Radicali sull’elevato indice di mortalità nella clinica e blitz notturni dei Cinque stelle, la Regione – il governatore Nicola Zingaretti è anche commissario ad acta alla Sanità – nel 2013 ha fornito a “Colle Cesarano” l’accreditamento definitivo come struttura convenzionata: 8,3 milioni di euro l’anno per 200 pazienti, la clinica psichiatrica più pagata di tutto il Lazio. Daniela Pezzi, presidente della Consulta regionale per la salute mentale, sostiene: “La Regione paga, ma non verifica come quel denaro viene utilizzato”. 
Ma la Regione Lazio scarica le responsabilità sulla Asl Roma 5. E l’orrore continua. 

La scissione dal paese

Questa mattina ho incontrato un amico di famiglia, pensionato, che tornava casa dopo la passeggiata mattutina.

Questi politici .. tutti ladri .. tutti invischiati con la mafia .. 
Quando sentono l'odore dei soldi, a Roma, o si adeguano o sono tagliato fuori.

Sto parlando di una persona perbene, come tante, una persona che ha sempre lavorato. Tutto questo mi serve per far capire quanto siano profondi e radicati sentimenti di astio e diffidenza nei confronti della classe politica, anche in persone distanti anni luce dal Napalm51 di Crozza.
Di quanto antipolitica e il populismo, definizioni usate spesso come sinonimi (ma non è così), siano qualcosa di più profondo che non le bufale su facebook.

Antipolitica e populismo sono cresciuti in questi anni, ben prima di Trump, Brexit e Le Pen, per colpa (o grazie) alla distanza tra paese e palazzo.
Così, di fronte ai problemi, a volta complessi, delle persone, sono cresciute ricette semplici sparate da apprendisti stregoni, che hanno preso piede tra la gente.
Gli immigrati.
I sindacati.
La magistratura che condiziona la politica.
Gli insegnanti e gli statali.

Basta osservare quanto è successo questo fine settimana.
Salvini a Napoli per pescare voti da persone deluse dal centro destra e centro sinistra: dopo anni in cui "Padania is not Italy", oggi l'altro Matteo ha scoperto che il sud e i suoi voti valgono bene un comizio (e se ci scappano le contestazioni, anche meglio).
Mica deve portare ricette per contribuire alla risoluzione dei problemi del sud. 

A Roma il movimento di Grillo si sta giocando (o si è già giocata) la sua battaglia per arrivare al governo del paese.
I problemi della capitale e le relative soluzioni sono rimasti in parte nel libro dei sogni: si è arrivati ad un accordo coi privati per il nuovo stadio della Roma. Come avrebbe fatto una qualunque giunta, senza passare per la rete o ad una consultazione degli iscritti.

Infine il Lingotto: qui si sono ritrovati i vertici del Pd per portare avanti la loro battaglia contro il m5s, De Magistris e la minoranza PD, ora scissionista, definiti "vigliacchi".
Tanti slogan, tante belle promesse per il futuro, come se questo gruppo dirigente (che eleggerà alle primarie l'ex presidente del consiglio Renzi) non avesse mai governato.
I posti di lavoro creati col jobs act.
I diritti civili (ovvero la legge sulle unioni civili).

Sarebbe stato bello se al Lingotto si fosse trovato il tempo per discutere del caso di quel lavoratore a Rivoli licenziato dopo una malattia.
O per raccontare della situazione in centro Italia, dei terremotati lasciati negli alberghi in attesa delle casette prefabbricate. Alcuni alberghi sono stati pagati in ritardo e, in ogni caso, tra qualche mese finirà la convezione per ospitare le persone senza casa. E poi?
Nessun commento nemmeno allo spostamento della produzione della Panda in Polonia, deciso da Marchionne. Il grande manager che crea posti di lavoro e che in America dovrà ubbidere alla richiesta di Trump, per importare la produzione dal Messico.

Niente di questo. Si è invece parlato di giustizia e garantismo.
Noi siamo garantisti con gli avversari, "solidarietà alla Raggi" - diceva Renzi. Si parla di Roma per non parlare dei problemi in casa, vedi vicenda Consip.
Chiariamo una cosa: il garantismo non significa che non si debba parlare delle questioni giudiziarie né che non si debba valutare, caso per caso, l'opportunità politica delle dimissioni dell'indagato.
Come ai tempi di Alfano e della rendition della Shalabayeva.

Silenziare la stampa (che non dovrebbe parlare delle inchieste fino a richiesta di rinvio a giudizio) non è garantismo. E' repubblica delle banane, è Orwell.
Perché la gente (e gli imprenditori) non sempre è stupida.
Da qualche parte le notizie le trova da leggere: come la storia degli appalti per il G7 a Taormina. Già spartiti e finiti in mano ad aziende vicine alla politica.
Come la storia del ponte crollato ad Ancona: di chi è colpa? Chi pagherà i danni? Chi controlla i lavori di manutenzione sulle nostre strade?
I poveri in Italia crescono e il Senato approva una legge per il reddito di inclusione per 400mila famiglie, che non coprirà che una parte delle persone.

E potremmo andare avanti. Con questa separazione tra palazzo e un paese impaurito, dove il ristoratore di Lodi che ha sparato al ladro è diventato un eroe.

12 marzo 2017

Povero paese (Leopolda, Lingotto e altro)


Rottamato il PD, il partito a vocazione maggioritaria che doveva essere progressista e che si è rivelato l'amalgama a freddo di correnti e capi-partito, la corrente renziana è riuscita solo a rottamare la sua Leopolda diventata Lingotto.
Costretta a questa rottamazione per ritrovare quella linfa, forse, o magari solo per rifarsi la facciata in attesa di quelle primarie che, per l'ex segretario, si riveleranno forse più complicate di quello che si aspettava.

Ma, se non si hanno idee e visioni (se non quelle degli sponsor dietro il grande partito del fu centro sinistra), dentro il sacco della politica rimane ben poco. Solo slogan, parole dal suono vuoto, pure false.

I reduci di una battaglia.
La battaglia contro chi?
Contro gli italiani che in maggioranza hanno votato no alla riforma.
Contro la minoranza PD, costretta a votare fiducie su fiducie e pure sbeffeggiata.

Vigliacchi.
Vigliacchi quelli che cambiano partito, dice Chiamparino. L'ex politico poi banchiere e poi di nuovo politico.
Compagni.
Non basta la parola compagni e nemmeno le citazioni su Gramsci per diventare di sinistra.
Gramsci è andato in carcere pur di non rinnegare le sue idee.
Dopo un processo in cui il giudice, fascista, disse “dobbiamo condannare le sue idee”.

Il trolley.
Il trolley che indica gente in movimento, ma anche gente senza radici, gente abituata a portarsi dietro poche cose.
Onde ite?
Sanza meta ..
Ite sanza meta pure voi.

La sinistra che non ha paura.
È quasi offensivo tirare fuori la parola paura, quando la si è usata durante la campagna per il referendum.
Se non passa il si non arriveranno investimenti dall'estero.
Se non passa il si saremo più deboli nella lotta al terrorismo (e se passa la riforma saremo più forti).
Il centro studi del Sole 24 ore (il giornale che in questi giorni sta vivendo brutti momenti) stimava crescita del pil, posti di lavoro come se piovesse .. Fake news.

Scriveva su FB Patrick Fogli, lo scrittore bolognese:
Un partito che ha governato (anche con gli stessi uomini) dal primo giorno della legislatura lancia una piattaforma politica di rilancio, come se fosse stato all'opposizione.Un movimento in cui comandano una persona e un'azienda privata ne critica un altro perché comandano in pochi.Un partito i cui elettori, in gran parte, vorrebbero staccarsi dall'Italia, chiede voti con un programma nazionalista e protezionista.Ah, poi c'è Berlusconi.

Povero paese.

Immagine presa da Il Mattino


Chissà se a Torino hanno seguito gli scontri di sabato a Napoli: certo, il diritto di espressione, di parola non si discute. Salvini aveva il diritto di fare un comizio, vero.
Ma qui la politica non c'entra nulla: il segretario leghista è andato Napoli perché qui, come in altre città ci sono praterie da cavalcare, dopo che il PD e la destra sono scomparse.
Salvini è andato a Napoli a cercare le polemiche e la visibilità (nel 2014 aveva raccolto pochi fischi) pescando nel mare elettorale di De Magistris (né di destra né di sinistra).
«I cori di Salvini contro i napoletani? Tanti politici di destra e di sinistra hanno danneggiato il Sud, pur senza fare i cori». Così Anna, una ragazza napoletana di trent'anni, disoccupata («ma non arrabbiata», precisa) spiega perché ha perdonato il passato della Lega Nord e ha deciso di passare il suo sabato pomeriggio da ascoltare il comizio di Matteo Salvini. «Alcuni temi di Salvini - spiega - mi interessano, penso al problema della sicurezza che a Napoli si fa sentire, ma penso anche al fatto che gli imprenditori pagano di meno gli extracomunitari senza che ci sia controllo da parte dello Stato».

Verrà il giorno dei partiti, dei programmi, delle discussioni, delle proposte che partono dalle questioni di tutti i giorni (il lavoro, la sicurezza che non è solo il ladro che entra in casa, la cura dell'ambiente, la tutela del patrimonio artistico..)?

Si, è una cosa noiosa. Ma non possiamo farne a meno.

11 marzo 2017

Il passeggero del Polarsys, di Georges Simenon

Le prime righe
È una malattia che colpisce le navi, in tutti i mari del globo, e le cui cause appartengono al vasto, sconosciuto universo che chiamiamo Caso.I primi sintomi, per quanto benigni, non possono sfuggire all’occhio di un marinaio. Tutt’a un tratto, senza ragione, una sartia si spezza come una corda di violino e strappa un braccio al gabbiere. Oppure il mozzo si taglia un pollice sbucciando le patate, e il giorno dopo il giradito lo fa urlare dal dolore.O ancora può trattarsi di una manovra sbagliata, una barca che sbadatamente viene a cozzare contro la prua.Non si può ancora parlare di malocchio. Il malocchio comporta una serie di sventure. Ma è chiaro che la cosa finisca lì, che la notte seguente, o l’indomani, non accadano altri disastri.Da quel momento in poi tutto va di male in peggio, e agli uomini non resta che stringere i denti e tenere conto dei guai. È allora che, dopo aver funzionato ininterrottamente per trent'anni, il motore decide di incepparsi come un vecchio macinino da caffè.

Il titolo originale, Un delitto a bordo, era troppo riduttivo per questo romanzo, scritto da Simenon negli anni '30: come nel romanzo di AgataChristie “Assassinio sull'Orient Express”, anche in questo romanzo avviene un delitto negli spazi angusti di una nave e l'assassino può essere uno dei passeggeri.
C'è un delitto e c'è anche in investigatore, ma Il passeggero del Polarsys è soprattutto un romanzo di atmosfere, sia quelle esterne dei freddi mari del Nord, sia dell'atmosfera dentro una nave dove, per diversi giorni, persone sconosciute sono costrette a vivere assieme.
Nave, il Polarsys, che in un freddo pomeriggio di febbraio, salpa dal porto di Amburgo verso il nord, la Danimarca e poi la Norvegia.
Per portare in quelle zone il suo carico di macchinari, frutta e carne salata per avere in cambio merluzzo, olio di foca e pelli di orso.
Oltre al carico di merci, ci sono anche i quattro passeggeri, o forse cinque, che fanno rotta verso nord.
Katia Storm, una donna bellissima, consapevole del fascino che suscita negli uomini che sottolinea col suo vestire molto ricercato:
La passeggera avanzava con disinvoltura, un bocchino di giada tra le labbra. Si era messa in ghingheri come se avesse dovuto cenare a bordo di un transatlantico di lusso, e sembrava non indossare nulla sotto il vestito di seta nera.Una strana figurina, esile, nervosa, dalle movenze sensuali, che faceva ricorso a tutti gli artifici della moda per mettersi in mostra.”

Il direttore delle miniere di Kirkenes, che tutti gli anni si recava a Londra e a Berlino.
Un giovane studente, Shuttringer:
un giovanotto alto, rapato a zero, senza ciglia né sopracciglia, con un paio di occhiali dalle lenti tanto spesse da ingigantire gli occhi in modo esagerato”.

Infine, il signor Ericksen, di Copenaghen, che si era registrato la mattina, aveva lasciato la sua borsa e poi aveva fatto sparire le sue tracce. Lui e il suo soprabito grigio.

C'è qualcosa che non va su quella nave, qualcosa che farà andare storto quel viaggio tra i mari nebbiosi e gelati del nord.
È una sensazione quella del comandante Petersen.
Quei passeggeri così incongrui per quel viaggio. Quell'Ericksen che è sparito e che forse si nasconde da qualche parte nella nave.
Forse è quel nuovo ufficiale, il terzo ufficiale di bordo, il diciannovenne Vrien, appena uscito dall'accademia, al suo primo imbarco, accompagnato da una lettera di raccomandazione che da tanto fastidio a Petersen.
O forse, a preoccupare il comandante, è quel Krull, un senza dimora preso all'ultimo minuto per sostituire il fuochista. Una persona dai modi così strani, quasi strafottenti per essere un uomo di fatica, che è pure stato in prigione.

Infine l'ultimo passeggero, il sovrintendente von Stemberg, salito a bordo ad una sosta successiva, forse per una missione di polizia.
È proprio lui che, una mattina, viene trovato morto, nella sua cabina, dallo steward
"Lo spettacolo della cabina e del cadavere dava un’impressione di estrema ferocia e al tempo stesso di inesperienza e goffaggine. Doveva essere stato un delitto efferato. Il sovrintendente era un uomo vigoroso. Sorpreso nel letto, aveva lottato."

Uno dei passeggeri o uno dei membri dell'equipaggio è un assassino.
Forse proprio quell'Ericksen che non si riesce a trovare sulla nave.
O forse uno degli altri quattro: ma per quale ragione del delitto?
C'entra qualcosa quell'articolo di giornale che il sovrintendente teneva sotto il cuscino, relativo ad un altro caso di omicidio, avvenuto a Parigi qualche settimana prima, di una ragazza, Marie Baron, trovata morta dopo un festino a base di droga.
Il comandante si era messo ad annotare sul diario di bordo gli appunti del giorno. Poi, con i gomiti sul tavolino di mogano, aveva lasciato vagare la penna su un foglio bianco.A poco a poco i pensieri che lo tormentavano si erano riversati sulla carta e avevano dato forma a una sorta di schema molto elementare: innanzitutto un grosso punto, seguito da una riga sottile, un semplice trattino di inchiostro, poi un altro punto; ancora una riga, un punto .. un punto .. una riga ..L'insieme formava una figura geometrica irregolare , una linea spezzata con un pallino nero a ogni angolo.Il primo punto rappresentava il sovrintendente von Sternberg, assassinato nella sua cabina. Poi veniva Ernst Ericksen che, fosse pure annegato in fondo al porto di Stevenger o nascosto in qualche parte del Polarsys, era pur sempre un individuo in carne ed ossa. Quindi Peter Krull ..Un trattino più lungo, e più sottile, portava a Katia Storm, accanto al quale Petersen piazzò direttamente Vriens.”

Un poligono incompleto, quella che riesce al comandante Petersen, costretto a scrutare e osservare le persone che ha accanto, per intuirne i pensieri. Vriens, il giovane ufficiale e il suo fin troppo palese innamoramento della bella Katia. Una donna seducente e dotata di una forte giovialità, fin quasi all'incoscienza.
E poi lo studente con quegli enormi occhiali, di cui non riusciva ad intuire i pensieri.
La parte centrale del romanzo è permeata da un'atmosfera di attesa, in cui sembra non succedere nulla e in cui il comandante si scervella per cercare il nesso tra gli eventi e tra le persone
"Il comandante non avrebbe saputo dire perché, ma quell’atmosfera gli procurava un’angosciosa sensazione di vuoto. Vuoto il cielo, che era senza nubi eppure di un grigio funereo. Vuota la nave, su cui i pochi passeggeri vagavano senza scopo, senza entusiasmo. E vuoto anche lui...
Si sentiva come in attesa di qualcosa senza sapere cosa."

E quel qualcosa arriverà, dopo una lunga notte di tempesta dove ciascuno dei protagonisti verrà accompagnato al suo destino.
Chi, finalmente, diventerà uomo.
Chi si consegnerà alla pazzia.
Chi, infine, cercherà ancora, forse inutilmente, di scappare dalle sue colpe nei ghiacci verso la Russia ..
Bel romanzo, Il passeggero del Polarsys, che sembra fermarsi ad un certo punto, per prendere poi un abbrivio veloce alla fine.

La scheda del libro sul sito di Adelphi
I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon


10 marzo 2017

Questione etica

Viviamo tempi confusi.
Dove non è chiaro quali siano le differenze tra destra e sinistra.
Dove basta dire la parola riformista per essere bello, mentre criticare queste (contro)riforme è cattivo (o gufo, palude, archeologo..).
Chiaro che anche sul significato della parola "etico" ci sia confusione.

Ieri sera a Piazza Pulita una dimostrazione: si parlava dell'inchiesta sul caso Consip e l'ex direttore de l'unità Mario Lavia diceva "chi rispetta le leggi è etico".

Può sembrare strano ma non è così.
Nel nostro paese non esistono leggi contro la tortura (nello specifico), ci sono blande leggi contro il conflitto di interesse, non è normato il lobbismo.
Per un lungo tempo non c'è stata una legge sul falso in bilancio.

Esistono leggi ingiuste poi, come quella che obbligava Rosa Parks a cedere il posto ad un uomo bianco.
Un caso paradossale, certo.
Come paradossale che ancora oggi si ritenga normale un nucleo di potere poco trasparente e legato assieme tra affari e politica.

Trump power di Furio Colombo (estratto) - il corpo estraneo dentro la Casa Bianca

Esce sulla collana Paper First il libro di Furio Colombo sul presidente americano Donald Trump, "Trump power": il Fatto Quotidiano di oggi ne ha pubblicato un estratto:

“L’uomo nero” post-Obama e l’arroganza della ricchezza
Il falso profeta miliardario ha illuso una parte degli americani che aspetteranno invano che il loro leader li salvi dalla globalizzazione che invece gli dà forza
C’è un’America dentro l’America, come qualcuno abbracciato a se stesso, scosso da un brivido di stupore, scivolato sull’orlo di un rischio mortale. D’ora in poi ogni mossa è quella sbagliata. La ragione è che gli Usa sono stati guidati per due mandati da un presidente che ha portato il Paese a un punto di benessere. Per chiunque altro sarebbe un grandioso successo mai raggiunto in decenni. Però Obama, non mi stanco di ripeterlo, è nero. E la storia deve ricominciare da qui. 
Qui il miracolo americano rischia di frantumarsi. Il vanto di storie diverse, tradizioni sconnesse e connesse, culture che prima si contrappongono ma poi si sciolgono l’una nell’altra, tutto ciò, ovvero “il sogno americano”, è travolto da una scossa violenta: subire ciò che il capitalismo esige, accantonare senza spese la parte a basso reddito della società; accettare i comandamenti del razzismo benché siano oltraggiosi persino per chi li esegue. Questa è la storia americana in uno dei suoi momenti più oscuri. Infatti, non è vero che il Paese si è spezzato e ci sono due Americhe. Questa è l’illusione degli stralunati vincitori del Wisconsin, che credono di avere trovato qualcuno che li porterà fuori dal labirinto. Ed è l’illusione dei ragazzi e delle donne che gridano per le strade di New York, di Boston, di San Francisco, di Chicago: “Trump non è il nostro presidente”. Lo è, invece, benché sia incredibile. 
I temporanei ribelli hanno imparato a scuola una cosa vera, che vale per tutte le istituzioni americane: la presidenza è una istituzione forte che Trump non riuscirà neppure a scalfire. Ma può imparare a usarla, e a rendersi conto che questa ha un grande potere. Perciò, in mani come quelle di Trump, può fare molto male. E, in seguito, l’uso spietato si potrà sempre cambiare, in altre mani, e scrivere una nuova storia. Ma adesso siamo qui, al peggio. Ci sarà una deformazione forte nel potere, non nella istituzione, ma dalla parte dei cittadini che diventano sudditi. La grande ricchezza intimidisce, induce al gioco mentale di abbellire il paesaggio, di diventare tolleranti, poi comprensivi, poi favorevoli ai cambiamenti del capo e alle sue intolleranze. Si forma cioè, in un Paese in cui la ricchezza aggiunge la sua intimidazione (un vero e proprio cambiamento dell’aria che si respira) alla forza naturale e costituzionale delle istituzioni, un umore di legge e ordine con tolleranze sempre minori, e una nuova esigenza di “disciplina” finora estranea al Paese, estranea a tutto ciò che è e che era l’America. 
Gli choc che un’intera nazione non ha mai subito prima sono i più gravi, insieme allo stupore. L’11 settembre, l’attentato che ha abbattuto le Torri Gemelle, ha scosso interiormente gli Stati Uniti in modo più violento del violentissimo evento. Perché l’America non ha mai avuto l’esperienza di Londra, Dresda, Cassino. E adesso c’è chi scende stordito per le strade nel tentativo di dichiararsi estraneo a Trump, che ormai ha vinto, non avendo mai subìto una presa violenta del potere, che lì è stata realizzata con una fitta produzione di storie false, l’intervento, misterioso e inspiegato, dell’Fbi, l’accusa al presidente nero di avere falsificato persino il suo atto di nascita. 
Atti deliberati sono stati compiuti per dimostrare che l’intero patto del potere con i diritti dei cittadini era stato infranto, quando l’allora candidato alla presidenza ha fatto la parodia di un disabile, e quando ha irriso un eroe di guerra, il capitano Kahn, e la sua famiglia, professionisti americani dichiarati indegni di medaglie (nel caso, la più alta onorificenza militare americana) a causa del loro credo islamico.
Il nuovo presidente che ora si sforza di lasciar trapelare concessioni gentili ha comunque liberato i cani di tre paurose forze che si potranno sempre negare ma non richiamare: la riabilitazione e il ritorno in servizio delle molte organizzazioni del “suprematismo” bianco, compreso il Ku Klux Klan (che ha bruciato croci e festeggiato il nuovo presidente il 3 dicembre scorso); il disprezzo per le minoranze, espresso soprattutto dal divieto di accettare gli immigrati; e la repulsione, come sempre, del presidente nero, che iniziò il suo mandato senza una guerra e senza mandare soldati a morire. La sua sconfitta dovrà apparire una cacciata di popolo.
Come vedete, conta poco in questa storia il curriculum “negativo” di Hillary Clinton. E i lavoratori senza lavoro del Wisconsin, e i minatori senza miniere di carbone dell’Appalachia, che hanno votato il falso profeta miliardario aspetteranno a lungo che qualcuno li porti fuori dalla globalizzazione che li ha spossessati, con la collaborazione delle grandi ricchezze dei Trump del mondo.

09 marzo 2017

Fare cose

Il governo Gentiloni - ha spiegato ieri sera l'ex segretario PD Renzi - andrà avanti fino al 2018, solo se fa cose.
Cose come le famose riforme da sbandierare ai quattro venti: alcune sono state bocciate dalla Consulta, altre dal referendum, poche sono rimaste e hanno lasciato effetti.
Come a dire, non basta fare cose se queste non seguono una stessa visione politica e se questa non è nella direzione giusta.
Il reddito di inclusione per i poveri e la flat tax per i super ricchi.
Da una parte un assegno da 400-480 euro (e il vincolo ad accettare proposte di lavoro che possono essere girate dagli sportelli regionali (dopo aver tagliato i fondi per la non autosufficienza...).
Dall'altra la tassa di 100mila euro per persone che ne guadagnano milioni: li chiamano "High net worth individuals", formulazione all'inglese (come jobs act e voluntary disclosure del resto) per indicare persone dall'alto valore (il valore economico = valore della persona ...).
Ne parla Alessandro Gilioli oggi sul suo blog: questa strada, il dumping (anche salariale) per attirare i più ricchi, non ne usciremo meglio di prima:
A questa logica, gli Stati pensano di rispondere con una specie di dumping fiscale: vieni qui a investire che le tasse sono più basse, no vieni qui che io ho messo un punto in meno, ma no vieni qui che è un paradiso fiscale. E così via all'infinito, in una corsa a chi tassa meno i super ricchi. Cioè a fare una cosa sempre più ingiusta.Allo stesso modo, il dumping diventa anche salariale: ogni Paese cerca di pagare sempre meno i suoi lavoratori, perché così attira capitali. Un'altra corsa verso il basso, un'altra corsa a fare cose sempre più ingiuste.Non so quanti soldi entreranno in Italia, con queste agevolazioni fiscali ai miliardari stranieri. E soprattutto non so se e quale impatto positivo avranno su tutti gli altri, su quelli che super ricchi non sono, cioè il 99 per cento: non mancano, in questo senso, economisti secondo i quali la riduzione delle tasse per i super ricchi non crea alcun "effetto cascata" per gli altri (Stiglitz, Krugmann etc).So invece per certo che in un pianeta appena più decente la politica degli Stati andrebbe nella direzione esattamente opposta: quella di stabilire regole comuni e accordi internazionali perché i super ricchi abbiano sempre meno scappatoie.Quella di perseguire i paradisi fiscali, non di imitarli.
Faremo e faranno delle cose: ma alimenteranno le diseguaglianze, le discriminazioni e le piccole ingiustizie (ieri leggevo la storia dell'operaio della Oerlikon di Rivoli licenziato un'operazione di trapianto al fegato).
In nome di ideologie e principi che si sono rivelati fallimentari.
Gli stessi principi per cui, siccome ci sono masse di persone che si spostano dai paesi africani per fame e miseria bisogna creare lager e centri di detenzione per non farli arrivare qui.

La stessa musica

Forse hanno ragione quelli che, cinicamente, raccontano che questo è un paese che non può cambiare.
Che rimarrà sempre uguale a sé stesso, specie nei suoi difetti.
Dove si suona la stessa musica.

C'è un'inchiesta che riguarda un ministro, i vertici dell'Arma, la stazione appaltante pubblica più grande, i suoi dirigenti e un imprenditore che, tra le altre cose, ha finanziato la fondazione del presidente del Consiglio (all'epoca). E l'avvocato della fondazione ha fatto pure consulenza con la Consip.
Parte un'inchiesta, si scopre che, grazie ad una fuga di notizie, gli indagati sono stati avvisati.
Il babbo del presidente del Consiglio, i vertici della Consip, gli imprenditori a caccia di appalti. Tutto presunto, eccetto le cimici e la soffiata, che è vera.

La notizia rimane sotto traccia per settimane, finché, a seguito dell'arresto di quest'imprenditore, trova spazio nei TG e sulle prime pagine di tutti i giornali.
E, finalmente, emerge in tutto il suo splendore, il lato oscuro del giglio magico (come ha raccontato l'Espresso): conflitti di interesse, rapporti opachi tra politici e imprese, clientelismi e consorterie.

Cosa succede allora? Un ritorno al passato.
Quando c'erano Silvio, i suio avvocati deputati, i suoi giornali come scudi umani.
Giustizia ad orologeria.
Giustizialismo.
Repubblica del sospetto.
La presunzione di innocenza.
Sono sereno, lasciamo lavorare i giudici, aspettiamo le sentenze. E, senza che nessuno noti la contraddizione, vogliamo il processo subito e pena doppia nel malaugurato caso ..

Deja vu.
Ieri sera ad Otto e mezzo Cerasa, giornalista del Foglio parafrasava l'articolo 1 della Costituzione:
"L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione e delle Procure".
Queste procure che esercitano l'azione penale, senza discriminare tra baroni, conti e plebei (come ai tempi del Marchese del Grillo).

Ma che questo paese non sia destinato a cambiare, finché non cambieremo politica, lo si capisce anche da altre notizie.
Vi ricordate i bonus, gli 80 euro, la più grande opera di ridistribuzione del governo Renzi? Ora queste mance le pagheremo noi, anzi, le pagheranno le fasce più deboli del paese.
Per i tagli ai fondi per i disabili, per esempio:
Carlo di Foggia sul Fatto Quotidiano:

Con una mano dare, con l’altra togliere, e quando scoppia il casino fare finta di indignarsi. Sono giorni in cui il governo dà il meglio di sé su una delle tante eredità lasciate da Matteo Renzi: l’enorme mole di tagli imposti alle Regioni per finanziare le diverse misure varate nei tre anni di governo del fiorentino, che ora presentano il conto. Questa storia è incredibile per l’irresponsabilità mostrata dai suoi protagonisti.
Nei giorni scorsi si è scoperto che per effetto di un’intesa nella Conferenza Stato-Regioni è stato deciso un maxi-taglio ai fondi sociali che vengono trasferiti dal primo alle seconde. Tra questi: 50 milioni al fondo per la non autosufficienza (disabili, malati gravi e familiari che li assistono), che torna ai 450 stanziati a ottobre e 211 milioni a quello per le politiche speciali, che passa così da 311 a 99 milioni (-67%). Soldi che servono a finanziare, fra le altre cose, asili nido, misure di sostegno alle famiglie più povere, assistenza domiciliare e centri anti-violenza. Diverse associazioni si sono infuriate. Appresa la notizia – fornitagli da un’interrogazione della deputata Pd Donata Lenzi – il sottosegretario alle Politiche sociali Luigi Bobba (Pd) è cascato dal pero: “Il fatto è di una gravità inaudita. Il ministero del Lavoro e delle Politiche sociali non ha partecipato al confronto e questa assenza costituisce un’aggravante perché conferma come le scelte per la salute siano totalmente subordinate a fattori economici”. I fattori economici sono i tagli imposti dal governo di cui Bobba ha fatto parte, e distribuiti in accordo con quello in cui siede attualmente.
 
Nei suoi tre anni l’esecutivo Renzi ha imposto tagli sanguinosi alle Regioni per finanziare le diverse manovre e contenere il deficit. Un esempio su tutti: la misura più sbandierata, il “bonus Irpef”, i famosi 80 euro in busta paga è arrivata ad aprile 2014 con un decreto che per coprire i costi (10 miliardi l’anno) ha imposto un taglio alle Regioni di circa 12 miliardi nel 2014-2020. Parliamo della “più grande opera di redistribuzione salariale mai fatta in Italia” (Renzi). Funziona così: il governo vara la misura, la copre in parte con i tagli a Comuni e Regioni e, per queste ultime, gli lascia la scelta formale di dove tagliare.
Il 9 febbraio la Conferenza Stato-Regioni si è trovata così a dover ripartire i tagli del 2017 non ancora coperti: 2,7 miliardi. La proposta la fa il governo e poi parte la trattativa con le Regioni: se salta tutto, vengono tagliati tutti insieme. Il 23 febbraio si arriva all’accordo. Il Documento finale – firmato dal ministro agli Affari regionali Enrico Costa – elenca la provenienza dei tagli: ben 2,2 miliardi vengono proprio dal decreto sul Bonus Irpef del 2014. La stangata è pesante: 1,7 miliardi vengono sottratti al fondo enti territoriali dove le Regioni hanno versato i risparmi di spesa; altri 100 ai contributi per gli investimenti. Poi c’è la scure sul sociale: -485 milioni. Il fondo per l’erogazione gratuita dei libri scolastici alle famiglie bisognose perde 70 milioni (su 103), quello inquilini morosi incolpevoli altri 50, stessa cifra per i contributi all’edilizia scolastica mentre quella sanitaria perde 100 milioni (-50%). “Che esponenti del governo si meraviglino è allucinante – spiega Massimo Garavaglia, assessore in Lombardia e coordinatore per gli affari finanziari della Conferenza delle Regioni – Il documento è frutto di un lavoro fatto prima con il sottosegretario a Palazzo Chigi, Claudio De Vincenti poi con il suo successore, Maria Elena Boschi e infine siglato con il ministro Costa: la proposta è del governo, noi abbiamo solo limitato i danni”. 

08 marzo 2017

Chi sono i populisti - il saggio del politologo Jan-Werner Müller (Cos’è il populismo UBE)

Da dove nasce l'onda populista che ha invaso l'Europa e l'America?
E' veramente un fenomeno ineluttabile, che non possiamo evitare (come ci raccontano le Le Pen e i Salvini)?
E poi, chi sono i populisti? Esiste una definizione comune in grado di descriverli e che ci aiuti meglio a comprendere il loro fenomeno, prima che sia troppo tardi?
A queste domande cerca di ripondere il politologo Jan-Werner Müller col suo ilbro "Cos’è il populismo (Ube, 2017)".
Di seguito una anticipazione del saggio uscita sul Fatto Quotidiano del 6 marzo scorso e l'intervista all'autore sul sito de Linkiesta.
Buona lettura, che sia utile a comprenderne le cause e i rischi per le democrazie: fascino a parte, tutti questi leader hanno qualcosa in comune, non amano troppo le regole della democrazia, i corpi intermedi, che ci sia qualcuno che li controlli.


Il populista è solo un politico di successo che non ci piace?Esce in Italia il saggio del politologo Jan-Werner Müller che ha fatto molto discutere negli Usa: bisogna distinguere i leader che vogliono solo piacere “alla gente” da chi ritiene di essere il popolo e nega ogni opposizionedi Jan-Werner Müller  
Nessuna campagna elettorale negli Stati Uniti ha mai visto così tanti riferimenti al “populismo” come quella che si è svolta nel 2015-2016. Sia Donald Trump sia Bernie Sanders sono stati etichettati come “populisti”. Il termine è utilizzato abitualmente come sinonimo di “anti establishment”; i contenuti sembrano essere irrilevanti rispetto ai comportamenti. Il termine è associato innanzitutto a stati d’animo ed emozioni: i populisti sono “arrabbiati”; i loro elettori sono “frustrati” o nutrono “risentimento”. Marine Le Pen e Geert Wilders, per esempio, sono comunemente definiti populisti. Entrambi sono chiaramente di destra, però, come per il fenomeno Sanders, anche i ribelli di sinistra sono etichettati come populisti: c’è Syriza in Grecia e Podemos in Spagna. Entrambi ritengono fondamentale l’ispirazione alla “onda rosa” in America Latina: il successo di leader populisti come Rafael Correa, Evo Morales e Hugo Chávez. Ma che cosa hanno in comune tutti questi politici?
Ogni politico desidera piacere al “popolo”, tutti vogliono raccontare una storia che possa essere compresa da quanti più cittadini possibile, tutti vogliono essere sensibili al modo di pensare della “gente comune”. Un populista potrebbe essere semplicemente un politico di successo che non ci piace? O invece il populismo potrebbe essere “la voce autentica della democrazia”, come sosteneva Christopher Lasch? 
Quale tipo di attore politico può essere qualificato come populista? È condizione necessaria ma non sufficiente essere critici nei confronti delle élite. Altrimenti, chiunque attacchi lo status quo sarebbe per definizione un populista. Oltre a essere antielitari, i populisti sono spesso antipluralisti. Sostengono di essere gli unici a rappresentare il popolo. Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, in segno di spregio verso i numerosi connazionali che lo osteggiavano, ha dichiarato: “Noi siamo il popolo. Voi chi siete?”. La rivendicazione della rappresentanza esclusiva non è empirica; è sempre chiaramente morale. Quando sono in lizza per una carica, i populisti ritraggono i concorrenti politici come parte dell’élite immorale e corrotta, quando salgono al potere si rifiutano di riconoscere qualsiasi opposizione come legittima. La logica populista prevede inoltre che chiunque non sostenga i populisti non possa essere considerato a buon titolo come facente parte del popolo, sempre definito come virtuoso e moralmente puro. I populisti non affermano “Siamo il 99 per cento”, sottintendono “Siamo il 100 per cento”. 
L’idea del popolo unico, omogeneo, autentico è una fantasia. Come ha sostenuto il filosofo Jürgen Habermas, “il popolo” può esistere solo nella sua pluralità. E si tratta di una pericolosa fantasia, perché i populisti non solo amano i conflitti e incoraggiano la polarizzazione, ma trattano i loro oppositori politici come “nemici del popolo”. Questo non vuol dire che tutti i populisti manderanno i loro nemici in un gulag o erigeranno mura lungo i confini nazionali, ma neppure che si limitino a un’innocua retorica da campagna elettorale.
I populisti governano da populisti. Un’amministrazione populista presenta tre caratteristiche: il tentativo di appropriarsi dell’apparato statale, la corruzione e il “clientelismo di massa” e gli sforzi sistematici per reprimere la società civile. Anche molti dittatori si comportano in modo analogo. La differenza è che i populisti giustificano la propria condotta sostenendo di essere gli unici a rappresentare il popolo. 
Oltre un quarto di secolo fa, un funzionario praticamente sconosciuto del Dipartimento di Stato americano pubblicò un famigerato saggio largamente frainteso. L’autore era Francis Fukuyama e il titolo era La fine della storia. Da tempo, si tende ad affermare pigramente la propria raffinatezza intellettuale sostenendo con scherno che la storia non è terminata con la conclusione della Guerra Fredda. Ma Fukuyama non aveva previsto la fine di ogni conflitto. Aveva scommesso che non ci sarebbero stati più oppositori alla democrazia liberale a livello di idee. Si sbagliava veramente? 
Il radicalismo islamico non rappresenta una seria minaccia ideologica per il liberalismo. Il “modello Cina» di capitalismo di Stato ispira qualcuno come un nuovo modello di meritocrazia e forse, su tutti, chi ritiene di avere i meriti maggiori (gli imprenditori della Silicon Valley) Eppure la “democrazia” resta il premio politico più ambito, e i governi autoritari sborsano enormi somme di denaro a esperti di relazioni pubbliche per essere riconosciuti dalle organizzazioni internazionali e dalle élite occidentali come democrazie. Ma non va tutto bene per la democrazia. Oggi deve affrontare un pericolo diverso da qualche ideologia generica che nega sistematicamente i principi democratici. 
La minaccia è il populismo, una forma svilita di democrazia che promette di tener fede ai massimi ideali democratici (“Potere al popolo!”). Il pericolo viene dal mondo democratico e gli attori politici che presentano la minaccia ne usano il linguaggio. Il risultato finale è una forma di politica palesemente antidemocratica che dovrebbe preoccuparci tutti, dimostrando la necessità di stabilire con precisione dove finisce la democrazia e dove comincia il pericolo populista.
Geert Wilders, left, Frauke Petry, Harald Vilimsky, Marine Le Pen and Matteo Salvini alla conferenza di Coblenza

L'intervista su Linkiesta
La verità, vi prego, sul populismo. Non ce ne voglia Auden, ma questo è quel che van cercando analisti, commentatori, sondaggisti e politici, da qualche anno a questa parte. La causa primigenia, il filo rosso che li unisce, o ancora meglio le armi con cui combattere quella che - dipende come la pensiate - è alternativamente rappresentata come la malattia delle democrazie occidentali, o la sua ultima e legittima forma. Jan-Werner Muller, politologo tedesco che insegna a Princeton, negli Stati Uniti, autore del saggio “Cos’è il populismo” (Ube, 2017) che secondo il Washington Post è “l’opera più utile per capire il successo di Trump”, appartiene alla prima fazione: «Il populismo è un pericolo per la democrazia - spiega a Linkiesta -, ma non dobbiamo commettere due errori mortali: escluderlo dal gioco democratico, o legittimarlo assumendone, anche se edulcorate, le posizioni». 
Cominciamo bene…Intendiamoci subito, però. Non è che chiunque critichi il governo, o le élite, o l’establishment è necessariamente populista. Un buon cittadino è fisiologicamente critico nei confronti di chi comanda. È il sale della democrazia.
Cosa distingue, allora, un movimento di critica radicale dello status quo da un movimento populista?Il modo. I populisti rifiutano il pluralismo, pensano di essere i soli a rappresentare il popolo, la maggioranza silenziosa. È la pretesa di avere il monopolio sul popolo a creare il populista. Quando Trump dice che ha ridato la Casa Bianca agli americani dice questo. Che chi l’ha preceduto, a differenza sua, non rappresentava il popolo. È una mistificazione, ovviamente, ma la gente ci crede.
Come mai? È dfficile trovare una causa sola. Il declino economico è uno dei motivi della nascita del populismo, cero. Non è sempre vero che in ogni luogo in cui le cose vanno male in economia, arriva il populismo. Irlanda e Portogallo sono la prova che non sempre le crisi portano il populismo, anche dove le élite hanno enormi responsabilità.
Quindi?Quindi le cause che contribuiscono all’emergere del populismo non sono mai le stesse. Le teorie non spiegano universalmente come emerge il populismo e perché funziona in uno specifico contesto. Però…
Però?Però, ad esempio, il populismo emerge dove c’è un conflitto. Oggi è molto forte quello tra chiede più apertura e chi vuole una società più chiusa, ad esempio. Un conflitto reale quanto quello tra capitale e lavoro, o tra città e campagna.
Il populista sta con chi vuole una società più chiusa, immagino…Non sempre accade. È un conflitto che rende le cose più facili per loro, ma sovente i populisti dicono cose diverse in posti diversi a interlocutori diversi. Non è un caso che quasi ciascuno di loro parla di superare destra o sinistra. Trump in questo è stato un maestro, ma anche il Movimento Cinque Stelle in Italia incarna questo tipo di contraddizione. È un movimento verticistico, nelle mani di una persona sola, ma è favorevole alla democrazia diretta…
Ecco, a proposito: lei dice che i populisti rifiutano il pluralismo. Però una delle armi populiste per eccellenza è il referendum, la democrazia diretta…È importante non credere alle favole: i populisti non sono difensori della democrazia diretta. Per i populisti, il referendum - uno strumento bellissimo, in se - non è che il mezzo migliore per creare una costruzione simbolica del popolo. Quando suggeriscono il referendum gli interessa relativamente della questione politica che il referendum sottende. Gli serve per dimostrare che il popolo è in grado di fare una scelta coerente con le loro idee e contro l’establishment. Basti vedere quel che ha fatto Orbàn.
Cioè?Ha promosso un referendum per andare contro le regole europee sulla redistribuzione pro quota dei profughi. Ha speso da solo, per la campagna elettorale, più di quanto hanno speso entrambi gli schieramenti nel referendum sulla Brexit, nel Regno Unito. Risultato? Non ha raggiunto il quorum. A quel punto, gli è bastato dire che il 98% delle persone che avevano votato la pensavano come lui ed è andato comunque dritto per la sua strada. In fondo, era a quello che serviva, il referendum.
L’Unione Europea, perlomeno qui da noi, è il bersaglio preferito dei populisti…È fisiologico che sia così, sono due facce della stessa medaglia. È l’approccio tecnocratico ad avere prodotto il populismo in Europa.
Si spieghi meglio…I tecnocrati dicono che c’è un’unica soluzione razionale a un problema, che al popolo piaccia o meno. Il populismo, che rifiuta l’opinione dei cosiddetti “esperti” offre un’alternativa uguale e contraria. Tecnocrazia e populismo hanno in comune il rifiuto della mediazione. E quindi, della democrazia.
La battaglia contro la tecnocrazia europea l’ha fatta propria anche Matteo Renzi, ora. Populista pure lui?No, assolutamente, non bisogna mettere tutti nello stesso calderone.Tutti i politici vogliono essere popolari, non tutti sono populisti. È l’anti-pluralismo che connota il populismo. Ed è quello che è pericoloso per la democrazia. E il problema emerge quando quel sentimento va al potere, soprattutto se ci sono istituzioni deboli.
Eccoci arrivati al punto: come si fa a evitare che il populismo vada al potere?È molto difficile avere a che fare con il populismo. Semplificano tutto ed è difficilissimo contrapporsi a loro.
C’è chi dice che bisogna far finta che i populisti non esistano, che si debba escluderli dal processo democratico…L’esclusione politica è un arma che si ritorce contro le élite. Aiuta il populismo a creare una narrazione ancora più credibile per i propri supporter.
Bisogna parlare coi populisti, quindi?Si, ma bisogna stare attenti a non parlare “come” i populisti. Non bisogna entrare nel loro campo da gioco, può essere letale. Come abbiamo visto, non funziona nemmeno a livello elettorale, e Sarkozy che perde le primarie repubblicane nonostante dica le stesse cose della Le Pen ne è la prova. La stessa cosa sta avvenendo in Olanda: il primo ministro Mark Rutte non vuole collaborare con Geert Wilders, ma dice frasi che adottano il suo modo di ragionare e lo legittimano.
Tutto un problema di comunicazione, quindi?Io credo che ci siano tendenze sbagliate a pensare sia tutta una questione di narrazione, di comunicazione errata. La comunicazione conta, in politica, ma c’è molto di sostanziale. Io non sono un policy maker e non so cosa si può fare per aumentare l’occupazione in Italia, ma se si risolve un problema è più facile combattere il populismo.
Facile a dirsi……difficile a farsi, certo. Però battere il populismo non è impossibile. A dicembre si pensava che in Austria vincesse Hofer conto Van der Bellen, ma non è successo. I politici possono fare tutto, ma servono i cittadini. Così come ai populisti servono le élite, del resto.
In che senso?Nel senso che è il partito conservatore che sta gestendo la Brexit. E che Donald Trump, sino a prova contraria, è il candidato dei repubblicani, establishment puro, lo stesso che ha messo ai vertici della sua amministrazione. Può dire quel che vuole, ma anche Marine Le Pen può vincere solo se si salderà con un pezzo di élite francesi.
E quando accade che si fa?La resilienza delle istituzioni e la mobilitazione democratica sono i migliori antidoti al populismo. In quel caso, gli unici.


Buon 8 marzo

8 marzo, festa delle donne, giornata delle mimose vendute agli angoli delle strade e, spesso, regalate alle mogli/compagne per consuetudine.
Quest'anno per la prima volta, a mia memoria, anche giornata di sciopero nazionale: treni e metropolitane ferme per protestare contro le discriminazioni, contro le violenze, contro i soprusi.
Finché non esisterà altro strumento per protestare, lo sciopero sarà l'unico mezzo per creare "disagi" che servano a lanciare un segnale alle persone: ci siamo anche noi, coi nostri problemi, a casa e al lavoro, tutti i giorni.
Lunedì sera Presa diretta parlava della vita di inferno che vivono i disabili in Italia e anche dei loro familiari: le cure, le medicine, le sedute di fisioterapia per la Sla, il Parkinson, sono sempre più spesso a carico delle famiglie (specie dopo i tagli ai fondi sociali da parte dello Stato). E quando si parla di famiglie si intende quasi sempre di donne.
Donne che non possono lavorare, che devono sacrificare il loro tempo senza che nessuno riconosca questo loro lavoro.
All'estero, in molti paesi più civili del nostro, questo lavoro è riconosciuto dalla legge ed ha un nome "care giver".
Ma noi siamo il paese delle lettere di licenziamento in bianco, del precariato, del welfare familiare.
Dove fare dei figli diventa un lusso per chi ha alle spalle una famiglia.

Così, tutto ad un tratto, scopriamo che in Italia si fanno sempre meno figli, siamo tornati ai tempi della guerra.
Una guerra contro le fasce deboli e, dunque, anche contro le donne.