16 ottobre 2017

La passione per il delitto 2017 – il secondo incontro con gli scrittori



Piernicola Silvis, Formicae, Sem
Gianni Morelli, Rosso Avana, Adv
Valerio Varesi, Il commissario Soneri e la legge del Corano, Frassinelli
Bruno Morchio, Un piede in due scarpe, Rizzoli
Modera Cecilia Scerbanenco

Piernicola Silvis – Fomicae (la mia recensione)

Non è la solita storia di un serial killer: siamo a Foggia, zona di criminalità di cui si parla poco, c'è un bel personaggio di investigatore.
L'idea di scrivere di un investigatore nasce dal fatto che lo sono stato: volevo sfornare una figura realistica, per far capire quali fossero i rapporti tra magistrati, polizia ai lettori.

Gianni Morelli - rosso Avana ADV

Morelli è un geologo e un conoscitore dell'America latina: nel romanzo siamo agli sgoccioli del regime di Batista, che viene descritto molto bene. C'è la rumba delle feste ma ci sono anche le bande dei castristi che stanno arrivando.
Racconta l'autore: “Sono stato a Cuba negli anni 70 e ho conosciuto persone che sono stati testimoni della rivoluzione, scattata ufficialmente il 1 gennaio 1959”.
Il romanzo è cresciuto dal racconto dei loro aneddoti, delle loro emozioni: non metterle in fila in un romanzo sarebbe stato un peccato.

Bruno Morchio – Un piede in due scarpe

Protagonista non è Bacci Pagano ma uno psicologo che un giorno incontra una paziente che gli chiede di non commettere un omicidio.
Viene coinvolto in una storia, con un gruppo di persone della Genova borghese.
Sono passato dalla prima persona alla terza, osservando la storia con un certo distacco: c'è uno psicologo, Luzzi, e un commissario che si chiama Ingravallo ma viene da Bressanone e detesta il mare.
Lo psicologo ha un dono, di fronte a persone che mentono, prova un dolore al collo: una virtù che sarò molto utile nelle indagini.

Valerio Varesi: IL commissario Soneri e la legge del Corano (la mia recensione)

Un libro molto coraggioso che racconta della convivenza tra culture diverse, delle ronde tra poveri, l'ideologo di destra: ancora una volta si affronta la realtà che cambia.
Ho affrontato questo problema visto che la politica non se ne occupa: della convivenza con gli immigrati e delle periferie, abbandonate dagli operai e dalle aziende che se ne sono andate.
Quartieri svuotati e occupati da altri, dove Soneri si sente estraneo: diventano standard, se osserviamo i corsi in centro, le vetrine. Ma questo cambiamento ci fa sentire in ansia, come se dovessimo imparare sempre qualcosa.
La convivenza in questi quartieri dovrebbe essere la politica a risolverli: ci sono dei valori non negoziabili, in questo amalgama, come la condizione femminile.
Come si concilia la visione della donna nel mondo islamico con la libertà delle donne?
La politica non si occupa di questo problema o fa finta che non esista: nel libro protagonisti sono un Imam che fa critiche alla nostra società e un ideologo di destra, di quelli “fuori tutti gli immigrati”.

Silvis: la pressione dei media nelle indagini è molto forte. Durante le inchieste tutti chiamano al cellulare per sapere qualcosa: nel romanzo c'è una critica a certi programmi televisivi.
La TV del dolore, che insegue la pornografia del delitto non mi piace: ho voluto mettere nel libro questi processi mediatici, perché i processi non si fanno in TV, ma nelle aule dei Tribunali.
Le indagini sono una cosa complessa, la realtà è diversa dalle fiction americane.

Morelli: nel libro è protagonista un truffatore, un personaggio con un suo fascino.
L'autore è partito dallo scontro tra i Lavarello e Totò per il titolo di Principe di Costantinopoli: causa vinta da Totò, ma lo stesso i Lavarello cominciarono a vendere titoli nobiliari, falsi ovviamente.
Nell'Avana dove il regime stava crollando, ho messo questo truffatore che vende titoli falsi a creduloni: era l'Avana dei bordelli, della mafia, frequentata da americani borghesi.

Morchio: dentro il romanzo di Morchio non ci sono criminali, serial killer ma persone normali.
Spesso i TG raccontano di delitti terribili commessi da gente normale: sono i delitti che nascono dalle passioni – nel romanzo ho voluto mettere la mia passione per Gadda.
Il preludio della storia è la passione e l'amore: da questo contesto, all'apparenza normale, nascono poi i delitti della storia, manifestazione della banalità del male.
Senza di cui non ci sarebbe stata la grande letteratura occidentale.

Varesi: Soneri invecchia, è sempre più malinconico, scopre di avere anche il colesterolo fuori controllo.
Sente su di sé più responsabilità: aver fatto parte di un mondo che ha approfittato, che ha disperato le risorse di questo paese.
Dalla sua generazione in poi le generazioni sono destinate e peggiorare la loro condizione.
Altro cruccio è non essere riuscito a far evolvere il mondo come avrebbe voluto: in questa epoca di crisi economica quello che manca è la speranza, un obiettivo cui puntare.
Non a caso il papa, nel suo discorso a Bologna ha fatto un discorso più a sinistra degli ultimi anni: Soneri è in questa nebbia, una nebbia esterna ma anche una nebbia che ha dentro, per non comprendere bene la sua città. Dove sta andando.
Lo stesso smarrimento del personaggio cieco, che ospitava il ragazzo di origine nordafricana che poi viene ucciso...

Silvis: il nome del serial killer si conosce subito, è una caccia all'assassino anomale. Anche perché a metà romanzo entra la criminalità organizzata, non la Sacra Conona Unita ma la mafia foggiana.
Omicidi di cui si parla poco, fuori dalla Puglia, che deve rimanere sui media come la regione della movida, di Padre Pio.
Invece la mafia foggiana deve essere nota al paese: l'estorsione, gli omicidi, il controllo del territorio.
Cosa accadrà quando la mafia garganica si unirà alla Sacra corona unita?
In questo momento la lotta alla criminalità organizzata non è in cima agli interessi della politica: la gente ha paura delle mafie e dunque non parla, così la politica non se ne occupa perché non porta voti.

Sono previsti altri romanzi con lo stesso protagonista, che vedrà luce anche in TV.

Vedrà alla luce una trilogia di Varesi “Trilogia di una Repubblica” coi suoi romanzi ambientati nel passato: Il rivoluzionario, Lo stato di ebbrezza, La sentenza.

Morelli: anziché una trilogia, che porta male, punta ad una quadrilogia, il prossimo romanzo sarà ambientato in Messico, poi in Namibia...


Morchio: di solito ambiento i romanzi nel presente, in questo, ambientato nel 1992, ho avuto una grande soddisfazione. Si parlava al telefono, le notizie le apprendevi dalle locandine: nel prossimo romanzo Bacci Pagano incontrando una donna con cui ha avuto una relazione, ripercorre un'indagine degli anni '80.

La passione per il delitto – gli incontri con gli scrittori




Il primo incontro con gli autori
Paolo Moretti, Una crepa nel muro, goWare
Vittorio Nessi, Due lune sono troppe, Piazza
Daniele Bresciani, Nessuna notizia dello scrittore scomparso, Garzanti
Modera Giorgio Bardaglio

Paolo Moretti, Una crepa nel muro, goWare

Un romanzo giallo che gioca su piani temporali e geografici differenti: inizia negli anni della costruzione del muro di Berlino e porterà poi, con una reazione a catena, ad un omicidio.
Tre i piani storici, il 1961, il presente e un piano intermedio, “pochi mesi fa”: uno stile che rischia di far perdere il filo della storia al lettore.
La scintilla per scrivere il libro è nata con la visita al museo del Muro di Berlino, leggendo le storie delle persone che scappavano: poteva essere uno spunto interessante per una storia da scrivere.

Vittorio Nessi, Due lune sono troppe, Piazza

Il protagonista è un pm con una vita senza bagliori: gli piace correre e, mentre corre, inizia a riflettere sulla vita e sulla morte.
Sta lavorando su un caso di omicidio di un pakistano e si chiede se riuscirà a proteggere i familiari della vittima dalle vendette.
L'idea è uscita dal mare: il giudice è in contatto con fatti di cronaca per la sua attività, che fanno da input allo scrittore, per le emozioni che suscitano. Come un pescatore che vede affondare il suo peschereccio, il mare gli riporta pezzi della barca: pezzi che il mare ha trasformato.

Difficile distinguere protagonista e scrittore: quanta parte c'è di Nessi in Ferretti?
Nel romanzo c'è il tutto dello scrittore: l'anima dello scrittore, rielaborata dai ricordi e dalle emozioni.

Daniele Bresciani, Nessuna notizia dello scrittore scomparso, Garzanti

IL mio libro ha come protagonista una giornalista di un settimanale femminile: volevo raccontare un mondo che sta cambiando, un mondo che nessuno sa come si trasformerà.
I giornali che spariscono dalle edicole: anche il giornale nel racconto è in crisi e sta tagliando dei posti.
Mentre vive questa crisi, la giornalista Emma apprende della scomparsa di uno scrittore: in passato aveva avuto una relazione con lo scrittore e si sente coinvolta dalla ricerca.
Piano piano si comprenderà il perché di questa ricerca..

Dentro il libro c'è tutto me stesso: è inevitabile che dentro ci sia qualcosa di me e delle persone che hanno lavorato con me al giornale.

Il linguaggio del libro
Nessi: scrivi come parli, mi disse un collega. Scrivo in modo tacitiano, verbo soggetto complemento.
Scrivo molto in treno, faccio un viaggio di tre ore da Torino verso casa e in treno mi isolo, trovo il mio spazio. Ho iniziato a far leggere i miei scritti alle segretarie

Moretti: faccio delle alzatacce per colpa di mia figlia che non vuole alzarsi, così ho un'ora per dedicarmi alla scrittura.
I luoghi di Berlino che racconto li ho visitati, per documentarmi sulla Berlino dell'epoca ho usato Google.
Come Daniele, anche per Moretti è difficile descrivere luoghi che non conosco.

Daniele Bresciani ha raccontato dell'importanza del lavoro di editing, di chi ti rilegge i lavori e ti consiglia su come tagliare, dove approfondire: quando lo chiamava la sua editor di Garzanti, ogni volta andava dritto al punto dolente, da sistemare.

Il mondo che cambia: nel processo devi porti il problema dei valori degli immigrati, non per arrivare ad una giustificazione del fatto, ma serve conoscere le diverse culture di cui si compone la nostra società.

Progetti per prossimi libri
Il prossimo libro di Moretti riguarderà una giornalista, niente salti temporali.
Il libro di Nessi riguarderà degli errori giudiziari, partendo da un caso di stupro.

Daniele non ha in piano niente, solo qualche idea: vorrebbe scrivere una storia lontana dai suoi ambienti.

Sicurezza fai da te – l'inchiesta di Presa diretta

Provate ad aprire uno dei tanti quotidiani online che gravitano nell'area politica della nostra destra, populista e pure poco istituzionale: è un proliferare di notizie su stupri, omicidi, scippi, furti compiuti quasi sempre da immigrati.
E ora provate a spostarvi su una delle trasmissioni televisive su Mediaset, tipo quella di Belpietro: di cosa parlano? Dei poveri italiani che non possono uscir di casa la sera perché hanno paura di venir rapinati, violentati e poi, tornando a casa, scoprire che qualche ladro è entrato dentro.
Così si alimenta la paura delle persone.
Lo stupro di Rimini, un atto violento e da condannare, è stato raccontato in tutti i suoi più morbosi particolari, il mostro, anzi i mostri, i ragazzi di colore figli di un immigrato, sono stati sbattuti in prima pagina.
Altro trattamento da parte della stampa rispetto ad un altro caso di violenza, a Firenze. Presunti colpevoli uomini in divisa, bianchi. Italiani come noi.

Come italiani come noi sono i responsabili dei troppi femminicidi e delle violenze domestiche, per lo più compiuti dentro le mura di casa.

Il nemico è la fuori, racconta questa campagna sulla paura: non possiamo aspettare che la polizia intervenga per difenderci, dobbiamo essere noi in grado di farlo da soli.
Riempiendo la nostra casa di armi.
E ogni tanto, una di queste armi, regolarmente posseduta perché dietro c'è un porto d'armi, viene usata per uccidere la moglie, come successo a Mira l'anno scorso.
A Pesaro, nelle Marche, nei primi tre mesi di questo anno sono stati vendute 100 armi tra fucili e pistole: il 30% in più rispetto al 2016.
Le notizie su furti, tentate rapine hanno creato una crepa nella testa dei pesaresi – racconta il giornalista Gianluca Murgia a Elena Stramentinoli: “la gente ha paura e cerca una forma di sicurezza fai da te”.
Secondo il rapporto pubblicato dal Sole 24 ore però la provincia di Pesaro è una delle più sicure d'Italia, ma nonostante questo la gente corre ad armarsi, anche perché la polizia è sparita dalle strade.
Lo racconta (la trovate nell'anteprima) il sindacalista della SILP CGIL Pierpaolo Frega: abbiamo organici fermi agli anni 90, se va bene mettiamo in campo una volante H24, e i criminali che conoscono di questa situazione ne approfittano.
I furti nelle case ci sono, come anche i furti nelle ditte: molte persone non denunciano nemmeno, così si sta creando un corto circuito (tra meno forze dell'ordine e più furti) per cui viene legittimato il concetto di fare come meglio si crede. Con le armi: il boom di richieste di porto d'armi per uso sportivo ha avuto un boom, anche da parte di donne e di professionisti o persone con una attività sportiva.
Peccato che se le persone non si addestrano, con una certa regolarità, siano pericolose quasi più dei ladri: magari con quella Glock calibro 9 che un armaiolo (poco furbo) ha mostrato alla giornalista come arma da difesa personale.
Un'arma che non lascia bossoli in giro, così se viene qualcuno a fare un controllo...

Un atteggiamento molto, molto discutibile.
E quanto è facile ottenere un porto d'armi per uso sportivo in Italia? La giornalista ha provato a fare anche questo (sul sito de La Stampa trovate un'altra anteprima). Un certificato dal medico e un corso per maneggio alle armi al tiro a segno nazionale.
E basta.

In Italia ci sono 1,32 milioni di porto d'ami (molti per attività sportive) e 11 milioni di pistole e fucili: ma siamo sicuri che sia questa la strada giusta per avere più sicurezza?
Il lungo servizio di Presa diretta di questa sera affronterà questo tema, partendo da lontano: racconterà di cosa succede in America, la patria delle armi alla portata di tutti (difese dal secondo emendamento della Costituzione), per esempio a Chicago.

A Chicago ogni 2,45 ore una persona viene sparata e ogni 15 ore una persona muore: tra il 2001 e il 2016 sono avvenuti 7916 omicidi. A Chicago si spara di notte e di giorno, nelle stazioni di servizio e nei centri commerciali, in mezzo alla gente.

Sparano gli uomini e le donne, anche i poliziotti: nemmeno le scuole sono risparmiate, tanto che il comune ha istituito il servizio di “safe passage”, per proteggere i bambini dalle pallottole vaganti delle sparatorie.
Racconta una delle mamme, all'uscita di una scuola: “è come vivere in guerra”.
In America, come aveva già raccontato Michael Moore anni fa col suo film-documentario “Bowling a Columbine”, il proliferare delle armi, che chiunque può comprare, anche armi da guerra, non ha portato affatto alcuna maggiore sicurezza. Perfino nelle scuole.

E c'è un altro problema, molto sottovalutato: in Italia sono arrivate le gang di strada sudamericane, le Pandillas, che si stanno radicando nelle città del nord, per esempio a Milano.

I difensori delle armi libere dicono che non sono le armi che uccidono, sono gli uomini. Ma sono gli stessi uomini che considerano la moglie, compagna, fidanzata come un bene di loro possesso. Sono le stesse persone con problemi di instabilità (e che nonostante tutto ottengono certificati con troppa facilità). Le stesse persone che riempiono di insulti la rete nei loro deliri e che se potessero mettere le mani su tizio o caio ..

Non è trasformando il paese in un enorme far west che avremo maggiore sicurezza.

La scheda del servizio: Legittima difesa
PresaDiretta si interroga sul perché gli italiani si sentono sempre più insicuri e sono sempre più armati.Italiani pistoleri? Secondo gli ultimi dati del Ministero dell’Interno i porto d’armi civili in Italia sono circa 1 milione e 200mila, ma il trend è in crescita e il numero risale al 2016.Di questi, una piccola parte sono quelli “per difesa personale”, di coloro che fanno un lavoro che li espone al rischio di aggressioni, sono magistrati, avvocati, gioiellieri e, naturalmente i vigilantes. Poi c’è l’esercito delle “doppiette”, i cacciatori, che sono quasi 700mila, anche questi in aumento.Infine c’è il porto d’arma cresciuto più di tutti, quello “per uso sportivo”: ce l’ha quasi mezzo milione di italiani. Un certificato medico, due marche da bollo, un pomeriggio di corso presso un Poligono di tiro a segno nazionale per la parte teorica e quella pratica e se superi le prove hai il porto d’arma. PresaDiretta lo ha fatto. Con quel pezzo di carta si possono avere fino a 9 pistole e un numero illimitato di fucili.Ma quante sono davvero le armi nel nostro paese? Non lo sappiamo con precisione perché l’ultimo censimento è di 9 anni fa. Le stime dicono che il numero si aggira tra i 7 e i 12 milioni. Quel che sappiamo però è che l’Italia ha un drammatico record: siamo il paese, secondo solo agli Stati Uniti, con il più alto numero di morti per arma da fuoco. E non è un bel primato.Gli Stati Uniti invece per numero di armi possedute non sono secondi a nessuno, in America le armi sono più numerose degli abitanti.
In un crudissimo reportage girato a Chicago, PresaDiretta ha raccontato cosa succede in un paese dove sono armati anche i bambini. Chicago è una città in guerra, dove ogni 2 ore e 45 minuti si spara a qualcuno e ogni 15 ore si compie un omicidio con arma da fuoco. Un esempio di come il numero delle armi sia direttamente proporzionale al numero dei morti ammazzati. Non il contrario.
A PresaDiretta, testimonianze esclusive, casi di cronaca e di ordinaria violenza, in provincia e nelle grandi città, ma anche storie positive di come le cose possono cambiare. Quando le Amministrazioni locali vogliono e decidono di investire fondi pubblici, interi quartieri considerati invivibili e violenti, possono trasformarsi ed essere restituiti alla vita civile.E la legge sulla legittima difesa, ferma in Parlamento, renderà più sicure le nostre case? A PresaDiretta il punto di vista dei partiti politici.“LEGITTIMA DIFESA”, è un racconto di Riccardo Iacona con Elena Stramentinoli, Elisabetta Camilleri, Elena Marzano, Marianna De Marzi, Raffaella Notariale, Marcello Brecciaroli, Massimiliano Torchia.

15 ottobre 2017

La passione per il delitto - Anime nere, di Gioacchino Criaco



Sabato pomeriggio a Erba si inaugurava la sedicesima edizione della rassegna letteraria “La passione per il delitto”: il clou saranno le presentazioni di oggi, che cominceranno alle 13.30 e termineranno con la cena a base di risotto giallo preparato dalla chef Federica Camperi.
Ieri pomeriggio Gioacchino Criaco presentava il suo libro “Anime nere” Rubbettino editore: presentavano i giornalisti Paolo Moretti e Piero Colaprico.
Ha insistito per essere presente anche Roberto Rallo, avvocato difensore di Pino Neri, accusato di essere uno dei fondatori della Lombardia, costola regionale della ndrangheta, assieme a Carmine Novella.
Ma avvocato anche di un imprenditore comasco che ha denunciato un'estorsione di tipo mafioso.

La forza di Anime nere (da cui il regista Francesco Munzi ha tratto un film), sta nella capacità di raccontare il mondo della ndrangheta dal di dentro e dei suoi fiancheggiatori.
Ma quanto sappiamo noi della ndragheta? Quanto è veritiera la narrazione su questa realtà criminale?

Criaco: l'autore ha voluto iniziare da lontano, partendo dal 2010 quando scoppiò una bomba in procura. Per il Sole 24 Criaco scrisse un articolo dove immaginava quello che cosa sarebbe successo poi. L'indignazione, il mobilitarsi delle associazioni antimafia, le indagini e qualche arresto e poi il silenzio.
Per capire chi è il colpevole (delle bombe) bisogna stare al motto “aspromontano”: a chi giova un fatto e non bisogna fermarsi alle apparenze.

Allo stesso modo, quando arrivò il nuovo procuratore capo a Reggio, Cafiero De Raho scrisse un articolo “Dottor De Raho stia attento alle persone con cui prende un caffè”.
Perché anni dopo si scoprì che molti dei rappresentanti antimafia in Calabria sono finiti in un calderone giudiziario, i cattivi erano diventati vittime e i buoni carnefici.

Nulla è come sembra – dice Criaco: le avevo spiegate anni fa queste cose, pensare di capire tutto in pochi mesi (quando ci si insedia in una procura, o in un altro ufficio dello Stato), è impossibile.
Chi viene in Calabria si rapporta con le istituzioni pubbliche e con quelle private, e sono persone che hanno interesse a rappresentare una verità di parte: la verità che ci raccontano è spesso una balla, meglio stare attenti.

Colaprico: in Sicilia, nella storia della lotta alla mafia, si parla della stagione dei veleni, delle lettere anonime, del corvo. C'è sempre stata una componente intellettuale volta al male, per fiancheggiare il male: in Calabria la situazione è più complessa.
In Calabria non c'è stata una stagione dei veleni: l'impressione dall'esterno è di una ndrangheta granitica, la comunità esterna non ha capito o non ha potuto capire cosa stava facendo la ndrangheta.
C'è un passato millenario dietro questo fenomeno: una volta parlavi con altri cronisti per comprendere quello che succedeva nel territorio.
Oggi la tendenza è tenere i giornalisti chiusi nelle redazioni, si pensa che tutte le informazioni siano a portata di click e si pensa anche che tutte le persone dell'antimafia siano credibili.
In questa trappola cadono tutti, giornalisti, politici e anche l'opinione pubblica.
Non per collusione, solo per ignoranza: i giornalisti hanno perso il controllo del territorio, non parlando più con l'avvocato, col maresciallo, con quel giornalista che sembra sapere le cose, come accadeva una volta alle udienze.

Per capire la credibilità delle persone si devono allora osservare gli effetti delle azioni: che fine hanno fatto gli arresti di quel poliziotto, che fine hanno fatto i cento processi aperti dal magistrato?
Una volta era più facile capire davvero cosa era mafia e cosa no: oggi è più complesso, il criminale è meno stupido.
Il criminale lavora bene a fianco dei beni confiscati, entrando nel mondo delle associazioni antimafia.
C'è una altro problema: al nord ci sono poteri ben definiti, la chiesa, gli industriali, l'informazione, la magistratura. C'è una linea di pulizia tra stato e antistato che dobbiamo tenerci stretta: rispetto al sud, abbiamo ancora un po' di garanzia per cui se ci rivolgiamo alle persone giuste possono stroncare le mafie.
A Calabria e al sud dobbiamo capire bene con chi stiamo andando a parlare.

Questo spiega perché i grandi investimenti mondiali arrivano al nord e non al sud.

Rallo: pochi scrittori sono capaci di raccontare una realtà come Criaco. Ha voluto citare un pezzo del racconto di Criaco, “La memoria del lupo” inserito nella raccolta “L'agenda ritrovata”. Un carabiniere ritorna dopo tanti anni nel suo paese, in Aspromonte: in stazione, un tassista lo porta a casa

“A chi appartenete?
Sono un carabiniere.
Un carabiniere di Africo ..”.

Il pregiudizio era che uno di Africo doveva appartenere a qualche famiglia e, se è rimasto fuori per 30 anni è perché era in galera...
Per capire la Calabria bisogna conoscerne la sua storia: come la storia dei tre cavalieri leggendari, Osso Castrosso e Carcagnosso; la storia della pungitura con cui si realizza l'adesione all'associazione, senza questo non si capisce cosa scrive Criaco.
Ma nel libro c'è anche un'analisi sociologica: in “Anime nere” si racconta di come, attraverso la ndrangheta e l'affiliazione ndranghetista, il re Borbone voleva fare controllo del territorio in Aspromonte.

Questo lo spiega Criaco che ci fa capire cosa sta dietro la ndrangheta, perché bisogna stare attenti a chi si sta parlando, a chi ci si sta rivolgendo.
Dobbiamo conoscere la nostra realtà con attenzione, senza pregiudizi, comprendere ciò che è criminalità organizzata da criminalità normale. Se sbagliamo e diciamo che tutto e mafia, impediamo un riscatto, di vedere una via d'uscita.
Uno strumento utile è avere una buona lettura come quella di Criaco.

L'avvocato è tornato al caso dell'imprenditore comasco che, volendo denunciare la sua situazione di ricatto, non trovava un interlocutore credibile per denunciare un altro imprenditore: come faccio a denunciarlo se poi tutti i poliziotti vanno da lui a cambiarsi le gomme?

La credibilità dello stato in Calabria.
Criaco: in Calabria c'è un sentimento anti-statale, non ci si è mai sentiti parte di questa nazione.
In questa regione coesistono diverse Calabrie diverse, il reggino, la locride, la zona ionica, che hanno subito diverse dominazioni nei secoli.
Il passato è ancora presente, nei tanti dialetti diversi, zona per zona, mentre il futuro, nella nostra lingua, non è previsto.
Tante calabrie e tante lingue: volerlo capire e voler capire il fenomeno criminale in poco tempo è una pazzia.
Per questo avevo scritto, dopo Anime nere, che la ndrangheta non esiste: nel senso che ne esistono tante e la visione che ne abbiamo oggi è frutto di una narrazione superficiale.
La stessa parola ndrangheta non esisteva fino a pochi decenni fa: nasce nel 1970, dopo i moti di Reggio.
Ce ne sono tante di ndranghete: i santisti, i bastardi e poi sono venute le “anime nere”, che sono poi protagonisti del mio libro. Criminali antagonisti alla ndrangheta che se ne sono andati al nord, e sono tornati al sud grazie all'aiuto anche dei carabinieri.
Anche questo aiuta a capire meglio quello di cui parliamo: da giovane vedevi il capitano dei carabinieri che prima di prendere lavoro in caserma, andava a salutare il notabile della zona.

In Calabria girano gli stessi cognomi nelle famiglie che contano, nella politica, nella magistratura, nei carabinieri: uno stato non sarà mai credibile finché il potere verrà perpetuato di generazione in generazione.
Paradossale il fatto è che poi queste famiglie sono poi quelle che raccontano al paese la ndrangheta.

Facciamo un passo indietro nella storia: gli spagnoli che non riuscivano a dominare la zona dell'Aspromonte, che era una regione montuosa, si chiesero come facciamo ad entrare nel cuore dell'Aspromonte. Scelsero di fare come Ulisse col cavallo di Troia. Così nasce la ndrangheta, che è un tessuto che si nutre della gente, è un polizia senza divisa.

Come è finita la storia delle bombe del 2010? Hanno arrestato un capitano dei cc, un commercialista con una tessera dei servizi e un magistrato (e scoperto un nuovo livello di ndrangheta che non è più ndrangheta, una componente strategica che mette assieme boss, massoni e pezzi delle istituzioni, come ha raccontato il servizio di Presa diretta Mammasantissima).
Lo stato che doveva proteggere lo stato dalle bombe ndranghetiste era lo stesso stato che metteva le bombe. E torniamo alla domanda: con chi puoi parlare? Di chi ti devi fidare?

Colaprico: c'è una forte differenza tra un ragazzo del sud di Africo e uno di Seregno, dove pure c'è stato uno scandalo per il sindaco votato dalla ndrangheta.
La mafia si muove in modo diverso tra nord e sud: al nord troviamo piccole mafie, che mutano aspetto e anche la magistratura si sta adeguando con nuovi strumenti e nuove interpretazione di cosa sia mafia, come nell'inchiesta di mafia capitale.

Onore, fratellanza sono menzogne raccontate ai soldati, che sono poi quelli che riempiono le galere. Quando poi escono dalle galere, dopo anni di carcere, si rendono conto che i capi gli hanno raccontato balle, che i grandi capi si possono pentire, possono avere a che fare con lo stato...
Per capire la differenza tra i comportamenti mafiosi tra nord e sud, Colaprico è partito dagli anni 70-80-90, quando si diceva che a Milano la mafia non c'era: si inizia a parlare di mafia con l'inchiesta Duomo Connection di Ilda Boccassini e del colonnello Ultimo.
L'inchiesta è partita da una microspia in un cantiere, che permette ai carabinieri di ascoltare una storia incredibile. I mafiosi pagavano i socialisti per costruire quartieri: al sud avrebbero minacciato l'assessore, mentre a Milano si pagava la stecca al partito del presidente del Consiglio come tutti.

Bocassini si è poi occupata di ndrangheta con Pignatone: si scoprì che alcuni ordini da giù hanno riflessi qua, che certi ordini si fanno davanti la madonna di Polsi.
Così è passata l'idea di una ndrangheta come struttura unitaria e verticistica, come la mafia.
Per scoprire questa realtà sono serviti due magistrati eccentrici: uno da Milano e uno da Palermo. Mentre al sud in Calabria vengono arrestati magistrati, gli stessi che avrebbero dovuto indagare sulle mafie.

Rallo: ha ricordato di come oggi si contesta il reato di associazione mafiosa a volte a prescindere, per comportamenti mafiosi di persone che mafiose non sono.
Bisogna invece cercare di distinguere mafia da non mafia, perché se tutto è mafia niente è mafia.

E che ogni mafia è legata al suo territorio, che in Calabria è il popolo dei boschi, raccontato Criaco, un popolo che è sopravvissuto alle dominazioni, quella spagnola, quella borbonica e quella dello stato democratico.

Criaco: si identifica ogni criminale calabrese come fosse ndranghetista, è un errore che fanno quelli che si occupano di Calabria superficialmente. Il film Anime nere è servito a spazzar via tutte le vecchie concezioni sulla ndrangheta.

Colaprico e Criaco hanno voluto ricordare un'iniziativa di quest'ultimo, far rivivere la vecchia Africo: nel 1951 dopo 7 giorni di pioggia, un alluvione colpì la zona dell'Aspromonte e lo stato decise di spostare tutta la popolazione in zone vicine al mare.
Criaco è nato in un campo profughi, una zona di baracche: una popolazione cresciuta in montagna viveva in zone paludose, col pane dello stato.
Africo, San Luca a Platì sono tra questi paesi: questa è la genesi dell'invasione della ndrangheta dell'Aspromonte al nord.

Quali sono i luoghi comuni sulla ndrangheta.
Criaco: si deve decostruire il mito della ndrangheta, altrimenti si continuerà a far crescere quel mostro che sta rovinando quella parte del paese.
Al cronista il compito di raccontare i fatti, quello che vedono e che succede.

Colaprico: due categorie sanno delle cose ma non le raccontano, i commercianti e gli industriali. Potrebbero raccontare delle cose, senza nascondersi dietro l'indagine.
I giornalisti dovrebbero incalzare gli imprenditori, stanare la società civile quando ci prende in giro dicendo che non sanno.

Anime nere di Gioacchino Criaco - Rubbettino editore
I link per ordinare il libro su ibs e Amazon



Infine un'anticipazione: Piero Colaprico pubblicherà per Feltrinelli un libro che uscirà il 2 novembre, con un personaggio legato alla ndrangheta nella provincia milanese, che era stato protagonista anche di due suoi precedenti romanzi “Trilogia della città di M.” e “La donna delcampione”.

13 ottobre 2017

L'assassinio di Socrate, di Marcos Chicot

«Ora è giunto il momento di andarcene, io per morire, voi per vivere. A chi tocca la parte migliore? Nessuno lo sa, tranne gli dei».

Adocchiato su uno scaffale in libreria, ho iniziato subito a sfogliare le pagine di questo romanzo, incuriosito da quel titolo, “L'assassinio di Socrate”.
Quello che avrete o avete già tra le mani, è un romanzo che racconta della guerra del Peloponneso del V secolo A.C., tra le due città egemoni dell'antica Grecia, Atene e Sparta. Una guerra che durò trent'anni, quasi, e che causò migliaia di morti tra i soldati dei due eserciti (e dei loro alleati), tra i civili, per le rappresaglie e i saccheggi degli eserciti e per la peste, che scoppiò ad Atene durante il primo assedio da parte degli spartani.
Marcos Chicot ha scelto la forma del romanzo storico per questo racconto, inserendo tra personaggi storici reali, come Alcibiade e Perseo il generale spartano Brasside e l'ammiraglio Lisandro, anche altri inventati, come le due donne, forse le reali protagoniste di tutta la storia, Denianira e Cassandra.
Il libro comincia col famoso quesito che Cherefonte, amico e allievo si Socrate, sottopone all'oracolo di Delfi, la Pizia.
«Vi è un uomo più sapiente di Socrate, figlio di Sofronisco?»
Ad angosciare l'uomo è la risposta alla seconda domanda, su quale morte attende il filosofo:
“La sua morte sarà violenta, per mano dell’uomo dallo sguardo più chiaro”.

Negli stessi mesi a Sparta nel frattempo, Denianira, vedova del soldato Eusseno, viene accolta dal fratello, Aristone: costui scaccia, mandandolo a morire nelle rocce del monte Taigeto (dove gli spartano lasciavano morire i bambini nati precoci o con qualche deformità), il figlio appena nato, nel timore che qualcuno lo possa considerare come un figlio del fratello.
Sarebbe un ostacolo per le sue ambizioni di salire al trono, avendo sangue reale nelle vene, oltre ad una forza enorme e un'enorme malvagità.

Ma il piccolo è destinato a sopravvivere al freddo e alle bestie. E ad essere salvato proprio da un altro ateniese, il ceramista Eurimaco, che, nello stesso giorno perde moglie e figlio per mano di un gruppo di banditi che li assalgono, in viaggio verso Atene.
Ma, nella tenda di una strega, ritrova quel bambino, dagli occhi chiari come l'argento.
E' lui la persona a cui si riferisce la Pizia?

E Socrate? Il grande filosofo ateniese, rimane in disparte nel corso della storia, che si concentra nelle guerre, via mare e via acqua tra Sparta e Atene.
Nella storia d'amore contrastata tra Perseo, che diventa sempre più esperto nell'arte del disegno, e Cassandra, la giovane figlia dello scrittore di opere Aristofane.
Nella dura vita di Denianira, costretta a subire la violenza del marito Aristofane, che cerca perfino di uccidere: a Sparta le donne potevano vivere un po' più all'aperto rispetto alle donne ateniesi, dovevano svolgere dell'attività fisica, per tenersi in forma e dare figli alla città Stato.
Che cresceva i propri figli per prepararli alla guerra, fino dall'età di sette anni, in cui cominciava l'agogé.

Quando si parla di Atene, viene subito in mente la parola democrazia, termine di origine greca, appunto: eppure dalle pagine del libro emerge quanto questa idea sia abbastanza lontana dalla realtà.
Seppur romanzato, l'autore ha ricostruito in modo fedele l'ambientazione storica del libro: la città era governata da un comitato di saggi e le decisioni più importanti erano prese in assemblee pubbliche (dove potevano partecipare solo gli uomini).
Assemblee dove la folla veniva arringata e governata da oratori che si basavano più sulle emozioni, sulle paure, sui bassi istinti, che non dal raziocinio.
Non era una democrazia nel senso che intendiamo noi oggi e nemmeno nel senso che lo intendeva Socrate: in assemblea si scontravano politici come Pericle e Cleone prima, e l'ambizioso Alcibiade poi.
Sarà un paragone forzato, ma anche oggi non siamo in una situazione diversa, vedendo come i politici di oggi, secoli dopo, si preoccupino di manipolare le masse non per perseguire il bene comune, la giustizia.
“Non mancavano mai i demagoghi disposti a esaltare le passioni del popolo per ergersene a portavoce, con l’unico fine di guadagnare influenza, riconoscimento o potere”.

Anche demagogia è una parola che deriva dal greco, termine che oggi viene spesso associato a populismo e populista. Ovvero del politico che si sente investito direttamente dal popolo e che al popolo fa riferimento, senza corpi intermedi a mediare.
Era una democrazia imperfetta anche quella ateniese, che prendeva decisioni, come quella sulla campagna in Sicilia, a furor di popolo, abbagliati dalle ricchezze che avrebbero defraudato dall'isola.
Dove le persone venivano manipolate dai sofisti nelle assemblee e nei teatri, dove si recitavano le opere di Aristofane, Eschilo ..
«Voglio dire che Aristofane manipola la folla in teatro con la stessa abilità di Cleone in Assemblea, se non meglio.»

E Socrate che fine ha fatto? Rimasto sullo sfondo, incontriamo il filosofo mentre usa la maieutica per porre domande e portare i suoi interlocutori sul sentiero della sapienza e della conoscenza. Lo vendiamo vestire l'armatura da oplita nelle battaglie delle guerra a Sparta, lo vediamo crescere il figlio dell'amico Eurimaco, Perseo, quando costui viene a mancare.
Nell'ultimo capitolo si celebra il famoso processo a Socrate, che Chicot ci mostra portandoci all'interno della gremita assemblea che lo deve giudicare.
Per i reati di corruzione nei confronti dei giovani e per aver negato l'esistenza degli Dei.
«Il principale accusatore è Meleto, il poeta. Ma oltre a lui ci sono l’oratore Licone e Anito, il padre di Antemione». Perseo si affrettò a intervenire. «Anche se è Meleto a esporsi di più, siamo sicuri che il vero istigatore sia Anito».

Accuse mosse per motivi personali, costruite sulla menzogna da parte di Anito, e da cui Socrate si difende usando la sola arma che possiede. L'arte di porre domande alla persona che ha davanti per smontarne le teorie e portarlo, lungo il sentiero del dubbio, verso una direzione di verità.
Dopo che era stato indicato come il più sapiente degli uomini aveva interrogato politici, indovini (l'arte divinatoria aveva molta importanza nell'antica Grecia), artigiani e rinomati sofisti:

«Allora compresi perché il dio mi avesse indicato come l’uomo più sapiente: tutti i presunti tali che avevo interrogato erano ignoranti [..]
mentre io ero sempre stato consapevole della mia ignoranza e, almeno in questo senso, ero più sapiente di loro».

So di non sapere, la più grande massima di Socrate che Platone ci ha tramandato nell'Apologia: ovvero la continua ricerca del giusto e del bene, andando a spronare le persone, affinché fossero meno manovrabili, affinché sapessero distinguere cosa sia giusto o meno
«Il dio di Delfi mi ha inviato a voi perché vi sproni ogni giorno. Se mi condannate a morte, penso che non troverete con facilità un altro cittadino che vi stimoli allo stesso modo».

Socrate fu condannato a bere la cicuta, nello sconforto dei suoi amici che cercarono anche, corrompendo le guardie, di farlo fuggire.
Fuga che Socrate non accettò, proprio per non venir meno al rispetto delle leggi e della giustizia:
“Credo che, se al momento della fuga mi si presentassero le leggi in persona, mi direbbero: ‘Dove sono finiti i tuoi discorsi sulla giustizia e sulla virtù?”

L'assassinio di Socrate è un romanzo che racconta la Storia con la S maiuscola, le battaglie, gli assedi, i grandi personaggi, affiancandola alla storia comune delle persone, dalle due parti del fronte.
Uomini che si scrutano dalle fessure degli elmi, sul campo di battaglia, in attesa dello scontro.
Donne che si tormentano per la fame e per l'attesa del proprio uomo al fronte.
Fratelli che si ritrovano, per un gioco del destino, a scrutarsi da lontano sul campo di battaglia e anche sulla pista dell'olimpiade.

Un romanzo di passioni, di odio, d'amore ben raccontato e pieno di dettagli, nella ricostruzione dei luoghi (il santuario di Delfi, quello di Olimpia con l'enorme statua di Zeus in avorio, il Partenone e l'Eritteo..), dei costumi, della vita delle persone nell'antica Grecia.

La scheda del libro sul sito di Salani editori
I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon


12 ottobre 2017

Corruzione e ricatti

Andrea Franzoso era un funzionario di Ferrovie Nord Milano, dentro l'Audit: denunciò le spesse illegali del presidente Achille prima seguendo la via gerachica e poi presentanto un esposto alla procura di Milano.
Ora Franzoso non lavora più per FNM, alla presidenza della holding c'è un'altro manager di nomina politica. Mentre l'ex presidente Achille "rischia" una pena di poco superiore a due anni, per spese pazze contestate che sommano a 500mila euro. 

Questo è quello che succede in Italia a chi fa il proprio dovere, a chi non fa finta di non vedere (come avrebbe potuto fare Franzoso, come aveva fatto il predecessore all'audit), a chi piega la testa.
Non deve sorprendere il dato che oggi viene riportato (senza troppa enfasi) sulla diffusione della corruzione:
La corruzione tocca 1,7 milioni di famiglie. Il picco nel LazioLa richiesta di denaro e favori è più frequente sul posto di lavoro, poi quando si ha a che fare con la giustizia e nel caso di necessità di accedere a prestazioni assistenziali. A 2,1 milioni di famiglie è stato chiesto di fare una visita medica a pagamento prima di accedere al pubblico. Solo il 2,2% denuncia.
Perché denunciare, se quando denunci rischi di perdere il posto, di avere la vita rovinata?
Perché denunciare quando poi lo stato non è credibile (coi condoni, con le leggi ammazza processi, coi processi contro i magistrati dalla schiena dritta)?
Il risultato è che mentre si discute sull'approvazione di una legge elettorale che da stabilità all'esecutivo, i fondamenti del paese diventano ogni giorno meno stabili.
Si vive chinando la testa di fronte alle malefatte di chi sta sopra di noi e di fronte ai ricatti.
Come i ricatti dentro il mondo del lavoro? Vuoi mantenere il posto (ovvero vuoi continuare a vivere in modo semi dignitoso, visto che là fuori di posti di lavoro non ce ne sono)? Allora devi accettare il ricatto, ovvero firmare un accordo peggiorativo: è successo anni fa a Pomigliano per la Fiat FCA (che poi non mantenne gli impegni sui miliardi da investire in Italia), è successo in Alitalia e sta succedendo ora in Almaviva.

Lo racconta oggi Marta Fana (chi se no?) sul FQ:
Da sempre i colossi dei call center vivono di commesse pubbliche, ampi profitti e basso costo del lavoro. Oggi però cercano anche di imporre un modello di relazioni sindacali che ricorda quello del padrone delle ferriere: se il meccanismo non piace, scattano licenziamenti collettivi e trasferimenti coatti. Come nel caso dei lavoratori Almaviva di Milano, che fino al 30 settembre si occupavano della gestione dei call center di Eni. Scaduto il contratto, il colosso petrolifero controllato dallo Stato ha deciso di non rinnovare l’accordo dichiarando di voler “internalizzare il servizio”. Se desse l’appalto ad aziende che delocalizzano violerebbe il codice di autoregolamentazione fatto sottoscrivere dal ministero dello Sviluppo, ma nessuno lo sa perché non ha dato alcun dettaglio ai sindacati, che hanno chiesto invano informazioni al ministero.
Almaviva ha colto l’occasione per proporre a tutti i 440 dipendenti della sede di Milano – non solo ai 110 della commessa Eni – un accordo che prevede il controllo individuale a distanza, la cassa integrazione a zero ore, gli straordinari non pagati e il pieno dominio su organizzazione del lavoro e turni, da stabilire mensilmente a livello individuale. Un peggioramento delle clausole previste del contratto nazionale, ma legale grazie al decreto Sacconi del 2011.
Queste condizioni “non negoziabili” sono state accettate solo dal sindacato più rappresentativo, la Cisl, ma l’accordo è stato bocciato a larga maggioranza dal referendum dei lavoratori: 322 no, 107 sì e una scheda nulla. Hanno respinto l’accordo nonostante sapessero di rischiare il posto di lavoro. Come in Alitalia e in altre vicende, i dipendenti sconfessano i sindacati confederali e rivendicano la dignità nei luoghi di lavoro e il rifiuto della politica dei ricatti. I lavoratori sapevano che senza accordo avrebbero ricevuto la lettera di trasferimento a Rende, in Calabria. Cosa che infatti è accaduta ieri. Una dinamica già sperimentata in Almaviva che un anno fa licenziò a Roma 1666 lavoratori, rei di aver rigettato con il referendum l’ennesima riduzione di tutele e salari.
La legge concede mano libera ad Almaviva e la sua posizione di forza sul mercato gli permette di continuare ad aggiudicarsi commesse pubbliche. All’indomani dei licenziamenti collettivi di Roma, l’azienda si è aggiudicata, in raggruppamento temporaneo d’impresa, un appalto Consip del valore complessivo di 850 milioni di euro.
Il settore pubblico esternalizza servizi a chi non fa che competere al ribasso sui diritti dei lavoratori, utilizzando quando conviene trasferimenti coatti e licenziamenti quando invece lo Stato dovrebbe essere in prima fila a garantire il rispetto dei diritti tutelati dalla Costituzione.

PS: ai macchinisti di Ferrovie dello Stato che conducono i treni merci è stato proposto un premio se saltano la pausa pranzo per evitare ritardi.
Come Mimì, il protagonista del film "La classe operaia va in Paradiso", stiamo tornando al cottimo.

I difensori per interesse della Costituzione

Quanti difensori della Costituzione per interesse personale abbiamo oggi!

Tra questi scopriamo l'emerito presidente Napolitano che rimbrotta Gentiloni per il voto di fiducia per la legge elettorale voluta dal pd renziano: fiducia che
"posta in blocco dal governo sulle parti sostanziali del testo prima che si aprisse il confronto sugli emendamenti all'articolo 1, non mi resta che la sola possibilità di intervenire in Senato nel corso del dibattito in Assemblea sulla fiducia. Ed è ciò che intendo fare, anche per mettere in luce l'ambito pesantemente costretto in cui qualsiasi deputato oggi, o senatore domani, può far valere il suo punto di vista e le sue proposte, e contribuire così alla definizione di un provvedimento tra i più significativi e delicati". 
Proprio il padre delle grandi riforme (bocciate il 4 dicembre) che avrebbero trasformato il Parlamento in un dopo lavoro o quasi, difende il dibattito parlamentare?
Difensori della Carta (ma sulla carta) anche Gentiloni, presidente del Consiglio che dovrebbe sapere come la legge elettorale è materia del Parlamento, non solo di alcuni capipartito. Legge elettorale nata da un accordo che esclude il maggior partito di opposizione.

Ieri in piazza a protestare contro il Rosatellum si trovavano fianco a fianco le opposizioni: dai forconi del generale Pappalardo che "in nome del popolo" arringava la folla per prendere l'assalto alle Camere.
In piazza anche i no-vax e i 5 stelle con Di Maio, l'uomo secondo cui le ong sono taxi del mare, il candidato Presidente che ha intimato ai sindacati di riformarsi o ci pensiamo noi.
Il partito che avrebbe aperto le Camere come un apriscatole e che sceglie i vertici e i candidati a colpi di pochi click.

Povera Costituzione, quanti difensori per interesse.

11 ottobre 2017

Un bel favore al m5s

Lo ius culturae non poteva essere approvato – disse il ministro Alfano alla festa de l'Unità – perché, nonostante sia nei valori e nel programma, sarebbe un favore alla Lega di Salvini.
La legge sui vitalizi, che li aboliva, è rimasta ferma alla Camera. Bloccata dalla stessa maggioranza che l'aveva approvata alla Camera.
Non c'è il reato di tortura, non si è discusso della legge sulle droghe leggere, una legge sulla regolamentazione delle lobby e sul conflitto di interesse.
Verrà invece approvata,presumibilmente con voto di fiducia, la nuova legge elettorale, ilRosatellum bis: in molti hanno ricordato i tristi precedenti di legge elettorali approvate con la fiducia nel passato.
Mussolini per le elezioni del 1924, De Gasperi nel 1953 e Renzi nel 2015. Ora Gentiloni nel 2017.

Usando le stesse parole dell'alleato Alfano, un bel regalo al Movimento 5 Stelle di Grillo (già sceso in piazza), che su questa legge, fatta apposta per penalizzarli, baserà la loro campagna elettorale.
Una legge che farà incrementare le liste civetta per raccogliere voti da portare ad una coalizione. Una legge elettorale mezzo e mezzo, con liste bloccate e nominati.
Una legge elettorale che ha trovato tutti d'accordo anche quel PD che, beh erano tanti anni fa, dopo il porcellum invocava il ritorno alle preferenze.

E ora si ritroverà in Parlamento a chiedere il voto di fiducia ai berlusconiani come Brunetta, alla lega di Salvini oltre che ai fidati verdiniani.

Vi ricordate quando i renziani zittivano i sostenitori del no dicendo, ma non vi vergognate di votare come Salvini? Eccovi serviti.
Una legge elettorale, approvata con la fiducia e a pochi mesi dalle elezioni.
Eravamo una repubblica parlamentare, ora siamo altro.
Zagrebelsky nell'intervista a Silvia Truzzi:

Immaginiamo che si approvi una nuova legge elettorale in prossimità del voto e che questa legge sia incostituzionalissima, addirittura per contrasto evidente con i precedenti della Corte costituzionale. Le procedure non consentirebbero di rivolgersi a essa in tempo utile. Si voterebbe con quella legge e le nuove Camere resterebbero in carica tranquillamente, ma incostituzionalmente, in virtù del principio di continuità, già evocato in passato. Non ci si è resi conto per tempo di questa assurdità: la Corte costituzionale ha dato la mano per prima, poi sono venuti i commentatori e i politici eletti che, comprensibilmente, avevano tutto l’interesse a terminare il mandato parlamentare. Con la conseguenza aberrante che le sentenze della Corte non hanno sortito effetto e il gioco può essere ripetuto all’infinito: basta votare la legge quando non è più possibile ricorrere contro i suoi vizi.

10 ottobre 2017

Cambiare il futuro

L'unica via per mantenere la produzione è abbassare diritti e salari: questo ci ripetevano economisti e finanzieri.
Via l'articolo 18, si agli sgravi per assumere e stipendi bassi per neoassunti, altrimenti le aziende scappano.
Ma se si abbassano salari e si tolgono diritti saranno le persone a scappare, finché possono cambiare città/paese.
A questo punto, una volta trasformata l'Italia nella Polonia (o nella Cina) del sud Europa, a chi vendiamo i prodotti italiani? 
Puntiamo solo sull'export? Sulla ristorazione? Tutti camerieri come vorrebbe Briatore?

Dove occupiamo le persone in esubero a Taranto o Genova? E quelle della Perugina, di Almaviva (che risparmiando sui salari riesce ad accumulare risorse per spostare i call center all'estero)?
E, soprattutto, chi si sta preoccupando del loro futuro nei palazzi?
Il partito di Renzi? Quello del jobs act che non piace nemmeno al ministro Calenda?
Oppure il centro destra che in questi anni si è visto applicare (o cercare di applicare) le sue riforme?
Il governo magari, che a breve metterà la fiducia sulla legge elettorale (chissà se questa volta FI parlerà di fascismo renziano)?
Nemmeno possiamo illuderci di Pisapia, forte del suo non partito (che si spera superi il 3%), o degli altri partiti a sinistra del PD.

Ecco, mentre nel palazzo si preparano un'altra volta a blindare il futuro e le nomine, non trovo nessuno in grado di cambiare in meglio il futuro di migliaia (o milioni) di italiani.