17 ottobre 2019

La bomba, di Enrico Deaglio




Un altro libro sulla strage di Piazza Fontana, la bomba fatta esplodere dal gruppo neofascista di Ordine Nuovo all'interno della banca Nazionale dell'Agricoltura, a Milano il 12 dicembre 1969.
L'inizio della strategia della tensione, la perdita dell'innocenza del paese, la scoperta del volto cupo, opaco dello Stato, il lato nascosto e sanguinario delle istituzioni.

Ma forse l'Italia e le sue istituzioni, innocenti non lo sono state mai: se si pensa ai compromessi col fascismo con cui è nata questa Repubblica, a come i fascisti sono stati lasciati ai loro posti nei gangli del potere (nelle Prefetture, nelle Questure, nelle procure). L'Italia non è mai stata innocente se si pensa alla strage di Portella della Ginestra, alla morte del bandito Giuliano, all'avvelenamento di Pisciotta ..

Cosa potrebbe aggiungere questo altro saggio su Piazza Fontana, a cinquant'anni di distanza? C'è prima di tutto un discorso sulla memoria persa, quella delle 17 vittime, della lunga trafila dei processi durati anni e senza nessun colpevole (almeno per la giustizia) e con le parti civili costrette pure a pagare le spese legali. C'è la memoria dei processi spostati da Milano a Catanzaro, perché il signor procuratore dell'epoca (De Peppo si chiamava) temeva tumulti per colpa dei facinorosi di sinistra (specie dopo l'omicidio del commissario Calabresi), e così le famiglie delle vittime furono costrette a farsi migliaia di chilometri per assistere alle udienze, nell'Italia di allora.
C'è la memoria dei depistaggi, fatti da uomini dello Stato che avrebbero dovuto preoccuparsi della nostra sicurezza; pezzi dello Stato che invece si preoccuparono di costruire la falsa pista anarchica, di costruire i mostri Valpreda e Pinelli, accusati della strage senza prove e sbattuti in faccia all'opinione pubblica come responsabili della strage; c'è poi la memoria della timidezza con cui la magistratura sposò questa versione di comodo (di comodo per i responsabili della strage, per le loro coperture all'interno del SID, il servizio militare, della polizia, nell'esercito).
Tutti assolti, chi per non aver commesso il fatto, chi per insufficienza di prove.

Nella presentazione di questo libro, l'autore racconta:
quando leggerete quanta protervia, quanta ‘organizzazione industriale’, quanta volgarità venne usata per costruire il falso su piazza Fontana, probabilmente penserete che gli attuali demagoghi non hanno inventato niente”.

Perché un altro libro su Piazza Fontana, vi chiederete allora, se tutto è già stato detto e scritto. Se non c'è più nulla da scoprire.

Perché Enrico Deaglio non entra dentro la storia dei processi, quanto meno non nel dettaglio; nel entra dentro il ginepraio delle prove, delle perizie, degli atti (come per esempio il poderoso libro di Cucchiarelli, che sposa una falsa tesi tra l'altro pure smentita dai magistrati, quella della doppia bomba).
In questo libro verrà raccontato il contesto della strage, sentiremo parlare i protagonisti, quelli morti e quelli ancora vivi, cominciando da Fortunato Zinni, impiegato dellabanca che si salvò dall'esplosione perché chiamato al piano di sopra: Zinni, sindacalista di sinistra in una banca considerata vicina al latifondo agrario di destra, parla esplicitamente delle responsabilità dello Stato
Nel suo magnifico libro di memorie, Piazza Fontana, nessuno è Stato, leggo nell'introduzione: “La vergognosa e irridente tela di Penelope ordita per fare e disfare sentenze, in un allucinante e e incredibile parodia della giustizia, ha di volta in volta messo a nudo: la certezza di impunità dei burattinai del massacro, il cinismo di una classe politica imbelle e complice, la disponibilità di una parte della magistratura ad assecondare il potere, il servilismo di una stampa pronta a credere alle verità ufficiali”. Dove mi colpisce quell'aggettivo – irridente – e quella certezza di impunità dei burattinai del massacro.

Deaglio ci parla di Zinni, delle indagini frettolose e superficiali, dei depistaggi compiuti nelle prime 72 ore, compiuti dalla squadra speciale degli uomini dell'Ufficio Affari Riservati, una specie di polizia segreta nata negli anni 30 per spiare i nemici del regime, costruire fascicoli per ricattare e, all'occorrenza, andare a neutralizzare politici e personalità che potevano creare danno al fascismo.
Furono gli uomini di questa polizia segreta, per anni gestita dall'uomo della CIA Federico Umberto D'Amato, a costruire la falsa pista degli anarchici, ritenuti responsabili di quella bomba e anche delle bombe fatte esplodere in primavera alla Fiera e in estate sui treni.
Furono loro, che di fatto esautorarono la procura e gli uomini della Questura milanese, guidata allora da uno che fascista lo era stato per davvero, Marcello Guida, ex direttore del carcere politico di Ventotene fino al luglioc del 1943
.. dall'isola, ormai deserta, se ne andò anche Marcello Guida che, in quei mesi molto ambigui, "prestò servizio" a Roma. Facile pensare che le sue conoscenze, le sue schedature, i segreti di quei mille confinati se li sia portati con sé, come patrimonio personale. E infatti, invece di essere condannato ed epurato, Guida si salvò dal carcere con l'amnistia Togliatti, anche perché due dirigenti della Resistenza testimoniarono in suo favore. E poi continuò la sua carriera, come se nulla fosse successo. Così si ritrovò a Torino, questore nella città che iniziò il Sessantotto studentesco e le lotte operaie.Fu molto attivo nella repressione, nei pestaggi degli studenti, negli interventi polizieschi ai picchetti. Guida - lo si sarebbe scoperto solo nel 1970 (è il famoso caso del processo per le schedature Fiat rivelato dall'inchiesta del pretore Raffaele Guariniello) - riceveva un assegno di un milione di euro l'anno "per aiuti negli scioperi" per l'azienda automobilistica: schedare, sorvegliare, far licenziare gli operai alla testa degli scioperi. Diventò anche un eroe padronale, il questore. Ferito da una sassata durante una manifestazione davanti agli stabilimenti di Mirafiori, ebbe come premio il trasferimento nella città medaglia d'oro della Resistenza, dove si insediò nell'autunno del 1969, pochi mesi prima della bomba.

Un quadretto niente male, quello che fa Deaglio, di Guida e di Allegra, il capo dell'ufficio politico dentro cui lavorava il commissario Calabresi.
Sono loro che arrestano gli anarchici, ritenendoli membri di una cellula terrorista che a capo ha niente di meno che Feltrinelli.
Sono loro che distruggono le prove (la bomba inesplosa alla banca Commerciale), se ne inventano di false (la pista del vetrino e quella della seconda miccia, usate per incastrare Valpreda).
Sono loro che fanno finta di non considerare le prove che porterebbero a destra (la commessa del negozio padovano che aveva riconosciuto un uomo che aveva comprato una borsa simile a quella inesplosa).
Sono loro che fin da subito, parlano di pista anarchica, imboccando anche i giornalisti che pappagallescamente, ripetono il falso copione.
Sono loro gli uomini responsabili del fermo illegale di Giuseppe Pinelli, il ferroviere che è volato già dalla finestra dell'ufficio di Calabresi.

Dopo tanti anni, ancora non sappiamo come è morta una persona, entrata viva in Questura e uscita morta: non si è suicidato, non si è buttato perché era stato scoperto, come la bugia ripetuta dagli uomini dello Stato in quella stanza di 3 metri per 4.
Un malore attivo come ha detto la sentenza del giudice Ambrosio al termine di un secodo processo (dopo che la prima inchiesta era stata subito archiviata)?
Non lo sappiamo. Sappiamo solo del fango gettato addosso ad una persona innocente.
Lo stesso che è successo a Valpreda, la bestia umana, il ballerino anarchico con la passione per le bombe, con cui sfogare la sua rabbia per quella malattia alle gambe:
Noi oggi parliamo tutti i giorni di fake news, del potere manipolatorio dei social media, di "macchine del fango": il "trattamento Valpreda" di mezzo secolo fa resta un modello inarrivabile.Per dare un'idea dei toni, ecco un famoso "ritratto del mostro" pubblicato dal Corriere d'Informazione, edizione pomeridiana dell'organo ufficiale della borghesia italiana, il Corriere della Sera, all'epoca diretto dal leader del partito repubblicano, professore Giovanni Spadolini. 
Titolo: La furia della bestia umanaSvolgimento: 
"la bestia umana che ha fatto i 14 morti di piazza Fontana e, forse, anche il morto, il suicida, di via Fatebenefratelli, è stata presa, è inchiodata … non la dimenticheremo mai, la bestia che ci ha fatto piangere … ora si comincia a respirare … Il massacratore si chiama Pietro Valpreda, ha 37 anni, mai combinato niente in vita sua, rottura con la famiglia; soltanto una vecchia zia, che stira camicie e spazzola cappotti, gli dà una mano; viene dal giro forsennato del be-pop, del rock; un giro dove gli uomini sono quello che sono e le ragazze pure. S’è dimenato sulle piste delle balere fuori porta e sotto le strade del centro, faceva il boy, uno di quei tipi con le sopracciglia limate e ritoccate a matita grassa che fanno ala, in pantaloni attillatissimi, alla soubrette… un mestiere corto, infelice, di pochi soldi… Di più questo refoulé si ammala. Il sangue non gli circola più normale nelle arterie delle gambe… un passo dietro l’altro, Pietro Valpreda si avvia a diventare la bestia … Chissà come si incolla, come coagula questa sciagurata umanità: parlano, parlano, fanno finta di leggere o d’aver letto, si ritrovano oziosi nei caffè, giocano a scopa, si ubriacano, ogni due o tre settimane presentano ai compagni una "moglie" nuova, scendono in piazza obbedendo a un misterioso ordine di rendez-vous, qualche volta, anzi spesso, hanno guai con la polizia … Così nasce un Pietro Valpreda. Da questo entroterra arriva il massacro".

E lo stesso fango arrivò addosso al teste chiave, il professor Lorenzon che raccontò ai giudici le confidenze raccolte da un suo amico, quel Giovanni Ventura, amico di Franco Freda (entrambi ritenuti responsabili della bomba ma non più condannabili per il principio del no bis in idem). Ventura, davanti a Lorenzon, si vantava della bomba nella banca e anche delle altre bombe, di cui gli anarchici erano stati ritenuti responsabili.
Erano così sicuri della loro impunità, i fascisti di Ordine Nuovo, che nemmeno si preoccupavano di nascondersi.
Chi si doveva nascondere fu Lorenzon, professore e segretario della DC del suo paese nella provincia trevigiana: perché a protezione di Ventura si mosse perfino la DC Veneta (la madre di Ventura era una figura di spicco), la stampa locale.

Che Italia era quella degli anni sessanta settanta?
Era l'Italia della strategia della tensione, che voleva dire tenere fermo l'asse politico del paese al centro, anche usando formazioni fasciste come Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale, in contatto con uomini delle forze dell'ordine, dell'esercito, dei servizi (come Guido Giannettini, l'agente Z), in un rapporto quasi alla pari.
Significava fermare ad ogni costo l'avanzata delle sinistre, impedire la crescita del Partito Comunista con ogni mezzo, anche illegale (l'infiltrazione dentro le formazioni di sinistra, le operazioni sporche come le bombe fasciste addossate agli anarchici), destabilizzare il paese, far crescere la paura di un golpe militare, per creare paura e stabilizzare il paese. Al centro.
Tutto questo è successo veramente.
Non è vero che della bomba, dei depistaggi, dei responsabili della strage non sappiamo niente.
“Io so, ma non ho le prove” - così scriveva Pasolini nel suo celebre articolo uscito nel 1974 sul Corriere.
Dal 1969 noi sappiamo molte cose, nonostante tutto, nonostante quei pezzi marci dentro lo Stato: prima di tutto c'è stata quella folla, silente e stretta attorno alle bare delle vittime, quella mattina del 17 dicembre, il giorno dei funerali.
Quella folla, dell'Italia onesta e innocente hanno forse salvato l'Italia dalle leggi d'emergenza, dai colonnelli.
Ci sono stati quei giornalisti, quegli amici di Licia Pinelli che alla pista anarchica, al suicidio di Pinelli, “morto innocente”, l'uomo che vola dalla finestra nel famoso quadro di Baj, non ci volevano credere proprio.
Da giornalisti veri come Camilla Cederna e Corrado Stajano è nato il libro, La strage di Stato. Quello Stato che aveva il volto addolorato di Rumor, di Moro (che nella prigione del popolo raccontò alle BR della strategia del SID, dei suoi sospetti contro Andreotti, del suo timore di finire arrestato ..).
E poi, a metà anni 90, dopo la fine della prima Repubblica, dopo le bombe della mafia, dopo la sentenza di assoluzione per la strage in Cassazione, finalmente si scoprì qualcosa di nuovo: in un magazzino del Viminale abbandonato fu scoperto parte dell'archivio dell'Ufficio Affari Riservati, da cui partì un nuovo filone di indagine da parte dei magistrati Pradella e Meroni, che, per avere quei documenti dovette rivolgersi all'allora ministro dell'Interno Napolitano.
Pradella e Meroni cominciarono i loro interrogatori al Palazzo di Giustizia di Milano trovando la conferma del ruolo attivo che gli Affari Riservati ebbero prima e dopo la strage di Milano. Per il "dopo" i diversi componenti del gruppo (Alduzzi, Carlucci, Mango, Catenacci tutti stagionati agenti segreti felicemente in pensione) confermarono di essere arrivati a Milano poche ore dopo la strage e di aver esautorato fisicamente se poliziotti sia i magistrati locali; per il prima le loro deposizioni - e le carte trovate in via Appia - pur tra reticenze e scaricabarile confermarono che sia Pinelli sia valpreda erano stati prescelti da tempo come due Capri espiatori per le bombe del 12 aprile; che gli Affari Riservati avevano una spia tra gli anarchici di Milano, "Anna Bolena" (nome in codice che stava per anarchico di Bollate, tale Enrico Rovelli titolare di una discoteca gestito in comproprietà da Russomanno e dal commissario Calabresi), che però non gli aveva detto niente di fondamentale anche perché c'era poco da dire; che Valpreda venne indicato come il depositante la bomba ben prima del riconoscimento del tassista e poi ci furono due colpi di scena ...

Ecco, verrebbe anche da indignarsi per quello che si legge, in dichiarazioni ufficiali di uomini dello stato, eppure anche questo è successo: già a metà anni novanta sapevamo tutto, senza bisogno di arrovellarsi sulle persone presenti nell'ufficio di Calabresi, sulla dinamiche della morte di Pinelli, sul depistaggio:
Antonio Pagnozzi, all'epoca funzionario di polizia addetto all'ordine pubblico .. confermò che gli uomini di Russomanno governavano tutto, che da Roma venne subito ordinato di arrestare almeno 150 persone ("e siccome non riuscivamo a fare il numero, andammo alla Stazione Centrale e facciamo una retata") e poi con naturalezza, disse: "Allegra (il capo dell'ufficio politico) e Russomanno erano sempre insieme soprattutto nel periodo immediatamente successivo ai fatti di Piazza Fontana e ricordo perfettamente che Russomanno, non avendo una propria stanza, utilizzava la scrivania locata nell'ufficio di Allegra".[..]Il secondo colpo di scena non regalò sempre proprio Silvano Russomanno, l'ex manovratore della contraerea nazista ed ex numero due dei servizi segreti. Dai verbali dell'interrogatorio appare possibile che l'uomo - 73 anni, in pensione che si dichiara alla dottoressa Pradella "psicologicamente a disagio per il suo passato" - abbia avuto ad un certo punto un calo di difesa di fronte alle contestazioni; il suo interrogatorio durò 3 giorni. Il risultato: una frase tra virgolette "Io c'ero la notte che è morto Pinelli". Il verbale non aggiunge altro. Non so immaginare che cosa sia successo dopo in quella stanza, so però quello che non ci fu. Non ci fu un titolo di questo genere sui giornali del giorno dopo "Scoperta la verità sulla strage di piazza Fontana. Furono gli affari riservati organizzarla i responsabili hanno confessato".Peccato. Forse i tempi non erano maturi

In Italia, il 12 dicembre 1969, è avvenuto un golpe compiuto da pezzi di magistratura, polizia e servizi segreti, che ha fatto a pezzi la Costituzioni, i diritti sanciti, il codice penale (pure quello dell'epoca).
Un piccolo colpo di stato all'interno della guerra fredda, che poi verrà riproposto ai tempi del sequestro Moro e, come cerniera tra prima e seconda repubblica, ai tempi delle bombe della mafia negli anni 1992 e 1993.
E' un brutto quadro, quello che ci dipinge Enrico Deaglio sul nostro paese: un paese dove ci si inchina tutti quanti al potere (informazione, magistratura, polizia e carabinieri), non quello giusto, non il potere dello Stato, ma solo alla legge del più forte.
Una legge del più forte che si riscrive la realtà, portando gli italiani non più nel paese reale, ma in un mondo parallelo:
Se si paragonano questi argomenti - i depistaggi, la conduzione in concreto di grande indagini, la possibilità di manipolazione di perizie, dati, testimonianze, l'anormale corruzione quotidiana degli uffici - e lì si mette a confronto con i grandi misteri della nostra storia repubblicana, l'effetto e vertiginoso: ovunque ci sono universi paralleli, specchi che si guardano, verità opposte. Da Portella della Ginestra a Piazza Fontana, da Brescia a Bologna a Palermo, dal sangue sui muri della caserma di Bolzaneto, alle stanze vuote imbiancate di casa Riina; le verità si formano e si disfano senza più autorità, davvero figlie del tempo.

PS: chissà se per questo anniversario il quadro di Enrico Baj “I funerali di Pinelli”


La scheda del libro sul sito di Feltrinelli
I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

Su evasione, povertà e disuguaglianze

Manette si o manette no, sull'evasione?
Alziamo le pene, mandiamo gli evasori in carcere oppure puntiamo tutto sul recupero dell'evaso?

Tutta questa discussione ci distoglie forse dalla domanda vera: ma perché le attuali norme non sono efficaci?
Ogni anno, ad ogni manovra, spunta un condono, una rottamazione, una scappatoia.
I controlli sull'evasione sono pochi.
La piccola evasione conviene a chi la fa, a chi la consente (gli evasori votano, come pure commercialisti e via discorrendo) e talvolta a chi la subisce (fanno 100 euro senza fattura ..).
La grande evasione, che passa per paradisi fiscali, è complicata da scoprire ed è pure complicato recuperare i soldi: qui vicino a noi abbiamo l'esempio di Malta, paradiso fiscale per le società di giochi online.

Infine i giganti del web, da Google ad Amazon a Facebook, così grandi da sfidare le democrazie.
Intoccabili, perché l'Europa su questo fronte è disunita, per i no di Trump (Marco Palombi sul FQ racconta però che "l’anno scorso ha emanato una legge per far rimpatriare gli utili d’impresa che alle sole grandi Web&Software è costata 17 miliardi una tantum").

Andiamo avanti così, a discutere di manette, di soglie del contante (ma voi per pagare il piccolo artigiano, per pagare l'idraulico, avete bisogno di più di mille euro contanti?) ancora per molto?
Il tema dell'evasione non è solo un discorso di reati e di pene (poi qualcuno mi spiegherà perché se si aumentano le pene per il delitto stradale va bene, mentre se si aumentano le pene per l'evasione no): riguarda la nostra democrazia, gli stati sotto ricatto delle multinazionali del web, che devono poi sottostare all'austerity e dunque tagliare i fondi per sanità e scuola.
L'evasione ha a che fare con l'aumento delle disuguaglianze, con l'aumento della povertà.

Chiaro che alla nostra destra la lotta all'evasione non interessi (e viene da chiedersi se ai 5 stelle interessa davvero o è solo uno slogan), ma che non interessi nemmeno la sinistra è drammatico.

16 ottobre 2019

I due Matteo e lo scenario del Truman show

Ieri sera i due Matteo si sono incontrati nel primo (e temo non ultimo) faccia a faccia nella trasmissione Porta a Porta: i due personaggi del Truman Show politico che si incontrano nel tempio del Truman show giornalistico.
L'informazione dell'effimero che si sceglie i politici, che contribuisce alla loro costruzione, alla costruzione della loro immagine di vincenti, popolari, ineffabili.
Matteo l'uomo del popolo che ad agosto ha fatto saltare il suo governo, l'uomo del rispetto delle leggi che ancora deve spiegare i rapporti della Lega con Arata e con Nicastri, dell'inchiesta sulla presunta corruzione in Russia (il caso Savoini).
E Matteo il fu rottamatore, l'uomo che doveva cambiare il PD, il paese, l'Europa e che verrà ricordato per le promesse non mantenute, per essere passato dal 40% alle europee al partitino Italia Viva che oggi sta imbarcando ex PDL e Forza Italia svelando la vera natura politica.

Daniela Ranieri, come promemoria del personaggio, oggi ci ricorda alcuni suoi post su internet

“La posizione di Zingaretti sull’accordo con 5S è molto ambigua. Noi non possiamo fare l’accordo con chi mette in discussione i vaccini #senzadime” (Renzi, 25.9.2018). “Oggi i giornali rilanciano accordo coi Cinque Stelle. Penso a Di Maio/Gilet Gialli, Di Battista contro Obama, Lezzi sul PIL, Taverna sui vaccini, scie chimiche, vaccini, Olimpiadi, Tav, allunaggio. E ripeto forte e chiaro il mio NO all’accordo con questi #SenzaDiMe” (12.7.2019). “La mia risposta a chi vuole fare accordi con i Cinque Stelle ‘per difendere insieme certi valori’. Perché io sono contrario a questo accordo #SenzadiMe” (17.7.2019). “È Gentiloni che ha fatto passare il messaggio di una triplice richiesta di abiura da parte del Pd ai 5Stelle. Il modo in cui lo spin è stato passato è un modo finalizzato a far saltare tutto” (23.8.2019).No comment. 
“Ma non ci penso proprio ad uscire da un partito che è il mio partito. Poi non starò mai in un partito che fa l’accordo coi Cinque Stelle” (Renzi, 23/7/2019). “Fare un nuovo partito non è una questione all’ordine del giorno. Roba da addetti ai lavori, fantapolitica. Io ho scelto di fare una battaglia culturale dentro la politica italiana. Continuerò a farla da senatore che ha vinto il suo collegio” (2.2019).Come s’è appreso, l’en plein della frottola. 
“Diamo un hashtag: #enricostaisereno. Vai avanti, fai le cose che devi fare. Io mi fido di Letta, è lui che non si fida. Non sto facendo manfrine per togliergli il posto” (16.1.2014).È la ur-fandonia, la sovra-fake news al cui cospetto ogni altra impallidisce. 
“È del tutto evidente che se perdo il referendum, considero fallita la mia esperienza in politica ” (29.12.2015). “Ho già preso il solenne impegno: se perderemo il referendum lascio la politica” (15.1.2016). “Se non passa il referendum, la mia carriera politica finisce. Vado a fare altro” (11.5.2016). “Se perdo il referendum, troveranno un altro premier e un altro segretario” (1.6.2016). “O cambio l’Italia o cambio mestiere” (2.6.2016). “Tre anni fa la #Brexit. La realtà dimostra che tutta la campagna elettorale si basava su #FakeNews: le bugie ti fanno vincere referendum ma poi sono i cittadini a pagare i danni” (Renzi, 24.6.2019).La realtà dimostra che non sempre le bugie ti fanno vincere i referendum.

I due Matteo, più presenti sui social che nel paese reale.
Di cui forse non conoscono la piaga del caporalato (ieri diversi arresti in Puglia), degli imprenditori meschini che sparano ai propri braccianti (immigrati) perché lavorano poco.
Il paese dove un ragazzo entra in una caserma dei carabinieri e, dopo diversi giorni e diversi trasferimenti anche in ospedali, muore.
Il paese dove si fanno le foto opportunity con dittatori, per poi chiedere l'embargo contro la Turchia dopo l'intervento in Siria di Erdogan.
Il paese dove prima gli italiani, ma solo se si tratta dell'invasione degli immigrati islamici (che non c'è), del disco rotto degli sbarchi, dei porti chiusi.
Prima gli italiani ma mai una volta che abbiano fatto qualcosa per le scuole che crollano, per la sanità in crisi, per o giovani senza lavoro, futuro, domani.

15 ottobre 2019

50 anni da Piazza Fontana - il mostro sbattuto in prima pagina

Non abbiamo inventato niente: le fake news, l'inquinamento dell'informazione, i mostri da sbattere in prima pagina (da Carola Rackete a Greta, agli immigrati che ci stanno invadendo).
Il saggio di Enrico Deaglio su Piazza Fontana racconta anche questo: come un pezzo dello Stato italiano (l'ufficio affari riservati del Viminale, un pezzo di magistratura, buona parte del mondo giornalistico compiacente col potere) inventò la falsa pista degli anarchici e in particolare vestì da pupo quel ballerino anarchico milanese, Pietro Valpreda.
La bestia umana.

Certo, una volta era più semplice: c'erano solo pochi telegiornali nel 1969 ed erano tutti lottizzati dai partiti e in particolar modo dalla Democrazia Cristiana (il partito di Moro ma anche di Taviani, Cossiga, Andreotti, Rumor).
Niente blog, niente social, il giornalismo indipendente nacque proprio in quei giorni, in risposta alla pista rossa, all'anarchico Pinelli che, scoperto, si era buttato dalla finestra dell'ufficio di Calabresi in un balzo repentino (dentro una stanza di 3 metri per 4, con dentro 6 persone).
Noi oggi parliamo tutti i giorni di fake news, del potere manipolatorio dei social media, di "macchine del fango": il "trattamento Valpreda" di mezzo secolo fa resta un modello inarrivabile.Per dare un'idea dei toni, ecco un famoso "ritratto del mostro" pubblicato dal Corriere d'Informazione, edizione pomeridiana dell'organo ufficiale della borghesia italiana, il Corriere della Sera, all'epoca diretto dal leader del partito repubblicano, professore Giovanni Spadolini.Titolo: La furia della bestia umana 
Svolgimento"la bestia umana che ha fatto i 14 morti di piazza Fontana e, forse, anche il morto, il suicida, di via Fatebenefratelli, è stata presa, è inchiodata … non la dimenticheremo mai, la bestia che ci ha fatto piangere … ora si comincia a respirare … Il massacratore si chiama Pietro Valpreda, ha 37 anni, mai combinato niente in vita sua, rottura con la famiglia; soltanto una vecchia zia, che stira camicie e spazzola cappotti, gli dà una mano; viene dal giro forsennato del be-pop, del rock; un giro dove gli uomini sono quello che sono e le ragazze pure. S’è dimenato sulle piste delle balere fuori porta e sotto le strade del centro, faceva il boy, uno di quei tipi con le sopracciglia limate e ritoccate a matita grassa che fanno ala, in pantaloni attillatissimi, alla soubrette… un mestiere corto, infelice, di pochi soldi… Di più questo refoulé si ammala. Il sangue non gli circola più normale nelle arterie delle gambe… un passo dietro l’altro, Pietro Valpreda si avvia a diventare la bestia … Chissà come si incolla, come coagula questa sciagurata umanità: parlano, parlano, fanno finta di leggere o d’aver letto, si ritrovano oziosi nei caffè, giocano a scopa, si ubriacano, ogni due o tre settimane presentano ai compagni una "moglie" nuova, scendono in piazza obbedendo a un misterioso ordine di rendez-vous, qualche volta, anzi spesso, hanno guai con la polizia … Così nasce un Pietro Valpreda. Da questo entroterra arriva il massacro".
La bomba - Enrico Deaglio Feltrinelli
I politici di oggi, i loro portavoce, i loro responsabili per i social, non hanno inventato nulla.
E non pensate che sia qualcosa che non ci riguarda più, che non ha attinenze col passato, la storia del mostro.
Perché è successo nuovamente con la strage di via D'Amelio, con la falsa pista Scarantino confezionata ad arte da una squadra di superpoliziotti (la squadra del vicequestore La Barbera) che aveva lavorato stretto con pezzi del Sisde (il Sisde di Contrada) e con quella magistratura che, in tre gradi di giudizio aveva creduto a Scarantino (un piccolo spacciatore).

Presadiretta – vertenza Italia

Ultima puntata della stagione di Presadiretta dedicata all'AIDS, ai nuovi sieropositivi, giovani che fanno sesso senza la percezione del rischio.
E poi un servizio sulle varie crisi industriali oggi aperte.

Spezziamo la catena sull'AIDS

l'HIV è stata la peste del ventesimo secolo: fino al 1999 quando a Vancouver la comunità scientifica annunciò la scoperta di farmaci che curavano la malattia.
Così, passata la crisi, le persone hanno smesso di prendere quelle precauzioni quando fanno sesso: oggi, ogni giorni ci sono 10 nuove diagnosi, significa che il virus in Italia c'è e che per questo la gente si ammala e muore.
Il virus dell'HIV è subdolo, non dà sintomi inizialmente, se non si cura per tempo: può essere asintomatico fino a 10 anni.
I farmaci oggi danno aspettative di vita buone, ma vanno presi tutti i giorni affinché la terapia sia efficace: in Italia la cura all'AIDS si fa bene, racconta il professor Gori, dell'Anlaids, cura che viene fatta con fondi pubblici.
“Il nostro problema dal punto di vista epidemiologico sono le persone che non sanno di essere sieropositive e se ne accorgono troppo tardi” - racconta alla giornalista Sabrina Carreras Andrea Gori: questo è il nostro problema, raggiungere le persone che nemmeno sospettano di essere sieropositivi anche se hanno avuto rapporti sessuali a rischio.

E' un problema che non riguarda solo gli omosessuali, ma in base alle statistiche la maggior parte delle infezioni riguarda persone eterosessuali. Ma ci si vergogna, della sieropositività, si preferisce far finta di niente.
Molti non sanno che se si è in cura non si è contagiosi, non si trasmette nessun virus.

Bisogna rompere la catena del contagio, come? I volontari di Arcigay portano i test per l'HIV fuori dalle discoteche, nei locali.
E poi nelle scuole, parlando di sessualità, come han fatto al liceo Volta a Milano.
Sempre a Milano si trova il Check point Milano: qui fanno profilassi pre esposizione, la Prep, due farmaci che impediscono al virus di attecchire.
Si deve essere certi di non avere il virus in atto.

A Roma c'è l'istituto Spallanzani: il professor Girardi parla del suo obiettivo, 90 – 90 – 90, raggiungere il 90% dei contagiati che ancora non lo sanno, far fare il 90% di loro la terapia e salvarne il 90%...

Purtroppo, sull'AIDS, ci sono anche i negazionisti: di AIDS non si muore più perché ci sono farmaci che bloccano il virus – racconta il dottor Burioni, che ha seguito tante storie di ignoranza scientifica, da Stamina ai vaccini: “dovremo insegnare a tutti quanti la differenza tra un'opinione e una verità scientifica”.


Almaviva, Whirlpool, Alitalia, Ilva, le tante crisi del sistema Italia ancora aperte: significa posti di lavoro persi o a rischio, competenze industriali perse.

Il viaggio nelle crisi industriali parte da Taranto, dall'ILVA: due gruisti sono morti nella stessa gru, sul porto di Taranto, a distanza di 9 anni. Sono solo due delle vittime dell'acciaieria, le morti sul lavoro e le morti per l'inquinamento ambientale.
Può l'ex Ilva essere compatibile con l'ambiente?
L'acciaieria è attaccata alla città, vicina al porto che alimenta l'impianto a ciclo integrato: i minerali di ferro e carbone arriva dalle navi e viene lavorato negli altiforni, da cui si produce la ghisa e poi i laminati d'acciaio.

I parchi minerari inquinano per le polveri sottili, assieme agli idrocarburi, la diossina, il piombo: le perizie certificano l'ingente inquinamento dell'Ilva fino al 2011 e le conseguenti malattie contratte dalla popolazione.
Ci sono poi casi superiori alla media regionale, di bambini nati con deformazioni: malattie la cui tendenza è oggi al ribasso per la minore esposizione agli inquinanti e alle emissioni.

A che punto è il piano ambientale? Le strade dell'impianto sono bagnate costantemente, come da prescrizione.
L'80% di queste prescrizioni sono state realizzate dal 2015 al 2018 durante l'amministrazione commissariale: nastri trasportatori chiusi, torri di smistamento sigillate che non disperdono polveri, un'area di discarica separata distinta per rifiuti pericolosi e una seconda per rifiuti non pericolosi.

Ad ottobre 2018 arriva il nuovo gestore, Arcelor Mittal, con un piano di prescrizione da rispettare, che dura fino al 2023: il punto più importante è la copertura dei parchi minerari, per azzerare la dispersione sulla città del particolato industriale.

Arpal sta monitorando la situazione con una rete che monitora l'aria di Taranto: ad oggi rilevano la presenza di inquinanti, sotto i limiti di legge. Ma siamo ancora ad una produzione bassa, va verificato cosa succederà quando l'impianto andrà a regime.
Servirebbe la completa decarbonizzazione dell'impianto..

Secondo Alessandro Marescotti il piano di Arcelor Mittal è insufficiente: è un esperimento senza molte garanzie, fino al 2023 comunque gli impianti non sono a norma.
Andrebbero dunque bloccati, così la multinazionale sarebbe costretta a stringere i tempi per la messa a norma invece si è proceduto di proroga in proroga.

Anche il presidente della regione Puglia pensa che il piano sia vecchio: stanno lavorando ancora col carbone, pur mantenendo nei limiti di legge, potrebbero usare tecnologie più moderne.

E se Arcelor Mittal non accettasse la decarbonizzazione, cosa facciamo?
Secondo il presidente Emiliano si doveva scegliere un altro partner, il governo precedente doveva porre questo vincolo: Calenda, ex ministro, ha risposto alle obiezioni.
Non esistono tecnologie senza carbone, a meno di garantire un prezzo del gas a valore inferiore a quello di mercato, l'altra opzione di Jindal non dava garanzie dopo il 2023.

Che fare per abbattere le emissioni di carbone? Senza carbone si rischia di svuotare l'impianto di Taranto e questo non ce lo possiamo permettere (che è quello che è successo a Piombino).
Fino al 2023 la fabbrica inquinerà: ma il governo ha messo dei vincoli bassi alla produzione che contengono i livelli delle emissioni.

Iacona ha intervistato il Vice Presidente e Amministratore Delegato di ArcelorMittal Italia, Matthieu Jehl, per la prima volta in televisione con un’intervista in esclusiva per PresaDiretta.

Nel piano ambientale per l'ilva è stato messo 1 miliardo e 200 milioni: 300 ml vengono dal tesoretto nascosto dei Riva, il resto sono soldi di Arcelor Mittal.
Alla domanda su come siamo messi, su questo piano di risanamento, il vicepresidente ha risposto che, dal loro punto di vista sono a posto.
I lavori stanno andando avanti, per la copertura, come previsto dal contratto firmato col governo: ma questo è solo la parte visibile dell'iceberg, ma c'è anche una parte non visibile.
Arcelor Mittal sta lavorando su tutti gli aspetti che hanno impatto sull'ambiente – ha spiegato Matthieu Jehl - sulla copertura e sulle polveri diffuse, ma lavoriamo anche su sui camini per trovare una soluzione per le emissioni che escono nell'aria, sul suolo e nell'acqua.
L'idea con questo piano, che è il più ambizioso che avevo mai fatto, come Arcelor Mittal, è arrivare ad un impatto ambientale che sarà il migliore in tutta Europa”.

Il sito di Taranto è il più monitorato d'Europa, vogliono lavorare in trasparenza con Ispra, con Asl e i dati in possesso sono positivi.
La soluzione per la decarbonizzazione la accettiamo, ma Arcelor Mittal ha come data il 2050, perché questo investimento ha tempi lunghi.
Che futuro c'è per la crisi dell'acciaio?
Il vicepresidente ha spiegato che la crisi non è ancora finita, vedremo tra qualche anno.

Arcelor non ha chiesto impunità, ha chiesto di non dover rispondere dei reati commessi nel passato: se saltasse questa copertura legale, Arcelor andrebbe via e dovrebbero tornare i commissari.

Il ministro Patuanelli ha garantito che la tutela penale rimane, anche se l'ultima parola l'ha il Parlamento: la tutela non è nel contratto, ma questa norma esiste già nelle attuali leggi.

Melucci, il sindaco di Taranto, nonostante i miglioramenti della situazione a Taranto si è detto preoccupato dei rischi sanitari sulla popolazione e sui bambini, fino al 2023.
Si aspettava un supporto maggiore da parte di Arcelor Mittal, si dovrebbe pensare ad un impianto più piccolo, senza l'area a caldo.

Dopo l'ex Ilva, il caso Whirlpool, la multinazionale che ha deciso di cedere lo stabilimento di Napoli.
Nessuno, tra gli operai, vuol sentir parlare di riconversione degli impianti: di Whirlpool non si fidano, avendo disatteso gli accordi firmati pochi mesi prima.
La trattativa è saltata, nel mentre del passaggio tra il Conte 1 e 2: la multinazionale vorrebbe vendere l'azienda ad una nuova società, sconosciuta, che si occupa di impianti refrigeranti.
Il ministero dovrebbe fare approfondimenti su chi entra, in una riconversione, per evitare nuovi casi Embraco o ex Fiat a Termini Imerese.

Gli operai sono preoccupati per loro, per il lavoro, per il loro futuro: temono che la parola re industrializzazione ne nasconda un'altra, ovvero de indistrializzazione.
Ovvero deserto industriale, disoccupazione, per i dipendenti della Whirlpool e anche dell'indotto.

14 ottobre 2019

50 anni da Piazza Fontana - chi gestì le finte indagini contro gli anarchici

Più leggo della strage di piazza Fontana, dal saggio di Enrico Deaglio (La bomba -  Feltrinelli editore), più scopro (o riscopro) attinenze col presente e aspetti che, seppur importanti, sono poco noti.

Per esempio la falsa pista sugli anarchici, considerati i responsabili delle bombe scoppiate nella primavera estate del 1969, prima della bomba del 12 dicembre.
La falsa pista fu costruita a tavolino dall'Ufficio Affari Riservati del Viminale e poi gestita dai vertici della questura milanese.
All'epoca diretta dal questore Marcello Guida, a cui Pertini, all'epoca presidente della Camera, si rifiutò di stringere la mano quando si precipitò subito a Milano, per vedere coi propri occhi la scena della tragedia.
Capì subito che quella era una bomba fascista e d'altronde Guida proprio dal fascismo arrivava: negli anni 30 era direttore del carcere fascista di Ventotene, dove erano rinchiusi gli oppositori del regime.
Guida si era distinto per la durezza del trattamento nei confronti degli anarchici, che venivano pure schedati e rubacchiati.

Questo fino al 25 luglio 1943, quando i detenuti furono lasciati liberi per tornare sulla terraferma:
.. dall'isola, ormai deserta, se ne andò anche Marcello Guida che, in quei mesi molto ambigui, "prestò servizio" a Roma. Facile pensare che le sue conoscenze, le sue schedature, i segreti di quei mille confinati se li sia portati con sé, come patrimonio personale. E infatti, invece di essere condannato ed epurato, Guida si salvò dal carcere con l'amnistia Togliatti, anche perché due dirigenti della Resistenza testimoniarono in suo favore. E poi continuò la sua carriera, come se nulla fosse successo. Così si ritrovò a Torino, questore nella città che iniziò il Sessantotto studentesco e le lotte operaie.Fu molto attivo nella repressione, nei pestaggi degli studenti, negli interventi polizieschi ai picchetti. Guida - lo si sarebbe scoperto solo nel 1970 (è il famoso caso del processo per le schedature Fiat rivelato dall'inchiesta del pretore Raffaele Guariniello) - riceveva un assegno di un milione di euro l'anno "per aiuti negli scioperi" per l'azienda automobilistica: schedare, sorvegliare, far licenziare gli operai alla testa degli scioperi. Diventò anche un eroe padronale, il questore. Ferito da una sassata durante una manifestazione davanti agli stabilimenti di Mirafiori, ebbe come premio il trasferimento nella città medaglia d'oro della Resistenza, dove si insediò nell'autunno del 1969, pochi mesi prima della bomba.
Enrico Deaglio “La bomba – Cinquant'anni di Piazza Fontana”.

Le inchieste di Presadiretta – le vertenze industriali


Ora che non è più al Mise, l'onorevole Di Maio non dovrà più occuparsi delle crisi industriali che si è ritrovato sul tavolo nei suoi 14 mesi del governo Conte 1: Alitalia, Whirlpool, l'Ilva a Taranto la Pernigotti ..
Per onestà va detto che molte sono crisi che ha ereditato (e che ha poi lasciato in eredità al ministro Patuanelli).
La storia dell'Ilva, per esempio, parte da lontano, dalla privatizzazione dell'ex Ilva comprata (con un buon affare) dai Riva, famiglia industriale lombarda: mentre l'acciaio usciva dalle acciaierie dello stabilimento generando ingenti profitti ai Riva (finiti anche all'estero) la città si avvelenava, le persone si ammalavano.
Per anni i cittadini di Taranto sono stati posti di fronte al ricatto o il lavoro (qui sono impiegati 10000 persone): per anni i governi hanno firmato decreti salva Ilva che di fatto consentivano ai Riva di continuare ad inquinare, in barba alle regole.
Perché pare che in Italia non si possa produrre, senza uccidere, senza avvelenare terreni, falde, aria.
Quella di Taranto è l'acciaieria più grande d'Europa, occupa 230 km quadrati e dentro ci sono decine di km di strade e ferrovie.
I Riva hanno venduto l'impianto ad Arcelor Mittal, la multinazionale indiana, e Riccardo Iacona è andato ad intervistare i nuovi proprietari per chiedere loro conto sulla nuova gestione.
A che punto è il piano ambientale promesso dalla multinazionale indiana? Può la nuova acciaieria convivere con la città di Taranto (molti dei cittadini avevano chiesto la chiusura degli impianti, posizione inizialmente sostenuta dal M5S).
I camini dell'acciaieria si vedono da ogni quartiere della città pugliese, come anche il grande cantiere per la copertura dei parchi minerari, realizzato da Arcelor Mittal: questo è l'unico impianto italiano a ciclo integrale, si produce cioè il prezioso l'acciaio a partire dalle materie prime, dai minerali che arrivano al porto, ferro e carbone e calcare.
E' proprio dalla lavorazione delle materie prime che si arriva alla ghisa fusa che viene poi trasformata in acciaio e che poi nei laminatoi prende forma per essere venduta sul mercato.
Negli anni il parco minerario non è mai stato coperto, generando polveri sottili che sono finite per decenni, al primo vento, sulla città.
Nella lista degli inquinanti ci sono anche gli idrocarburi policiclici aromatici, la diossina, il piombo, tutte sostanze cancerogene.
Le perizie chimiche fatte e depositate presso la procura della Repubblica di Taranto, per il processo che vede imputati gli ex proprietari dell'Ilva, i Riva, certificano l'ingente inquinamento prodotto dallo stabilimento fino al 2011 e le conseguenze sulle malattie e sui morti.


Per capire cosa sta succedendo ora, le telecamere di Presa diretta sono entrare nello stabilimento; nel corso della puntata parlerà per la prima volta in televisione con un’intervista in esclusiva per PresaDiretta, il Vice Presidente e Amministratore Delegato di ArcelorMittal Italia, Matthieu Jehl
Spiegherà a Iacona e a noi spettatori quali sono i piani dell’azienda per il futuro dell’impianto.

Nel piano ambientale per l'ilva è stato messo 1 miliardo e 200 milioni: 300 ml vengono dal tesoretto nascosto dei Riva, il resto sono soldi di Arcelor Mittal: alla domanda su come siamo messi, su questo piano, il vicepresidente ha risposto che, dal loro punto di vista sono a posto.
I lavori stanno andando avanti, per la copertura, come previsto dal contratto firmato col governo: ma questo è solo la parte visibile dell'iceberg, ma c'è anche una parte non visibile.

Arcelor Mittal sta lavorando su tutti gli aspetti che hanno impatto sull'ambiente – ha spiegato Matthieu Jehl - sulla copertura e sulle polveri diffuse, ma lavoriamo anche su sui camini per trovare una soluzione per le emissioni che escono nell'aria, sul suolo e nell'acqua.
L'idea con questo piano, che è il più ambizioso che avevo mai fatto, come Arcelor Mittal, è arrivare ad un impatto ambientale che sarà il migliore in tutta Europa”.

Oltre che dell'Ilva si parlerà della Whirlpool che ha deciso di chiudere la produzione di lavatrici nello stabilimento di Napoli, mettendo sul tavolo la proposta di una riconversione degli impianti che verrebbero ceduti ad una società svizzera che si occupa di refrigerazione.
C'è poi la vicenda del marchio Pernigotti era finito in mano ad una azienda turca intenzionata a chiudere la produzione in Italia a Novi ligure.

Il secondo servizio della puntata, l'ultima per la stagione 2019, è dedicato all'AIDS: ce ne siamo dimenticati di questa malattia ma secondo l'Istituto Superiore della Sanità ogni anno si registrano 3600 nuove diagnosi di HIV e stiamo parlando solo delle persone che hanno scoperto di essere sieropositive, perché sono andate all'ospedale a fare il test.
“Il nostro problema dal punto di vista epidemiologico sono le persone che non sanno di essere sieropositive e se ne accorgono troppo tardi” - racconta alla giornalista Sabrina Carreras Andrea Gori, direttore del centro malattie infettive del Policlinico di Milano.
Questo è il nostro problema: raggiungere le persone che nemmeno sospettano di essere sieropositivi anche se hanno avuto rapporti sessuali a rischio.
E' fondamentale allora l'informazione oltre che la prevenzione: Presadiretta ha lanciato l'hashtag (su facebook e twitter) #HIVSPEZZIAMOLACATENA, per lanciare una campagna social per stoppare la catena di trasmissione della malattia.

La scheda del servizio: Vertenza Italia
PresaDiretta attraversa la stagione delle vertenze industriali che agitano il mondo del lavoro. Sullo sfondo della manovra economica, lo stato di avanzamento della bonifica dell’impianto dell’ex Ilva di Taranto tra la necessità di tutelare la salute e quella di salvare i posti di lavoro. I tavoli di crisi come quello della Whirpool e l’esempio del Portogallo che ha superato la crisi dicendo no all’austerity. E infine un capitolo speciale della rubrica “Futuro Presente” con un’importante inchiesta sull’Hiv. Pensavamo fosse una malattia degli anni ’80 e invece in Italia ci sono 10 nuove diagnosi al giorno. Come combatterla?

12 ottobre 2019

50 anni da Piazza Fontana – i ricordi di Fortunato Zinni


Continuano le mie letture sul tema del terrorismo nero in Italia, in occasione dei 50 anni dalla bomba alla banca dell'Agricoltura in piazza Fontana a Milano.
Il nostro 11 settembre, la scossa che serviva per fermare l'onda del 68, dell'autunno caldo, le rivendicazioni di studenti, operai e anche impiegati (i bancari avevano appena rinnovato il contratto quel 12 settembre 1969).

Dopo Angelo Ventrone e il suo saggio “L'Italia delle Stragi” tocca al saggio di Enrico Deaglio “La bomba – Cinquant'anni di Piazza Fontana”.
Comincia col ricordo di Fortunato Zinni, impiegato in quella banca, sopravvissuto allo scoppio e alle sue memorie:
Nel suo magnifico libro di memorie, Piazza Fontana, nessuno è Stato, leggo nell'introduzione: “La vergognosa e irridente tela di Penelope ordita per fare e disfare sentenze, in un allucinante e e incredibile parodia della giustizia, ha di volta in volta messo a nudo: la certezza di impunità dei burattinai del massacro, il cinismo di una classe politica imbelle e complice, la disponibilità di una parte della magistratura ad assecondare il potere, il servilismo di una stampa pronta a credere alle verità ufficiali”. Dove mi colpisce quell'aggettivo – irridente – e quella certezza di impunità dei burattinai del massacro.



11 ottobre 2019

Il signore delle maschere Patrick Fogli



La notte sembra tiepida.Nel pomeriggio ha minacciato di piovere, poi un cielo grigio e pesante ha lasciato il posto a un'improvvisa stellata e ora è tutto calmo, in attesa, perfetto.L'uomo indossa solo l'abito talare. E' immobile sotto al portico, guarda la piazza e la folla che riempie ogni angolo nel cerchio delle colonne e lungo la strada. Ha visto arrivare i primi nel pomeriggio, dalle finestre del palazzo Apostolico e ora vorrebbe fissare nella memoria i volti, il colore degli occhi, dei capelli, l'incarnato, conoscere i nomi, quale lingua parlano, i loro pensieri, la loro storia.

Un romanzo di Patrick Fogli è come un viaggio in compagnia di persone che non conosci, per una meta lontana di cui hai solo sentito parlare. Anche se hai timore di quello che incontrerai, non puoi fermarti, non puoi smettere di leggere e arrivare alla fine.
Costruito attorno alla struttura di un thriller, con una caccia all'uomo che ricorda il celebre “Il giorno dello sciacallo”, Il signore delle maschere è un romanzo che parla di vite vissute, di vite inventate anche se verosimili, di vite strappate e di vite che sarebbero potute diventare.
Vite che si ispirano alle storie prese da diversi romanzi (Borges, Carrere, Cunningham) e pure da film (Il cielo sopra Berlino, Roma città aperta).

Il signore delle maschere è un uomo capace di indossare mille maschere e diventare mille persone diverse senza essere mai nessuna di queste.
Maschere indossate per uccidere le sue vittime, lasciando un'antica moneta romana sul luogo del delitto come firma personale.
Sono le monete per il barcaiolo che trasporta le anime all'inferno, come ha raccontato Dante nella sua Comedia, ed è per questo che la squadra dell'antiterrorismo che da anni lo sta inseguendo lo ha chiamato Caronte.
A volte si chiede chi sia il cacciatore e chi la preda”.

Caronte non un killer di professione, forse è più simile ad un terrorista che insegue un suo ideale insanguinato di giustizia per colpire i suoi obiettivi, in modo implacabile e sfuggente: nelle prime pagine lo vediamo entrare in Vaticano e arrivare ad uccidere il papa ed andarsene via indisturbato.
Per andare poi ad acquistare delle vecchie mappe da un collezionista (cosa dovrà farci? Qual è il suo obiettivo?)
Addio, mister White. Forse ci rivedremo, prima o poi”. 
Caronte si limita ad un lieve cenno del capo.Potrebbe succedere, pensa, dal momento che non ti ucciderò. 
Combatto i mulini a vento” dice. “Ecco qual è il mio lavoro. Solo che i miei, quasi sempre, finisco per sconfiggerli”.

Laura è la seconda protagonista: un passato di cui sappiamo poco, se non dei tanti abbandoni; un futuro che immagina pieno di rimpianti per delle scelte fatte.
Rimpiangerò le liti con mio padre e pregherò un dio a cui non riuscirò a credere nemmeno allora, perché mi restituisca il tempo che ho buttato a rivendicare l'indipendenza, invece di lasciarmi guidare, a diventare me stessa invece della figlia che avrebbe voluto.
Un presente vissuto attraverso due facce distinte.
La faccia dell'insegnante di lettere, severa coi suoi alunni.
La faccia di Arianna, il primo anello di una catena di una misteriosa organizzazione che ha lo scopo di far sparire le persone che desiderano lasciare la faccia della terra.

Anche qui torniamo al tema del libro: inventarsi vite, inventarsi un passato, delle storie, dei personaggi: è questo il compito di Laura, o Arianna, sincerandosi che non siano persone che fuggono dalla legge per crimini.
Per ciascuno di questi, Laura deve costruire una nuova storia, prendendo a prestito le storie dei libri
.. Fai sempre così? Una storia dentro una storia, la realtà la finzione? La pagina dopo, quella che avresti dovuto sfogliare se il libro non fosse finito?”
A volte non sono libri. La gente legge molto poco”. 
Cosa conta? Vivono la vita di un romanzo che non conoscono. E quella vita fittizia salva la loro vita reale”. 
La guarda, sorride. “Il potere delle parole”.

Cosa c'entrano Caronte, l'assassino misterioso, che forse è solo un fantasma, con Laura la donna che vive sola, ma non solitaria (una figlia che abita lontano, un gatto apparso dal nulla, un amicizia costruita attorno ad uno scambio di mail)?

Rimpiangerò le liti con mio padre e pregherò un dio a cui non riuscirò a credere nemmeno allora, perché mi restituisca il tempo che ho buttato a rivendicare l'indipendenza, invece di lasciarmi guidare, a diventare me stessa invece della figlia che avrebbe voluto.

In una vita precedente, forse Caronte si era rivolto proprio all'organizzazione di Laura, o Arianna, per sparire.
Solo per poco, Laura lo ha visto, lo ha ascoltato mentre parlava e per lui ha inventato una storia, una nuova vita: un giorno due uomini in borghese, poliziotti della squadra dell'antiterrorismo bussano alla sua porta e le fanno una proposta che non può rifiutare. Consegnare la lista delle persone che negli ultimi anni ha incontrato e per cui si è inventata una nuova vita, di cui ha cambiato il destino.

Così, i capitoli del libro si sdoppiano: da una parte osserviamo Caronte cambiare nuovamente identità diventando un finanziere di quelli che assommano una grande ricchezza e un forte riserbo, che deve organizzare una cena a Venezia, per raccogliere fondi da investire in cause nobili, borse di studio per studenti provenienti da paesi africani.

Dall'altra seguiamo Laura, che si mette alla ricerca delle persone della sua lista, il cuoco, il medico, il testimone di un delitto, alla ricerca di un particolare, di un segnale che le faccia individuare Caronte.
Cosa ha in mente questo assassino, dall'apparenza così fredda ma la cui notte è popolata da incubi con al centro un bambino, delle cantine grigie e la sensazione di vuoto per una caduta dall'alto?
Come un giocatore di scacchi, sta piazzando le sue pedine per raggiungere un obiettivo che, piano piano sembra diventare più chiaro.

Una partita a scacchi che culminerà nel finale, in cui si comprenderà meglio la natura dei due personaggi, Laura e Caronte, così diversi tra loro ma così simili e uniti, non solo per quel breve incontro di 15 anni prima.

Cambi di identità, salti di scena dall'America all'antica Europa, Parigi, Milano, Venezia; delitti compiuti senza lasciare traccia, l'incubo del terrorismo e dell'attentatore che possa colpire indisturbato in una delle capitali europee: ne Il signore delle maschere ci sono tutti gli ingredienti di un thriller in cui la tensione cresce con lo scorrere delle pagine.
Ma è anche un romanzo che parla delle nostre vite, delle nostre identità, ci si interroga sul chi siamo e su quale sia il nostro destino.
Non esiste un destino già scritto, ineluttabile: lo spiega l'autore, Patrick nell'intervista che potete leggere sul sito La bottega del giallo:
 Sia Laura che Caronte escono dalla storia molto diversi da come sono entrati. E intendo proprio dal punto di vista del modo di vivere. Quando li incontriamo per la prima volta sono entrambi a uno snodo cruciale della loro vita. Laura, di fatto, ha perso quasi ogni legame. È una donna solitaria – non sola – che però fatica a trovare il suo posto nel mondo e a saldare le sue tre vite.Caronte, invece, ha un’opportunità che aspetta da sempre, si potrebbe dire da quando è nato e sa che coglierla cambierà tutto. Un cambiamento che, razionale e metodico com’è, cerca di programmare, riuscendoci fino a un certo punto. Chi siamo davvero? Qual è il nostro posto nel mondo? In fondo chiamiamo destino una specie di percorso ineluttabile che avviene semplicemente perché noi siamo quello che siamo. Quindi se Caronte e Laura cambiano il loro destino e se lo cambiano le persone che Laura aiuta a scomparire, lo fanno solo perché hanno deciso di diventare diversi. O di accettare finalmente quello che sono, che in fondo è la stessa cosa.


La scheda del libro sul sito di Mondadori
Il blog di Patrick Fogli
I link per ordinare il libro di Ibs e Amazon

Cronache dal mondo al contrario

L'Italia ripudia la guerra ma vende armi a nazioni in guerra, dall'Arabia (contro lo Yemen) alla Turchia (che in questi giorni ha invaso la Siria).
L'Europa ha istituito un ufficio per la difesa dei valori occidentali, tra cui non mi ricordo sia presente l'assenso al ricatto di Erdogan, state zitti altrimenti vi mando i profughi.
Quei profughi che la Turchia si tiene, in cambio dei miliardi dalla grande Germania.
Le cronache ci dicono che Trump ha rinunciato ad aiutare i curdi, vero obiettivo della guerra di Erdogan, perché non c'erano quel giorno in Normandia, sulle spiagge di Omaha Beach e Utah.
E che Macron è infuriato, non per la guerra (o per i cambiamenti climatici, per la guerra ai paradisi fiscali in Europa, per la Brexit), ma perché l'europarlamento gli ha bocciato la sua candidata.

Il mondo sta andando in guerra nell'indifferenza generale.

E in Italia cosa sta sta succedendo?


La ventata possibilità di fare una lotta all'evasione ha spaventato i giornali di destra, "Più fisco più manette" titola Il giornale, vorremmo mica prendercela con gli evasori?
Prendiamocela con gli immigrati che ci rubano il welfare (questo uno degli spot in voga nella destra italica), mica con la brava gente italiana, con gli imprenditori che tengono in piedi il paese..
Tutto vero, ma forse a qualche imprenditore le pulci possiamo e dobbiamo farle.
Ieri il tribunale di Milano ha condannato in primo grado l'imprenditore del sito di stoccaggio alla Bovisasca andato in fumo l'anno scorso: era un sito di stoccaggio illegale di rifiuti, uno dei tanti in nord Italia.
il business dei rifiuti sta diventando attrattivo per i tanti furbetti: pochi controlli, pochi rischi e tanti guadagni.

E l'indifferenza della politica locale e nazionale.
E per oggi, dal mondo all'incontrario è tutto..

10 ottobre 2019

Se non ci fossero i talk

Se non ci fossero, dovrebbero re inventarli: parlo dei talk show nostrani, culla del populismo e incubatrice dei sovranisti all'italiana.
Dalla Polverini, cresciuta con le puntate di Ballarò che le hanno dato popolarità televisiva utile per diventare governatrice della regione Lazio.
Fino a Salvini, i fascisti di Casa Pound, la Meloni (per non parlare dei giornalisti presenzialisti).
A tutti viene concesso lo sproloquio, il parlare a ruota libera, il non rispondere alle domande.
L'altro giorno a Di Martedì era ospite Salvini, l'ex ministro ora in giacca e cravatta
Agli italiani non interessa nulla del Russiagate .. ma vi pare che se avessi 60 milioni di dollari starei qui?
Sarebbe stato compito del giornalista spiegare come nel Russiagate non ci sia solo la questione dei soldi, ma soprattutto l'influenza di un paese straniero sulla politica italiana (e di questo se ne occuperà la prima puntata di Report).
Forse agli italiani, se qualcuno gli spiega bene le cose (per esempio dei giri di soldi pubblici spariti in un giro strano tra i commercialisti della Lega) del russiagate gli interessa eccome.
E lo stesso vale per tutti gli altri argomenti dei populisti: la lotta all'evasione e la vecchietta che non sa usare il bancomat (favola che vale solo da noi), del taglio alle tasse (che spesso coincide col taglio dei servizi), degli effetti della flat tax, dell'invasione che non esiste.

I sovranisti e i populisti che si dicono difensori degli italiani sono quelli che ai problemi degli italiani (lavoro, scuola, sanità, sicurezza al lavoro) danno sempre la stessa risposta: colpa degli immigrati.
Mi lamento del paese (stai zitto)
Non arrivo a fine mese (stai zitto)
Tutta colpa dei migranti (stai zitto)
Senegalesi (stai zitto) e marocchini (ma stai zitto)
Tieni le spalle su, stai dritto (uh)
Ti han detto di girare, vai dritto (uh)
Se parli con me stai zitto (yeah)
Stai zitto (ah), ma stai zitto (yah)

Salmo - stai zitto