23 marzo 2011

Onestà intellettuale

Alla faccia di quelli che parlano genericamente di magistrati politicizzati.
Nicola Gratteri, alla presentazione del libro "La giustizia è una cosa seria":

«Se confrontiamo i 18 mesi dell'ultimo governo Prodi con il governo Berlusconi, ebbene l'attuale esecutivo ha fatto di più in tema di lotta alla mafia. Almeno tre cose importanti. La prima: ha abolito il patteggiamento in appello che riduceva ad esempio pene di 27-28 anni si riducevano a pene ridicole di 6-7 anni. Secondo: ha fatto in modo che si possano confiscare i beni anche ai figli dei mafiosi che li ereditavano dai padri. Terzo: ha reso ancora più duro il 41 bis. Punto e a capo. Con la stessa franchezza occorre dire che se passa il ddl Alfano come è ora sarà un apocalisse. Potremo dire addio alla lotta alla mafia».

Ahinoi (che quel governo Prodi l'abbiamo pure votato, ha proprio ragione).

Italietta

Il trattato di amicizia con la Libia? Carta straccia.
Il nucleare? Congelato, dopo l'eplosione del reattore in Giappone. Congelata, nell'attesa che l'opinione pubblica si dimentichi dei rischi nucleari. Calati junco, ca passa a china ...

Per il momento, l'ennesima legge ad personam, la prescrizione breve per gli incensurati oltre 65 anni.
Il resto del paese (i ricercatori, i professori nelle università, le insegnanti senza fondi, i cassintegrati di Termini e delle altre aziende) può aspettare.

La scossa per l'economia?
Il piano casa? (Crollato con le scosse a l'Acquila)
La riforma fiscale?

Quale è la linea del governo?
Onde ite? Sanza meta ... (dal film L'armata Brancaleone)

Ps: oggi potrebbe giurare davanti Napolitano il neo ministro Saverio Romano. Il gip di Palermo non ha archiviato l'inchiesta per per concorso in associazione mafiosa.


22 marzo 2011

L'italianità delle aziende italiane

L'unica soluzione per arginare la (s)vendita all'estero dei marchi italiani (come la Parmalat, scalata da Lactalis) e quella di mettere un tetto al libero mercato. Il protezionismo.

Il ministro Giulio Tremonti e il sottosegretario Gianni Letta ieri hanno perfino convocatol’ambasciatore francese in Italia, Jean-Marc de La Sablière , per informarlo, secondo quanto raccontano le agenzie di stampa, che il governo sta valutando la “possibilità di adottare provvedimenti legislativi per meglio difendere le imprese italiane dall’offensiva francese ”. [Il fatto quotidiano del 19-03-2011]

Quando sento parlare di difesa dell'italianità i vengono in mente rispettivamente Fazio (quello della Banca), i furbetti del quartierino e la cordata per salvare Alitalia (oggi in mano ai francesi).

Possibile che per prendere e risollevare un'azienda come la Parmalat, non si trovi un imprenditore disposto ad investire soldi suoi (come Ferrero)? Forse è di questo si dovrebbe discutere, e non di articolo 41. O di una riforma della giustizia che non server a salvare lavoro e imprese.

Sempre da Il fatto, del 20-03: Secondo l’ex commissario Consob Salvatore Bragantini, poco importa se le decisioni di Tremonti e del governo sulla vicenda Parmalat saranno compatibili con la normativa europea: “Comunque vada, ci vorranno almeno un paio d’anni perché l’Europa dichiari illegittimo il provvedimento”.
E per allora gli investitori francesi si saranno già ritirati e la Parmalat sarà in mano ai capitani coraggiosi difensori dell’italianità. Ben felici di vendere appena il governo non avrà più bisogno di loro.


Mi dispiace

Forse è troppo preso dalle vicende interne (come testimoniano gli scudi umani al palazzo di giustizia a Milano per il suo processo su fondi neri), per dire qualcosa di più, nei confronti dell'amico Gheddafi.
Mi dispiace.

A noi invece, dispiace per la popolazione libica, costretta ad anni di dittatura, anche per la legittimazione che a questo personaggi noi democratici abbiamo dato.

Vedi anche:
- le divisioni (politiche) sull'attacco alla Libia: Germania, Cipro, Russia, Cina, Venezuela e Iran. E non solo. Anche Unione africana e Lega Araba esprimono condanna nei confronti dell’intervento armato contro la Libia
- La contestazione a Torino, nei confronti del premier


Tutti uguali



Domenico Iannacone , Danilo Procaccianti per Presa diretta sono tornati nel comune di Arzignano, nel distretto della concia, salito alle cronache nazionali per una inchiesta di evasione fiscale, per 300 milioni di euro.
Inchiesta partita dalle false sponsorizzazioni alla Grifo, del rpesidente Ghiotto, quello che "mica ho ucciso qualcuno".
L'inchiesta è andata avanti, facendo coinvolgendo anche amministratori locali: il vicesindaco Signorin della Lega (indagato assieme al fratello), evasore torale per 500000 euro, si è ora dimesso dal comune, uscito dalla Lega, ma ha tenuto il posto in provincia.
Anche il senatore Filippi è finito sotto inchiesta, per delle false fatturazioni, da parte dell'imprenditore Emanuele Gonzato.

Sotto il comune, alla prima seduta dopo lo scandalo, la gente (anche elettori della Lega) non l'ha presa bene.
Come, anche noi uguali agli altri?

21 marzo 2011

Le prime pagine sulla Libia





Copia e incolla per le immagini. Sugli articoli si parla del coinvolgimento degli italiani e, sui giornali del centrodestra, i dubbi sull'utilità dell'intervento militare: Sarkozy ci ruberà il petrolio, il rischio Al Qaeda.
Alcune domande non poste : e dopo? Cosa facciamo?
Qualcuno chiederà scusa per la politica (anche economica) imbastita col rais (l'abbiamo legittimato anche noi, con i trattati di amicizia, le armi, le azioni italiane), o ci dimenticheremo tutto (come con Saddam, come con i mujaheddin)? Cosa rischia l'Italia (oltre la faccia)?

Noi, dolce parola. Noi credevamo ..



"Eravamo tanti, eravamo insieme, il carcere non bastava; la lotta dovevamo cominciarla quando ne uscimmo. Noi, dolce parola. Noi credevamo...".

Il finale amaro del film di
Mario Martone.
Noi credevamo: la disillusione di chi voleva la rivoluzione vera, la Repubblica, l'abbattimento del tiranno e la fine dei privilegi.
Per vedere il trionfo dei trasformisti, dei servi che han solo cambiato pelle, dei potenti e dei re per volere divino.

E non solo per l'Italia post unitaria: anche oggi, assistiamo al trionfo del trasformismo (su Gheddafi, su Berlusconi, sulle leggi ad personam), dei servi, dei potenti intoccabili.

Presa diretta - corrotti



Nell'ultima puntata della stagione di Presa diretta, le telecamere sono entrate dentro gli ospedali psichiatrici giudiziari. Dalla presentazione di Iacona sul Fatto quotidiano
"Abbiamo preso questo tempo in più per farvi vedere per la prima volta come sono fatti gli Opg, gli ospedali psichiatrici giudiziari. La Commissione di inchiesta del Senato, grazie ai suoi poteri, è riuscita ad entrare senza preavviso in tutti gli Opg, portandosi una telecamera. Sono immagini mai viste, terribili. Descrivono luoghi di tortura, dove la gente vive dentro celle sporche, su letti lerci, dove si pratica la contenzione e si fa un abuso di psicofarmaci. In studio avremo il presidente della commissione Ignazio Marino che ci racconterà quello che ha visto e quello che si deve fare per chiudere definitivamente questi lager di Stato. "

Ma prima di parlare della malattia della mente, Presa diretta ha parlato di una malattia che uscisce l'Italia: la corruzione, un male che unisce nord e sud (alla faccia di Padania e Roma ladrona) e che ruba soldi e futuro al paese pezzo dopo pezzo. La corte dei conti ha sancito che i casi di corruzione sono aumentati del 30 per cento. Soldi nostri. Soldi che vengono sottratti alle cure dei malati, allo studio dei nostri figli, alla prevenzione degli infortuni. Non è un reato da poco, la corruzione, come vorrebbero farci credere certi colletti bianchi pizzicati con le mani nella marmellata.
Da Venezia (un funzionario della provincia corrotto), Milano (un sindacalista che chiede al mazzetta ad un imprenditore delle pulizie), Napoli (mazzette per appalti per l'informatizzazione del cardarelli), Varese (funzionari dell'agenzia delle entrate corrotti), fino a Palermo (rilascio patenti facili, presso la motorizzazione civile). Pare che in questo paese si possa comprare tutto e tutti: daltronde swe il cattivo esempio viene addirittura dal parlamento, fino a lambire ministri e presidente del consiglio, non ci si deve stupire se più in basso, altri pezzi dello stato si adeguano.

Tra i casi di cui si sono occupati i giornalisti Procaccianti e Iannacone, l'ex assessore Gianni Prosperini, fustigatore dei costumi sulle reti televisive, per finire poi arrestato in diretta dai finanzieri per i reati di concussione e turbativa d'asta.
Ha intascato una mazzetta di 430000 euro, estero su estero, per un appalto a delle pubblicità in tv: lui che in tv gridava contro i rom, contro gli immigrati, contro la sinistra ("in Italia solo il duce ha fatto le leggi"): cattolico integralista avrebbe dovuto conoscere il settimo comandamento.

Ha patteggiato una condanna a 3 anni e oggi è ai domiciliari a casa, ma guai a parlare di reato: "io sono nelle grazie del signore", come Gesù Cristo sulla croce, anche lui sta scontando delle colpe.
Lui che chiedeva di arrestare i delinquenti, di fustigare i giornalisti che riportano le intercettazioni, i magistrati che fanno uscire le notizie, oggi dice di se di essere una vittima dell'ingiustizia.

Una vittima che però, ha goduto dello scudo fiscale per far rientrare dall'estero soldi non dichiarati. Poveretto.

I falsi certificati dell'Asl a Capua Vetere.
Se la storia di Prosperini può far sorridere, l'inchiesta sui falsi certificati nelle imprese edile, scoperta a S. Maria Capua Vetere, racconta in tutta la sua tragicità, cosa comporta la corruzione.
Qui un'associazione a delinquere comporta da 3 ispettori dell'Asl in contatto con alcuni ispettori del lavoro taglieggiava gli imprenditori nella provincia. Se non pagavano la mazzetta (3000-4000 euro), avrebbero stilato un falso verbale. Un giro di affari stimato in 600000 euro.
Qualcuno ha pagato (e ha comprato dei falsi certificati sulla sicurezza dell'ambiente di lavoro), ma altri han denunciato. Anche perchè, su quegli impianti, su quei cantieri, ci sono state delle morti, proprio per le condizioni di sicurezza che non c'erano. Quanto vale la vita di un uomo?
Un uomo come Giuseppe Cecere, uno dei tre operai morti dentro una cisterna piena di elio azoto, senza una mascherina.
"Se dico qualcosa, mi lasciano per strada", diceva alle figlie. Che oggi, di fronte al giornalista, han denunciato la morte del padre, morto per essere andato a lavorare. "Dov'è la giustizia, dove sono i controlli"?

Ecco, in questa storia c'è tutto il sistema della corruzione, il contesto: la fame di lavoro al sud (che spinge i lavoratori a non denunciare), i controllori e i controllati che si mettono d'accordo per soldi. L'etica del funzionaro pubblico che viene messa sotto i piedi, per chè puoi comprare tutto, anche quando ci sono dei morti.
Anche il comune stesso di Capua ha comprato dei falsi certificati, e tre suoi dipendenti sono finiti sotto inchiesta, ma il sindaco non ha avviato alcuna inchiesta interna perchè "quel dirigente è padre di figli". Come Giuseppe Cecere.

A Licata, invece, una storia che forse nemmeno Sciascia o Camilleri avrebbero immaginato: il sindaco finito sotto inchiesta per una tangente, costretto a lavorare fuori il comune per l'ordinanza di divieto di dimora.
Sindaco che non ha rinunciato alla poltrona, nemmeno quando tutto il consiglio comunale si è dimesso: in tutte le regioni d'Italia ciò avrebbe comportato la fine della giunta, ma non in Sicilia.

E così, di rimpasto un rimpasto, con qualche parente e strani personaggi a caccia di voti (come il suo vicesindaco), Graci è riuscito a tirare avanti.
E la città? A sentire i cittadini, nessuno si rivolge per un problema al comune, per problemi di strade, case.

Una cosa accomuna queste persone, dall nord al sud: il loro rapporto con la fede, come Prosperini, anche Graci racconta che "al primo posto metto sempre nostro signore". Anche lui praticante cattolico.
Il sindaco che parla di sè in terza persona, e che è pure contento di lavorare senza l'opposizione in mezzo.

Non è un caso se Iacona, abbia intitolato l'articolo della puntata Dio, le mazzette e il dolore dei matti :
Gianni Prosperini, l’ex assessore ai Giovani e allo Sport della Giunta guidata da Roberto Formigoni, ha patteggiato una pena di 3 anni e 5 mesi per aver commesso il reato di corruzione e turbativa d’asta. In pratica si sarebbe messo in tasca una mazzetta di 430 mila euro, tutto estero su estero. Tutto dimostrato e provato: ci sono le carte, le prove dei passaggi dei soldi. Ma a Presadiretta Prosperini dichiara che lui ha patteggiato perché “quando sei dentro sei in una condizione di debolezza e non ti puoi difendere”. Insomma, bisognava uscire di prigione ad ogni costo! Angelo Graci, invece, sindaco di Licata, comune della provincia di Agrigento è indagato per corruzione perché avrebbe preso una tangente per autorizzare uno spettacolo musicale per la festa del Patrono. E per questo è stato addirittura messo agli arresti domiciliari ed esiliato per un anno fuori dal comune di Licata, nella sua casa ad Agrigento. Nel frattempo si è dimesso tutto il consiglio comunale. Eppure il sindaco non vuole mollare, contro tutto e contro tutti. Cambia assessori ogni tre mesi e continua a governare, come se non fosse successo nulla. “Dio è con me...” , dichiara ai microfoni di Presadiretta. Poi ci sono i tre ispettori della Asl che in provincia di Caserta, in cambio di mazzette non effettuavano i controlli sulla sicurezza del lavoro in cantieri e aziende della zona. Tra questi anche la Dsm Capua Spa, dove l’11 settembre scorso sono morti dentro una cisterna tre operai. E sentirete stasera le drammatiche e intense parole delle figlie di uno dei tre operai morti, Giuseppe Cecere. E poi Domenico Iannacone e Danilo Procaccianti hanno risalito la Penisola e scoperto la corruzione anche nella civilissima Parma e nel cuore del nord-est. Insomma, quello di stasera è il racconto di una malattia che si allarga, solo l’anno scorso, secondo la Corte dei conti, i casi di corruzione sono aumentati del 30 per cento, di una malattia che ci corrompe tutti, ci ruba soldi e futuro.
Il viaggio negli OPG.


20 marzo 2011

Alla guerra, alla guerra

Siamo rusciti a passare, in pochi giorni, dal non voler telefonare al rais per non disturbarlo, al concedere le basi italiane per il bombardamento delle postazioni militari libiche.
In barba al trattato di amicizia che all'articolo 4 dice che l'Italia non permetterà l'uso del proprio territorio per ogni atto ostile alla Libia.
E invece la missione è diventata “obbiettivo categorico” per Quagliariello e addirittura per il ministro La Russa “non faremo gli affittacamere” (per quello ci penserà papi).
Unici a rimanere tiepidi, se non ostili, alla risoluzione della no fly zone e ai bombardamenti (anteprima di una missione militare?) sono i leghisti e il premier.

Bossi ha dichiarato che bisogna essere cauti con questi bombardamenti: e con le stragi di civili in Afghanistan come la mettiamo? E come possiamo rimanere cauti di fronte a dei mercenari che sparano sulla popolazione?
Semmai, e questo ancora nessuno lo vuole ammettere, bisogna essere cauti quando ci si lega mani e piedi ad una dittatura. Bisogna essere cauti quando si vendono armi e tecnologie, quando si permette ad un regime di entrare nella nostra economia, quando si dipende energeticamente da paesi come Libia e Russia.
Ma questo forse al carroccio non interessa: interessa di più perdere l'alleato per i respingimenti in mare.
Risultato di questi scellerati rapporti (fino a pochi mesi Gheddafi veniva accolto come un grande leader internazionale) sono che il contribuente italiano si troverà sul groppone altre spese. Che si è alzato il livello di allarme negli aeroporti (per possibili rappresaglie).
Che ora Gheddafi potrà fare la vittima per rinfacciare ai paesi europei il voltafaccia. E che, interpretando le parole e le minacce del colonello, alle sue spalle potrebbe veramente presentarsi Al Qaeda.
Abbiamo fatto la figura della solita italietta. E ora, chi è disposto a credere alle rassicurazioni
“Le nostre forze armate hanno fatto un esame approfondito sulla disponibilità delle armi della Libia. La conclusione certa è che non ci sono in questo momento armi in grado di raggiungere il territorio italiano”.

Gran circo Taddei e altre storie di Vigata di Andrea Camilleri


La congiura
Tanina Buccè, segretaria delle donne del fascio a Vigata, cercando di bloccare un congiura comunista contro le mogli di gerarchi e alte personalità del partito fascista, finisce congiurata dal suo stesso zelo.

Regali di Natale
Amedeo Lozito, giovane vintino scopre il suo personale regalo di Natale, nell'inverno del primo dopoguerra di Vigata. Riesce a salvare una beddra picciotta dalla grinfie di un potente e salvare l'onore della borghesia del paese derubata dentro il circolo “Famiglia e Democrazia ”.

Il merlo parlante
Ninuzzo Laganà, costruttore benestante nella Vigata degli anni 60, arrivato alla soglia dei 30 anni riesce a trovarsi una buona moglie. Sufficiente bella ma non troppo da scuscitare le occhiate degli altri masculi, e giudiziosa come devono essere tutte le donne. Ma nonostante l'appetito da letto della moglie, non riesce a dare un nipote alla madre. Ci penserà qualcun'altro.

Gran Circo Taddei
Un ragazzo trova nel circo Taddeis (e nei suoi leoni) l'occasione per predersi i denari della zia taccagna, nel giorno in cui Mussolini fa la sua dichiarazione di guera. Ma non ha fatto i conti col destino, beffardo.
Combattenti di terra, di mare e dell'aria! Un'ora segnata dal destino batte nel cielo della nostra Patria!”

La fine della missione
La moglie di un funzionario del comune che non può prendere la promozione perchè non riesce ad avere figli: perchè non avere figli deve essere una colpa, per il fascismo, che premia chi ha tanti figli e punisce chi non ne ha.
E uno scapolo di Vigata, Totino Mascarà, con una santa missione da compiere. Non lo fo per piacer mio … basta trovare la doppia canna, come i cacciatori.

Un giro in giostra
Forse il più crudele dei racconti, per il finale amaro. Finale della vita di una persona, il professor Nito Cirrincione che ha sempre pensato allo studio, al lavoro, a se stesso e mai a costruirsi una famiglia.
Come fa uno a farisi capace che il tempo passa, e lo cangia, se tutti i jorni e le notti non fa altro che ripetiri squasi meccanicamente gli stissi gesti e diri le stisse parole?
Il tempo si è fermato – si usa diri in certe occasioni. Ma è un'illusioni, il tempo non si ferma mai, continua a scorrere sempri a ddiventa cchiù veloci soprattutto quanto non tinni adduni.
E quando finalmente tinni adduni, tutto il tempo attrassato che non hai sentito passare t'arriva di supra come 'na valanga, un fiumi in piena, e tu ne veni travolto, arrischi di moriri assifficato”.

La trovatura
Vigata 1939: Jachino Pizzuto capisce che la vera trovatura non è la scoperta di un tesoro “ammucciato” sotto terra dai briganti. La vera trovatura è trovare una donna da amare. Anche se è una finta maga.

La rivelazione
Nei mesi dopo la liberazione della Sicilia da parte degli americani, tornano a casa anche le persone condannate dal regime. Come i comunisti. Ma uno di questi, Luigi Prestia, comunista arraggiato, sembra non voler tornare, collezionando una condanna dopo l'altra, mettendo in imbarazzo i suoi stessi compagni. Che gli è successo in carcere?

Otto brevi storie ambientate nella Vigata tra l'inizio del secolo e gli anni 60. In mezzo gli anni ruggenti del fascismo, gli anni della guerra e la liberazione.
Otto storie con al centro l'invidia, l'amore e l'avidità. Avidità di denaro e di sesso. Storie con protagonisti in cerca di fortuna e soldi, col destino beffardo sempre in agguato, a mettersi di mezzo alla realizzazione dei loro piani.
Nel libro compare tutto il camionario di personaggi dei libri di Camilleri, dai ricordi della Vigata della sua infanzia: "avvocati brillanti, chiromanti improvvisate, contadini e studentesse, preti e federali, comunisti sfegatati, donne risolute".

La terza di copertina di Salvatore Nigro:
Fanno diversa via, in quel di Vigàta, la voglia e il piede. Uno scherzo del caso, repentino e inaspettato, si intromette sempre. Disorienta i nodi d’intrigo e li rende stridenti. Interrompe la banale prevedibilità dei fatti, un poco infimi spesso, o un poco ignobili, e magnanimi di rado; e li investe di diritto e di traverso, per celia o per scorno. Ne devia gli esiti e li rovescia.

E trascorre dalla malasorte, al dispetto, alla vendetta fatale; dallo sgambetto, allo sberleffo, alla beffa. Il tutto declinando, ora andando indietro e ora avanti nel tempo, dalle superfetazioni eroiche e dal bellicismo virile di un falloide beccamorto, con la ganascia alla folla e la lucida cuticagna, il Duce il Duce; da una dichiarazione di guerra, insomma, che invocava braccia per i fucili e gioventù feconda da contrapporre alla sterilità dei popoli «volgenti al tramonto».

L’«ora segnata dal destino» sviò, in quel brano d’Italia che è Vigàta, la favolaccia imperiale dello spaccamondo. Una provvidenza eroicomica, che agiva a contrappasso, investì i «combattenti» di una nuova missione. Caricò erezioni di fucili. Bonificò i letti sterili, che negavano il dovuto tributo alla patria fascista e disonoravano gerarchi e gerarchetti. Seminò corna, che non era possibile potare.

Capitò pure, in quella festa grossa, tra malignazze che avevano il coraggio delle sciocchezze, che una «vasta congiura comunista» si rivelasse, al contrario, un’ardimentosa «congiura fascista». Un leone, che non ruggiva e perdeva il pelo, non riuscì, mentre attorno a lui i camerati andavano armando quisquilie campanilistiche, a far morire di spavento la vittima designata; eppure, per ironia della sorte, seppe entrare e impiantarsi negli incubi e nelle ossessioni di più persone. Era pur sempre il re della foresta.

Tempo dopo, a liberazione avvenuta, il più «arraggiato» dei comunisti si lasciò ammansire e convertire dalla secchiata d’acqua di un ateo mattacchione travestito da Gesù Cristo benedicente. Il comunista si strinse al rosario. A Vigàta i comunisti perdettero le elezioni, e quasi scomparvero dalla vita politica. L’ateo liberale morì strozzato dalle risate.

Sono otto i racconti che qui fanno libro e non semplice raccolta. Sono cronache e quasi apologhi, non si sa fino a che punto sempre e veramente d’altri tempi. Gli orologi di Camilleri sono molli. E i racconti sanno alzare e abbassare il tono. Non disdegnano neppure le scene pazze, cinematograficamente costruite, alla Quentin Tarantino. Sono racconti, questi, che non eludono il grande romanzo di Vigàta. Vi contribuiscono anzi, secondo una precisa progettazione.

Salvatore Silvano Nigro

Il link per ordinare il libro su ibs.
Il libro sul sito Vigata.org
Technorati:

18 marzo 2011

Boomerang affittopoli

La casa popolare della Polverini:
«A 130 euro al mese»
Sull'Aventino per 15 anni per 5 stanze

Chi di affittopoli ferisce, di affittopoli perisce.


Qui radio arcore

Prima una puntata a difesa delle arcorine per tranquillizarle (papi penserà a voi).
Ieri la difesa della Lega e di Bossi "uno di noi" integrato nel sistema costituzionale.

«Dopo quella del Papa e di Giorgio Napolitano, l'ultima grande prova di oggi l'ha data Bossi, grande personaggio». Lo ha detto Giuliano Ferrara nel corso del suo monologo a Qui Radio Londra, dedicato ai 150 anni dell'Unità di Italia. «Seduto accanto a Berlusconi - ha proseguito -, Bossi si è alzato ed ha applaudito. Vabbè, non ha cantato. Troppo zelo, non ci vuole mai troppo zelo.
Bossi, con il federalismo e con l'azione dei capi nordisti, partecipa eccome a queste celebrazioni.
È integrato, è uno dei pilastri della governabilità. Sta con Berlusconi, ma corteggiato da Bersani. Miracolo in Europa: un partito nato come partito secessionista si integra (e questa è la grandezza dell'Italia) nel sistema politico e costituzionale. Diventa uno di noi».


Alla faccia degli strappi ai regolamenti, alle sparate su fucili e istituzioni. Tutto per tranquillizzare l'Umberto (e garantire la governabilità).
Come se il problema fosse solo l'inno da cantare e non le insurrezioni antiistituzionali a Lesmo (l'ammaina bandiera) o Tradate.


Mica tanto servizio pubblico. Pure senza contraddittorio. Ma forse certe regole valgono solo per Fazio e Santoro.

Annozero il giorno prima



La risoluzione del consiglio di sicurezza dell'Onu sulla no fly zone in Libia, per cercare di bloccare l'avanzata delle truppe di Gheddafi su Bengasi.
La fuga, difficile, da Tokio, per l'allarme nucleare, per il timore di una fuoriuscita di materiale tossico dai reattori di Fukushima.
E in Italia? Abbiamo festeggiato i 150 anni dell'Italia unita alternando gli alti discorsi del presidente della Repubblica, con le polemiche sull'assenteismo leghista (la polemica pretestuosa contro i festeggiamenti), con le solite leggi ad personam a difesa del premier (che probabilmente nemneno andrà a processe ad aprile) e la riforma epocale dei magistrati, pardon, della giustizia.

Nell'anteprima di Annozero, è andato in onda il messaggio video di Celentano, sullo stato ipnotico degli italiani di fronte a questa classe politica, di fronte ai sospetti sul presidente del consiglio.
Ma Celentano ce l'aveva soprattutto contro i nuclearisti, ipocriti (come Casini), perchè perchè nascondono ai cittadini il vero problema che è quello delle scorie. L'invito è di andate a votare al refereundum, per dire si allo stop delle centrali.

La puntata è iniziata con le notizie dal Giappone: ormai, nonostante la prudenza dell'informazione giapponese e del governo (per evitare il panico e forse nascondere le sue colpe), nessuno cerca più di nascondere nulla. Obama ha richiamato i suoi cittadini, e chi può cerca di allontanarsi dalla zona dell'incidente. Ma evacuare una metropoli come Tokio è impossibile.
Ora il problema è il reattore 3, alimentato di Plutonio: un materiale estremamente pericoloso e il cui tempo di inerzia è di 24000 anni. Sono già uscite da Wikileaks le notizie sui test falsati della Tepco, sugli allarmi lanciati al governo giaponese, ignorati.

Collegato dal Giappone, il giornalista Rai Longo raccontava come ormai i giapopnesi spierino nello spirare del vento, che non si metta a girare verso la capitale.
La gente non si fida più del governo, delle informazioni che da ai cittadini, delle probabili menzogne della Tepco.

Allarmi che dovrebbero far sorgere qualche dubbio anche in Italia, dove siamo ancora "al giorno prima", non essendo ancora entrati dentro questo business.
In studio a parlare di nucleare, magistrati e giustizia, i presidenti D'Alema e Formigoni, assieme al procuratore Antonio Ingroia.

I dubbi sul nucleare.
D'Alema ha espresso i suoi dubbi sull'utilità di questa tecnologia nucleare: non siamo convinti che sia conveniente per l'Italia investire risorse per entrare in una tecnologia ormai obsoleta (come quella degli impianti Epr). Vale la pena investire tutti questi soldi, con i sistemi di sicurezza che abbiamo?
Il governo, ha concluso D'Alema, punta tutto sull'assenza del quorum.

Intervistato da Corrado Formigli, il professor Balzani è ritornato sul rischio Plutonio nel reattore 3: i microgrammo è sufficiente per uccidere un uom; lì dentro c'è ne sono a kili e c'è pure il rischio che esploda.

E in Italia? Sempre il professore ha spiegato come anche per le centrali di terza generazione esistano problemi, non sono sicure al 100%.
Noi non abbiamo bisogno di questo nucleare: servono 10 anni per costruire un impianto, 5 per le concessioni e si arriva a 15 anni a partire da oggi. Dopo 40-50 anni di attività, devono essere chiusi: le soluzioni per la dismissione di un impiato sono l'intombamento (come per Chernobyl), o lasciarla semplicemente lì, in attesa che decada la radioattività.
E le scorie? E' un problema ancora irrisolto in tutto il mondo. Nessun privato si prende in carico lo smaltimento delle scorie perchè poco sicuro e troppo costoso.
Basterebbe questo per smontare tutte le motivazioni pro nucleare.

Come quelle portate da Formigoni, favorevole alle centrali, ma non in Lombardia.
Si al nucleare perchè oggi siamo troppo dipendenti dal petrolio, che inquina pure.
In Giappone si è arrivati a questo disastro perchè la centrale è vecchia e anche perchè è successo l'imprevedibile (il terremoto e lo Tsunami).
Però, il governatore, ha anche voluto aggiungere che serve una riflessione comune, in Italia e in Europa, sull'adozione del nucleare (i primi dubbi): come altri politici, si deve essere accorto come l'argomento sicurezza sia molto sensibile sull'elettorato anche di centrodestra.

Tra l'altro, Formigono non risponde alla questione delle scorie, dei rischi per le emissioni delle centrali (emissioni controllate), anche il nucleare inquina. Non solo, se per approvigionarsi del petrolio siamo costretti ad avere a che fare con Gheddafi (oggi non più amico dell'Italia, domani vedremo), anche per il nucleare saremmo costretti a comprare il combustile dall'estero, a costi alti, avendo a che fare con paesi poco democratici.
In ogni caso, da suoi studi, niente centrali in Lombardia.

I festeggiamenti per l'Italia.
D'Alema "il paese è privo di una guida, in un momento difficile": ieri abbiamo avuto un momento alto, per il discorso sull'unità, alternato alle polemiche della lega.

Ma il problema non è la Lega (perchè D'Alema e Bersani vogliono tenere aperte le porte col carroccio?) "ma il capo del governo che non ha la forza di dire alla Lega di venire in Parlamento".

Di diverso avviso Formigoni per cui l'agenda politica del governo è piena di impegni, si sta riflettendo sullo stato del paese e stiamo uscendo dalla crisi.
Sulla Lega, Formigoni ha spiegato come anche lui voglia il federalismo ma questo non implica il non dover festeggiare per l'Italia e i suoi 150 anni.

Stesso concetto espresso da Paolo Mieli per cui "esiste un diritto al non festeggiamento", e questo fa parte della maturità politica del paese.
Forse. Ma a furia di lasciar perdere alla forma, il rispetto dei regolamenti, la nostra storia (di paese unitario), si rischia di indebolire ciò che ci unisce.
Ma se la Lega è giustificata, meno lo è questo governo (di cui la Lega fa parte), costretto ad inseguire un grupo di persone la cui affidabilità non è sicura: un governo non lineare, non coerente con una linea politica.

Il pm Antonio Ingroia ha risposto ad una domanda sulla difficoltà di fare controllo di legalità in casi analighi a quello giapponese (riferendosi alla Tepco).
Quando si entra nel territorio delle grandi multinazionali dell'energia, i poteri forti, il magistrato deve avere delle protezioni istituzionali, altrimenti c'è poco da fare.

Forse Formigoni e D'Alema non la pensano allo stesso modo, ma basterebbe ricordare quante polemiche ha suscitato l'inchiesta su Guarguaglini e Finmeccanica, quanti attacchi ha dovuto subire De Magistris per Poseidone e Why Not (i legami tra politica, parti di massoneria, imprenditori).

In studio, tra il pubblico, è intervenuto l'astrofisico Luca Tornatore che ha sollevato una questione che ho trovato interessante. Il collegamento tra energia, chi ne ha il controllo e la qualità della democrazia.
Se c'è un controllo sull'energia che viene erogata ai cittadini, con questa si influisce sulla qualità di vita di questi, sulla nostra vita. E, di riflesso, sulla nostra vita.
Dobbiamo essere liberi di scegliere, da chi comprare la luce, il gas: forse questo spiega gli accordi segreti dell'Eni in Russia, i baciamano in Libia.

L'intervento di Travaglio.
Nel suo editoriale, il giornalista ha spiegato una cosa semplice: questa riforma non è l'ultimo capitolo della guerra magistrati giudici, ma semplicemente il mezzo con cui garantire una giustizia per pochi (ricchi e potenti).
A rimetterci, delle riforme del codice e della Costituzione, saranno i semplici cittadini, sempre più indifesi di fronte alle prepotenze del politico di turno, del potente, della multinazionale con agganci lobbistici.

Più politici nel CSM, un'alta corte presieduta da un presidente di nomina politica, l'azione penale indirizzata dalla politica, inappellabilità delle sentenze dopo assoluzione (come se gli errori fossero solo nelle condanne), pm separati dalla polizia giudiziaria (chi porterà al procuratore notizie su reati fatti dai colletti bianchi, sui pestaggi della polizia), questa a sua volta dipendente dall'esecutivo.

C'è ne abbastanza per sentirsi, a mio avviso, con Antonio Ingroia che proprio di questo ha parlato dal palco della manifestazione (apartitica) di Roma, in difesa della Costituzione.
Questa riforma, si incrina la separazione dei poteri così come l'hanno disegnata i padri costituenti: si profila una superiorità della politica (dell'esecutivo) sul resto del paese.
Come avviene in altre democrazie, dicono i difensori di questa controriforma.
Peccato che, negli altri paesi, la classe politica sia più credibile della nostra. I ministri e i politici si dimettono alle prime ombre. Senza aspettare le sentenze della Cassazione.

Con questa riforma verrà meno il controllo della legalità sui potenti, ha concluso Ingroia.
Come i potenti che presentano dei listini con delle irregolarità, come avvenuto in Lombardia.
Come i poiltici che hanno legami con la ndrangheta: non solo il magistrato deve apparire onesto e non schierato, ma anche il politico dovrebbe apparirlo. O sbaglio?

Chi indagherà più, con questa riforma, sui legami mafie-politica, sapendo che rischia il trasferimento, punizioni, attacchi?

Mi ha colpito anche un'altra cosa, della puntata di ieri: la presa di distanza di D'Alema nei confronti della riforma epocale.
"Pensiamo di aprire una guerra di religione, senza esito [visto l'inevitabile referendum confermativo] per spaccare il paese, senza risolvere i problemi del paese? Nel punto di Alfano c'è lo smarrimento della classe dirigente che non sa più le priorità? Lavoro, sud, imprese .."

Peccato che, come ha detto anche Boato, questa riforma prende molto da quanto uscito dalla Bicamerale e dalle proposte del Pd Violante.
Forse non è solo Alfano ad aver smarrito le priorità del paese.


17 marzo 2011

150 volte Italia

Perchè amare questo paese, il nostro paese? Per il suo passato alla spalle, che dovremmo ricordare ogni giorno. Per la nostra cultura, arte, scienza, ingegno.
Perchè nel nostro paese sono passati tanti eserciti, di diversi paesi che, oltre la dominazione, ci hanno portato la loro civiltà, idee, culture. Gli arabi, i normanni, i franceci, gli spagnoli. Solo i russi non ci hanno fatto il piacere.
Mi piace il paesaggio del nostro paese:dalle montagne al mare. Passando per le città d'arte. I nostri tesori, da conservare per i posteri e perchè patrimonio del mondo.

Tanti mi piace l'Italia, quanto poco mi piacciono gli italiani come massa uniforme (e a volte indecifrabile) di persone: capaci di grandi slanci di generosità, quando la situazione è drammatica, tanto incapaci, a volte, di gestire il quotidiano, il normale.
Tanto ingrati verso la sorte che li ha fatti nascere in questa parte del mondo. Ingrati, anche perchè spesso a prevalere in noi non è il senso unitario, il vivere nello stesso paese e di doverne condividere il destino comune. Spesso prevale il campanile, il clan, la famiglia, il partito.


Meritiamocelo, questo nostro paese. Nato dalla volontà popolare, non solo dai grandi giochi delle monarchie, delle diplomazie, degli eserciti: erano giovani ragazzi quelli che "noi credevamo" e che per l'Italia unita han combattuto.
Erano giovani i ragazzi saliti sui monti per combattere contro la dittatura nazifascista durante la Resistenza. Erano giovani i militari che a Cefalonia non deposero le armi di fronte ai tedeschi.
Oggi, forse non sono più così tanto giovani i ragazzi che salgono sui tetti delle fabbriche, che occupano le università, che protestano per i tagli, per difendere la cultura, l'insegnamento, la ricerca.

Come anche le persone che scendono in piazza contro le mafie, per difendere il loro territorio dalle discariche abusive che distruggono il futuro della loro terra.

Diceva Gaber "Io non mi sento italiano, ma per fortuna lo sono". Ricordiamocelo.


16 marzo 2011

16 marzo 1978 - il rapimento di Aldo Moro

Presi come siamo dai grandi problemi (la rivolta in Libia, il rischio nucleare in Giappone) e piccole meschinità (il rimpasto del cadavere, la riforma dei magistrati, lo sfregio alla bandiera di chi non canta l'inno), si rischia di dimenticare un pezzo della nostra storia.
Ci sono date che segnano uno snodo, nel corso della nostra storia: un dopo separato dal prima.
Il rapimento di Aldo Moro, presidente della Dc, a Roma in via Fani, da parte delle BR di Mario Moretti.

Il rapimento condotto in modo così micidiale, spietato, quasi chirurgico:
Roma giovedì 16 marzo 1978. Sono da poco passate le 9:30 del mattino e in fondo a via Mario Fani, quasi all'altezza dell'incrocio con via Stresa, quartiere Monte Mario, c'è il cadavere di un poliziotto riverso a terra. Ha le braccia aprte, la pistola un pò più in là, mentre un rivolo di sangue scivola giù dal corpo e si disperde verso la fine della strada, seguendo la discesa. I piedi sovrapposti, un Cristo senza croce, l'emblema del martirio a cui è stato sottoposto. E' una delle immagini che i filmati televisivi rilanciano in poche ore nelle case degli italiani, uno dei simboli di una tragedia che, per orrore, modalità e significato, è destinata a scuotere la coscienza del Paese e a segnarne per sempre la storia. Un commando delle Brigate rosse, indossando divise da piloti dell'Alitalia,ha rapito il presidente della Democrazia Italiana, Aldo Moro, compiendo l'atto più clamoroso della sua arabola di sangue e violenza, quell'attacco al cuore dello Stato che farà tremare le istituzioni.[..]
A terra sono rimaste cinque persone.
[Divise forate, di Alessandro Placidi]


I misteri rimasti ancora oggi irrisolti (il caso Moro, si dice): la prigionia, il covo (in via Gradoli non a Gradoli), il falso messaggio scritto da un membro della Magliana, i depistaggi. Il ruolo dei servizi, dell'Ucigos di Cossiga, della P2 (tra i vertici di polizia, finanza, servizi) ....

Qualcuno ha scritto che Aldo Moro era già morto (almeno politicamente) appena entrato dentro la prigione del popolo. E forse per molti, anche nel suo partito, sicuramente dentro quelle istituzioni già inquinate dal tumore della loggia P2, doveva morire e basta. Senza provare nessuna commozione per le parole che il presidente aveva scritto nelle lettere alla moglie, al papa, agli amici.
Doveva morire, per sigillare dentro se tutti i segreti della prima repubblica (piano Solo, Gladio ..), in nome di una ragione di stato usata per fini meno nobili.

Dopo è cambiato tutto: finisce la crescita del partito comunista, il compromesso storico. Forse la prima repubblica inizia a finire qui. Il 16 marzo 1978.
E' un dovere ricordare Aldo Moro e la sua scorta, uccisi col colpo di grazia quella mattina: Oreste Leonardi, Domenico Ricci, Francesco Zizzi, Giulio Rivera, Raffaele Iozzino.

Alcune letture:

Il golpe di via Fani di Giuseppe De Lutiis
Doveva morire di Sandro Provvisionato e Ferdinando Imposimato

I misteri sul caso Moro

Eseguendo la sentenza di Giovanni Bianconi

Rassegna stampa


Gossip politico (su Bocchino) e il solito articolo sugli immigrati.
E il pericolo nucleare?

Il bunga dalla parte sbagliata

Da una parte i scilipoti, razzi e gli altri reponsabili. Che chiedono che venga pagato il debito.
Poi Scajola che torna e reclama un posto di governo ("non è nemmeno indagato", commentano i soliti giornalisti, come d'altronde nemmeno Marazzo lo era e nemmeno il ministro Zu Guttemberg).
C'è la nube tossica e l'allarme nucleare in Giappone, che potrebbe bloccare i piani per le centrali in Italia.

I processi che partono e che non è riuscito a fermare.
Gheddafi che promette rappresaglie, quando finirà la rivolta.
Stavolta rischia il bunga,ma dalla parte sbagliata.

Sotto il cerotto niente

Di fronte ai poliziotti, si è dimenticato di mettersi il cerotto.
E, dalle immagini, non si vedeva nessuna ferita: sotto il cerotto niente.
E allora? Perchè se lo è messo (solo per l'inevitabile gonfiore post operazione)?


Che faremo ora con Gheddafi?

Mettiamo che, come probabile, Gheddafi soffochi la protesta conquistando anche Bengasi.
Mettiamo che, come rappresaglia, qualche migliaio di oppositori spariscano dalla circolazione.
Mettiamo che, come sembra stia per accadere, il rasi torni al potere.

Come si comporteranno le (supposte) democrazie occidentali?
Che farà l'Unione europea?
Facciamo che ci siamo sbagliati?
Facciamo che, chi ha adato ha dato e chi ha avuto, ha avuto, scurdammoce o passato?

Cosa chiederà in cambio Gheddafi? Quanto ce la farà pagare (per avere il suo petrolio, per bloccare l'immigrazione clandestina gestita dagli stessi libici)? Quanti altri miliardi dovremo regalare al dittatore?

15 marzo 2011

Fratelli d'Italia

A Milano i leghisti disertano l'aula per l'inno.
Nel frattempo, gli opinionisti pro nucleare insistono: sbagliato farsi prendere dal panico sul nucleare (sarebbe un danno per l'industria nucleare).
Ma a Termini fanno sapere che si accontenterebbero di un lavoro qualsiasi.
Scopriamo che a Milano erano tutti amici, tutti fratelli, specie con i boss della ndrangheta.

Mentre a Roma si discute sulla casa di Fini, i giudici che non possono fare comizi e il processo breve, nel mondo si osserva con la giusta paura, la nube nucleare.

Mancano 2 giorni ai 150 anni dell'Italia.