22 marzo 2016

Dicono che

Dicono che siamo in guerra.
Dicono che (l'ultimo) attentato a Bruxelles è la prova del fallimento della sicurezza e dell'Europa.
Ecco, andiamo in guerra ma dove? In Siria? In Libia?
E contro chi? E a fianco di quale alleato?
Facciamo decollare i caccia e bombardiamo a casaccio nel deserto?

Non è ancora finita


Gli arresti della settimana scorsa, con la cattura del kamikaze riluttante Salah (nascosto in casa sua) sono servite a poco: questa mattina all'aeroporto di Bruxelles sono avvenute due esplosioni, una dopo l'altra.

Così funziona col terrorismo: è proprio quando tu ti senti sicuro, tranquillo, che colpisce, in mezzo alla folla, per creare caos, terrore.
Nel centro dell'Europa, che più che multietnica appare divisa (sul contrasto all'Isis, al terrorismo, sui profughi), sfilacciata, con le grandi capitali divise in quartieri ghetto, chiusi.

21 marzo 2016

Giornata per le vittime delle mafie

La giornata per il ricordo delle vittime delle mafie quest'anno si tiene a Messina: la provincia che venia definita "babba", dove non succede nulla, dove nemmeno la mafia c'è. Ma Messina è anche la città dove fu uccisa anni fa Graziella Campagna, colpevole di aver visto un latitante.
Come per altri omicidi di mafia, anche in questo depistaggi, indagini al rallentatore, la volontà di annacquare tutto.
Anche da morta dava fastidio, l'allora guardasigilli Mastella cercò di bloccare la fiction RAI che raccontava la sua morte e le difficoltà del fratello nell'ottenere giustizia.

Messina la città del ponte e dell'acqua che a volte non arriva. Ma anche la città dove la mafia esiste, come esiste il "rito peloritano", una formula del gergo mafioso per indicare gli incontri tra mafiosi e uomini delle istituzioni: a Messina avvocati dei mafiosi e giudici cenavano assieme dopo le sentenze.
Siamo partiti dalle vittime della mafia e siamo arrivati a parlare dei suoi complici all'interno dello stato: la forza della mafia sta infatti nel suo potere intimidatorio ma anche nella sua capacità di creare rapporti, per quella convergenza di interessi già formulata dal pool antimafia del giudice Caponnetto.

Se lo Stato vuole fare una vera lotta alla mafia deve fare chiarezza all'interno di questa zona grigia, a cominciare dai tanti politici accusati di concorso esterno (e magari assolti perché ci sono le prove dei contatti dei mafiosi ma non dei favori concessi).

E poi dovrebbe proteggere i testimoni di giustizia, non abbandonarli a se stessi.
Il fondo vittime della mafia è bloccato da cinque mesi: non è credibile uno stato che ha tolto la parola mafia dall'agenda, una politica incapace di fare pulizia nei confronti dei rapporti con le mafie e che ogni volta si trincera dietro la presunzione di innocenza (e il lavoro della magistratura).

Non basta una giornata di memoria per pulirsi la coscienza.

Case al popolo – Presa diretta

Il lungo servizio di Presa diretta sull'emergenza case a Roma è cominciato con lo sfratto della signora Bruna, dalla sua casa. Era stata comprata in edilizia agevolata, lo strumento pensato per chi non ha i mezzi per comprarsi da soli la casa.
La signora Bruna avrebbe dovuto pagare 400 euro il mese, da tabella: in realtà pagava fino a 700 euro. Se la regione non sorveglia, se il comune sorveglia, è chiaro che questi ci mangiano sopra – raccontava al giornalista.
"Questi", sarebbero i costruttori, che hanno approfittato delle convenzioni per costruire in edilizia convenzionata (col pubblico che metteva parte dei costi a fondo perduto), per vendere poi a prezzi di mercato. Così oggi, siccome la gente non riesce a pagare l'affitto, si arriva agli sfratti e ai picchetti per opporsi a questi soprusi.

Dalla signora Bruna, grazie al cielo, anziché la polizia arriva l'ufficiale giudiziario, con un'altra proroga di un mese. Ma nel frattempo a Tor Vergata c'è un altro caso di sfratto: il signor Sandro aveva pagato 100mila euro per la casa in edilizia convenzionata, ma i costruttori gliene hanno chiesti altrettanti.
Senza che nessuno (in comune) chieda conto delle convenzioni e delle tabelle stabilite dagli enti locali.

Case che dovevano costare 120mila euro, arrivano a costare 170mila o addirittura 200mila euro: l'avvocato Perticaro si è fatto portavoce di queste vittime dell'edilizia convenzionata.
Oggi ci sono ben tre inchieste della procura di Roma per i reati di concussione ed estorsione.

Presa diretta ha raccontato il fallimento dell'edilizia agevolata in questo paese e nello specifico a Roma: anziché arrivare a delle case con costi calmierati, con dei fondi pubblici a fondo perduto, questa edilizia è stata poi venduta a prezzo di mercato, senza rispettare le regole.

Tor Vergata: Federico Ruffo ha visitato i tre palazzi costruiti in edilizia convenzionata, nell'appartamento di uno di questi soci truffati, che nemmeno sapeva di essere entrato in una case in edilizia convenzionata.
Ha già pagato 215 milioni di euro e ora ne dovrebbe pagare altri, alla cooperativa San Paolo, i cui vertici sono oggi indagati.
Ma sono sereni: nel 2012 il pm stava già archiviando e ora sono in attesa che tutto finisca in niente.
Il loro caso è di edilizia convenzionata, senza essere vincolati dal vendere a prezzi calmierati: tutto questo è grazie ad un prezzo di carta scritto da un dirigente del comune che dà ragione alla cooperativa.
L'ing. Andreangeli ha cambiato idea, in pochi mesi, nel 2012: si scopre poi che questo dirigente ha preso una casa da una cooperativa che ha costruito a Spinaceto, con una convenzione col comune scritta da lui stesso.
Nessun conflitto di interesse, sostiene il dirigente: non aveva diritto a comprare una casa in edilizia convenzionata avendo già una casa, che l'ha pure comprata ad un prezzo vantaggioso.

Un'altra delibera ha comportato l'aumento dei prezzi di questa edilizia: quella che permette di rivendere le case a prezzo di mercato (senza nessun prezzo massimo di cessione).
Solo a settembre è uscita una sentenza che stabilisce che i vincoli dei prezzi rimangono in vita finché vale la convenzione: ma a Roma fanno tutti così, gli appartamenti venivano venduti a prezzo di mercato.

Anche i membri dei servizi segreti, dell'antiterrorismo sono stati fregati in questo modo: dovevano pagare un prezzo calmierato e invece si sono trovati a pagare il doppio. In prefettura non sono riusciti a parlare con nessuno.

A Torresina i costruttori hanno costruiti anche più del progetto approvato: c'è almeno una palazzina in più con due piani in più, affittati a prezzo di mercato e a gente che non ne avrebbe diritto.
Come è stato possibile? I costruttori non hanno nemmeno pagato gli oneri di urbanizzazione, non hanno completato le strade, le fogne, l'illuminazione. Tutto in divenire …

Area monte Stallonara: 400mila metri cubi di cemento, su una zona senza oneri di urbanizzazione anche qui. Niente strade, fogne non allacciate.
Sanno queste cose in comune o in regione Lazio?
Tutti i piani di zona sono in queste condizione, sin dal 1999: per assegnare le case sono necessarie le carte per l'idoneità. Ma a Castel Verde mancano ancora, dopo tanti anni: in assenza dell'agibilità le case dovrebbe essere chiuse, anche se già abitate.

Altra abitudine dei piani di zona: ingegneri e architetti chiedono l'agibilità dei piani di zona a fine lavori, senza fare controlli.
Ci sono casi di direttori dei lavori che non hanno mai controllato i cantieri e anche nessun controllo da parte della regione sui lavori: così senza controlli, metà dei piani di zona sono fuori dalle regole.
Ma le sanzioni non sono mai arrivate: l'avvocato Perticaro racconta che le sanzioni sono molto alte, si dovrebbe arrivare anche al ritorno delle case al comune e coi soldi delle multe si sistemerebbero le casse del comune.

Tutta questa vergogna è emersa grazie al lavoro di un assessore del comune, nel 2013: Marco Corsini chiese al IX dipartimento le carte di come venivano date le convenzioni.
Le carte mancavano o non erano disponibili: c'è stata una carenza dei controlli, mancavano gli atti applicativi delle convenzione, nessun piano aveva mai rispetto le regole del comune, sui prezzi.

Federico Ruffo è andato in questo ufficio: sono sottodimensionati, dice un impiegato, fare le cause alle cooperative costa tempo. Anche se si ha l'impressione che le cause non si siano fatte per non scontentare i costruttori.

Il contributo pubblico non veniva usato per scontare il prezzo agli inquilini: i soldi pubblici sono finiti direttamente ai costruttori senza che fossero destinati all'uso sociale.
La partita dell'edilizia convenzionata è in mano al prefetto Tronca: nel frattempo i sfratti vanno avanti, con tanto di agenti in tenuta antisommossa.
I criminali non stanno in quelle case, però.

La situazione di Milano.
A Milano ci sono 10mila case sfitte e 20mila persone in attesa di una casa.
E lo stato delle case pubbliche è decadente: il comune paga per tenere queste case che rimangono vuote, senza che siano ristrutturate e con la gente che rimane per strada o in macchina a dormire.
Ci sono appartamenti ma anche altri spazi abbandonati: ex asili, ex spazi commerciali, che ora il comune vorrebbe dismettere per fare cassa.
In realtà è una svendita di beni pubblici, perché alla fine il prezzo è inferiore a quello del costo.
Milano è la città delle eccellenze, ma non nel settore delle case pubbliche, racconta la portavoce degli inquilini delle case pubbliche. Nemmeno a Milano si riesce a soddisfare la richiesta di case pubbliche: Aler, l'azienda delle case pubbliche, avrebbe dovuto gestire questo patrimonio.
In questi anni è stata colpita da inchieste della procura e della corte dei conti, per assunzioni clientelari e spese esagerate, speculazioni non necessarie.

Il DG era Domenico Ippolito, che non si lascia intervistare: oggi a capo dell'Aler è l'ex prefetto Lombardi che conferma la vendita di case, per i bisognosi, per ripianare i conti.
Conferma anche che nel passato le svendite sono state un flop … Oggi la gestione delle case del comune è nelle mani di MM, metropolitane milanesi.

La prima cosa che ha fatto il nuovo gestore è stata un'anagrafica delle case: sono consapevoli dei costi degli sfratti, dei costi degli sgomberi, delle occupazioni illegali.
Sanno anche che il focus è essere veloci nell'assegnare le case, per evitare occupazioni e code nelle domande di casa.
Serve ristrutturare queste case sfitte: servono 43ml di euro l'anno, altri milioni per ristrutturazioni straordinarie per arrivare a 100ml. Che soluzioni ci sono ad oggi?
Che ne dicono i candidati?
Servono soldi aggiuntivi per sistemare questi alloggi, prima che anche a Milano scoppi la bomba degli sgomberi.
Basterebbe smetterla con la costruzione di edilizia di lusso, in pieno centro di Milano: case e grattacieli di lusso che rimangono poi invendute...

La guerra per la casa a Roma.
A Roma 30mila persone sono alle prese con l'emergenza abitativa.
Il fallimento delle politiche abitative porta agli sgomberi, ai milioni persi, al disagio delle persone, alle forze dell'ordine impegnate in queste operazioni.
Dalle code per l'assegnazione delle case, assegnate col contagocce, dopo anni.
Lo sportello informazioni è blindato, perché l'esasperazione delle persone si è sfogata con gli impiegati.

La gente andava a vivere nei residence, con gli affitti pagati a caro prezzo dal comune: alcuni di questi soldi sono finiti poi alla coop di Buzzi, quello di Mafia capitale, per servizi di portierato.
A Campo farnia il comune paga più di un milione ogni anno, per la gestione del residence: faceva in tempo a comprarne due di palazzine come queste.

La giunta Marino aveva pensato al buono casa: il cittadino si doveva trovare casa e il comune si impegnava a pagare l'affitto per 4 anni. Ma rimane sempre una soluzione in cui si danno soldi al privato.
Anche a Roma ci sono appartamenti vuoti, dell'ATER, società del comune: a San Basilio si trovano almeno 30 appartamenti chiusi, non assegnati.
Il comune risponde che non c'è il personale per assegnare le case …

A Casal Monastero ci sarebbero 40 appartamenti vuoti, non assegnati: Franco Mazzetto (nuovo DG dell'ATER) spiega che tenerli vuoti costa troppo al comune, il piano è assegnarne 4 o 5 all'anno.

Il comune ha comprato case popolari in una zona vicino a discariche: gli inquilini sono stati costretti ad entrare in queste case, 150 appartamenti di edilizia privata comprati dal comune di Roma, sindaco Alemanno. Nessun privato voleva comprarle, a quel prezzo e con quella puzza.

L'altro scandalo è la manutenzione delle case pubbliche: soffitti con l'infiltrazione dell'acqua, che crollano, tutti i lavori di risistemazione sono a carico degli inquilini perché il comune risponde che non ci sono soldi...

In Italia siamo indietro nella classifica degli alloggi popolari: dopo decenni, col governo Renzi siamo arrivati ad uno stanziamento da 493 ml da spendere in 4 anni, per alloggi sfitti e per la sistemazione dell'esistente.
Niente però per la costruzione di nuove case e niente nemmeno per gli appartamenti privati sfitti: a Parigi il comune, avendo un diritto di prelazione, si compra gli appartamenti sfitti e li riaffitta a prezzo calmierato, per gente che non ha stipendi alti.

Qualcosa si potrebbe fare, basterebbe avere la volontà politica di investire in edilizia pubblica (e non solo nelle grandi opere, nell'edilizia privata di lusso).

20 marzo 2016

Il prezzo della verità - Ilaria Alpi e la pista dei rifiuti


“E' la storia della mia vita, devo concludere, voglio mettere la parola fine .. 1400 miliardi di lire: dov'è finita questa impressionante mole di denaro?”

Questa è una delle ultime annotazioni scritte dalla giornalista Ilaria Alpi, nel suo ultimo viaggio in Somalia: a meno di non volersi prendere in giro, oggi possiamo dire che Ilaria e il suo operatore Miran Hrovatin sono stati uccisi per il loro lavoro.
Perché volevano farlo bene, andare fino in fondo nella pista dei traffici dei rifiuti verso la Somalia in cambio di tangenti ed armi.
Davano fastidio con le loro domande, con i loro servizi.
I colleghi Luigi Grimaldi e Luciano Scalettari hanno ricostruito la storia di questi traffici nel saggio 1994, che parte dall'omicidio Rostagno, toccando Gladio, mafia e massoneria, per arrivare fino al 1994.
Strano anno il 1994: anno di cerniera tra prima e seconda repubblica, dove tutto cambia per non cambiare nulla.
Normalizzazione a cui siamo arrivati passando per le bombe della mafia, la trattativa mafia stato, depistaggi, finte commissioni di inchiesta (quella sull'omicidio Alpi, per esempio), omicidi di chi sapeva troppo o era diventato ingombrante.

Trapani 26 settembre 1988, Mauro Rostagno viene trovato morto sulla sua auto, crivellato di colpi, a poche decine di metri dalla sede della comunità Saman.

Livorno 10 aprile 1991. Alle 22.27 il traghetto Moby Prince con a boro 141 persone sperona la petroliera Agip Abruzzo della Snam. Un solo sopravvissuto: ad oggi la più grave sciagura della marina civile. Le indagini si rivelano un coacervo di omissioni, depistaggi, clamorose manomissioni. Quella sera c'era la nebbia? Forse. C'era però traffico militare con trasbordo di armi fuori dalla base militare di Camp D'arby. C'era la nave ammiraglia della Shifco, su cui tre anni più tardi indagherà Ilaria Alpi. Sulla traghetto furono trovate tracce di esplosivo, il T4-Rdx , e tracce di miccia detonante alla pentrite, stesso tipo di quella trattata dal trafficante d'armi siriano Monzer Al Kassar. Dello stesso tipo di quello delle stragi di mafia del 1992-1993.

Nairobi, 24 giugno 1992. Nella capitale Keniota tre singolari personaggi – un trafficante, un imprenditore, il console onorario della Somalia - si danno appuntamento per firmare una lettera di intenti riservatissima, un accordo per lo sviluppo del progetto Urano nel corno d'Africa. I loro nomi sono Guido Garelli, Giancarlo Marocchino e Ezio Scaglione. Cos'è Urano? Uno dei più colossali progetti di smaltimento illecito di rifiuti tossico-nocivi e nucleari in Africa.

Roma, 31 ottobre 1993/23 gennaio 1994. Un uomo schiaccia il pulsante di un telecomando a distanza, ma l'auto imbottita di esplosivo non esplode. L'innesco non ha funzionato. La vettura è intatta, la gente sfila davanti allo stadio Olimpico, i carabinieri del servizio d'ordine fanno il loro lavoro ignari del fatto che potrebbero essere già morti.

Balad, Somalia, 12 novembre 1993. Un mezzo militare sta rientrando al comando dell'operazione Ibis (il nome dell'intervento militare italiano nell'ambito della missione internazionale Onu Restore Hope) dopo una breve missione di intelligence. A bordo tre militari e due agenti del servizio segreto. In prossimità di una curva un gruppo di miliziani somali spara sul blindato. Il conflitto a fuoco dura pochi minuti: nessuno dei nostri viene colpito, tranne Vincenzo Li Causi, che morirà poco dopo.
Si dice che anziché una missione di intelligence fosse una battuta di caccia. Un omicidio avvolto nel mistero: versioni discordanti e nessuna autopsia, omissioni di atti d'indagine.
Li Causi faceva parte dell'ufficio K del Sismi, responsabile del centro Scorpione di Trapani, base della Gladio. Li Causi era indagato per l'indagine sulla Falange Armata, si dice che avesse contatti con i giornalisti Rostagno e Ilaria Alpi.

Alessandria 23 novembre 1993. Nell'ambito di una indagine su un giro di furti d'auto e ricettazione la polizia interroga un uomo d'affari che è anche uno dei protagonisti del progetto Urano, Roberto Ruppen. Indagato a Palmi per traffico di armi, assieme a Licio Gelli e Francesco Pazienza, ma è sopratutto uno dei manager di Publitalia '80, incaricati da Marcello Dell'Utri di trasformare la Holding di Berlusconi in un partito. Traffico di armi, traffico di rifiuti con la Somalia. Dopo questa indagine Ruppen riceve il benservito da Berlusconi. Perché?

Mogadiscio, 20 marzo 1994. In un pomeriggio afoso, lungo una strada della capitale somala, il fuoristrada su cui viaggiano i giornalisti del Tg3 Ilaria Alpi e Miran Hrovatin viene bloccato da un gruppo di uomini armati. Segue un breve conflitto a fuoco: la scorta ne esce illesa ma Ilaria e Miran vengono ritrovati poco dopo morti con un colpo in testa. Il primo a giungere sul posto è Giancarlo Marocchino. Quello dei traffici illeciti del progetto Urano.
Ilaria stava indagando sul traffico di rifiuti tramite le navi della Shifco, sul lato oscuro dei progetti di cooperazione Italia-Somalia, sui rifiuti interrati lungo la strada Garowe Bosaso. Forse aveva avuto contatti con il maresciallo Li Causi, e qualcuno l'aveva mandata sulla pista di Gardo e di Bosaso. Aveva promesso un servizio al caporedattore “qualcosa di grosso, roba che scotta”. Dopo la morte qualcuno trafuga i suoi nastri. La settimana dopo ci sarebbero state le elezioni: cosa avrebbe potuto provocare il suo servizio, un terremoto elettorale?

Roma 29 marzo 1994. Tv, radio e giornali annunciano la svolta italiana: Silvio Berlusconi è il nuovo presidente del Consiglio. Forza Italia, il partito nato dopo 4 mesi, ha vinto le elezioni.

6 anni: dal 1988 al 1994: che relazione c'è tra l'omicidio Rostagno e le bombe di mafia, tra gli accordi firmati a Nairobi e un ufficiale della Gladio, tra ciò che avviene a Roma e le faccende italo somale che si svolgono in un paese africano?
Una storia, armi, rifiuti, Servizi, P2, leghe del Sud, mafie, Craxi e la cooperazione internazionale e poi l'embrione di Forza Italia. Opere e soprattutto omissioni. Depistaggi e omicidi.
Un puzzle, da Nairobi, a Livorno, Trapani, Milano e infine Roma. Con un disegno finale inquietante.

La storia di Ilaria Alpi, o il mistero di Ilaria Alpi, inizia con quella storia che lei come giornalista sentiva di dover raccontare.
È una storia di oggetti scomparsi: i nastri, i taccuini, il rapporto medico, l'autopsia che non viene fatta.
È una storia di depistaggi, di false piste (erano in vacanza, raccontava il membro della commissione di inchiesta Taormina), di perizie discordanti. Di una Toyota (quella dove viaggiavano i due giornalisti) che viene ritrovata dopo anni.
Di un imprenditore che è il primo ad accorrere sul posto, Marocchino. Chi è quest'uomo? uno che conosce Mogadiscio e la Somalia, sicuramente. Il presidente della Commissione Taormina lo definisce un informatore del sismi (ma si bruciano così gli informatori?).
Imprenditore finito sotto inchiesta nel 1997 dalla procura di Asti per traffico illegale di rifiuti tossici. Rifiuti che poi sono stati sepolti nei cantieri somali?

È una storia complicata, quella dove si era andata a cacciare Ilaria Alpi: una storia che mette assieme la cooperazione internazionale (finta), il traffico di rifiuti, la criminalità organizzata, i servizi al servizio dell'antistato, un paese come la Somalia.

Forse Ilaria e Miran avrebbero preferito essere giornalisti e basta: quello che non deve succedere è, come al solito, che diventino eroi, per essere santificati e poi dimenticati.


La puntata di Blunotte che Carlo Lucarelli ha dedicato ad Ilaria, terminava così, credo che siano le parole giuste per descrivere questa persona coraggiosa che voleva fare solo la giornalista.

La guerra per la casa

Picchetto contro lo sfratto alla Borghesiana
A Roma sta esplodendo una bomba sociale: non stiamo parlando di mafia capitale o dei rifiuti.
È la guerra per la casa che sta causando le decine di sfratti che stanno lasciando per strada famiglie inadempienti nei confronti del comune, non riuscendo più a pagare i canoni di affitto.
Stiamo parlando di abitazioni costruite nell'estrema periferia di Roma grazie ai “piani di zona”: un investimento da 1,5 miliardi di euro in cui il comune doveva mettere i terreni, la regione le sovvenzioni (il miliardo e mezzo di euro) e i costruttori la manodopera: le case avrebbero dovuto essere assegnati alle persone più bisognose per risolvere l'emergenza casa a prezzi controllati.
La realtà è stata ben diversa: in assenza di controlli da parte degli enti locali, molti degli alloggi sono stati venduti a prezzo di mercato.
Il risultato sono i 15 sfratti al giorno dove, paradossalmente, ad essere cacciati di casa sono proprio le persone che più avrebbero bisogno di un aiuto da parte del pubblico: ma con affitti che arrivano a 900 euro al mese (un'enormità nella periferia romana dove mancano servizi, strade, persino le fogne) è impossibile pensare di rispettare i contratti.
Come si è arrivati a questa situazione?
Nella convenzione tra ente pubblico e costruttore (spesso cooperative), si sarebbe dovuto specificare il prezzo finale: sono stati documentati casi di convezioni prive di questo valore.
Altri dove il prezzo finale è stato gonfiato da opere migliorative non richieste.
Oppure da transazione attraverso agenzie di intermediazione che in questi casi sarebbero pure vietate.
C'è la storia di un dirigente del comune di Roma, addetto ai piani di zona, che è anche proprietario di un villino all'interno di uno dei comprensori di cui ha firmato gli atti.

Questo patrimonio, oggi stimato in 15 miliardi, non è nato per fini speculativi, il Campidoglio avrebbe avuto il compito di vigilare, le inadempienze rispetto alle convenzioni avrebbero dovuto essere sanzionate.
La procura di Roma sta indagando, i reati ipotizzati sono tentata estorsione e concussione.
Il prefetto Tronca, di fronte a questa emergenza invece, ha varato una delibera sui vincoli di massima cessione, ovvero ha stabilito la cifra con cui gli inquilini possono rivendere al comune i loro alloggi.
Tradotto dal politichese, invece di puntare all'incasso delle sanzioni sui progetti non a norma, si è preferito fare cassa a breve termine.
Lasciando la gente per strada, però.
Tra le persone che hanno segnalato queste storture ci sono anche esponenti delle forze dell'ordine che pagano il doppio del canone di affitto prestabilito.
Del dramma delle decine di sfratti che avvengono quotidianamente all'estrema periferia della capitale e del buco nero dei piani di zona nella capitale si occuperà la prima inchiesta di Presa diretta di questa sera.
Nel reportage intitolato “Case al popolo” di Federico Ruffo, si ripercorre la guerra per la casa in atto a Roma dove migliaia di persone hanno comprato o affittato appartamenti nati come edilizia agevolata ma poi venduti a prezzi di mercato e ora faticano a pagarli.
La scheda del servizio: Case al popolo
Case al popolo. Un'inchiesta dedicata all’emergenza casa e alle politiche abitative. Sono decine di migliaia le famiglie che non possono permettersi una casa ai prezzi di mercato e gli investimenti pubblici latitano da decenni.Nella Capitale da anni si costruisce con l’edilizia in convenzione. Sono case costruite da privati, in buona parte con denaro pubblico e poi cedute in affitto o vendute a chi risponde a determinati requisiti, a cifre più basse di quelle di mercato.Ma qualcosa non ha funzionato e un esercito di inquilini che ha sempre pagato regolarmente, oggi si trova sotto sfratto.Cosa è successo? Quali sono state le irregolarità da parte dei costruttori o delle Cooperative. E chi doveva controllare, cosa ha fatto?La magistratura ha aperto più inchieste.A PRESADIRETTA il racconto degli inquilini, dei costruttori privati, delle Cooperative e della politica.E ancora, il capitolo delle case popolari, tra Roma e Milano. Le graduatorie infinite, le case occupate e gli appartamenti vuoti, la mancanza di manutenzione, gli sfratti, le proteste e gli scontri con le forze dell'ordine. Un enorme patrimonio gestito con poca trasparenza. L’emergenza abitativa nel nostro paese è diventato un vero e proprio allarme sociale.

Il secondo servizio si occuperà del sud: la settimana scorsa Presa diretta aveva raccontato della situazione drammatica delle regioni del meridione, coi consumi in calo, col PIL più basso.
Questa sera si parlerà delle università: degli studenti che emigrano al nord (e lì poi cercheranno lavoro) e dei fondi pubblici che vengono spostati dal sud al nord.
UNIVERSITA' AL SUD. Le Università nelle Regioni del Sud si stanno spegnendo. Da almeno dieci anni a questa parte gli Atenei del Sud soffrono di un’emorragia inarrestabile di iscritti e naturalmente di laureati.I giovani italiani vanno a laurearsi al nord.Le telecamere di PRESADIRETTA hanno attraversato le aule degli Atenei del meridione, che si stanno svuotando di studenti e di professori. Gli iscritti al Sud sono calati del 20%, quasi 70mila studenti e 50mila docenti in meno. La Puglia, la Sicilia, la Calabria e la Campania sono le Regioni dove il saldo negativo è più grave. E il meccanismo premiale voluto dalle ultime Riforme dell’Università (più studenti, più laureati, più qualità e quindi più fondi) ha drenato risorse dagli Atenei del sud verso quelli del nord.
E se il Sud continuerà a svuotarsi di istruzione, di formazione e di competenze, come farà a rimettersi al passo con il resto del paese?"CASE AL POPOLO" e "UNIVERSITA’ AL SUD" sono un racconto di Riccardo Iacona con Raffaella Pusceddu, Federico Ruffo, Elena Stramentinoli, Antonella Bottini, Elisabetta Camilleri, Andrea Vignali.

19 marzo 2016

La scala di ferro, di Georges Simenon

L'incipit
Il primo appunto lo scrisse a matita sul foglio di un bloc-notes grande quanto una cartolina. Non ritenne di dover mettere la data completa. «Martedì. Crisi alle 2.50. Durata 35 minuti. Colica. A pranzo mangiato purè di patate». Dopo la parola pranzo aggiunse un segno meno e vi tracciò intorno un piccolo cerchio:
Immaginatevi seduti in un ristorante di fronte ad una coppia che sta cenando, solitaria, scambiandosi poche parole e comunicando solo negli occhi.
Lentamente, seguiteli mentre lasciano la sala per tornare a casa a piedi, tenendosi a braccetto, sempre silenziosi, sempre solitari.
Immaginatevi di poter seguire questa coppia, che all'apparenza sembra una come tante : lei con un cappotto che la fascia mettendo in evidenza fianchi e forme generose. Lui con quell'aria da impiegato, uguale a tante altre persone che si incrociano la sera.
E ora di entrate con loro in casa, seguite i loro gesti quotidiani, sempre uguali, sempre gli stessi, in camera da letto mentre i due si spogliano. Anche qui poche parole, come se stessero seguendo un rituale ad entrambi noto. La lune si spegne ..
Buonanotte Luise
Buonanotte Etienne.

Ma quali pensieri si celano nella testa di questa coppia, lei la “padrona” e proprietaria di una cartoleria in Boulevard de Clichy, lui rappresentante di articoli da cartoleria che però lavora per lei?
Ancora una volta Simenon ci consente di squarciare il velo di una famiglia borghese, all'apparenza normale, per raccontarci un'altra storia “nera”, di un amore malato e di un un uomo che si sente malato, che si sente morire giorno dopo giorno. Che dopo quindici anni di vita, quasi monotona, seguendo le stesse abitudini (la cena fuori un giorno la settimana, la sera in casa con gli unici amici, i Leduc), la notte a casa, a fare l'amore con passione, inizia a riflettere sul suo contrappasso

Ci troviamo a Parigi nei primi anni cinquanta: Etienne e Luise, sono sposati da quindici anni, appunto, lei la padrona di una cartoleria, con due commessi, lui un rappresentante con un giro di clienti per Parigi.
La prima parte del racconto è quasi claustrofobica, poiché si svolge quasi tutta all'interno delle stanze del loro appartamento, dove è una scala di ferro che separa la cartoleria di Luise dalla camera da letto dove riposa Etienne, alle prese con una malattia.
Una malattia cominciata con delle crisi, qualche mese prima: un senso di vertigine, una sensazione di caldo alla gola. Episodi che ora, anche su suggerimento del medico, si trova ad annotare su un foglio tenuto nascosto alla moglie.
Tutto era cominciato (ma quando, esattamente? Lui stesso non riusciva a ricordarsene) con una improvvisa sensazione di vertigine, accompagnata da «un intenso e molesto calore alla gola». Poi, in seguito al ripetersi delle crisi, aveva consultato vari medici, l'ultimo dei quali gli aveva consigliato di prendere nota di quello che aveva fatto, e mangiato, prima di ogni crisi. In quegli appunti, buttati giù su un foglietto che nascondeva tra le pagine di un libro, aveva deciso di annotare anche altro: quello che sua moglie, a differenza di lui, non aveva mangiato. E, dall'appartamento collegato attraverso una scala a chiocciola con la cartoleria di cui sua moglie era la «padrona», aveva cominciato a spiarla, ad ascoltare le sue telefonate, a cercare delle prove. A volte quasi si vergognava di rimuginare quei vaghi sospetti: si amavano da così tanto tempo, loro due!
Dopo quindici anni passati seguendo la stessa quieta monotonia familiare, la sua vita all'improvviso si trasforma in un incubo. Nei pensieri di Etienne, di cui Simenon ci rende testimoni, si palesa un'idea tragica, dolorosa, un sospetto nei confronti di Luise. Pensieri vanno indietro nel tempo, alla sua precoce vedovanza, al fatto che lui stesso era stato per un tempo il suo amante, quando lei era ancora sposata a Guillaime. E si incontravano di nascosto nella camera dell'Hotel dove lui pernottava.
Guillaime morto dopo una malattia che l'aveva reso come uno scheletro.
Forse la stessa malattia che ora sta colpendo lui, che si vede dimagrire, che inizia a dubitare di Luise, di cui sente i movimenti la sotto, nel negozio, separata da lui dalla scala di ferro.
Si trova così senza una via d'uscita, perché l'unica cosa da fare sarebbe parlare alla moglie, dirle in faccia quello che pensa, che nonostante tutto non la vuole perdere:
«Ascoltami una volta per tutte: hai ucciso Guillaume perché volevi me e io l’ho sempre saputo, l’ho sospettato fin dal primo giorno. Non te l’ho impedito, ti ho lasciata fare. Non ti ho detto niente. Perché ti amavo. Perché anch’io ti volevo. Perché non avevo avuto nessuna donna nella mia vita.«Ti ho sposata.«Ho vissuto qui, con te per quindici anni. Abbiamo fatto di tutto perché i nostri due corpi fossero uno solo, perché la tua saliva fosse la mia, perché il tuo odore e il mio odore fossero il nostro odore.«Ci siamo accaniti per far si che il nostro letto diventasse il nostro universo …
La storia scorre così, attraverso i pensieri di Etienne che scrutano il passato della moglie, che egli stesso si trova a seguire, sapendo che lei sa dei suoi dubbi ma non avendo più il coraggio di affrontarla. Come fare per non perderla e per non perdersi?
Non riusciva ad avercela con lei, intuiva che non era colpa sua. Non era forse altrettanto colpevole, lui? Aveva mai trovato il coraggio di farle una domanda? Aveva taciuto, e anche lei aveva taciuto. Per quindici anni.
Un altro racconto pressoché perfetto, per il ritmo, cadenzato dalle giornate dei due protagonisti, che sono sviscerati in tutti i loro segreti. Nei loro umori fisici, nei loro pensieri.
Emerge, dalle pagine, la figura inquietante, di questa donna, Luise, affascinante e pericolosa, mantide borghese e poi di questo uomo, debole, inetto ...

La scheda del libro sul sito di Adelphi.
I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon.

18 marzo 2016

Eni, lo "stato parallelo" : Russia, mazzette e milioni alla stampa

L'articolo di Stefano Feltri uscito sul Fatto Quotidiano, sul libro uscito per Chiarelettere che racconta dell'Eni, lo "Stato parallelo", autori i giornalisti Andrea Greco e Giuseppe Oddo.


Russia, mazzette e milioni alla stampa:Eni, lo Stato parallelo
I rapporti opachi con Mosca ai tempi di Berlusconi e i fondia pioggia per la pubblicità, per farsi amici giornali e tv
 
Fondi neri, tangenti, una politica estera autonoma e dominante su quella della Farnesina, centinaia di milioni per garantirsi una stampa amica: sono queste le declinazioni dello “Stato parallelo”, come i giornalisti Andrea Greco e Giuseppe Oddo chiamano l’Eni in un loro libro che esce oggi per Chiarelettere, dopo oltre cinque anni di inchiesta. Il gruppo petrolifero fondato da Enrico Mattei e guidato oggi da Claudio De Scalzi è molto di più che un’azienda, è una “impresa al servizio dello Stato capace, all’occorrenza, di piegare lo Stato ai propri interessi”, come scrivono Greco e Oddo. Nel libro ci sono molti retroscena inediti e dettagli finora rimasti riservati su comesi è dispiegato il potere dello “Stato parallelo”. 
I RAPPORTI CON MOSCA. Negli anni in cui Silvio Berlusconi è stato al governo l’Eni ha rafforzatoi suoi rapporti con la Russia di Vladimir Putin, in ottimi rapporti anche con Romano Prodi ma amico del Cavaliere. Il 30 ottobre 2003 il vicepresidente della Gazprom, l’azienda di Stato Russa, chiede all’allora ad di Eni Vittorio Mincato di coinvolgere nell'importazione di gas dalla Russia Bruno Mentasti. Mincato non sa neppure chi sia, visto che Mentasti si occupa di acqua minerale e non di energia, ma è amico di Berlusconi. Gli aveva già fatto da prestanome ai tempi di Telepiù, quando il Cavaliere gli aveva intestato una quota della pay tv di cui doveva liberarsi per ragioni di Antitrust. Chi sono i veri azionisti della Centrex Europe Energy & Gas cui è legato Mentasti? A chi andranno davvero i profitti di questa strana alleanza con Gazprom? Non si può sapere. Alla fine l’operazione salta in quei termini, mai rapporti con la Russia si consolidano (e Gazprom riesce comunque ad accedere al mercato italiano tramite Eni e Centrex, con tre miliardi di metri cubi di gas all'anno). Oddo e Greco rivelano che l'accordo siglato 2006 tra Eni e Gazprom ha una pesante ricaduta: il gas comprato dalla Russia tramite il gasdotto Tag arriverà direttamente in Italia, a Tarvisio, e non in Austria a Baumgarten, come nel primo progetto. Risultato: l’Eni può venderlo solo all'Italia invece di piazzarlo nel mercato euro-peo quando ci sono picchi di domanda. 
TANGENTI. L’Eni fin dall’inizio pagava tangenti ai partiti. Mattei gestiva la cosa in prima persona. L’inchiesta Mani Pulite scopre almeno 500 miliardi fondi neri su conti esteri che venivano poi smistati dalla società Karfinco del banchiere Francesco Pacini Battaglia ai partiti e, in parte, agli stessi manager Eni. Basta comprare e rivendere petrolio a prezzi diversi tra Italia e società estere per accumulare risorse non tracciabili. Greco e Oddo rivelano che, quando diventa ad dell’Eni nel 1993 per bonificar-la, Franco Bernabé allestisce all’interno dell’azienda una “unità di crisi” per “affrontare i problemi” che emergevano con le inchieste giudiziari e e “monitorare le reazioni della maggioranza di governo costituitasi dopo l’affermazione di Silvio Berlusconi”. 
IL TRUST.Greco e Od-do, con l’aiuto di un esperto, ricostruiscono la storia del Paolo Scaroni Trust con beneficiari lo stesso Scaroni e i suoi famigliari. Il contratto “pur redatto in modo formalmente corretto, mancava dello scopo, e il disponente del trust era anche, di fatto, il suo principale beneficiario”.Mentre i trust dovrebbero servire a separare un soggetto dai suoi beni per evitare conflitti di interesse. Nel 2009 Scaroni usa lo scudo fiscale del governo Berlusconi, paga il 5 per cento per rimpatriare –si legge in un rapporto di Bankitalia – 10 milioni di euro. Ma ci sono pochi elementi a sostegno della giustificazione di Scaroni per la disponibilità di quelle somme, cioè che si trattasse di compensi accumulati nel periodo in cui il manager lavorava a Londra per la Pilkington.
LA COMUNICAZIONE.Dell’Eni in Italia i media si occupano poco, e quasi mai con notizie sgradite all'azienda. Una delle ragioni è la potenza comunicativa del gruppo. Nel 2011 il budget per le relazioni esterneè arrivato a 202 milioni di euro. Eni ha aumentato la pubblicità in Italia anche negli anni della crisi – nel 2011 da 52 a 70 milioni –prima dell’austerità im-posta da De Scalzi che nel 2014 l’ha ridotta a 23,4 milioni.Mentre cercava la riconferma, poi svanita, nel 2014 l'allora ad Scaroni si fa trovare ospite a una puntata di Porta a Porta di Bruno Vespa su Rai1 con Matteo Renzi. Secondo la ricostruzione di Greco e Oddo, di fronte alle rimostranze del premier, “Vespa avrebbe allarga-to le braccia, ribattendo che l’Eni era il maggiore inserzionista della Rai e che non era possibile rigettare la richiesta di Scaroni”.
OSSESSIONE SICUREZZA.Nel quartier generale di San Donato Milanese, scrivono Greco e Oddo, ci sono telecamere di sicurezza ovunque. Gli ascensori sono rivestiti di specchi per rendere visibile ogni oggetto alle riprese di sorveglianza e “a evitare che qualcuno possa estrarre un'arma e colpire alle spalle”. E nel 2012 il Garante della Privacy ha stabilito una deroga per l’Eni che puó “trattenere le immagini delle videoregistrazioni per sette giorni, contro le ventiquattro ore standard”.
Qui un estratto del libro su l'Espresso e un articolo su Repubblica.

Tutti al mare

Le stesse persone che ieri consideravano le primarie come uno strumento fondamentale della politica (la partecipazione, ascoltare la voce dei cittadini) oggi sposano la linea dell'astensionismo nei confronti del referendum prossimo del 17 aprile.
Il tema sono le concessioni (facili) e le proroghe sulle trivelle.
Referendum inutile, costoso, una perdita di tempo e risorse, dicono i vice segretari dem.
Sui costi sarebbe bastato unire referendum alle consultazioni elettorali.
Sui posti di lavoro meglio sorvolare (sono quelli che prevedevamo mirabilie per Expo e ora si preoccupano della possibile perdita se non si rinnovano le consessioni ...?).
Se fosse inutile, allora perché non si rivedono le norme dello sblocca Italia che sono contestate?
E allora tutti al mare: d'altronde, avendo spodestato dal pantheon Berlinguer e Gramsci, per portarci dentro Craxi e Happy days, è chiaro che gli slogan e gli atteggiamenti del peggior craxsismo dovessero entrare nel sangue dei giovani leader PD.
Nella scia degli attacchi ai sindacati, ai professori, ai giornalisti giornalisti e a tutti coloro che non si allineano.

Che poi, se uno si volesse preoccupare veramente dei costi (del referendum), potrebbe cominciare dai costi delle opere pubbliche, su cui pesa la tassa della corruzione.
Magari chiedendo a Verdini, fresco condannato (ma vale la presunzione di innocenza).

17 marzo 2016

La strada comoda

L'incidenza dei rapporti stabili attivati e delle trasformazioni
in rapporti stabili sul totale dei contratti attivati o trasformati (Repubblica)
Dice il PD (sul sito del partito) che il jobs act funziona
#INPS rivede al rialzo dati su assunzioni stabili nel 2015 e, includendo gen 2016, attesta che crescita supera i contratti a termine (pg 38)
— filippo taddei (@taddei76) March 16, 2016

Tutto questo nonostante dovrebbe essere chiaro a tutti (quelli che vogliono vedere i numeri e non fare cherry picking) che sono funzionati gli sgravi.
Terminati i quali le occupazioni sono calate.
E, con la possibilità di licenziare senza nessun controllo, vedremo come andrà a finire con la linea dell'occupazione.

Carlo di Foggia sul FQ:

La parola fine la mette l’Inps: “L’esonero contributivo del2015 risulta avere avuto un ef-fetto determinante sull’incremento dei rapporti di lavoro atempo indeterminato. Su 2,5milioni di attivazioni (e tra-sformazioni), oltre 1,5, il 62%, ne risultano beneficiarie”. Secondo un sondaggio dell’Istat,a gennaio-novembre 2015, il50% delle imprese manifatturiere e il 60% di quelle dei servizi ha ammesso “molta ” o “ab bastanza” importanza al ruolo degli sgravi al momento di decidere se effettuare delleassunzioni. Ieri Matteo Renzis’è consolato: nel 2015 il saldo “è comunque positivo per 913mila contratti”. Il problema viene adesso: con una crescita anemica del Pil c’è il rischio di una nuova battuta d’arresto

Il governo (dunque il suo presidente) è invece convinto del contrario? Mi piacerebbe che queste cose Renzi (e Taddei, e Poletti) le venisse a raccontare in tv in un confronto con un giornalista giornalista.
Non ho nulla contro le comparsate dalla D'Urso, dalla De Filippi, da Fazio.
Ma non è questo quello che mi aspetto da un presidente del consiglio che intende rottamare, riformare, che dice di avere il coraggio di cambiare le cose.

Altrimenti significa che non solo le politiche del governo hanno preso la strada sbagliata.
Ma per raccontarle, questi signori, hanno preso la strada comoda.

L'ennesimo vertice europeo

Oggi è previsto l'ennesimo vertice europeo sulla questione dei profughi.
Per l'Europa, intesa come presidenti dei consigli eurpei, capi di stato, presidenti dell'unione, l'importante è incontrarsi, proporre agente e buoni propositi (le quote di accoglienza) più che risolvere i problemi.
Forse oggi si parlerà delle barriere che i paesi stanno alzando al loro interno. Forse si parlerà della Turchia, delle sue continue richieste di soldi per tenersi i profughi senza che sbarchino sulle nostre coste (o che si mettano a guadare fiumi).
Con che faccia no europei chiediamo il rispetto agli stati membri dei vincoli (fiscali ed economici) quando non sappiamo imporre il rispetto dei diritti civili ad un paese come la Turchia cui stiamo delegando i compiti dello sceriffo cattivo?

Con che faccia ci presenteremo noi italiani, che da una parte chiediamo di rivedere il trattato di Dublino e dall'altra decide (per scelta del suo ministro dell'Interno) di prendere con la forza le impronte digitali ai migranti?
Che idea ha l'Europa dei profughi, di coloro che scappano dalle guerre? Un fastidio da nascondere nei grandi hub di cui dovrebbe essere costellato tutto il sud Europa (Italia compresa?).

Che differenza ci sarebbe allora, tra la civilissima Europa e l'Egitto di Al Sisi, dove gli oppositori spariscono nel nulla?

16 marzo 2016

16 marzo 1978 - il rapimento di Moro

A distanza di 38 anni non è semplice ricordare la vicenda del rapimento del presidente della DC Aldo Moro (e del rapimento della scorta): il velo dell'oblio da un pezzo ha coperto tutti i misteri della vicenda, la nostra memoria che (complice la classe politica) ha preferito dimenticare, mettere in soffitta il caso.
L'agguato in via Fani, il mistero dei membri del commando, dei colpi sparati, la stessa dinamica dell'agguato (e i colpi di grazia alla scorta). Il mistero del covo ..
Gli americani hanno la morte di Kennedy (e la soluzione facile dello sparatore solitario, quel pazzo di Lee Oswald), noi invece abbiamo il rapimento di Moro.
Evento che viene commemorato ogni anno, con le solite parole piene di retorica ("la sua visione lungimirante") che trovano spazio nelle news giusto il tempo di uno sbadiglio. Ogni anno il contatore si incrementa senza che ci si avvicini un passo in più alla verità.
Come sono andate le cose in quei minuti a Roma in via Fani?
Lo Stato (e i servizi, e le forze dell'ordine) hanno fatto tutto il possibile per salvarlo?
E' esistita una trattativa tra brigatisti e DC, come fa capire l'ultimo saggio di Stefania Limiti e Sandro Provvisionato?

E poi ancora il memoriale, fatto trovare in due rate, le strane morti che sono seguite a quel 9 maggio 1978 (dai boss della Magliana, Dalla Chiesa, il colonnello Varisco).
Il libro di Sciascia, "L'affaire Moro" inizia con questa cinica e atroce citazione: 
La frase più mostruosa di tutte:qualcuno è morto «al momento giusto».E. Canetti, La provincia dell'uomo.
E' vero anche per Aldo Moro: era il momento giusto per mettere fine alla parabola delle Brigate Rosse, per mettere fine all'esperimento delle larghe intese DC e PCI?
Quel 16 marzo 1978 fu uno snodo fondamentale della nostra storia: finché non sapremo tutti i dettagli, sui punti oscuri, non potremmo mai sentirci liberi, vivremo sempre in una democrazia ostaggio dei propri segreti.

Questi i nomi dei membri della scorta di Moro, uccisi dalle BR: Oreste Leonardi, Francesco Zizzi, Domenico Ricci, Raffaele Iozzino e Giulio Rivera.

Diritti privati

Diritto alla casa, diritto allo studio, diritto alle cure, diritto ad un salario minimo e dignitoso, diritto a non essere disciminato (per sesso, religione,..), diritto ad accedere ai livelli più elevati di studio per i meritevoli.

Sono tutti diritti sanciti dalla nostra carta costituzionale, alcuni esplicitamente dichiarati altri meno: l'acqua come bene pubblico (ovvero sottratto al profitto e al mercato) non è scritto nella Costituzione ma è stato sancito dai 26 milioni di voti del referendum del 2011.
L'acqua deve rimanere un diritto per tutti, non può essere messa su mercato con tutte le limitazioni che ne conseguono: questo diceva la volontà popolare ("la sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione - art 1").

Diritto all'acqua tradito dall'emendamento del governo sulla legge per l'acqua, usando poi le stesse giustificazioni dei berlusconiani nel 2011 (ma la proprietà rimane pubblica, solo il servizio è privato, vogliamo solo mettere le utility dei servizi sul mercato ..).
Diritto allo studio tradito, per i tagli alle borse di studio, i ricercatori con data di scadenza, i tagli all'istruzione (e le assunzioni dei precari fatte solo perché lo chiede l'Europa).
Diritto alle cure tradito: lo ha raccontato domenica Presa diretta, parlando dei farmaci per l'epatite C, che non saranno garantiti per tutti perché non ci sono soldi.
Diritto alla casa tradito: lo raccontano le centinaia di casi di sgombero, a Milano come a Roma, dove l'edilizia popolare non esiste, dove i piani di zona (sulla casa) realizzati con soldi pubblici hanno portato alla realizzazione di appartamenti a prezzo di mercato, senza servizi.

Alcune letture interessanti:
- il caso di lady Acqua 
"Ci sono nomine che vogliono dire più di mille parole e raccontano ancor meglio cosa c’è dietro il voltafaccia di Pd e governo sull’acqua pubblica. Il 10 novembre, infatti, alla Direzione acqua (rete idrica, depuratori, tariffe) e salvaguardia del territorio (bonifiche) è arrivata Gaia Checcucci, ovviamente fiorentina, meno ovviamente membro del Comitato per il No ai referendum del 2011, già consigliere comunale di Alleanza nazionale, per anni segretario generale dell’Autorità di bacino del fiume Arno (nominata dall’ex ministro Prestigiacomo) e vicepresidente di Federutility, l’associazione delle imprese del settore. "
- il doping sul lavoro: la notizia sul -39% degli assunti a tempo indeterminato (gennaio) e il commento di Gilioli 


Oggi anche il Sole 24 ore, in un colonnino di analisi, fa presente che se il governo Renzi ha fatto molto «sulla flessibilità in uscita» (cioè i licenziamenti) troppo timido è stato invece sulla «flessibilità in entrata», cioè le assunzioni. E aggiunge che i dati sulla ripresina dell'occupazione (peraltro la più lentad'Europa) sono dovuti agli incentivi per le assunzioni (non al Jobs Act) che però sono misura provvisoria e già ridotta rispetto all'anno scorso. Insomma doping.E già qui forse ci sarebbe qualcosa da dire sulla propaganda del governo («boom impressionante», fanfaroneggia Renzi a ogni decimale) e soprattutto sulla relazione tra questi nuovi contratti e il Jobs Act, che ad esempioBankitalia esclude.Ma se ci fosse un po' di onestà intellettuale oltre la narrazione si vedrebbe che in Italia non c'è solo un problema di debolezza numerica (i decimali) e di cause efficienti effimere (il doping degli incentivi).

15 marzo 2016

Porte aperte, Leonardo Sciascia

Le prime righe:
«Lei sa come la penso» disse il procuratore generale. Perfetto cominciare: di chi non si sa come la pensa, e se la pensa, e se pensa. Il piccolo giudico lo guardò con soave, indugiante, indulgente sonnolenza. E il procuratore se lo sentì sulla faccia, quello sguardo, come una volta, bambino, la mano di un suo parente vecchio e cieco che voleva – disse – vedere a chi dei più anziani della famiglia somigliasse. [..]Ora, da quello sguardo, fastidio e inquietudine. A chi voleva assomigliarlo, il piccolo giudice? E si pentì di quella frase che voleva aprire un discorso confidente, quasi amichevole. Ma non trovò di meglio che rivoltarla. Disse: «So come lei la pensa».

Una premessa d'obbligo.
Sempre più di frequente mi capita di imbattermi, leggendo i post sulle bacheche degli amici e i loro tweet, di immagini e frasi inneggianti al duce, il cavalier Benito Mussolini e al presunto periodo d'oro del ventennio fascista.
Uno in particolare mi aveva colpito: “durante il fascismo si dormiva con le porte aperte, oggi dobbiamo stare attenti a ladri e criminali ...”.
Pensavo, lo confesso ingenuamente, che certe pericolose sciocchezze fossero morte e sepolte dopo decenni di progresso e crescita culturale.
Evidentemente mi sbagliavo: riprendendo Sciascia, non solo la linea della Palma ha passato e abbondantemente la linea del Po. Anche il livello dell'ignoranza ha portato ad una regressione di una parte significativa di italiani. Ignoranti e felici nelle loro certezze: Mussolini e il fascismo che aveva portato la sicurezza nel paese, il benessere, le pensioni .. e l'elettrificazione, la bonifica dell'Agro Pontino.

Leonardo Sciascia, in questo racconto (corto, ma come sempre denso nel suo messaggio etico al lettore), aveva già affrontato il tema.
Ambientato a Palermo (già “città irrimedibile”) nel 1937, “Porte aperte” si ispira ad una storia vera avvenuta sempre a Palermo: un omicidio particolarmente efferato, un impiegato che uccide a colpi di baionetta, la moglie "l'uomo che dell'assassino aveva preso il posto nell'ufficio da cui era stato licenziato; l'uomo che, al vertice di quell'ufficio, ne aveva deciso il licenziamento”.
Quest'ultimo era un gerarca del partito fascista, presidente dell'ordine degli avvocati provinciali e presidente dell'Unione Artisti, persona certamente stimata in quanto gerarca (tanto che il futuro ministro Pavolini si costituisce parte civile al processo).
Processo su cui pesano tutte le attenzioni del partito che pretende dai giudici della Corte d'Assise una pena esemplare, anzi LA pena esemplare: la pena di morte che il codice Rocco ha da poco introdotto nel codice penale.

Sciascia racconta la storia di questo processo attraverso il “piccolo” giudice a latere della corte, “il dirlo piccolo mi è parso ne misurasse la grandezza”.
Nel dialogo iniziale col Procuratore Generale, costui gli espone il problema della pena capitale, di ciò che il partito fascista si aspetta:
«Ma torniamo al punto .. Qui, lei sa, corre l'opinione che da quando c'è il fascismo si dorme con le porte aperte ..»«Io chiudo sempre la mia» disse il giudice.«Anch'io: ma dobbiamo riconoscere che le condizioni della sicurezza pubblica, da quindici anni a questa parte, sono notevolmente migliorate. Anche in Sicilia, malgrado tutto. Ora, quali che siano le nostre opinioni sulla pena di morte, dobbiamo ammettere che il ripristino serve a ribadire, nella testa della gente l'idea di uno Stato che si preoccupa al massimo della sicurezza dei cittadini: l'idea che, ormai, si dorma con le porte aperte».

Quanto era falsa questa menzogna delle porte aperte: la dittatura pretende dai suoi sudditi le porte aperte per poterli meglio spiare, meglio controllare, per impedire che le persone, al chiuso nelle loro case, chissà cosa possano mettersi a pensare ..
Porte aperte per le persone, mentre chiuse, strettamente blindate le porte del potere, poco trasparenti i muri dei palazzi del potere. Dove il dittatore solitario decide le sorti del paese:
Le porte aperte. Suprema metafora dell'ordine, della sicurezza, della fiducia: «Si dorme con le porte aperte». Ma era, nel sonno, il sogno delle porte aperte, cui corrispondevano nella realtà quotidiana, da svegli, e specialmente per chi amava star sveglio e scrutare e capire e giudicare, tante porte chiuse.
E principalmente erano le porte chiuse dei giornali: ma i cittadini che spendevano ogni giorno trenta centesimi di lira per acquistarlo, due su mille nel popolatissimo sud, di quella porta chiusa non si accorgevano se non quando qualcosa accadeva sotto i loro occhi, qualcosa di grave, di tragico, e ne cercavano la notizia o che non trovavano o che trovavano impudicamente imposturata (la parola non è di buon uso, lo sappiamo;..)”.

I giornali, chiaramente, non avevano dato notizia dei tre omicidi: “nessun omicidio c’era stato: della moglie non si parlava; e gli altri due eran morti improvvisamente sì, ma di natural morte.”

Infatti ai tempi del fascismo non si uccideva e non si rubava e i pochi ladri venivano subito acchiappati dalla polizia e la magistratura era chiamata a dare loro una pena esemplare.

E gli italiani? Erano fascisti tanto quanto erano cattolici, ovvero coi gagliardetti, con le camicie nere, tanto come assidui frequentatori della messa domenicale, fino al ite missa est.
Ma cattolici assai poco praticanti e fascisti che, se domandati singolarmente, anche poco credenti: sugli italiani il “piccolo” giudice pensava che
“Non si erano mai posto il problema di giudicare il fascismo nel suo insieme, così come non se lo erano posto nei riguardi del cattolicesimo. Erano stati battezzati, cresimati, avevano battezzato e cresimato,..”.

Ma mentre il cattolicesimo rimaneva sempre fermo lì, immobile (e incline a perdonare i peccati delle pecorelle smarrite), “il fascismo no: si muoveva, si agitava, mutava e li mutava nel loro sentirsi – sempre meno – fascisti”.
Il partito fascista “diventava sempre più obbligante, nell’esservi dentro; e sempre più duro, nell’esservi fuori”.
L'alleanza con la Germania di Hitler, l'autarchia dopo le sanzioni della Società delle Nazioni, per la conquista dell'Abissinia (a che serve avere un impero se le condizioni di vita peggiorano?).

Queste le riflessioni che fa sue il giudice che, nel corso del processo, ha modo di conoscere un giurato, un agricoltore con la passione per la lettura. Anche grazie al suo appoggio, in Camera di consiglio riesce ad attenuare la pena al “solo” ergastolo, non credendo egli nella pena di morte, un omicidio di Stato concepito per tranquillizzare l'opinione pubblica (che poteva così dormire con le porte aperte, sapendo che gli assassini venivano liquidati in questa maniera dal fascismo).
Sà, il giudice, che questo gli costerà la carriera: ma, in un incontro con questo agricoltore, racconta che avrebbe potuto sottrarsi al processo, per non dover sentirsi costretto alla scelta sulla pena di morte.
Oppure poteva seguire i consigli del procuratore generale: ma questa scelta (un gesto contro la pena di morte) è stata "il punto d'onore della mia vita, dell'onore di vivere".

Il libro si chiude con un nuovo confronto col procuratore generale: la parte civile ha fatto appello alla Cassazione per avere un nuovo processo che probabilmente si concluderà con la condanna a morte.
E lei, rinfaccia il procuratore al giudice, avrà solo prolungato l'agonia dell'imputato (di cui nel libro non si fa mail nome): no, non è vero, la risposta. Ha fatto valere i suoi principi, la sua visione della legge, l'assurdità della pena di morte.

Il procuratore si passò il fazzoletto sulla fronte, quasi gli avvenisse di sudare, in quella stanza gelida.«Ma l'agonia» continuò il giudice «è uno stato, propriamente, nel giusto senso della parola, in cui la vita ha più parte che la morte; e posso anche ammettere, dunque, che la sentenza gliel'abbia prolungata. Ma ecco: o questa nostra vita è soltanto caso e assurdità e vale soltanto in sé, nelle illusioni in cui la si vive, al di qua di ogni altra illusione, e dunque il viverla ancora per qualche anno, per qualche mese o addirittura per qualche giorno, appare come un dono: così come ai malati di cancro o di tubercolosi, assurdamente nell'assurdo; o è invece parte, questa nostra vita, di un disegno imperscrutabile: e allora varrà, quest'agonia, a consegnare quest'uomo a un qualche aldilà con più pensieri, con più pensiero, magari con più follia, se non vogliamo dire con più religione».«Ma questo, il più pensiero, il più religione, come lei dice, penso che gli accadrà, con una intensità senza dubbio più dolorosa ma al tempo stesso, come dire?, più liberatoria, in quelle due o tre ore in cui sa che sta per andare a morire».«Eh no, la morte non è più un pensiero, in quel momento; nulla anzi, in quel momento, che possa dirsi pensiero. Lei provi, per quanto può, e sarà sempre a un grado lontanissimo, ad immedesimarvisi».«Ma non le pare di star trovando alibi per sé, per la vanità, diciamolo pure, della sua protesta dentro un contesto che non la permette se non caricando di maggiore sofferenza l'essere umano su cui lei ha concentrato la difesa di un principio e che, insomma, nella difesa del principio lei non ha fatto conto della sofferenza di quell'uomo?».«È vero che in me la difesa del principio ha contato più della vita di quell'uomo. Ma è un problema, non un alibi. Io ho salvato la mia anima, i giurati hanno salvato la loro: il che può anche apparire molto comodo. Ma pensi se avvenisse, in concatenazione, che ogni giudice badasse a salvare la propria...».«Non accadrà: e lei lo sa quanto me».«Sì, lo so: e questa è la controparte di spavento, di paura, che io sento non soltanto riguardo a questo processo... Ma mi conforta questa fantasia: che se tutto questo, il mondo, la vita, noi stessi, altro non è, come è stato detto, che il sogno di qualcuno, questo dettaglio infinitesimo del suo sogno, questo caso di cui stiamo a discutere, l'agonia del condannato, la mia, la sua, può anche servire ad avvertirlo che sta sognando male, che si volti su altro fianco, che cerchi di aver sogni migliori. E che almeno faccia sogni senza la pena di morte».«Una fantasia» disse stancamente il procuratore. E poi stancamente constatò: «Ma lei continua ad essere spaventato, ad aver paura».«Sì».«Anch'io. Di tutto».

La scheda del libro sul sito di Adelphi e su wikipedia (qui trovate tutte le citazioni prese).
I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

PS:
Continuerò a vedere sui social le frasi di Mussolini, le solenne sciocchezze degli ignoranti che postano cose senza avere una conoscenza della storia, della dittatura, dei diritti negati agli italiani.

Ma non me ne starò zitto, perché voglio stare sveglio e capire e poter giudicare ..