24 febbraio 2017

Mani pulite 25 anni dopo

L'archiviazione delle accuse (da parte del Gip) contro l'ex presidente del cons. regionale Graziano.
Le inchieste della procura di Napoli che toccano un ministro e il padre dell'ex presidente Renzi.
Il doppiopesismo col quale si (pre)giudica la giunta romana da altre, come quella milanese.
L'uso del garantismo da una parte, e delle insinuazioni (su comportamenti non penali) dall'altra. 
25 anni dopo Mani pulite non hanno insegnato nulla, se ogni inchiesta che tocca un politico diventa un pretesto per una speculazione politica che segue lo stesso copione: da una parte quelli che si difendono dietro la presunzione di innocenza, quelli che "facciamo lavorare i magistrati" e dall'altra quelli per cui un avviso di garanzia, un indagine è già una condanna.
Dimenticandosi che esistono indagini e indagini.
Che l'essere assolti in via penale significa poco, perché esistono comportamenti non penalmente rilevanti che però possono essere censurabili per un politico.
Come frequentare un mafioso, ad esempio. Come ad esempio avere rapporti,anche chiedere voti (non importa che poi non si dimostri che ci sono stati degli scambi tra politico e mafioso).
Come il traffico di influenze, un reato difficile da dimostrare finché non esiste una legge sulle lobby.
Come, infine, le inchieste sulle spese pazze dei consiglieri regionali: possono anche essere spese di rappresentanza, costumi o cene. Ma rimangono comportamenti poco opportuni.

Detto ciò, a 25 anni da Mani pulite, Il Fatto Quotidiano pubblica un saggio su quell'inchiesta, cercando di sfatarne i luoghi comuni e le bufale che si sono costruite dopo:
Da domani in libreria e in edicola “Mani Pulite 25 anni dopo”. Eccone un’anticipazione
1.Mani Pulite fu un’operazione politica che eliminò per via udiziaria un intero sistema che aveva garantito 50 anni di democrazia in Italia.
È stata una grande, ma ordinaria indagine giudiziaria, Mani Pulite, non un’operazione politica. Partì da una piccola inchiesta su una tangente da 7 milioni di lire che poi, come nel gioco del domino, si allargò mazzetta dopo mazzetta e portò alla luce un gigantesco sistema della corruzione. E poté svilupparsi grazie a un insieme di concause. L’abilità investigativa dell’ex poliziotto Antonio Di Pietro e degli altri pm a cui il nuovo Codice di procedura penale del 1989 aveva passato la direzione delle indagini e il coordinamento della polizia giudiziaria. La crisi economica, che aveva assottigliato il denaro pubblico da destinare agli appalti e dunque i margini per le mazzette, il che rese gli imprenditori più disponibili a denunciare i politici che chiedevano loro tangenti (...). Poi furono non i giudici nei processi, ma gli elettori nelle urne, a far saltare il sistema dei partiti (...). Tant’è che il primo a beneficiarne fu il più abile figlio dell’Ancièn Regime corrotto, Silvio Berlusconi(...).
2. Mani Pulite ha salvato i“comunisti” e ha annientato gli anticomunisti, cioè i democristiani e i socialisti.
A guardare i fatti, i “comunisti” non sono stati affatto salvati: il primo politico arrestato da Mani Pulite non fu il socialista Mario Chiesa (amministratore di un ospizio comunale), ma il pidiessino ex comunista Epifanio Li Calzi, assessore comunale all’Edilizia, deceduto nel 2013. Dopo di lui, finì in carcere o sotto indagi nel’intera dirigenza del Pds milanese: i “cassieri” occulti Luigi Carnevale e Sergio Soave, il segretario provinciale Roberto Cappellini, l’ex vicesindaco Roberto Camagni, l’assessore Massimo Ferlini, il segretario provinciale Barbara Pollastrini e il parlamentare Gianni Cervetti (gli ultimi due poi assolti). A Roma, le indagini giunserofino al tesoriere nazionale Marcello Stefanini (...), furono arrestati e condannati il funzionario Primo Greganti e il responsabile del settore energia Giovanni Battista Zorzoli. Il pool indagò anche sulle coop rosse e su una misteriosa valigia piena di soldi che Raul Gardini portò nella storica sede del Pci, di cui però non si riuscì a individuare il destinatario(...). Il Psi apparve più colpito da Mani Pulite perché il suo padre padrone Bettino Craxi risiedeva e operava a Milano, (sotto la competenza diretta di quella procura, diversamente dai segretari degli altri partiti,con base perlopiù a Roma) e perché gli imprenditori (...) di area socialista si rivelarono i più disponibili a confessare(...) Infine, Craxi si rivelò l’unico segretario di partito che rubava anche per sé e senza alcuna precauzione: come raccontano alcuni testimoni, i soldi gli venivano consegnati in grandi buste gialle nel suo ufficio milanese, in piazza Duomo 19.
3. Mani Pulite usò il carcerecome forma di tortura e le manette per estorcere confessioni.
La decisione di mandare in carcere gli indagati veniva presa non dal pool di Mani Pulite, ma dai giudici delle indagini preliminari (i gip), come previsto dalla legge. Quanto alle confessioni, molti degli indagati le rendevano senza essere arrestati o ancora prima che scattassero le manette (“Cominciavano a parlare già al citofono”, ricorda ironico Davigo). Chi confessava veniva rimesso in libertà perché erano cadute le esigenze cautelari(...).
4. ManiPulite ha indotto al suicidio molti arrestati.
È un argomento drammatico e ricattatorio (...). Nessun indagato di Mani Pulite si è tolto la vita in carcere. Erano indagati, ma a piede libero, il segretario del Psi di Lodi, Renato Amorese, e il deputato socialista, Sergio Moroni, entrambi morti suicidi. Era libero anche Raul Gardini, che non sopportò il peso delle accuse che avrebbe dovuto confessare di lì a qualche giorno nell’interrogatorio già fissato in Procura. Morì in carcere, invece, il presidente dell’Eni Gabriele Cagliari, ma il pool Mani Pulite l’aveva già fatto scarcerare: era trattenuto in cella da altri magistrati per una diversa indagine, quella sulla tangente Eni Sai (...). Moroni lasciò una lettera, in cui non se la prendeva con i magistrati, ma con i compagni del Psi che l’avevano emarginato (...) Dopo la morte di Moroni, Craxi commentò: “Hanno creato un clima infame”. D’Ambrosio (...) replicò: “Il clima infame l’hanno creato loro. Noi ci siamo limitati a scoprire e perseguire fatti previsti dalla legge come reati. Poi c’è ancora qualcuno che si vergogna e si suicida”.(...)
5. Mani Pulite fu ispirata o manovrata da poteri occulti (la Trilateral, la Cia...) che volevano mettere fine alla Prima Repubblica e impossessarsi delle aziende di Stato.
Anche qui, la verità storica è molto più prosaica e banale. Nel biennio 1992‘93 l’Italia vive una grande trasformazione nel contesto della profonda mutazione geopolitica internazionale (la fine della Guerra Fredda). Molti poteri, italiani e non, cercano di incunearsi in questa svolta storica e provano a pilotarla per i propri interessi (...). Ma non c’è alcun complotto. (...) Dopo l’implosione dell’impero sovietico, gli americani lasciano che l’Italia segua il suo destino. E le indagini di Mani Pulite possono decollare.
6. Il protagonista di Mani Pulite, Antonio Di Pietro, era un personaggio spregiudicato e corrotto.
“Da che pulpito viene la predica”, verrebbe da dire, citando Davigo: a dare lezioni di etica a Di Pietro e agli altri magistrati del Pool hanno provato personaggi pesantemente coinvolti nel sistema di Tangentopoli. Quanto a Di Pietro,è stato indagato in lungo e in largo senza che sia stato trovato un solo elemento di rilievo penale a suo carico. (...) Quello che resta è il fango messo in circolo in una campagna politica e mediatica durata anni e che alla fine è riuscita a raggiungere l’obiettivo di appannare l’immagine dell’uomo che nel 1992 93 era considerato “l’eroe di Mani Pulite”(...).
7. Bettino Craxi fu un grande statista morto in esilio, a cui sarebbe ora di dedicare una via o una piazza di Milano.
Non è questo il luogo per valutare le qualità politiche di Craxi, il quale ha sempre diviso l’Italia fra ammiratori e detrattori (...). Comunque sia, è stato riconosciuto colpevole invia definitiva dalla Corte diCassazione (...) di reati gravi come l’illecito finanziamentoai partiti e la corruzione. (...)Lui stesso manteneva saldamente la leadership del partito anche grazie ai soldi delle tangenti, con una grave distorsione del gioco democratico. E utilizzò una parte dei proventi delle mazzette per scopi personali. Lo documenta la sentenza del processo All Iberian (concluso in primo grado con la condanna di Craxi e del suo finanziatore occulto Berlusconi, e in appello e in Cassazione con la prescrizione dei reati accertati): almeno 50 miliardi di lire raccolti per il partito e finiti su tre conti svizzeri intestati allo stesso Craxi furono da lui destinati a finanziare il canale televisivo Gbr della sua “amica” Anja Pieroni, per comprarle l’hotel Ivanohe a Roma, per acquistare una casa a New York, per affittare una villa in Costa Azzurra per il figlio Bobo.

Bufale alternative


Dalla California l’ex premier rilancia “la scommessa sulle energie alternative” e sulla sostenibilità ambientale perché “durante i mille giorni abbiamo fatto molto ma ne abbiamo parlato poco”. [Fatto quotidiano del 24 febbraio]
Uno pensa alla Silicon Valley è immagina la culla della tecnologia, la crescita e la motivazione dei talenti, talenti impegnati a pensare e sviluppare nuove idee, che diventano nuovi brevetti e nuove tecnologie.
Che l'ex presidente ed ex segretario Renzi sfrutti queste immagini (che poi dietro hanno anche luoghi comuni e mezze verità, come è emerso dall'inchiesta sul cartello sugli stipendi dei loro dipendenti) è solo pubblicità ingannevole.
Renzi verrà ricordato (oltre che per le leggi non costituzionali, la riforma bocciata, gli 80 euro, le mance e la riforma del lavoro drogata dagli sgravi fiscali) per come si è comportato nei confronti del referendum sulle trivelle.
Per quanto è emerso dalle intercettazioni sull'inchiesta Tempa Rossa (che non avranno riflessi penali, ma spiegano chiaramento quali fossero i veri interessi dentro il governo).
Per cosa ha fatto per Taranto o per la Campania infelix.

E la meritocrazia? I talenti coltivati dal corso renziano (e dei ministri) del pd sono stati solo quelli della fedeltà, del do ut des (vedi storia del figlio del governatore De Luca). 
Di alternativo qui c'è solo la verità.

23 febbraio 2017

La mossa del cavallo, di Andrea Camilleri

Le prime righe
"Dominivobisco." 
"Etticummi spiri totò" risposero una decina di voci sperse nello scuro profondo della chiesa, rado rado punteggiato da qualche lumino e da cannìle di grasso fetente. 
"Itivìnni, la missa è." 
Ci fu una rumorata di seggie smosse, la prima messa del matino era finita. Una fìmmina ebbe una botta di tosse, patre Artemio Carnazza fece una mezza inginocchiata davanti all'altare maggiore, scomparse di prescia nella sacrestia dove il sacrestano, morto di sonno com'era sempre, l'aspettava per aiutarlo a spogliarsi dai paramenti. I fedeli abituali della prima messa lasciarono tutti la chiesa, cizziòn fatta di Donna Trisìna Cìcero, la fìmmina che aveva tussiculiàto, la quale se ne ristò in ginocchio, sprofondata nella preghiera. 
Donna Trisìna s'appresentava alla prima messa da una quindicina di matine, non era difatti canosciuta come chiesastrica, in chiesa compariva solamente la domenica e le sante feste comannàte. Si vede che le era capitato di fare piccàto e ora voleva farsi pirdonare dal Signiruzzo. Donna Trisìna era una trentina mora, con gli occhi verdi sparluccicanti e due labbra rosse come le fiamme dell'inferno. Mischineddra, era rimasta vìdova da tre anni. Da allora si vistiva tutta di nìvuro, a lutto stretto, lo stesso però gli òmini quando che la vedevano passare facevano cattivi pinsèri, tanta grazia di Dio senza che ci fosse un màscolo a governarla. Ma in paìsi c'era chi sosteneva che quel campo era stato invece arato e abbondantemente seminato da almeno due volonterosi: l'avvocato don Gregorio Fasùlo e il fratello del delegato, Gnazio Spampinato.

Nelle note a fine libro, Camilleri racconta che l'ispirazione a questo romanzo (pubblicato per la prima volta da Rizzoli) è arrivata leggendo la cronaca di un delitto realmente avvenuto:
«A Barrafranca furono tirate due fucilate a un prete ricco, corrotto, prepotente, odiatissimo in paese. Circa 60 metri lontano dal luogo dove cadde il prete stava un torinese venuto in Sicilia come ispettore di molini. Questi voltava la schiena al prete. Al rumore delle fucilate si voltò e corse verso il prete il quale, prima di morire, gli disse: 'M'ha assassinato il tale, mio cugino'. Il torinese montò a cavallo e corse al paese a raccontare il fatto alla stazione dei Carabinieri, sulla strada a tutti raccontava l'assassinio e la rivelazione dell'assassino. Il prete aveva da 12 anni una lite col cugino che l'assassinò, c'era tra loro forte inimicizia; 24 ore dopo era stato arrestato come presunto autore dell'assassinio il torinese stesso e fra i testimoni a suo carico era il cugino stesso assassino del prete e tutto il processo s'informava su questa via mentre il paese intero e i comuni circonvicini diceva sotto sotto chi era l'assassino" »...

L'episodio è citato nel libroPolitica e mafia in Sicilia di Leopoldo Franchetti, del 1876: una farsa tragica su cui l'autore ha imbastito il suo romanzo, utile per raccontare il “contesto” di quella Sicilia post unitaria.
La connivenza tra il mafioso locale e i deputati a Roma trattati come pupi; la burocrazia piemontese dentro cui nascondere le inefficienze e le storture di un'amministrazione lontana anni luce da una popolazione in parte analfabeta; un clero più interessato ai problemi terreni (e alla natura femminina, nel caso del personaggio di parte Carnazza) che non all'anima delle persone e alla difesa dei più deboli; un'aristocrazia debosciata e un popolino assuefatto ai soprusi, alla corruzione, all'assenza di una giustizia e ad una legge uguale per tutti ..

In questo contesto, il 2 settembre 1877 piomba il capo ispettore ai Mulini Giovanni Bovara, nato a Vigata ma cresciuto a Genova e mandato qui dal ministero per far luce su alcuni sospetti di corruzione e sulla morte dei due ispettori che ricoprivano il suo lavoro prima di lui.

Fin dai primi istanti, dai suoi pensieri (in dialetto genovese stretto) cogliamo la distanza tra dal suo mondo a quello vigatese in cui deve lavorare: le carte (dei mulini nella provincia di Montelusa) lasciate incustodite nell'ufficio, il grande disordine, la sensazione che i suoi sottoispettori non eseguano i controlli come dovrebbero e che per questo i suoi predecessori sono stati uccisi (in circostanze strane).
Sono gli anni dell'odiosa tassa sul macinato, che tanta rabbia aveva suscitato sull'isola e tanta ribellione.
Una tassa fortemente evasa e sul cui controllo si estende l'ombra della corruzione.

Man mano, Giovanni prende confidenza con l'universo montelusano dove tutti hanno una 'giuria, un soprannome affibbiato dal popolo per un difetto fisico o nel carattere: il suo superiore, il commendator La Pergola è chiamato “Scrafagno merdarolo” perché uso ad appallottolare e "interrare" le mazzette riscosse:
Lo “scrafaglio merdarolo” di nome scientifico si viene a chiamare “scarabeus sacer”, ma di sacro non ha proprio niente, tiene l’abitudine di fare pallottuzze di merda, d’omo o d’armàlo non ha importanza, che poi se le rotola infino alla tana, gliservono per mangiarsele mentre che c’è l’invernata. I montelusani, che avevano la particolarità d’assegnare la giusta ‘ngiuria a ogni persona che gli veniva a tiro, avevano di subito chiamato “scrafaglio merdarolo” l’intendente di Finanza La Pergola commendator Felice il quale, a stare a quanto si contava, appena gli veniva passata la mazzetta, rapidamente l’appallotolava e se la metteva in sacchetta per andarsela a nascondere in casa, dato che non risultava avesse deposito di dinaro in nisciuna delle due banche di città. Tra le tante pallottuzze di merda che l’intendente si era intanato nei cinque anni di servizio a Montelusa, le più grosse e sostanziose erano state quelle fornite prima dall’ispettore capo ai mulini Tuttobene Gerlando, scomparso in mare durante una solitaria partita di pesca e mai più ritornato a riva, e doppo dal suo successore Bendicò Filiberto, questo sì ritrovato, ma dintra a un vallone e mezzo mangiato dai cani.

C'è poi il parrino del paese, amante della natura fimminina e pure usuraio.
Il cugino del prete, Memé Moro, con cui ha una controversia legale per una eredità.
La “vidova” Trisìna Cìcero, avida delle cose altrui, bella e fatalmente consolata dai maschi del paese, parrino compreso.
Ci sono anche personaggi più pericolosi: come l'avvocato Fasulo, braccio destro del capo mafia don Cocò Afflitto, che viene descritto come una vipera, che ha fatto “tana” dentro le carte più compromettenti lasciate dentro l'ufficio di Bovara.

Giovane, onesto e incorruttibile, Bovara inizia un suo giro di ispezioni per i mulini della provincia, denunciando al superiore e al procuratore del Re (il piemontese Rebaudengo) i sospetti sulla corruzione dei suoi sottoposti (descritti come personaggi da circo equestre, nani o persone dai tratti scimmieschi).
In uno di questi giri si imbatte in parte Carnazza, morente per un colpo di pistola:
«Mo...ro mo...ro cu...scinu... Fu... fu... moro... cuscinu» 
«Vuole un cuscino?» gli spiò (chiese) Giovanni intordonuto
«Ffffff.... aaaaaa... nnnnnn... cu... lo...» disse il parrino lasciandogli la mano. Chiuse gli occhi, piegò la testa e morì.

Il contesto, che fino a quel momento si era mosso per contenere le mosse del Bovara, sfrutta l'omicidio del parrino per fare la sua mossa, come in una partita a scacchi.
Regista di questa operazione don Cocò: viene spostato il corpo del prete, falsificate le testimonianze dei contadini che Bovara ha incontrato, le indagini vengono indirizzate affinché il delitto di parte Carnazza si trasformi nell'ennesimo delitto passionale, comune nell'isola.

Delitto di cui viene incolpato Bovara, la cui deposizione, con le parole del prete morente, viene capovolta contro di lui:
« … A un certo momento, tenendomi una mano (la vittima n.d.r.) articolò con difficoltà: 'Moro... moro... fu moro... cuscino’. Questo l'ho inteso perfettamente.» 
«Vossia sa dirmi che significa dalle nostre parti la parola moro?»«Uno scuro di pelle.» 
«Solo questo?» 
«No, anche un moro vero, un arabo.» 
«E basta?» 
«Be', vuol dire anche muoio.» 
«Lo vede quanto ce ne vuole prima che moro addiventi un cognome? »

Bovara, nella cella del delegato, decide la sua contromossa in questa partita: la mossa del cavallo.
Come saprete, negli scacchi “il cavallo è l'unico pezzo del gioco che può scavalcare gli altri” (dal manuale del campione Karpov): decide di combattere i suoi avversari usando la loro stessa arma del dialetto, immergendosi nella loro mentalità sparigliando le carte, tirando in ballo tutti:
Secondo lei dunque il prete avrebbe fatto i nomi di Spampanato e Moro? 
Di Spampinatu, di Moru e di… 
Vada avanti. Perché si è fermato? 
Pirchì ora veni u bottu grossu. Una bumma. Una cannonata. U parrinu fici un terzu nomu, non mi mandò a fare ‘n culu. 
Faccia questo nome. 
Fasùlo. Non “fa’ ‘n culo”. 
Suvvia non scherziamo. 
Non sto babbianno, signor giudice. Ci ho ragionato sopra doppo che il signor La Manta m’ebbe spiegatu come funziona u nostru dialettu. Chiarissimamente patre Carnazza disse “ulo” . Cognome. Se avesse voluto dire culu, avrebbe detto “ulu”. E semplici. 
Si rende conto di quello che dice? Lei vuole alludere all’avvocato Fasùlo? 
Io non alludo, riferisco. E a pinsàricci bonu, nun è una pazzia ca il parrinu facissi questo nome. ..

Mentre assistiamo a questa partita a scacchi, ce n'è un'altra, che si gioca però a più alto livello.
Gli amici del boss, che a costui devono un posto, i voti presi per entrare in parlamento, si muovono per bloccare l'inchiesta prima che l'intreccio criminale venga scoperto, ovvero che la proprietà dei mulini, come di altre società (e dei giornali), è nelle mani delle stesse persone.
Contro il procuratore della Repubblica e contro l'ispettore Bovara principia una campagna diffamatoria (la macchina del fango non è un'invenzione dei tempi moderni) sui giornali degli amici.

La mossa del cavallo porterà i suoi risultati.
Il procuratore sostituito con uno nuovo, con “doti di più alto equilibrio”.
Bovara viene messo in licenza “sarebbe imbarazzante per tutti se lei domani venisse in Intendenza ...”

Scongiurato il rischio che una ventata di giustizia spazzasse via abusi, soprusi, corrotti e corruttori, mafiosi e amici, il finale lascia spazio al mondo dei sogni: “Siamo fatti della stessa materia dei sogni” ha scritto Shakespeare e i protagonisti del romanzo, nei sogni riportano la loro vera natura.
Bovara che sogna di essere su una nave, mentre lascia la Sicilia citando le parole di Sciascia (“mi ci romperò la testa”).
L'avvocato Fasulo che sogna di essere sparato.
L'intendente di Finanza La Pergola che sogna di trasformarsi in un “laidu scrafagnu”.
Il procuratore Pintacuda, bloccato nella sua indagine, che sogna di trovarsi in mezzo alla battaglia, senza ordini, costretto ad aspettare.
Un omaggio ai grandi della letteratura, Sciascia, Hemingway, Hammett, a Faulkner, Kafka ..

La scheda del libro su Sellerio e sul sito Vigata.org

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

Confusione sui diritti

Povera Cei, costretta ora a fare una battaglia anacronistica, contro la scelta del presidente PD della regione Lazio, Zingaretti che, per garantire alle donne della sua regione il diritto alla scelta dell'aborto (che, ricordiamolo è una scelta che non si a cuor leggero) ha assunto con un concorso due ginecologi al San Camillo, non obiettori.
Povera Cei, poveri vescovi, che hanno dimenticato gli ultimi, i bambini che muoiono nella terra dei fuochi (e in tutte le zone devastate dall'inquinamento industriale), i bambini che muoiono nella attraversata del Mediterraneo.
Povera Cei costretta ad allearsi con la ministra Lorenzin, che poi governa con lo stesso partito di Zingaretti.
A poposito di accozzaglia.

Ha ragione il cardinale Ruini quando parla di diritti (all'obiezione) violati o ha ragione il presidente Zingaretti?
Tutto nasce dalla confusione oggi sui diritti rinonosciuti, almeno sulla carta.
L'operaio della FCA che si è fatto la pipì addosso perché gli è stato negato di andare in pausa.
Le persone pagate coi voucher, costrette a vivere alla giornata.
Gli abitanti di Viggiano (o di Taranto), costretti a convivere coi veleni dell'eni.

La bracciante morta per 27 euro al giorno. 


22 febbraio 2017

La Parma di Soneri (la recensione di Fabrizio D'Esposito)

La recensione di Fabrizio D'Esposito sul Fatto Quotidiano di "Il commissario Soneri e la legge del Corano" di Valerio Varesi.
(In poche righe è riuscito ad esprimere impressioni che a me avrebbero richiesto pagine .. che invidia)
La Parma di Soneri, cupa metafora di un’Italia smarrita
Parma come metafora cupa e irrisolta di quest’Italia squassata dalla rabbia del popolo, con una classe dirigente impotente dinnanzi agli scenari della globalizzazione. È un incipit insolito per introdurre un giallo, ma Valerio Varesi non è solo un narratore di talento ma ha anche un acuto sguardo politico. Ecco l’imam Brahimi: “C o m m i ssario, non mi piace fingere: la maggior parte di noi vi odia, così come voi odiate noi. Va di moda illudersi del contrario, ma le ripeto che non mi piace fingere. Come dite voi? Ipocrisia?”. Ed ecco il professore Pellacini, guru accademico del fasciolepenismo: “Davvero crede che tutto finirà con una reciproca comprensione? Che tutti ci ritroveremo davanti all’altare della Costituzione a celebrare la santa convivenza? Che pusillanimi! I vecchi comunisti li avrebbero presi a calci ’sti musulmani con il loro oppio religioso. E i cattolici ci avrebbero mosso contro un’altra crociata.Né gli uni né gli altri hanno più un minimo di nerbo culturale”.DOPO DECENNI di salde convinzioni antifasciste, le certezze del commissario Franco Soneri, poliziotto democratico, vacillano nell’inchiesta sull’omicidio di un immigrato musulmano ospitato da un anziano e misterioso cieco italiano. Parma è cambiata come il resto del mondo e tutti i nodi del nostro tempo sono sviscerati in modo crudelmente lucido. L’esasperazione porta i poveri cristi onesti a votare destra perché la sinistra non c’è più. Soneri è uno degli investigatori più amati del giallo italiano. Ama la nebbia e ogni grasso della sublime cucina emiliana. In barba al colesterolo e ai vegani, che in quanto al maiale la pensano come i musulmani.

E i tassisti? E Uber? E la Raggi? .. E la politica?

Come se niente fosse, il governo prima ha fatto passare l'ennesima proroga al decreto attuativo su NCC (quello che li costringerebbe a rientrare in garage ad ogni fine corsa), facendo incazzare i tassisti (e gli ambulanti, per la Bolkenstein).
E poi, dopo le giornate di mobilitazione, le proteste, lo sciopero e le tensioni culminate nella giornata di ieri, l'ennesimo rinvio: il ministro Delrio ha garantito ai rappresentanti dei tassisti che entro 30 giorni ci sarà un decreto sul tema.
La giornata di ieri è stata raccontata un po' come faceva comodo: i fascisti in piazza, il m5s e la sindaca Raggi a fianco dei facinorosi, le sedi istituzionali lasciate un po' sguarnite, i saluti romani e il tirapugni.
Manca un pezzo a questa narrazione: c'è qualcuno al governo che si prenderà la responsabilità di quanto successo? Del milleproroghe, del rinvio del decreto attuativo e del rinvio del del rinvio?
Oggi, sul Fatto quotidiano, Carlo di Foggia ricostruisce la storia di questa norma, su tassisti, NCC e, a seguire, di Uber  (che usa i tassisti NCC per le sue corse): 
Quella andata in scena ieri a Roma è l’ultima tappa di una guerra lunga 8 anni: tassisti contro autisti a noleggio (Ncc).E ora contro Uber che li usa per la sua app. Nel 2008 Gianni Alemanno ricompensò i tassisti (7.600 a Roma) per il sostegno alle Comunali facendo infilare di notte da Maurizio Gasparri un emendamento al Milleproroghe che imponeva agli Ncc di tornare in rimessa dopo ogni corsa. Una stretta mortale pensata per colpire chi esercita in un Comune diverso da quello in cui ha l’autorizzazione. Il decreto che doveva attuarla, però, non è mai arrivato e l’entrata in vigore è stata sospesa. Da allora la politica sceglie di non scegliere e ogni anno prolunga la sospensione. Stavolta lo ha fatto l’emendamento Pd al Milleproroghe (a firma Linda Lanzillotta) che ha scatenato la rabbia. Ieri è passato con la fiducia al decreto, e al ministro Graziano Delrio non è rimasto altro che promettere alle sigle un “decreto ministeriale entro 30 giorni” che regolamenti gli Ncc. Quello atteso da 8 anni. Per i taxi la concorrenza di Ncc e Uber è motivo di rabbia. Le licenze da tassista sono assegnate gratis con i (rari) bandi a punteggio dei Comuni,ma poi sul mercato secondario il prezzo arriva finoa 180 mila euro. Sono ormai un assegno al portatore, e il valore è dato dal loro esiguo numero (50mila). Quello dei taxi è però un settore regolato e contiguo a quello degli Ncc: un tassista non può rifiutare una corsa, l’Ncc sì, per questo  e per la qualità del servizio  il secondo si rivolge alla fascia più alta di un mercato in calo. Nel 2006 Bersani tentò di dare ai Comuni la possibilità di vendere le licenze e indennizzare chi già le aveva, anche permettendogli di cumularle ma il tentativo fallì.L’effetto benefico di Uber, che paga le tasse in Olanda e in Italia impiega 15 persone, è tutto da dimostrare: si muove da monopolista e lavora in perdita per schiantare i rivali. La ragione sta nel mezzo, e la politica non sa che fare.

Già, è la politica?
I conducenti di Uber raccontano che i loro pagamenti sono tracciati, lo stesso non vale per i taxi. Che la norma nel decreto (di Alemanno, che li costringe a tornare in rimessa) sarebbe per loro un danno economico, per chi fa corse in città.
I conducenti dei taxi non accettano la concorrenza sleare di Uber e dei conducenti che arrivano fuori da Roma.
Un mondo tutto basato su conducenti pagati a corsa, da un'azienda che non paga le tasse in Italia (ma che qui fa affari, magari ora in perdita ma domani..) è sostenibile?

21 febbraio 2017

La scissione tra politica e paese

Prima hanno destrutturato il lavoro nei call center e io me ne sono fregato, perché è solo un lavoretto.Poi hanno destrutturato il lavoro alla catena di montaggio e non mi sono preoccupato, perché io faccio un lavoro di concetto.Poi hanno destrutturato i tassisti e ho esultato, così pagavo meno.Poi hanno iniziato a destrutturare il mio lavoro, di concetto e d'ufficio e allora era troppo tardi.

Ho cercato di riassumere, usando le parole del pastore Niemöller (o di Brecht), le profonde trasformazioni in corso nel mondo del lavoro e dei rischi che corriamo se lasciamo tutto in mano al mercato. Che, dovremmo averlo ormai capito, non è libero né democratico e nemmeno giusto (alla faccia dei signori del liberismo e poi vediamo come va a finire).
Già, la politica.
Oggi cavalca la protesta dei tassisti, per convenienza forse.
Mentre dall'altra parte politica (quella che si sta scindendo senza un perché) si dice(va) che uber è bello.

Scrive Gilioli:
Occuparsi di politica oggi è pensare a come proteggere le persone che sono già state divorate, quelle che sono in procinto di esserlo, quelle che lo saranno domani o dopo. Occuparsi di politica è accompagnare le persone nel passaggio strutturale ed epocale che stiamo vivendo. Tutte.
Se non si saprà proteggerle - garantendone gli strumenti per un'esistenza decente e dignitosa dalla culla alla tomba, proprio come nelle vecchie socialdemocrazie scandinave - queste persone cercheranno inevitabilmente altro. Come un capo autoritario, ad esempio. Come la guerra agli altri popoli. Come la guerra interna a ogni popolo.
È paradossale, ma forse anche un po' criminale, che mentre dalla società si alza questo urlo di solitudine e disperazione - se volete, pure di follia, ma di causata follia - tutta la politica o quasi parli di se stessa e si occupi di se stessa: gruppi, cordate, correnti, voltafaccia, ambizioni, personalismi, litigi, ammiccamenti, posizionamenti e così via all'infinito. E non solo attorno al Pd, s'intende: dappertutto o quasi. Con poche, pochissime eccezioni.
Questa sì è una vera, drammatica scissione: quella tra il dibattito politicienne e l'urgenza di protezione delle persone sballottate dal reale, dai suoi mutamenti strutturali, dalla sua forza veloce e bulimica che non guarda in faccia a nessuno.
E allora forse questo è quello che ciascuno di noi dovrebbe chiedere al politico e al partito a cui si sente oggi più vicino: basta occuparvi di voi, occupatevi di noi. Senza alcun "populismo", senza alcun qualunquismo: ma occupatevi del reale, per favore, delle cose vere. E fatelo prima che sia tardi.

Presa diretta: genitori a tutti i costi

Gianni Cuperlo ha aperto la puntata di ieri sera: cosa succederà al PD? Si aprirà uno spiraglio per evitare la scissione? “Il Pd è il principale investimento che la sinistra ha fatto nell'ultimo quarto di secolo .. la scissione renderebbe la sinistra più fragile”.
Ma nonostante le parole di Boccia, di Veltroni, il segretario non ha parlato, non si è alzato a dire “ho capito le loro parole”: se ora si aprisse la diga (per usare la metafora di Delrio), non sappiamo cosa succederà.
Molti osservatori sono rimasti sbigottiti da questo suicidio del maggior partito della sinistra – ha commentato Iacona: cosa avrebbe dovuto fare Renzi?
Questi tre anni alle spalle non sono stati da buttare, ci sono state cose positive. Ma Renzi ha avuto la responsabilità di dividere il paese e il suo partito, arrivando al referendum.
Non ha lavorato per l'unione: questo è l'elemento che segna la sconfitta di questa stagione.
Avrebbe dovuto ascoltare le parole, ieri, Renzi: di fronte alla portata degli eventi che abbiamo attorno, alla destra sovranista aggressiva sul tema dei valori, il rischio di rompere la sinistra è una responsabilità grave.

Renzi dovrebbe alzare il telefono: le parole di Delrio fanno pensare che la scissione fosse preparata dai renziani. Se fosse vero sarebbe grave – la risposta di Cuperlo.
Si rompe una comunità, il PD senza quel pezzo di sinistra non sarebbe più lo stesso: vorrei giocare la partita dentor il mio partito, ma dobbiamo capire le ragioni di questo partito, se le ragioni che hanno gatto nascere questo partito ci sono ancora”.
Renzi potrebbe passare alla storia come il segretario che non ha saputo tenere unito il suo partito.

Cuperlo era dell'idea di fare un congresso accelerato già il 5 dicembre, il giorno dopo il voto: questa volta ci stiamo scindendo senza ragioni etiche, la gente fuori non capirebbe.
I renziani hanno criticato la minoranza di fare una guerra di logoramento, di non aver riconosciuto la leadership: vincere le primarie non significa smettere di confrontarsi – ha risposto Cuperlo.
Durante la discussione sul jobs act, abbiamo avanzato delle proposte, tese a migliorare la legge, ma queste erano liquidate come un tentativo di frenare le riforme, siamo stati chiamati gufi e rosiconi.”

Abbiamo accettato sempre di più di discutere solo tra i nostri, delle rispettive correnti: un partito è vivo se discute, anche se si divide. Ci si deve riconoscere in un perimetro comune: se si arrivasse ad una rotture è tutto il sistema politico che ne risente.
Rischiamo di apparire, come PD, come inadeguati a risolvere i problemi delle persone: serve anche un pizzico di generosità per mettere davanti alle correnti i problemi delle persone.
Io non mi arrendo: mi ostino a pensare che la sconfitta riguarderebbe tutti, non sarebbe più il PD ma qualche altra cosa, non penso di essere un indipendente in un partito di centro”.

La destra stappa bottiglie di champagne, esulta Berlusconi che forse ha incontrato Emiliano e anche Grillo.

I due servizi della puntata:
I sacrifici delle famiglie italiane che intendono adottare un bambino, nel mondo delle adozioni internazionali, e le coppie che sono state truffate da enti internazionali.
Cosa si deve fare per ridurre i flussi migratori, dall'Africa? Quelli di don Bosco hanno ideato il progetto “Stop tratta”, per fermare la tratta dei bambini, mandati a lavorare come schiavi nei paesi del golfo.

Genitori a tutti i costi.
Sono 62 le associazioni, quasi tutte private, che seguono l'adozione dei bambini in ambito internazionale.
Chi controlla il loro lavoro?
Peppe Laganà ha intervistato diverse famiglie che hanno raccontato le difficoltà nell'iter burocratico: il tempo e i soldi spesi per adottare un bambino.
Spese per i legali, per le carte, oltre che all'impegno psicologico e al tempo: si deve essere pronti a tutto.
E poi ci sono le spese economiche: è un business quello delle adozioni, si parla di 60ml di euro l'anno e molte associazioni di famiglie chiedono al governo di riformare le leggi in questo settore.
L'adozione sta diventando un qualcosa da “ricchi”: in questi anni, quando sono aumentati gli enti, sono aumentati anche i costi a carico delle famiglie.
Sono enti autorizzati dalla CAI (l'ente pubblico per le adozioni): tra questi anche l'associazione Airone che recentemente è stata rinviata a giudizio a Savona, per una truffa legata alle adozioni in Kirghizistan.
Una coppia ha raccontato la loro storia: il medico che li ha seguiti, in quel paese, considerava i bambini come merce da vendere alle famiglie.
L'Ente Airone aveva come referente questo medico, Anghelidi, oggi ricercato.
Persino le udienze nei tribunali kirghisi erano una farsa: erano attori che inscenavano l'udienza per una pantomima.
Fabio e Gessica hanno raccontato invece il loro incontro con Vladimir, un bambino di 3 anni: nel 2012, quando loro erano lì per incontrare il bambino viene arrestato il ministro per lo sviluppo kirghiso.
Scoprono così che tutti i documenti sono spariti, perduti, come i soldi spesi per l'adozione: “non è accettabile che l'adozione sia sofferenza, anche per il bambino”.

La Cai aveva già ricevuto una segnalazione su Anghelidi, prima che avvenissero i fatto raccontati da Fabio: ma nonostante la denuncia, ci sono state altre segnalazioni.
Il 19 marzo 2013 la CAI ha cancellato l'Airone mentre le famiglie si sono iscritte come parte civile al processo: accusano la Cai di non aver vigilato abbastanza.
Le coppie venivano spogliate e controllate ai raggi x, ma lo stesso non succedeva per gli enti.

L'Ente Ciai di Milano è il più vecchio, un punto di riferimento nel settore: la Cai controlla poco gli enti – dicono qui al giornalista.
In 15 anni hanno avuto solo il controllo, all'estero non risultano altri controlli sul campo: ma è qui che si possono verificare pratiche poco corrette.
Controllare i referenti, come vengono pagati, controllare i passaggi di denaro per le adozioni, non dovrebbero esserci mai passaggi non tracciati, chiede Paola Crestani, di Ciai.

L'Etiopia ha quasi bloccato le adozioni internazionali, per questi rischi: eppure pochi anni fa, nel 2011, una coppia è stata indirizzata proprio in Etiopia, per l'adozione, dall'ente EnzoB.
Nonostante siano passati anni dal 2011 e i 11mila euro spesi in documenti, il bambino non è arrivato.
Le coppie non hanno mai avuto risposte, in questi anni, dall'ente e dalla Cai, in questi sei anni: la cosa più grave è che quel bambino sia rimasto là.

Cai aveva fatto una verifica su EnzoB nel 2013: accettava tante richieste senza portarne a termine, dopo l'esposto di una famiglia, la procura di Torino sta indagando.

La storia dei bambini congolesi: la senatrice Della Monica ha denunciato una serie di fatti gravissimi, legati al meccanismo dei bambini da adottare in Congo.
Bambini separati con l'inganno dalle famiglie, bambini con una famiglia alle spalle.

Il giornalista di Presa diretta è andato in Congo per seguire la storia dei bambini adottati, dalle famiglie che li aspettavano e che li hanno attesi per anni.
Come mai tutti questi anni di attesa? Nel 2014 si è resa necessaria una telefonata di Renzi al premier Kabila, per sbloccare l'iter adottivo. Nonostante le famiglie avessero speso già migliaia di euro per questo percorso.

Il Congo aveva fatto partire delle verifiche, sulle adozioni: ma le famiglie si ritengono abbandonate dal governo e dalla commissione adozioni.
Famiglie che non hanno ricevuto comunicazioni sui bambini e che, al tempo in cui è stato girato il servizio, ancora non lo avevano visto.
L'onorevole Kyenge nel 2013 era presidente del Cai: racconta della corruzione in Congo, per avere prima i documenti necessari per l'adozione.
L'estate passata tutti i genitori adottivi, tutti e 151, hanno poi raggiunto le loro famiglie: ma dietro questi bambini ci sono storie strane.
Ci sono bambini arrivati come fratelli che invece non lo erano, che hanno mentito sull'età.
L'ente ha imbrogliato le famiglie, se queste storie fossero vere.
Il Congo è un paese ricco di materie prime, eppure i due terzi delle persone sono povere, perché i profitti dell'estrazione di queste materie finiscono all'estero.
Così la vera ricchezza sono i bambini: i minori di 18 anni nella capitale sono il 65%.

Molti bambini finiscono negli orfanotrofi, abbandonati dai genitori perché non hanno i mezzi per prendersi cura dei figli: molti di questi accettano anche l'adozione per dare loro un futuro migliore.
Un futuro, quello delle famiglie di questo sfortunato paese, difficile anche per il crollo del prezzo delle materie prime.
La crisi colpisce anche gli orfanotrofi, che ricevono meno soldi dagli enti, per il blocco delle adozioni: eppure i bambini continuano ad arrivare, abbandonati, lasciati al comune.
In questi istituti trovi bambini per cui è difficile risalire alla loro storia pregressa: solo quelli totalmente abbandonati possono essere adottati. Ma ci sono stati assistenti sociali che hanno fatto in modo superficiale il lavoro, facendo adottare bambini con una famiglia dietro.
C'è il rischio che ci sia un commercio dietro le adozioni: il meccanismo delle adozioni non è ancora trasparente, e questa servirebbe per evitare il fenomeno del commercio sui bambini e quello, ancora peggiore, dei bambini soldato.
Il giornalista Fabrizio Gatti ha firmato un'inchiesta su Aibi, un ente di adozione: Aibi ha chiesto un risarcimento al giornalista per 20mila euro.
La senatrice Della Monica aveva posto, in commissione per le adozioni, il problema dei controlli su Aibi: la commissione non accetta traffici sui minori che, purtroppo ci sono state.
Ci sarebbero stati dei bambini spariti a Goma, grazie all'Aibi: il suo giro d'affari nel 2015 è pari a 6ml di euro.
Il presidente dell'Aibi ha risposto che si sono fidati delle autorità del Congo, non potendo fare ulteriori controlli.

C'è un'altra brutta storia su Aibi: una storia di abuso su minori in un orfanotrofio in Bulgaria, dei bambini più grandi nei confronti di quelli più piccoli, e Aibi non avrebbe denunciato le violenze alle autorità.
Le indagini del governo, racconta il giornalista Stejanov, sono state lacunose: le conclusioni della commissione hanno negato le violenze, peccato che questa non abbia sentito alcun bambino.

Bambini maltrattati, minacciati con delle pistole, abusati. Fotografati seminudi e picchiati se si rifiutavano.
Una gang di pedofili.
Racconti che sono emersi anche grazie ai genitori adottivi, che avevano avvisato via lettera l'Aibi, che si difende tirando in mezzo le autorità bulgare e il fatto di aver saputo tardi di quelle violenze.

L'unico ente pubblico si trova in Piemonte, si chiama Arai: qui puntano sulla preparazione della coppia sia prima che dopo l'adozione. La qualità dell'adozione è preparare le coppie e i bambini: i primi ai nuovi genitori, i secondi al fatto che i genitori che li stanno crescendo non sono quelli naturali.
Ma è uno sforzo che premia, che ha un valore per la collettività.


Le famiglie chiedono una revisione della legge per l'adozione, la possibilità di poter parlare con la Cai (cosa che spesso non è possibile), di calmierare i costi per le adozioni.

20 febbraio 2017

Presa diretta: Il business delle adozioni e il traffico di bambini

Questa sera a Presa diretta altre due inchieste su temi importanti (e che non troverete sulle prime pagine dei giornali, oggi troppo occupati con la scissione fredda del Pd..).
Le adozioni internazionali: chi sono gli enti privati che mettono in contatto le famiglie e i bambini e chi le controlla.
I ladri di bambini e bambine in Ghana: come si alimenta il traffico di adolescenti verso l'Europa e i paesi arabi.

Ma prima dei due servizi, il consueto appuntamento con le intervista di "Iacona Incontra": questa volta tocca al presidente dell'Inps Tito Boeri.
L'attuale meccanismo pensionistico è sostenibile, ha spiegato il presidente, ma pesano le baby pensioni degli anni 80-90: come a dire, cari politici state attenti alle scelte (elettorali) che fate. Perché potrebbe aumentare il debito del nostro paese (in aumento nonostante le promesse fatte all'Europa): il rischio è che si crei una discriminazione tra i pensionati di oggi (tutelati dalla Consulta anche per i tagli alle super pensioni) e quelli di domani
"Uno scambio a tutto campo tra Riccardo Iacona e il presidente dell’Inps Tito Boeri. Sul tavolo i temi più attuali: la riorganizzazione dell’Istituto di Previdenza portata avanti dal presidente Boeri, una riflessione sulle strade per rendere più efficiente la Pubblica Amministrazione, le novità sull’Anticipo pensionistico e le domande ancora aperte sul futuro delle nostre pensioni".

Genitori a tutti i costi.


L'Italia è il secondo paese al mondo per adozioni internazionali, un giro d'affari di 30 ml di euro l'anno gestito per lo più da enti privati: un sistema in cui i genitori devono aspettare anche anni in attesa di poter adottare un bambino, generando delle sofferenze e delle fatiche nei confronti dei genitori adottivi.
Il servizio di Presa diretta cercherà di far luce sul sistema dei controlli su questi enti.
Controlli che, alla luce delle inchieste internazionali, si sono rivelati molto carenti: nell'anticipazione del servizio si raccontava la storia di Gessica e Fabio (due di questi genitori), che hanno speso 15mila euro per adottare un bambino dal Kirghizistan e sono strati truffati.
Nel racconto, Fabio spiegava come l'udienza per l'adozione sia stata una farsa, che i giudici erano solo dei figuranti.
Per l'adozione la coppia si era rivolta all'associazione Airone, che nel 2012 gli dice che c'è un bambino pronto per l'adozione: sono così andati in Kirghizistan per incontrarlo e per passare del tempo con lui, come fossero una famiglia.
Ma a luglio del 2012 viene arrestato il ministro per lo sviluppo economico kirghiso e scoppia così lo scandalo delle adozioni internazionali.
Si scopre così che venivano promessi a più genitori gli stessi bambini, alcuni dei questi già adottati: Fabio e Jessica scoprono anche che tutto quello che avevano fatto non aveva alcun valore legale, i documenti erano spariti o inesistenti e la maggior parte dei bambini non erano nemmeno adottabili.
Non avevano cioè nemmeno un certificato di adottabilità, una famiglia d'origine.
"Non è accettabile che l'adozione sia sofferenza" - il commento di Fabio, "ce n'è stata già abbastanza di sofferenza nel bambino prima, l'adozione è gioia, è un incontro, è l'inizio di una nuova vita, un bambino che trova una famiglia e una famiglia che viene accolta da un bambino".

Sul sito de La Stampa un'anticipazione, con la storia di una seconda coppia di genitori che ha cercato di adottare un bambino dal Congo:
Alba e Alessandro sono i genitori di Angel una bimba congolese di 3 anni. Hanno aspettato 2 anni e mezzo l’arrivo della loro figlia adottiva. Durante il Blocco del Congo hanno ricevuto pochissime informazioni dalla CAI sull’evoluzione delle vicenda. E anche dal loro ente. Nonostante avessero già pagato 14 mila euro, quando Presadiretta li ha intervistati, avevano ricevuto solo cinque fotografie della bambina.  

Qui invece il comunicato dell'associazione nazionale famiglie adottive, a commento delle inchieste e degli articoli usciti su l'Espresso a firma di Fabrizio Gatti.

La scheda del servizio:
GENITORI A TUTTI I COSTI di Giuseppe Laganà. Quanto ci costa, in termini emotivi ed economici, intraprendere la strada dell’adozione internazionale?PresaDiretta entra nel complesso mondo delle adozioni internazionali all’indomani della denuncia della vicepresidente della Commissione Adozioni Internazionali sulla controversa vicenda dei bambini bloccati per quasi tre anni in Congo.Un’inchiesta che ha portato le telecamere di PRESADIRETTA tra l’Italia, il Congo e la Bulgaria, per raccontare quanto può essere difficile il percorso delle coppie che vogliono adottare un bambino che arriva da un altro paese.E sono tanti, l’Italia infatti è il secondo paese al mondo, dopo gli Stati Uniti, per numero di adozioni internazionali.Se si vuole adottare un bambino di un altro paese, ci si deve rivolgere obbligatoriamente a un Ente autorizzato dalla Commissione per le Adozioni Internazionali, che è l’organo di controllo che fa capo alla Presidenza del Consiglio. Il nostro è il paese con il più alto numero di Enti autorizzati, forse troppi. Sono 62, quasi tutti privati e dovrebbero assistere la coppia in tutte le fasi dell’adozione. Ed è proprio sulla qualità dei referenti esteri che si gioca la grande partita. Una partita che ha un bel valore economico se pensiamo che il giro d’affari delle adozioni internazionali è di circa 30 milioni di euro l’anno ed è un calcolo a ribasso, perché tiene conto solo dei costi per le procedure.Qualità, serietà e trasparenza sono requisiti fondamentali affinché l’esperienza unica dell’adottare un bambino che viene da un altro paese sia positiva per tutti. Ma non è sempre così.

Ghana stop tratta.


Il Ghana è diventato il punto di transito dei trafficanti di bambini: li prendono anche dai paesi confinanti, li preparano e li portano all'estero per sfruttarli come forza lavoro, molto spesso nei paesi musulmani, come Kuwait, Arabia Saudita, Qatar.
Questi trafficanti di bambini convincono i genitori dicendo che troveranno un lavoro per i figli, ma in realtà vengono solo sfruttati, lavorano dalla mattina alla sera come schiavi, un solo pasto al giorno, i loro passaporti sono distrutti così non possono scappare.
Queste le storie che raccontano quelli che sono riusciti a tornare dai paesi del golfo.
Le bambine invece finiscono nell'inferno dello sfruttamento sessuale, usando delle agenzie per il lavoro come schermo, che preparano loro dei falsi documenti.

A spingere le famiglie a lasciare i bambini nelle mani di queste persone c'è anche l'estrema povertà di questo paese africano, composto in maggior parte da contadini: il 75% delle persone praticano un'agricoltura di sussistenza che è l'anticamera della povertà. Quando il raccolto va male, anche a causa dei cambiamenti climatici, soffrono la fame e allora scappano e finiscono della capitale Accra a fare gli ambulanti o a lavorare nella mega discarica dei rifiuti elettronici che arrivano dall'occidente (di cui si era occupano un precedente servizio di Presa diretta).
Da qui partono poi verso l'Europa: Accra è infatti il principale centro di raccolta dei migranti per il viaggio verso l'Europa.
Un viaggio che, quando si conclude, può durare anche diversi mesi: un viaggio costellato di sfruttamento e di sofferenze.
Se vogliamo fermare l'emigrazione di massa da questi paesi africani, dobbiamo iniziare a capire come fermare la tratta dei bambini e come risolvere i problemi di fame e di povertà.
GHANA STOP TRATTA di Riccardo Iacona. Uno straordinario viaggio per capire come si può fermare o ridurre l’emigrazione e abbattere la tratta in uno dei paesi più poveri del continente africano, diventato uno dei principali hub da cui partono ogni anno centinaia di migliaia di migranti, il Ghana.La sfida di aiutarli “a casa loro”, senza distruggere il loro ambiente e senza sfruttarne le risorse, è l’obiettivo del VIS, il Volontariato Internazionale per lo Sviluppo, una ONG che insieme alle missioni Don Bosco dell’ordine dei Salesiani hanno messo in piedi il progetto STOP TRATTA.Il Ghana oggi è un paese dove la vita è sopravvivenza, intere zone sono senza acqua, senza corrente elettrica, senza strade, scuole, ospedali. Un paese dove ogni famiglia ha due o tre figli che sono dovuti andare via, che sono fuggiti per cercare un lavoro e aiutare i parenti. Le telecamere di PresaDiretta sono andate a raccogliere la testimonianza e l’esperienza di chi sta cambiando le cose.GENITORI A TUTTI I COSTI”, “GHANA STOP TRATTA”, sono un racconto di Riccardo Iacona con Giuseppe Laganà con la collaborazione di Marco Della Monica, Elena Marzano, Raffaella Notariale, Massimiliano Torchia, Andrea Vignali

Sceneggiata democratica

Come nelle telefonate tra fidanzatini:
- Chiudi tu?
- No, dai chiudi tu ...
(e alla fine tiran avanti la telefonata per ore).

La sceneggiata democratica andata in onda ieri a diffusione nazionale ha seguito questo copione: Renzi aveva bisogno di ricandidarsi e che la minoranza PD se ne andasse di sua scelta (per poi incolparli di dividere il partito etc etc..).
La minoranza invece pretendeva che fosse Renzi a cacciarli, in modo da avere l'alibi: abbiamo fatto tutto quello che potevamo fare, per tenere insieme il partito ma ci hanno mandato via ..
Erano due istanze inconiliabili: i renziani puntavano ad un mandato bis, da fare in fretta, per arrivare in fretta alle elezioni.
Si erano preparati i discorsetti, i tweet e tutto.
La minoranza voleva tempo per il congresso, per preparare le candidature da cui Renzi doveva rimanere fuori.

E' andata a finire che hanno cercato di usare Emiliano per spaccare i tre candidati della minoranza, facendogli pure fare la figura di quello che cambia idea da un giorno all'altro.
E così scissione sarà: ci dobbiamo preparare ad altri mesi di discussioni inutili, come quelle che giravano ieri in rete: Renzi è stato fermato perché stava facendo le riforme (quelle che il paese aspettava ..), il 40% al referendum è di Renzi, la sinistra sa solo dividersi.
Come se il 4 dicembre non fosse successo nulla.
Come se la maggioranza del paese non avesse detto no a quelle riforme e a quel leader che voleva rottamare il paese assieme ad Alfano, Verdini, De Luca e i suoi fedelissimi.
Sappiamo ora che il governo Gentiloni terminerà (a meno di altri cambiamenti ad oggi difficilmente prevedibili) prima della scadenza del 2018, che da questo governo dobbiamo aspettarci poco.

Renzi tira dritto, scrivono giornali ed agenzie stampa, con uno scarso senso del ridicolo.
Ha, dalla sua, la fortuna di non avere rivali all'altezza, politicamente parlando, per questo sono (almeno dalle apparenze) tranquilli.
Meno tranquilli stiamo noi, che assistiamo alla sceneggiata da un altro punto di vista, i problemi, i piccoli e grandi drammi, lo scivolamento verso il basso.
Dentro questa sceneggiata, che può appassionare o meno, manca del tutto la politica. Il lavoro, l'istruzione, la sanità, l'ambiente, i diritti ..

19 febbraio 2017

La natura di Patre carnazza - da La mossa del cavallo

La mossa del cavallo: l'incipit 
"Dominivobisco." 
"Etticummi spiri totò" risposero una decina di voci sperse nello scuro profondo della chiesa, rado rado punteggiato da qualche lumino e da cannìle di grasso fetente.
"Itivìnni, la missa è."
 
Ci fu una rumorata di seggie smosse, la prima messa del matino era finita. Una fìmmina ebbe una botta di tosse, patre Artemio Carnazza fece una mezza inginocchiata davanti all'altare maggiore, scomparse di prescia nella sacrestia dove il sacrestano, morto di sonno com'era sempre, l'aspettava per aiutarlo a spogliarsi dai paramenti. I fedeli abituali della prima messa lasciarono tutti la chiesa, cizziòn fatta di Donna Trisìna Cìcero, la fìmmina che aveva tussiculiàto, la quale se ne ristò in ginocchio, sprofondata nella preghiera. 
Donna Trisìna s'appresentava alla prima messa da una quindicina di matine, non era difatti canosciuta come chiesastrica, in chiesa compariva solamente la domenica e le sante feste comannàte. Si vede che le era capitato di fare piccàto e ora voleva farsi pirdonare dal Signiruzzo. Donna Trisìna era una trentina mora, con gli occhi verdi sparluccicanti e due labbra rosse come le fiamme dell'inferno. Mischineddra, era rimasta vìdova da tre anni. Da allora si vistiva tutta di nìvuro, a lutto stretto, lo stesso però gli òmini quando che la vedevano passare facevano cattivi pinsèri, tanta grazia di Dio senza che ci fosse un màscolo a governarla. Ma in paìsi c'era chi sosteneva che quel campo era stato invece arato e abbondantemente seminato da almeno due volonterosi: l'avvocato don Gregorio Fasùlo e il fratello del delegato, Gnazio Spampinato. 
Donna Trisìna aspettò che il sacrestano se ne niscisse dalla chiesa, poi si fece la croce, si susì e s'avviò verso la sacristìa. Trasì cautelosa. La luce primentìa del giorno le bastò per assicurarsi che nel locale non c'era anima criàta. Proprio allato al grande armuàr di pscipàino dove stavano i paramenti, una porticina s'apriva su una scala di legno che portava al quartino in dove che il parrino ci aveva abitazione. 
Patre Artemio Carnazza era un omo che stava a mezzo tra la quarantina e la cinquantina, rosciano, stacciùto, amava mangiari e bìviri. Con animo cristiano era sempre pronto a prestare dinaro ai bisognevoli e doppo, con animo pagano, si faceva tornare narrè il doppio e macari il triplo di quello che aveva sborsato. Soprattutto, padre Carnazza amava la natura. Non quella degli aciddruzzi, delle picorelle, degli àrboli, delle arbe e dei tramonti, anzi di quel tipo di natura egli altissimamente se ne stracatafotteva. Quella che a lui lo faceva nèsciri pazzo era la natura della fìmmina che, nella sua infinita varietà, stava a cantare le lodi alla fantasia del Criatore: ora nìvura come l'inca, ora rossa come il foco, ora bionda come la spica del frumento, ma sempre con sfumature di colore diverse, con l'erbuzza una volta alta che sontuosamente oscillava al soffio del suo fiato, un'altra volta corta corta come appena falciata, un'altra volta ancora fitta e intrecciata come un cespuglio spinoso e sarvaggio. Sempre si maravigliava quanno che ne vedeva una nova, perché nova novissima era veramente con tutto il suo particulare da scoprire, da percorrere centilimetro appresso centilimetro fino alla grotticella càvuda e ùmita dintra alla quale trasìre a lento a lento, adascio, che doppo era la grotticella istessa ad afferrarti stretto, a inserrarti le sue pareti intorno, a portarti fino al fondo più fondo in dove che stimpagna l'acqua di vita.
Da La mossa del Cavallo, Andrea Camilleri, Sellerio editore