11 settembre 2022

Anteprima Presadiretta – Sole vento uranio

Qual è la ricetta per chiudere coi combustibili fossili, come richiesto da tutti gli esperti per evitare che gli effetti dei cambiamenti climatici? Puntare sulle rinnovabili, sul nucleare o su un mix di entrambe?

In questa puntata di Presadiretta si parlerà sia delle rinnovabili (una scelta irrinunciabile la definisce nell’anteprima Riccardo Iacona) che del nucleare, una soluzione di cui tanto si sente parlare, specie ora che siamo in campagna elettorale.
Dobbiamo fare come il Portogallo che ha iniziato anni fa una politica energetica verde che puntava sulle rinnovabili e che ora non deve sottostare i ricatti del gas russo perché l’energia la produce dal sole e dal vento?

Questo paese è il secondo produttore di energia pulita dal vento dopo la Danimarca: le turbine sono state realizzate lontano dalla costa, non visibili, le quali generano più energia rispetto a quelle sul territorio, più impattanti.

L'impronta green la si vede anche nelle città: piste ciclabili, zone a basso impatto di emissioni dove le auto devono circolare a bassa velocità, parcheggi con centraline per la ricarica.

Il paese arriverà all'80% di energia rinnovabile entro il 2026, quattro anni prima dell'Europa: tutto il paese si muove in questa direzione, grazie ad una precisa scelta politica.

La decarbonizzazione e la transizione energetica sono state una opportunità per risollevarsi dalla crisi economica che questo paese ha avuto qualche anno fa, hanno riconquistato la loro libertà.

Oppure dobbiamo tornare oggi come possibile alternativa al gas: oggi ci sono 441 reattori operativi al mondo e più di 50 sono in fase di costruzione – racconta Mattia Baldoni di Agenzia Nucnet?

Presadiretta è andata in Germania, nella regione di Sleswig-Holsteen al nord che confina con la Danimarca e si affaccia sul mare del nord: nel piccolo paese di Brokdorf vivono mille persone in mezzo al verde: in questo paese è ospitata una delle 18 centrali nucleari tedesche, si trova a poche centinaia di metri in linea d’aria dal paese. Il 31 dicembre 2021, dopo 36 anni di attività la centrale è stata chiusa definitivamente e staccata dalla rete elettrica, insieme ad altre due centrali, di cui una in Baviera. La chiusura è arrivata dopo che la Germania ha deciso di uscire definitivamente dal nucleare. Ma il nucleare continuerà a costare sulle casse pubbliche dello Stato ancora per decine di anni: le centrali vanno smantellate, a Brokdorf la proprietà ha comunicato che il cantiere sarà terminato nel 2040, tra 18 anni. Un reattore non si può spegnere come il motore di una moto, prima di intervenire occorre che il livello di radioattività si abbassi sotto una certa soglia, e ci vogliono anni. Poi una centrale si smonta pezzetto per pezzetto, si provoca polvere radioattiva, che va aspirata per evitarne la fuoriuscita e le procedure di autorizzazione sono meticolose, tutto questo richiede decenni.

Poi in Germania, come in Italia, occorrerà trovare il deposito dove stoccare le tonnellate di materiale radioattivo delle 18 centrali che verranno smantellate.


In Finlandia c’è una centrale in via di costruzione da 12 anni, a Olkiluoto, a nordest di Helsinki, su un’isola che è anche un’area protetta: i due reattori di prima generazione sono stati costruiti tra il 1979 e il 1982, ognuno produce circa 900 MgW di energia. C’è anche un reattore EPR, di tecnologia francese, di terza generazione, capace di produrre 1600 MgW/ora ancora in fase di test. Quando entrerà in funzione coprirà circa il 15 % del fabbisogno energetico della Finlandia. Questo EPR doveva iniziare a produrre energia 12 anni fa, Presadiretta era stata già qui nel 2010, quando il cantiere era ancora lontano dall’essere terminato. Alla fine sono serviti 17 anni per completare la centrale e i costi sono saliti alle stelle. La TWO, una società privata finlandese, avrebbe dovuto pagare ai francesi 3 miliardi di euro, per comprare la centrale ma il prezzo è quasi raddoppiato.

Da dove arriva l’uranio per le (eventuali) nuove centrali? Uno dei maggiori produttori di uranio naturale al mondo è il Kazakhstan: i giornalisti di Presadiretta sono andati fino alla capitale di questo paese, Nur-Sultan, una città in piena espansione, ovunque si vedono gru per nuovi cantieri. Con i suoi 3ml di metri quadrati, il Kazakhstan è il nono paese più grande al mondo, otto volte la Germania. Fino al 1991 faceva parte dell’Unione Sovietica ma ora che è una repubblica autonoma gioca una sua partita geopolitica contando sua sua posizione strategica, tra Asia e Europa, e sul fatto che è uno dei paesi più ricchi di materie prime, preziosissime oggi. Gas, petrolio, terre rare e anche uranio naturale. A gestire questo patrimonio è l’azienda di Stato Kazatomprom. Presadiretta ha intervistato il suo portavoce, Askar Batyrbayev: “il Kazakhstan rappresenta circa il 46% di produzione di uranio nel mondo, nel 2021 abbiamo venduto il nostro uranio a 21 diversi clienti in otto paesi diversi, in Asia, Europa, Cina, ma abbiamo venduto uranio anche alla Russia. Perché il nucleare non è stato toccato dalle sanzioni.”

Qual è il peso dell’uranio nel mercato di vendita delle materie prime?

“Il mercato dell’uranio vale circa 9 miliardi di dollari l’anno, se lo paragoniamo col mercato del petrolio è circa 250 volte inferiore, ma in termini di sicurezza energetica è molto importante perché con l’attuale situazione geopolitica i prezzi dei combustibili fossili che salgono e scendono, tutti riconoscono che dovrebbe esserci una fonte di energia sostenibile, pulita e stabile. Molti paesi come gli Stati Uniti, la Cina ma anche l’Europa hanno riconosciuto il nucleare come energia pulita e questo ha permesso l’accesso a finanziamenti per costruire le proprie centrali nucleari. Si stima che il mercato del nucleare crescerà nel prossimo futuro del 2% circa. E dopo il 2030 l’aumento sarà anche significativo.”

Ma le alternative al nucleare esistono, come dimostra il caso portoghese. Nella stessa Germania si trovano anche storie interessanti dal punto di vista della sostenibilità: Riccardo Iacona è andato visitare una una energetica dove si combinano energia ed agricoltura verde.

Si tratta della Dirkshof di Dirk Ketelsen, un’azienda dove al parco eolico sono affiancati campi coltiva e zone dedicate all’allevamento: le pale eoliche producono energia per 1 milione di persone per un anno e hanno un’aspettativa di vita di anche 30 anni. Tutto infinitamente meno costoso del nucleare, almeno finché vento e sole non costeranno un euro. L’intera comunità partecipa al parco eolico: sono le 350 persone che vivono attorno al parco e che adesso sono diventati soci.

Perché tutto questo non lo si può replicare in Italia? Perché i tempi per ottenere i permessi da noi sono molto più lunghi, anche 14 anni, tempo in cui la tecnologia rischia di diventare già obsoleta. È successo a Renexia, dove hanno aspettato tutto questo tempo per un parco tra permessi e ricorsi, ma che ora stanno già lavorando per un nuovo parco eolico nel mare di Sicilia, di 2800 MGW, con 190 aerogeneratori. Ma l’assemblea regionale siciliana ha dato per ora parere negativo sul progetto Med Wind, questo impianto a 60km dalla costa, con la stessa tecnologia flottante come in Portogallo. Ancora una volta un no, un altro no che impedisce all’Italia di crescere nelle rinnovabili.

L'Associazione nazionale dell’Eolico (@AnevEolico) ha calcolato che se dessimo le autorizzazioni agli impianti in lista d'attesa potremmo produrre già adesso 80 TWH di energia eolica, il 20% del nostro fabbisogno energetico totale, e stiamo parlando solo di eolico. Ma cos'è allora che frena questa rivoluzione in Italia?

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

09 settembre 2022

Il segreto di Frannie, di Howard Owen


Giovedì 5 aprile

C’era stato un solo sparo. Su questo eravamo tutti d’accordo. Nessuno sapeva perché si trovasse in quel maledetto parco. Erano gli inizi di aprile, ma sembrava metà marzo. Il vento picchiava come un lancio interno su una mazza di alluminio. Perfino i soliti avventori, quelli che indossano i vestiti che gli altri buttano via, erano tutti al rifugio per i senzatetto oppure rintanati dove batteva il sole ma non il vento. Una settimana prima c’erano stati 27 gradi. Un pallone impigliato tra i rami di un albero e un frisbee abbandonato erano i tristi testimoni dell’inaffidabile primavera di Richmond.

Questo terzo capitolo della serie con Willie Black, il giornalista di cronaca capace di infilarsi nei guai per seguire le sue indagini, comincia con uno sparo.

In una fresca giornata di aprile, nel parco cittadino di Richmond (VA), qualcuno ha sparato a Les, l’ex giocatore di Baseball, il compagno di Peggy, la madre di Willie Black, giornalista storico del quotidiano di Richmond. È proprio Willie, dopo la notizia degli spari è arrivata in redazione via social (le nuove forme del giornalismo..) che, precipitatosi sul posto come cronista di nera, si trova di fronte il quasi padre portato via in barella.

Sono scattato prima che Gillespie potesse acciuffarmi, ma altri due agenti mi hanno trattenuto per le braccia finché non li ho convinti che l’uomo a terra era un mio amico. Stavano trasferendo Les sulla barella.

Chi potrebbe avercela così tanto con Les, tanto da sparargli con un fucile? Nessuno. Les è sempre stato benvoluto da tutti, non solo per il suo passato da campione di baseball nella squadra di Richmond, i Richmond Vess. Certo, aveva i suoi momenti no, come quando saliva sui tetti perché il suo cervello gli aveva detto di fare così. E allora toccava a Willie andarlo a riprendere. Perché aveva ridato il sorriso alla madre, dopo quei tre matrimoni falliti. Perché aveva ridato alla casa materna quel briciolo di serenità, anche dopo l’arrivo dell’Amico, il senzatetto che avevano accolto in casa, senza farsi troppi problemi per il suo odore.
E ora quel colpo di fucile, che non può che essere frutto della mente di un pazzo, uno squilibrato, una persona che cercava un obiettivo e che l’ha trovato proprio in quella persona seduta su una panchina nel Monroe Park.

Persona che ora si trova in ospedale, accerchiato da tutte le persone che gli voglio bene attorno al suo letto: Peggy, Willie, Andi, la figlia di Willie che proprio l’anno precedente era stata investita da un pirata, Abe, l’amico e coinquilino di Willie. E ora Les si trova fermo in un letto con una spalla fasciata e con quel colpo che gli ha tolto tutte le forze. E anche un po’ la voglia di vivere.

La polizia, controllando le telecamere, l’angolazione del tiro e tante altre cose, individua proprio un pazzo, come molto probabile cecchino: si tratta di un senzatetto con alle spalle tanti problemi e, cosa ancor più importante, qualche anno di servizio militare in Afghanistan, dove il fucile l’aveva usato eccome.
Ironia della sorte, per sparare l’uomo è entrato in uno degli appartamenti del Prestwould, lo stabile dove vive Willie, assieme ad Abe, l’amico di una vita.

La polizia non si sbottona molto di più, specie dopo che Willie ha fatto fare loro qualche brutta figura nel passato, su casi che gli investigatori avevano chiuso troppo in fretta.
Non potendo indagare sul caso, che forse per tutte le prove che inchiodano questo il senzatetto appena arrestato, Willie decide che è arrivato il momento di raccontare una storia. Prima di tutto perché si sente ancora un giornalista, nonostante sia forse uno degli ultimi della sua specie, di quelli che coltivano le fonti e non cercano le cose subito su internet. Uno di quelli vissuto nei tempi dove gli straordinari si pagavano e le notizie non le davi gratis su internet (ci avete mai pensato a quante persone lavorano per portarvi una notizia?).

Ma soprattutto per il suo amore per il baseball e per Les

Stavolta, però, ho deciso di fare un’eccezione. Tanto per cominciare, amo il baseball. Inoltre, mi piacerebbe fare qualcosa per dimostrare alla gente che conosce Les Hacker che c’è stato un tempo in cui quell’uomo era qualcosa di più di un vecchio rimbambito

Willie si prenderà qualche giorno di ferie (e qualche altro extra dai giorni di cassa integrazione) per raccontare la storia dei Vees nei lontani anni sessanta, gli anni in cui il patrigno (o comunque la cosa di più simile ad un padre) era considerato una stella.
L’idea gli viene parlando con uno strano personaggio, una di quelle persone cresciute e vissute dentro una squadrea, tanto da renderla ormai parte della struttura sportiva come il campo o gli spogliatoi. Si tratta di Jimmy Deacon, l’enciclopedia vivente dei Vees, tuttofare della squadra, uno di quelli che magari non si ricorda cose capitate nei giorni precedenti, ma conosce a memoria aneddoti su tutte le vecchie glorie.
E su di loro, sulla loro storia, sulla storia della squadra del Vees del 1964, Willie ha intenzione di incentrare la sua storia

Un articolo sui Richmond Virginians del 1964, ieri e oggi. Sarà pieno di interviste dei vecchi atleti ancora vivi, un sacco di amarcord

Seguendo la storia dei giocatori di quell’anno Willie si imbatte nella storia di una ragazza, venuta da Wells, una piccola città del Vermount, che ad un certo punto punto ha deciso che quella cittadina le stava stretta e che meritava di meglio. Per diventare una sorta di groupie della squadra, era perfino diventata fidanzata di uno di loro. Prima di quel fattaccio, capitato proprio nell’estate del 1964: anche questo esce dalla memoria di Jimmy

«Mi sono chiesto se tutto il casino di quell’estate, e quello che è successo in Florida la primavera dell’anno dopo, non sia stato per Les la goccia che ha fatto traboccare il vaso.»

Cos’è successo a Frannie quell’estate, tanto da averle cambiato la vita? E cosa è successo ai giocatori, i compagni di Les, molti dei quali sono morti, alcuni ancora giovani – morire non è un fatto inusuale nella vita, ma morire in modo strano, fa pensare ..

In questo terzo romanzo, Howard Owen mette al centro del racconto il gioco del baseball, le sue regole, i suoi riti, la sua storia. Cose che per molti lettori suoneranno anche strane, come il fatto che una squadra non debba essere necessariamente legata ad una città. O altri aspetti che suonano familiari anche dalle nostre parti, come l’interesse nell’investire in stadi nuovi con soldi pubblici.
Con la solita sua ostinazione, Willie porterà avanti la sua ricerca sui Vees andando alla fine a scoprire qual è questo “segreto di Frennie” che lega assieme una bella ragazza, giovane e destinata a voler vivere la sua vita, con le morti dei vecchi giocatori.
Rispetto agli altri romanzi, l’indagine, il giallo, vengono messi in secondo piano: il gioco con la palla e la mazza si prende tutta la scena in un racconto dove si parla anche di amore e di abbandono. E dove vediamo Willie alle prese coi suoi problemi: di alcolista che non riesce a dire basta prima che sia troppo tardi. Anche lui, dopo tre matrimoni falliti alle spalle sta vivendo una parentesi felice con una ragazza cresciuta nel suo vecchio quartiere, Oregon Hill, Cindy Peroni. Anche lei ha un passato alle spalle e non ha intenzione di versare altre lacrime, nemmeno per Willie a cui fa un discorso chiaro:

Se le cose si mettono male, se mi rendo conto che per colpa tua non dormo più e mi stanno aumentando le rughe, io me ne vado, e non mi guardo indietro.

C’è dentro la storia di una vita e di tante vite in questo romanzo: il dolore per la perdita di qualcuno di importante, i rimpianti per non aver saputo voler bene alle persone che avevi accanto (e il nostro Willie ne sa qualcosa).

E c’è spazio per i ricordi, della gioventù a Oregon Hill, quando già da bambini ci si doveva far rispettare con le botte. Le stesse botte che erano tollerate dai padri la sera, solo perché portavano il pane a casa.

La scheda del libro sul sito di NN Editore

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

06 settembre 2022

Presadiretta – I signori del gas

Europa, togli le sanzioni e il gas riprenderà a girare: la Russia, con le dichiarazioni di Lavrov è stata chiara col suo ricatto sul gas che sta mettendo in crisi le nostre imprese e le famiglie.

Il gas che finanzia la guerra in Ucraina ieri ha toccato un altro picco, 283 euro Mw/ora, dieci volte il prezzo dello scorso anno. Il gas è un'arma economica puntata contro di noi.

L'arma del gas

Putin userà il gas per dividerci, per creare problemi alle nostre società: sono le parole di Timmermans, quando presentò la proposta di tagliare i consumi del 15% in Europa.

Oggi stiamo puntando al risparmio del gas e al suo razionamento: ma come siamo arrivati a questo?

Nel 2000 già l'Europa, in un documento metteva nero su bianco i rischi della dipendenza energetica, ma negli ultimi 20 anni in Italia la dipendenza è purtroppo aumentata.

Una volta il gas arrivava dall'Algeria, ma per la sua instabilità, abbiamo preferito il gas russo: era il 2006 e Eni firmava un accordo strategico con Gazprom a pochi mesi dal contenzioso tra Russia e Ucraina.

L'accordo trentennale con Gazprom sembrò la scelta giusta per il governo italiano, diventando però un'arma puntata contro l'Italia e gli altri paesi, coi tagli alle forniture del gas.
Ad ogni blocco, il prezzo cresceva: secondo Massimo Nicolazzi la Russia non bloccherà del tutto il flusso del gas (che incide sul reddito del paese, col gas si pagano pensioni e stipendi).

La realtà è che oggi la Russia sta dando all'Italia meno gas ma incassa più soldi, per i rincari, ma se la Russia chiudesse i rubinetti andremmo verso il razionamento, dove la politica deve decidere a chi far arrivare il gas e a chi no.

E il gas italiano?

Secondo il professor Bianchini il gas italiano coprirebbe solo una parte del fabbisogno, i giacimenti più profittevoli sono stati già usati, gli altri richiederebbero maggiori costi per l'estrazione.

La parola d'ordine è diversificare: i nostri ministri assieme all'AD di Eni sono andati in giro nel mondo per stipulare altri contratti che non saranno effettivi se non tra due o tre anni.

Il gas arriverà in forma liquida, dall'America, ma servono i rigassificatori: ad oggi ne abbiamo solo uno attivo che riceve il gas dagli USA, con contratti fino al 2027.
Snam ha comprato altri due rigassificatori con una spesa da 750ml di dollari: quello di Piombino sarà pronto non prima di sei mesi, l'altro a Ravenna ancora dopo.
Ma conviene puntare ai rigassificatori? Secondo gli analisti di Ecco, seguendo le politiche di decarbonizzazione, non conviene puntare a nuove infrastrutture ma sui risparmi.

Il viaggio nell'industria italiana

Presadiretta è andata in Veneto e Lombardia questo luglio per capire quale fosse la situazione coi rincari dell'energia.

A Brescia nello stabilimento della Feralpi si produce acciaio per l'edilizia, come i tondini per il cemento armato: lavorano col ferro riciclato, anche in Europa.
Il processo di fusione del ferro ha bisogno di energia: il presidente Pasini a luglio raccontava di come la guerra abbia loro costretto a prendere il gas da altri paesi e non più dalla Russia.

Ma questo ha portato ad un aumento dei prezzi, dovendo rimodulare un aumento dei contratti stipulati (prima della crisi): hanno in vista fermi prolungati da parte di tutti i produttori di acciaio, mandando in vacanza gli operai e alla fine ricorrendo anche alla cassa integrazione (da agosto a novembre 2022).

Tutti quelli che hanno vinto un appalto pubblico coi valori precedenti dell'energia si trovano nella stessa situazione: l'acciaio per le costruzioni, per la componentistica, i cavi, è tutto aumentato rispetto dai tempi dell'appalto. Così, alla Coima, azienda che lavora nel settore delle costruzioni, lavorano in perdita.

Il governo ha varato gli aiuti, ma non basta: sono a rischio tutte le opere pubbliche nel nostro paese, comprese quelle per mettere in sicurezza il territorio, come quello vicentino dopo l'esondazione del Bacchiglione.
Sempre in Veneto, Marangoni della Coima ha un appalto per bonificare le acque inquinate dal PFAS: con l'aumento delle materie prime questi cantieri costeranno di più allo Stato, anche del 30% di più.

Ma questo aumento mette a rischio il piano del PNRR, oltre ai costi dello stato.

Ma l'Italia può far poco: le aziende che hanno in mano le materie prime sono poche e fanno cartello. Vale per il gas e per il cemento, racconta il presidente di General System a Presadiretta: questa azienda scarica il cemento dalla Croazia, che a sua volta lo importa dalla Cemex cemento, che si divide il mercato con altre quattro aziende che posseggono migliaia di cementifici e fanno il prezzo del cemento nel mondo.

Anche l'acciaio lo dobbiamo comprare da fuori: il gruppo Marcegaglia lo scarica dal porto di Ravenna per lavorarlo nei suoi impianti.
Nello stabilimento di Ravenna sono stipati i rotoli di acciaio importati da tutto il mondo, prima della guerra anche dall'Ucraina.

L'acciaio è aumentato da 400 euro a 1200 euro, oggi siamo a 800 euro kg. A questo si deve aggiungere l'aumento di gas ed elettricità: il costo di produzione per il gruppo Marcegaglia è dunque raddoppiato.

Per capire l’impatto sul settore produttivo dei rincari in questo stabilimento bisogna tener conto che l’acciaio della Marcegaglia arriva ad altre 15000 aziende e impatta sull’edilizia, sui costruttori di auto, autobus e treni, sull’industria degli elettrodomestici, sull’agricoltura, sulla chimica, sugli arredamenti..

La JVP, un'azienda che lavora con l'acciaio per prodotti della casa, ha scelto di lavorare in perdita per rispettare gli appalti, ma chi non riesce a lavorare così, perché non ha alle spalle delle riserve, deve chiudere.
La cartiera Progest a Mantova si occupa di riciclare la carta: usano tanto gas per asciugare la carta, così il costo di produzione è triplicato, rendendo difficile fare qualsiasi pianificazione per la produzione.

I cartoni della Progest finiscono nell'impianto della famiglia Zago, che producono imballaggi per frutta, per la pizza: i rincari saranno scaricati sui clienti finali ammettono a Presadiretta.
Ma ci sono aziende, come la Tecnoriver che lavora nel tessile, che non possono aumentare i prezzi: molti dei dipendenti sono in cassa integrazione.

“Ci hanno portato la guerra in casa, chi se lo sarebbe immaginato ..” raccontano le operaie.
Ci sono imprenditori che non ce l'hanno fatta a sostenere questa situazione: Claudio Fiori si è ucciso, trovandosi in una situazione che non sapeva affrontare, non potendo pagar stipendi per problemi finanziari.

Le compensazioni del governo, in questi casi, sono solo dei tamponi, non bastano.

Assocarta dice che l'80% delle aziende è ferma, Federmeccanica dice che il 50% delle aziende sta decidendo la riorganizzazione del lavoro, il presidente di Federlegno dice che ad ottobre ci sarà il blackout. Il presidente di Farmindustria spiega che è la produzione dei prodotti medici sarà a rischio.

Tutte le condindustrie stanno lanciando un grido d'allarme, racconta in studio Marco Gay di Confindustria Piemonte: si deve agire adesso senza aspettare il nuovo governo.

Così Draghi ha messo per le imprese e per le famiglie sul piatto 50mld di euro ma non basta per le imprese, per il ricatto di Putin.
Se le aziende chiudono, rischiano di uscire dalle filiere produttive nel mondo, rischiando di rimanerne fuori per lungo tempo.

Non si può più fare una distinzione tra aziende energivore o meno: la risposta al ricatto di Putin deve arrivare dall'Europa, mettendo un tetto al prezzo del gas, per non far scoppiare una guerra tra poveri tra i vari paesi europei.
Si deve spingere per un negoziato per fermare la guerra: ci vuole la pace col rispetto dei paesi e dei popoli – la conclusione di Gay.

Il gas della libertà

Le aziende che estraggono il gas col fracking stanno vivendo adesso un momento felice: dall'America arriverà il gas liquido per sostituire quello russo.
Lo shale gas è il nuovo business: la proposta di Biden è fornirci via nave il loro gas liquefatto, per un totale di 15mld di gas per tutta l'Europa quest’anno.
Lo chiamano il gas della libertà: Presadiretta è andata a visitare il terminal della Cheniere dove si tratta il gas per renderlo liquido. Il 75% dei carichi vanno verso l'Europa, dove per colpa o grazie alla guerra i clienti di Cheniere hanno deciso di puntare sul vecchio continente.

I prezzi del gas alto rendono l'Europa una gallina dalle uova d'oro: altro che mercato che si regola da solo. Il mercato del gas liquido sta attraendo nuovi investimenti anche dall'italiana Banca Intesa: si tratta dello shale gas, gas estratto pompando acqua nelle rocce.

Ma si tratta di una rivoluzione tecnologica con danni incalcolabili per l'ambiente, perché si emette metano nell'atmosfera, perché consuma molta acqua.
Lo shale gas, il gas liquido che importiamo dall'America non è pulito – Presadiretta se ne era occupata lo scorso anno, in un servizio che aveva seguito gli impianti in Texas e in Luisiana.

I signori del petrolio, come quelli della Commonwealth LNG, si stanno lanciando nello shale gas e nel gas liquefatto: non si importano degli impatti sull'ambiente, quello che conta sono i profitti, rendersi indipendenti dal gas russo.
Noi abbiamo bisogno del gas americano, ma a che prezzo? Il nostro bisogno di gas sta spingendo il prezzo del gas in alto, causerà altre emissioni, di cui dovremo tener conto.

Cosa faremo quando il gas finirà? E cosa faremo quando gli effetti dei cambiamenti climatici non si potranno più nascondere? Nella zona tra la Luisiana e il Texas si stanno pianificando nuovi impianti per la liquefazione, strutture che guadagnano miliardi di dollari mentre gli uragani continuano a creare danni alla popolazione di queste zone.

Altro che gas della libertà, secondo gli ambientalisti che si battono contro lo shale gas, il film è diverso: “quale libertà, se sei drogato e cambi spacciatore, sei ancora dipendente dalla droga”.

In studio era ospite Matteo Villa, consulente dell'Ispi: a lui Iacona ha chiesto se con questo shale gas il costo di questa materia si alzerà o diminuirà?

Il mercato regola il gas – ha risposto il ricercatore - non Biden o gli accordi con l'Europa: gli Stati Uniti fanno soldi con lo shale gas, ma l'Europa dovrà rubare il gas da altri paesi, perché ce n'è poco. Alla fine, avendo lasciato mano libera al mercato e ai signori del gas, il prezzo sta crescendo anche in America e dunque ci saranno problemi economici anche lì, mentre le aziende del gas liquido e gli esportatori stanno facendo tanti soldi.

Il gas algerino

Il contratto con l'Algeria a quali condizioni è stato siglato? L'Algeria è il nostro secondo fornitore e a questo paese ci siamo rivolti: Draghi ha annunciato l'accordo la scorsa primavera, ma adesso non sappiamo ancora quanto gas riceveremo e nemmeno a quale prezzo.

Sono 3 mld di metri cubi quest'anno e 3 il prossimo, in cambio Eni investirà ancora di più in Algeria, con sviluppo di infrastrutture nel paese.

MA l'Algeria riuscirà a garantire questi metri cubi promessi?

L'ex ministro Attar racconta a Presadiretta che l'Italia è il paese collegato meglio all'Algeria, ma la capacità produttiva non è garantita, per cui si dovrà produrre gas di scisto estratto dal deserto algerino.
Ma in Algeria c'è anche Gazprom: secondo l'ex ministro più che il rapporto col gas, conta il rapporto militare ed economico tra Russia ed Algeria.

E se Putin facesse pressioni per bloccare il gas verso l'Italia? La Russia sa che nessuno potrà garantire all'Italia la quantità di gas russo.

C'è poi la questione del prezzo: l'Algeria ridiscuterà i prezzi del gas con gli aumenti generalizzati, ci sarà un aumento del 10 fino al 30% del valore. È il mercato, purtroppo.

L'economia algerina dipende molto da petrolio e gas: sono soldi con cui lo stato garantisce un buon welfare ai suoi cittadini, gli studi, le case.
Coi soldi del gas si è garantita la pace sociale, si è tenuto in piedi il regime e quando questo non basta, scattano le proteste. E gli arresti di molti oppositori oggi rinchiusi nelle carceri.
Il gas è usato come arma diplomatica con altri paesi come il Marocco: lo scontro nasce dalla rivendicazione dei territori contesi, su cui la Spagna ha appoggiato il Marocco.

La posizione di forza dell'Algeria nei confronti dell'Italia è stata già esercitata: lo dimostra la storia della sovranità territoriale algerina che, in modo unilaterale, è stata estesa nel 2018 fino a lambire le coste sarde. Hanno creato una sovranità nel mare a due passi dalla Sardegna – racconta a Presadiretta l’ex presidente Pili: la cartina pubblicata dal mensile Limes mostra quanto sia estesa questa zona. L’ex ammiraglio Fabio Caffio, di fronte a questa cartina, spiega come i pescatori sardi, superate le 12 miglia di acque territoriali potrebbero trovarsi, in teoria, una motovedetta algerina che gli addebita la pesca illegale nella loro zona: “L’Algeria ha esercitato una forma di potere geopolitico, allargare la giurisdizione sugli spazi marittimi in modo da acquisire più acqua e quindi più potere negoziale nei confronti dei vicini.”

L'Italia ha protestato nel 2018 ma non si sono mai fatti passi avanti, specie adesso dopo i contatti col governo algerino per il gas. Oggi l'Italia è sotto scacco dall'Algeria, per qualche miliardo di metri cubi di gas con cui abbiamo barattato la nostra sovranità nazionale.

Oltre a questo, siccome dall'Algeria non stiamo importando tutto il gas promesso è probabile che per soddisfare le richieste italiane gli algerini dovranno togliere del gas dalla Spagna – racconta in collegamento il ricercatore Villa. Ma c'era un'altra risposta possibile a questo ricatto russo?

Le guerre fossili

Energie fossili e guerre sono legate: i flussi di gas dalla Russia alimentano la guerra in Ucraina, oggi Gazprom vende meno gas ma, grazie all'aumento dei prezzi, sta incassando di più.

Tutto questo è stato preparato da tempo, danni: da una parte la diminuzione dei flussi e dall'altra parte l'aumento delle spese militari.

Putin sta puntando anche sulle armi nucleari, sia a livello strategico che a livello tattico, ovvero per colpire paesi più vicini.
L'anno di svolta è stato prima il 2008 con l'invasione della Georgia e nel 2014 con l'invasione della Crimea: molti analisti hanno correlato l'aumento dei prezzi dell'energia con lo scoppiare delle guerre, come successo adesso in Ucraina.
Gli stati petroliferi hanno risorse a cui attingere per le loro guerre e, a causa dell'aumento dei prezzi, possono ricattare altri paesi: l'Europa ha fatto fatica a rimpiazzare il gas russo, a buon mercato.

Il professor Michael Klare lega petrolio e guerre: per il petrolio sono state scatenate le guerre coloniali, Hitler ha invaso la Russia per il controllo del petrolio e così fino alle guerre in Iraq.
Gas e petrolio creano dipendenze e vulnerabilità per la sovranità nazionale: se li eliminassimo, potremmo eliminare anche le guerre nel mondo.

Matteo Villa è scettico rispetto alle manovre messe in piedi in Europa: ridurre le bollette, mettere il tetto al gas, sono manovre che hanno un costo, si rischia di mantenere gli attuali livelli di consumo col rischio di esaurire le riserve.
In Italia 50 mld sono stati bruciati in questi dieci mesi per ridurre le bollette in dieci mesi, mentre avremmo dovuto spendere miliardi per facilitare la transizione ecologica.

Come hanno fatto in Spagna e Portogallo: il Portogallo ha scelto di investire nelle rinnovabili, consumano poco gas e sono meno dipendenti dalle speculazioni sul mercato e dal ricatto russo.
A marzo tutta l'energia di cui ha bisogno il paese deriva dalle rinnovabili, ha chiuso le centrali a carbone e si appoggia oggi a sole e vento.
Il solare viene usato anche sulle acque di una diga esistente: si crea energia dal bacino idroelettrico e dai pannelli sull'acqua, con un impianto realizzato in cinque mesi.

Questo paese è il secondo produttore di energia pulita dal vento dopo la Danimarca: le turbine sono state realizzate lontano dalla costa, non visibili, le quali generano più energia rispetto a quelle sul territorio, più impattanti.

E in Italia? In Italia c'è un mercato difficile, per sviluppare i progetti ci sono tempi lunghi, colpa dei decreti che mancano per snellire le procedure per impianti di rinnovabili, mentre in Portogallo sono capaci di generare energia perfino dallee onde e in modo stabile.

L'impronta green la si vede anche nelle città: piste ciclabili, zone a basso impatto di emissioni dove le auto devono circolare a bassa velocità, parcheggi con centraline per la ricarica.

IL paese arriverà all'80% di energia rinnovabile entro il 2026, quattro anni prima dell'Europa: tutto il paese si muove in questa direzione, grazie ad una precisa scelta politica.

La decarbonizzazione e la transizione energetica sono state una opportunità per risollevarsi dalla crisi economica che questo paese ha avuto qualche anno fa, hanno riconquistato la loro libertà.

05 settembre 2022

Anteprime Presadiretta – I signori del gas

 Puntata quanto mai attuale quella di stasera: si parlerà di gas, di energie fossili, di chi ha guadagnato (e continuerà a guadagnare) dai rincari e dalle speculazioni sul prezzo dell’energia. Ma si affronteranno anche altri temi: i rigassificatori sono l’unica soluzione per scindere la dipendenza dal gas russo? E il famoso gas autarchico è veramente una soluzione per i nostri problemi?

Parlare di gas ed energia significa parlare di geopolitica, del futuro di questo paese, di programmazione industriale, di tutela dei posti di lavoro (penso all’industria dell’auto) e dell’ambiente.

Al listino di Amsterdam il prezzo del gas è cresciuto fino a dieci volte rispetto allo scorso anno, un flusso di denaro che ha continuato ad arrivare anche alla Russia, che ha continuato a guadagnare miliardi vendendoci il suo combustibile dall’inizio della guerra. Sono soldi che alimentano la guerra e la devastazione in Ucraina: nei primi tre mesi di quest’anno la Russia ha raddoppiato i guadagni rispetto al 2021.

Dalla crisi del gas qualcuno ci perde (per i rincari delle bollette, perché i costi per la produzione superano i ricavi delle imprese) ma qualcuno ci guadagna: Presadiretta è andata nell’impianto più grande di esportazione di gas liquido al mondo. Navi che lasciano il porto negli Stati Uniti e che il 75% portano gas liquido verso l’Europa.
Qualche politico lo ha chiamato gas della libertà, perché ci renderebbe liberi dalla dipendenza da quello russo: non è l’opinione di alcuni esperti interpellati dalla trasmissione, “quale libertà, se sei drogato e cambi spacciatore, sei ancora dipendente dalla droga”.

Tra l’altro i due rigassificatori che Snam ha acquistato non risolveranno i problemi energetici di questo inverno e garantiranno un flusso di gas pari a 5 mld di metri cubi (solo l’impianto di Piombino): l’impianto di Ravenna sarà pronto nel 2024, quello di Piombino (che si farà nonostante l’opposizione del sindaco della città) non sarà pronto prima di aprile.

Nello stesso comunicato con con cui annunciava l’acquisto della nave, a luglio, Snam spiegava che “l’avvio di Golar Tundra come Fsru, è atteso durante la primavera del 2023”. Chi lavora al dossier, considera questi tempi un record (va anche aperto il bando per trovare i fornitori), il dubbio è che che alla fine si arrivi all’estate.

Come si intuisce, in ogni caso, Piombino non servirà per l’anno termico 2022/23, che si chiude ad aprile. Eppure il governo sembra ignorare questo fatto. Giovedì in Cdm, illustrando il piano italiano per fare a meno del gas russo, Cingolani ha ribadito ai colleghi che se Piombino non verrà realizzato, “c’è il rischio concreto di andare in emergenza nel marzo 2023”. 
Carlo di Foggia – Il fatto quotidiano 3 settembre

La parola d’ordine se non vogliamo rimanere senza gas è diversificare: i vertici di Eni, accompagnati da Draghi e dal ministro Di Maio, sono andati in Algeria per garantirci una certa quantità di gas. Ma quanto ci costerà e quanto è sicura questa fonte?
I prezzi a cui venderanno il gas aumenteranno – spiega al giornalista di Presadiretta il ministro algerino – “ci sarà una revisione del 10%, del 20% o del 30%”. Perché questo è il mercato: se gli Stati Uniti vendono il loro gas all’Europa a 70$, perché l’Algeria dovrebbe vendere a 12$ - racconta l’ex ministro dell’energia Attar? Come gli Stati Uniti, anche l’Algeria non ha mai guadagnato così tanto dal gas.

C’è anche un altro aspetto, legato al gas algerino: quando dipendi da un paese straniero su un tema come l’energia, si creano delle situazioni di forza come dimostra la storia della sovranità territoriale algerina che, in modo unilaterale, è stata estesa nel 2018 fino a lambire le coste sarde. Hanno creato una sovranità nel mare a due passi dalla Sardegna – racconta a Presadiretta l’ex presidente Pili: la cartina pubblicata dal mensile Limes mostra quanto sia estesa questa zona. L’ex ammiraglio Fabio Caffio, di fronte a questa cartina, spiega come i pescatori sardi, superate le 12 miglia di acque territoriali potrebbero trovarsi, in teoria, una motovedetta algerina che gli addebita la pesca illegale nella loro zona: “L’Algeria ha esercitato una forma di potere geopolitico, allargare la giurisdizione sugli spazi marittimi in modo da acquisire più acqua e quindi più potere negoziale nei confronti dei vicini.”



Nel frattempo il rischio di rimanere senza gas è reale: lo ha spiegato il vicepresidente della commissione Timmermans “se Putin chiude i gasdotti completamente state sicuri che lo farà nel momento in cui potrà farci più male”.

Non è solo il costo del gas: l’aumento del prezzo ha fatto crescere il costo di tutte le materie prime, mettendo a rischio tutta l’industria manifatturiera italiana, ma sono anche previste interruzioni della produzione dell’acciaio, lo racconta da Ravenna il direttore della stabilimento del Gruppo Marcegaglia. Quando è arrivata la guerra il gruppo ha iniziato a riempire i magazzini da mezzo mondo, ma il prezzo dell’acciaio è cresciuto del doppio, a questo si devono aggiungere i costi dell’energia. Una volta l’energia era il 15-20% del costo totale, oggi supera tutti gli altri costi. Per capire l’impatto sul settore produttivo dei rincari in questo stabilimento bisogna tener conto che l’acciaio della Marcegaglia arriva ad altre 15000 aziende e impatta sull’edilizia, sui costruttori di auto, autobus e treni, sull’industria degli elettrodomestici, sull’agricoltura, sulla chimica, sugli arredamenti..



La strada del gas, a cui siamo rimasti testardamente attaccati in questi mesi di pandemia prima e di guerra poi, va in direzione contraria a quanto dovremmo fare per cercare di salvare il pianeta dal problema del riscaldamento globale.
È uscito oggi un articolo su l’Espresso a firma dei giornalisti Simone Alliva, Antonio Fraschilla e Chiara Sgreccia che parla dei ritardi nella transizione ecologica: l’Italia è il peggior paese in Europa per consumo del suolo, emissioni di co2, inquinamento e consumo di energie fossili. Complice la guerra, siamo andati in direzione contraria a quanto avremmo dovuto fare per attuare la decarbonizzazione e la fine del fossile. Nell’articolo si parlano dei decreti attuativi che mancano ancora, per i parchi eolici, per le comunità energetiche, per accellerare la costruzione di nuovi impianti di fotovoltaico nelle ex aree industriali (che andrebbero bonificate).

Così mentre in Italia si discute di rigassificatori e centrali nucleari, dove per evitare la catastrofe e l’emergenza si spera nel buon senso degli italiani (sulla temperatura in casa, sulla cottura degli spaghetti, tutte cose di buon senso certo), dall’estero arrivano notizie che raccontano altro.
In Messico è stato installato il parco solare più grande al mondo, arrivando ad installare 18990 pannelli in un giorno per un impianto che darà energia a 1,3 ml di case.
Negli Stati Uniti prevedono un boom per le energie rinnovabili grazie al “climate bill”, la nuova legge dell’amministrazione Biden che prevede “ incentivi finanziari per far evolvere l'economia americana nella direzione delle energie rinnovabili, limita i prezzi di alcuni farmaci e istituisce un'aliquota fiscale minima per le grandi imprese. ”

Presadiretta ha intervistato l’ex generale Russel Honoré, diventato eroe nazionale quando, dopo il disastro provocato dall’uragano Katrina, guidò i soccorsi rimettendo in piedi la città.
Adesso vive in Luisiana e ha fondato la Green Army, un gruppo di volontari con una missione, combattere l’inquinamento: si è schierato contro gli investimenti per trasportare gas liquefatto perché “questa industria sta distruggendo la nostra acqua, la nostra terra. Sappiamo tutti ormai che l’effetto del metano, in termini del riscaldamento dell’atmosfera, è 80 volte superiore a quello della CO2 nei primi venti anni dal rilascio.”
Che insegnamenti ha avuto dall’emergenza per Katrina?
“Non possiamo approfittarci di madre natura, che può distruggere qualsiasi cosa costruita dagli esseri umani, ma continuiamo ad essere stupidi, a costruire nuovi impianti in mezzo ai territori devastati dagli uragani. Non ha senso! L’Europa può andare avanti con l’energia del vento, del sole, ed è il momento per l’Europa di cambiare: c’è un proverbio cinese che dice, per ogni sfida c’è un’opportunità. Questa guerra può svegliare il mondo.”

E il gas italiano, quello per cui la destra, Salvini e Meloni, chiede di riprendere l’estrazione?

Secondo i dati dello stesso ministero della transizione ecologica le stime del gas nel nostro sottosuolo si aggirano tra i 60-60 miliardi di metri cubi:

Le riserve. L’Italia non ha però così tanti giacimenti con gas pronto a essere estratto. Gli ultimi dati, pubblicati dal ministero della Transizione ecologica, sono del 2021: si dividono in riserve certe (possono essere prodotte con probabilità maggiore del 90%), probabili (la percentuale è del 50%) e possibili (probabilità inferiore di molto al 50%). Il totale delle riserve ad oggi è di 39 miliardi di metri cubi di gas certo, 44 miliardi di metri cubi probabile e 26 miliardi possibile. Il totale, considerando tutto, è 110 miliardi di metri cubi. È ragionevole però prendere in considerazione un valore intorno ai 60-70 miliardi. Meno del consumo nazionale di gas di un anno (75 miliardi di metri cubi).

I giacimenti. Il gas è distribuito in centinaia di giacimenti sparsi su tutto il territorio per i quali servirebbero altrettanti pozzi e piattaforme. Questo implicherebbe costi molto elevati per le aziende petrolifere (hanno bisogno di identificare le posizioni migliori per produrre un buon margine di guadagno in tempi normali) e un margine ridotto o perdite sostenibili ad oggi (l’idea è vendere il gas nazionale a prezzo calmierato alle imprese). Si dovrebbe contare sui giacimenti più grandi, per i quali c’è bisogno di superare divieti ambientali, vincoli legislativi, iter autorizzativi (altrimenti sarebbero probabilmente già stati svuotati) e installazioni o integrazioni dell’infrastruttura. Solo poi su quelli più piccoli e quasi in esaurimento.

Nel caso dei primi, bene che vada non si riuscirebbe a intervenire in poco tempo. Nel caso dei pozzi già esistenti, invece, molti – seppur considerati ancora produttivi – sono quasi esauriti: la pressione al loro interno si è ridotta e produrre è più costoso per le aziende (come dismetterli peraltro), ma è anche da questi che potrebbe arrivare qualche contributo.
Virginia della Sala – Fatto Quotidiano del 3 settembre 2022

Estrarre gas nel nostro sottosuolo, o nell’Adriatico, costa troppo, è svantaggioso economicamente, funziona giusto in campagna elettorale.

La scheda del servizio:

La seconda puntata di PresaDiretta, in onda in diretta lunedì 5 settembre alle 21.20 su Rai3, è dedicata alla crisi del gas. Nel pieno della tempesta scatenata dal prezzo del gas che continua a salire senza controllo, PresaDiretta analizza gli effetti delle scelte energetiche del nostro Paese. Come faranno le imprese a sostenere le bollette e la carenza di materie prime? Che autunno ci aspetta? Ci stiamo rendendo indipendenti dal gas russo, ma i nostri nuovi partner offrono garanzie democratiche? E c’è un legame tra i profitti dell’industria energetica e le guerre? 
PresaDiretta compie un viaggio tra le fabbriche del Veneto, della Lombardia e dell’Emilia-Romagna, per raccogliere il grido di allarme degli imprenditori. Come faranno le nostre imprese a sostenere i picchi del costo del gas e a rimanere competitive? L’industria italiana è già entrata in una spirale pericolosa: riduzione dei consumi, rallentamento della produzione e conseguente carenza di materie prime. Che effetto avrà tutto questo sulle esportazioni, sugli appalti pubblici e nei cantieri già aperti dove le spese lievitano?  
La ricerca della diversificazione e dell’autonomia da Gazprom, intanto, hanno aperto nuove strade di approvvigionamento. E’ il boom del gas liquido americano, il gnl estratto attraverso la contestata e impattante tecnica del fracking. PresaDiretta è tornata negli Stati Uniti a vedere come funziona il gigantesco mercato del gnl verso l’Europa e a capire quanto ci costerà. 
E poi in Algeria, il nuovo partner privilegiato per la fornitura del gas all’Italia. Che garanzie ci offre davvero questo Paese? 
Una recente ricerca poi, ha messo in relazione le robuste entrate nei bilanci della Federazione russa legate all’export di petrolio e del gas con un massiccio aumento della spesa militare. Qual è allora il legame tra l’industria energetica e la spesa per gli armamenti? 
Ospiti in studio di Riccardo Iacona: Marco Gay, presidente di Confindustria Piemonte e Matteo Villa, ricercatore dell’ISPI, l’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, esperto di energia. Insieme parleranno di come affrontare l’emergenza gas, di cosa rischiano le nostre imprese e di come affrontare l’autunno che ci aspetta.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

03 settembre 2022

Uno dall’altro, di Philip Kerr

 

INCIPIT

PROLOGO

Berlino, settembre 1937

Ricordo com’era bello il tempo, quel settembre. “Il tempo di Hitler”, lo chiamavano. Come se gli stessi elementi, tra tutte le persone, fossero disposti a essere gentili proprio con Adolf Hitler. Lo ricordo pronunciare un discorso farneticante in cui chiedeva colonie per la Germania. Fu forse la prima volta che lo udimmo usare l’espressione “spazio vitale”. Nessuno si fermò a pensare per un momento che il nostro spazio vitale avrebbe potuto essere creato solo se prima fosse morto qualcun altro.

Vivevo e lavoravo nello spazio che chiamiamo Berlino. C’era un sacco di lavoro là per un detective. Certo, si trattava solo di persone scomparse. E la maggior parte di loro erano ebrei. Perlopiù assassinati in un vicolo, o spediti in un KZ, un campo di concentramento, senza che le autorità si preoccupassero di notificarlo alle famiglie. I nazisti pensavano che il modo in cui lo facevano fosse davvero spassoso. Certo, ufficialmente gli ebrei erano incoraggiati a emigrare ma, dal momento che gli era proibito portarsi dietro i loro averi, ben pochi lo facevano. Comunque, qualcuno riusciva a inventare dei bei trucchi per trasferire i soldi fuori dalla Germania.
(un passaggio più esteso lo trovate qui)

Immaginatevi che Raymond Chandler e Frederick Forsyth si fossero incontrati per scrivere, a quattro mani, un romanzo dove si mescola il noir in scenario dove si muovono agenti segreti, doppiogiochisti, ex criminali nazisti in fuga, poliziotti dalle mani pesanti, sullo sfondo di una Germania nei primi anni del dopoguerra (l’azione si svolge nell’autunno del 1949), che si sta risollevando a fatica dalle macerie e con tanta voglia, troppa forse, di dimenticarsi il suo passato.

Quello in cui un pazzo irretiva un intero paese vaneggiando di spazi vitali, di razze superiori e di razze da sopprimere.
Ne sarebbe venuto fuori un romanzo come questo, L’uno dall’altro, terzo della serie di Philip Kerr con protagonista l’investigatore privato Bernie Gunther: ex poliziotto della Kripo, ex appartenente delle SS, finito sul fronte russo di cui fu testimone degli orrori, le operazioni di pulizia nei confronti degli ebrei e dei commissari politici. Attraverso il suo sguardo abbiamo visto la Germania diventare nazista, quelli che hanno approfittato per salire sul carro di Hitler (le “violette di marzo”). Lo sgomento del primo orrore col rumore delle vetrine andate in frantumi nella notte dei cristalli. Infine lo sfacelo, la Germania anno zero, spartita in due dalle potenze vincitrici, alleate fino a ieri ma pronte a combattere una nuova guerra oggi. Il suo sguardo non è privo di una certa ironia, anche in momento come questo, nel 1949, dove la guerra è finita da quattro anni, dove il reich millenario è crollato miseramente portandosi dietro le vite di milioni di persone per lasciar il posto ad una repubblica federale dove si ha tanta voglia di ripartire, di gettare un colpo di spugna su certi crimini e certi criminali del passato. Nonostante molti di questi (le “giacche rosse”) stiamo aspettando il loro turno per essere giudicati nel carcere di Landsberg: uno scherzo del destino, ex nazisti nello stesso carcere dove Hitler scrisse il Mein kampf ..

Prima di partire con la storia, c’è un lungo prologo iniziale ambientato nel 1937: il perché di questi antefatti lo si comprenderà alla fine, in quel convulso finale dove tutto finisce, per ricominciare.

Bernie viene incaricato da un ufficiale delle SD (il servizio di sicurezza delle SS) di aiutare un imprenditore ebreo a spostare i suoi beni fuori dalla Germania, dove per legge non potrebbe possedere nulla. In questa operazione, un sotterfugio in cui le SS taglieggiavano quanti, tra gli ebrei, potevano permettersi andare in Palestina (allora un protettorato inglese).
In questa missione Bernie entra in contatto con Eichmannn (“l’uomo dall’aspetto più ebraico con l’uniforme delle SS”), allora sottufficiale delle SS, con un gruppo estremista chiamato Haganah, che sta combattendo una sua battaglia per far diventare la Palestina la terra di Israele e col gran Muftì, Haj Amin, che invece gli ebrei vorrebbe sterminarli tutti. Un gioco di intrighi dove le SS giocano su più tavoli e che sarà l’antipasto del groviglio dentro cui Bernie andrà a finire anni dopo..

La Gestapo voleva che spiassi l’SD. E adesso l’Haganah voleva che spiassi la Gestapo. C’erano dei momenti in cui pensavo di aver sbagliato mestiere.

Autunno 1949: finita l’esperienza viennese (da cui è scampato per un pelo da un ufficiale dell’NKVD), ritroviamo Bernie a gestire l’albergo vicino al campo di Dachau del suocero, il padre di Kristen, la moglie, finita in depressione dopo la sua morte

«Soffre di una forma acuta di schizofrenia catatonica» fu ciò che mi disse il dottor Bubliz , lo psichiatra che aveva in cura Kirsten. «Non è poi così rara dopo ciò che abbiamo passato in Germania, possiamo sorprendercene?».

Alla morte della moglie, per una influenza, Bernie decide di mollare tutto, “Lo yankee aveva ragione, dovevo tornare a quello che conoscevo meglio”, ovvero l’investigatore privato. A Monaco. I primi casi in cui si imbatte hanno a che fare ancora con ex nazisti e con le “giacche rosse” detenute a Landsberg. Un avvocato che cerca informazioni sui violenze contro i detenuti, un barone che cerca di scagionare il figlio, ufficiale SS che in Lituania aveva comandato un’unità di sterminio nel 1941. Un altro tedesco che aveva solo “obbedito agli ordini”. Perché dovrebbe scontare in cella il resto della vita? Già si parla di amnistia nella nuova Germania e gli stessi alleati non hanno così tanta voglia di andare a caccia di nazisti.

«Sono stato nelle SS. Ma questo non vuol dire che non tenga alla giustizia, Herr Doktor. Uomini che hanno assassinato donne e bambini meritano la prigione. La gente ha bisogno di sapere che gli errori vengono puniti. È questa la mia idea di una Germania sana».

Un giorno in ufficio si presenta un donna, alta, bella, con una cicatrice sulla guancia che non le rovina il fascino. Si chiama Britta Warzok ed è la moglie di un altro ufficiale delle SS. Ma diversamente dalle altre persone finora incontrate, non fa nulla per nascondere l’astio nei confronti di ciò che il marito ha fatto.

«Herr Gunther io voglio sposarmi».

«Non è troppo presto, cara? Ci siamo appena incontrati».
Sorrise educatamente. «C’è un solo problema. Non so se l’uomo che sposato è ancora vivo».

«Se è scomparso durante la guerra, Frau Warzok, farebbe meglio a domandare all’Ufficio informazioni dell’esercito».

Friedrich Warzok è stato vice comandante del campo di Janowska, in Polonia dove, assieme al altri ufficiali, si è reso responsabile di crimini contro i detenuti. Crimini che vanno oltre l’immaginazione, oltre il dover obbedire agli ordini, oltre la giustificazione che si era in guerra..

«Sarò onesta con lei Herr Gunther». Si toccò un occhio con l’angolo del fazzoletto. «Friedrich Warzok non era un brav’uomo. Durante la guerra ha fatto cose terribili».
«Dopo Hitler non c’è nessuno di noi che può dirsi di avere la coscienza pulita».
«E’ molto gentile da parte sua dire questo. Ma ci sono cose che uno deve fare per sopravvivere. E poi ce ne sono altre che non riguardano la sopravvivenza. Questa amnistia che si discute in Parlamento.. Non includerebbe mio marito, Herr Gunther».

Per risposarsi frau Warzok ha bisogno di essere sicura che il marito sia morto, da buona cattolica non accetterebbe mai il divorzio: così Bernie inizia a chiedere in giro, sfruttando il suo essere stato, per un certo periodo nelle SS ed aver anche lavorato a Berlino nell’ufficio che raccoglieva i crimini di guerra (i tedeschi hanno un registro per tutto).

Il lavoro di un detective è un po’ come entrare in un cinema quando il film è già cominciato. Non sai cos’è accaduto prima e, mentre cerchi di trovare la strada nel buio, è inevitabile che pesti un piede a qualcuno o che gli tagli la strada.

In questo caso, la metafora di Bernie andrà oltre il piede pestato: finirà dentro la rete del ragno, la società dei camerati, un gruppo di soccorso ai nazisti ricercati che coinvolge anche esponenti del clero cattolico. Ma i piedi pestati gli costeranno una bella dose di manganellate, per finire scaricato poi, come un sacco di rifiuti, davanti un ospedale.
I problemi per Bernie non finiranno qui: non voglio anticipare nulla, ma il pestaggio e il ricovero in ospedale saranno solo l’inizio di una trappola, ordita alle sue spalle e che lo porterà molto vicino all’estremo saluto di questo mondo e da cui riuscirà a salvarsi grazie a quelle relazioni che aveva intessuto in quello strano viaggio del 1937 a Gerusalemme, tra SS, ebrei sionisti e musulmani radicali.

In questo romanzo, L’uno dall’altro, Philip Kerr imbastisce una trama avvincente, che si prende solo una pausa nell’intermezzo a metà libro, per poi crescere senza sosta nell’ultima parte dove il nostro investigatore dovrà guardarsi le spalle da amici e nemici, pur di portare a termine la sua missione.

Ma è anche un romanzo ben costruito per quanto riguarda il contesto storico: nulla è inventato, dal viaggio di Eichmann a Gerusalemme ai contatti tra le SS e il gran Muftì, alleato di Hitler. Viene descritta in modo accurato anche la rete di fuga di cui si sono servite molte SS per sfuggire alla giustizia e alla vendetta delle squadre del Nakam. Una via di fuga che passata per l’aiuto della CIA e del Vaticano, non perché avessero particolari simpatie per i nazisti o Hitler, ma perché si preparavano alla guerra al comunismo. Come si fa, allora, a distinguere i vincitori dai vinti, l’uno dall’altro?
Si stava preparando una nuova Germania, all’insegna della “normalità”, ma senza aver fatto i conti col passato, con le migliaia di morti di persone ritenute non degne di vivere, uccise nei programmi di eutanasia del programma Aktion T4, uccise al seguito dell’avanzata delle truppe in Russia, uccise nei campi di concentramento nell’ambito della soluzione finale. Campi in cui medici, persone che avevano fatto il giuramento di Ippocrate, si ritenevano degli dei in terra, col poter di disporre della vita degli altri per condurre i loro esperimenti. Una Germania in cui Bernie Gunther, disilluso dopo tutto quello che è successo, dopo tutte le morti a cui ha assistito, stenta a riconoscere.

Io stesso avevo trovato tutto questo difficile da capire: che noi, forse la nazione più civilizzata al mondo, potessimo aver fatto cose così spaventose in nome della scienza medica. Difficile da capire, sì. Ma non difficile da credere. Dopo la mia esperienza personale sul fronte russo, ero arrivato a credere il genere umano capace di un grado illimitato di disumanità. Forse proprio questo – la nostra profonda disumanità – è ciò che ci rende più di tutto umani. Cominciavo a capire cosa stava succedendo.

Le altre indagini del detective Bernie Gunther

Violette di marzo (2020)
Il criminale pallido (2020)
Un requiem tedesco (2021)

La scheda del libro sul sito di Fazi

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon


02 settembre 2022

Chi è un mafioso - l'intervista di Biagi a Dalla Chiesa

Strano paese il nostro, ci preoccupiamo giustamente delle influenze russe (gli hacker, le dichiarazioni dei ministri di Putin) sulle elezioni e non delle influenze di cosa nostra sulle elezioni amministrative e nazionali. E nemmeno del rischio che i clan metteranno le mani sui fondi del pnrr.

In questo paese riusciamo a omaggiare le vittime della mafia e, allo stesso tempo, dimenticarsi della mafia quando si tratta di stilare le liste di candidati per le elezioni.

A maggio c'è il santino di Falcone, a luglio Borsellino e oggi, 2 settembre, il santino del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, il super prefetto che doveva combattere il fenomeno mafioso, dopo la scia di cadaveri eccellenti di fine anni settanta, ottanta: Pio La Torre, Piersanti Mattarella, Boris Giuliano.

Un fenomeno che conosceva bene: di seguito un pezzo dell'intervista col giornalista Biagi, dove parla anche della sua esperienza nella lotta al terrorismo

Lei ha combattuto contro la mafia. Chi è un mafioso? Facciamo un ritrattino?  
Un mafioso è uno che lucra per avere prestigio e poi goderne in tutti i settori. E chi lucra è pure capace di uccidere. E, prima di uccidere, intendo assassinio anche come morte civile, è anche capace di usare delle espressioni come: “paternamente, affettuosamente ti consiglio…”

30 agosto 2022

Presadiretta – guerra e fame

Ritorna Presadiretta in questo settembre di campagna elettorale, dove cresce l'inflazione, crescono i prezzi, per cause anche legare alla guerra in Ucraina.

C'eravamo lasciati con la guerra in Ucraina appena iniziata .. e si ritorna con la guerra che ancora continua e le conseguenze non si fermano all'Ucraina, ma sta mettendo alla fame interi paesi.

La guerra del pane

Nel mondo sono scoppiate le rivolte per la fame, come in Sri Lanka, con l'assalto al palazzo presidenziale costringendo alla fuga il presidente.
L'economia era stata già messa a dura prova dalla pandemia, ma la crescita di carburante e cereali ha messo in ginocchio la popolazione – racconta il servizio di Elena Stramentinoli: lo Sri Lanka ha dichiarato bancarotta, l'inflazione è cresciuta e non accenna a diminuire.
La guerra e il clima impazzito stanno mettendo in crisi anche l'India: la temperatura oltre i 40 grandi ha fatto appassire le piante dei cereali, spingendo al suicidio molti coltivatori.
In Pakistan per non perdere il raccolto si è deciso di mietere prima del tempo, anche questo paese importava il grano dall'Ucraina.
Sull'isola di Haiti le bande armate approfittano della crisi, per la mancanza di cibo e acqua. La crisi ha colpito anche lo Yemen, già sconvolto dalla guerra, oltre ai paesi africani: stiamo rischiando la peggiore crisi alimentare dal dopoguerra, una “catastrofe nella catastrofe” la definiscono alla Fao.
Anche il Libano sta andando in default, sempre per il rincaro dell'energia e dei cereali: il pane si continua a sfornare, ma gli scaffali dei supermercati sono vuoti, perché viene venduto dai forni direttamente alle persone.
Il pane a Beirut costa di più per il rincaro del carburante per tener acceso i forni: siccome il governo non ha soldi per comprare grano, i piccoli panificatori non hanno più farina, per soddisfare i bisogni dei loro clienti.
Un sacco di farina costa oggi 50 euro, prima della guerra erano 20 euro: così i panificatori devono cercarla al mercato nero.

Questo mercato è alimentato dai panifici più grandi, che riescono ancora a ricevere farina ma, anziché fare pane, smistano parte dei sacchi per il mercato nero.

Il pane è la base dell'alimentazione delle popolazioni più povere, ma sono cresciuti i prezzi anche di tutti gli alimenti in generale: per fare la spesa si deve girare per diversi negozi, per trovare cibo più economico, verdura, pane, carne.

Succede allora che molte famiglie richiedono l'aiuto dei volontari del WFP, anche persone con un lavoro.
Cosa succederà quando il governo non potrà più permettersi di pagare i sussidi per le persone povere? Ma quanto successo vale per tutto il mondo.

Il viaggio in Ucraina

Leopoli la chiamano la piccola Parigi, il centro storico è patrimonio mondiale dell'Unesco: dopo l'invasione russa la città è stata fortificata e i monumenti messi in sicurezza.

I morti, le bare, le persone che piangono i loro cari ricordano a tutti che la guerra c'è, anche se lontano dalla città: Iacona è andato in Ucraina a fine giugno, quando la Russia aveva cominciato l'offensiva nel Donbass.
Ogni giorno c'erano funerali a Leopoli, col pianto dei parenti e le bare portate a spalla dai soldati.
Ma anche nei piccoli villaggi da cui sono partiti i soldati si vedono le stesse scene: tombe, foto di ragazzi in uniforme, persone che piangono.

Ma c'è anche la guerra per la fame, che preoccupa la FAO che, in Ucraina, sta seguendo la situazione delle famiglie nelle zone rurali, che vivevano con la coltivazione del grano.
Villaggi che oggi ospitano profughi scappati dalle zone di guerra: la FAO ha dato a queste persone, senza casa, i semi per piantare patate. Un bene prezioso, in tempo di guerra, per dar da mangiare ai profughi e ai loro figli.
La guerra non è solo morte, bombardamenti: è anche campi non coltivati, persone che devono lasciare le loro case, stipendi che non arrivano, case distrutte.
Persone come Nataljia, che si occupava di informatica e che oggi si ritrovano improvvisamente povere.

Iacona è andato a Kiev, una metropoli sul fiume Dnepr: sulla periferia c'era un hub di merci oggi riempiti di derrate alimentari per le persone colpite dalla guerra, alimentato dalla Fao. Se la guerra continua il paese rischia il default, la gente oggi ha fame un paradosso se si considera che fino a ieri era l'Ucraina a sfamare i paesi del sud del mondo.

Da Kiev verso sud, Odessa, coi campi di girasole, coi campi di grano dove la mietitura è già iniziato: qui si trovano i silos che raccolgono il grano prodotto nel paese e che poi viene inviato via treno nel resto del paese e sui porti del mar Nero.
I russi hanno attaccato il sistema ferroviario per mettere in crisi questo sistema di trasporto dei cereali su ferrovia: nel mirino delle forze armate russe c'è proprio l'industria agricola.
Non solo, dietro di sé hanno lasciato le mine, hanno bombardato i silos rendendoli oggi non più utilizzabili.

Oggi Odessa è una città chiusa, nel mare davanti non parte nessuna nave verso il resto del mondo: il blocco dei porti sta bloccando tutta l'economia dei cereali, creando un danno economico importante nel paese, perché consente l'ingresso di valuta pregiata.
Senza export di grano mancano soldi, senza soldi non si possono pagare i contadini e oggi i grandi silos dell'Ucraina sono ancora pieni.
Se i silos rimarranno pieni i contadini saranno costretti a non mietere i campi, non avendo posto dove stipare il raccolto di quest'anno.
Il grano che manca sui mercati internazionali è fermo in Ucraina dove non vale più niente, perché in Ucraina ne hanno in abbondanza.

Ci sono anche problemi logistici nel portare il grano fuori dall'Ucraina coi carri merci, per un problema tecnico: i binari in Europa hanno uno scartamento diverso e nei paesi a confine mancano i carri in numero sufficiente per raccogliere i cereali.
I cereali viaggiano anche via gomma sui camion, che però si muovono a rilento verso i porti sul Danubio per far viaggiare i cereali sul fiume.

Se la guerra continua e se perdura il blocco dei porti, secondo la FAO è a rischio la produzione del grano ma il rischio si estenderà al mondo intero.


Ospite in studio il direttore della FAO, Maurizio Martina, che ha spiegato qual è il punto sull'accordo per il grano: è stata una mediazione difficile, in una situazione drammatica. Ad oggi 114 navi sono partite dai porti in Ucraina verso Libano ed Egitto.
Serve una accelerazione per svuotare i silos e per non arrivare ad ulteriori crisi nel mondo: ci sono ancora problemi per far muovere le navi e molte di queste vanno verso paesi ricchi e non verso paesi più bisognosi.
Dietro ci sono contratti commerciali stipulati prima della guerra: è mancata la solidarietà internazionale, per far arrivare il grano a chi ne aveva bisogno.

Siamo dentro una tempesta perfetta, tra guerra e cambiamenti climatici – ha spiegato Martina – il combinato di questi fattori rende questo momento estremamente delicato.
Dopo il grano, nelle prossime settimane ci si dovrà preoccupare del riso: l'aumento del costo delle energia, dei fertilizzanti, sta colpendo paesi più fragili.

Ma come si forma il prezzo di questi cibi?
È solo colpa della guerra?

Presadiretta ha raccontato di chi specula sul grano per tenere artificialmente alto il suo prezzo: le primavere arabe sono nate dalla fame, dal cibo che manca, dai governi del sud del mondo corrotti e incapaci di sfamare la loro popolazione.
Oggi siamo in una situazione analoga: il costo del grano è oltre la soglia che causa le sollevazioni della popolazione, ma il suo aumento non dipende dal fatto che sul mercato c'è meno quantità di questo cereale, il blocco delle esportazioni ha influenzato il prezzo, per il grano rimasto nei silos.

Presadiretta ha intervista Jennifer Clapp economista e ricercatrice di Ipes Food: “l’invasione ha condizionato i mercati perché c’erano 20 ml di tonnellate di cereali nei silos ucraini e quindi i prezzi ne hanno risentito, ma ci sono grandi scorte di grano al mondo, quindi parte delle perturbazioni dei prezzi che abbiamo visto in questi mesi non dipendono dalla quantità di grano che abbiamo.”

Abbiamo livelli record di cereali a livello mondiale” prosegue sul tema l’economista Frederic Mousseau dell’Oakland Institute “le scorte di grano hanno superato le 300ml di tonnellate secondo i calcoli della FAO, nel mondo abbiamo quantità sufficienti per tutti. Quindi il blocco della navi o le tensioni con la Russia non sono la spiegazione dell’aumento dei prezzi. Il problema è che oggi abbiamo degli approfittatori che utilizzano questo conflitto per far alzare artificialmente i prezzi, comprano oggi a 50 per rivendere domani a 100. Scommettono sul grano come al casinò e questo sulle spalle delle popolazioni più povere che per colpa dei loro giochi non riusciranno a mangiare.”

Ad investire su questi beni ci sono banche, fondi di investimento: fanno palate di soldi comprando e vendendo contratti a termine, i future, un mercato secondario attorno a cui girano tanti capitali, cinque volte il valore del grano scambiato.
Il prezzo è legato agli speculatori finanziari, che si sono arricchiti grazie al conflitto: gli investitori oggi stanno scommettendo sulla fame del mondo, continuando a compare futures il che causa l'aumento del prezzo di grano.

Giancarlo Dall'Aglio specula sulle materie prime: ogni giorno decide dove puntare i suoi soldi. È etico lucrare sui prezzi, considerando che intere popolazioni non hanno di che mangiare?

“Nessuno si diverte a non far mangiare la gente” racconta il trader. Ma il problema etico e morale rimane.
Ma non c'è il trader napoletano: molte banche d'affari come JP Morgan hanno consigliato di investire, speculando, sulle materie prime.

Il commercio internazionale dei cereali nel mondo è controllato da cinque grandi aziende che oggi stanno ritardando la distribuzione del grano, facendo alzare il valore: società come la Caregill, Glencore che negli anni della pandemia hanno aumentato i loro profitti – raccontano i ricercatori di Oxfam. Altro che economia di mercato.

Abbiamo lasciato che il cibo diventasse valuta di scambio per arricchire pochi. È stato Bill Clinton che ha deregolamentato il settore, facendo partire l'assalto alla diligenza.
Con leggi più severe sulla finanza, con una economia di mercato senza etica, avrebbe evitato queste carestie.

La politica cosa vorrà fare con questa economia virtuale che non porta benessere al mondo ma arricchisce pochi avvoltoi, sanguisughe, sciacalli?

Servono regole nuove dentro lo spazio del commercio internazionale – è il commento di Martina.

Anche in Italia l'aumento del prezzo del cibo e dell'energia stanno mettendo in crisi le famiglie: anche nelle città italiane, come Padova, i volontari raccolgono cibo nei pacchi per le persone in difficoltà, non succede solo in Libano.
Perché anche in Italia ci sono persone che vivono sul filo del rasoio: stipendi bassi, pensioni misere, lavori saltuari. Questi pacchi aiutano famiglie in difficoltà a superare l'inflazione, il rincaro delle bollette. In Italia si sta abbattendo uno tsunami sociale: avere un lavoro non aiuta in questo momento, per colpa dei salari da fame che girano in certi settore.

Il lavoro ha perso valore e dignità: Donatella Benigni ha combattuto contro la chiusura della sua azienda, deciso da una multinazionale americana. Il suo stipendio è diminuito di 400 euro, i suoi figli lavorano nella ristorazione dove le persone lavorano più ore di quante risultano su contratto.

Come risponde l’Europa a chi specula sulle materie prime?

L'Europa ha stanziato nuovi fondi dopo l'invasione dell'UCraina, nuovi sussidi per gli agricoltori, che potranno coltivare anche le aree ecologiche che dovrebbero essere tenute a riposo.
In Europa non abbiamo problemi di carenza di beni alimentari, siamo grandi esportatori: il prodotto c'è, non mancherà sulle nostre tavole. L'Europa vorrebbe sfamare il mondo, come ambizione, ma in realtà vende a paesi ricchi: la nostra agricoltura europea non è sostenibile, poiché buttiamo via cibo che nessuno consumerà.
C'era bisogno allora di coltivare su altre aree, come ha deciso l'Europa?
Hanno prodotto più mangime per gli allevamenti intensivi di bestiame: in Europa abbiamo 7 miliardi di animali di allevamento, per cui il grano che produciamo diventa foraggio per questo bestiame.
La zootecnia intensiva è causa di inquinamento, della fine della biodiversità, ha un alto impatto ambientale: in Italia non rispettiamo le direttive europee sui nitrati, sulla concentrazione di ammoniaca.

Ogni anno l’Unione Europea sovvenziona l’agricoltura con 60 miliardi di euro (con la politica agricola comune), il problema è che la maggior parte dei fondi è distribuita in base alla superficie, più ettari possiedi più soldi ricevi, idem per il bestiame, più animali = più soldi.

Circa l'80% dei soldi finisce al 20% dei beneficiari: la politica europea dei sussidi non è affatto sostenibile, questi pagamenti diretti hanno finito per sostenere soltanto la grande agro-industria orientata verso una produzione intensiva, un fenomeno particolarmente evidente nei paesi dell’est Europa, come l’Ungheria.

Presadiretta ha visitato la Talentis Agro, la più grande azienda agricola del paese con 50mila ettari di terra e 8500 vacche da latte che producono 85ml di litri di latte l’anno.
Makai Szabulbs, AD di Talentis, racconta come la scorsa annata sia stata buona, hanno guadagnato circa 15 ml di euro, di fronte ai 5 ml di euro di finanziamenti dai contributi della PAC.

L’azienda è di proprietà del miliardario Lőrinc Mészáros, l’oligarca numero 1 un Ungheria, amico di infanzia del premier Victor Horban, imprenditore nel campo dell’edilizia, del mondo petrolifero e nell’agrobusiness. Il suo non è un caso isolato: da quando, nel 2004, l’Ungheria è entrata in Europa, i fondi della PAC sono diventati la gallina dalle uova d’oro, Victor Orban ci ha costruito sopra la sua popolarità, promettendo di dare le terre statali, ex sovietiche e i sussidi europei alle piccole e medie aziende nelle campagne, stravincendo le elezioni del 2010 che l’hanno portato al potere.
Ma era una bugia, come ha spiegato a Presadiretta la giornalista Gabriella Hurn: “non sono i piccoli agricoltori a prendere la terra, ma persone con buoni agganci, avvocati, persone con legami politici, imprenditori di ogni genere che non hanno nulla a che fare con l’agricoltura.”
Caso emblematico della speculazione economica sui terreni agricoli è Kishantos, ex fattoria biologica modello, fondata nel 1998, che si estendeva su 452 ettari.

“Cinque giorni dopo la vittoria di Orban nel 2014” racconta Sàndornè Acs Eva fondatrice di Kishantos “hanno distrutto ogni pianta nei nostri campi”: i nuovi proprietari, imprenditori e grandi compagnie oggi coltivano in modo intensivo, utilizzando prodotti chimici di ogni tipo, pesticidi, fertilizzanti.

Oggi la politica agricola europea si trova ad un bivio perché deve adeguarsi al piano strategico “farm to fork”, dal campo alla tavola, fortemente voluto da Franz Timmermans: riduzione del 50% dell’uso di pesticidi e del 20% di fertilizzanti, dimezzamento degli antibiotici negli allevamenti, raggiungimento del 25% di agricoltura biologica.
Ma contro questo piano si sono sollevate le proteste degli agricoltori, come nei paesi bassi, sostenuti da una parte della politica europea di centrodestra che pensa che i limiti imposti dalla strategia “farm to fork” possano danneggiare le produzioni agricole.
“Se non comprendiamo che Farm to Fork è un tentativo di salvare l’agricoltura, non di punire l’agricoltura, alla luce dei devastanti effetti della perdita della biodiversità e dei cambiamenti climatici sulla produzione alimentare globale allora siamo davvero fuori strada” tuona il vice presidente della commissione Timmermans.

Ma questa strategia è sotto attacco dalle lobby dell'agricoltura, dai partiti di destra, dall'industria agroalimentare: stanno lanciando campagne allarmistiche dove si sostiene che, diminuendo i pesticidi, crollerà la produzione agricola.
Usano la crisi e la guerra per bloccare ogni evoluzione progressista in agricoltura: ma è una visione miope, o ci avviamo verso una agricoltura sostenibile, oppure saremo destinati a veder distruggere l'ambiente e l'agricoltura.

Ancora una volta la politica dovrà fare delle scelte. Su sostenibilità, disuguaglianze, sovraproduzione di cibo, speculazione sulle materie prime, salari da fame.