08 novembre 2025

Anteprima inchieste di Report – il costo del garante, l’antimafia della destra, i finanziamenti alla cultura

Che fine fanno i nostri panni sporchi?

Quello che qui in Europa si chiama fast fashion altrove si chiama sfruttamento della manodopera, inquinamento ambientale, finte filiere sostenibili.

Abiti comprati e gettati subito dopo perché fuori moda e perché tanto costano poco, abiti che fanno il giro del mondo (se ne era occupata anche Presadiretta in diversi servizi nelle edizioni passate).

Basterebbe caricare sui produttori la responsabilità di dare una seconda vita a queste capi, attraverso il loro riciclo. Perché se i panni non sono riciclati e finiscono nelle mega discariche, inquini di più e devi pagare di più.

LAB REPORT:PANNI SPORCHI

Di Lucina Paternesi
Collaborazione Cristiana Mastronicola, Silvia Scognamiglio

Che fine fanno gli abiti che non indossiamo più e che gettiamo nei cassonetti per la raccolta del tessile? Assieme a Greenpeace Report ha provato a seguire la filiera dei rifiuti tessili, un vero e proprio viaggio intercontinentale che racconta come una camicia di marca può finire nei mercatini dell’usato e del vintage del nord Europa, mentre gli indumenti fast fashion possono finire in discariche a cielo aperto nel sud del mondo. Dal mercato degli stracci di Ercolano fino al second hand in Olanda, gli abiti che non indossiamo più macinano chilometri su chilometri, mentre gli operatori della raccolta soffrono la crisi del mercato e all’orizzonte si affaccia l’introduzione della Responsabilità estesa dei produttori per far pagare chi più inquina.

Il costo del garante

Visto che la destra di governo si è sempre preoccupata dei costi del superbonus, dei costi del reddito di cittadinanza, Report ha avuto la premura di verificare quanto ci costa questa authority, a tutela dei nostri dati personali che si è scoperto essere molto poco indipendente e molto attenta alle richieste dei referenti politici.

Thomas Mackinson ha pubblicato sul Fatto Quotidiano una anticipazione del servizio che riguarda i rapporti tra l’Italia e le grandi piattaforme tecnologiche americane: il garante dovrebbe tutelare come queste piattaforme, Meta ad esempio, accedono e usano i nostri dati personali. Il garante – racconterà il servizio di Report – avrebbe ammorbidito la sua posizione nei confronti di Meta, abbassando la multa da 44 ml di euro a 12,5 ml, un bello sconto frutto anche delle pressioni da Palazzo Chigi

Nei verbali interni del Garante, mostrati da Report, Ginevra Cerrina Feroni – vicepresidente dell’Authority – sottolinea il rischio di un possibile danno erariale: “Qui una sanzione di 44 milioni che noi non irroghiamo… ci possono essere altri profili di responsabilità, perché quei soldi entrano nelle casse dello Stato”. Il 16 ottobre 2024 Ghiglia e Mazzetti vengono immortalati insieme a ComoLake 2024, il forum sull’innovazione digitale promosso dalla Presidenza del Consiglio. Il giorno dopo il collegio ammorbidisce la posizione verso Meta e la sanzione scende dallo 1% allo 0,28% del fatturato annuo. Un episodio che, secondo Report, solleva nuove ombre sull’indipendenza dell’Autorità e sui rapporti tra il Garante e le Big Tech che dovrebbe controllare.

C’è anche dell’altro: l’ex parlamentare missino poi entrato nel collegio del Garante, Agostino Ghiglia, avrebbe avvisato in diretta l’allora esponente della minoranza, Giorgia Meloni, di alcune criticità emerse dal “decreto riapertura” del governo Draghi

“Gravi criticità per i pass vaccinali”. Così scriveva il Garante per la Privacy il 23 aprile 2021, nel pieno della pandemia, inviando un formale invito al governo Draghi a correggere il decreto “Riaperture”. Ma qualcuno sollecita a guardare l’ammonimento l’attuale presidente del Consiglio Giorgia Meloni, allora leader di Fratelli d’Italia, partito di opposizione tra i più duri contro l’introduzione del Green Pass.

Secondo documenti esclusivi in possesso di Report, che anticipa un’inchiesta in onda domenica, il componente del Collegio del Garante Agostino Ghiglia, nominato su indicazione di FdI, ha avvisato Meloni della decisione praticamente in diretta.

La leader di FdI avrebbe risposto con un messaggio laconico: “Visto, ora esco”. E poi “bravo“. Ghiglia – racconta l’inchiesta – avrebbe poi informato gli uffici del Garante di quell’interlocuzione. La nota di Meloni esce solo dopo, ma è la prima e sola a commentare: “Il Garante per la Privacy boccia le cosiddette ‘certificazioni verdi’ introdotte dal governo Draghi e critica duramente il decreto ‘Riaperture’ (…). È l’ennesima falla di un decreto inaccettabile, che calpesta le più elementari libertà degli italiani e che Fratelli d’Italia contrasterà con forza in Parlamento e non solo”.

GARANTE ACHI?
di Chiara De Luca
Collaborazione Eleonora Numico

Report ritorna sul Garante della privacy e sulle spese che sostiene, anche di rappresentanza. Come vengono spesi i soldi del Garante?

L’antimafia secondo la destra

A parole siamo tutti contro la mafia. Poi però: separazione delle carriere (anticamera del controllo della politica sulla magistratura come diceva quel Borsellino per cui Meloni ha iniziato a fare politica), limite alle intercettazioni, limiti alle indagini sui colletti bianchi.

E poi questa commissione antimafia che è diventata un terreno di scontro politico contro i partiti di opposizione e contro certe figure chiave, come l’ex magistrato Roberto Scarpinato.

Colpevole di essere una delle ultime memorie storiche degli anni delle bombe, dello scontro frontale della mafia con lo Stato, della trattativa.
Tutto per nascondere la famosa "pista nera" di cui Report si è occupata più volte, una pista investigativa che lega assieme estremismo di destra, servizi, mafia e le logge coperte.

LACOMMISSIONE DELLA DISCORDIA
di Giorgio Mottola
Collaborazione Norma Ferrara, Greta Orsi

Da quando si è insediata la nuova presidente Chiara Colosimo, la Commissione parlamentare Antimafia è diventata un terreno di scontro, veleni e veti incrociati. Lo scorso ottobre la maggioranza ha presentato un disegno di legge in Senato per escludere dall’organo parlamentare d’inchiesta due tra i membri più autorevoli e competenti: Federico De Raho e Roberto Scarpinato. Opposizioni e associazioni dei familiari delle vittime di mafia e delle stragi neofasciste contestano invece il potenziale conflitto di interessi della presidente Colosimo sui presunti rapporti con esponenti della destra eversiva e con lo zio Paolo, condannato per aver fatto da tramite tra Gennaro Mokbel e le cosche di ‘ndrangheta. La deputata di Fratelli d’Italia ha sempre dichiarato di aver interrotto i rapporti con il fratello di suo padre subito dopo l’arresto. Ma Report ha raccolto nuove testimonianze e documenti che sembrano raccontare una storia diversa. Nella lunga intervista che ha rilasciato alla nostra trasmissione, Chiara Colosimo racconta la sua versione sui rapporti con gli ex terroristi neofascisti, su Paolo Colosimo e su alcune foto che rispuntano fuori dal passato.

I finanziamenti alla cultura

Come vengono spesi i soldi del ministero della cultura o da altri ministeri?

Continuano le inchieste di Report sul nuovo corso meloniano, tra conflitti di interesse e un occhio di riguardo per associazioni amiche.

GIÙ LA MASCHERA!
di Luca Bertazzoni
Collaborazione Marzia Amico, Samuele Damilano

Dopo il declassamento de La Pergola di Firenze da teatro nazionale a teatro cittadino, scelta che ha portato alle dimissioni di tre membri della Commissione consultiva per il teatro del Ministero della Cultura, l’inchiesta di Report fa luce sulle associazioni che hanno ottenuto dei finanziamenti statali. E poi accende un faro sulla Commissione consultiva per il circo, dopo un esposto presentato in Procura per possibili conflitti di interesse da parte di alcuni membri.

06 novembre 2025

Strani frutti – Sarti Antonio nel tempo dell’indifferenza di Loriano Macchiavelli

Primo siparietto

Un lungo passo indietro a cura e spese del Nullatenente, come per i siparietti che seguiranno, e con gente più o meno nota.

Avi da ste a save, chèra la mi zènt. Dovete stare a sapere, cara la mia gente... Cominciava invariabilmente così il contastorie delle nostre montagne, e i convenuti al trebbo dalle case circostanti si predisponevano all’ascolto di una vicenda umana già sentita l’inverno precedente e il precedente ancora..

Questo "Strani frutti" è il secondo romanzo della trilogia di Loriano Macchiavelli, scrittore bolognese autore della serie del maresciallo Santovito scritta assieme a Francesco Guccini che ho tanto amato. Il primo volume si intitola "La stagione del pipistrello" e ci preparava a suo modo il terreno per questo secondo, ambientato in un futuro nemmeno troppo lontano, in cui l'Europa è diventata una federazione di stati sovrani governati da partiti di estrema destra e dove l'ordine regna sovrano. Specie se a gestire l'ordine sono le "squadracce" di sicurezza, la sui sigla ci porta dritta a quel brutto passato che abbiamo davanti a noi, SS.

Quindi, dovete stare a sapere, cara la mia gente, che una volta esisteva l’Unione Europea e la gente, appena uscita dalla Seconda guerra mondiale, si sentiva più tranquilla..

Come si è arrivati a tutti questo? Se lo chiede anche l’io narrante, che poi è l'alter ego di Sarti Antonio con cui ha anche un difficile rapporto, spiegandoci come la lotta per la liberazione dal nazifascismo, che ci ha portato alla democrazia, non ci ha reso immuni per sempre da questa malattia, il ventre che ha figliato la bestia, il male assoluto come lo abbiamo chiamato alla fine della seconda guerra mondiale, è ancora fecondo.

Pensavamo di aver detto la parola fine al fascismo e al nazismo e ora ce li ritroviamo ancora qui, non solo negli slogan, nelle parole d’ordine (dio patria e famiglia, patrie da difendere da nemici esterni..). Ma anche in come vediamo morire la nostre democrazie. Col controllo della stampa, col controllo del pensiero. Col controllo delle scuole, degli atenei..

Tutto è successo quando non abbiamo voluto vedere l’odio contro i migranti. Quando in nome della sicurezza abbiamo accettato una riduzione delle nostre libertà, la libertà di manifestare in piazza, per esempio.
Abbiamo accettato tutto questo anche noi: “è cominciato quando vi siete lasciati sommergere dall’indifferenza” ci dice questa voce della coscienza. E il potere delle bestia si nutre delle nostre libertà.

Il precedente romanzo terminava con Sarti Antonio sergente che, salvata da una brutta fine la "Biondina", l'eterna fidanzata, se ne scappava sui monti dal cugino Dido, lasciandosi alle spalle i suoi nemici e pure il suo lavoro di questurino. E perfino la sua colite spastica..

Ma, come ci racconta la voce narrante, il nullatenente, non è lui che ha scelto quel lavoro di poliziotto ma è stato quel lavoro a scegliere lui.

E così si troverà anche qui in questo paese sperduto, con una osteria (“Ustaria ’dla streia negra”), una chiesa e un bottega dove comprare il caffè, ad dover indagare di nuovo.

Gli alberi del sud danno uno strano frutto,

sangue sulle foglie e sangue sulle radici,

un corpo nero dondola nella brezza del sud,

strano frutto appeso agli alberi di pioppo.

Questa è la poesia di Billie Holiday dove i frutti sono i corpi delle persone di colore appese agli alberi, vittime di quell’odio razziale che nel sud degli Stati Uniti contro i diversi, i neri.
Lo strano frutto che una fredda mattina di inverno si trova davanti Sarti Antonio è quello di “Somalia”, un ragazzo arrivati qui da lontano, dopo un viaggio della speranza, la speranza di una vita migliore, non quella di finire impiccato per i piedi ad un albero. Lavorava presso un benzinaio, ma per qualcuno era intollerabile che una persona di colore potesse fare una vita normale. Come tutti.

Sarti Antonio sergente non lo sa, ma da qui in poi la sua vita prenderà una direzione diversa. Perché finirà nel mirino del maresciallo della benemerita, non uno come Benedetto Santovito per intenderci, ma piuttosto un servo zelante del potere.

Tira una brutta aria in Europa, ma anche in questo paese non si scherza: tra i monti si sono accampati proprio i ragazzi di una delle squadracce, le SS (le squadre di sicurezza), per addestrarsi.

Per addestrarsi a far rispettare il loro ordine, la legge del più forte, nelle piazze, nelle case.

Non me la sento di voltarmi dall’altra parte. Se c’è un mestiere che non lo permette, credo sia il mio. Dovevi vedere quel disgraziato…

Chi è stato a fare questo a Somalia? Sarti Antonio torna ad essere il Questurino che era, forse a Bologna lo vogliono pure riprendere in polizia. Ma capisce che non è più il momento di stare a guardare: in questa indagine avrà a fianco la sua Biondina, Dido, il talpone Rosas e Benito, il benzinaio che a dispetto del nome, è un anarchico convinto e con tanto di mitra.
L’indagine sui monti diventa anche l’occasione per ricordare le stragi nazifasciste che hanno insanguinato questi luoghi nell’inverno del 1944, quando qui passava la linea Gotica.
Da Sant’Anna di Stazzema a Marzabotto.

.. a Marzabotto il calendario segnava 29 settembre 1944. In tre giorni 1830 civili massacrati, colpevoli di vivere nel territorio controllato dalla brigata Stella Rossa

Un pellegrinaggio civile sui luoghi dove è nata la nostra democrazia. Dal sacrificio dei soldati che hanno combattuto per la libertà e dai ragazzi che hanno combattuto nella Resistenza.

Ragazzi giovani, come i soldati brasiliani del corpo di spedizione venuto con le navi qui, in un paese che non conoscevano, nel freddo e nella neve, per darci la libertà.

Tante madri italiane e madri brasiliane che allo stesso modo e con le stesse parole hanno salutato i loro figli non li rivedranno. Sempre dalle terre più povere è rubato il sangue per le guerre.

Quella libertà che non è un bene duraturo: perché il futuro che sembra palesarsi davanti a noi assomiglia al brutto passato che pensavamo esserci lasciato alle spalle.

Pensiamo veramente che i Putin, i Netanyahu, i falchi della guerra, persone che si prendono il diritto di uccidere dei civili perché ostacolo al loro modello di sicurezza, siano molto diversi dai dittatori del secolo passato?

Un romanzo quasi distopico, un viaggio nel nostro passato sempre più simile al futuro delle nostre autocrazie, dove un popolino bisognoso di sicurezza delega al potente tutto il potere che richiede.

Ma siamo ancora in tempo per cambiare rotta e non doverci ritrovare ancora a difenderci sui monti perché come dice nel finale lo stesso Sarti Antonio sergente – che in questo romanzo sarà costretto ad impugnare le armi - “La libertà conquistata con le armi è sempre stata di breve durata.”

La scheda del libro sul sito di Mondadori
I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

01 novembre 2025

Anteprima inchieste di Report – il garante e Sangiuliano, i fondi della cultura e la terra dei fuochi

Il memorandum con la Libia

La difesa dei valori occidentali, per cui vale la pena spendere centinaia di miliardi sacrificando il welfare e altre voci per il sociale, passa anche per il memorandum con la Libia.
Già Presadiretta ci aveva raccontato di cosa si nasconde, nemmeno troppo,dietro questo accordo siglato inizialmente dal governo Berlusconi e poi aggiornato dal centrosinistra con Gentiloni e Minniti (presidente di una Fondazione legata a Leonardo, azienda nel settore degli armamenti).
L’accordo serviva a delegare alla Libia la gestione dei migranti eppure, come raccontano le cronache, gli sbarchi (e le morti in fondo al mare) continuano. Perché la propaganda della destra (e anche di un pezzo del centro sinistra) deve pur alimentarsi in qualche modo, no?

Report è salita a bordo della Ocean Viking per mostrare a chi è interessato ad andare oltre la propaganda della destra, la situazione dei soccorsi in mare.

Il servizio mostrerà un intervento dei volontari per salvare dei migranti abbandonati su un gommone davanti la Libia: arrivano a bordo sporchi, piedi di sale, sabbia, gasolio – racconta a Report uno dei soccorritori. Sono persone che vengono in maggior parte dal Nord Sudan, dalla Nigeria e dal Burkina Faso. Il capo missione spiega che sono partiti da Misurata, sono rimasti in mare da 17-18 ore: una volta a bordo e ricevute le prime cure, sulla nave ci sono delle attrezzature per lo svago per chi ha affrontato un viaggio così lungo e disperato. Poi delle lezioni di italiano, per imparare a dire il proprio nome. Poi arriva l’assegnazione del porto di sbarco a Ravenna, a cinque giorni di distanza dal luogo delle operazioni, un modo per rendere più difficile le operazioni di recupero e aumentare il disagio dei migranti a bordo, oltre ad un impatto economico per la nave enorme.

Si toglie una nave e del personale preparato a bordo da una zona dove le persone muoiono ogni giorno – racconta a Report il capo missione Angelo Selim. Persone che hanno pagato per il lungo viaggio dal loro paese verso la Libia, che hanno pagato i carcerieri in Libia, dopo aver subito le peggiori torture. Con i ricatti alle famiglie per far pagar loro il riscatto. Poi il viaggio verso l’Italia con la paura di essere nuovamente catturati dalla guardia costiera libica, quella pagata e addestrata dal governo italiano, col rischio di dover tornare indietro nelle prigioni.

“Ho pagato 9000 euro per questo viaggio, ma almeno adesso ho una speranza.”


LAB REPORT: MARE MONSTRUM

Di Rosamaria Aquino
Collaborazione Norma Ferrara

Report ha trascorso due settimane su una nave Ong che opera soccorsi in mare, per raccontare cosa accade nel Mediterraneo otto anni dopo la firma del Memorandum fra l'Italia e la Libia per la gestione dei flussi migratori.

Come si spendono i soldi del ministero

Il neo ministro Giuli era stato chiaro, “coi soldi dei contribuenti bisogna stare attenti”, basta finanziamenti a pioggia agli amici come ha fatto la sinistra per anni, “non si può giocare coi fondi pubblici”.. Report racconterà dei 61 ml stanziati dal suo ministero (in un bando del 2025) per produrre film su personaggi e avvenimenti dell’identità culturale italiana.

Ma chi stabilisce cosa promuove l’identità culturale italiana – si chiede giustamente l’attore Elio Germano? Chi stabilisce qual è l’identità? Ma soprattutto, si chiede, si conosce la storia del cinema italiano?

“A me sembra che la storia del nostro cinema sia fatta da film che ci mettevano in crisi, in critica e ci hanno fatto crescere molto di più di tanti proclami e di tanta propaganda. Ma neanche nelle peggiori dittature si pensano dei film di propaganda in questo modo.”
Tutto questo rientra in un’ottica di revisionismo culturale, “in una logica di piccolezza, proprio una scarsità di competenza, di sensibilità, di vedute. È una micragnosa volontà di assicurarsi il proprio futuro.”

La scheda del servizio: TITOLI DI CODA
di Luca Bertazzoni
Collaborazione Marzia Amico, Samuele Damilano

Dopo le misure correttive sul tax credit attuate dai due ministri della Cultura del Governo Meloni, il cinema italiano sembra essere in crisi, come testimonia in esclusiva davanti alle telecamere di Report Elio Germano, vincitore del David di Donatello del 2025 come miglior attore protagonista. L’inchiesta si occupa dei finanziamenti statali che hanno ricevuto alcune case di produzione per film che poi hanno ottenuto scarsi incassi al botteghino.

L’authority che dovrebbe essere indipendente

Report torna ad occuparsi dell’authority sulla privacy e dell’incontro di Giglia, uno dei membri con esponenti di FDI poco prima del voto su Report.
Nel servizio che andrà in onda domenica sera si racconterà delle pressioni dell’ex ministro Sangiuliano e della moglie su Ghiglia che a sua volta gira il ricorso alla sua segreteria, chiedendo di intervenire. In particolare ad essere coinvolta sarebbe Cristiana Luciana che poi è la moglie di un deputato di FDI, Luca Sbardella, membro della giunta per le elezioni e della commissione di Vigilanza sulla Rai (e su Report stessa).
La signora Luciani nega ogni pressione da parte del partito, “queste sono cose molto gravi” risponde alla domanda della giornalista. D’altronde non è nemmeno una cosa normale questi rapporto tra un membro dell’Authority ed esponenti di un partito (governo o minoranza non fa differenza).

Come non sembra normale nemmeno la storia dell’interrogazione parlamentare presentata dai deputati Bonifazi e Boschi sui lavori di ristrutturazione della villa della presidente Meloni.

L’esponente dell’Authority Ghiglia ha chiesto una verifica su questa interrogazione per capire se fosse o meno un diritto dell’interrogante avere una risposta a tutte le domande in dettaglio o se qualcosa si potesse coprire. Una verifica da fare in urgenza.

Luca Ciriani, ministro per i rapporti col Parlamento da questa risposta ai deputati: non sono stati stanziati fondi dai ministeri per i lavori nella villa di Meloni, non è stato usato denaro pubblico dunque non si ravvedono motivi per fornire un elenco dei fornitori privati, di acquisti personali, per non venir meno alle aspettative di riservatezza.

La trasparenza vale solo se ci sono fondi pubblici?
LA giornalista di Report ha chiesto a Ghiglia del perché della sua attivazione, ricevendo una risposta al limite dello sgarbato, “preferisco rispondere a Ranucci perché più simpatico”.

A votare a favore della sanzione a Report è stato anche il presidente Stanzione, maestro e gioda dell’avvocato Salvatore Sica, fratello dell’avvocato difensore di Sangiuliano, Silverio Sica. Salvatore Sica è stato anche consigliere giuridico nel ministero della cultura diretto da Sangiuliano. C’è un rapporto diretto col presidente tanto che – racconta il servizio – Sica ha contribuito alla realizzazione di una collana “Studi in onore di Pasquale Stanzione”.

Tra il 2023 e il 2024 vengono assunti dal garante, tramite concorso, il nipote di Salvatore Sica e la fidanzata del figlio.

La giornalista di Report ha chiesto all’avvocato Domenico Sica se nel passato avesse già difeso Sangiuliano ottenendo come risposta “chi se ne fotte, ma la smettete con questo modo di fare giornalismo..”

Cosa c’entra tutto questo, sbotta Sica di fronte alle domande di Chiara De Luca: alle persone interessa sapere che genere di rapporti esistono tra membri di una authority e una persona che si è appellata a loro con un esposto. Perché i rapporti ci sono.

La scheda del servizio: L’AUTORITÀ DEL GARANTE
di Chiara De Luca
Collaborazione Eleonora Numico

Report ritorna sul Garante della privacy. Agostino Ghiglia, membro del collegio, il giorno prima della sanzione a Report si è recato in via della Scrofa a Roma, nella sede di Fratelli d’Italia. Perché?

La terra dei fuochi brucia ancora

L’Europa ci aveva chiesto di sanare le discariche illegali di rifiuti in Campania e invece, nel silenzio generale, non solo si continuano a sversare rifiuti nelle campagne ma ogni tanto viene appiccato qualche incendio per cercare di nascondere le prove. Ma a prendere fuoco, anche qui casualmente, sono anche gli impianti di stoccaggio rifiuti, finiti sotto sequestro perché accumulano materiale più di quanto consentito.

A Pignataro in provincia di Caserta non è la prima volta che un’azienda di rifiuti va a fuoco: “abbiamo subito 5-6 incendi” racconta a Report il sindaco.

Come l’incendio in località Palmieri di una azienda che qui non doveva esserci, perché dichiarata illegale e illegittima.

Non si è ancora scoperto nulla sulle cause degli incendi, risponde il sindaco: eppure il fumo dei roghi fa ammalare le persone, le persone si sentono abbandonate dalla sanità, dalle istituzioni, piuttosto che aprire ambulatori ed ospedali qui li chiudono nel casertano. In ogni famiglia ci sono persone ammalate dai veleni delle discariche illegali – è la testimonianza raccolta sul territorio da Bernardo Iovene.

Lo Stato dovrebbe intervenire con fondi propri per sanare i danni causati dal privato e poi rivalersi sul danno economico causato. Un danno economico, ambientale e sanitario: a fine settembre tutti i comitati della terra dei fuochi, che ormai si allarga anche a nord di Caserta si sono riuniti per dire no agli ambienti, chiedere le bonifiche e un piano straordinario per la sanità.

“Qui ci dobbiamo essere per forza, perché noi siamo contro al disastro ambientale. Noi mamme non ce la facciamo più a dire basta.”
A queste manifestazioni sono presenti anche medici dell’ambiente vestiti in divisa: “noi stiamo vivendo una terra dei fuochi, sono 30 anni che non riusciamo a salvare nessuno ..”

Altre persone sfilano con le immagini di amici o parenti morti per le malattie causate dall’inquinamento ambientale.

“Bisogna smetterla di prendere decisioni sopra la testa delle comunità, la sentenza CEDU parla molto chiaro indicando il coinvolgimento delle comunità” racconta a Iovene un membro del comitato, “ma oggi il governo sta andando in un’altra direzione.”

La sentenza della Corte dei diritti per l’uomo porta il nome del primo ricorrente contro l’Italia, Canavacciuolo: la sentenza dice che lo Stato italiano ha violato e calpestato il diritto alla salute dei cittadini, adesso le persone dopo questa sentenza si aspettano una svolta. Ma lo Stato, il governo, dopo appena due mesi dalla sentenza, a marzo, ha nominato un commissario unico per la bonifica delle discariche abusive in terra dei fuochi. Il generale dei carabinieri forestali Vadalà: “la sentenza è un pungolo a dover fare” risponde a Iovene il neo commissario, ma rimane una sentenza dei cittadini contro l’inerzia, se non peggio, dello Stato. Che qui dovrà faticare molto per ricostruirsi la sua credibilità.


Perché la terra dei fuochi brucia ancora, nonostante norme, leggi, e quant’altro – racconta Enzo Tosti fondatore del comitato “Stop Biocidio”. Caivano non era stato ripulito, come stabiliva il decreto Caivano del governo che fa rispettare le leggi? No, perché come spiega un altro esponente del comitato, il decreto è stato solo cosmesi.

L’unica novità dopo tanti anni di lotte è la sentenza della corte europea dei diritti dell’Uomo che da ragione ai cittadini e ai comitati e torto allo Stato.

Lo Stato dovrà occuparsi di Caivano e dell’area vasta di Giugliano, terra massacrata nelle falde, nella terra e nell’aria. Simbolo dell’inefficienza e dell’impotenza è un posto che verrà mostrato dalle telecamere di Report conosciuto come Ponte Riccio dove ai lati di un campo rom si accumula da decenni spunta un disastro che brucia puntualmente in tutte le stagioni.

E gli abitanti di Qualiano, un comune a fianco al campo, respirano la stessa aria: non può essere il comune ad operare di fronte a questo disastro, racconta il sindaco a Iovene, perché qui arrivano rifiuti da molti territori, non solo quelli limitrofi. Non si può chiedere ai comuni del territorio di smaltire questi rifiuti prodotti da una filiera industriale, perché poi i costi finirebbero sulla Tari dei cittadini. Qui le persone si ammalano respirando il residuo della combustione di guaine, eternit, vernici, rifiuti liquidi.

Il terreno è di un privato che però non ha i fondi per procedere, il comune non può attaccare il privato perché lo smaltimento dei rifiuti è avvenuto abusivamente e la legge ordinaria non consente di procedere in queste condizioni straordinarie.

Perché qui, a Ponte Riccio, bruciano anche i contenitori dei rifiuti speciali degli ospedali dell’industria chimica.

Ad accompagnare Iovene nella visita c’era un volontario di Kosmos Pasquale Pennacchio: su questo tema mi sento isolato confida a Report, la speranza sono le nuove generazioni.

La scheda del servizio: E BRUCIA ANCORA
di Bernardo Iovene
Collaborazione Lidia Galeazzo

La terra dei fuochi – in Campania - brucia ancora, ma una svolta potrebbe arrivare da Strasburgo. Una storica sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, nata dai ricorsi presentati da cittadini e associazioni, obbliga lo Stato italiano ad agire concretamente per la bonifica ambientale e la tutela della salute nelle aree più colpite dall’inquinamento. In quest’area che comprende 90 comuni e circa 2 milioni e 600 mila abitanti, secondo la decisione della Corte entro due anni il Governo dovrà procedere alla bonifica dei siti contaminati e avviare programmi di prevenzione oncologica per le popolazioni esposte ai rischi ambientali. È già passato quasi un anno, il governo ha nominato l’ennesimo commissario, che nella sua prima relazione ha censito 293 siti, e ha calcolato una stima, solo per 81 siti di competenza pubblica, di 2 miliardi e mezzo di euro con un programma di interventi che va oltre i 10 anni. Nel decreto dell’8 agosto, però, i fondi stanziati ammontano a 15 milioni di euro, destinati unicamente alla rimozione parziale dei rifiuti in superficie. Intanto, i cittadini, i medici di base, gli oncologi e le associazioni locali continuano a chiedere azioni immediate, non solo sul fronte delle bonifiche ma anche per garantire screening gratuiti e regolari, soprattutto nelle zone dove si registrano picchi di malattie tumorali.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

30 ottobre 2025

L'orologiaio di Brest di Maurizio De Giovanni


Le ruote scivolavano silenziose per le strade deserte. L’uomo gettò un’occhiata fugace allo specchietto, e intravide la sagoma nera dell’auto che lo seguiva. Tutto normale, rifletté. Nessuno scarto fra la scorta e la sorveglianza. Sarebbe stato più comodo andare con l’autista, ovvio.

Cosa lega assieme un’eminenza (non solo grigia) con una studentessa che prende il bus tutti i giorni della città dei papi per arrivare a Roma?

E da dove nasce l’ossessione di Vera Coen, una giornalista di cronaca rosa, per un episodio del passato che l’ha segnata così profondamente? E cosa c’entra un professore di storia medioevale con la sua ossessione?

E chi questo strano “barbone” che, in una lontana città sul mare, ha il dono di aggiustare orologi, tanto da attirare clienti da tutto il mondo?

Maurizio De Giovanni si cimenta in una nuova avventura con questa Orologiaio di Brest, un romanzo corale dove incontriamo persone diverse, per carattere, estrazione sociale, che invece sono legate da un filo nero, o rosso se volete, nato tanti anni prima, gli anni della coda del terrorismo, dove persone pensavano che mettere bombe oppure organizzare omicidi politico fosse un atto politico (e non sto parlando solo di terroristi).

Un filo rosso, o nero, che si sviluppa in un viaggio avanti e indietro nel tempo, tra un tempo presente e un tempo passato che ancora getta ombre oscure sull’oggi.

Un viaggio che copre due città, o tre meglio, che nemmeno vengono citate ma che rimangono riconoscibili: la città del potere per eccellenza, Roma, la città dove si muove con la sua scorta questa “eminenza”, una persona che incarna quel potere che non ama mostrarsi ma che esiste, è tangibile, in grado di condizionare governi, eliminare personaggi scomodi, tenendo pulita la coscienza con quella “fede” per una volontà di dio da difendere:

Perché soltanto lui e il dio in cui credeva sapevano che le sue mani erano intrise del sangue che aveva versato.

Verso Roma, su un bus che raccoglie pochi studenti e molti pendolari, viaggia una ragazza che raccoglie gli sguardi di tutti gli uomini per la sua bellezza: una bellezza resa ancora più splendente per quell’amore che è come un fuoco che la scalda dentro ma che non può mostrare o raccontare in giro

Maddalena, però, avverte forte l’impulso di comunicare. È una ragazza di vent’anni, ed è innamorata. A tenerlo dentro, le sembra di scoppiare.

L’altra città è Napoli, mai citata, ma è lei il capoluogo che si affaccia sul mare, dove vive il professore Andrea Malchiodi, vittima del “casino” che l’aveva coinvolto nella sua università

Il casino, disse fra sé. Era quasi un anno, a conti fatti. Dieci mesi, per la precisione. Come ogni tempesta che si rispetti, era cominciato in sordina..
Un’accusa di molestie ai danni di una studentessa da cui non poteva difendersi, perché una volta che il venticello della calunnia era alzato, nessuno può imbrigliarlo. Ed ecco allora la sospensione dall’insegnamento, la separazione da una moglie e la fine di una relazione che evidentemente non era così forte, una figlia che fa fatica a staccare gli occhi dal cellulare quelle volte che lo vede..

Aveva quarant’anni, Vera, quasi come il verbale che stava esaminando per l’ennesima volta, e una passione immensa per la professione giornalistica.

Vera Coen è una giornalista, una direttrice che non la stima, che vorrebbe che scrivesse degli articoli come li vorrebbe lei e un collega che la copre quando anziché dedicarsi alla cronaca, passa il suo tempo su quelle carte vecchie di 35 anni. I verbali relativi alle indagini della morte di un magistrato, un giovane procuratore della città dei papi, morto in un attentato assieme al suo autista.

Cosa lega assieme queste persone così diverse tra di loro? Come un orologiaio esperto, De Giovanni costruisce un ingranaggio complesso dove,capitolo dopo capitolo, ogni pezzo troverà la sua giusta collocazione, anche temporale. “L’orologiaio di Brest” è un romanzo che affronta il lato oscuro della storia di questo paese, come aveva già fatto nei romanzi della serie di Sara: si parla di questa “entità” oscura che governa il potere superando gli oceani del tempo:

L’Entità che difende il bene, e che non ha remore a favorire colpi di stato, abbattere ideali e proteggere malviventi perché il bene si realizzi.

È l’Italia dove tutto deve cambiare perché nulla cambi, dove la ragione di Stato viene usata come pezza per giustificare omicidi e “strani incidenti” per togliere di mezzo pedine scomode.

Si parla della rivoluzione folle che i terroristi rossi volevano mettere in atto, diventare la miccia che incendia la prateria, la rivoluzione del proletariato, lo stesso proletariato però che non aveva alcuna intenzione di inseguirli in questo folle progetto.

.. mi rendevo conto che io stesso non ero che un vecchio orologio rotto. Fermo a un’ora che non esisteva più: il sogno di una rivoluzione folle che il mondo stesso non voleva, l’emancipazione di classi sociali che non chiedevano affatto di essere emancipate ma solo di sopravvivere

Dall’altra parte due persone come tante, il professore deluso da una carriera spezzata e la giornalista con l’ossessione della ricerca della verità: due persone legate da un tragico avvenimento del passato ma anche dal fatto di essere entrambi “figli” di genitori che forse non avevamo mai veramente conosciuto:

Vera annuì. Due figli, ecco che cosa siamo, rifletté. Una vuole ritrovare suo padre scoprendo quello che gli è successo; l’altro vuole proteggere ciò che gli resta di sua madre.

La scheda del libro sul sito di Feltrinelli
I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

25 ottobre 2025

Anteprima inchieste di Report – le nomine politiche e il nuovo ordine mondiale

“Libertà di stampa significa poter informare concretamente la gente e lottare per consegnare alle future generazioni un mondo migliore. Questo dobbiamo farlo ogni giorno, nel nostro piccolo”.

Sono le parole del conduttore di Report Sigfrido Ranucci alla manifestazione in solidarietà a Roma, dopo lo scoppio dell’ordigno davanti casa.

Lo stato di salute di una democrazia si misura anche dalla libertà di informazione e la libertà dei cittadini ad essere informati: non basta andare a votare, avere un parlamento eletto (specie se poi le decisioni contano sono prese fuori, “il potete è altrove” come diceva Sciascia).

In una vera democrazia non è la politica che decide cosa deve andare in onda e cosa no, che domande fare ad un politico e cosa no, che inchieste devono finire in prima serata e quali no.

In questi anni abbiamo abbassato a tal punto l’asticella dell’etica, del senso pubblico, del buon senso, della consapevolezza di cosa sia veramente una democrazia, da esserci dimenticati di questo. L’informazione controlla chi ha il potere, non è un suo megafono.

Ecco perché trasmissioni come Report danno fastidio: perché riportano le “cose” nella giusta direzione.

Per esempio spiegando cosa non funziona nella nomina come direttrice del teatro di Venezia La fenice Beatrice Venezi, fatta dal ministro della cultura senza consultare gli orchestrali.

Perché “il teatro la Fenice non deve essere una palestra per un direttore per ampliare il proprio curriculum” spiega una musicista.

La nomina della direttrice Venezi

Beatrice Venezi è stata scelta come direttrice musicale della Fenice da Nicola Colabianchi, una gioventù da estremista nero nel movimento di destra extraparlamentare Ordine Nuovo oggi considerato vicino a Fratelli d’Italia e a sua volta nominato pochi mesi fa sovrintendente dal ministro Giuli.
Anche la stessa Venezi è figlia di esponente di un movimento di estrema destra, Forza Nuova.

Insomma, una direttrice che potrebbe essere considerata vicina a questa destra (estrema) di governo che sta cercando di imporre, anche con queste nomine, la sua di forma cultura. Dopo aver per anni accusato la sinistra di aver occupato tutti gli spazi e aver egemonizzato la cultura italiana.

A destra si sono sempre sentiti discriminati – lo dice anche la stessa direttrice Venezi nella conferenza programmatica di FDI del 2022, quando è stata chiamata sul palco dal deputato Mollicone.

Che però, a domanda diretta di Report, spiega che no, non è una nomina politica, il sovrintendente ha facoltà di nominare chi vuole (come se Colabianchi non fosse stato nominato da Giuli..).

“E’ una bravissima artista” prova a giustificarsi di fronte alle domande di Report, tanto da aver vinto l’ambito premio Atreju 2021, amica della presidente del Consiglio, consulente musicale dell’ex ministro Sangiuliano (oggi al TG1, ma prossimamente candidato in Campania).

E quindi qual è il problema? Il problema è un curriculum costruito dalla politica che le ha conferito incarichi uno dietro l’altro, rispetto ai precedenti direttori che avevano competenze costruite nel corso degli anni.

Silvia Massarelli è una direttrice d’orchestra, a Report prova a spiegare le ragioni della protesta contro questa nomina politica caduta dall’alto: “ci sono concorsi fatti? Sicuramente dirige nei teatri a destra e sinistra, ma andiamo a vedere quali teatri.. Una nomina così importante non si può assegnare a qualcunio che non abbia esperienza pregressa in questo ambito ..”

La Venezi è giovane e può crescere (grazie all’aiuto del governo amico)?
Risponde la direttrice d’orchestra “C’è un problema, il talento. La tecnica si può affinare, il talento o c’è o non c’è e nella Venezi non lo vedo nella maniera più assoluta. È una nomina imposta, calata sicuramente dall’alto. La politica non può entrare nella musica in questo modo.”
E nemmeno potrebbe entrare nella sanità, nell’istruzione e in tanti altri ambiti. Imponendo persone che hanno come meriti l’essere vicine alle sorelle Meloni, forse. O aver ricevuto un premio sul palco di Atreju..

La scheda del servizio: A NOI!

di Luca Bertazzoni

Collaborazione Marzia Amico, Samuele Damilano, Eleonora Numico

Partendo dal caso del maestro Beatrice Venezi, nominata direttrice musicale del Teatro la Fenice di Venezia fra le proteste e lo sciopero di tutti gli orchestrali dello storico teatro, Report ripercorre le principali nomine avvenute nei posti chiave del mondo della cultura: da Ales, società in house del Ministero, al cinema, dai teatri ai festival, dal Ministero stesso a Cinecittà, il cuore dell’industria audiovisiva nazionale.

Il manifesto di Ventotene e l’attacco agli organismi sovranazionali

Durante le comunicazioni alla Camera, la presidente Meloni aveva letto dei passaggi del Manifesto di Ventotene che lette estrapolate dal contesto, apparivano come propaganda comunista.

Antonella Braga, presidente della Fondazione Salvemini ed Ernesto Rossi spiega come il Manifesto sia genericamente europeista e federalista perché propugna gli Stati Uniti d’Europa secondo il modello costituzionale federale americano.

Come mai certi passaggi suonano di ispirazione marxista? Chi ha fatto il taglia e cuci per Meloni ha predisposto un testo decontestualizzato – spiega a Report Antonella Braga – travisato come alcune frasi estrapolate per cercare di dimostrare che è un testo anacronistico, pericoloso, antidemocratico, illiberale.

Se uno legge il testo integralmente – continua – si comprende l’assurdità di questa tesi: l’obiettivo è screditare le radici antifasciste del progetto europeo.

Finora in Europa nessun leader istituzionale aveva messo in discussione la figura di Altiero Spinelli il cui nome campeggia all’ingresso del Parlamento Europeo, che gli ha intitolato un’intera ala. Dal dopoguerra in poi Spinelli è stato celebrato dai più grandi leader europei, sia di destra che di sinistra, come uno dei precursori dell’Europa unita. Il suo ruolo storico è stato riconosciuto in Italia anche dagli esponenti di Alleanza Nazionale, il partito da cui proviene Giorgia Meloni.

Nel 2003 era stato Francesco Storace ad invitare il presidente Berlusconi a deporre un fiore sulla tomba di Spinelli a Ventotene.

L’attacco della presidente Meloni al Manifesto segue di qualche giorno l’uscita del report “The great reset” pubblicato dal gruppo conservatore (o meglio di estrema destra) Ucl European institute dove si usano le stesse parole: c’è un’ovvia coincidenza risponde a Report il presidente dell’Ordo Iuris Institute Kwasniewsky “perché c’è un’ovvia cooperazione tra i vari gruppi nazionali che sostengono il ritorno alle origini dell’Unione Europea”, il report è stato mandato a tutti gli europarlamentari, ai ministri e ai primi ministri della UE. Magari Meloni non lo ha letto direttamente, ma qualcuno dei suoi consiglieri si, l’avrà letto certamente.

Anche Nazione Futura ha partecipato a questo report, la fondazione di cui Giubilei è presidente e che con Report ha deciso di non parlare (diversamente da quanto risulta loquace nei talk).

Forse questo dipende dai contenuti estremamente controversi contenuti nel report: le due organizzazioni di estrema destra nel loro opuscolo di 40 pagine mettono in fila una lunga serie di proposte per arrivare alla dissoluzione dell’Unione Europea.

Perché l’Unione Europea non è una entità democratica – risponde il presidente di Ordo Iuris – è fondata come una organizzazione sovranazionale che col tempo ha sottratto potere agli stati nazionali e l’ha affidato a burocrati non eletti.

Cosa nasconde questo report? Dietro c’è un disegno politico che deve preoccuparci, parliamo dell’attacco all’Unione Europea come sistema politico che sta sopra alle nazioni, accusata di essere una istituzione sopra ai governi eletti (come se in Italia non avessimo il problema dell’astensionismo e delle leggi elettorali che limitano i poteri di scelta degli elettori).

Ma questo disegno politico, che vede dietro la destra estrema sempre più egemone in Europa e in America, sta in parallelo attaccando anche le Nazioni Uniti, a cui si minaccia di togliere il sostegno economico. Non è un caso che nella ricostruzione di Gaza (se vogliamo chiamarla così) siano state tolte di mezzo le ong delle Nazioni Unite come l’UNRWA per far posto a gruppi privati (legati magari alle lobby degli evangelici).

La scheda del servizio: PICCOLI TRUMP CRESCONO

di Giorgio Mottola

Collaborazione Greta Orsi

La prima puntata si apre con l’inchiesta di Giorgio Mottola con la collaborazione di Greta Orsi “Piccoli Trump crescono”. Lo scorso marzo, a sorpresa, Giorgia Meloni ha parlato del Manifesto di Ventotene di Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi, come di un testo comunista e antidemocratico. Report ha scoperto che quello che sembrava un intervento estemporaneo farebbe parte di una precisa strategia di delegittimazione delle istituzioni europee che vede tra i protagonisti fondazioni, think tank e centri studi sovranisti europei, con la regia della più potente delle organizzazioni conservatrici americane: l’Heritage Foundation. Dopo la rielezione di Trump, infatti, sono aumentate in modo impressionante le ingerenze americane in Europa: si sono intensificati gli attacchi frontali a Bruxelles e figure di spicco della Casa Bianca vengono sempre più spesso nel vecchio Continente a sostenere pubblicamente i candidati sovranisti alle elezioni politiche nazionali. Per esportare i valori e la visione della democrazia di Donald Trump in Europa, 12 tra i più influenti think tank conservatori americani hanno incrementato negli ultimi 5 anni il flusso di soldi verso l’Europa del 200 per cento per una cifra complessiva di quasi 100 milioni di euro, e accresciuto enormemente l’attività di lobbying nelle istituzioni europee. In questo hanno costituito un network transatlantico che comprende decine di fondazioni e centri studi in quasi tutti gli stati europei. Come rivela a Report Steve Bannon, l’ex capo stratega di Donald Trump, secondo il quale l’obiettivo finale sarebbe arrivare alla dissoluzione dell’Unione Europea. E di questo scenario farebbero parte anche Giorgia Meloni e le fondazioni collegate a Fratelli d’Italia.

LAB REPORT: la fiera dei funghi ai Castelli Romani

Quest’anno il ministero dell’agricoltura ha speso 120 mila euro per piazzare il suo stand presso la fiera del fungo porcino di Lariano, ai castelli romani, un appuntamento fisso per fratelli d’Italia.

Purtroppo la visione del suo ministero è questa, soldi ad iniziative locali (e a soggetti vicini politicamente come Coldiretti) che non portano a nulla piuttosto che aiutare veramente l’agricoltura, in tempi di cambiamenti climatici e di eventi meteorologici sempre più estremi.

La scheda del servizio: PORCINI NOSTRANI

di Andrea Tornago

La Festa del fungo porcino di Lariano è una vera istituzione ai Castelli Romani. Ma da qualche anno a questa parte coinvolge politici nazionali e muove soldi pubblici. Cosa rende tutti pazzi per il porcino?

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

22 ottobre 2025

La ghenga degli storti di Fulvio Luna Romero


 

Prologo

Fine anni Novanta

«Certo che tra l’attesa, il freddo, questa specie di passamontagna così… dozzinale! Dà le scossette, diamine! Mi irrita la pelle. Io non so se sono tagliata per questo lavoro.»

«Cioè, stai per rapinare dei pazzi armati e cattivi, e il problema è il passamontagna che fa le scosse? Oh, ma sei veramente una tipa strana, eh!»

«Sarà, ma se mi guardo attorno di normale non ne vedo uno in questa … come dice Lele? Ghenga?»

E’ sempre cosa buona leggersi le note finali, i ringraziamenti a fine libro: l’autore, infatti, a fine lettura si chiede quanto tempo ci avesse messo a scrivere questo libro e la risposta potrebbe essere “almeno trent’anni”.

Perché la Ghenga degli storti è un po' il libro di una vita, quella di Fulvio Luna Romero, classe 1977 ma anche il libro della vita del nordest a partire dagli anni Novanta fino ad oggi. Dagli anni del boom a quelli della crisi, fino alla scoperta dell’anima criminale di una regione crocevia tra est e ovest.
Se ha un difetto questo libro sta forse proprio in questo, ha l’ambizione di coprire una storia lunga e intensa, mettendoci un po’ a salire di ritmo per quell’inizio che sembra quasi spiazzante, dove facciamo conoscenza di Andrea Rasic:

Andrea Rasic ha quarantacinque anni ed è un uomo assolutamente normale, di quelli che non ti volteresti a guardare due volte.

Una vita normale, scandita dalle solite abitudini nella sua Gorizia: tre lavori diversi da lunedì al venerdì: il terzo come factotum presso un vecchio antiquario, uno con l’abitudine di fare anche da strozzino e di mettere le mani su opere dal passato poco limpido. Un incarico in cui Andrea ha dovuto incontrare persone poco raccomandabili.

L’unica nota di colore in quella vita la fidanzata Susanna, un’universitaria più giovane di lui, conosciuta per caso e con cui è nata una relazione a cui inizialmente credeva poco ma che invece adesso sembra diventare, dopo tanti anni senza una donna accanto, qualcosa di importante.

Altra nota caratterizzante di questa persona anonima, gli occhi di un colore diverso, una caratteristica che Andrea tende a voler nascondere dietro un paio di occhiali fumè.

Meglio non farsi etichettare -gli aveva insegnato nonno Flavio, uno dei tanti istriani costretti ad andarsene dopo l’arrivo dei titini, o l’esilio o le foibe era la scelta.

Ma, in realtà, Andrea ha anche altri motivi per tenere un profilo basso.

Perché un giorno il passato di Andrea torna a bussare alla sua porta sotto le forme di due killer appostati davanti casa, mentre è in macchina assieme a Susanna. Nonostante siano entrambi armati, Rasic riesce a neutralizzarli, con una freddezza che lascia la compagna sotto choc.
Andrea e Susanna sono costretti a scappare, una fuga dalla polizia, richiamata dagli spari e dai due corpi a terra, ma anche una fuga dal suo passato.

Chi vuole morto Andrea Rasic?

In una continua alternanza tra il tempo presente, con la fuga per i boschi delle Dolomiti, e il tempo passato, Andrea passa al setaccio tutta la sua vita – si dice che quando stai per morire è proprio questo quello che ti viene in mente.

Andrea ci accompagna nella sua vita precedente, a partire dall’infanzia: una madre alcolizzata che gli scaricava addosso tutti i suoi problemi, un padre assente che preferiva scappare dai problemi e rifugiarsi dalla sua prostituta serale. Unica figura carismatica in famiglia il nonno, esule istriano, coi suoi consigli (“se pesti, pesta per ammazzare”) che lo aveva avvicinato alla boxe.

Unico rifugio in questa vita senza affetti le amate letture in solitaria, come Scerbanenco e la sua quadrilogia di Duca Lamberti.

A scuola Andrea, che i coetanei iniziano a chiamare Husky per i colori degli occhi, fa gli incontri che segneranno la sua vita: con “Weekend” prima di tutto, un altro bambino “problematico” e solitario come lui e poi con Daniele, “Lele”, un ragazzone robusto per la sua età e come loro dunque ben distinto dalla massa.

A questo nucleo iniziale, da cui i bulli della scuola iniziano a prendere le distanze perché hanno imparato a temerli, se ne aggiungeranno, con gli anni, altri due: una ragazza, Milena o “Milady”, arrivata in quel paesotto della provincia Veneta anche lei in fuga dal passato. E poi William, proveniente da una famiglia sinti e per questo soprannominato lo “Zingaro”.

La realtà, per Husky, Lele e Weekend, era una fondamentale mancanza di modelli. Rasic aveva un padre devoto al lavoro (e al sesso a pagamento), una madre suicida e una donna matura e intelligente che viveva con loro..

Seduti sul muretto del loro bar preferito, iniziano a vedere il mondo che li circonda in modo diverso e anche le persone in modo diverso. Iniziano così la loro carriera criminale: prima piccoli furti nei negozi, poi furti di auto, poi rapine a mano armata. Poi..

.. mentre in alcune zone d’Italia esplodevano bombe che distruggevano monumenti, mentre la prima repubblica, così lontana, andava in frantumi, in paese, come in tutto il Nordest, si viveva quella straordinaria esplosione economica che in tanti definivano un miracolo.

L’improvvisa ricchezza caduta sul miracolo “nordest” aveva portato in poco tempo a persone che fino a poco prima lavoravano nei campi o in piccoli laboratori a diventare padroncini di piccole aziende con fatturati stellari (non sempre dichiarati al fisco). A passare da una economia agricola ad una industriale senza aver né le infrastrutture necessarie né le competenze.

E tutto questo denaro portava anche ad una grande voglia di divertirsi: belle auto, belle donne e tanta droga.

«Andrea, cosa succederà adesso?» Lui ci pensa un po’ su. «Ci sono tante persone che ritengono di avere dei conti in sospeso con me. Giusto, sbagliato… non è importante. Il fatto è che loro ne sono convinte.

Quali di queste persone del passato, criminale, di Andrea Rasic hanno deciso di fargli la pelle adesso, a distanza di tanti anni?

E come ha fatto Husky, il leader carismatico di questa “ghenga degli storti” a diventare l’anonimo Andrea Rasic? Ce lo racconterà lui stesso in questo continuo flashback col passato.

Dove rivivremo tutta la storia recente del paese e del Veneto: la fine della prima Repubblica con le bombe, i politici dei grandi partiti che finivano a processo per l’indagine dei pm milanesi. Il boom del nordest legato alla globalizzazione delle merci e dei mercati. E, dall’altra parte, la crescita dei partiti secessionisti, per liberarsi da Roma ladrona.

Fino ad arrivare alla storia recente, la crisi mondiale col crollo delle banche.

Chi è stato a mandare i due “croazzi” che volevano fargli la pelle allora, davanti casa?

Se non è qualcuno del suo passato, uno dei tanti a cui ha pestato i piedi, allora potrebbe essere qualcuno del suo presente. Andrea deve scoprirlo in prima persona e, per la prima volta nella vita, deve pensare anche a quella persona a fianco, Susanna, da cui non riesce a separarsi.

In un crescendo di colpi di scena, tutte le tessere di questo enorme puzzle si metteranno al loro posto. E ci mostreranno il quadro di questo “Romanzo criminale” del nordest.

Ragazzi cresciuti senza riferimenti che diventano grandi criminali e che si ritrovano incastrati in un ingorgo di interessi da cui non è facile uscire. Un territorio permeabile al crimine per la fame dei soldi e del successo. E, dall’altra parte, uno Stato con una sua faccia nascosta, ancora più criminale.

Sì: odio essere bipolare, è bellissimo! Razionale. Impulsivo. Spregiudicato. Chissà cosa direbbe ora la sua maestra.

La scheda del libro sul sito di Marsilio Editore

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

18 ottobre 2025

Anteprima Presadiretta – trafficanti di uomini

Per i trafficanti di esseri umani i migranti sono una miniera d’oro: prendono i soldi da loro quando vengono in Libia, poi li rinchiudono nei lager e chiedono il riscatto ai familiari, altri soldi sono chiesti per partire per l’Italia . E la politica italiana, destra o sinistra, non fa nulla, concretamente, per fermare questo. Anzi. La destra italiana campa sulla propaganda avvelenata contro i migranti. E questa politica d'odio contro i migranti si è estesa, non da oggi, all'Unione Europea.

Il parlamento italiano, composto in gran parte da (presunti) cattolici, ha recentemente respinto l’autorizzazione a procedere nei confronti dei ministri Nordio e Piantedosi e anche per il sottosegretario agli interni Mantovano, sul caso Almasri, il torturatore libico su cui pende un mandato di cattura internazionale per i reati che gli vengono attribuiti.

Il Parlamento ha deciso che se il governo non ha consegnato Almasri alla Corte Penale Internazionale e lo ha rimpatriato in Libia lo ha fatto per motivi strategici nazionali e per la sicurezza nazionale – racconta Riccardo Iacona nella presentazione della puntata.

A Presadiretta nell’ultima puntata della stagione 2025 si parlerà proprio del caso Almasri partendo da una domanda: come mai la sicurezza nazionale italiana passa attraverso un capobanda mafioso libico? Presadiretta ricostruirà i rapporti che l’Italia ha avuto con la Libia sin dal 2009, ai tempi in cui Gheddafi era al potere. Presadiretta ricostruirà le reti internazionali attraverso le quali i trafficanti libici di uomini vanno a prendere i loro “clienti” anche a migliaia di chilometri di distanza e accenderà le luci su quello che succede in Senegal e in Bangladesh.

E pensare che questo governo aveva dichiarato guerra senza quartiere a chi lucra sulla disperazione della gente, dando la caccia ai trafficanti di uomini “su tutto il globo terracqueo”. Ma quando ha avuto l’occasione di consegnare alla giustizia internazionale un criminale, Osama Almasri, che per anni ha torturato e sfruttato i migranti in Libia, non lo ha fatto. Almasri è stato rimandato a Tripoli, a casa sua, con un aereo di Stato. A Tripoli è stato festeggiato come un eroe dal suo clan.

La foto, incredibile, mentre Almasri scende dal nostro aereo dei servizi è stata scattata da un attivista libico, Husam El Gomati, avvisato da una sua fonte a Torino: “l’Italia ha rimandato in Libia un criminale a sue spese, facendolo viaggiare in prima classe.. ”
LA corte penale internazionale ha indagato su di lui per anni raccogliendo numerose prove e testimonianze: secondo il mandato di cattura nella prigione di Almasri sarebbero stati uccisi 34 detenuti, altri 22 (almeno) abusati sessualmente, persino un bambino di 5 anni.

“A Tripoli una cosa è certa, hanno cominciato a preparare i festeggiamenti prima ancora che Almasri salisse sull’aereo” continua Husam El Gomati nel suo racconto davanti a Riccardo Iacona.

Chi ha fatto pressioni dalla Libia affinché Almasri non finisse alla Corte Penale Internazionale?

L’attivista ha mostra a Iacona un video dove parla il primo ministro della Libia Abdul Hamid Mohammed Dbeibeh, non sono stato io a fare pressioni sull’Italia, sono stati altri membri della milizia di Almasri a contattare l’ambasciata italiana a Tripoli. Il primo ministro della Libia ha di fatti ammesso pubblicamente che la liberazione di Almasri è il frutto di un accordo politico tra una milizia e Roma.

La storia di due migranti in Libia Thdyane e Serifo


Il lungo viaggio di Thdyane e Serifo è partito da Dakar, la capitale del Senegal, passando per l’inferno della Libia: in aereo sono sei ore di volo ma per chi parte senza visto il viaggio verso l’Europa può durare anni. Il Senegal è uno degli hub del traffico di migranti dall’Africa occidentale: da qui partono due rotte, quella atlantica a bordo di piroghe, verso le Canarie. E quella via terra, attraverso il deserto, fino alla Libia e da lì il salto verso l’Italia. Ai giornalisti di Presadiretta sono arrivate le foto di ragazzi senegalesi detenuti nei lager in Libia vittime di violenze e torture. Presadiretta ha percorso al contrario il loro viaggio da Dakar verso il loro paese natale, nella regione di Casamance, assieme a dei volontari del Vis, il volontariato internazionale per lo sviluppo. Una ONG che assieme ai salesiani di Don Bosco lavora coi migranti di ritorno, vittime dei trafficanti. Dopo due giorni di strada finalmente il villaggio da cui i ragazzi delle foto arrivate a Presadiretta sono partiti da qui: qui nel 2017 è partita Thdyane assieme ad uno dei suoi fratelli, Serifo. Vivevano in una capanna senza acqua né luce con altri dieci tra fratelli e sorelle. Fanta è la loro sorella maggiore e a Presadiretta racconta del lungo viaggio fino alla Libia dove sono stati sequestrati e imprigionati più volte, ogni volta veniva chiesto un riscatto alla famiglia “ti chiamano degli sconosciuti, ti dicono solo ‘pagate o li uccidiamo’ e noi dobbiamo trovare i soldi anche se non abbiamo niente.” Adesso sono liberi ma non stanno bene, si stanno ancora curando le ferite. Ai trafficanti la famiglia ha pagato già migliaia di euro, un enorme somma se si pensa che in questa regione del Senegal si vive con meno di due dollari al giorno. Sono tante le testimonianze di persone che hanno dovuto pagare più volte il riscatto per dei loro parenti finiti nelle mani dei trafficanti in Libia: persone che si sono indebitate per pagare, hanno dovuto vendere i loro animali. E le persone per cui è stato pagato il riscatto sono ancora bloccate in Libia.

Il post alluvione in Romagna

Le telecamere di Presadiretta tornano in Emilia, nelle zone colpite dall’alluvione del 2024 per capire ad un anno di distanza qual è lo stato dei lavori di messa in sicurezza del territorio e se i ristori sono stati sufficienti a far ripartire imprese e famiglie.

Perché ci sono famiglie che sono fuori casa da un anno, che non possono rientrare in casa e far partire i lavori perché ancora non si sentono in sicurezza: “io non rientro perché ho paura, non mi sento sicura, mi sono salvata una volta, non posso rischiare una seconda volta.”

A settembre una nuova ordinanza commissariale ha previsto contributi fino ad un massimo di 2350 euro al metro quadro per i proprietari di case che hanno subito danni gravi a seguito delle alluvioni, per costruire altrove.

Ma tanti cittadini non ci stanno e chiedono che sia messo in sicurezza il territorio anziché andarsene: come in Val di Zena, fuori Bologna, una delle aree più colpite nell’ultima alluvione. Vicino all’argine del fiume c’è un gruppo di case con tantissime famiglie che si dovrebbero spostare che non hanno intenzione di abbandonare tutto – racconta a Presadiretta Pietro Latronico il presidente del comitato degli alluvionati della Val di Zena.

Dopo la prima alluvione del 2023 avevano già ristrutturato casa, con tanto entusiasmo, sono stati fuori casa otto mesi, poi sono rientrati finché non è arrivata la seconda alluvione l’ottobre scorso. E ora in casa c’è nuovamente da rifare tutto, impianti elettrici, riscaldamento “ma se non mettono in sicurezza il fiume non spendo i soldi neanche a morire” spiega il signor Latronico.

“Noi siamo qua nel limbo, aspettiamo questa politica lenta, abbiamo in Italia una politica lenta e burocratica, la gente vuole i fatti ..”

L’obiettivo non è ritornare come eravamo prima – spiega ai suoi cittadini il presidente De Pascale in un intervento pubblico a Castel Bolognese – “l’obiettivo è vivere in una terra più sicura di quando siamo stati colpiti”.

Presentando i piani di messa in sicurezza il presidente spiega di come ci sia bisogno di risorse, per gli investimenti costosi, per una cassa di espansione si parla di decine di milioni di euro, di norme che semplifichino.

A queste assemblee pubbliche partecipano sia le autorità che i cittadini: tutti chiedono risposte serie per interventi veloci “perché non è che possiamo vivere anche quest’inverno spostando i mobili mettendo dei sacchi” racconta una signora.
Se ci sono i soldi cosa stanno facendo? – è la domanda che si pongono in tanti delle persone colpite, tutti chiedono tempi certi per i lavori, perché tutti devono pagare le tasse, le spese per l’energia, per i lavori nelle case alluvionate.
Si sono perse tre estati, dal 2023 al 2025 – ricorda Riccardo Galassi un geologo esperto in idraulica consulente della commissione di inchiesta parlamentare sul rischio idrogeologico – non si può più perdere tempo: “qui stiamo ancora parlando di affidare degli incarichi a delle società che facciano le progettazioni, dopo di che c’è la valutazione della progettazione, poi la valutazione dell’opera, poi l’affidamento dell’incarico dell’opera, poi devono cominciare i lavori, dopo di che sa cosa significa questo? Che lei torna nel 2027 mi fa la stessa intervista.. questo significa, solo che lasciamo passare altri due anni e la gente è li e ha paura.”
Da qui al 2027 quante pioggie e quanti alluvioni ci prenderemo ancora? – Si chiede un’altra residente della val di Zena “questa è la cosa grave, questa è la cosa che non mi fa stare tranquilla, neanche un po’”.
Le persone hanno paura quando piove, vedono i lavori che non partono e si sentono prese in giro, lavori che inizieranno forse tra due anni, “nei prossimi due anni ci fanno andar via tutti o crepiamo.”

Ma quando partiranno i lavori? A questa domanda risponde il presidente De Pascale: “se stessimo ai finanziamenti del governo, nel 2027, noi vogliamo partire il 2026, anticipando le risorse. Il miliardo del governo parte dal 2027 e dura dieci anni, noi abbiamo detto bene, la regione li anticipa. Quindi noi nel 2026 il nostro obiettivo è iniziare a muovere la terra ..”
Vedremo allora le ruspe per le casse di espansione, anti tracimazione: l’idea della regione è completare entro il 2025 la progettazione e far partire le opere nel 2026, compito che spetta ora alla regione. De Pascale aggiunge che fino al giugno di quest’anno non c’era nulla come finanziamenti (per la messa in sicurezza), tutte le risorse erano solo per ricostruire, “la mia battaglia è stata convincere il governo a stanziare risorse aggiuntive .. Abbiamo perso tempo ma finalmente siamo sul binario giusto, la rabbia la frustrazione dei cittadini è totalmente giustificata.”
Ma 1,1 miliardi di euro sono sufficienti per questi lavori? Secondo il presidente non sono sufficienti, ma non ho voluto rituffarmi nella polemica – spiega a Presadiretta – quando avremo speso i primi 800 ml verremo a discutere richiederne altri.

La scheda del servizio (raiplay):

Un viaggio di PresaDiretta tra Bangladesh, Senegal, Tunisia e Svezia per indagare le rotte del traffico di esseri umani dalla Libia all'Europa. Un'inchiesta che svela i crimini della rete internazionale che sfrutta la disperazione di chi cerca una vita migliore. Al centro, la vicenda del generale Al-Masri, le testimonianze di vittime di torture, oppositori libici e investigatori impegnati a smascherare il sistema. Le telecamere di PresaDiretta raggiungono le famiglie dei migranti in Asia e Africa, raccontando le storie di chi parte e di chi viene ricattato. Emerge l'ipotesi di un coinvolgimento tra Tunisia e Libia di membri delle amministrazioni statali, con prove sconvolgenti tratte dal Rapporto "State Trafficking", realizzato da ricercatori europei. In esclusiva, le immagini della vendita di migranti alla presenza di militari libici e tunisini, un traffico che le autorità tunisine continuano a negare. In studio con Riccardo Iacona, il giornalista e scrittore Gabriele Del Grande, per discutere di politiche migratorie, e Francesco Cancellato, direttore di Fanpage, per approfondire la vicenda dello spyware Paragon e dei numerosi personaggi finiti sotto sorveglianza.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.